La moda e le epoche

 

“La moda riflette sempre i tempi in cui vive, anche se, quando i tempi sono banali, preferiamo dimenticarlo.”

Coco Chanel

 

 

Buona domenica.

L’incantesimo della Regina dei Ghiacci



E quando la neve, a fiocchi fitti e vorticosi, continua a scendere dal cielo luminoso come manciate di zucchero a velo…Quando il paesaggio urbano si ricopre di un manto spesso e immacolato che muta aspetto ai tetti, disegna arabeschi sui rami spogli degli alberi, riveste di prezioso candore le ricche fronde di aghifoglie dei sempreverdi, si stende come panna sciolta sui lampioni  e imprime orme sull’ asfalto a ciotoli uniformato di bianco…Quando i pedoni, costretti a piedi, si vedono costretti anche a rivedere i propri ritmi, a riscoprire le brevi distanze, a rintracciare in angoli nascosti qualcosa di sempre visto, ma mai osservato, ad abbracciare una nuova convivialità…Quando diventa un piacere accendere il focolare a discapito del riscaldamento centrale, sorseggiare una cioccolata calda assaporando il tepore che sa di bosco…Quando lo sguardo può spaziare all’infinito rendendo la sua meraviglia mai sazia, godendo della metamorfosi del routinario ambiente tramutato in  landa del nord…Quando il panorama di zucchero filato assume magicamente i connotati di una fiaba suggestiva e incantata, e il gusto di ritrovarsi la sera nel proprio nido, abbandonando il gelo esterno, diventa lo scenario quotidiano di una nuova realtà…Allora, possiamo interrogarci sul temporaneo, immenso dono che ci è stato dato ricevere. E convenire che, tutto questo, non può che essere opera di una fatata, prodigiosa, magnanime Regina dei Ghiacci a cui ci è concesso tributare ogni più grata riconoscenza.

Felice weekend!

Jing Ma: eccellenza ‘made in China’

Le passerelle sono regno della fantasia in cui nulla è impossibile, scenari del sogno e glorificazione dell’inventiva. Ogni fashion show diventa un vero e proprio spettacolo in cui prendono forma arte pura e creatività, di cui  le modelle, insieme agli abiti, sono le protagoniste. Ciascun decennio, a questo riguardo, ha avuto i suoi trend: gli anni ’90, ad esempio,erano gli anni delle supermodel al potere, che decretavano il bello e il cattivo tempo. Una celeberrima top, Naomi Campbell, vide all’ epoca salire le sue quotazioni alle stelle, come poche volte era successo a una modella di colore. Le sue predecettrici, le splendide Beverly Johnson, Donyale Luna, Pat Cleveland, Iman, avevano aperto la strada alla ethnic beauty e Naomi ne ha sancito la consacrazione assoluta. Non è successo altrettanto, finora, per le modelle asiatiche: nonostante un vasto gruppo di splendide ragazze sia già affermato e superquotato in tutta l’Asia e l’Oriente, solo da poco tempo gli occidentali riescono a conoscerne i nomi e l’ aspetto. Il numero di febbraio di VOGUE China ha dato il ‘via’, suscitando un interesse enorme a livello internazionale grazie a un servizio che vede protagonista una giovane modella cinese, Jing Ma, il cui look è stato stravolto e occidentalizzato nel più puro stile della NYC underground: scatti patinati di Lincoln Pilcher la ritraggono infatti in un insolito caschetto di capelli biondi, lisci e scalati, incorniciando un viso su cui spiccano due spesse sopracciglia color carbone e completamente ridisegnate ‘ad ala di gabbiano’. Esile, filiforme, slanciata, Jing Ma indossa outfit che coinvolgono tutte le varianti del denim, esaltandone la versatilità e le metamorfosi. Un servizio diventato  cult che ha puntato definitivamente i riflettori su questa giovane pechinese dai tratti delicati, dai lineamenti perfetti su cui il make up si sbizzarrisce con risultati strepitosi.

