Federico Fellini, i 100 anni di un genio visionario

 

Il 20 Gennaio del 1920, a Rimini, nasceva Federico Fellini: in occasione del centenario del Maestro, uno dei registi emblema del cinema italiano, VALIUM lo ricorda con alcune delle sue frasi più celebri. A breve dedicherà, poi, un più corposo approfondimento al cineasta visionario, poetico e geniale che ha lasciato un segno indelebile nella storia della Settima Arte.

 

Fellini con Richard Basehart (nel ruolo de “Il Matto”) sul set de “La strada” (1954)

 

” Il cinema mi piace perché col cinema ti esprimi mentre vivi, racconti il viaggio mentre lo fai. Sono fortunatissimo, anche in questo: sono stato portato per mano a scegliere un mestiere che è l’unico mestiere per me, l’unico che mi permetta di realizzarmi nella forma più gioiosa, più immediata…”

(Dal libro “Gli antipatici” di Oriana Fallaci, Rizzoli, 1963)

 

 

Fellini insieme a Ennio Flaiano e a Anita Ekberg

 

 

” Non faccio un film per dibattere tesi o sostenere teorie. Faccio un film alla stessa maniera in cui vivo un sogno. Che è affascinante finché rimane misterioso e allusivo ma che rischia di diventare insipido quando viene spiegato.”

(Da un’ intervista con Renato Barneschi, “Oggi”, 1983)

 

 

 

 

” Il cinema è come una vecchia puttana, come il circo e il varietà, e sa come dare molte forme di piacere. “

(Dal libro “Portala al cinema” di Rhiannon Guy, Einaudi, 2006)

 

 

Fellini insieme a Giulietta Masina

 

 

” È uno strano film, il più difficile che ho immaginato finora. “La dolce vita” andrebbe proiettato tutto insieme, in una sola enorme inquadratura. Non pretende di denunciare, né di tirare le somme, né di perorare l’una o l’altra causa. Mette il termometro a un mondo malato, che evidentemente ha la febbre. Ma se il mercurio segna quaranta gradi all’inizio del film, ne segna quaranta anche alla fine. Tutto è immutato. “La dolce vita” continua. I personaggi dell’affresco continuano a muoversi, a spogliarsi, ad azzannarsi, a ballare, a bere, come se aspettassero qualcosa. Che cosa aspettano? E chi lo sa? Un miracolo, forse. Oppure la guerra, i dischi volanti, i marziani. “

(Citato nel libro “Noi che abbiamo fatto La dolce vita” di Tullio Kezich, Sellerio Editore Palermo, 2009)

 

 

Foto di copertina via RV1864 from Flickr, CC BY-NC-ND 2.0

 

Glitter People

 

” Io trovo che è artista solo chi trasmette emozioni, altrimenti non è un artista, è solo una persona che sa ballare. Ma per trasmettere un’emozione tu devi avere la padronanza della tecnica, quindi non solo la perfezione, di più. La perfezione però non deve essere un fine, ma solo il punto di partenza: da lì puoi fare quello che vuoi se sei un’artista, altrimenti sei solo qualcuno che padroneggia benissimo una tecnica.”

Alessandra Ferri

(dall’intervista di Rosaria Amato, L’ultima volta di Alessandra Ferri Voglio finire con un sorriso”, La Repubblica 22 luglio 2007)

 

 

 

 

Photo by Fabrizio Ferri via Deb from Flickr, CC BY 2.0

 

Il fiabesco universo di Paolo Domeniconi

Gli Auguri di Buone Feste di Paolo Domeniconi

VALIUM ha celebrato molto spesso le atmosfere che impregnano le festività natalizie. La voglia di fiaba, di magia, di un ritorno all’ infanzia per riscoprire la meraviglia delle cose, sono il fil rouge di settimane che ogni anno si concludono con l’arrivo della Befana. E il tema della fiaba torna anche oggi, di certo senza risultare ridondante: le illustrazioni che vedete qui di seguito ne sono una prova. Si tratta di un bestiario incantato, dalle dimensioni enormi, calato in paesaggi onirici e fatati. Neve, stelle, fitti boschi, ninfee galleggianti predominano, facendo da sfondo a quei giganteschi animali e ai bambini che li affiancano di frequente. E’ questo, il poetico universo di Paolo Domeniconi. Un universo fatto di immagini che tutto il mondo conosce e apprezza: basta osservare il numero delle loro condivisioni sui social. Sono gli anni ’90 quando Domeniconi debutta nella pubblicità: si occupa di campagne, packaging e grafica. Successivamente, rimane conquistato dalla letteratura per l’ infanzia e comincia ad illustrare le fiabe più celebri. A tutt’oggi oltre 40 libri – senza contare le raccolte di fiabe, i volumi scolastici e le copertine – includono le sue iconiche illustrazioni; vanta collaborazioni con case editrici del calibro di Grimm Press, Mondadori, Houghton Mifflin Harcourt, The Creative Company (solo per citarne alcune), e i suoi lavori sono presenti, oltre che in Italia, in paesi come  gli Stati Uniti, la Spagna, il Regno Unito, la Cina, la Corea e Taiwan. Per saperne di più sull’ immaginario sognante e fantastico di Paolo Domeniconi, ho pensato di rivolgergli alcune domande.

Cominciamo dai suoi studi. Si è focalizzato sin dall’ inizio sul mondo della grafica e dell’illustrazione?

