Glitter People

 

” Onore a chi è un po’ folle, a chi ama osare, a chi ama sognare.”

 Mia Dolan (Emma Stone) in ‘La La Land’

Photo via Flickr by BagoGames, La La Land Review/TiFF 2016 – CC BY 2.0

 

“Miss Peregrine – La casa per ragazzi speciali” di Tim Burton, film must see del Natale

” Oggi chi ha una particolarità tende ad essere considerato negativamente, mentre in realtà è ciò che ci rende unici.”, ha detto a Rolling Stone Tim Burton, parlando del suo nuovo film. Girato tra la Florida, il Belgio e il Regno Unito, Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali è appena uscito nelle sale e si accinge a diventare uno dei must see della programmazione natalizia: non mancano gli accenti fantasy, abbonda la visionarietà e il tipico tocco dark di Burton (anche se lui confuterebbe il termine) è immancabile in questa pellicola che vede protagonisti Eva Green e dei teen dai poteri eccezionali. Ispirandosi al bestseller La casa per bambini speciali di Miss Peregrine (2011) di Ransom Riggs, il regista imbastisce una trama intrisa di magia. Tutto ha inizio quando Jake, colpito dai racconti del nonno su una casa abitata da giovanissimi dotati di abilità particolari, si imbatte in alcune foto che li immortalano. Alla morte del nonno decide di raggiungerli e approda nel Galles, dove li rintraccia in un’ isoletta sperduta. Insieme ai ragazzi, nella grande villa in cui vivono al riparo dal mondo, c’è una governante che gareggia con loro in quanto a eccentricità: è Miss Peregrine, donna affascinante e misteriosa. Suo compito è proteggere le “diversità” da una realtà che non le comprenderebbe, ma anche tener lontani i mostri che braccano il gruppo (e che forse, metaforicamente parlando, con quella realtà sono un tutt’uno). Jake si trova, dunque, improvvisamente immerso in un luogo onirico, circondato da bambini che eccellono per singolarità individuali: una di loro ha la bocca sulla nuca, un altro crea vortici con un soffio, un altro ancora ha la facoltà di animare gli oggetti. “Giacchè le nostre abilità non si adeguano al mondo esterno, viviamo in luoghi come questo. Dove nessuno può trovarci”, dice Miss Peregrine a Jake, a cui da quel momento spetta il ruolo di salvagualdare i teen dai pericoli e dalle minacce. Per lui sarà un’ esperienza incredibile,  che muterà tutte le sue coordinate interiori. Nel film, oltre ad Eva Green – al suo bis con Tim Burton – spiccano star della recitazione made in Britain come Judi Dench, Terence Stamp e Rupert Everett, l’ indimenticato dandy di tanti celebri film. Ma è la Green il corrispettivo al femminile di quanto ha rappresentato, per Burton, Johnny Depp: la sintonia instaurata con Dark Shadows è tutt’altro che svanita, e il “visionario” del cinema si è dichiarato entusiasta della sua aria da diva d’antan. Una allure che senza dubbio accentua l’ enigmaticità di Miss Peregrine, magnetica e – a sua volta – non priva di superpoteri. L’ incarnazione di una consapevolezza acquisita che veglia su quel mix di adolescenziale bisogno di accettazione e affermazione della propria diversità che pervade tutto il film.

“Franca: chaos and creation”: a Venezia il docufilm che racconta il direttore di Vogue Italia

