Il close-up della settimana

 

Le illazioni sulle sue condizioni di salute si erano scatenate a partire da quando, alla Paris Haute Couture Week dello scorso Gennaio, non si era presentato per il saluto al pubblico al termine della sfilata di Chanel. Un comunicato diffuso dalla Maison attribuiva la sua assenza alla stanchezza, ma in molti hanno messo in dubbio questa spiegazione: l’ inesauribile energia di Karl Lagerfeld, la tempra teutonica che non aveva mai mancato di sfoggiare, erano pressochè proverbiali. E i rumours sono subito esplosi. Poi, il silenzio. Su Karl Lagerfeld più nessuna notizia fino alla mattina del 19 Febbraio, quando i media ne hanno annunciato la scomparsa: uno shock collettivo. Il designer tedesco si è spento all’ Ospedale Americano di Parigi a causa di un male incurabile.  Una morte, la sua, che lascia un vuoto immenso. Anche perchè il “Kaiser della Moda” era una figura già entrata nel mito, una leggenda vivente. Sembrava trascendere ogni coordinata associata all’età, all’ appartenenza ad un luogo e ad un’ epoca ben precisa: tutto, in lui, era iconicità pura. A cominciare dal look – inconfondibile ed immutabile nel tempo, un perenne total black rinvigorito da dettagli biker – per proseguire con il suo genio visionario, era come se fosse incluso tra gli “immortali” per diritto divino. Karl Lagerfeld vide la luce ad Amburgo in una data imprecisata, anche se dichiarò sempre di essere nato nel 1935. Figlio unico di una famiglia facoltosa, raccontava di aver passato l’ infanzia a disegnare e a leggere anzichè a giocare con gli altri bambini. Nel 1953, quando si trasferì a Parigi con la madre, la moda rientrava già tra le sue passioni. Dopo aver vinto il prestigioso Woolmark Prize, nel 1955 entrò nello staff di Pierre Balmain, dove rimase per tre anni prima di passare alla Maison Patou. Qui trascorse un quinquennio disegnando Haute Couture, poi si concesse un periodo sabbatico decidendo, infine, di tornare a Parigi e di aprire una piccola boutique.  All’ epoca iniziò a consultare Madame Zereakian, la veggente armena che annoverava Christian Dior tra i suoi clienti abituali: come riferì in seguito, gli fu predetto un gran “successo nella moda e nei profumi”. Nel 1965, la carriera di Karl Lagerfeld subì una decisa impennata. Fu allora che prese il timone di Chloé, con cui instaurò una collaborazione ventennale, e nello stesso anno approdò a Roma dove ottenne l’ incarico di direttore creativo presso la casa di moda delle sorelle Fendi, un ruolo (dal 1992 condiviso con Silvia Venturini Fendi) che ricoprì per il resto della sua vita. Instancabile, immaginifico, poliedrico, fu il primo free-lance della moda e commentò, con la consueta arguzia: ” Amo considerarmi un free-lance. Questa parola è l’unione di “free”, libero, come ho sempre voluto essere, e “lance”, che ricorda la parola francese “lancé”, com’era definita un tempo un’ ambita cortigiana. Io mi sento così, libero e mercenario”. Risale al 1983 – dieci anni dopo dalla morte di Mademoiselle Coco – la sua nomina alla direzione di creativa di Chanel, una carica a tempo indeterminato (come diremmo oggi) che lo elevò all’ Olimpo del fashion system. “Chez” Chanel, Lagerfeld diede vita ad un potente connubio tra l’ heritage della Maison e la contemporaneità più pop e iconica. Associò la sua immagine a muse che scopriva e che rendeva leggendarie (qualche nome? Claudia Schiffer, Vanessa Paradis, Alice Dellal, Carla DelevingneLily-Rose Depp e Kaia Gerber), scattò personalmente gran parte delle campagne pubblicitarie e riportò il brand ai fasti originari senza stravolgerne i codici.

