L’ accessorio che ci piace

 

L’ argento: lunare, metafisico, vagamente spaziale. Se l’oro è per antonomasia associato al Natale, l’ argento si lega a doppio filo con l’ Inverno. Rievoca lande innevate, lo splendore di una Regina dei Ghiacci, i bagliori delle stelle che brillano nel cielo freddo. Non è un caso che, in ambito fashion, l’argento rientri tra le tendenze al top di stagione. MM6, la linea contemporanea di Maison Margiela, lo celebra dedicandogli la sua collezione Autunno/Inverno per intero: 25 look monocromi e risplendenti di raffinati fulgori. Gli accessori non fanno eccezione, contribuendo ad esaltare questa argentata allure. E’ così che l’ iconica pochette caramella abbandona gli squillanti colori “in vernice” per declinarsi in pura lucentezza laminata. Realizzata in pelle effetto stropicciato, misura 49 x 20 cm e ha i bordi zigzagati come l’ involucro di un’ autentica candy. La chiusura è a zip, l’ interno foderato. Non manca neppure il codice a barre, tocco finale che accentua e convalida il suo aspetto da caramella: è fuor di dubbio che l’ argento le doni un gusto del tutto speciale.

 

 

 

 

Tendenze AI 2018/19 – Wonder Tartan

VERSACE

In principio fu il kilt scozzese. Poi furono abiti ed accessori di ogni genere. Oggi, il tartan è un evergreen della stagione fredda: ma un evergreen che puntualmente si rinnova, sperimentando colori inediti e declinandosi nei più disparati stili. Le passerelle delle collezioni Autunno/Inverno 2018/19 lo hanno visto primeggiare, proposto in versioni che spaziano dallo chic al grunge. Il che non sorprende: la sua natura versatile si presta a una miriade di rivisitazioni, audaci a tal punto da mozzare il fiato. E da far decisamente ricredere chi considera il tartan un tessuto “classico”, stiloso ma ben poco propenso alle metamorfosi avantgarde.

 

COMME DES GARCONS

DIOR

MICHAEL KORS

CALVIN KLEIN

MAX MARA

BURBERRY

N. 21

NICOPANDA

ERMANNO SCERVINO

 

 

Pizza, obsession and diamonds: Vennari “raccontato” da Diego Diaz Marin

 

Un uomo, una donna. Niente a che vedere, però, con il film omonimo di Claude Lelouch: in questo caso, sono i gioielli gli autentici protagonisti di un racconto surreale e ipnotico. E’ un racconto per immagini che porta l’ inconfondibile firma di Diego Diaz Marin; chi segue VALIUM avrà già riconosciuto l’ irriverente cifra stilistica, l’ ironia fortemente pervasa da venature oniriche del fotografo nato a Torre del Mar, in Andalusia. La photostory in questione si srotola in interni, tra le pareti azzurrognole di una stanza che fa da sfondo a tutta l’azione. Un uomo, una donna, dicevamo. Pizza a profusione per stemperare il mood “claustrofobico” che aleggia tra le quattro mura. E poi, le strabilianti creazioni di Vennari, storica Maison fiorentina di Alta Gioielleria: un savoir fare tramandato di generazione in generazione, iconico ed iper esclusivo, dove la raffinatezza allo stato puro si coniuga con un costante anelito al futuro.  E’ così che la vibrante lucentezza dei rubini, dei diamanti, degli smeraldi e degli zaffiri assume accenti avantgarde affiancandosi all’ estro esplosivo di Roberto Ferlito (leggi qui la sua intervista con VALIUM), il direttore creativo di Schield, che per Vennari ha ideato una linea di gioielli ispirata alle fascette di cablaggio utilizzate dagli elettricisti.  Diego Diaz Marin cala la preziosità di questi monili in atmosfere impregnate di una sensualità torbida, “afosa”: l’ uomo e la donna che li indossano si cercano, si studiano a vicenda, si incontrano nello spazio circoscritto della stanza, tra vagheggiamenti voyeuristici e pose plastiche che rievocano una contemporanea Pietà di Michelangelo. La donna risalta con intensità particolare. Che appartenga alla schiera di nevrotiche disseminate nel lavoro di Diaz Marin è evidente (è lei a spiare ossessivamente l’uomo dal buco della serratura, ancora lei ad  immobilizzargli i polsi con del nastro adesivo), ma il suo look suscita una miriade di reminiscenze e di suggestioni. Mora, labbra rosse, sguardo intenso, ha il volto incorniciato dai tirabaci e in più d’uno scatto sfoggia un cordobés, il tipico cappello del flamenco: ecco riaffiorare, in quei pochi indizi, l’ Andalusia che Diego porta nel cuore. Il paesaggio interiore che – sotto forma di umori, colori e suggestioni – delinea il fil rouge di tutta la sua dissacrante opera.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CREDITS

Photographed by Diego Diaz Marin

Styled by Giulia Vennari

Hair and Make Up by Giulia Avarello

Featuring Cloe Casting Firenze

Jewellery Vennari

 

 

