Dolce & Gabbana approda a SoHo e conquista New York

 

Dolce & Gabbana loves New York! Il duo creativo del Made in Italy lo dimostra inaugurando una boutique nel cuore della Grande Mela, a SoHo, più precisamente al 155 di Mercer Street. La location scelta – una ex caserma dei Vigili del Fuoco – è altamente suggestiva, gli interni spettacolari e in stile Dolce & Gabbana DOC: l’ edificio, datato 1854, vanta una facciata in ghisa restaurata secondo un progetto d’epoca, mentre lo store si snoda su tre piani associati ad altrettanti concept esclusivi. Colpisce subito il mix tra i codici del brand e un’ innovatività prettamente ispirata a gusti, stili e input della Millennial Generation. Calata nelle atmosfere cool di SoHo, la boutique Dolce & Gabbana ne veicola gli umori e li combina con i caratteri di una squisita contemporaneità. L’ universo Millennial predomina, e con esso la mutevolezza perenne delle leggi del web: un “hic et nunc” che si fa stile di vita, la velocità e la metamorfosi come must di un reale contraddistinto dalla transitorietà. Un mondo cangiante e ricco di sfaccettature che lo store riflette a partire dagli arredi, dai dettagli architettonici. Non è un caso che il freestanding regni sovrano, come i pannelli damascati oro mai all’ insegna della fissità, o che persino la scala mobile che sale al primo piano vari il suo percorso in conformità con la struttura; a fare da fil rouge, ampi spazi dalle linee nette e giochi di luce teatrali distribuiti sui tre piani in cui campeggiano le collezioni Uomo, Donna, Bambino e gli accessori.

 

 

 

Il piano terra: Amore & Bellezza – Ovvero, Dolce & Gabbana incontrano i Millennials. Amante del bello e intrigato dai leitmotiv della contemporaneità, il duo intreccia un dialogo con la Generazione Y assimilandone la passione per i social e per la comunicazione via web.  Scritte, graffiti e disegni risaltano sulle pareti, mentre uno schermo al LED trasmette live streaming gli aggiornamenti dell’ account Instagram di Dolce & Gabbana. Riflessi iridati e luci al neon in technicolor evidenziano l’ allure ipermoderna del locale, e sono ancora delle coloratissime insegne al neon a riprodurre i nomi dei tre piani.

 

 

Il primo piano: Stravaganza – Un piano completamente all’ insegna della leopard print. Pareti a pannelli, tappeti, abiti e accessori sono un’ ode a un pattern che ha fatto la storia di Dolce & Gabbana tramutandosi in emblema di audacia e di pura eccentricità. Vero e proprio signature del brand, il leopardato viene debitamente celebrato da questo spazio wild-chic.

 

 

Il secondo piano: DNA – Contemporaneità, futuro e innovazione sono concetti che acquistano significato solo se sostenuti da un background di spessore. L’ importanza dell’ heritage è fondamentale; è’ un patrimonio di luoghi, reminescenze e riferimenti culturali che definiscono il senso di appartenenza, le proprie radici. Quelle di Dolce & Gabbana affondano nell’ “italianità” e la declinano in un inconfondibile connubio di creatività, sartorialità e tradizione.  Il secondo piano inneggia ai valori del duo ed a uno stile che nell’ abito lingerie o a tre pezzi, nel pizzo nero e nella borsa Sicily rinviene i suoi capi iconici: senza tempo e al di là di ogni tendenza proprio perchè carichi di una profonda valenza ispirativa, di un valore emblematico che trascende il concetto stesso di “moda”.