Ma chi è Jing Ma? Già rappresentata dalle più prestigiose fashion agency mondiali, ha realizzato copertine, shooting, fashion show per i più quotati fashion magazine, per i più rinomati designer. Scoperta durante gli anni del collegio, a Pechino, dichiara che l’esperienza più bella finora vissuta in  passerella è stata poter sfilare a New York per Ralph Lauren, appena un anno fa. E’ appassionata di lettura, le piace ascoltare musica, il nuoto e racconta che i suoi amici di sempre la supportano,fanno il tifo per lei, la ritengono molto fortunata ad avere la possibilità di viaggiare per il mondo e di vivere straordinarie esperienze. Jing Ma ama in particolare New York e il suo fashion world, vorrebbe conoscere Woody Allen e rimanere per sempre nella Big Apple dove ha intenzione di impiantare un suo proprio business in ‘qualcosa che la renda felice’. Tiriamo a indovinare…la moda, forse? Per ora, sembra decisamente averne tutti i requisiti!

Buon venerdì.

Glitter people

 

“La gente pensa che le attrici trovino facile parlare in pubblico, e non è facile affatto; noi, siamo abituate a nasconderci dietro delle maschere.”

Jane Fonda

 

Buon giovedì.

Un febbraio da brividi

 

Il nuovo mese arriva in uno scenario gelido e ammantato di neve come quello di una fiaba del nord. Fiocchi minuscoli e fitti, che scendono senza smettere e vanno ad ispessire una coltre bianca che oltrepassa già i 20 cm…Tutto è silenzio, incanto: i rumori sono attutiti e tetti, lampioni, alberi del parco hanno già assunto un altro aspetto, sulla scia di quei ‘giorni della merla’ coincisi con le temperature più fredde dell’anno. La moda, adattandosi al clima polare, ci avvolge in caldi e morbidi indumenti: accessori che, oltre a proteggerci dal freddo, ci donano una rinnovata allure dai connotati decisamente sofisticati, soprattutto quando si parla di capi in pelo. La pelliccia, quest’ anno, nonostante i diktat contrari degli animalisti, è stata una delle protagoniste più assidue delle passerelle: proposta da brand come Gucci, Fendi, Blugirl, Dolce & Gabbana e Armani -tra gli altri, è stata colorata, trattata, personalizzata (memorabile la pelliccia a pelo lungo di Dolce & Gabbana, in full color rosa shocking). Ma anche la moda low cost e lo street style hanno presentato una gran varietà di capi in pelo, con prevalenza di ecopelliccie dalle più svariate forme e modelli (originalissimo l’effetto ‘dalmata’ della fake fur di Topshop). Tra gli accessori, spicca su tutti la superglamorous Skull-Clasp clutch rivestita di pelliccia viola, o nera,  firmata Alexander McQueen.  Non resta, ora, che dare una risposta all’ annale questione: ‘Vera o falsa’?, scegliendo la pelliccia in base ai nostri credo e alle nostre esigenze, tenendo presente che, a tutt’oggi, la moda offre soluzioni per tutti i gusti e tutte le tasche. E che, in quanto a tendenze, per l’ inverno attuale i trend di punta decretano una decisa vittoria della pelliccia – o ecopelliccia – sul classico piumino. Smentendo, evidentemente, la pur eticamente corretta dichiarazione di Trish Donnally che affermò: “Il sogno americano anni ’50 di possedere una pelliccia di visone è morto proprio come quei 60 visoni uccisi per realizzarla.”

(Nella foto: Veruschka, fotografata da Franco Rubertelli nel 1968.)

Buon mercoledì.