E’ la “Signora della Moda” per eccellenza: Franca Sozzani, dal 1988 al timone di VOGUE Italia,  ricopre anche i prestigiosi incarichi di direttore di L’ Uomo Vogue e direttore editoriale della Casa Editrice Condé Nast. Ma al di là delle vette professionali raggiunte (che la vedono, inoltre, alla guida di tutte le testate italiane “griffate” VOGUE), il suo ruolo di influencer si è affermato grazie ad un intuito sopraffino, al coinvolgimento in importanti topic sociali, ad una straordinaria  visionarietà. La rimessa in discussione dei canoni di bellezza, la lotta contro i disturbi alimentari, i celeberrimi Plastic Surgery e Black Issue hanno rivelato le doti pioneristiche ed il talento sovversivo di colei che ha saputo imporsi, a titolo definitivo, come la figura più iconica ed autorevole del fashion system. A “raccontarla”, oggi, è un docufilm d’eccezione: diretto dal figlio Francesco Carrozzini, in 78 minuti delinea un ritratto di Franca Sozzani accurato e disinvolto al tempo stesso. Frammenti di girato, superotto che immortalano squarci della sua infanzia e adolescenza, il tributo delle celebrities intervistate – tra cui appaiono Karl Lagerfeld, Baz Luhrmann, Naomi Campbell, Courtney Love e Bruce Weber solo per citarne alcune – compongono i tasselli di un puzzle che descrive a tutto tondo il direttore di VOGUE Italia. Nella pellicola, che sarà presentata in anteprima stasera, alla Mostra del Cinema di Venezia,  il fotografo e regista Francesco Carrozzini traccia un excursus che, oltre a rivelare Franca Sozzani come business woman e donna,  si addentra nella relazione madre-figlio evidenziandone la quintessenza. Il “Sozzani-pensiero” appare in tutto il suo fulgore: volitiva e votata al controllo, ma non per questo priva di una leggerezza che sdrammatizza la vita con rinfrescante ironia, Franca crede fermamente nella potenza dei sogni e attende un Principe Azzurro non ancora pervenuto. Anche se – con ogni probabilità – al suo arrivo sarà già proiettata verso nuove idee e nuovi lidi, incontro a quel futuro che persegue costantemente, capace di stravolgere, con la sua ingegnosità creativa, persino il fluir del tempo. Sempre intenta a creare, a scoprire, a lanciare, in perenne movimento: se come diceva Nietzsche “Bisogna avere un caos dentro di sè, per generare una stella danzante”, non poteva esistere titolo migliore (Franca. Chaos and creation) per descriverla in un docufilm che rappresenta, simultaneamente, un omaggio e un lascito. La dichiarazione d’amore da parte di un figlio che ha voluto regalare a sua madre il dono più bello: una testimonianza che celebra l’ audacia, l’ estro, la marcia in più di una “Signora della Moda” davvero speciale.

Photo by Studio NYC (Opera propria) [CC BY-SA 4.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)], attraverso Wikimedia Commons

Un ricordo di Virna Lisi

 

