Mothership IV: Decadence di Pat McGrath, il make up come preziosità pura

 

Suggestioni barocche associate a tonalità intense e ricche di bagliori: è grazie a questo mix che prende vita Mothership IV: Decadence, la palette occhi appena lanciata dalla guru del make up Path McGrath. Preziosa come un gioiello, custodita in un pack laccato nero su cui campeggia una corona, Mothership IV: Decadence sfoggia un twist iper luxury che abbina oro e gemme come una creazione di Haute Couture. Al suo interno si affiancano 10 nuance sontuose che spaziano dal gold alle gradazioni di blu, passando per il rame  e per cromie all’ insegna della luminosità pura: si chiamano “Gold Standard” (un giallo oro sfavillante), “Inferno” (un rame metal dai riflessi radiosi),  “Blue Blood” (un vermiglio profondo e avvolgente), “Sinful” (un platino magnetico e teatrale), “Underworld” (un ceruleo metal matte che vira al blu navy), “Sterling” (un argento dai riflessi ultra splendenti), “Lapis Luxury” (un turchese cristallino a effetto multidimensionale), “Divine Mink” (un taupe lucente che scolpisce l’occhio), “Hedonistic” (un cremisi vibrante e metallico) e, per finire, “Enigma” (un “greige” scintillante di glitter). A accomunare le dieci tonalità sono texture cremose, intrise di pigmenti perlacei e metal che accentuano l’ intensità del colore. La massima aderenza è garantita, combinata a qualità emollienti che favoriscono la tenuta. Impreziositi da un finish multidimensionale, tutti gli ombretti coniugano alla lucentezza una vellutata coprenza matte.

 

 

Ma oltre che allo sguardo, Pat McGrath da deciso di donare anche alle labbra una nuova seduttività. In parallelo con la palette Mothership IV: Decadence lancia, infatti, 11 nuance inedite dei rossetti Lust MatteTrance. I nomi? “Polaroid Pink”, “Faux Pas”, “Peep Show” e “Venus in Furs” tra gli altri, in una scia cromatica che abbraccia i toni del lilla, del nude e del rosa con incursioni nel vinaccia e nel cioccolato. Il clou rimane però “Vendetta”, almeno a mio parere: finish matte e pigmenti a oltranza si alleano con una texture brillante per esaltare l’appeal di una vera e propria femme fatale.

 

 

Il Gucci Garden, uno scrigno fatato nel cuore di Firenze

 

Il suo logo – il Gucci Eye – ricorda l’ “l’occhio che tutto vede”, un elemento che rimanda alla simbologia esoterica di cui sono intrise le collezioni di Alessandro Michele. Perchè a partire dall’ uroboros fino al sole, passando per il quadrupede nero e il serpente con tre teste, Michele ha sempre attinto all’ iconografia alchemica e il Gucci Garden, il multispazio appena inaugurato all’ interno del Palazzo della Mercanzia a Firenze, non poteva non evidenziare un leitmotiv ispirativo che è ormai parte integrante della sua estetica. Lo storico edificio fiorentino è lo location ideale per ospitare l’ universo Gucci in ogni sua sfaccettatura: concepito da Alessandro Michele stesso, distribuisce su tre piani una galleria espositiva, un ristorante e una boutique che traducono la nuova visione della Maison in puro incanto.

 

 

Moda, ispirazione, arte, ricordi, reperti d’archivio, gusto e savoir faire artigianale si fondono in un magico mix che prende il nome da una costante delle creazioni del designer, il giardino, ennesimo emblema dalla forte valenza mistica. L’ iter ha inizio con la Gucci Garden Galleria e più precisamente con una sala, Guccification, interamente all’ insegna della doppia G. Vi trovano spazio espressioni artistiche recenti, come il GucciGhost di Trouble Andrew o i  lavori di Coco Capitain e Jayde Fish.  Gli “hashtag” Guccy, Guccify e Guccification concentrano la quintessenza del brand: Gucci come un’ attitude, che spazia dal look a un modo di porsi di fronte al reale.