Dior en Diable, la make up collection che inneggia ai colori incandescenti dell’ Autunno

 

L’  arancio, il rame, il ruggine, il viola intenso dei frutti di bosco. Ma anche il beige, l’ oro, il rosa delle albe e dei tramonti intrisi di foschia: Dior cattura tutti i colori autunnali e li declina in una limited edition make up da mozzare il fiato. Le cromie incandescenti che la pervadono hanno ispirato l’ altrettanto spettacolare nome di Dior en Diable, omaggio a un antico slogan della Maison oltre che al mood radiosamente “diabolico” della stagione che fa da trait d’union tra Estate e Inverno. Basti pensare allo spettacolo del foliage, ai primi caminetti accesi, alle castagne che scoppiettano sul fuoco: suggestioni che si cristallizzano nei fotogrammi di momenti preziosi. La donna a cui si associano non poteva che incarnarne la prepotente, irresistibile fascinazione. A questa magnetica femme fatale Dior dedica una palette di nuance che accendono le labbra, lo sguardo, il viso. Andiamo a scoprirle tutte, nessuna esclusa.

 

 

Il make up occhi punta su due opzioni cromatiche. 837 Devilish e 087 Volcanic sono palette composte, rispettivamente, da cinque tonalità ammalianti e vellutate: la prima, Devilish, affianca un rosa delicato, un porpora ed un profondo viola all’ oro e al verde oliva. La seconda, Volcanic, alterna ai toni nebbiosi quelli più intensi e vividi delle foglie morte: il fumè, l’antracite, il marrone, l’ arancio e l’argento si uniscono in un affascinante connubio.

 

 

Alle labbra, Dior en Diable dedica sei nuove nuance del Rouge Dior, rossetto-icona della Maison. La sua formula iper cremosa e a lunga durata (almeno 16 ore) si coniuga con una varietà di finish che spazia dal satinato al matte. I colori del Rouge Dior in versione “diabolica” sono 344 Devilish Nude (un rosa che vira al pesca), 636 On fire (un rame vivido), 666 Matte Kisss (un rosso ipnotico), 785 Rouge en Diable (un ruggine seducente), 982 Furious Matte (un voluttuoso mix tra il prugna e il ruggine) e 995 Dark Devil (un viola talmente intenso da confondersi con il nero). Per chi ama le texture fluide, invece, Rouge Dior Liquid è il non plus ultra. In due shade infuocate come 635 Copper Lava (un arancio vibrante) e 784 Red Lava (la tipica tonalità di rosso del foliage), questo lipstick liquido triplica i suoi punti di forza. Cremosità, intensità cromatica e lunga tenuta si avvalgono di un finish declinato in tre varianti – metallica, satinata, matte – accomunate da un unico denominatore: il fascino potente.

 

 

Una collezione dalle cromie tanto incendiarie non poteva non sfoggiare un blush “a tinte forti”. Con Rouge Blush, le guance si rivestono di tonalità sgargianti. La palette evoca quella di Rouge Dior, così come la texture a lunga durata e ad alta densità di pigmenti, mentre il finish si fa di volta in volta iridescente, satinato o mat. I colori sono un tripudio di fiammeggiante sensualità: spaziano dal rosa al porpora, passando per il nude, e includono l’ iconico e stupefacente rosso 999. 459 Charnelle (un rosa antico satinato) e 643 Stand Out (uno zucca dal finish shimmer) sono le nuance dei due blush più prettamente associati alla limited edition Dior.

 

 

L’ Autunno è una stagione dalla luminosità particolare, soffusa, quasi madreperlata. Dior en Diable si appropria delle sue caratteristiche e le profonde in Diorskin Nudeskin Luminizer, una polvere illuminante ricca di pigmenti iridescenti che viene proposta in sei colorazioni: 001 Nude Glow (un sabbia), 002 Pink Glow (un rosa tenue), 003 Golden Glow (una delicata sfumatura oro), 004 Bronze Glow (un bronzo luminoso), 005 Rose Glow (un magico rosa) e 006 Holographic Glow (uno straordinario argento olografico). Diorskin Nudeskin Luminizer è perfetto per dar luce al viso e per scolpirlo con un effetto multidimensionale impreziosito da miriadi di riflessi cangianti.

 

 

Completano il look dell’ Autunno Dior cinque deliziosi smalti a tenuta estrema: il tocco finale per esaltare una femminilità intrigante e maliziosa. Il loro finish è levigato, la texture effetto gel, i colori brillanti. La formula, specificamente ideata per rafforzare le unghie. Cinque sfumature veicolano la dirompente carica seduttiva incarnata da Dior Vernis Fall Look: 531 Hot (un sensuale arancio), 655 Devilish Cute (un rosa baby), 703 Trigger (un grigio scuro), 411 Sulphurous (un giallo intenso) e, dulcis in fundo, 851 Rouge en Diable (un rosso profondo e incredibilmente ammaliante). Se avevate qualche dubbio, insomma, ormai è appurato: Dior ne sa una più del diavolo!