Quando mi sono trovato a dover scegliere un indirizzo di studi non ero ancora in grado di fare la scelta giusta. Ho passato un anno piuttosto spaesato in un istituto tecnico. Non ci ho messo tanto a rendermi conto di essere fuori strada e sono quindi ripartito da zero in un istituto d’arte.

 

Paolo Domeniconi circondato da alcuni dei libri che ha illustrato

Com’è nata questa sua passione?

Inizia nell’infanzia, è un approccio alle cose che mi ha sempre portato a fare stranezze rispetto alla maggior parte dei miei coetanei, a vivere in un mondo a parte, in un certo senso. A 10 anni passavo ore a fare disegni animati e stop-motion col vecchio 8mm, hackeravo cineprese, pellicole, organi elettronici, un armamentario di strumenti creativi che oggi un bambino può trovare in un tablet. Col tempo mi sono sempre più focalizzato sul disegno cominciando a vagheggiare, chissà in che modo, che un giorno potesse diventare il mio lavoro.

 

 

Nei primi anni ’90 si è dedicato alla pubblicità e al visual merchandising, occupandosi anche di stampe e di packaging. Quanto è determinante, a suo parere, la comunicazione visiva di un prodotto e in che percentuale riesce ad orientare i gusti del pubblico?

L’immagine è tutto. Il “pubblico” mi sembra piuttosto acritico nei confronti della comunicazione ma devo ammettere che ormai questi temi mi appassionano poco.

 

 

Esistono dei motivi grafici che a quell’ epoca prediligeva utilizzare?

Il mio era comunque un lavoro da illustratore o da visualizer. Si lavorava tanto sul packaging di prodotti alimentari e si trattava di rendere accattivanti le immagini del prodotto, la fragranza di una merendina come la freschezza di uno yogurt alle fragole. Photoshop era ancora poco usato e toccava a noi illustratori trovare il lato glamour in un mazzo di spinaci. Fortunatamente qualche volta l’immagine aveva una funzione più evocativa o addirittura metaforica, erano i tempi in cui giravano le immagini di Folon e di alcuni illustratori americani che hanno caratterizzato fortemente la comunicazione istituzionale, Brad Holland, per esempio.

Com’è avvenuto il suo passaggio all’illustrazione di libri per bambini come le fiabe?

Per tanti motivi mi sentivo sempre più fuori posto in quell’ambiente e in generale la pubblicità non mi interessava più. In quegli anni mi ero riappassionato alla lettura e un po’ per gioco inventavo copertine immaginarie, studiandomi tecniche e stili diversi. Alla Children’s Book Fair di Bologna ho toccato con mano le meraviglie che si pubblicavano all’estero e alla fine ho deciso di rimettermi in gioco. Ho seguito quattro corsi brevi ma intensi nelle due migliori scuole di illustrazione e nell’arco di qualche anno sono passato gradualmente dalla pubblicità all’editoria.

 

 

In questo settore ha lavorato per case editrici di tutto il mondo. Da quanto ha potuto riscontrare, è un universo che conosce diverse sfumature a seconda della latitudine e delle culture o piuttosto omogeneo nell’ intero pianeta?

Il linguaggio del libro illustrato può essere molto diverso da un paese all’altro. Cambiano i contenuti, lo stile grafico, la scelta di un certo tipo di illustrazione piuttosto che altri. Ciononostante, alcuni libri particolarmente riusciti vengono tradotti in tante lingue e fanno il giro del mondo. Un dato positivo per gli editori italiani è che le vendite dei diritti per la pubblicazione all’estero sono in aumento.

Cosa la affascina, del mondo delle fiabe?

Forse il fatto stesso che raccontandoci le fiabe siamo vicini, ci riconosciamo. Contengono elementi così universali e archetipici che creano un grande momento di empatia tra le persone, adulti o bambini che siano.

 

 

Uno dei leitmotiv delle sue illustrazioni sono gli animali umanizzati, i bambini e soprattutto la notte, intesa – credo – come parentesi magica e del sogno…Potrebbe approfondire per noi questi temi?

Le favole ci hanno abituati alla presenza degli animali antropomorfi nelle illustrazioni. Maestri come Wolf Erlbruch li hanno introdotti anche in contesti più contemporanei e nelle storie del quotidiano, io copio un po’ da lì. L’effetto è di spaesamento surreale, a volte divertente perché vediamo nell’animale aspetti caricaturali dell’umano. In un altro tipo di illustrazione (e di narrazione) più vicina al “fiabesco”, mi interessa l’animale come portatore di mistero, contatto con una natura inconoscibile. Detesto il magico della letteratura fantasy e allo stesso tempo il documentarismo che si interessa solo alla meccanica dei comportamenti animali. Cerco lo stupore di chi ancora sta scoprendo il mondo, per questo i miei bambini si ritrovano spesso in atmosfere notturne, tra sogno e realtà.

 

 

I suoi progetti più imminenti sono top secret o potrebbe darci qualche anticipazione al riguardo?

Posso dire che sto lavorando per un editore russo su un albo illustrato molto impegnativo. Si tratta di una fiaba classica molto nota in Russia ma praticamente sconosciuta da noi. Qualche copertina di romanzi per ragazzi e a seguire tornerò finalmente a pubblicare in Italia con tre titoli di autori contemporanei.

 

 

Qual è il sogno più grande che – professionalmente parlando – vorrebbe ancora realizzare o che ha già realizzato?

Ho tante cose da imparare ancora. Ogni nuovo libro è per me quasi un ripartire da capo e costituisce la più grande sfida in quel particolare momento.