 

Guccification

A seguire, un approfondimento dedicato all’ heritage è suddiviso tra le sale Paraphernalia e Cosmorama, che rispettivamente rievocano i codici del marchio, i suoi celebri clienti del jet set e gli elementi araldici presenti nel suo logo. Al di là di spesse tende di velluto rosso, poi, l’ auditorium Cinema da Camera del Gucci Garden è adibito alla proiezione di film e corti sperimentali.

 

Paraphernalia

Cosmorama

L’ avventura prosegue al secondo piano con De Rerum Natura, una panoramica che sviscera in modo museale, quasi “scientifico”, l’ amore di Alessandro Michele per i giardini e gli animali. Ephemera è la sala conclusiva: qui, in un tripudio di video, di oggetti e di ricordi, la storia della Maison Gucci regna sovrana.

 

De Rerum Natura

Cinema da Camera

Ephemera

Il percorso è a dir poco spettacolare, un viaggio tra l’ onirico e il reale che fissa al 1921 il suo anno di partenza. Negli spazi del Gucci Garden si interfacciano passato e presente, vintage e pezzi cult, le più leggendarie creazioni del brand dialogano con gli stili iconici di Tom Ford, Frida Giannini e Alessandro Michele. A curare questa ipnotica galleria è il critico e fashion curator Maria Luisa Frisa, direttore del corso di Laurea in Design della Moda e Arti Multimediali all’ Università IUAV di Venezia.

 

Gucci Osteria di Massimo Bottura

Gucci Boutique

Ma nello scrigno fatato ideato da Alessandro Michele sono racchiuse due ulteriori chicche: la Gucci Osteria di Massimo Bottura, chef tre stelle Michelin, omaggia la Firenze crocevia di scambi culturali del Rinascimento con un menù che spazia dalle delizie locali a quelle internazionali, mentre la Gucci Boutique è un’ oasi delle meraviglie vera e propria. Collocata al piano terra, le pareti dipinte di giallo, al suo interno è possibile rintracciare pezzi unici, tutti assolutamente originali e contrassegnati dall’ esclusivo logo Gucci Garden. Il Bookstore, infine, affianca ai libri un’ ampia scelta di oggettistica rara, memorabilia, pubblicazioni d’antan e d’avanguardia, preziosi paraventi, arredi e prodotti di cartoleria sui generis. Visitare il Gucci Garden si configura come un’ esperienza intrisa di fascino: è penetrare a fondo nell’ immaginario della Maison, lasciarsi contagiare dalla sua creatività, calarsi in magnetiche atmosfere. Senza sottovalutare che la metà del costo del biglietto d’ingresso (8 euro) verrà devoluta agli interventi di restauro nel capoluogo toscano.

Per info: https://www.gucci.com/it/it/

Photo: Gucci

 

Tendenze AI 2017/18: pellicce in full-color

MSGM

Pelliccia: anche per quest’ anno, la parola d’ordine è “full-color”. Soffice, voluminoso, spesso eco, il coat di pelo prende definitivamente le distanze dallo stile ladylike e si tinge di tonalità vivaci per regalarci una sferzata di energia.

 

Annakiki

Sies Marjan

Versace

Ellery

Giorgio Armani

Dolce & Gabbana

Marni

Chloé

Emilio Pucci

 

 

 

Venezia e le “Regine di Cuori”: la campagna pubblicitaria PE 2018 di Dolce & Gabbana

 

Mancano due weekend esatti all’ inizio del Carnevale di Venezia, il Carnevale più conosciuto al mondo, ma il fascino che pervade calli e campielli è sempre mozzafiato. Non è un caso che sia proprio la città lagunare a fare da sfondo alla campagna pubblicitaria Primavera/Estate 2018 di Dolce & Gabbana: emblema iconico delle meraviglie d’ Italia, Venezia esalta e sintetizza l’ heritage del brand. Luca e Alessandro Morelli (altrimenti detti Morelli Brothers) la immortalano in scatti vibranti, luminosi, intrisi di quel glam italico che è ormai il trademark del duo di designer, e si avvalgono di un cast di modelle Millennials per movimentare i suoi scenari. Laura Murray, Kitty Spencer, Frankie Herbert, Sabrina Percy, Eleonore Von Habsburg, Isabel Getty e Bea Fresson organizzano spaghettate in Piazza San Marco, fanno escursioni in gondola, interagiscono con i locali in uno scoppiettante inno all’ italianità che coniuga folklore e stile. A fare da protagonisti, l’ allegra brigata ed i preziosi abiti che indossa: creazioni dedicate a una “Regina di Cuori” che seduce con un’ esplosione di rose stampate, sete impalpabili e ricami barocchi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Photo by Luca e Alessandro Morelli