 

Photo: Dolce & Gabbana

 

Il close-up della settimana

 

La Fashion Icon del 2017 è lei: Donatella Versace. A decretarlo sono i Fashion Awards, che il 4 Dicembre l’ hanno insignita di questo titolo in occasione delle premiazioni annuali dedicate ai protagonisti del mondo della moda. La cerimonia, tenutasi nella spettacolare cornice della Royal Albert Hall di Londra, ha celebrato la creatività e l’ innovazione nel settore fashion. Presentatori d’eccezione sono stati Jack Whitehall e Karlie Kloss, mentre la designer della Maison della Medusa ha ricevuto il premio dalle mani di Naomi Campbell, storica musa, fan e amica di Versace. Il riconoscimento è stato doppio, giacchè ad essere nominati Fashion Icon sono stati sia Donatella, che il brand fondato quasi 40 anni orsono dal fratello Gianni: dopo la morte di quest’ ultimo, la biondissima stilista ha preso le redini di un impero che ha guidato con creatività, genialità e intuito ai massimi livelli, creando un proprio universo iconico e sostenendo i new talents della moda con forza e convinzione. Dopo il boom della sfilata “Tribute”, dunque, un nuovo successo corona la carriera di Donatella Versace. “Sono davvero onorata di ricevere il premio Fashion Icon ai Fashion Awards 2017“, ha dichiarato la designer sul palco della Royal Albert Hall. ” Per 40 anni io e mio fratello abbiamo fatto ciò che amiamo e sono orgogliosa di portare avanti questa tradizione. Abbiamo celebrato l’ emancipazione, la gioia e ovviamente il glamour. Abbiamo sostenuto persone che condividono i nostri valori, e insieme a loro abbiamo creato delle immagini che sono diventate davvero iconiche nella moda. Mi emoziona molto vedere come Versace è stata apprezzata nei decenni, nel mondo e dalle diverse generazioni. Grazie al settore per averci supportato, grazie al mio team per la dedizione e il duro lavoro, grazie alla mia famiglia e ai miei amici che mi sono stati accanto più di quanto possano immaginare, e grazie a mio fratello Gianni, che è stato un genio. Il suo spirito incredibile è in tutto ciò che facciamo e in tutto ciò che crediamo.”

 

Photo via Celebrityabc from Flickr, CC BY-SA 2.0

Il close-up della settimana

(Photo by Patrick Demarchelier)

Era un “piccolo grande uomo”, prendendo in prestito il titolo di un film di Arthur Penn, laddove “piccolo” si riferisce unicamente alla sua statura. “Grande”, invece, è l’ aggettivo che definisce il suo talento immenso, ciclopico, che lo ha innalzato alle più alte vette del design della moda: è così che Azzedine Alaia verrà per sempre ricordato. Sono innumerevoli, le mostre fino ad oggi dedicate ai suoi abiti-scultura; il Musée d’Art Contemporain di Bordeaux, Palazzo Corsini a Firenze, il Guggenheim Museum di New York, il Musée d’Art Modern di Parigi e Galleria Borghese a Roma sono solo alcune delle prestigiose strutture che li hanno messi in esposizione. Non è un caso che la passione per la moda di Alaia sia nata e cresciuta in parallelo con quella per l’arte: classe 1940, tunisino, studia scultura all’ Accademia delle Belle Arti