 

 

 

 

 

 

 

 

Glitter People

 

” Bene, abbiamo un anno intero davanti a noi. E non sarebbe meraviglioso se potessimo essere tutti un po’ più gentili gli uni con gli altri, un po’ più amorevoli e avessimo un po’ più di empatia? Forse l’anno prossimo, a quest’ ora, ci piaceremo un po’ di più. “

(Judy Garland)

 

 

 

 

Sulle tracce del Principe Maurice: il Buon Natale del Principe ai lettori di VALIUM

 

Lo avevamo lasciato tra le brume halloweeniane e lo ritroviamo sotto lo splendente sole di Palma di Maiorca: il termometro segna 22 gradi, la vegetazione rievoca atmosfere tropicali. Il Principe Maurice è nel suo buen retiro per festeggiare il Natale (non importa se in anticipo, e più avanti capirete il perchè) con i tanti amici che vivono sull’isola. Cene, party e aperitivi si susseguono, l’allegria è incrementata dalla perenne estate maiorchina, l’ esuberanza dei colori si riflette persino nel presepe che Maurice ha allestito. Ma il Principe è di buonumore a prescindere. Il Natale è una delle ricorrenze che preferisce: un break da condividere con le sue molteplici famiglie, dove per “famiglia” si intendono i vincoli di sangue così come le amicizie e i legami professionali di lunga data. Non è un caso, quindi, che le festività di  Maurizio Agosti Montenaro Durazzo  – questo il (nobile) nome con cui è registrato all’ anagrafe – si snodino tra le location più disparate. Tra un volo e l’altro sono riuscita a rintracciarlo proprio a Palma, ed è da qui che invia il consueto messaggio di auguri a tutti i lettori di VALIUM: perchè anche noi, da un po’ di tempo a questa parte, siamo onorati di rappresentare una delle sue famiglie!

Innanzitutto tanti cari auguri, Maurice. So che nel 2020 ci sorprenderai con una serie di performance inedite e sempre più esplosive, ma intanto raccontaci come sarà il tuo Natale…

Come hai anticipato, il mio Natale sarà suddiviso tra tanti luoghi e tante famiglie. Dalla famiglia vera e propria – ossia da mia sorella – vado ormai da anni il giorno di Santo Stefano, quando ci riuniamo insieme ai pochi parenti rimasti, e con i miei pronipotini il Natale sarà ancora più dolce. In questi giorni però sono a Palma, sull’ isola di Maiorca, con la famiglia costituita dai miei cari amici del posto: ho un programma di feste prenatalizie molto fitto, molto bello e interessante, oltre che appuntamenti di lavoro per eventi da realizzare qui nel 2020. Ve ne parlerò piu avanti! Quindi, dopo una serie di cene e di cocktail tra Milano, Roma e Maiorca, la vigilia di Natale la passerò probabilmente a Venezia, a casa mia, e spero di riuscire ad andare alla messa di mezzanotte di San Marco (augurandomi che non ci sia l’acqua alta) perché io adoro le vigilie, le celebrazioni, le messe: sono cattolico, e in fondo amo questa tradizione.  Il fenomeno dell’acqua alta a Venezia è sempre piu frequente, la Basilica è stata danneggiata e dato che con immensa emozione, il 20 Novembre scorso, ho avuto l’onore di accendere le luminarie di Piazza San Marco insieme al sindaco Luigi Brugnaro, vorrei completare il mio iter natalizio assistendo  ad una messa meravigliosa, con un grande coro, come lo è quella di San Marco la notte della vigilia. Il giorno di Natale sarò invece a Treviso per un pranzo dai Venerandi: un’ altra mia famiglia. Sono i titolari dell’ Odissea, un locale a dir poco incredibile, e organizzeranno un pranzo di Natale riservato agli amici e ai familiari. Io con loro collaboro moltissimo e sarà un piacere prendere parte a questo appuntamento! Dopodichè, subito in treno fino a Milano, dove già in serata andrò da mia sorella per la consueta riunione familiare di Santo Stefano. Dovrò organizzare un intero Tir di giocattoli destinati ai nipotini, perché mi piace tanto fare il Babbo Natale di turno.  Preferisco fare Babbo Natale piuttosto che la Befana! (ride, ndr) Infine, tra il 27 e il 30 Dicembre preparerò il Capodanno che passerò a Treviso, all’ Odissea, dove ho in programma un megaspettacolo. L’ anno scorso ho portato con me un cavallo dalle sembianze di unicorno. Stavolta ho in serbo una grande sorpresa, ma ve la svelerò solo a posteriori per non “fare spoiler”! Le mie feste sono movimentate come la mia vita, però devo dire che sono gioiose e ben condivise. Il Natale, secondo me, va vissuto proprio con questo spirito.

 

Il Principe, testimonial per l’accensione delle luminarie natalizie in piazza San Marco, insieme al sindaco di Venezia Luigi Brugnaro.

Gli auguri di Natale del Principe Maurice, per VALIUM, sono ormai un’ istituzione: quali parole dedichi ai nostri lettori in questa attesissima occasione?