 

L’ immagine con cui la Maison Chanel commemora Karl Lagerfeld nel suo website e sui social

Nel 1980 il designer fondò un marchio, Lagerfeld, che 24 anni dopo intrecciò il suo nome a H&M inaugurando la fortunata serie delle co-lab tra luxury e fast fashion. “Non ho mai avuto problemi a rompere le regole perchè non ne sono mai stato vittima”, disse, ed alla grande intelligenza abbinò sempre la curiosità, la cultura, l’ autoironia, l’incredibile talento di saper parlare a un pubblico di ogni età e di ogni ceto. Il terzo millennio vide il designer iper attivo: disegnò i costumi di scena per star del calibro di Madonna e Kylie Minogue, coltivò la sua passione per la fotografia e l’architettura, nel 2010 instaurò una breve collaborazione con Hogan e fu insignito della Legion d’ Onore francese. Due anni dopo, ebbe inizio una delle liason più importanti della sua vita: quella con Choupette, la gatta birmana che “daddy” Karl rese una vera e propria star, e pare che alla dolcissima felina sia andata parte della sua eredità miliardaria. La sua eredità stilistica, invece, è appena stata raccolta dalla fashion studio director di Chanel Virginie Viard, che per 30 anni lo ha affiancato assiduamente. E’ a lei che spetterà il compito, come dichiara il Presidente della Maison Bruno Pavlovsky citando Lagerfeld, di “continuare ad abbracciare il presente e inventare il futuro”. “Preferisco essere considerato un evoluzionista che un rivoluzionario, uno a cui piace riformare le cose in modo costruttivo. I rivoluzionari puri non sono mai arrivati da nessuna parte, nemmeno nella moda”, affermò ancora il designer: e non c’è dubbio che il suo genio, la sua visione, il suo straordinario intuito, lo abbiano portato molto, molto lontano. Con quel pizzico di mistero che ha sempre avvolto la sua vita in un’ eterea allure da fiaba. Ma la moda non è, d’altronde, una fiaba stessa?

 

Foto a inizio articolo di Christopher William Adach da Flickr, CC BY-SA 2.0

 

 

Il close-up della settimana

Photo by © User:Colin / Wikimedia Commons (CC BY-SA 4.0 )

Vittoria tricolore ai British Fashion Awards 2018. Gli Oscar britannici della Moda, svoltisi il 10 dicembre scorso, hanno sancito il trionfo dell’ Italia: durante la cerimonia all’ iconica Royal Albert Hall di Londra, i top name della moda nostrana si sono aggiudicati ben quattro premi. Ad ottenere il prestigioso riconoscimento di Designer of the Year è stato Pierpaolo Piccioli di Valentino, che ha ricevuto la statuetta dalle mani di Brooke Shields. Gucci ha portato a casa il titolo di Brand of the Year, mentre Marco Bizzarri, presidente e CEO del marchio, è stato nominato – per il terzo anno di seguito – Business Leader. A Miuccia Prada è andato, invece, l’ Oustanding Achievement Award alla carriera, tributo a un’ inventiva poliedrica che coniuga da sempre moda ed arte. Standing ovation, dunque, per i quattro premiati eccellenti, che hanno saputo affermare e soprattutto ribadire il valore dello stile Made in Italy nel mondo. Tra gli altri insigniti degli ambitissimi Awards, omaggi ad una creatività e ad un’ innovazione che incidono significativamente sul fashion business mondiale, troviamo Clare Waight Keller di Givenchy (Designer of the Year per l’ abbigliamento donna), attesa sul palco da una Meghan Markle radiosa, Demna Gvisalia di Balenciaga (Accessories Designer of the Year), Virgil Abloh (premio Urban Luxe per la sua label Off-White), Kaia Gerber (Model of the Year), Kim Jones (che per il menswear Dior di cui è direttore creativo ha ricevuto il Trailblazer Award), e i fotografi di moda Mert & Marcus, che hanno ottenuto l’ Isabella Blow Award for Fashion. L’ impegno eco-friendly è valso a Vivienne Westwood lo Swarovski Award for Positive Change, il riconoscimento che la “Maison del cristallo” assegna a coloro che promuovono un cambiamento rilevante, ed orientato alla sostenibilità, per la società e per l’habitat. Vincitori britannici degli Awards sono stati invece, oltre che la stilista Clare Waight Keller, Craig Green (British Designer of the Year per l’ abbigliamento uomo) e – last but not least – Samuel Ross e Richard Quinn (rispettivamente insigniti del premio British Emerging Talent per il menswear e per il womenswear).