di Tunisi prima di trasferirsi a Parigi e dedicarsi al fashion design. E’ il 1957, e Azzedine debutta in grande stile nel team di Dior approdando in seguito da Guy Laroche e Thierry Mugler, ma alla fine degli anni ’70 corona il sogno di aprire un atelier proprio che avvia nel suo appartamento di rue de Bellechasse. Da allora, e per ben 20 anni a venire, quell’ indirizzo sarà meta di celebrities e grand dames del jet set del calibro di – per citarne solamente un paio – Greta Garbo e Marie-Hélène de Rotschild. L’ escalation di gradimento, nel 1980, è tale da spingere Alaia a lanciarsi anche nel prèt-à-porter. Il successo è immediato: agli Oscar della Moda indetti a Parigi nel 1984, il couturier viene premiato sia in qualità di “Miglior stilista” che per la “Migliore collezione” dell’ anno, e la sua fama varca i confini della Francia fino a raggiungere New York e Beverly Hills. “The King of Cling”, come viene soprannominato per gli abiti iperfascianti e seduttivi che crea, conta su una schiera di fedelissime che include, tra le altre, Madonna, Tina Turner, Naomi Campbell, Carine Roitfeld, Grace Jones (indimenticabile nel suo attillatissimo long dress rosa con cappuccio ), Shakira, Janet Jackson, Stephanie Seymour e Raquel Welch. Il prèt-à-porter si impone intanto come uno dei suoi punti di forza al pari dell’ Haute Couture: rimane celebre la collezione in cui, nell’ AI 1991/92, porta in passerella il maculato in total look ispirandosi a suggestioni street style e hip hop. Intorno alla metà degli anni ’90 Azzedine Alaia sparisce dai riflettori, ma continua a presentare le sue collezioni nel multispazio del Marais in cui ha unito boutique, showroom e atelier.  Nel 1996 partecipa alla Biennale di Firenze insieme a Julian Schnabel, realizzando uno straordinario abito che “dialoga” con le opere dell’ artista statunitense. Quattro anni dopo firma una partnership con il Gruppo Prada che acquisisce le licenze del suo marchio, ma nel 2007 ne riprende possesso concludendo un accordo con la holding svizzera Richemont. Avverso a un concetto di moda come “marketing”, Alaia si dichiara lontano dalla logica che identifica la moda con uno status symbol e che prevede collezioni a ritmo serrato. Sue priorità rimangono il design, la ricerca sull’ abito, l’ unicità dello stile. Il nuovo millennio consolida la sua carriera di couturier a pieno titolo: nel 2008 viene insignito della Légion d’Honneur dal governo francese, si susseguono le mostre a lui dedicate e le donne più famose del mondo fanno sfoggio delle sue creazioni. Tra le sue fan vanta, adesso, Michelle Obama, Marion Cotillard, Carla Bruni, Rihanna, Beyoncé, Gwyneth Paltrow, Kim Kardashian, Nicki Minaj oltre a molte, moltissime altre celebs ancora. Nel 2015 Azzedine Alaia lancia il suo primo profumo e la Galleria Borghese di Roma celebra il genio del designer tunisino tramite una mostra dal significativo titolo di Couture Sculpture. Il 18 Novembre scorso, “The King of Cling” muore a Parigi all’ età di 77 anni: la sua leggenda, ora, si accinge a tramutarsi in mito.