 

 

 

 

Mellow Rose Pantone, un rosa al bacio

HAIDER ACKERMANN

Nome in codice, Mellow Rose 15-1515 TCX. Segni particolari: un rosa declinato in una sfumatura tenue, iper femminile, suadente come un tramonto d’ inverno. Last but not least, Mellow Rose – prendete nota! – sarà il rosa della stagione fredda. Così ha stabilito Pantone, ma anche un gran numero di brand che, adottandola ampiamente nella moda, nel make up e nel design di interni, ha decretato il trionfo di questa seduttiva nuance. VALIUM dedicherà presto un approfondimento alla sua variante modaiola più cool, il cappotto in fake fur. Nel frattempo, punta i riflettori su cinque look che ne esaltano differenti sfaccettature: Haider Ackermann lo coniuga ad uno stile chic e grafico, mentre Blumarine lo impreziosisce di bagliori glamour. Gucci lo omaggia con un tripudio di ruches, Max Mara lo propone in versione satinata e Stella McCartney lo rende romantico grazie a un ricercatissimo pizzo floral. Ma il suo nome, Mellow Rose, evoca anche prelibatezze dolciarie: e non solo perchè “mellow” vale a dire (tra l’altro) pastoso, soffice. A tingersi del nuovo rosa Pantone, infatti, è nientemeno che il Bacio Perugina, autentica icona del mondo del cioccolato.

 

 

La glassa che lo ricopre, composta da una miscela di fave di cacao Ruby, veste il Bacio di un total pink inedito, privo di coloranti e dal gusto deliziosamente fruttato. Dopo ottant’anni dalla creazione del cioccolato bianco, il rosa diventa dunque il colore cult di un’ edizione limitata di Baci Perugina disponibile nella confezione Bijou da 150 gr. e nel Tubo da tre pezzi: a quasi un secolo di vita, lo storico cioccolatino reclamava  un look fashion e non poteva che optare per la nuance più charmante di sempre.

 

BLUMARINE

 

GUCCI

 

MAX MARA

 

STELLA MCCARTNEY

 

 

Moschino x H&M: un’ anteprima in 10 capi della capsule del momento

 

Uno scatto della adv campaign firmata da Steven Meisel

Ricordate? La news era stata diffusa in pompa magna, sul palco del Coachella Music Festival, da Jeremy Scott in persona (rileggi qui il “close-up” che le dedicò VALIUM). Il countdown è ormai agli sgoccioli, e l’ 8 Novembre l’ attesissima capsule di Moschino x H&M sarà finalmente messa in vendita. Intanto, i capi della co-lab sono stati svelati a New York, in anteprima, nel corso di una sfilata a dir poco sbalorditiva:  in una location che riproduceva dettagliatamente Times Square, si sono avvicendate sul catwalk modelle del calibro di Naomi Campbell, Stella Maxwell, Bella e Gigi Hadid. Come preanunciato da Jeremy Scott, la collezione è un’ ode spassionata al DNA di Moschino. Stampe cartoon, molto oro, richiami all’ universo Hip Hop si alternano ad abitini-feticcio in pelle e ad accessori dalla foggia sorprendente,  coniugando i codici identificativi del brand con suggestioni di matrice squisitamente street style. Chi ha assistito all’ evento newyorchese, ha anche potuto acquistare la capsule in un pop-store apposito. Per tutti coloro che non hanno avuto questa preziosa opportunità, invece, non resta che attendere l’ 8 Novembre: solo da allora Moschino x H&M sarà disponibile in 240 store internazionali H&M e on line, nel sito del colosso svedese del low cost. Per ingannare l’ attesa, VALIUM vi offre una selezione di 10 capi (tra abiti e accessori) tratti dalla limited edition più effervescente del momento. Volete ammirarla in versione completa? Cliccate qui .

 

1. IL BIKER JACKET ORO: completamente in pelle metal, il chiodo di Moschino x H&M coniuga chic e grinta adornandosi di un tripudio di catene e stringhe.

 

2. LA BORSA IN VERNICE NERA. Domanda-quiz: cosa vi ricorda la sua forma? Provocatoria ma stilosa, questa borsetta (dimensioni 16,5×18 cm) in pelle nera laccata sfoggia una lunga tracolla a spirale color oro. 

 

 

3. I PANTALONI CON STAMPA FANTASIA. Affusolati e più stretti in fondo, sono impreziositi da una stampa che mixa il maculato alle catene-signature della capsule: la ritroviamo su una miriade di capi e persino sul coat destinato al cagnolino.

 

4. L’ ABITO IN PAILLETTES TOTAL SILVER CON CAPPUCCIO. In passerella lo indossava Naomi, ed è tutto dire. Street style e Hip Hop dialogano dando vita a un look di sicuro effetto.

 

5. LA T-SHIRT CON STAMPA MINNIE E TOPOLINO. Inneggia ad una delle più celebri e iconiche coppie dei cartoon, la t-shirt in soffice jersey di cotone biologico.