I tempi che viviamo sono strani, duri. Sono tempi dove si hanno poche certezze dal punto di vista politico, sociale ed economico. E’ importante, quindi, la certezza di avere accanto chi si ama in questa ricorrenza così tenera e gioiosa perchè coinvolge la figura di Gesù Bambino, dei bambini che sono felici di ricevere regali. Il mio augurio è che possiate trascorrere un Natale in assoluta tranquillità, serenità, al riparo dalle preoccupazioni che con l’anno prossimo, probabilmente, torneranno ad attanagliare l’anima. Il mio messaggio, non solo a Natale ma in qualsiasi circostanza, è quello di valorizzare i rapporti umani: i rapporti tra amici, tra familiari, perché sono l’unica cosa certa e bella che possiamo avere nella vita. Su questi punti fermi – perché lo sono – dobbiamo concentrare le energie per sentirci pronti ad affrontare tutte le prove che l’ esistenza ci mette di fronte. Le feste natalizie rappresentano quei pochi istanti di gioia che vanno condivisi. Il mio consiglio è di non mandare messaggi di auguri tramite i social. Telefonate alle persone care, ascoltate la loro voce e donate. Il regalo più bello è l’umanità: torniamo ad essere più umani. Un altro dei miei auspici è che questo momento di pace porti maggior consapevolezza nei confronti dei problemi, soprattutto quelli inerenti alla natura ed ai cambiamenti climatici che stanno devastando il pianeta. A Venezia ne abbiamo preso coscienza con l’ episodio drammatico dell’ acqua alta. Vi auguro, quindi, che il vostro Natale sia  un momento di pace, di serenità, ma anche di riflessione.

 

Il presepe “maiorchino” di Maurice

Sempre Maiorca: 22 gradi, pieno sole..

…e una natura lussureggiante

A conclusione della photogallery, torniamo a Venezia con l’aristocratico (quanto suggestivo) presepe a Palazzo del Principe

 

Photo courtesy of Maurizio Agosti

 

Rexanthony si racconta: conversazione con “The Lord of Techno”

 

Questa intervista ha il martellante sound della techno come sottofondo. Le sue note incalzanti e ritmatissime sottolineano ogni concetto, ogni argomento discusso. E siccome a tutto c’è un perchè, il motivo ha un nome ben preciso: quello di Rexanthony. Ebbene sì, proprio lui, “The Lord of Techno”, che oggi ho l’onore di ospitare su VALIUM. L’ amore per la musica è impresso nel suo DNA, e non poteva essere altrimenti per il figlio di Antonio Bartoccetti (fondatore delle band Jacula e Antonius Rex) e Doris Norton, musicisti icone nei generi – rispettivamente – del dark-prog e dell’ elettronica. La prima esibizione di Rexanthony (all’ anagrafe Anthony Bartoccetti)  avviene prestissimo e risale a quando, appena tredicenne, calcò il palco del Cocoricò di Riccione. Da allora, non ha più smesso di entusiasmare il pubblico e di radunare folle immense ad ogni suo live.  Classe 1977, nato a Fabriano, a poco più di 40 anni Anthony vanta una carriera quasi trentennale.  Si dà allo studio del pianoforte in tenerissima età e si appassiona contemporaneamente al synthesizer, che diverrà un leitmotiv della sua ricerca sperimentale. Nel 1990 già compone musica; un anno dopo esce il primo singolo, “Gas Mask”, di colui che potremmo definire l'”enfant prodige della techno”, ma è nel 1992 che esplode il boom Rexanthony: “For you Marlene” e “Gener-Action”,  in stile techno-rave, svettano al primo posto delle chart internazionali. Per Anthony sarà l’ inizio di un successo che non ha mai conosciuto momenti down, contraddistinto da live partecipatissimi nei club di punta del mondo della notte e da hit che si tramutano in veri e propri cult. Ricordiamo gli esplosivi “Capturing Matrix”(1995), rivisitato in infinite versioni, “Polaris Dream”(1996), l’album “Audax” (1998) (definito dalla critica il suo lavoro più significativo di rock elettronico/sperimentale), che si affianca ad opere come gli album della serie “Technoshock” e a quelli dedicati al Cocoricò. Incoronato “The Lord of Techno”, Rexanthony non abbandona il genere che gli scorre nelle vene e il principio del terzo millennio, per lui, coincide con una nuova serie di successi. Qualche esempio? “Hardcorized” (2001), “Capturing Future” (2003), il progetto “War Robots” (2008), focalizzato su temi come i diritti umani e le problematiche sociali. All’epoca, pensate, sono già uscite oltre 500 compilation delle sue hit! Con il passar del tempo, Rexanthony partecipa a innumerevoli eventi (per citarne solo alcuni, i Memorabilia del Cocoricò di Riccione) e lancia brani che entrano immancabilmente nella leggenda. Impossibile menzionarli tutti: vi basti sapere che, in prima persona,  Anthony compone, arrangia, realizza la parte musicale e vocale di ogni album che dà alla luce. A partire dalla techno, la sua sperimentazione coinvolge sound quali l’ hardtrance, l’hardcore, l’hardcore jungle, la cyber techno…con un’ energia sempre immutata, travolgente e trascinante come i live di cui è protagonista, dove incita il pubblico fino a farlo diventare parte integrante della performance. Nel colloquio che segue, sarà “The Lord of Techno” in persona a raccontarvi molto di più sul suo percorso e a rivelarvi le sue opinioni sui più disparati temi. Enjoy it!

Innanzitutto, come ti presenteresti ai lettori di VALIUM? Ho notato che, in rete, c’è ancora qualcuno che ti definisce un “dj”…nonostante la fama e una carriera internazionale.