 

Tendenze AI 2017/18: l’ eclettismo del pantsuit

Versace

Con la stagione fredda torna il pantsuit, e lo fa in grande stile. Strutturato e ben sagomato, il suo è un design solo all’ apparenza formale: il pantsuit dell’ Autunno/Inverno 2017/18 sperimenta forme inedite, si declina in pattern e nuance insolite, grazie ai dettagli cambia volto ed abbraccia un eclettismo formidabile. All’ insegna della ricerca stempera la sua allure rigorosa e rivisita i dettami che l’ hanno reso un basic del guardaroba, giostrandosi tra sartorialità e innovazione. E’ così che il capo clou del look rampante acquisisce nuova linfa e sancisce la sua libertà di espressione.

MSGM

Dolce & Gabbana

Maison Margiela

Roksanda

Gucci

Victoria Beckham

Delpozo

Sonia Rykiel

Trussardi

Emilia Wickstead

Ellery

Mila Schon

“Rei Kawakubo/Comme des Garçons: Art of the In-Between”: al via la mostra annuale del MET

Blue Witch, spring/summer 2016. Photo by © Paolo Roversi; Courtesy of The Metropolitan Museum of Art

Il caschetto nero, geometrico, con frangetta, e l’ immancabile chiodo: la sua immagine stessa è iconica. E a un’ iconografia innovativa, potentemente di rottura, Rei Kawakubo ha consacrato tutta la propria ricerca stilistica. Non è un caso che proprio a lei il Costume Institute del Metropolitan Museum of Arts di New York dedichi la sua mostra-evento annuale, appena inaugurata e visitabile fino al prossimo 4 Settembre. Classe 1942, nata a Tokyo, Rei Kawakubo è la seconda designer vivente (e la prima designer donna) che il  Museo della 5th Avenue decide di omaggiare dopo la grande retrospettiva dell’ ’83 su Yves Saint-Laurent. Il titolo dell’ esposizione – curata da Andrew Bolton – è indicativo: “Rei Kawakubo/Comme des Garçons: Art of the In-Between”, un inno agli interstizialismi sui quali l’ estetica della stilista si fonda e si sviluppa, i punti di incontro che connettono gli ossimori donando loro una forma del tutto inedita. E’ questo il tema base di un iter snodato tra circa 150 abiti appartenenti alle collezioni che Kawakubo ha creato dal 1980 ad oggi,  un approfondimento che esula dai criteri cronologici suddividendosi in 8 aree corrispondenti a dualismi quali Fashion/Anti-Fashion, Design/Not Design, Model/Multiple, Then/Now, High/Low, Self/Other, Other/Subject, Clothes/No Clothes. Non esistono definizioni per Rei Kawakubo, la creazione coinvolge un concetto ed il suo esatto opposto in una convivenza che abbatte qualsiasi confine: quando nel 1969, a Tokyo, dà vita al brand Comme des Garçons dopo una laurea in Letteratura all’ Università di Keio e alcune esperienze come freelancer, la sua filosofia è ben chiara sin dal nome con cui lo battezza.

Body Meets Dress–Dress Meets Body, spring/summer 1997. Photo by © Paolo Roversi; Courtesy of The Metropolitan Museum of Art

Il debutto sulle passerelle parigine, nel 1981, afferma con forza la sua rivoluzionaria visione. Le modelle sfilano pallide, avvolte in forme che anzichè evidenziare il corpo lo rimodellano, stravolgono i volumi in una miriade di asimmetrie, sovrapposizioni, elementi tridimensionali. La palette cromatica è un inno al nero, tutt’ al più accostato al bianco o al grigio. Lo stile rimette in discussione la moda nella sua accezione stessa: minimalismo, modernismo e concettualismo si mixano, a imporsi è un’ ispirazione che attinge unicamente all’ essenza interiore. Gli abiti di Kawakubo nulla concedono agli stilemi standard, ai riferimenti geografici o alla tradizione. I punti cardine del fashion vengono costantemente rovesciati, sezionati e riassemblati secondo criteri agli esatti antipodi del “conventional”, donando alla nozione di “bellezza” un significato nuovo e sfaccettato in toto.  Per Comme des Garçons è un boom, il trionfo di un’ estetica giapponese che ha in Rei Kawakubo, Yohji Yamamoto e Issey Miyake le proprie punte di diamante. Quel che accomuna i tre innovativi designers è la sperimentazione sulle forme e sui materiali, la concezione dell’ abito come una struttura scultorea che definisce la silhouette ex novo.

Rei Kawakubo for Comme des Garçons. Photo by © Paolo Roversi; Courtesy of The Metropolitan Museum of Art

Nel tempo, Kawakubo accentua questo aspetto fino a creare delle vere e proprie opere d’arte: con l’arte, d’altronde, la stilista celebrata dal MET ha sempre mantenuto un feeling speciale. Basta pensare alla campagna pubblicitaria Comme des Garçons dell’ ’89 con Francesco Clemente come protagonista o a quella che, nel ’93, Cindy Sherman imbastisce sui propri self-portraits concettuali. Le contaminazioni tra arte, moda e cultura sono una costante dell’ incessante ricerca di Rei Kawakubo: dal suo immaginario fertile scaturisce un tripudio di iniziative e di intuizioni. Comme des Garçons è ormai un brand che coinvolge il suo universo creativo a 360°: nel 1988 nasce Six, la rivista biennale del marchio, a cui fa seguito una linea di profumi che dal 1994 anticipa il trend “no-gender” proponendosi in versione esclusivamente unisex, le magnifiche advertising campaign vengono firmate da top names della fotografia quali Paolo Roversi e Juergen Teller.