6. GLI ORECCHINI SQUARE-SHAPED PLACCATI IN ORO. Vistosi, squadrati, sfavillanti, gli orecchini “bling bling” della capsule conquistano all’ istante.

 

 

7. IL MINIABITO “FETISH” IN PELLE NERA. Fibbie molteplici, cerniere bene in vista e coppe rinforzate con il ferretto donano a questo fasciantissimo minidress in pelle un deciso tocco fetish.

 

8. GLI SCARPONCINI ULTRAVIOLET CON CATENA-LOGO. Il colore Pantone dell’ anno non perde un colpo, e tinge scarponcini che una catena ornata con pendenti-logo dota di accenti sofisticatamente urban.

 

9. LA BORSA-LUCCHETTO A TRACOLLA. Un trionfo di nero e oro esalta la stupefacente minibag a forma di lucchetto. In pelle opaca con sezioni metal, si porta a tracolla oppure a mano grazie al manico in metallo placcato oro. Le sue misure? 8x13x17 cm.

 

 

10. LA FAKE FUR FUCSIA DAL GUSTO PUNK. Tassativamente eco, questa pelliccia sconfigge ogni grigiore grazie al suo vibrante fucsia. Catene metalliche e numerose stringhe in pelle le conferiscono una allure punk di forte impatto.

 

 

“L’Interdit” di Givenchy, eau de parfum dal proibito incanto

 

Metti una notte a Parigi. Il mood frizzante nonostante l’ ora, modaioli che volteggiano nei corridoi della metropolitana…E una giovane, fascinosa donna che domina la scena. Ha i capelli a caschetto, neri come l’ abito che indossa: un evening dress con pizzi e balze, soave tulle che aleggia ad ogni sua falcata. La donna avanza nella notte, si addentra nella metro come una novella Alice che attraversa lo specchio. Apre una porta, entra, e un palpitante azzurro al neon la inghiotte. In quegli spazi magici, i corpi si dimenano al ritmo di un sound travolgente. E’ lì che la notte vibra, prorompe, ammalia, invita nei suoi antri misteriosi prima che spunti una nuova alba. Quando riemerge da quel mondo sotterraneo, la donna si imbatte nel cielo rosa dell’ aurora. L’ incantesimo è finito, ma l’ atmosfera è ancora intrisa della sua scia olfattiva: sentori ipnotici, audacemente sovversivi. L’ effluvio di momenti vissuti in totale libertà, infrangendo ogni divieto ed annullando la nozione stessa di “proibito”. Non è un caso che  sia proprio “L’ Interdit” il nome di questo profumo. Givenchy lo lanciò nel 1957 dopo averlo dedicato in esclusiva ad Audrey Hepburn, suprema musa della Maison, e ne fece subito la sua fragranza-icona. Oggi, L’ Interdit ritorna in un’ inedita versione ed a prestargli il volto è l’attrice americana Rooney Mara. E’ lei che, indossando uno splendido abito da sera Givenchy Haute Couture,  interpreta lo spot “raccontato” all’ inizio di questo post. Audace e disinvolta, Rooney si muove con naturalezza nello short movie che il regista Todd Haynes ha girato nella stazione della metropolitana Porte des Lilas, dove la notte parigina si tramuta in una poetica fiaba urbana.

 

 

 

L’ ambientazione è ideale per descrivere la femminilità incarnata dalla fragranza, un’ ode all’ unconventional ed alla propria unicità. Creato dai Maestri Profumieri Dominique Ropion, Anne Flipo e Danny Bal, L’ Interdit declina il suo jus in una duplice, suggestiva sfaccettatura: da un lato la luminosità di un candido bouquet floreale, dall’altro il fascino di una notturna oscurità. Ne scaturisce un connubio intrigante, sorprendente, audace, che flirta con i principi emblematici di “bianco e nero” per dare vita a una fragranza dal mood underground potente. Gli accordi bianchi di gelsomino, fiori d’arancio e tuberosa si fondono con i sentori intensi e “scuri” del patchouli e del vetiver: il risultato è un’ eau de parfum radiosa e al tempo stesso avvolgente, irresistibilmente raffinata. Una sfida alle regole che conquista e che travolge con il suo “proibito” incanto.

L’ Interdit è disponibile nei formati da 35, 50 e 80 ml.

 

 

 

 

 

Nelle foto, alcune sequenze dello spot diretto da Todd Haynes, il regista di “Carol” (2015):  il film valse a Rooney Mara il premio come migliore attrice alla 68ma edizione del Festival di Cannes.

 

 

Black Halloween Lips: Stunna Uninvited di Fenty Beauty

 

Cosa abbinare al total black della notte più stregata dell’ anno? Naturalmente, un make up all’ insegna del profondo nero. Meglio ancora se un lipstick come Uninvited di Fenty Beauty: la nuova, gotica declinazione del bestseller Stunna Lip Paint. Che a dispetto del nome Uninvited, “indesiderato”, nel mondo di VALIUM è il benvenuto. C’è qualcosa di più sofisticato, infatti, di un rossetto nero steso sulle labbra? Uninvited le riveste di una texture liquida, impalpabile, esaltata da un soffice finish matte. Chi teme che il nero indurisca i lineamenti, dovrà ricredersi davanti al suo tocco soave ma deciso. A lunga durata e ad alta definizione, Uninvited si avvale di un tripudio di pigmenti che avvolgono le labbra per oltre 12 ore: il colore permane intenso, opaco eppure impeccabilmente liscio. Insomma, a prova di bacio. Che volere di più, in questa notte magica?