Dal 1991, anno di esordio della mia carriera musicale, ad oggi la maggior parte delle mie performance sono state eseguite all’interno di club… e il club viene spesso associato musicalmente alla figura del deejay. Figura che nei primi anni ’90 si esibiva in consolle spesso nascoste e poco in risalto utilizzando i giradischi, in quanto il sound era riproducibile e mixabile solo attraverso i vinili. Tutto questo richiedeva molto impegno tecnico ed anche economico, visto che per acquistare musica attraverso i vinili era necessario investire interi stipendi. Io ho sempre apprezzato e mai sottovalutato la figura del deejay, che però è ben distinta da quella di un musicista. Negli anni ’90 il musicista era colui che creava la musica attraverso le note e il deejay colui che acquistava i dischi degli artisti che preferiva per poi ‘“suonarli” in discoteca. Oggi le cose sono decisamente cambiate, grazie anche all’avvento delle moderne tecnologie che hanno semplificato di molto tutti i vari processi. La maggior parte dei nuovi artisti sono “tuttofare” partendo dall’auto-gestione della comunicazione (social, foto, grafiche, loghi, video) alla produzione in studio, dalla creazione della copertina alla distribuzione autonoma nei portali online tramite i siti aggregatori (dato che il supporto fisico è scomparso quasi del tutto), dalla gestione di un tourdates all’esibizione e quant’altro. Il 99% di loro affonda al primo viaggio, pochi altri invece riescono ad ottenere consensi di pubblico e quindi a crearsi una vera e propria carriera. Ciò che è molto complicato oggi, oltre ad arrivare al successo, è poi mantenerlo… la concorrenza si è moltiplicata ai massimi livelli, è spietata e c’è gente disposta a tutto pur di arrivare sotto ai riflettori. Chi suonando senza richiedere compensi, chi addirittura pagando per poter suonare…così si dice… Senza tralasciare quella fascia caratterizzata da “facoltosi” che si svegliano una mattina qualsiasi pensando di fare il deejay… investendo sulla propria immagine anche milioni di euro. E ce ne sono tanti. Tornando alla tua domanda rispondo dicendoti che ai lettori di VALIUM mi presento come “performer”. Dopo i miei primi 28 anni di carriera credo che il termine “perfomer” sia quello che più mi si addice… un performer può essere un musicista che sa suonare le tastiere o un pianoforte, un vocalist che sa incitare il pubblico, un deejay che sa scegliere le tracce giuste al momento giusto e mixarle alla perfezione così da tenere il pubblico incollato in pista.

 

Rexanthony live al Cocoricò

Il tuo approccio alla musica è avvenuto quando eri giovanissimo. Ricordi il preciso istante in cui hai deciso che sarebbe diventata la tua vita?

Hai detto bene, l’esordio nel mondo artistico è iniziato davvero molto presto: parliamo del Marzo 1991. Questo primo approccio alla musica è avvenuto attraverso una doppia esibizione al Cocoricò di Riccione (grazie a Ferruccio Belmonte che aveva creduto in me) per presentare al pubblico quello che poi sarebbe diventato il mio primo singolo “Gas Mask”, oltre a vari inediti del futuro primo album. A mezzanotte, prima esibizione al Titilla in occasione di una convention per deejays e più tardi seconda esibizione in sala grande, meglio conosciuta come la Piramide. Avevo 13 anni (all’epoca a 13 anni si era ancora bambini), avevo suonato live con tastiere e campionatori alle 3 di mattina davanti a 4.000 persone, il tutto con estrema nonchalance. Quando la mattina successiva mi sono risvegliato nel mio letto ripensando all’incredibile esperienza vissuta poche ore prima, ho pensato che quella sarebbe stata la mia vita, la mia dimensione… il mio futuro.

 

Due foto a confronto scattate al Cocoricò: Rexanthony al suo debutto ed oggi. Nello scatto del 1991 è visibile suo padre, il noto musicista dark-prog Antonius Rex

Per quale motivo hai scelto il nome d’arte di Rexanthony?

Provengo da una famiglia di artisti per cui posso ritenermi figlio d’arte, con la differenza che se per i miei genitori la musica era un hobby da coltivare nel tempo libero, per me si è rivelata sin da subito un’attività vera e propria. Parliamo di Doris Norton (che agiva su un territorio musicale orientato verso l’elettronica 80’s) e Antonius Rex, progetto legato a un mondo musicale opposto, vale a dire quello del rock-progressive, oggi molto quotato a livello mondiale dai cultori del genere. Il mio vero nome è Anthony (nome inglese ma nato in Italia), per cui per creare il nome d’arte è stato abbinato il termine Rex (che in latino significa “Re”). Da qui è nato Rexanthony.

Sei conosciuto anche come “The Lord of Techno”: com’è scoccata la scintilla con questo genere musicale?