Blood and Roses, spring/summer 2015. Photo by © Paolo Roversi; Courtesy of The Metropolitan Museum of Art

L’ eclettismo di Rei Kawakubo, così come la sua ispirazione, non ha confini e si traduce inoltre – citando un ulteriore esempio – nell’ ideazione del Dover Street Market, noto tempio del luxury retail che si disloca oggi tra Londra, New York, Pechino e Tokyo.  L’ inventiva della designer si dirama in molteplici direzioni, tutte rigorosamente associate da un denominatore comune: la ricerca del nuovo in senso assoluto. Un obiettivo che ha pienamente centrato, a cominciare dalla moda. “Non esistono limiti” – come ha dichiarato Kawakubo stessa – “Cerco di fare abiti che non sono mai esistiti prima”.

Blue Witch, spring/summer 2016. Photo by © Paolo Roversi; Courtesy of The Metropolitan Museum of Art

La mostra è corredata da un catalogo, a cura di Andrew Bolton, che raccoglie scatti originali di Paolo Roversi, Nicholas Alan Cope, Inez & Vinoodh, Craig McDean, Kazumi Kurigami, Katerina Jebb, Collier Schorr, Ari Marcopoulos e Brigitte Niedermair.

“Rei Kawakubo/Comme des Garçons: Art of the In-Between”

Dal 4 Maggio al 4 Settembre 2017

Metropolitan Museum of Arts, 1000 5th Avenue, New York

Per info: www.metmuseum.org

Blue Witch, spring/summer 2016. Photo by © Paolo Roversi; Courtesy of The Metropolitan Museum of Art

Body Meets Dress–Dress Meets Body, spring/summer 1997. Photo by © Paolo Roversi; Courtesy of The Metropolitan Museum of Art

Body Meets Dress – Dress Meets Body, spring/summer 1997. Photo by © Paolo Roversi; Courtesy of The Metropolitan Museum of Art

18th-Century Punk, autumn/winter 2016–17. Photo by © Paolo Roversi; Courtesy of The Metropolitan Museum of Art

18th Century Punk, autumn/winter 2016–17. Photo by © Paolo Roversi; Courtesy of The Metropolitan Museum of Art

Cubisme, spring/summer 2007. Photo by © Craig McDean; Courtesy of The Metropolitan Museum of Art

Inside Decoration, autumn/winter 2010–11. Photo by © Craig McDean; Courtesy of The Metropolitan Museum of Art

Photo courtesy of The Metropolitan Museum of Art

Vagabonds: il racconto di Capodanno di Viktor & Rolf

” Le strade erano piene di movimento e le botteghe erano ricoperte dei loro ornamenti più gai e festosi.”, scrive Charles Dickens in suo brevissimo e struggente racconto di Capodanno. L’ atmosfera è suggestiva e ci riporta indietro solo di una manciata di giorni, quando – tra party e cenoni – abbiamo salutato il 2017. Nel pathos dickensiano, mentre la narrazione prosegue, si insinua una vena di tristezza, la stessa amarezza che pervade il suo Canto di Natale: lungo la vie della città vestita a festa sembra di scorgere, confusi tra la folla, i vagabondi e gli “antieroi” che popolano l’ intero universo dell’ autore. Ed è proprio ai vagabondi di Dickens che Viktor & Rolf si ispirano per una collezione Haute Couture FW 2016/17 di rara preziosità. Un mix and match pregiato di tessuti e capi tratti dall’ archivio della Maison rievoca lo stile di coloro che non appartengono a nessun luogo, che vagano senza meta vestiti alla rinfusa, mescolando gli indumenti in una sorta di marasma caotico.

A questo caos apparente Viktor Horsting e Rolf Snoeren donano radici, solide fondamenta: un intreccio di materiali dà vita a giochi di volume inediti, che risaltano un’ altissima ricercatezza ornamentale. Ricami, perle e cristalli si alternano, squisiti, in ricche incrostazioni. Il punto di partenza sono le collezioni del passato, a cui i couturier attingono per un “repechage” attento ed accurato.  A tale scopo, gli elementi iconici vengono rivisitati all’ insegna di una nuova modalità espressiva: una rielaborazione che prevede, innanzitutto, una profonda riflessione sul passato come conditio sine qua non per rapportarsi alla contemporaneità. Solo un meticoloso studio del passato, infatti, può garantire una rilettura realmente consapevole, basata sulla concretezza e su un’ effettiva innovazione.