 

 

 

 

 

Black Halloween Night

MOSCHINO

Nero, gotico nero, profondo nero…Fortissimamente nero! Checchè se ne dica, per celebrare Halloween il nero rimane il colore top. In questa gallery lo ammiriamo declinato in stili letteralmente da brivido: sexy, misterioso, piumato, sulfureo, romantico, vedovile, punk, esoterico, vagamente fetish, il nero è il colore del buio e ben si adatta alla notte più stregata dell’ anno. Lo scelgo in versione plain black, che non lascia spazio (o quasi) ad altri colori. E’ così che si fa oscuro, che esprime in pieno la sua spettacolarità potente. Un nero totale e magnetico, intriso di un fascino irresistibilmente senza tempo.  Perchè “black is black”…E non c’è paragone che tenga.

 

AGANOVICH

ALBERTA FERRETTI

ERDEM

SAINT LAURENT

VALENTINO

SIMONE ROCHA

MAX.TAN

FRANKIE MORELLO

DOLCE & GABBANA

ANN DEMEULEMEESTER

ELIE SAAB

CHANEL

 

 

L’arte come equivoco: conversazione con Carlo Cecchi

 

Incontro Carlo Cecchi a Fabriano, nella Sala Guelfo, lo spazio adibito alle mostre all’ interno del chiostro della Cattedrale di San Venanzio.  E’ qui che si è appena conclusa “Il passo del cielo”, un’ esposizione che concentra alcuni temi ricorrenti nell’opera dell’ artista jesino: nei 20 disegni realizzati a carboncino predominano un fiabesco bestiario, corpi celesti dispersi nell’ universo, scritte di matrice concettuale. Solo due colori: il bianco e il nero, alternati sullo sfondo giallognolo della carta da spolvero. A fare da leitmotiv è una visione del cosmo che il segno grafico di Cecchi rende fortemente onirica, evocativa. La sua surreale fauna fluttua in una galassia costellata di aloni neri, di volta in volta fitti o più radi. Le scritte sorprendono, confluiscono in uno spazio mentale dove si addensano gli interrogativi. “Questo lavoro”, scrive la storica d’arte Francesca Pietracci nel testo critico della mostra, “sembra condensare lo scibile umano, la sua evoluzione, la sua percezione, l’ incanto di una mano di talento guidata dagli occhi stupiti di un bambino. Quasi come di fronte ad un nuovo anno zero del cosmo…tutto rimane ancora da scoprire.” Le affascinanti suggestioni che questi motivi ispirano rappresentano solo uno degli spunti da cui è scaturita l’intervista che vi propongo oggi. L’ universo di Carlo Cecchi merita senz’ altro un approfondimento, e il Maestro risponde alle mie domande di buon grado: emozioni, frammenti di vita, memoria, paesaggi fisici e morali,  reminescenze di un’ umanità variopinta si fondono in un racconto dove tutto riconduce all’arte nella sua più profonda accezione.

Se dovessi presentarti ai lettori di VALIUM in poche righe, come esordiresti?

E’ sempre più difficile, credo, definirsi, perché questo è un mondo in cui tutti sembra che facciano e sappiano di tutto: sono tutti artisti, tutti allenatori di calcio, tutti d’avanguardia…Sono tutti molto belli, anche. Vanno tutti in palestra! Carlo Cecchi è un artista, un pittore soprattutto. Quando parlo di pittura parlo anche del disegno, che amo moltissimo. Forse amo più il disegno della pittura. Ma come diceva il mio amico Dino De Dominicis, “La pittura è la cosa più moderna che c’è proprio perché è la più antica.” Quindi sono un pittore, perché credo che il silenzio che contrassegna l’immagine fissa dia ai cosiddetti fruitori – un termine che mi fa pensare ai fruttivendoli, tra l’altro, per cui oserei dire “fruttitori” – possibilità il meno oggettivo possibili. Oggi si tende ad essere sempre più didascalici, addirittura a spiegare quello che si vede a occhio nudo. La pittura, e più che mai il disegno, invece, ha innanzitutto la possibilità di essere permeabile: attraverso il disegno si passa da un’altra parte, si va oltre. Non è mai descrittivo, perché in quel caso si rientrerebbe nell’ambito della didascalia, cioè dello spiegare. Più che “spiegare” mi ha sempre affascinato “piegare”. L’arte non va “spiegata”, va “piegata”. Come un fazzoletto…”Piegare” significa, in realtà, “nascondere”: la pittura deve nascondere, non evidenziare. La pittura è un luogo nascosto…non chiedermi di spiegare di più perché diventerei didascalico a mia volta. Durante una mia mostra scrissi una parola, “rivelazione”. La rivelazione, che per il vocabolario è uno “svelare”, a mio parere  è “velare ancora”: “ri-velare”, come “ri-vedere” cioè vedere due volte, significa moltiplicare i veli. Secondo la cultura araba, puoi vedere gli angeli solo se riesci a svelare 77 veli…Dunque a me piace molto rivelare, cioè nascondere.