Essendo nato alla fine degli anni ’70, la colonna sonora che mi ha accompagnato durante i miei primi anni di vita era caratterizzata da un sound tipicamente dance 80’s (Alphaville, Propaganda, Raf, Pet Show Boys, Talk Talk, Michael Jackson ed altri). Mi piaceva… ma sentivo che non era quella la mia vera dimensione. Mancava qualcosa. Ho provato con il rock ma non mi faceva nè caldo nè freddo… tuttavia la mia mentalità rimaneva orientata verso l’elettronica e tutto ciò che era ballabile e potente. A 12 anni (quindi nel 1989) mi reco nel mio negozio di dischi di fiducia di Fabriano e il proprietario mi mette tra le mani un nuovo CD, proponendomelo come grande novità del momento in ambito elettronico: “Pump Up The Jam” dei Technotronic. Mi è bastato l’ascolto dei primi 30 secondi a tutto volume per capire che avevo trovato ciò che cercavo. Il produttore dei Technotronic aveva dato vita ad un sound differente creando di fatto un taglio netto con gli anni ’80, utilizzando come base ritmica, in primissimo piano, i componenti dell’immortale batteria elettronica Roland TR909. Il tutto condito con linee di basso molto potenti e innovative, oltre a particolari voci che rappavano in modo assolutamente alternativo. Da li ho iniziato a farmi una cultura evolutiva basata appunto su queste sonorità (dette da “cassa dritta”), passando attraverso i Twenty 4 Seven, FPI Project, Snap, 808 State per poi incanalarmi verso una techno decisamente “più techno” rappresentata dai vari Speedy J, Lory D., LFO, Digital Boy, Phenomania, PCP, L.A. Style, da label tipo Warp e così via… E’ grazie a questo tipo di sonorità che mi è arrivata la giusta ispirazione per iniziare a comporre i primi dischi. Per cui sin da subito il mio nome d’arte è stato associato al genere techno… e dopo aver collezionato tanti bei traguardi nel corso della mia carriera quasi trentennale, mi è stato assegnato l’appellativo di Lord Of Techno.

 

Un momento magico: sulla mitica Piramide di Riccione sorge l’alba

Che rispondi a chi, per un pregiudizio ormai anacronistico, tende ancora ad associare “techno” e “sballo”?

La ricerca dello “sballo” ha sempre fatto parte dell’essere umano e può essere associato a tante categorie tra cui ovviamente quella musicale. Chi però associa lo sballo solo alla techno commette un errore molto superficiale… e probabilmente è abituato a emettere sentenze senza aver vissuto la realtà. La mia cultura è basata sulla techno ma non per questo non ho rinunciato a “sbirciare” altri mondi musicali, altre realtà, ad esempio partecipando a concerti di artisti completamente lontani dal mio mondo (Vasco Rossi, Black Sabbath con Ozzy Osbourne, Machine Head, Prodigy, Chemical Brothers, Apollo 440 e molti altri). Ed è proprio sulla base di queste esperienze che posso assicurare che lo sballo non esiste solo nella techno… anzi… ne ho viste davvero di tutti i colori, molte più di quanto io possa averne viste in 28 anni di esperienza in clubs e rave. Ma non per questo, da persona intelligente che ritengo di essere, punto il dito verso un genere musicale. Io ho sempre sostenuto che lo sballo nella techno (e nelle sue tantissime sfaccettature tipo trance, hardtrance, hardcore, gabber, harstyle, psy) sia la musica stessa… Musica capace di farti sognare, emozionare, sudare, stancare e soddisfare in tutto e per tutto senza dover necessariamente ricorrere all’uso di sostanze inutili o a quantità eccessive di alcool. Chi lo fa è solo un debole senza carattere che non ama se stesso… e nemmeno il prossimo, dato che in stato alterato può causare incidenti distruggendo vite di innocenti. Dato che ognuno di noi talvolta ha bisogno di sfogare le proprie energie, la techno è il modo giusto per farlo. Ovviamente se ascoltata ad alto volume, musicalmente di qualità, in ottima compagnia e in location di un certo livello.

 

On stage all’ evento “We Are History”

Il Cocoricò è stata un po’ la tua culla. Cosa pensi delle recenti vicissitudini che lo riguardano?

Molti fans mi definiscono come un dei principali deejay storici del Cocoricò: in realtà ciò che accomuna Rexanthony e il Cocoricò fondamentalmente sono i due album tematici che ho prodotto (a nome del mio team Musik Research) intitolati “Cocoricò Two” e “Cocoricò Three”, oltre a una serie di live tenuti in piramide negli anni ’90. I due album menzionati hanno ottenuto un grande successo di vendite e l’album “Cocoricò Three” era entrato addirittura nella classifica Top Album di Sorrisi & Canzoni. Mi emozionava e allo stesso tempo mi divertiva trovare una mia produzione con sonorità decisamente techno/hardcore all’interno di una classifica nazionale occupata principalmente da cantautori pop italiani e stranieri. Probabilmente son quelle cose che capitano una volta nella vita… Tornando alle recenti vicissitudini che hanno riguardato l’amata piramide, credo sia saggio guardare il lato positivo. Qualcosa non deve aver funzionato a livello gestionale, senza dimenticare il fattore negativo che per l’ennesima volta ha legato il Cocoricò alla perdita di una giovane vita. Da li, secondo il mio punto di vista, il vero declino del club… una discesa sempre più ripida fino ad arrivare all’inevitabile muro di cemento armato.

 