 

Come una star dei “Roaring Twenties”: il backstage beauty & hair di Prada Resort 2018

 

Ispirazione “anni ruggenti” per il beauty look e l’hairstyle che Prada ha mandato in passerella con la collezione Resort: l’ ispirazione strizza l’ occhio all’ era del grande Gatsby e la rivisita in chiave contemporanea. Il top hairstylist Guido Palau raccoglie i capelli in due lunghe trecce, lasciando sciolte ciocche che sfiorano ed incorniciano il viso. Un’ acconciatura ancestrale si fa iconica, vagamente hippy, e punta, a contrasto, su un  cerchietto adornato di piume per esaltare una allure da star delle Ziegfeld Follies. Il risultato è un look soggetto a interpretazioni molteplici: che rievochi un’ indiana metropolitana o una diva dei Twenties, in fondo, non conta. Quel che è certo, è il forte impatto di un hairstyle che si è imposto tra i più cool delle sfilate Cruise 2018.

 

 

Il make up ideato da Pat McGrath (un nome che non ha bisogno di presentazioni) lo esalta alla perfezione: il focus sono le labbra, impeccabilmente tinte di un cremisi saturo. La pelle del viso è luminosa, fresca, eterea, le sopracciglia spazzolate con accuratezza. Qualche passata di mascara sulle ciglia completa un look che, con pochi tocchi, evoca raffinatezza allo stato puro.

 

 

 

 

Il close-up della settimana

 

Pitti Uomo ha appena aperto i battenti e presenta un cartellone, come sempre, ricco di eventi. Cominciamo dalle cifre: sono 1230 gli espositori che prendono parte alla kermesse, 541 dei quali arrivano dall’ estero, e tra i 36.000 visitatori ben 24.300 sono buyer. Parlando di sfilate, invece, salirà proprio oggi in passerella il brand americano Brooks Brothers, che in occasione del suo bicentenario si aggiudicherà il Premio Pitti Immagine 2018. A fare da leitmotiv alla 93ma edizione della manifestazione fiorentina è il cinema: la storica location della Fortezza da Basso si è tramutata in un immenso set con i modelli nei panni di attori e i padiglioni allestiti come sale cinematografiche. A spiegare il perchè del filo conduttore è Claudio Marenzi,  presidente di Sistema Moda Italia e di Pitti Immagine, che ha evidenziato come, oggi, più che di “consumatore” si parli di un “consum-attore” che grazie ai social e al digitale interagisce costantemente con i brand. Marenzi ha anche ribadito l’ importanza di tracciare un ideale trait d’union tra Pitti Uomo e la fashion week di Milano dedicata al menswear: il connubio risulterebbe ad hoc per sancire il ruolo cardine della Settimana della Moda italiana accanto a quella parigina. Fino a venerdì 12 Gennaio, intanto, la Fortezza da Basso ospiterà un croglolo internazionale di talenti, culture e stili. Guest designer di Pitti Uomo n.93 saranno i giapponesi Jun Takahashi e Takahiro Miyashita, che presenteranno domani, alla Stazione Leopolda, le collezioni Uomo Autunno/Inverno 2018/19 dei rispettivi brand Undercover by Jun Takahashi e Takahiromiyashita The Soloist.

 

15 buoni propositi fashion per l’ anno nuovo

1. La treccia “fiorita” di PHILIPP PLEIN: una nota stilosa e Primaverile

Il nuovo anno è appena iniziato e già abbondano i buoni propositi per i prossimi 12 mesi. Quelli a tema fashion rientrano di certo tra i più stuzzicanti, incentivati da collezioni Primavera/Estate ricche di tendenze decisamente cool. Colori pastello a profusione, hairstyle creativi, stili rivisitati ad hoc, capi e copricapi di grande effetto, toni fluo…Tutto questo, e molto altro ancora, si tramuta nel prezioso materiale che compone la wishlist di VALIUM: 15 propositi come 15 desideri, 15 must have che si accingono a donare un tocco  di glamour ai mesi a venire. Siete pronte a scoprirli insieme?

