La giostra

Basta poco, a volte…una musica, un dettaglio, persino un odore particolare, per rievocare momenti e sensazioni del passato. Per ricercare, tra le immagini archiviate nella mente, luoghi, persone, situazioni accuratamente impressi in fotogrammi flou e dai colori incerti, deformati dallo sguardo di bambino che li immagazzinava…e basta un carillon che a manovella mette in moto gli ingranaggi dei ricordi, diffondendo una melodia  semplice, ripetuta all’infinito ad ogni giro, per riaffondare nel passato. La giostrina del carillon affida ai suoi cavalli in miniatura e a decorazioni come glassa di zucchero il ritornello di giorni lontani: giorni di festa, quando le giostre arrivavano in città! Ancora mano nella mano della mamma avanzavi incerta, quando si spargeva la voce…ed erano capricci e suppliche, per arrivare in quei campi densi di ghiaia e di erba che ospitavano giostrine variopinte come enormi carillon, autoscontri e ottovolanti che non vedevi e non ti interessavano…Cercavi solo le decorazioni di perle, i cavallucci che si muovevano a suon di musica, il dolce movimento ondulante della rotonda pedana. Ed erano aspri rimproveri dei vecchi quando ammonivano imperiosi di stare attenti, perchè gli zingari  rapivano i bambini: la manina stretta più forte in quella della mamma non appena i tuoi occhi , ancora intrisi solo del tuo piccolo mondo, scorgevano le roulotte sparse attorno, il fumo che ne usciva, donne scure come tronchi d’albero in trecce lunghissime ed ampi gonnoni. Ma il sogno tornava, su quella pedana. E mentre roteava a suon di musica cullandoti sui suoi cavallucci incantati, nulla poteva succederti: ti accingevi a varcare i confini di un mondo fatato che ti avrebbe condotto, giro dopo giro, verso il magico scenario di una favola surreale, in un Regno della fantasia dove non esistevano vecchi apprensivi nè pittoreschi ladri di bambini..

Buon venerdì.

Bree

 

Stavo cercando di uscir fuori da un mondo che ho conosciuto, perchè non ritenevo che andasse bene per me…e alla fine mi sono ritrovata al punto di partenza. Però a un certo punto ho capito che non me ne importa un tubo, ecco: quello che veramente mi piacerebbe è essere senza volto e senza corpo…E, soprattutto, essere lasciata in pace.

Bree Daniel/Jane Fonda

in “Klute”

by Alan Pakula, 1972

 

Buon giovedì.

Dr. Martens: rapsodia in rosa

La notte scorsa ho fatto uno strano sogno: mi accingevo ad acquistare un modello di scarpa stringata ed aderente alla caviglia dalla pelle morbidissima, che tastavo mentre il commesso mi stringeva il piede intrecciando i  lacci. Ma quel che mi faceva star bene, che mi dava una splendida sensazione di fiaba primaverile era il colore, della scarpa: un rosa vivace, un pizzico meno appariscente del fucsia, ma molto vivo. Una variante appena più accesa del tipico rosa sorbetto tanto in voga per le collezioni della bella stagione. Poco fa ho cercato un fac simile di quella scarpa in rete, e non c’è che dire, il modello era effettivamente molto simile ad un Dr. Martens! Ho scoperto così che la nuova collezione primavera/estate 2012 dei sempiterni anfibi si declina in tonalità pastello e molto candy, sicuramente per allinearsi alle tendenze che, per gli outfit primaverili, hanno decretato vincente questa palette colori. Lo stivaletto, ormai un classico legato a tantissimi ricordi giovanili e alle più disparate esperienze, nella sua doppia versione (alto a metà polpaccio, oppure a metà caviglia) si tinge di colori insospettabili tra cui uno splendido pervinca, non tralasciando la sfumatura secondo me più favolosamente 2012 come il bluette ‘metallizzato’. Non dimentichiamo d’altronde che Dr Martens ha reso possibile, grazie al suo spirito di ricerca, un’evoluzione decisiva e continua del modello base del brand, che lo scorso autunno/ inverno abbracciò ad esempio modelli maculati e in fantasie animalier, dando il via addirittura ad una collaborazione con Swarovski per una collezione natalizia che impreziosiva il classico anfibio nero di piccoli cristalli  incastonati nella scarpa. Che questa primavera, dunque, inizi sotto i buoni auspici del colore: per cancellare, passo dopo passo,  tutte le giornate grigie che si presenteranno lungo il nostro cammino.