 

“Il passo del cielo”, 2017

 

Quando e come è iniziata la tua liason con l’arte?

A scuola io sono sempre stato bocciato in disegno, forse perché non mi interessava. Che in realtà il disegno mi piacesse l’ho capito solo molto tempo dopo. Mia madre era una grandissima disegnatrice: quando io e i miei fratelli avevamo l’influenza, si metteva accanto al nostro letto e ci disegnava le storie degli inquilini del palazzo. C’era il bidello, c’era la nutrice…L’ infanzia l’ho vissuta in un quartiere nel cuore di Jesi, ero sempre in mezzo alla strada. La mia cultura si è forgiata tra gli artigiani, i negozianti, le prostitute…Ce n’erano ancora parecchie, in giro, nel dopoguerra. La sezione del Partito Comunista era attaccata alla chiesa, per cui eravamo trasversali: giocavamo a ping pong in parrocchia e dopo, magari, andavamo a vedere le partite a biliardo nella sezione. Indubbiamente, non mi sono mai interessato all’arte. Poi, dopo essere stato bocciato per tre anni di fila all’istituto tecnico industriale, ho seguito il consiglio di un mio amico batterista che mi ha suggerito di iscrivermi all’Istituto d’Arte di Ancona. Lì ho incontrato gente molto in gamba, in particolare due professori: il mio insegnante di Storia dell’Arte veniva da Roma ed era molto amico di Burri, di Guttuso, che andavano a trovarlo in albergo. Una volta me li ha anche presentati. E poi c’era il professore di Disegno dal Vero, che mi ha insegnato davvero tutto…Dopo il diploma mi sono iscritto all’ Accademia di Belle Arti, dove si faceva avanguardia. Erano gli anni dell’Arte Povera, dell’Arte Concettuale. Eravamo tutti un po’ concettuali…Alla fine dell’Accademia ho presentato la mia prima mostra a Bologna: concettuale, naturalmente. Sul muro, con una matita blu avevo tracciato una scritta che diceva “cielo mare cielo mare all’orizzonte”. Sempre a Bologna, ho gettato un drappo sul pavimento della Galleria e ho intitolato quella mostra “Raso al suolo”, con un significato doppio. Nel ’76, quando ancora non dipingeva nessuno, ho inaugurato la mia prima mostra di pittura. Ecco, ora vorrei raccontarti qualcosa di molto importante: vicino a Palazzo Ripanti, dove c’è il mio studio, quando ero ragazzino a Jesi c’era il cinema omonimo. I macchinisti tenevano la porta aperta, perché i proiettori dell’epoca riscaldavano moltissimo, e gettavano fuori i carboni che generavano l’arco voltaico. Io con questi carboni disegnavo sul pavè…Credo che l’amore per il disegno, in me, sia nato proprio allora. Tra mia madre e i carboni elettrici. Quello è stato un po’ il mio inizio.

 

“Senza Titolo”, 2013. Tempera su carta

 

Cosa rappresenta l’arte, per te?

Una bella domanda! Cos’è l’arte? Per me intanto è una possibilità esistenziale, mi ha aiutato e mi sta aiutando molto. E’ un anticorpo. E’ un modo per sporcarmi le mani e anche la mente. Argan ha detto forse la cosa più sensata che abbia mai sentito, per definire l’arte: l’arte è un fenomeno che diventa immagine. Poi, però, l’immagine diventa fenomeno a sua volta. Trovo abbastanza centrata la sua definizione. Su un piano personale, al contrario di quanto si pensi, credo che l’arte sia un linguaggio totalmente inespressivo. L’arte non ha il compito di comunicare, l’arte non comunica. L’arte sente, è una specie di alito…Come dicevo prima, l’arte non è didascalica. Non è mai stata didascalica, nemmeno in passato: c’è sempre qualcos’altro. Per citare non ricordo più chi, mi piace dire che “tutto avviene per altri motivi”. Quindi, l’arte avviene per altri motivi. Se io sono un pittore iconografico e dipingo un tavolino, come disse anche Magritte a suo tempo, “questo non è un tavolino”. L’arte è “un’altra cosa”…

 

“Il silenzio dei sassi”, 2012. Olio e tempera su legno

 

Molti critici hanno inserito le tue opere in un filone di stampo concettuale. Questa definizione ti trova concorde?