 

 

Il close-up della settimana

 

New steps in fashion, nuovi passi nel mondo della moda. Mai come in questo freddo Autunno – ma sotto certi aspetti “caldo”, come vedremo – si sono avvicendate tante eclatanti news relative al fashion system:  cessioni, defezioni e nuove nomine ai vertici creativi, traslochi oltreconfine per i défilé…Tutto si si sussegue a una velocità che lascia non poco spazio ai colpi di scena. Cominciamo con Versace. A fine Settembre, la Maison della Medusa è stata acquisita da Michael Kors per circa 2 miliardi di dollari. A operazione conclusa, la holding americana verrà denominata “Capri Holdings” e includerà i Versace tra i suoi azionisti. In questo nuovo polo globale del luxury (Michael Kors rilevò anche Jimmy Choo) Donatella Versace rimarrà al timone creativo ed anche il CEO Jonatan Akeroyd manterrà il suo ruolo. Capri Holdings (così chiamata in onore all’ isola, un’ iconica meta del glamour) punta ad una crescita del marchio che all’ incremento dei fatturati abbini, tra gli altri obiettivi, quello della rete retail e dell’ omnicanalità. E se John D. Idol, chairman di Michael Kors,ha definito “una pietra miliare” l’acquisto del prestigioso brand del Made in Italy, parole di entusiasmo sono state spese anche da Donatella Versace: attraverso questa transazione la griffe “potrà esprimere il suo pieno potenziale”, ha commentato la stilista. A 40 anni esatti dalla fondazione, quindi, Versace diventa stelle e strisce. Un passo, il suo, che segue le orme di altri storici marchi italiani del fashion passati nelle orbite di colossi mondiali del luxury: qualche esempio? Pucci, Bulgari e Fendi rientrano ormai nell’ universo Lvmh, mentre Gucci, Bottega Veneta, Pomellato e Brioni fanno capo a Kering. E che dire di Valentino, rilevato nel 2012 dal fondo del Qatar Mayhoola? Sono solo alcuni tra molti, discusissimi esempi. Perchè, pur negli innegabili vantaggi finanziari che questi investimenti comportano, ci si interroga sulla tutela delle eccellenze del Made in Italy e sull’assenza di grandi holding del lusso nel Bel Paese. Nel frattempo, come dicevamo, altre breaking news hanno movimentato il pianeta moda: Josep Font lascia Delpozo dopo 6 anni alla sua guida stilistica, periodo cruciale in cui ha donato un’inconfondibile impronta al marchio. Joseph nomina Susana Clayton nuovo direttore creativo, mentre nello stesso ruolo Margherita Maccapani Missoni fa il suo ingresso in M Missoni. Anche Lacoste scommette “al femminile”, affidando a Louise Trotter (appena uscita da Joseph) il timone dell’ ufficio stile. E mentre il debutto di Hedi Slimane da Celine continua a registrare lodi e critiche, Gucci approda nella Ville Lumière e incanta il pubblico de Le Palace con un défilé ispirato al teatro off italiano anni ’70 di Leo de Berardinis e Perla Peragallo.

 

Nella foto: un dettaglio della collezione PE 2019 di Delpozo, Glicinia

 

 

Il close-up della settimana

 