Il valore aggiunto è relativo al design, che traduce la tipica artigianalità dell’ Haute Couture in una tecnica “smaccatamente” handmade. Non è un caso che grande risalto venga conferito alla tessitura ed al collage: quest’ ultimo l’ ennesimo, sofisticato dettaglio che va ad enfatizzare una vera e propria miscellanea di stoffe e di stili.

Il close-up della settimana

E poi, all’ improvviso, capita che in un freddo giovedì d’ inverno, moderatamente ravvivato dalle luci e dalla frenesia natalizia, arriva una notizia sconvolgente: Franca Sozzani è scomparsa ieri all’ età di 66 anni, dopo una lunga malattia di cui solo gli intimi erano a conoscenza. Non esistono parole per esprimere lo sgomento, lo stupore, il dolore che porta con sè questa breaking news. Se ne andata la “Signora della Moda”, come l’ hanno definita, ma anche un’ icona, una donna impegnata nel sociale, una mentrice. Non lo sapevo, allora, ma è a lei che è associato il mio primo incontro con la fashion press: era il 1980 e io – non ancora neppure una teen – diventai una fan assidua di Lei, che avevo scoperto in un negozio di “moda giovane” (all’ epoca si chiamavano così) della mia città. Proprio in quell’ anno  Franca Sozzani fu nominata Direttore del magazine, e non potrò mai più dimenticare l’ entusiasmo che provavo nello sfogliare quelle pagine effervescenti, la sensazione di sentirmi già grande. Dal timone di Lei a quello di Vogue Italia, per il super Direttore,  il passo è stato breve. E con Vogue si è imposta per la sua sovversiva impronta estetica, il coinvolgimento di fashion photographers che hanno mirabilmente tradotto la sua filosofia e la sua idea di stile, l’ audacia delle immagini e l’ impegno nei temi. Qualche esempio? Il Black Issue completamente dedicato all’ Afro-American glamour, o il numero in cui celebrava le curvy sfidando gli standard di bellezza. Oppure, ancora, l’edizione Cinematic, che denunciava – ancora una volta attraverso i memorabili scatti di Steven Meisel – la violenza sulle donne prendendo come spunto gli horror movies: dei veri e propri gesti rivoluzionari per chi riduce la moda a un mondo di lustrini. Alle sue battaglie sociali (che nel 2014 le sono valse, tra l’ altro, una nomina ad Ambasciatrice ONU contro la Fame del World Food Program) Franca Sozzani ha affiancato un’ intensa attività di fashion scouting. Intuitiva, propositiva, geniale, il suo ruolo di promotrice di talenti è proverbiale e si è concretizzato nel leggendario “Who’s Next” oltre che in innumerevoli iniziative. Non è un caso che noi aficionados la ricordiamo anche per il dialogo che aveva saputo instaurare con i lettori tramite il suo Blog di Vogue.it. Dal Blog del Direttore sono partiti straordinari progetti come la Vogue Encyclo, un’ enciclopedia ad ampio spettro realizzata con il nostro contributo, e tutta una serie di proposte e di collaborazioni. Un credo, quello di Franca Sozzani, che si fondava sulla libera espressione delle proprie peculiarità, sulla valorizzazione degli atout individuali. “La consapevolezza dell’ unicità è la base per poter lottare per i propri sogni”, scrisse nel suo Blog qualche anno fa: un insegnamento che conservo a tutt’ oggi come un tesoro prezioso. Grazie, Direttore.

biancoPhoto by Manfred Werner (Tsui) (Opera propria) [CC BY-SA 3.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)], attraverso Wikimedia Commons

Emilio Cavallini, la calza come cult: Pier Filippo Fioraso presenta ‘Ready to seduce’