 

2.  I colori pastello di VIVETTA: tutte le oniriche nuance dell’ alba

3. Il beauty look di RALPH & RUSSO: perle e glitter abbinate in un mix prezioso

4. La handbag con i cannoli di DOLCE & GABBANA: quando il luxury fa gola

5. Il rosa floral di ERDEM…

6. …e lo sporty fluo di MSGM

7. Gli stivaletti in plexiglass di CHANEL: trasparenze estreme per una visibilità extra

8. Il “bowl cut” versione 2018 di GIORGIO ARMANI: grafismi ad alto tasso di glam

9. Il turbante di MARC JACOBS: esotismi declinati in sensualità pura

10. La giacca da smoking in shocking pink di TOM FORD: quando un basic dell’ eleganza maschile si tinge di audace femminilità

11. Le perle che diventano hair jewel di SIMONE ROCHA: levigata raffinatezza ammantata di candore

12. I flares plissettati di MARCO DE VINCENZO: la variante cool dei mitici pantaloni “a zampa”

13. Lo stile “unicorn” interpretato da MOSCHINO: allure grintosa e tutù di piume

14. Il suit in paillettes all over di ALBERTA FERRETTI: bagliori argentei per uno chic lunare

15. Il denim couture di DIOR: quando il casual si fa alta sartorialità

 

 

L’ elisir di Marina: un ricordo di Marina Ripa di Meana

Marina Ripa di Meana se ne è andata ieri, dopo 16 anni di coraggiosa lotta contro un male incurabile. Ma la personalità travolgente, l’audacia, la brama di vita che l’ animavano l’hanno resa immortale: non voglio salutarla con un addio, bensì con un “Ciao, Marina!” che strizza l’occhio alla sua verve esplosiva e ad una vita affrontata, giorno dopo giorno, come un’ incredibile avventura. Ne avevo parlato in un post che ho pubblicato in VALIUM nel 2012 (trovate qui il link) e che oggi ripropongo in suo ricordo: perchè, ovunque lei sia ora, Marina rimane e rimarrà per sempre “la più bella del reame”.

L’ elisir di Marina

 

“Una sera andammo a una prima dell’ Opera. Lei indossava un abito con spacchi laterali sino alla vita e un cappello di piume di struzzo vertiginoso, ma arrivammo che lo spettacolo stava per avere inizio. Al suo ingresso, il pubblico che affollava le gallerie e la platea fu come colto da una improvvisa agitazione psicomotoria. Non guardavano che lei, molti si alzarono in piedi per vederla meglio, irritando il direttore d’ orchestra a tal punto, che fu tentato di abbandonare il podio.”