Ormai è’ ufficiale: sarà New York ad ospitare Métiers d’Art, la sfilata tramite cui Chanel celebra ogni anno il savoir-faire artigianale. E nella Grande Mela, la Maison non poteva che scegliere una location d’eccezione come il Metropolitan Museum of Art, prezioso scenario – grazie alle mostre organizzate dal Costume Institute – di iniziative inneggianti alla moda nelle sue più disparate espressioni. Chanel era già approdato a New York: nel 2005, il brand aveva ambientato il défilé Métiers d’Art nella sua Boutique della Fifth Avenue, mentre risalgono rispettivamente al 2007 e al 2015 le sfilate della collezione Resort alla Grand Central Station e di una replica della Métiers d’Art Paris-Salisburgo al Park Avenue Armory. In un iter che ha spaziato tra l’ America del Nord, l’ Europa e l’Asia, l’ esclusivo show della Maison della doppia C ha toccato tappe come Edimburgo, Shangai, Roma e Amburgo – solo per citarne alcune. L’ edizione 2018/19 di Métiers d’Art, in programma per il 4 Dicembre, avrà invece lo sfondo di una metropoli (New York, appunto) associata ad un’ importante svolta nella carriera di Coco Chanel. Era il 1931, infatti, quando Mademoiselle si recò negli USA sollecitata da Samuel Goldwyn, che la volle ad Hollywood per vestire le dive dei suoi film. Il progetto prevedeva una collaborazione biennale ed in anticipo di sei mesi sulle tendenze fashion parigine, affinchè non risultassero anacronistiche nel lasso di tempo che intercorreva tra le riprese e la proiezione delle pellicole. M.lle Chanel soggiornò a New York prima di proseguire per Los Angeles, alloggiando all’ Hotel Pierre dove si tennero un’ affollatissima conferenza stampa ed un party di benvenuto in suo onore. La tappa newyorchese fu mantenuta anche al ritorno, sigillando un rapporto con la Grande Mela che vide Chanel campeggiare, negli anni a venire, nei department store di lusso oltre che nelle sue leggendarie boutique. In attesa della sfilata a stelle e strisce, intanto, a Parigi fervono i preparativi per la location che ospiterà Métiers d’Art a partire dal 2020: il megaspazio (ben 25.500 metri quadri!) di Porte d’ Aubervilliers, nel XIX arrondissement, progettato dall’ archistar Rudy Ricciotti.

 

Un look della sfilata Métiers d’Art Paris-Hamburg 2017/18

 

 

Foto del MET by (la prima dall’ alto e l’ultima) byTomàs Fano via Flickr, CC BY-SA 2.0

 

Il close-up della settimana

 

Vivienne Westwood è stata una delle prime designer a farmi sognare di diventare a mia volta un designer e quando sono entrato in Burberry, sapevo che sarebbe stata l’ opportunità perfetta per chiederle di fare qualcosa insieme. E’ una ribelle, una punk e non ha rivali nella sua rappresentazione unica dello stile British, che ha ispirato così tanti di noi. Sono incredibilmente orgoglioso di quello che potremo creare insieme.” Così Riccardo Tisci sul profilo Instagram di Burberry, il marchio di cui è Direttore Creativo dal Marzo scorso. L’ annuncio della collaborazione cool dell’ anno è ormai ufficiale: la regina del Punk e il brand “British” per antonomasia daranno vita ad una capsule in uscita il prossimo Dicembre. Il focus sarà proprio sull’ heritage tipicamente britannico, un’ impronta che accomuna – seppur in maniera diversa – i due protagonisti della partnership, e ne celebrerà i capi più iconici dotandoli di un nuovo twist. Ad affiancare uno stile inglese DOC saranno creazioni Punk ispirate allo storico archivio di Vivienne Westwood, ma non verrà lasciato spazio alla nostalgia: la limited edition reinterpreterà ogni mise con vis contemporanea, riadattandola al nuovo millennio. In linea con la causa ambientalista che Dame Vivienne ha abbracciato da tempo, inoltre, parte dei proventi della capsule verrà devoluta al sostegno di Cool Earth, una ONG che si adopera contro la deforestazione del pianeta. Intanto, nella foto che accompagna la notizia dell’ imminente collaborazione, il trio Riccardo Tisci-Vivienne Westwood-Andreas Kronthaler (il marito designer della stilista) viene immortalato in bianco e nero e mostra una Westwood che, a sorpresa, accantona in toto il Punk indossando un classicissimo trench Burberry: quando si dice il potere dell’ heritage!

 

Nella foto: Vivienne Westwood insieme al marito Andreas Kronthaler a chiusura del défilé Andreas Kronthaler per Vivienne Westwood PE 2018

 

Il close-up della settimana

 