Una matrice concettuale c’è sicuramente: tra gli anni ‘60 e gli anni ‘70 eravamo tutti un po’ concettuali. I nostri amori erano Kossuth, Pistoletto, l’Arte Povera…I punti di riferimento della nostra generazione. Direi che oggi, nel mio lavoro, quella matrice è molto lontana. Mi piace dire che la mia non è un’arte concettuale, ma ingloba un segno concettuale al suo interno. A differenza dei concettuali, però, che erano tutti così “pulitini”, a me piace sporcarmi. L’arte è sporcarsi. Quindi, l’arte concettuale nel mio lavoro è presente nella misura in cui ha coinciso con la mia origine. Mi diverte raccontarti di “raso al suolo”, che era un gioco di parole. Mi piace la pittura, ma anche sconfessare l’idea che esprimo: se disegno un cavalluccio marino, ci scrivo accanto qualcosa che lo sconfessa. Oppure, lo affianco ad un’immagine che ha lo stesso scopo.

Ne “Il passo del cielo”, la mostra che hai appena presentato a Fabriano, prevale un bestiario tratteggiato con carboncino su carta da spolvero. Perché la scelta di questa visionaria fauna, e come nascono le scritte che la affiancano?

Questa fauna viene fuori da certi sogni (che non sono i sogni che faccio di notte) e da certi desideri. Il primo animale di cui mi sono occupato è stato il pinguino, perché rappresenta un po’ quello che ho appena detto. E’ elegante, sembra che porti il frac, però in realtà è goffo: basta guardare come cammina. E’ un uccello? E’ un pesce? Vive in acqua? E’ ambiguo. E siccome l’arte è ambiguità…Non è una dichiarazione di intenti, l’arte è proprio ambiguità, un errore. Una parte di queste opere l’ho presentata alla Biblioteca Angelica di Roma l’anno scorso. In quell’ occasione presentai un grande disegno, di cinque metri per due, associato ad altri, più piccoli, che raffiguravano animali. La mostra era intitolata “Cosmo-Caos-Dissonanze”,  con me c’erano anche un musicista e un attore che recitava Galileo. Le mie sono immagini di animali circondati dalle stelle, quindi c’è una sorta di rimando astrologico. Ma l’astrologia non mi interessa per niente. Quelle stelle hanno un alone nero intorno, evidenziano un’idea un po’ curiosa dell’universo. Io non sono avulso dalla realtà, parlo del mio essere nel mondo. Per cui, quando penso al cielo, penso a tutto quello che può essere legato al cielo dal punto di vista critico, come l’inquinamento. Inoltre “cielo” significa etimologicamente antro, caverna, e dichiarandomi un artista tribale io utilizzo il disegno…Il disegno è tribale.

 

“Il passo del cielo”, 2017 (particolare)

 

Questa mostra ha un gran senso tribale, mi rappresenta. Per quanto riguarda la mia relazione con gli animali, diciamo che non mi affascinano moltissimo. Mi piace la loro forma, ma difficilmente li ritraggo dal vero: i miei disegni passano sempre attraverso un filtro che potrebbe essere una fotografia, gli animaletti che trovi nei negozi per bambini…Amo il gatto, i felini. Mi piace il gatto perché è silenzioso, ha una sua autonomia, questa cifra quasi di assenza…E poi c’è l’ippopotamo. La prima volta che l’ho ritratto è stato quando, a Jesi, mi hanno chiesto di creare una scultura per una rotatoria. L’ ho inserito immaginando che in quella zona li, che è una zona industriale, ci fosse il mare. C’è stato un periodo in cui ho dipinto molti coniglietti, perché mia nonna me li portava a vedere dai suoi amici agricoltori. Mi diceva che hanno paura dell’acqua, quindi a Milano, negli anni ’80, feci una mostra dove c’erano dei coniglietti minacciati da grosse gocce d’ acqua. Nelle mie opere non c’è mai il presente, c’è o il desiderio del futuro o la memoria. Parlando di animali, ti cito la giraffa…Nel mio progetto per una scultura davanti all’ interporto, c’è questa giraffa avvolta negli scatoloni. L’ interporto è collegato ai “colli”: mi piaceva l’idea del “collo” e il gioco di parole “collo-colli”, un lungo collo di giraffa che svetta da una montagna di scatoloni di acciaio. La giraffa guarda lontano, è come un faro, vede tutto. Ma i miei animali non sono simboli, semmai segni. Preferisco l’aspetto semantico a quello simbolico. Le scritte? Sono dissociative, confondono, tendono a scombinare. Amo l’idea della scomparsa. In fondo è come dichiarare una cosa e smentirla subito dopo o in quel preciso istante. Se usi una scritta che non accompagna, bensì contraddice, crei una situazione in cui, in un attimo, dichiari e smentisci. L’arte è anche equivoco, soprattutto equivoco: è molto più interessante l’equivoco dell’oggettività. E’ un po’ come le bugie che raccontavano quando, da piccolo, mi appoggiavo sulla sponda del biliardo e guardavo i grandi giocare a boccette. In quei momenti inventavano delle storie esagerate, incredibili, prodezze sessuali mai avvenute…La menzogna è più interessante della realtà. La bellezza è questa, l’arte è questa.