Buon mercoledì.

Glitter people

 

” Faccio errori, sono senza controllo e a volte difficile da sopportare. Ma se non riesci a sopportare il mio peggio, puoi star certo che non meriti il mio meglio.”

 

Marilyn Monroe

 

 

Buon lunedì.

Loredana, regina del rock

 

Fosse per me, il Festival di Sanremo l’avrebbe vinto lei in coppia con Gigi D’Alessio: giusta ricompensa per una carriera che, negli ultimi anni, le ha riservato periodi altalenanti e ha mancato, forse, di decretarla a tutto tondo Regina del rock italiano come merita e ha sempre meritato. Una grinta unica, prescenza scenica di fortissimo impatto, un vero “animale da palcoscenico”, Loredana Bertè è sicuramente la protagonista numero uno della scena pop rock nostrana: D’Alessio ha dichiarato recentemente che non avrebbe mai pensato a un’altra interprete se non a lei, per il brano Respirare, aggiungendo che, in assenza di Loredana, solo un’artista del calibro di Tina Turner avrebbe potuto egregiamente sostituirla. Io la Bertè la ricordo in un live strepitoso realizzato molti anni fa nella mia città: un concerto tenuto all’apice del suo successo, quando, rivelando un gusto e un estro non comuni, alternava ad ogni disco un cambio di look. Fu lei a lanciare lo stile new romantic in Italia, interpretando la sua Ninna Nanna in tenuta da pirata che includeva bluse di pizzi e merletti, pantaloni ad ampie striscie e cappelli da bucaniere, reinterpretando la tendenza lanciata oltremanica dai vari Spandau Ballet e Adam & the Ants. Provocatoria, bellissima, una cascata di capelli ricci e colori tipicamente mediterranei, sul palco non si risparmiava e di quel concerto, della Bertè, ricordo l’energia, la vitalità, l’aggressività pura che altro non era che una rielaborazione della sua immensa grinta. Il pubblico rimaneva ipnotizzato dal suo fascino istintivo e dal feeling ‘di pelle’ che riusciva a creare con i suoi musicisti. Un mito, Loredana: erano gli anni ’70 e lei appariva in minishorts glitterati, stivaloni star & stripes, top minimale nelle pagine patinate delle riviste, fotografata sullo sfondo di una Grande Mela che nel ’78 accoglieva il primo Fiorucci Store incoronando la Bertè sua madrina. Fu l’inizio di quel periodo newyorchese che la legò a tutto il mondo artistico underground dell’epoca, immergendola nel fermento della Factory e permettendole di intrecciare rapporti di amicizia e professionali con Andy Warhol, che nell ’81 volle girare il videoclip di Movie – dove Loredana canta circondata da avenue e grattacieli grazie alla tenica del chroma key – e con Christopher Makos, artista della Factory che scattò le foto di copertina dello stesso disco: un primo piano intenso, che gioca con luci ed ombre del suo volto ‘riassunte’ in un bianco e nero elegante. Anni creativamente effervescenti in cui, tra Studio 54 ed evoluzione della pop art, Loredana declinò la sua italianità a livello internazionale in un mix che  incentivava la sua ispirazione, e promuoveva lei come fonte d’ispirazione, al tempo stesso. Oggi, la nostra “madrina del rock” merita a tutti gli effetti di tornare a ruggire come un tempo e con tutti i dovuti riconoscimenti: è il minimo che spetta, e di diritto, a chi il rock, e il palcoscenico, scorrono nel sangue.

 

Loredana a New York, insieme a Andy Warhol

 

Buona domenica.