LuisaViaRoma, il tempio del luxury on line con sede a Firenze nello storico store di via Roma 19/21/r, ha appena inaugurato la sua sezione Beauty. Oltre 50 top brand nei settori della cosmetica e della profumeria ne fanno parte attualmente, ma nel corso dell’ anno si prevede un raddoppio del range. I prodotti proposti, circa 3000, spaziano a 360° tra categorie del Beauty come il make up, lo skin care, le fragranze, la cura del corpo e dei capelli, i solari, gli accessori. Non manca, inoltre, un ampio assortimento dedicato all’ uomo. Vastissima anche la scelta della tipologia di brand che la nuova sezione di LuisaViaRoma annovera: a label specializzate nella routine-viso come Dr. Barbara Sturm e Mimi Luzon si affiancano le formule eco-sostenibili di Grown Alchemist, i prodotti per capelli griffati Ouai, il make up privo di tossine di RMS Beauty, quello coloratissimo di MAC e quello “cruelty-free” di Ellis Faas, mentre inneggia alla bellezza naturale l’ australiano Grown Alchemist. Il brand fiorentino auspica di destinare al Beauty il 5% della sua piattaforma, rivolgendosi a un target di clientela variegato che non tralascia i Millennials; un bel traguardo, per un’ azienda che nel 2019 celebrerà i suoi primi 20 anni di e-commerce. Era il 1999, infatti, quando il CEO di LuisaViaRoma Andrea Panconesi lanciò lo store on line del marchio, fomentando una visione innovativa della nozione di shopping e tramutando luisaviaroma.com in un indiscusso punto di riferimento nel mercato digitale internazionale.

 

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Tomas Maier ha lasciato Bottega Veneta. La notizia è arrivata neppure un paio di giorni fa, del tutto inattesa. Maier era al timone creativo del brand da ben 17 anni, durante i quali ha svolto un ruolo decisivo nel definirne l’ estetica e l’ identità stilistica: tedesco di Pforzheim, classe 1957, il designer era stato nominato Direttore Creativo nel 2001, quando Bottega Veneta è entrato a far parte del gruppo Kering. Dopo il debutto con una collezione di soli accessori, Meier ha rilanciato la Maison a livello globale adottando uno stile sobrio e sofisticato che è a tutt’ oggi il suo trademark. “E’ in gran parte dovuto alle esigenze creative di alto livello di Tomas, se Bottega Veneta è diventata la casa di moda che è oggi. L’ha ricollocata sulla scena luxury e ne ha fatto un riferimento indiscusso. Con la sua visione creativa, ha valorizzato magnificamente le competenze degli artigiani della Maison. Gli sono profondamente grato e lo ringrazio personalmente per il lavoro che ha svolto e per l’ eccezionale successo che ha contribuito a farci ottenere.”, ha commentato il Presidente e CEO di Kering François-Henri Pinault. Maier ha un background di tutto rispetto: formatosi alla Chambre Syndicale de la Haute Couture di Parigi, ha intrecciato successivamente collaborazioni con Guy Laroche, Sonia Rykiel e Hermès. Nel 1997 ha fondato in Florida un brand che porta il suo stesso nome, mentre in partnership con Uniqlo, di recente, ha creato una capsule collection dedicata alla Primavera/Estate 2018. In seguito al divorzio da Bottega Veneta, il designer si consacrerà a tempo pieno alla propria label; proprio poche ora fa, invece, è stato svelato il nome del Direttore Creativo che prenderà il posto di Maier presso la Maison vicentina: si tratta di Daniel Lee, già Design Director del ready-to-wear griffato Céline. Trentaduenne del Regno Unito, Lee annovera nel suo CV una laurea al Central Saint Martins College of Art and Design ed esperienze professionali in Maison Margiela, Balenciaga e Donna Karan precedenti al suo ingresso in Céline nel 2012. François-Henri Pinault ha speso parole entusiaste per il nuovo Direttore Creativo di Bottega Veneta: “La singolarità della sua visione, ispirata a un approccio creativo molto personale, mi ha convinto che sarebbe stato il miglior interprete di un nuovo capitolo nella storia della Maison. Il suo lavoro è caratterizzato da un grande rigore, da una grande padronanza dell’ expertise in atelier, da un’ autentica passione per i materiali e da un’ energia  che non vedo l’ora di veder prender forma in Bottega Veneta. “, ha affermato in un comunicato stampa. Daniel Lee, da parte sua, si è dichiarato ” onorato ed entusiasta di portare avanti l’eredità forgiatasi in Bottega Veneta negli ultimi 50 anni. Mantenendo codici radicati nella Maison come l’ artigianalità, la qualità e la raffinatezza, non vedo l’ ora di rielaborarli apportando, al tempo stesso, una nuova prospettiva e un nuovo senso della modernità”. Non ci resta che augurargli buon lavoro!