Icone anni ’80: Diana Est

 

” I capelli immobili con disegni statici, ed un trucco energico da guardare subito. Val la pena vivere solo dalle undici, posso solo ridere nell’oscurità”…

Un ritmo ipnotico, ossessivo, elettronico: la new wave italiana di metà anni ’80 aveva interpreti di tutto rispetto che operavano in un circuito concatenante musica, fashion trends underground e la grafica techno-computerizzata dei primi PC in un mix inscindibile di musica e immagine. In quegli anni, una vera ‘nuova ondata’ musical-visiva invase l’Europa, complice la diffusione massiccia dei video-clip. E una trasmissione TV come Mister Fantasy, guidata da un Carlo Massarini perennemente di bianco vestito, sulle note di Glad dei Traffic apriva ogni notte il sipario a tutte le avanguardie italiane e non.

Diana Est era uno di questi personaggi che rappresentavano la new wave a tutto tondo, a 360°: un modo di esprimersi, di apparire, di vivere. Simbolo della ragazza anni ’80 per eccellenza, si contrapponeva alla ‘sciura’ dai capelli cotonati e in giacca dalle spalline imbottite con la naturalezza di uno stile ‘grafico’, essenziale e preziosamente minimal. Capelli alla garçonne con ciuffo asimmetrico che copriva un occhio (diventarono il taglio più copiato da centinaia di giovani donne), trucco quel tanto che basta, si presentava in scena cantando un inno alle atmosfere notturne dal titolo che richiamava  il nome della discoteca più alla moda di Firenze (il Tenax) vestita di un semplice peplo in raso nei toni del rosa, calzando stivaletti rasoterra e indossando un paio di guanti scesi al polso. Forse è già mattino e non lo so…, cantava, e le sue parole sono fissate tuttora indelebilmente su una parete del Cocoricò di Riccione, un mondo latino inventerò, e il suo look classico combaciava alla perfezione con un verso di Seneca compreso nel testo: Sed morbo senectus morbus est carmen vitae immoderatae hic est Tenax, il suo cavallo di battaglia, diventò un tormentone in tutte le discoteche e riascoltandolo oggi, risulta attualissimo. Tanto che Enrico Ruggeri, autore del testo, ha deciso di rilanciarlo in una nuova versione che lo vede interprete principale insieme ai Serpenti. E Diana? Dopo la pubblicazione di altri due dischi (come si chiamavano allora), Le Louvre e Diamanti -concomitante con un suo cambio di look che la vedeva in abiti dal taglio stile jap e sfoggiando un caschetto sfilato con le ciocche buttate attorno al viso – ha abbandonato il mondo dello spettacolo a titolo definitivo. Come una dea della mitologia greca è stata adorata, ha creato proseliti e la sua scomparsa dalle scene è servita solo a renderla immortale. Tenax è ancora uno dei ritmi più ‘battuti’ in  discoteca e chiunque abbia più di trent’anni non può fare a meno di identificare quel brano con lei, splendido ‘diamante’ degli anni ’80 che ha brillato di luce propria, ma non per una sola stagione.

 

 

Buon martedì.

Opera d’arte

 

“O si è un’ opera d’ arte o la si indossa.”

Oscar Wilde

da  Frasi e filosofie ad uso dei giovani, 1894

 

Buon inizio settimana.

Cioccolata calda

 