Immortalato in una location inconfondibile: quale? Basta osservare lo sfondo…

Io ho avuto la fortuna di partecipare a uno degli ultimi Memorabilia (15 Settembre 2018) e posso confermare di aver provato le stesse identiche emozioni percepite negli anni ’90. E’ stata una serata suprema, anche musicalmente parlando, andata quasi subito in sold out. Serata denominata Memorabilia “The Origins”, per cui in consolle erano presenti molti dei protagonisti delle origini al “Cocco”: Cirillo, Rexanthony, l’americano Lenny Dee, Gianni Parrini, Saccoman, Ricci Junior (figlio di Dj Ricci, uno dei più grandi rappresentati della techno italiana), Panda e il conterraneo Dj Cek. Per quella serata esclusiva avevo deciso di mettere in piedi un live speciale andando a rispolverare e utilizzare vecchi strumenti: gli stessi identici utilizzati da me al Cocoricò nelle serate 90’s. Se ripenso alla serata del 15 Settembre 2018, per cui a Memorabilia “The Origins”, i primi flash che mi tornano in mente sono i due momenti in cui ho avuto il “coraggio” di salire in piedi in consolle: la prima per eseguire un’improvvisazione rock attraverso una tastiera-chitarra Roland, capace di emanare un suono graffiante di chitarra elettrica (situazione piuttosto insolita all’interno di un club techno). La seconda volta, con il microfono in mano sulle note di “Pyramid Power”, per invitare tutto il pubblico in pista ad abbassarsi per poi saltare in aria al mio via, nello stesso momento in cui il brano ripartiva con gran potenza. Temevo molto per la riuscita di questo esperimento, ma quando si sono accese le luci non credevo ai miei occhi: tutta la pista era chinata… e questo mi ha dato la carica giusta per portare a termine quello che per me è stato uno dei miei migliori live in carriera. Tornando alle vicissitudini del super-club, parlavo prima del lato positivo: come prevedevo, un locale storico di questa portata non sarebbe mai finito nel dimenticatoio (come purtroppo successo per tanti altri), infatti è stato immediatamente conteso da organizzazioni di tutto il mondo, per poi essere stato dato in gestione dal proprietario dei muri a una cordata romagnola, che io ritengo essere seria ed esperta del settore. E’ nei progetti una profonda ristrutturazione del locale (che onestamente parlando, purtroppo, stava letteralmente cadendo a pezzi) e cosa ancor più positiva, è già stata fissata la data di apertura: Pasqua 2020. Riguardo la scelta della linea musicale da seguire, la creazione di format, progetti su futuri special guest e quant’altro credo sia ancora tutto in alto mare… Di sicuro la nuova gestione dovrà fare un reset ripartendo dai personaggi storici che hanno reso celebre il club: mi sto riferendo ai deejay’s del Memorabilia e a mio avviso sarà fondamentale la presenza e collaborazione attiva di uno dei più carismatici performer del mondo della notte, il Principe Maurice. Gestire ad oggi un club di questo tipo è un compito veramente arduo e sarà molto difficile fargli riscrivere la stessa storia degli anni ’90, ma si parte comunque da un grande punto di vantaggio, cioè la location: a mio avviso una tra le più incredibili d’Europa, per non dire del mondo, caratterizzata da 4 fattori indissolubili: piramide, cristallo, alba e… techno. Solo chi ha avuto modo di viverci dentro può capire. Il resto sono solo chiacchiere da bar…

 

In studio di registrazione insieme al Principe Maurice

A dispetto dell’età, hai alle spalle una lunga carriera. Qual è il momento che – professionalmente parlando – rientra tra i tuoi più bei ricordi e quale, invece, vorresti dimenticare?

Trattandosi di una lunga carriera con molti traguardi raggiunti (e molti altri da raggiungere), è complicato dirti quale sia per me il ricordo più bello in assoluto. Tra i vari, potrei menzionarti il ricevimento della telefonata del mio manager dell’epoca (metà anni ’90) che mi comunicava di aver raggiunto il 1° posto assoluto in classifica nazionale Giapponese con il singolo “Gener-Action”, singolo che in Italia rimase totalmente sconosciuto. Altro momento indimenticabile, quando un pomeriggio mi arrivò un’altra telefonata storica dalla casa discografica, dove mi veniva comunicato che il video clip di “Polaris Dream” era entrato ufficialmente in heavy-rotation su MTV Europe. Altro momento di grande soddisfazione sapere che “Polaris Dream” è stato in quel periodo uno tra i 5 singoli più venduti in Italia posizionandosi ai primi posti di Sorrisi & Canzoni (in mezzo ad artisti pop tipo Vasco Rossi o Michael Jackson). Potrei citartene tanti altri, ma questi sono i primi che mi tornano in mente in questo momento… Mi chiedi anche quale ricordo negativo vorrei dimenticare: anche se non sono mancati i momenti negativi nella lunga esperienza artistica, per fortuna posso dirti che non sono stati così rilevanti da meritare un posto nei miei ricordi.

 

Memorie di un esordio da enfant prodige

Che opinione hai della trap, del rap e di tutte le espressioni musicali che attualmente i giovani sembrano prediligere?

Penso che l’Italia, musicalmente parlando, stia attraversando uno tra i periodi più bui della storia. Io, da buon musicista che ritengo di essere, ho sempre avuto molto rispetto di tutte le correnti musicali che hanno attraversato le generazioni presenti e passate… e sono sempre stato del parere che la musica debba servire per trasmettere all’ascoltatore positività, energia e che lo stimoli a viaggiare con la mente. Tuttavia, credo che la trap (genere che sta spopolando a livello di massa) non rispecchi nessuna di queste caratteristiche. Gli “idoli” che rappresentano questo genere (e che quindi sono anche di riferimento ai loro fans, perlaltro giovanissimi, poco più che adolescenti), generalmente sanno poco rappare, cantare, suonare e troppo spesso nei testi vengono trattate tematiche che includono l’uso di droghe di ogni genere, di sesso maschilista (come se la donna fosse nulla più che un oggetto da usare e buttare) e si presentano con un’immagine davvero imbarazzante, caratterizzata oltretutto anche da tatuaggi nel viso. Direi quindi un mix negativo che non dovrebbe assolutamente entrare nelle orecchie (e negli occhi) dei ragazzini. Un cattivo esempio senza se e senza ma. Spero passi al più presto per dar spazio ad artisti che magari sappiano suonare, cantare, diffondere messaggi positivi e presentarsi in pubblico con un’immagine bella e sana. Di tutt’altro pianeta la trap d’oltre oceano: gli artisti che la rappresentano sono dei veri divi e si meritano il successo ottenuto. Tra i vari personaggi che apprezzo (sia come produzioni che come dj-set) c’è senza ombra di dubbio DJ Snake. Altri rappresentanti nel mondo che mi trasmettono energia positiva (che non fanno esattamente Trap ma un genere che io definisco elettronico 2.0) in particolar modo sono K?d e Rezz. Nella domanda hai incluso anche il rap e penso che in Italia questo genere sia stato rappresentato da alcuni grandi personaggi, che magari non sanno cantare ma sanno fare quello che il genere richiede, per cui rappare. Il top, a mio avviso, è stato raggiunto negli anni ’90 quando si pensava più alla qualità del prodotto che al business… e secondo il mio punto di vista i due rappresentanti assoluti erano J-Ax e il conterraneo Fabri Fibra. Mi piaceva il loro stile e soprattutto il loro timbro vocale… Timbro che non veniva smaterializzato dall’inflazionata tecnica dell’auto-tune, programma in grado di far cantare chiunque, rendendo identica, fredda e insapore la voce di tutti questi “trapper”.