 

“Lucia”, 2013. Olio e tempera su carta

 

Quali sono i leitmotiv del tuo immaginario ispirativo?               

Il mio leitmotiv ispirativo è la vita, la vita di tutti i giorni dove si mescolano la cosiddetta cultura alta con la cultura popolare, alla quale sono ancora molto legato. Bisogna vivere in mezzo alla gente, finchè avrà qualcosa da raccontare. Giorni fa ho presentato la mostra di un mio amico alla Biblioteca Angelica e mi è tornato in mente un episodio: mentre eravamo a cena insieme, lo scorso Agosto, è scoppiato un forte temporale e in quell’ istante è affiorato il progetto della mostra. Ecco, l’avversità: anche questo è un momento fondante del mio lavoro. L’arte è avversità. Perché avversità significa discontinuità: tutte le avanguardie hanno lavorato sul tema dell’avversità, cioè la discontinuità rispetto a quel che c’era prima. La natura è tutta fatta di avversità. Se entri in un bosco, ad esempio, la tensione che provi è la stessa che ti dovrebbe dare l’arte.

 

“La testa francese”, 2009. Olio su tela

 

In un’ epoca in cui predominano i crossover artistici, c’è ancora spazio per la pittura tout court?

Certo, assolutamente, c’è un grande spazio. Io sono molto attratto da tutto quello che è lontano dai miei linguaggi. Tuttavia, trovo che la maggior parte di queste operazioni abbiano carattere commerciale, siano perlopiù marketing. Amo la sobrietà, credo nella sobrietà. Il disegno, sei ci pensi, è l’arte più elementare però ha più forza di tutte. Ti dà la temperatura dell’artista: quando disegni è come quando fai l’elettrocardiogramma…

Vivi tra Jesi e Roma. A livello di suggestioni, trovi più stimolante la provincia o la metropoli?

Roma è Roma, è sempre bella. Ma può essere addirittura meno stimolante della provincia. Perché in provincia ci sono ancora delle situazioni, delle storie vere. E’ tutto piuttosto concentrato e anche l’assenza di suggestioni, comunque, può essere uno stimolo. Roma è affascinante quando la vivi con distrazione, non da turista. Bellezza a parte mi colpisce per l’umanità delle persone, un’umanità che in provincia trovo sempre meno. Nella Roma dei quartieri, come a Prati o al Rione Monti, invece c’è ancora. Oggi il modello è Milano, ma il modello di Milano è Londra, è New York, e con l’Italia non c’entra nulla. Se tu vai a Roma, in via del Governo Vecchio, accanto alla boutique di lusso trovi l’officina della moto Guzzi.  E questa commistione, secondo me, è indice di grande cultura.

 

Roma, via di Panico

 

Anche nelle nostre città di provincia, un tempo, trovavi di tutto e tutto affiancato, ma è un aspetto ormai completamente inesistente. Jesi, ad esempio, a mio parere non ha più una sua identità specifica. Dagli anni ’80 si sono ispirati un po’ tutti a Milano…Ma Milano devi viverla, non puoi “replicarla” in provincia. Le radici sono importantissime. Diciamo che i luoghi più ricchi di umanità sono quelli in cui l’arcaico si mescola al contemporaneo: è qualcosa che mi affascina profondamente. Anni fa, in provincia, era molto forte il rapporto tra città e natura, tra un sapere cittadino e un sapere del bosco. Oggi non abbiamo più un rapporto col paesaggio, ma con la memoria del paesaggio. Il paesaggio lo vediamo al cinema, in TV. Andiamo nel bosco, ma non abbiamo l’idea del bosco. “Bosco” significa anche fantasmi, gnomi, tutto il retaggio di una certa mitologia nordica. Il bosco era un posto dove si celavano grandi pericoli e grandi gioie, ai miei tempi ci si andava a fare l’amore.

 

Jesi, Palazzo Ripanti

 

Per Carlo Cecchi, in che direzione sta andando l’arte e la sua arte in particolare?

La mia, non lo so. In che direzione va l’arte? Posso dirti che nell’arte attualmente predominano due binari, ma non so dove portano: da una parte c’è la cosiddetta arte sociale, focalizzata in maniera molto didascalica su ciò che accade. Per esempio, sul tema dei migranti. Altre operazioni hanno un carattere estetico tout court; in questo mondo, d’altronde, tutto diventa estetico. In TV, anche il delitto più efferato viene seguito in un nanosecondo dalla partita di calcio, e molto spesso la gente si emoziona di più per la partita di calcio. Il gioco vale più della tragedia. Da un lato, quindi, c’è l’arte sociale, dall’ altra la decorazione. Molti giovani artisti fanno decorazione: cose che piacciono, che devono piacere, accattivanti. L’arte, però, secondo me non deve “piacere”, bensì “dispiacere”. Che non significa addolorarti, ma creare dis-piacere. Qualcosa di diverso, cioè, dal piacere.

 

“A tre quarti di latte”, 2015. Olio su tela

 

 

Foto di Palazzo Ripanti by Parsifall [CC BY-SA 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)], from Wikimedia Commons