“E’ un po’ come se fossi nata con la macchina da presa addosso. Più me l’ accostano alla faccia, più me la mettono vicina, più io mi sento protetta, sicura, fiduciosa, fin dal giorno del debutto, quando avevo solo quattordici anni e mezzo. E ancora oggi so che la macchina da presa mi ama, e dunque mi protegge. ” Quando lessi queste sue parole, pronunciate durante un’ intervista, mi colpirono molto: Virna Lisi, al secolo Pieralisi, sembrava nata per il cinema. Osservandone i lineamenti perfetti, uniti a una potente fotogenia e a un’ espressività innata, pensavi che il destino di attrice fosse impresso nel suo DNA, una predisposizione genetica. Biondissima, occhi incredibilmente azzurri, a quanti la etichettavano come “algida” replicava con un temperamento che non ha mai perso la verve ironica, pur mantenendo intatta l’ allure sofisticata che sempre la contraddistinse: un misto di buon gusto e di riservatezza. Marchigiana, Virna era nata 78 anni fa ad Ancona e aveva vissuto a lungo a Jesi prima che suo padre – un commerciante di piastrelle – si trasferisse a Roma. E’ nella capitale che prese il via la sua sfolgorante carriera: scoperta da Giacomo Rondinella, era a malapena una teen quando il produttore Antonio Ferrigno la mise sotto contratto. Il resto è noto, e come una favola contemporanea si snoda tra il cinema strappalacrime in cui esordì ai primi film d’autore, passando per lo slogan tormentone “Con quella bocca può dire ciò che vuole” dello spot Chlorodent che le regalò una popolarità immensa. Poi il matrimonio con l’architetto romano Franco Pesci, la voglia di una stabilità borghese interrotta dal richiamo inarrestabile dell’ Arte, la parentesi hollywoodiana e la gloria internazionale accanto a star del calibro di Jack Lemmon, Frank Sinatra e Tony Curtis, il suo “no” a Barbarella (“non avevo voglia di mettermi le ali d’argento, la tutina e la parrucca”) e il ritorno in Italia. Mai un capriccio Virna, mai sopra le righe, mai un pizzico di alterigia da star ormai arrivata: “‘Diva’ è “una parola che solo a sentirla mi dà l’allergia”, disse. “Spenti i riflettori, finito il mio lavoro, io sono sempre ritornata alla mia vita normale, alla mia famiglia” aggiunse, rivelando di detestare la mondanità, il presenzialismo, le feste. Eppure, di glamour e di una bellezza straordinariamente luminosa non era certo priva. Così come non le sono mai mancate quell’ eccezionale forza interiore, quella saggezza, quella spiccata personalità che esternò in svariati episodi della sua carriera, non esitando ad “imbruttirsi” o ad apparire invecchiata in film come Al di là del bene e del male (1977) della Cavani, La cicala (1980) di Lattuada e La regina Margot (1994) di Patrice Chéreau, che le valsero prestigiosi premi. E se a partire dagli anni ’80 dirottò la maggior parte delle sue apparizioni in TV dividendosi tra miniserie, telefilm e sceneggiati, nel decennio successivo – intervallando cinema e piccolo schermo – si dedicò al genere della fiction senza snobismi: “La fiction non è di serie B rispetto al cinema, è sbagliato pensarlo. Anzi, c’è molto cinema brutto che è assai peggio delle fiction televisive.”, dichiarò. Talentuosa, versatile, la voglia continua di mettersi in gioco, l’ immenso amore per il cinema e al tempo stesso per la famiglia e per suo marito Franco (mancato un anno fa), i piedi ben piantati a terra piuttosto che sul piedistallo che il suo status di grande attrice internazionale le offriva, Virna Lisi brillava di una luce propria del tutto particolare e intensa. Sei Nastri d’Argento, due David di Donatello, un Prix d’ Intérpretation Féminine e due premi alla Carriera non hanno affievolito la sua reticenza nel lasciarsi intrappolare dagli ingranaggi dello star system. La classe discreta, la formidabile capacità interpretativa, un understatement fatto di elegante semplicità hanno rappresentato le coordinate del suo fascino iconico. Virna voglio ricordarla cosi, certa che rimarrà indelebilmente impressa nell’ immaginario collettivo grazie alla sua unicità. E attendo di ammirarla ancora, nel 2015, in Latin Lover di Cristina Comencini: la sua ultima prova per il grande schermo.

Saint Laurent, un couturier da Oscar

 

Saint Laurent, il film di Bertrand Bonello che ha portato sul grande schermo la vita del leggendario couturier, rappresenterà la Francia nella corsa all’ Oscar per il Miglior Film Straniero. Il biopic, un lungometraggio di 150 minuti, ricostruisce attraverso continui flashback e molteplici piani temporali il periodo più prolifico e febbrilmente creativo della vita del designer, quel decennio compreso tra il 1967 e il 1976 che coincide con svolte epocali di portata decisiva per il mondo della moda. A interpretare Yves Saint Laurent l’ attore francese Gaspard Ulliel, che si alternerà ad un sempre affascinante Helmut Berger nei panni del couturier in età matura. Già candidato alla Palma d’Oro di Cannes, il film si avvale di un cast di prestigio che annovera nomi del calibro di Léa Seydoux, Louis Garrel, Valeria Bruni Tedeschi e Jasmine Trinca, ed è già in distribuzione nelle sale francesi. Definito “patinato”, “estetizzante” ma non agiografico, Saint Laurent esce a breve distanza da un recente biopic dedicato allo stilista, Yves Saint Laurent di Jalil Lespert. E se quest’ ultimo ha ricevuto l’ approvazione ufficiale di Pierre Bergé, il film di Bonello conta su un ritmo serrato dal gusto pop intramezzato da improvvise suggestioni oniriche, simil-psichedeliche, che riflettono la fervida personalità dello stilista accompagnandosi ad una colonna sonora perfettamente adeguata.  Ora non rimane che attendere il 15 gennaio, data in cui verranno annunciati i cinque film candidati all’ Oscar; dal canto suo, dopo la vittoria ottenuta nel 2014 con La grande bellezza, l’ Italia rincorre l’ ambita statuetta  candidando Il capitale umano di Paolo Virzì. Sarà bis? Non si può che concludere con un “Chi vivrà, vedrà”.