“Andrà tutto bene”: il flash mob di VALIUM

 

In questi giorni, l’ Italia che “resta a casa” si fa protagonista di un nuovo fenomeno: il flash mob. Viene annunciato tramite i messaggi di WhatsApp o sui social, innescando un passaparola interminabile. Ci si dà appuntamento per un dato giorno, ad una data ora, con l’ intento di ritrovarsi tutti affacciati alla finestra o sul balcone. Lo scopo? Superare l’isolamento, farsi coraggio, sentirsi uniti nella lotta contro il COVID-19. Prende vita, quindi, un’ autentica performance collettiva. Si canta la stessa canzone, si accendono candele, si “spara” l’inno di Mameli a tutto volume, o magari si esplode in un fragoroso applauso rivolto a chi ogni giorno è in prima linea per sconfiggere il virus. Tra gli elementi ricorrenti del flash mob, ne spicca uno: un grande lenzuolo bianco su cui campeggiano un disegno dell’ arcobaleno e la scritta “Andrà tutto bene”. Perchè non poteva essere che l’iride, lo spettacolare arco che spunta dopo la tempesta, a simboleggiare la situazione attuale. I suoi colori incantevoli, la sua perenne meraviglia, sono un invito alla speranza  corroborato da uno slogan che è un concentrato di ottimismo e positività. E se è innegabile che il Coronavirus sia una tragedia di portata mondiale, nel nostro piccolo possiamo unire le forze per instaurare una vigorosa sinergia sia tra di noi che con chi combatte quotidianamente contro il “nemico invisibile”. Oggi anche VALIUM lancia un flash mob: questa parata di arcobaleni vuol essere un tributo a tutti coloro che, incentivando una nuova solidarietà, non smettono mai di credere che “andrà tutto bene”.

 

 

 

“Io resto a casa”…e cresco: una guida in 5 punti

 

“Io resto a casa”: questo lo slogan della campagna lanciata in Italia per fronteggiare l’emergenza Coronavirus. Con il decreto del 9 Marzo firmato dal Presidente del Consiglio dei Ministri (DPCM), l’ intera nazione è diventata “zona rossa” e sono state applicate misure restrittive che, tra l’altro, limitano al minimo gli spostamenti. Uscire di casa è permesso solo per motivi strettamente necessari; l’ obiettivo è far sì che gli italiani non si muovano dal proprio domicilio in modo da contrastare la diffusione del virus. Le disposizioni saranno in vigore fino al 3 Aprile, poi si vedrà. Cosa possiamo fare, intanto, per affrontare una quotidianità tanto diversa da quella che eravamo abituati a vivere finora? Quali occasioni può offrirci, questo periodo, per sviluppare una nuova coscienza, una nuova consapevolezza? Come possiamo tramutare una pausa forzata in un’ opportunità per guardare la vita sotto un’altra ottica? Ecco 5 spunti ad hoc.

 

 

1. VIAGGIARE, Sì’…MA DENTRO NOI STESSI. Abbiamo molto più tempo libero a disposizione, i ritmi sono rallentati. Centelliniamo le uscite e lavoriamo (chi può) con lo smart working. L’occasione è propizia per avventurarci in un bel viaggio all’ interno di noi stessi: ci permetterà di riflettere su chi siamo, come affrontiamo la vita e gli imprevisti. Tutti dati che apprendiamo soprattutto durante le emergenze. A differenza dei nostri antenati, messi di fronte alla guerra e ad epidemie come l’asiatica o la spagnola, la maggior parte di noi non ha avuto molte opportunità di testare la propria tempra, di conoscersi davvero. Questo è il momento giusto per farlo.

 

 

2. ADATTARSI CON CREATIVITA’. “Il fattore più importante nella sopravvivenza non è né l’intelligenza né la forza, ma l’adattabilità.”, ha detto Darwin. L’ isolamento sociale è una situazione alla quale, per quanto dura sia, dobbiamo adattarci per il bene di noi stessi e degli altri. Ma non per questo ci è dato di farlo passivamente, tramutando lo stare a casa in pura inedia: “adattabilità”, in tal caso, significa adeguare la temporanea clausura ai propri gusti e alla propria personalità. Adorate l’ happy hour? Organizzatevi una pausa aperitivo in casa, sbizzarrendovi con la preparazione di stuzzichini inediti. Vi manca la palestra? Richiedete al vostro istruttore un training personalizzato da svolgere a domicilio. Amate il cinema? Scaricate i vostri film preferiti e sprofondatevi sul divano per guardarli con tanto di bibite e popcorn. In breve: seguite i vostri hobby, inventatevi nuove passioni o approfondite a tutto campo quelle che già avete. Al termine dell’ isolamento, garantito, ripartirete con più entusiasmo e ricchi di conoscenze.