Così Costanzo Costantini, ex giornalista de Il Messaggero, la ricorda nel libro Cocaina a colazione:  all’epoca, quel periodo di transizione tra gli anni ’60 e ’70, Marina Ripa di Meana veniva considerata all’ unanimità una delle donne (se non “la” donna) più belle e affascinanti di Roma. Ne I miei primi quarant’anni, autobiografia edita nel 1984 che conta ancora su innumerevoli ristampe, Marina metteva nero su bianco le vicissitudini di una vita rutilante, di un caleidoscopio di esperienze che lei, esuberante, sfrontata, effervescente, affrontava con coinvolgimento totale grazie a un cocktail di intelligenza, vanità e ambizione con il valore aggiunto di essere autentica, libera, scevra da “borghesi” (come si diceva allora) stereotipi. Le avventure di Marina hanno inizio con un matrimonio blasonato: a poco più di 20 anni sposa il duca Alessandro Lante della Rovere, da cui ha Lucrezia. Ma  il rapporto vacilla e, quando fallisce definitivamente, crea la sua indipendenza aprendo lo storico Atelier di Piazza di Spagna. Sono gli Swinging Sixties: l’era in cui si butta a capofitto nella vita mondana capitolina  intrecciando la sua esistenza con quella dei nomi più significativi e altisonanti del jet set, della cultura e dell’arte romana. Dalla relazione con un “misterioso” e facoltoso esponente dell’aristocrazia passa alla tormentata ma infuocata passione con il pittore Franco Angeli, ribelle e coinvolto in toto in quell’ideologia comunista che, nei primi anni ’70, era propria di tutto un mondo culturale e sociale italiano. Con Angeli imbastisce un rapporto intriso di scintille, intramezzato da furiosi litigi e passionali riappacificazioni, ma che segnerà un periodo cruciale della sua vita: Marina frequenta artisti come Mario Schifano, Tano Festa, quella “scuola di  Piazza del Popolo” che si riunisce al bar Rosati, ed è musa del suo compagno che la ritrae in opere di  particolare bellezza. Nei suoi primi quarant’anni altre burrascose relazioni movimentano la sua vita, e contemporaneamente la mondanità a oltranza, le conoscenze celebri, i viaggi in paesi esotici, la gestione dell’atelier saranno le coordinate fisse della sua quotidianità, vissuta nel mitico appartamento di via Borgognona.Marina indomabile, bizzarra, forza della natura non si scoraggia davanti ai periodi più bui e cresce da sola la figlia Lucrezia con una grinta non comune, ma non evitando di destreggiarsi nelle sue avventure di “cappa, cuore e spada”. Moravia, Goffredo Parise, Sandro Penna, Laura Betti, Pasolini ma anche Talitha Getty, Paola Liegi, Marta Marzotto sono solo alcuni tra coloro che conosce, e frequenta, in anni scatenati in cui lusso e mondanità si mescolano al nuovo understatement degli anni di piombo che vede nella cultura, e nella lotta proletaria, una funzione salvifica. Marina, che si interfaccia a questa epoca con la sua sfolgorante bellezza e con la sua eccentricità, brilla di luce propria e ad un Maurizio Costanzo che,dopo averla invitata a “Bontà loro”, sembra non tenerla in particolare considerazione, molla semplicemente una torta in faccia. La sua vita rientrerà nei binari solo dopo l’ incontro con Carlo Ripa di Meana, di nobil casato, che sposa nel 1982 dopo un frenetico andirivieni tra Roma e Venezia e mille altre peripezie: la svolta la porta ad abbracciare la politica , ad interessarsi alle cause civili -dal 1995 sarà per 12 anni ambasciatrice in italia dell’ IFAW (International Fund for Animal Welfare) – tramutandosi in perfetta animalista e addetta alle cause civili. Poliedrica, scrive in tutto 14 libri, trova il tempo di fondare una rivista (Elite) e di dirigerla per due anni, si dedica alle battaglie contro la sterminazione del cuccioli di foca ed in difesa del “No nukes”. Ma nell’ estate del 2011 riceve da suo marito forse il regalo più bello: la mostra “Il sogno fotografico di Franco Angeli” organizzata a Roma, nei Mercati di Traiano: la passione con Angeli rivive in scatti fotografici di cui Marina è musa e soggetto principale, ritratti in bianco e nero che testimoniano il clima, il mood più profondo di tutta un’era . Con Carlo Ripa di Meana come curatore, il link tra passato e presente viene valorizzato da una sensibilità mirata ad evidenziare il talento artistico dell’ “artista di Piazza del Popolo senza pregiudizi o gelosie retrospettive, focalizzando nel rapporto con Marina una delle espressioni più prolifiche della sua vena creativa. Oggi, a quasi tre decenni dall’ uscita di I miei primi 40 anni, Marina Ripa di Meana torna in libreria con un’ ennesima tranche della sua autobiografia: “Invecchierò, ma con calma” (Mondadori) è tutto un programma di intenti per una donna che, al di là dei racconti delle sue nuove vicissitudini – tra cui una coraggiosa e indefessa battaglia con il cancro – rivela, 30 anni dopo, la stessa prepotente passione, la fame di vita, la capacità di stupire e di allontanarsi da ogni rigido schema conformista evidenziando la preziosità di uno spirito rimasto intatto nel modo di affrontare l’esistenza, affatto scalfito da una vita vissuta a 360° e a 100 all’ora. E’ tutto questo che ci fa pensare a una Marina che, nonostante il tempo e la “calma”, non invecchierà affatto: è suo l’elisir dell’ eterna giovinezza, quella per cui non servono nè botox, nè lifting…ma solo una quantità incalcolabile di  passione e vitalità che vengono da dentro.