 

Rexanthony con Cirillo

“Trascinatore di folle” durante un live a Imola

La techno ieri ed oggi: quali le differenze, e quali i punti in comune?

Io sono artisticamente nato in un periodo in cui esistevano pochi sotto-generi, per cui tutta la sfera musicale elettronica, a grandi linee, veniva classificata in tre grandi filoni: dance (assegnato a produzioni per il grande pubblico, ballabili e cantabili), underground (destinato a un target tipicamente da club) e techno (da sempre visto come un genere più “pazzo” caratterizzato da ritmi martellanti, suoni acidi, alta velocità e tanta energia). Oggi le cose sono estremamente cambiate e nel corso degli anni ogni filone è stato suddiviso in decine e decine di sotto-generi… Secondo il mio punto di vista tutto ciò ha categorizzato troppo il mercato, andando a sua volta a “suddividere” gli utenti che acquistano musica e partecipano ai party. Oggi per techno si intende qualcosa di drasticamente diverso rispetto a quanto prodotto negli anni ’90: parlando di bpm, la velocità è scesa intorno ai 125 rispetto ai 140/160 del passato… le melodie sono sparite quasi del tutto lasciando spazio a loop molto ripetitivi e ritmi decisamente più standardizzati, per cui alla portata di tutti. Personalmente non mi regala grandi emozioni…anzi, mi annoia dopo appena 10 minuti di ascolto. Per me techno significa energia, velocità, ritmiche potenti e melodie che ti entrano nel cuore… e chi balla in pista deve sudare, cantare e abbracciarsi con il vicino, che anche se in realtà è uno sconosciuto, in quei momenti lo senti come uno che fa parte della tua stessa tribù.

 

Memorabilia all’ Unipol Arena di Casalecchio di Reno (Bologna)

Da qualche anno sei anche un produttore. Parlaci dei tuoi progetti più imminenti sia in queste vesti che in quelle di artista.

Un pò come avviene nel mondo del calcio, dove un giocatore adulto decide di abbandonare il campo per dedicarsi all’attività di allenatore o dirigente di squadra, io credo che la logica evoluzione di un artista sia quella di trasfomarsi in produttore e di gestire una casa discografica propria con annesso studio di registrazione professionale. Ed è quello che sto facendo io. Posso comunque tranquillizzare i miei seguaci assicurandoli che non metterò in ombra la mia attività artistica, per cui “Rexanthony” continuerà a produrre nuovi dischi e a fare serate sempre più esplosive in Italia e non solo! Tornando all’attività di produttore e alla mia casa discografica Musik Research, gestisco un roaster di artisti affermati ma anche emergenti che ritengo essere molto validi. Tra questi menziono il giovanissimo Dennis Hill e il duo Pilot Of The Dreams. Ricevo quotidianamente demo da ascoltare, di ogni tipo e di ogni genere (sempre comunque in ambito elettronico) e raramente trovo qualcosa di innovativo che mi susciti interesse. Molti credono di poter catturare l’attenzione di un produttore inviando brani creati esclusivamente con una cozzaglia di loops scaricati da internet… ma non è così che funziona. Per fare musica è necessario coltivare la passione sin da piccoli, bisogna studiare molto più di quanto non si pensi e soprattutto è fondamentale imparare a suonare.  Tutto questo ti permette di essere indipendente e, se hai talento, di dimostrarlo attraverso le sette note. Oggi potrebbero bastare una cameretta, un computer, un software musicale e… tanta fantasia per tirar fuori qualcosa che possa realmente cambiarti la vita.

 

Rexanthony live a Cuneo…

…e a Macerata

In piazzale Roma a Riccione, la città che ha fatto da culla al suo debutto

Sempre a Riccione, ma al Peter Pan: i live di Rexanthony, invariabilmente, radunano una folla oceanica

Rexanthony con Ricci Jr.

 

 

 

Glitter People

 

” Non mi sono mai soffermata a rimuginare su quello che gli altri pensano di me…Non puoi mai fargli cambiare idea, quindi perchè perdere tempo a provare? Perchè angosciarsi? Meglio concentrarsi su cose più importanti.”

Gloria Vanderbilt

 

 

 

Photo “Gloria Vanderbilt, 1941” via Kristine from FlickrCC BY-NC 2.0