 

 

3. L’ IMPORTANZA DEL “CARPE DIEM”. E’ il momento di riscoprire il valore della locuzione di latiniana memoria. “Carpe diem”, diceva Orazio, “quam minimum credula postero”, ovvero: “Afferra il giorno, confidando il meno possibile nel domani”. Molti di noi la traducono con “cogli l’attimo” e ne fanno il loro motto, almeno a parole. In realtà, l’ abitudine di fare programmi a lungo termine, di procrastinare tutto il possibile, di pianificare la vita da qui a un anno, sono la norma per un buon numero di persone. Ma – come dimostra il virus – esistono eventi che, ahimè, sfuggono al nostro controllo. E’ fondamentale, quindi, assaporare l’attimo e valorizzare con la massima intensità il “qui e ora”. Questo comporta anche l’essere grati di ciò che abbiamo, grati all’ esistenza e a tutti i suoi doni. Oggi ci sono, domani chissà: i buddhisti la chiamano “impermanenza”, un concetto che sottolinea la transitorietà delle cose e dei fenomeni.

 

 

4. MAI PIU’ “CONTROL FREAK”. I “maniaci del controllo” (questa la traduzione della locuzione inglese), nei momenti di emergenza, hanno la vita dura. Dobbiamo accettare di non essere onnipotenti, di non poter governare a 360° la nostra quotidianità, prendere coscienza che i problemi non riguardano solo “gli altri” ma possono coinvolgerci in prima persona. L’ imprevisto va affrontato con umiltà e come una grande opportunità per imparare: all’ insegna del rispetto del prossimo e di tutto quel che ci circonda, oltre che di noi stessi. E’ un’ occasione preziosa, insomma, per acquisire una nuova consapevolezza e un nuovo modo di rapportarsi all’ esistenza.

 

 

5.  RISCOPRIRE LA VICINANZA…A DISTANZA. Le emergenze hanno la caratteristica, del tutto positiva, di avvicinare le persone. Nel caso del Coronavirus, anche a dispetto della distanza di sicurezza. L’ avete notato? Non siamo vicini fisicamente, sono vietati gli abbracci, le strette di mano e gli assembramenti, ma non per questo ognuno è rinchiuso nella sua torre d’avorio. Anzi! Mai come adesso proliferano le informazioni (attenzione alle bufale, però), le conversazioni sui social, le telefonate, la solidarietà. Video, news e foto impazzano per via telematica e tramite la messaggistica istantanea, ci si aiuta l’ un l’altro e ci si fa compagnia come si può, enfatizzando gli aspetti positivi dell’ era digitale. La videochiamata, diciamo la verità, è una splendida invenzione!

 

 

 

“To my Valentine”, il rito più romantico di San Valentino

 

La parata di vintage card che VALIUM ha pubblicato a Natale (clicca qui per rivederla), merita un sequel in occasione di San Valentino. Eh già: la tradizione tutta anglosassone delle “Valentine” annovera card magnifiche, davvero troppo belle per essere trascurate. Inviarne una all’ amato (o all’ amata) rappresenta tuttora un must del San Valentino negli USA e nel Regno Unito. Ma com’è nata questa usanza? Pare che abbia origini antichissime, addirittura risalenti alla Guerra dei Cent’Anni. Si dice che nel 1415, dopo la battaglia di Azincourt, Charles d’Orléans inviò un romanticissimo biglietto alla consorte mentre era prigioniero nella Torre di Londra. Oggi, quella cartolina viene considerata il prototipo delle Valentine ed è stata addirittura esposta al British Museum. Il duca d’ Orléans introdusse inconsapevolmente un rito che ha attraversato i secoli con il suo alone di profonda poesia. Le cartoline di San Valentino, nel 1500, erano ormai una tradizione consolidata, ma fu durante l’ epoca vittoriana che conobbero un vero e proprio boom.

 

 

In quel periodo in Inghilterra fu introdotto il Penny Post, una spedizione al costo di un Penny per l’ invio della corrispondenza. La nuova tariffa, decisamente economica, incrementò l’ usanza degli Auguri del 14 Febbraio in modo esponenziale. La grafica delle cartoline divenne sempre più ricca: carta intagliata a effetto pizzo, fotografie ritoccate, rebus e acrostici proliferavano, alternando la tenerezza agli enigmi incentrati sul nome della persona amata. Ad essere raffigurati erano soprattutto Cupido e dolci angioletti affiancati da fiori, cuori, colombe, ghirlande floreali….tutti rispondenti a un simbolismo ben preciso. Gli angeli fungono da trait d’union con il divino, mentre il linguaggio dei fiori lancia messaggi inequivocabili. La colomba è un emblema di amore puro, impersonato anche dai bambini frequentemente riprodotti sulle card. E se la rosa rossa  rappresenta la passione, è tutto fuorchè carnale il sentimento che celebrano le cartoline. La ricorrenza di San Valentino viene associata all’ amore autentico, eterno: la freccia di Cupido punta dritta al cuore e lo fa suo per sempre.