 

 

 

Photo e paintings by Franco Angeli

 

Peggy Moffitt, icona 60s tra Pop Art e “bowl cut”

 

Quando si parla di “bowl cut”, uno dei tagli di capelli più cool delle ultime sfilate, la mente torna al suo iconico look: Peggy Moffitt, top model degli Swinging Sixties, ne fece un inconfondibile signature style. Un make up occhi di ispirazione Kabuki, la chioma scolpita da Vidal Sassoon in persona, Peggy abbinava al rigore geometrico del “five point” – l’ altro nome che fu dato al taglio – mise coloratissime, ma lineari e dense di richiami Op. Lo stile che sfoggiava, d’altronde, viene considerato autentica Pop Art. E pensare che i suoi esordi la videro alle prese più con i ciak che con l’obiettivo fotografico:  nata a Los Angeles, classe 1940, la futura top debuttò come attrice nel 1955 prima di approdare nelle fascinose brume parigine. Fu proprio nella Ville Lumière che ebbe inizio la sua liason con la couture, e da allora Peggy Moffitt si dedicò alla carriera di modella senza disdegnare comparsate nei film. Quando gli anni ’50 lasciarono il posto ai rivoluzionari Sixties, complice il suo ruolo di musa del designer Rudi Gernreich,  la fama di Peggy cominciò a decollare: Gernreich era un precursore, fu il primo a proporre creazioni unisex ampiamente declinate in plastica e in vinile, ma il suo spirito avantgarde si identificò indissolubilmente in un costume da bagno “topless” chiamato monokini.  Lo lanciò nel 1962, nel pieno di un’ era che inneggiava alla libertà in ogni sua forma, e su consiglio di Diana Vreeland lo fece immortalare in scatti ad opera di William Claxton, marito di Peggy Moffitt e membro del trio inseparabile che lo vedeva a fianco di Gernreich e della sua musa.

 

Peggy Moffit in uno scatto di William Claxton

Le foto che ritraggono Peggy in monokini sono oggi dei cult, testimonianze di un mood ribelle che negli anni ’60 coinvolse ad ampio spettro anche la moda. Ma il set fotografico è una costante che ritorna, per l’ iconica modella, nella pellicola “Blow up” di Michelangelo Antonioni, dove appare tra le protagoniste dei photo shoot scattati da Thomas/David Hammings. Nel 1967 fu suo marito William Claxton a dirigerla: il corto “Basic Black”, archetipo dei futuri fashion film, rientrò tra le opere della mostra intitolata The Total Look: The Creative Collaboration Between Rudi Gernreich, Peggy Moffitt and William Claxton con cui il Los Angeles Museum of Contemporary Art’s Pacific Design Center omaggiò negli anni ’80 il trio creativo. La figura di Peggy, emblema di una vera e propria svolta epocale, continua ad essere una fonte di ispirazione inesauribile: non è un caso che la rock band The Handcuffs e musicisti come Boyd Rice e Giddle Partridge le abbiano dedicato, rispettivamente, il proprio album di esordio e una limited edition in vinile.

 

 

I fashion show dell’ Autunno/Inverno 2017/18 e i più famosi hairstylist celebrano, inoltre, il “bowl cut” di Peggy Muffitt rivisitandolo in innumerevoli versioni. Una su tutte? Quella esibita dalla top ucraina Irina Kravchenko in passerella e nell’ advertising campaign di Anteprima. Ma il celebre taglio geometrico fu oggetto anche di un’ indimenticabile “citazione” sul catwalk parigino della sfilata AI 2008/2009 di Saint Laurent e viene riproposto dalle celeb di continuo: l’ hanno sfoggiato (tra le altre) Linda Evangelista, Agyness Deyn, Lady Gaga e, last but not least, persino la nostra Alessandra Martines nella saga fantasy TV “Fantaghirò”.

 

AI 2008/09: il bowl cut di Saint Laurent

AI 2017/18: il bowl cut di Irina Kravchenko per Alexander Wang

 

Foto di Peggy Moffitt via Kristine from Flickr, CC BY-NC 2.0