Ultimo sabato di Carnevale

 

E stasera, mentre la laguna si tinge di azzurro sempre più intenso sconfinando nel buio, mi aspetterai sul pontile. Arriverò, irriconoscibile in una maschera spettacolare, ti sfiorerò la mano e ci avvicenderemo insieme verso l’ avventura dei campielli chiassosi, delle calli affollate, assecondando i fruscii delle pesanti stoffe preziose e delle balze che tramuteranno, per questa ed altre notti, la nostra essenza in una mirabolante, fittizia identità.

Sul nostro cammino, solo morette e maschere a celare gli sguardi: lasceremo a manciate di coriandoli , ad arabeschi di stelle filanti, il compito di lanciare colorati segni di saluto. E quando magica, tra le risa e le voci falsate, nelle calli, nei campielli apparirà un’oasi di notturno silenzio, godremo estasiati di questi attimi in cui il gorgoglio dei canali accompagnerà i nostri passi. Ci infileremo, euforici, in un bacaro brulicante di un variopinto caleidoscopio di maschere, sorseggeremo spritz fino a rimanerne piacevolmente storditi, per poi confonderci di nuovo nella notte. Le bifore illuminate di un maestoso palazzo ci abbaglieranno invitanti, saremo arrivati: ora noi in mezzo alla folla, il fiatone dopo scalini saliti di corsa, circondati da un’ incredibile moltitudine  di avventori in costumi come opere d’arte. Che inizino le danze…e tra ambiguità e ori, tra sfarzo e velluti, tra meravigliosi colori e regali movimenti, mentre muoveremo i nostri passi al melodioso ritmo di un’ armonia settecentesca, ci chiederemo se è qui, a Venezia, che ogni Febbraio si trasferisce il Paradiso.

Felice weekend.

Coco Rocha: supermodel dalle mille risorse

 

Canadese, nata a Vancouver, ma di origini irlandesi, russe e gallesi, viene scoperta da un model scout durante una gara di danza irlandese, a soli 14 anni. Lei, Coco Rocha, dà i suoi primi passi nel mondo del fashion world senza montarsi la testa e continuando gli studi. Ma poi, arriva la grande chance che la consacra a livello internazionale: nel 2006 VOGUE Italia le dedica una copertina e da quel momento la sua carriera si consoliderà a livello mondiale, contemplando la sua presenza costante e fissa come protagonista delle più importanti Fashion Week sia d’oltreoceano, che europee. Richiestissima, alterna shooting a campagne pubblicitarie per le più prestigiose Maison: viene fotografata da Steven Meisel per Dolce & GabbanaLanvin, da Karl Lagerfeld per Chanel, le copertine a lei consacrate e le passerelle da lei calcate si moltiplicano a dismisura annoverando solo la crème de la crème dell’intero fashion biz. Diventa musa di Jean-Paul Gaultier esibendosi, nel 2007, in una tipica danza irlandese durante una sfilata, e nello stesso anno VOGUE America la incorona, insieme a un folto gruppo di modelle che comprende -tra le altre – Agyness Deyn, Lily Donaldson, Chanel Iman, ‘supermodel of the year’: una definizione importante, dato che proviene da Anna Wintour in persona. Nel 2008, altra tappa importante per l’escalation in fama e bravura di Coco Rocha: viene fotografata da Patrick Demarchelier per il calendario Pirelli, e da allora in poi prosegue come un vortice la sua partecipazione a sfilate, campagne pubblicitarie, servizi fotografici rigorosamente ad altissimo livello. A rappresentarla, ben quattro agenzie di model management tra America ed Europa, naturalmente le più prestigiose. Eppure, Coco, nata Mikhaila Rocha, piace da morire per la schiettezza nei modi, per gli atteggiamenti mai ‘posati’, per la naturalezza e la simpatia, autentica, che sprigiona. La sua è una bellezza mai irraggiungibile, spigliata, sbarazzina, priva di qualsiasi traccia di altezzosità e scevra di ogni ‘piedistallo’. Rivelandosi – oltre che bella – smart e versatile, ha fatto dei social network un mezzo di comunicazione privilegiato tra lei e i suoi fan diversificandosi tra blog, sito ufficiale, Twitter e Facebook dove aggiorna personalmente il suo profilo creando un contatto quotidiano e interattivo con i suoi aficionados, intervistando designer e modelle, realizzando video e servizi fotografici sul fashion world e firmando, inoltre, editoriali ed interviste. per i maggiori fashion magazine. Ma non finisce qui: con Model Alliance, Coco è coinvolta attivamente in un’organizzazione che protegge e salvaguarda i diritti delle modelle tenendole al riparo dal rischio di anorresia e sfruttamento.  Una carriera nella moda a 360°, che si trova perfettamente a suo agio tra passerella e backstage, redazioni e mondo del  web. Comunicativa e ‘vera’, c’è da scommettere che la verve di Coco non si esaurisca qui, e che in futuro il suo ruolo di modella si declinerà ancora in infinite variazioni: regalandoci costanti sorprese che siamo sicuri di apprezzare, fin da ora, a ‘scatola chiusa’!