 

 

Negli Stati Uniti le Valentine si diffusero intorno al 1800, e con l’artista Esther Howland raggiunsero l’apice dell’ estro illustrativo: le card che creava erano adornate di nastri, di merletti, non di rado anche di foglie e petali. Alla raffinatezza delle sue opere si contrapponevano elaborati esemplari che spaziavano tra il pop up e il 3D. Nei primi anni del ‘900, la Norcross si impose come azienda leader nella produzione di Valentine, un dato indicativo ai fini di rilevare quanto fosse radicata questa tradizione. Attualmente, come ben sappiamo, gli auguri di San Valentino vengono inviati soprattutto via smartphone, con le app di messaggistica. Il che mi ispira una considerazione: dovremmo ripristinare il rito delle Valentine. E’ di gran lunga più poetico, ma non solo. Oltre che le coppie, di questo “ritorno al cartaceo” potranno beneficiare i single. Che cosa c’è di più romantico, infatti, che rivelare i nostri sentimenti per iscritto – e tramite un gesto vagamente d’antan – a chi vorremmo come partner? Se siamo sulla stessa lunghezza d’onda, il prossimo San Valentino lo passeremo in coppia. Garantito!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una Valentine di Esther Howland

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Foto, dal basso verso l’alto.

N. 2 via Joe Haupt from Flickr, CC BY 2.0

N. 18 via Joe Haupt from Flickr, CC BY-SA 2.0

N.5  via Dave from Flickr, CC BY-ND 2.0

N. 17  via Peter -J – Pann from Flickr, CC BY 2.0

N. 11 via National Library of Norway [No restrictions]

N. 13 via Dave from Flickr, CC BY-ND 2.0

N. 12 via Peter-J-Pann from Flickr, CC BY 2.0

 

 

Merry Vintage Christmas

 

Natale non è Natale, senza un tocco vintage. La stessa iconografia di questa festa rimanda ad un passato divenuto mitico: il focolare acceso, Babbo Natale e la sua slitta di renne, le fiabe lette davanti al camino…quell’ atmosfera magica che tra luci, addobbi e pacchi regalo trasporta in una dimensione dove realtà e fantasia si intrecciano e le tradizioni si fondono con leggende che, in questo periodo, potrebbero persino risultare veritiere. Oggi, tra social e tecnologia padroneggiata a menadito, i bambini subiscono sempre di meno la fascinazione del Natale. Lo spirito a cui si associava un tempo, intriso di meraviglia e di stupore, però non è andato perso: lo testimoniano le cartoline di auguri d’antan ormai tramutatesi in preziosi oggetti da collezione. La prima ad uso commerciale apparve nel 1843, quando il businessman inglese Henry Cole commissionò ad un disegnatore 1000 Christmas Card da far stampare e da inviare ai propri cari.

 

 

Fu proprio durante l’età vittoriana che le cartoline natalizie conobbero un vero e proprio boom, propagatosi ulteriormente con lo sviluppo dell’ industrializzazione. All’ epoca soggetti come Babbo Natale, gli angeli, l’albero di Natale, i paesaggi innevati e soprattutto un’ infanzia felice, unita nell’ incantata attesa della vigilia, predominano, ma le illustrazioni variano anche a seconda delle tradizioni locali. Nel mondo anglossasone, dove i cardini delle festività natalizie si intersecano più marcatamente con la leggenda, prevalgono immagini e personaggi fantasiosi, come usciti da una fiaba. Ma in generale la gioia, la sorpresa e un pizzico di enigmaticità, probabilmente scaturita dal mistero che aleggia sul Natale, la fanno da padrone. Nella seconda metà dell’ Ottocento, la voga delle Christmas Card approda oltreoceano e spedire i propri auguri diventa un must al punto tale che i postini faticano a recapitare la copiosa corrispondenza. La Germania detiene allora la supremazia nella produzione di cartoline natalizie, che esporta negli States in quantità industriali. Solo nel 1915, con l’avvento sul mercato della Hallmark, le Christmas Card diventano una realtà in tutto e per tutto Made in USA.