Quanti ricordi, davanti a una tazza di cioccolata calda! La cioccolata calda era la ‘merenda’ della tappa:di quando cioè, anzichè essere a scuola, noi bighellone ci organizzavamo una giornata offdutynella più assoluta (o quasi) clandestinità. Ma era anche la bevanda post-sciopero, quando manifestare si concludeva con una bella tazza di cacao in crema fumante…Il baretto alla fine del corso, quello all’angolo, era il prescelto: tanti tavolinetti ‘imboscati’, una latitanza favorita e protetta dalle luci soffuse del locale, quasi buio persino a mezzogiorno…E poi, quelle giornate di neve: fantastico, rifugiarsi al baretto quando la neve abbondante diventava una geniale scusa per saltare le lezioni! La nostra cioccolata calda, allora, accompagnava le nostre ciacole mentre era splendido vedere, attraverso le vetrine, scendere una miriade di fiocchi di neve…Gli argomenti? La scuola, le proteste, i pettegolezzi sui prof ma soprattutto gli amorazzi, ovvio. Disquisizioni su’ amore e sesso di adolescenti talune ‘imberbi’, talune più ‘scafate’, ma quasi tutte confuse da comportamenti e modi di fare, soprattutto dalla (mal) esternazione dei sentimenti di coetanei indecifrabili e brufolosi…E poi c’erano i divi: tutte a pendere dalle labbra dei New Romantic ‘sbroccando’ per Simon Le Bon, John Taylor, Adam Ant sostituiti poi da Axel Rose, Bon Jovi e una scia interminabile di rockers, divi del cinema (vedi alla voce Mickey Rourke), calciatori i cui nomi sono finiti in un calderone confuso nel tempo. Ovviamente, la moda era un altro degli argomenti al top: le bibbie erano 100 COSE, LEI, divorate facendo l’orecchietta alla pagina da contrassegnare: pantaloni alla caviglia in pied-de-poule, miniabiti in lana, scaldamuscoli come se piovesse, giacchine in panno di lana corte in vita indossate con temperature sottozero erano le nostre armi di battaglia, e lo scambio di vestiti lo ‘sport più praticato’. Giornate spensierate e senza problemi, quelle della scuola, vissute in un ‘allegra caciaroneria inconsapevole…Flashback che immortalano colori fluo, capelli alla garçonne obbligatori, sorrisi a tutti denti. E andando più indietro nel tempo? Sorrido ancora ripensando alla famigerata ora di lettere delle medie, quando essere chiamate a leggere un brano dell’antologia suscitava brividi e mani sudate a freddo: gli improvvisi scoppi di ‘ridolite acuta’,  incontrollabili e senza motivo, erano il terrore della lettrice. Che quasi sempre doveva interromere a metà il brano assegnato affetta da un’ insopprimibile risarella, incubo irrisolto finanche per gli insegnanti. Torneremmo volentieri ai tempi della scuola, giusto per desponsabilizzarci un po’: ma sarebbe solo un viaggio a ritroso nel tempo con biglietto di ritorno…che avrebbe i minuti contati e gli spazi onirici, quasi surreali… tipici di un sogno dal sapore déjà-vu.

 

Punk’s not dead

 

Chi l’ha detto che il punk è morto? In un panorama street fashion che lascia sempre più spazio a molteplici, differenti tendenze, i leit motiv dell’ originalità e della personalizzazione acquistano, al contrario, ogni giorno maggior valore aggiunto. Si inserisce esattamente in questo trend il lavoro di Claire Barrow, giovanissima designer made in the UK diplomata in Fashion Design al Cleveland College of Art di Middlesbrough e, correntemente, iscritta all’ University of Westminster di Londra in un percorso di approfondimento della stessa materia. Claire, fascinosa modella delle sue creazioni che riflettono una passione no-limits per le street subcultures declinate come veicolo per esprimere nel modo più versatilmente possibile la propria identità, nel 2010 ha iniziato a creare elaborazioni pittoriche personalizzate su un capo cult del punk, il classico chiodo di pelle nera: dall’ ironico al dark, i suoi motivi lasciano ampio spazio alla creatività e al gusto individuale, dando forma a immagini anche su richiesta per effettuare una personalissima operazione customed del giacchino di cuoio. Cieli adorni di nuvole, galassie interstellari, giochi di colori in apparente contrasto sfumati tra loro, figure che sembrano uscite da un quadro di Mirò, graffiti: tutto questo e molto altro ancora, rientra nell’ iconografia stilistica di Claire. I suoi capi ‘dipinti a mano’ hanno da subito riscosso un incredibile successo tra i giovani inglesi e tra gli ‘addetti ai lavori’; la consacrazione da parte della stampa, naturalmente, non ha tardato ad arrivare: articoli e servizi fotografici elogiativi delle creazioni new punk dell’ estrosa designer sono già apparsi in periodici dal calibro di VOGUE UK, I-D, ELLE e Dust – tanto per citarne solo alcuni. Attualmente, importante punto di riferimento per tutti gli interessati è la sezione Buy on line del suo sito personale, che alla vendita dei leather jacket affianca quella di borse e t-shirt graficamente rielaborate. Con una fan d’ eccezione come Rhianna, d’altronde, che le commissionò due ‘chiodo’ personalizzati da indossare durante il Loud tour più capi vari di abbigliamento ad arricchire il suo guardaroba, l’ attenzione nei confronti di Claire Barrow non poteva che salire alle stelle: si preannuncia come un grande evento, dunque, la sua prima collezione completa la cui uscita è prevista per il prossimo maggio. Keep tuned!