 

Nella foto: un look dalla collezione AI 2018/19 di Bottega Veneta

 

Il close-up della settimana

 

La nuova Designer Collaboration di H&M è stata appena svelata: sarà Moschino il “partner in crime” coinvolto nel connubio annuale tra il colosso svedese e una griffe del luxury. La news è stata diffusa nel corso del Coachella Music Festival da Jeremy Scott in persona, che insieme a Gigi Hadid l’ ha annunciata anche attraverso l’ account Instagram di H&M. La collezione che prenderà vita sarà un turbine di giocosità, personaggi dei cartoon e colore ad ampie dosi nel più puro stile Scott. Verranno inclusi 45 capi di womenswear, 20 di menswear e una miriade di accessori, ma non mancherà un tributo a Franco Moschino grazie alla presenza di iconiche stampe d’archivio. In un’ intervista con il web magazine del leader del low cost, Jeremy Scott ha definito “Humour meets haute couture meets the street” il mood che pervade le sue creazioni, e si è dichiarato entusiasta del fatto che la collezione sia abbordabile da chiunque, ovunque e che possa trasportare un po’ di scoppiettante gioiosità nella vita di ognuno. A tante effervescenti premesse non si può che rispondere con un “Chapeau”: va da sè che l’ 8 Novembre, data di lancio della capsule, è da annotare subito tra i save the date. I capi della “co-lab” con Moschino – che succede per nazionalità a Marni, con cui H&M siglò una Designer Collaboration nel 2012 – saranno acquistabili on line e in store H&M selezionati.

 

 

Dolce & Gabbana approda a SoHo e conquista New York

 

Dolce & Gabbana loves New York! Il duo creativo del Made in Italy lo dimostra inaugurando una boutique nel cuore della Grande Mela, a SoHo, più precisamente al 155 di Mercer Street. La location scelta – una ex caserma dei Vigili del Fuoco – è altamente suggestiva, gli interni spettacolari e in stile Dolce & Gabbana DOC: l’ edificio, datato 1854, vanta una facciata in ghisa restaurata secondo un progetto d’epoca, mentre lo store si snoda su tre piani associati ad altrettanti concept esclusivi. Colpisce subito il mix tra i codici del brand e un’ innovatività prettamente ispirata a gusti, stili e input della Millennial Generation. Calata nelle atmosfere cool di SoHo, la boutique Dolce & Gabbana ne veicola gli umori e li combina con i caratteri di una squisita contemporaneità. L’ universo Millennial predomina, e con esso la mutevolezza perenne delle leggi del web: un “hic et nunc” che si fa stile di vita, la velocità e la metamorfosi come must di un reale contraddistinto dalla transitorietà. Un mondo cangiante e ricco di sfaccettature che lo store riflette a partire dagli arredi, dai dettagli architettonici. Non è un caso che il freestanding regni sovrano, come i pannelli damascati oro mai all’ insegna della fissità, o che persino la scala mobile che sale al primo piano vari il suo percorso in conformità con la struttura; a fare da fil rouge, ampi spazi dalle linee nette e giochi di luce teatrali distribuiti sui tre piani in cui campeggiano le collezioni Uomo, Donna, Bambino e gli accessori.

 

 

 

Il piano terra: Amore & Bellezza – Ovvero, Dolce & Gabbana incontrano i Millennials. Amante del bello e intrigato dai leitmotiv della contemporaneità, il duo intreccia un dialogo con la Generazione Y assimilandone la passione per i social e per la comunicazione via web.  Scritte, graffiti e disegni risaltano sulle pareti, mentre uno schermo al LED trasmette live streaming gli aggiornamenti dell’ account Instagram di Dolce & Gabbana. Riflessi iridati e luci al neon in technicolor evidenziano l’ allure ipermoderna del locale, e sono ancora delle coloratissime insegne al neon a riprodurre i nomi dei tre piani.

 

 

Il primo piano: Stravaganza – Un piano completamente all’ insegna della leopard print. Pareti a pannelli, tappeti, abiti e accessori sono un’ ode a un pattern che ha fatto la storia di Dolce & Gabbana tramutandosi in emblema di audacia e di pura eccentricità. Vero e proprio signature del brand, il leopardato viene debitamente celebrato da questo spazio wild-chic.