 

 

Oltre un secolo dopo, il panorama degli auguri natalizi è completamente cambiato. L’ era di Internet e delle comunicazioni via e-mail o messaggistica, tuttavia, non ha relegato nel dimenticatoio le cartoline: saranno antichi reperti, testimonianze di un’ epoca ormai lontana, però non cesseranno mai di affascinare. Perchè possiedono lo straordinario atout di rappresentare la quintessenza del Natale, ovvero quel mood, quello stato d’animo che poco ha a che fare con la tecnologia ma molto, moltissimo, con la fiaba.

 

 

 

Cartoline, dall’ alto verso il basso: eccetto le nn. 3, 7, 8, 9, 11, 14, 16, 18, 22, tutte via Dave from Flickr, CC BY-ND 2.0

Cartolina n. 17 via Rawpixel from Flickr, CC BY 2.0

 

Elan Cafe: un tripudio di rose per il bar più stylish di Londra

 

“Io, tu e le rose”, parafrasando il titolo di una nota hit di Orietta Berti: pensare a Elan Cafe e alle rose, infatti, è un tutt’uno. Perchè in questo locale di Londra le rose sono un “trademark” declinato in ogni nuance della loro tonalità più romantica. Quale? Il rosa, naturalmente, che nel linguaggio del fiore omonimo simboleggia l’affetto. La scenografia che Elan Cafe offre allo sguardo del suo visitatore è di un impatto visivo tale da risultare mozzafiato. Miriadi di rose campeggiano tra gli arredi di design, uno stile ultrachic a metà tra il vintage e il moderno. Cromie pastello prevalgono: il rosa baby, il lilla, l’ azzurro polvere si alternano al color perla ed evidenziano l’ angolo clou del locale, una parete completamente rivestita di rose. Non c’è da stupirsi che Elan Cafe e il suo #wall siano instagrammatissimi. Quando Alexandra Miller lo fondò nel 2017, d’altronde, ad ispirarla fu proprio l’ assenza sul mercato di un bar che sembrasse creato apposta per essere ammirato sui social media. E i fatti le hanno dato ragione. Oggi, Elan Cafe viene considerato un locale top di Londra, un must assoluto per la degustazione del caffè e non solo: il suo menu, di ispirazione mediterranea, è appetitoso e raffinato quanto i suoi interni, orientato rigorosamente alla qualità. Contemporaneità e eleganza sono i leitmotiv di questa meta imperdibile per i londinesi oltre che per migliaia di avventori internazionali.Non è un caso che, in appena un anno, Elan Cafe si sia dislocato in quattro diversi indirizzi di Londra e che una prossima apertura sia prevista per Dicembre a Knightsbrige. Se avete in programma un viaggio in loco, non perdetevi il suo décor natalizio: un abete e ghirlande composti interamente di rose donano un ulteriore tocco stylish ad un locale che, come dicono gli inglesi, “is making its mark”. Eh già, a Londra Elan Cafe sta decisamente lasciando il segno!

DOVE:

48 Park Lane W1K
239 Brompton Road SW3
9 Market Place, Oxford Circus W1W 8AQ
4th Floor, Selfridges London

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A grandi passi verso Ferragosto

 

Ferragosto è nell’ aria: inizia la settimana più “bollente” dell’ anno, l’ Estate raggiunge il suo apice. Mare, sole e spensieratezza rappresentano gli elementi chiave – o emblematici – di un periodo che inneggia a un break dal quotidiano. Che siate in vacanza o meno, non importa. Quel che conta è assaporare l’ atmosfera oziosa di queste giornate, abbracciare ritmi più rilassati, valorizzare ogni istante di evasione che ci viene offerto. Non è un caso che, per molti, l’Estate coincida con un giro di boa. Forse è proprio questo il momento più adatto per formulare i buoni propositi per il nuovo anno: sotto un sole cocente e  con il desiderio di affrontare l’ Autunno con rinnovata grinta, anzichè nella rutilante baraonda di Capodanno.

 

Banana Moon Beachwear

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Clandestino Susci Bar, un angolo di incanto affacciato sul mare

 