 

 

Buon venerdì.

La moda e lo sguardo

 

“Vesti male e guarderanno il vestito. Vesti bene e guarderanno la donna. “

Coco Chanel

 

(Photo by Tim Walker)

 

Buon giovedì.

Maschere

 

“Nascondi chi sono, e aiutami a trovare la maschera più adatta alle mie intenzioni.”

W.Shakespeare, da Macbeth, atto III, scena II


Quante volte, quanto spesso nella vita, indossiamo delle maschere? Maschere invisibili, che deformano, occultano, stravolgono il nostro vero essere…Maschere inconsapevoli, che posiamo sul volto senza accorgercene. Maschere che ci assegnano gli altri. Maschere che intenzionalmente utilizziamo per tramutarci in chi non siamo. Maschere che sono sfaccettature o proiezioni di noi stessi. Il relativismo della nostra identità, già analizzato da Pirandello, porta a una rimessa in discussione totale del nostro io, a una disgregazione eclatante della personalità che, nel disorientamento completo, sfocia nella manifestazione più pregnante della sua frantumazione: la  follia (come in Uno, nessuno, centomila). Macbeth, spinto da una profezia che esalta la sua ambizione, indossa una maschera per raggiungere i suoi invasati obiettivi, fomentato da Lady Macbeth e poi da un assolutismo visionario che si tramuta in follia. Jeanne e Paul, in Ultimo tango a Parigi, usano maschere per annullare la propria identità allacciando una relazione basata su una carnalità senza nomi, senza età, senza un passato: che vive solo nel ‘qui ed ora’. L’esito è tragico, intriso di sangue. L’alterazione dell’ identità – quando non è solidificata, consapevolmente radicata nell’ interezza di chi la vive – si sdoppia, triplica in maschere come in un infinito gioco di specchi, e l’unico modo per coglierla nella sua essenza più profonda è riconoscerla nella sua modularità, nella sua flessibilità, nelle sue sfaccettature. Le Maschere della Commedia dell’Arte, al contrario, nella maschera (moretta o bautta) rafforzavano, definivano la loro identità in una tipicizzazione che concretizzava l’essenza pura del personaggio: la ‘maschera’ non ha bisogno di un volto ma è definita da un costume caratteristico ed invariato, dalla modulazione della voce, dalla cantilena dei dialetti, dalla gestualità eloquente…In tempi di Carnevale, per paradosso, la maschera è un interessante strumento per fornire indizi sulla nostra identità: come scrisse Xavier Forneret quasi due secoli orsono, ” Durante il Carnevale, l’ uomo mette sulla propria maschera un volto di cartone.”.

Buon mercoledì.

Buon San Valentino

 

“Gli incontri più importanti sono già combinati dalle anime prima ancora che i corpi si vedano.   Generalmente essi avvengono quando arriviamo ad un limite. Quando abbiamo bisogno di morire e rinascere emotivamente. “

Paulo Coehlo

da Undici minuti

 

***UN BUON SAN VALENTINO A TUTTI I LETTORI E LE LETTRICI DI VALIUM***