Il close-up della settimana

 

Le illazioni sulle sue condizioni di salute si erano scatenate a partire da quando, alla Paris Haute Couture Week dello scorso Gennaio, non si era presentato per il saluto al pubblico al termine della sfilata di Chanel. Un comunicato diffuso dalla Maison attribuiva la sua assenza alla stanchezza, ma in molti hanno messo in dubbio questa spiegazione: l’ inesauribile energia di Karl Lagerfeld, la tempra teutonica che non aveva mai mancato di sfoggiare, erano pressochè proverbiali. E i rumours sono subito esplosi. Poi, il silenzio. Su Karl Lagerfeld più nessuna notizia fino alla mattina del 19 Febbraio, quando i media ne hanno annunciato la scomparsa: uno shock collettivo. Il designer tedesco si è spento all’ Ospedale Americano di Parigi a causa di un male incurabile.  Una morte, la sua, che lascia un vuoto immenso. Anche perchè il “Kaiser della Moda” era una figura già entrata nel mito, una leggenda vivente. Sembrava trascendere ogni coordinata associata all’età, all’ appartenenza ad un luogo e ad un’ epoca ben precisa: tutto, in lui, era iconicità pura. A cominciare dal look – inconfondibile ed immutabile nel tempo, un perenne total black rinvigorito da dettagli biker – per proseguire con il suo genio visionario, era come se fosse incluso tra gli “immortali” per diritto divino. Karl Lagerfeld vide la luce ad Amburgo in una data imprecisata, anche se dichiarò sempre di essere nato nel 1935. Figlio unico di una famiglia facoltosa, raccontava di aver passato l’ infanzia a disegnare e a leggere anzichè a giocare con gli altri bambini. Nel 1953, quando si trasferì a Parigi con la madre, la moda rientrava già tra le sue passioni. Dopo aver vinto il prestigioso Woolmark Prize, nel 1955 entrò nello staff di Pierre Balmain, dove rimase per tre anni prima di passare alla Maison Patou. Qui trascorse un quinquennio disegnando Haute Couture, poi si concesse un periodo sabbatico decidendo, infine, di tornare a Parigi e di aprire una piccola boutique.  All’ epoca iniziò a consultare Madame Zereakian, la veggente armena che annoverava Christian Dior tra i suoi clienti abituali: come riferì in seguito, gli fu predetto un gran “successo nella moda e nei profumi”. Nel 1965, la carriera di Karl Lagerfeld subì una decisa impennata. Fu allora che prese il timone di Chloé, con cui instaurò una collaborazione ventennale, e nello stesso anno approdò a Roma dove ottenne l’ incarico di direttore creativo presso la casa di moda delle sorelle Fendi, un ruolo (dal 1992 condiviso con Silvia Venturini Fendi) che ricoprì per il resto della sua vita. Instancabile, immaginifico, poliedrico, fu il primo free-lance della moda e commentò, con la consueta arguzia: ” Amo considerarmi un free-lance. Questa parola è l’unione di “free”, libero, come ho sempre voluto essere, e “lance”, che ricorda la parola francese “lancé”, com’era definita un tempo un’ ambita cortigiana. Io mi sento così, libero e mercenario”. Risale al 1983 – dieci anni dopo dalla morte di Mademoiselle Coco – la sua nomina alla direzione di creativa di Chanel, una carica a tempo indeterminato (come diremmo oggi) che lo elevò all’ Olimpo del fashion system. “Chez” Chanel, Lagerfeld diede vita ad un potente connubio tra l’ heritage della Maison e la contemporaneità più pop e iconica. Associò la sua immagine a muse che scopriva e che rendeva leggendarie (qualche nome? Claudia Schiffer, Vanessa Paradis, Alice Dellal, Carla DelevingneLily-Rose Depp e Kaia Gerber), scattò personalmente gran parte delle campagne pubblicitarie e riportò il brand ai fasti originari senza stravolgerne i codici.

 

L’ immagine con cui la Maison Chanel commemora Karl Lagerfeld nel suo website e sui social

Nel 1980 il designer fondò un marchio, Lagerfeld, che 24 anni dopo intrecciò il suo nome a H&M inaugurando la fortunata serie delle co-lab tra luxury e fast fashion. “Non ho mai avuto problemi a rompere le regole perchè non ne sono mai stato vittima”, disse, ed alla grande intelligenza abbinò sempre la curiosità, la cultura, l’ autoironia, l’incredibile talento di saper parlare a un pubblico di ogni età e di ogni ceto. Il terzo millennio vide il designer iper attivo: disegnò i costumi di scena per star del calibro di Madonna e Kylie Minogue, coltivò la sua passione per la fotografia e l’architettura, nel 2010 instaurò una breve collaborazione con Hogan e fu insignito della Legion d’ Onore francese. Due anni dopo, ebbe inizio una delle liason più importanti della sua vita: quella con Choupette, la gatta birmana che “daddy” Karl rese una vera e propria star, e pare che alla dolcissima felina sia andata parte della sua eredità miliardaria. La sua eredità stilistica, invece, è appena stata raccolta dalla fashion studio director di Chanel Virginie Viard, che per 30 anni lo ha affiancato assiduamente. E’ a lei che spetterà il compito, come dichiara il Presidente della Maison Bruno Pavlovsky citando Lagerfeld, di “continuare ad abbracciare il presente e inventare il futuro”. “Preferisco essere considerato un evoluzionista che un rivoluzionario, uno a cui piace riformare le cose in modo costruttivo. I rivoluzionari puri non sono mai arrivati da nessuna parte, nemmeno nella moda”, affermò ancora il designer: e non c’è dubbio che il suo genio, la sua visione, il suo straordinario intuito, lo abbiano portato molto, molto lontano. Con quel pizzico di mistero che ha sempre avvolto la sua vita in un’ eterea allure da fiaba. Ma la moda non è, d’altronde, una fiaba stessa?

 

Foto a inizio articolo di Christopher William Adach da Flickr, CC BY-SA 2.0

 

 

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