Una baia tra gli scogli, ginestre che tempestano di giallo le pendici del promontorio,  mare turchese senza confini. E al centro di questo paradiso, una palafitta affacciata sull’ orizzonte acquoso di cui riproduce il colore: è il Clandestino Susci Bar, locale-icona della Riviera del Conero e del Parco Naturale che porta lo stesso nome. Arrivate a Portonovo e, mentre percorrete il sentiero per raggiungerlo, vi addentrate in full immersion nella rigogliosa macchia mediterranea. Sentori di ginepro e di corbezzolo, un fico “segnaletico”, il mare che vi si apre di fronte evocando esotici scenari…Tutto contribuisce a regalarvi, strada facendo, un’ inebriante esperienza sensoriale.  Al Clandestino Susci Bar vi attendono menu del tutto inediti e una visuale mozzafiato dell’ Adriatico su cui vi sembrerà di galleggiare: merito delle immense vetrate che valorizzano adeguatamente questo locale “pieds dans l’eau”. Ma a dispetto del nome, non aspettatevi solo susci (con la “sc” al posto dell’ “h” per indicare la sua rivisitazione in chiave creativa). Moreno Cedroni, chef 2 stelle Michelin e un prestigioso CV che annovera premi, pubblicazioni e il ruolo di Ambassador all’ Expo 2015, è pronto a stupirvi con creazioni gourmet ispirate a concept ogni anno diversi. Ma prima di esplorare il menu 2018 e il suo tema, scopriamo qualcosa in più su questo locale che è ormai un must per chi ama evadere in uno scenario incantevole esaltato dai colori del cielo e del mare: è Moreno Cedroni in persona a “raccontarci” il Clandestino e la sua storia.

 

 

Quando è nato il Clandestino, e perchè il suo nome?

Il Clandestino nasce nel luglio del 2000 da un incontro amicale tra me e Maurizio Fiorini, patron dell’Hotel Emilia e appassionato di musica. La canzone di Manu Chao ne ispirò il nome.

Esiste un target di clientela predominante?

Il target di clientela predominante è piuttosto giovane ed informale, il luogo ispira libertà e contatto con una natura incontaminata. Il Clandestino, poi, nel corso degli anni è diventato un locale alla moda e di conseguenza richiama anche curiosi che vengono attirati dalle voci e poi ne rimangono affascinati.

Quali sono le caratteristiche del vostro menu “Primavera/Estate”?

Intanto, una premessa. Ogni anno il Clandestino ha un nuovo menu, una nuova collezione, un nuovo argomento di ispirazione che avvicina il pensiero del sushi – diventato Susci –  ad un pensiero più’ concettuale. Si partì dal Susci a colori, poi ci furono quello figlio dei fiori, quello favoloso, quello letterario e così via fino ai giorni nostri, dove i Vichinghi con i loro ingredienti e le loro tecniche hanno determinato gli ingredienti dei piatti. Questo per quanto riguarda il menu degustazione;  nel menu alla carta, invece, ci sono piatti d’apertura come la polentina con frutti di mare cotti e crudi o la capasanta bruciacchiata, e poi i piatti migliori di ogni stagione.

 

Moreno Cedroni

Qual è, a suo parere, il principale punto di forza del locale, quello che lo rende unico nel suo genere?

Il principale punto di forza è sicuramente la natura incontaminata e protetta del Parco del Conero, i colori che entrano nell’anima, e poi una cucina trasversale alle offerte della baia e comunque nuova, che ogni anno si rimette in discussione con nuovi sapori.

 

 

Il menu degustazione 2018 del Clandestino, “Vichinghi”, è un’ autentica delizia per gli appassionati di mitologia norrena (ma non solo):  le portate hanno nomi come Njord (una rivisitazione alle alghe della bevanda alcolica firmata dallo chef, il Cedronic), Sigurd (Sigfrido, l’ eroe epico a cui è dedicato un piatto a base di carne cruda, susine al Miso fermentate, erba ostrica e polvere di cappero),  Bùri (nonno di Odino e capostipite degli Asi che ha ispirato un goloso mix di sgombro salato, spuma di friggitelli e acqua di cavolo viola),  Thor (la divinità scandinava viene omaggiata con un sontuoso King Crab con pesto di alghe e pastinaca fermentata), Gullveig (alla strega che portò la discordia tra gli Asi è intitolata una frittatina con sarde affumicate, acetosella e olio al dragoncello), Frigg/Freyia (stoccafisso norvegese e baccalà, amatissimi dai Vichinghi, esaltano i propri sapori abbinandosi a una piedina al farro, cipolla agrodolce e acetosella per celebrare la consorte di Odino). Per chiudere in bellezza, un dessert a dir poco iconico: ribattezzato Odhinn (Odino), combina l’ idromele di antica tradizione nordica con gelato al miele e nocciole. Valkyria si avvale, invece, di un ensemble di olivello spinoso, porridge con tapioca e gelato allo skyr inneggiante al folclore e alla simbologia vichinga.

 

Bùri, dal menu 2018 “Vichinghi”

 

Per saperne di più sul Clandestino Susci Bar: 

http://www.morenocedroni.it/clandestino/il-locale/

 

Foto del Clandestino Susci Bar © Francesco Scipioni