 

 

Il secondo piano: DNA – Contemporaneità, futuro e innovazione sono concetti che acquistano significato solo se sostenuti da un background di spessore. L’ importanza dell’ heritage è fondamentale; è’ un patrimonio di luoghi, reminescenze e riferimenti culturali che definiscono il senso di appartenenza, le proprie radici. Quelle di Dolce & Gabbana affondano nell’ “italianità” e la declinano in un inconfondibile connubio di creatività, sartorialità e tradizione.  Il secondo piano inneggia ai valori del duo ed a uno stile che nell’ abito lingerie o a tre pezzi, nel pizzo nero e nella borsa Sicily rinviene i suoi capi iconici: senza tempo e al di là di ogni tendenza proprio perchè carichi di una profonda valenza ispirativa, di un valore emblematico che trascende il concetto stesso di “moda”.

 

Photo: Dolce & Gabbana

 

“Burlesque Extravaganza”: l’opera prima di Grace Hall esce in DVD

 

Star del Burlesque, attrice, showgirl, conduttrice, e ora anche regista e produttrice: di Emma Nitti, alias Grace Hall, non si può certo dire che non sia uno spirito eclettico. Chi segue VALIUM la ricorderà nelle vesti di presentatrice del Summer Jamboree 2017, intervistata insieme ai colleghi (Eve La Plume e Jackson Sloan) che la affiancavano sul palco del Festival che Senigallia dedica alla Musica e alla Cultura anni ’40 e ’50 (leggi qui l’ intervista a Grace Hall e ai conduttori dell’ ultima edizione della kermesse).  Da allora, Grace non se ne è stata con le mani in mano. Proprio ieri, ad esempio, “Burlesque Extravaganza” – il documentario che ha diretto e prodotto  in coproduzione con la Zed Film – è uscito in home video con la 30 Holding ed è già acquistabile su Amazon.it: un bel traguardo per la vulcanica diva dell’ Art of Tease! Ed esplosiva è anche la pellicola in cui esplora il Burlesque nella sua dimensione più pura e autentica. “Burlesque Extravaganza” nasce “on the road”, è un diario di viaggio che Grace ha concepito durante una tournée tra Nord Europa, Stati Uniti e Canada catturando umori e suggestioni  di un mondo intriso di profondo fascino. Su tutto, spicca la magia: nel Burlesque la danza, il canto, l’ abilità, il circo si intrecciano al trasformismo e alla fantasia, coniugano talento e arte e trionfano grazie a un unico denominatore comune, la passione. Addentrarsi nel pianeta Burlesque è  aprire una magic box ricolma di lustrini, immergersi in atmosfere che scintillano di incanto.

 

La locandina del docufilm

 

Dietro ogni act si cela un febbrile fermento creativo. Spazia dalla ricerca di coreografie sempre nuove alla creazione del costume di scena, passando per l’ ideazione del make up e dell’ acconciatura. Grace racconta questi rituali attraverso le voci dei protagonisti, performer diversi per nazionalità ed etnia ma anche per tipologia fisica: perchè non dimentichiamo che il Burlesque ha anche svolto un ruolo decisivo nella lotta contro gli stereotipi di bellezza. Celebra il corpo in tutte le sue forme, taglie, dimensioni; non esiste un unico standard, qualunque donna può essere bella: l’ Arte del Tease e lì a ricordarglielo. E’ così che il film di Grace Hall, tra memoir di viaggio, interviste in backstage e rutilanti show, stimola una riflessione sulle virtù terapeutiche del Burlesque e lo elegge ad importante strumento nel percorso dell’ accettazione di sé.

 

 

Imparare a conoscere il proprio corpo, padroneggiarlo nel linguaggio gestuale è imparare ad amarsi, prendere coscienza del proprio potenziale, incentivare la fiducia in se stesse.  Coltivare l’ Arte del Tease significa riscoprire una seduttività fatta di grazia, giocosità e ironia: è diventare “soggetto” valorizzando una femminilità che si riappropria dei propri atout e prende linfa da una nuova consapevolezza. Con un pizzico di stravaganza – anzi, di “Burlesque Extravaganza” – che accentua ed esalta l’ irripetibile unicità individuale.

 

 

Grace dietro la cinepresa: Ciak, si gira!

 

Per saperne di più:

www.gracehall.it

www.zedfilm.it

www.iltempiodelburlesque.it

www.burlesquextravaganzathemovie.com

 

Photo courtesy of Emma Nitti