 

 

Felice weekend.

L’ abito bianco

 

Durante le sfilate Haute Couture parigine appena concluse, gli abiti eterei e superfemminili -definiti all’unanimità, dalla stampa, “romantici” – di Elie Saab hanno suscitato ammirazione e consensi: colori delicati in palette pastello, applicazioni di lamè e megalunghezze li hanno inseriti a pieno titolo nel filone di un’eleganza chic e sognante che bandisce tonalità chiassose e modelli appariscenti a favore di uno stile evanescente da ninfa, o da fata, dei boschi.  L’esaltazione di questi due diktat, femminilità e romanticismo, non poteva che portare alla massima espressione di entrambi: in passerella, l’ uscita dell’ abito da sposa è risultata l’applauditissima sintesi dei leit motiv ricorrenti del designer libanese. In tessuto rigido il corpetto, ampia e ricca la gonna, la massima sofisticatezza dell’abito si concretizza nell’applicazione di raffinati arabeschi di strass e perline su tutta la sua superficie. Il bianco, classico colore della purezza, viene spezzato da impercettibili tocchi di rosa pastello che riprendono le sfumature del velo, lunghissimo e decorato nell’identica modalità dell’abito, creando delicati giochi luminosi.

Un abito da sposa come ognuna di noi – sin da piccola – lo immaginava, adatto alla principessa di una fiaba. L’abito da sposa per eccellenza, quello che piacerebbe alle nostre mamme: lungo, scenografico e con un ampio velo. Quell’ abito, da bambine, era il simbolo della nostra vita di donne adulte: “plagiate” dai racconti delle fiabe e dalle considerazioni didascaliche di mamme, nonne e zie sulla donna ideale, vedevamo concretizzarsi questo percorso proprio nell’abito bianco: una base di partenza e di arrivo, tappa imprescindibile di vita (pena l’essere tacciata unanimamente da una sottospecie di paria sociale), e soprattutto massimo riconoscimento della nostra femminilità: un uomo ci sceglieva per la vita, dandoci valore come donne, madri, mogli, e l’abito incarnava in assoluto questo privilegio. E poi, naturalmente, c’era l’aspetto romantico: quale mamma non sognava la sua bambina, un giorno, vestita di un candido abito bianco e di un velo di tulle? Gli occhi, in quei momenti, si inumidivano di commozione e un sorriso ispirato incurvava le loro labbra. Ebbene sì, mamme, forse vi abbiamo deluso…rincorrendo chimere di carriera, sbarcando il lunario con lavori improbabili o meno, sbattendoci qua e là allo scopo di realizzare un sogno che coincideva solo con noi stesse, e non con un principe azzurro. E adesso, dopo tanto daffare e rincorsa all’ indipendenza, ci chiediamo se quell’abito, noi, lo indosseremo mai…e se forse eravate voi ad avere ragione, a preferire il percorso vintage di una vita tranquilla. Ma lo sarebbbe poi stata, tranquilla? “O tempora, o mores”…

Buon venerdì.