Il close-up della settimana

 

 

“Se vai via senza un’ emozione non sto facendo il mio lavoro. Non voglio che la gente esca come se fosse stata al pranzo della domenica: voglio che ne esca divertita o disgustata. Basta che provi un’ emozione”, dice (riferendosi ai suoi fashion show) nel trailer del documentario che gli è stato dedicato. E di emozioni, Alexander McQueen ce ne ha regalate a miriadi: le sue creazioni non cesseranno mai di meravigliarci, di estasiarci, di lasciarci senza fiato. Non è un caso che Ian Bonhôte e Pete Ettedgui abbiano deciso di celebrarle in un docufilm incentrato sull’ universo di colui che, come recita il titolo, rimarrà un “genio della moda” indimenticato. In 111 minuti di pellicola, la carriera di McQueen viene ripercorsa dagli esordi in Savile Row fino alla sbalorditiva, avveneristica sfilata della collezione PE 2010 “Plato’s Atlantis” (incentrata sul ritorno a un mondo primigenio negli abissi), l’ ultima che creò prima di morire suicida a soli 40 anni: una fiaba non a lieto fine, la sua, ma senza dubbio indicativa dell’ ineffabile potenza dei sogni. Il sogno di Lee Alexander McQueen, figlio della working class londinese, era la moda. Lo portò avanti grazie a un talento e a una tenacia straordinari, noncurante degli scarsi mezzi che gli derivavano dalla sua condizione sociale, spronato da una madre che fu la sua più strenua sostenitrice. A 16 anni lavorava già presso i prestigiosi laboratori sartoriali della capitale inglese, a 20 entrò a far parte dello staff di Romeo Gigli a Milano, dove rimase un triennio prima di volare di nuovo a Londra per diplomarsi alla Central Saint Martins. Il resto è storia. La fondazione di Alexander McQueen, suo brand omonimo, nel 1992, la nomina alla direzione creativa di Givenchy nel 1996 e il conseguente trasferimento a Parigi, i riconoscimenti (fu decretato per ben quattro volte Designer inglese dell’ anno, incoronato Designer dell’ anno e ricevette l’ onorificenza di Commendatore dell’ Ordine dell’ Impero Britannico), il profondo rapporto di amicizia che allacciò con Isabella Blow…Corrosivo, dissacrante, iconoclasta, fu definito l'”hooligan della moda” per la carica rivoluzionaria che ha sempre contraddistinto la sua opera. Una definizione che non ne ha mai sminuito la valenza artistica: perchè, ancor prima che un designer, Alexander McQueen (che per imporsi fece a meno del primo nome Lee) è stato un Artista con la A maiuscola.

 

Un look tratto dalla collezione “Widows of Culloden”, AI 2006/2007

La moda era la sua ossessione, la sua espressione massima. In essa incanalava un’ immaginario ad ampio spettro che indagava i concetti di vita e morte passando per temi quali le suggestioni cinematografiche, il gotico vittoriano, il patriottismo scozzese, un romanticismo intriso di accenti orrorifici, l’ esotismo e il primitivismo tribale. A fare da leitmotiv, una ricerca creativa incessante ed una sartorialità che rielaborava sorprendentemente l’ autorevole tradizione di Savil Row: “Devi conoscere le regole per infrangerle” era il suo motto, che onorava sovvertendo di continuo i codici senza snaturarli della loro essenza. Per ispirarsi, si concentrava sull’ allestimento scenico di un défilé spaziando poi nell’ ideazione dei vari look: spettacolarità e arte si fondevano in un connubio sbalorditivo, esaltati da accessori dal sapore fetish e dai cappelli-capolavoro di Philip Treacy. Memorabili restano i suoi omaggi ad Edgar Allan Poe (“Supercalifragilistic”, AI 2002/2003), ad Alfred Hitchock (“The Man Who Knew Too Much”, AI 2005/2006), a Bosch ( “Angels & Demons”, AI 2010/2011), alla religione Yoruba (“Eshu”, AI 2000/2001). Genio, natura, oscurità e caducità dell’ esistenza sono elementi che, in McQueen, danno vita ad un amalgama vigoroso e “feroce”, selvaggio, senza filtri nè tantomeno ammiccamenti. Il documentario “Alexander McQueen – Il genio della moda“, uscito nelle sale il 10 Marzo, si avvale di un’incalzante alternanza di fotogrammi di archivio e delle testimonianze di coloro che hanno conosciuto il McQueen più intimo (amici, collaboratori, consanguinei) per tracciarne un ritratto potentemente autentico.  Il ritratto di un “bad boy” del quale un celebre scatto di Tim Walker – dove il designer viene immortalato mentre, con un’ espressione sfrontata, si appoggia al teschio che divenne l’ emblema della sua Maison – ci restituisce in modo mirabile la quintessenza: quella di un contemporaneo Amleto in perenne bilico tra l’ “essere” e il “non essere”. Con l’ irriverenza come valore aggiunto.

 

Un look tratto dalla collezione “Plato’s Atlantis”, PE 2010

 

 

 

 

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