“Quando ho aperto la mia azienda nel 1970 ero interessato a fare uscire i collant dall’anonimato, volevo trasformarli in un capo completo, fine a se stesso”, ha detto Emilio Cavallini. E bisogna dire che è perfettamente riuscito nel suo intento: oggi, le creazioni di calzetteria e l’ abbigliamento seamless che portano il suo nome incarnano uno stile inconfondibile ed altamente iconico amatissimo dalle celebs. Tutto è cominciato negli anni della Swingin’ London, quando il boom della minigonna tramutò le calze in elemento imprescindibile del look. Folgorato da quello spunto ispirativo, Cavallini iniziò a “vestire le gambe” con un’ inventiva che fondeva moda, arte e cultura pop in un prezioso connubio: i suoi collant divennero dei cult proposti nei pattern più incredibili ed in lavorazioni che alla rete declinata in molteplici versioni affiancavano – e affiancano tuttora – le stampe, il devoré, il crochet e il jacquard. Creatività e innovazione tecnologica sono ormai i leitmotiv di un brand che, per primo,  lanciò il seamless eliminando le cuciture grazie ad appositi macchinari e che Madonna, Beyoncé, Lady Gaga, Naomi Campbell, Gwyneth Paltrow, Gigi Hadid, Emma Stone e molte, molte altre star ancora scelgono per la daily life e per le loro performance. Con la nuova collezione Ready to seduce, il Direttore Creativo Pier Filippo Fioraso traduce l’ heritage più iconico del marchio in un mix di rete rock e fantasie floral che ridefinisce il gioco della seduzione: il risultato è iper-glam, straordinaramente sensuale. Ed è proprio Fioraso ad approfondire con noi i punti cardine della linea e dell’ universo Cavallini.

Com’è iniziata la sua avventura come Direttore Creativo di Emilio Cavallini?

Vengo da una tradizione familiare nel campo della moda, fin da piccolo sono stato motivato a seguire le mie passioni, i miei sogni, ad esprimermi liberamente. Da qui ho sviluppato un grande interesse per l’arte, nelle sue svariate forme ed espressioni. Fra tutte la moda è quella che mi ha attratto di più. Dopo gli studi artistici mi sono trasferito a Brescia e Milano per approfondire la mia formazione nel campo del fashion design e della maglieria. Da lì l’interesse per le infinite possibilità della “maglia” intesa come punto di partenza su cui sperimentare ed innovare. Successivamente, dal 2007 è iniziata una solida e continuativa collaborazione con Emilio Cavallini.

Calze a rete avantgarde”, fantasie optical e floral, calze che si tramutano in un vero e proprio capo di vestiario: quale elemento sente più suo, dello stile Cavallini?

Dello stile Cavallini sento mia la filosofia che anima il brand sin dalla sua fondazione: ideare outfit per donne reali, che cercano proposte ricche di personalità e che non vogliono passare inosservate.

 Quale valore aggiunto possiede la calza, in un outfit?

Penso che la calza sia uno degli accessori più versatili del guardaroba femminile, capace di trasformare e impreziosire anche il più semplice dei look. Abbinarla nel modo giusto più trasformare una donna nella regina della serata… o del supermercato!

Beyoncé

La nuova collezione ha il nome di Ready to Seduce”:che  cos’è, per lei, la seduzione?

Con Ready to Seduce ho cercato di dare corpo ad un’idea. Di definire una donna capace di esprimere la propria sensualità con consapevolezza di sé. Gli stessi scatti della collezione non sono stati pensati per rendere il corpo “esplicito” quanto, piuttosto, per vestirlo di allure. Ready to seduce è ricca di dettagli, anche di trame recuperate dall’archivio del brand e attualizzate, proprio per dare ad ogni tipo di femminilità la possibilità di trovare quello che è più adatto al personale gioco della seduzione che decide di condurre. E questo è per me “seduzione”, un gioco in cui ciascuno definisce le proprie regole.

Il black and white è un po’ il leitmotiv della linea. Perché?

Il bianco e nero rappresenta uno dei tratti distintivi della Collezione Timeless, il “continuativo” di Cavallini. Se per molti brand questo termine rappresenta il basico, da noi è invece iconico. Bianco e nero sono l’essenza della calza, il pieno e il vuoto su cui plasmare arte per le gambe.

Emilio Cavallini è un brand che le celebrities adorano. Quali sono i modelli preferiti dalle dive dello show-biz?

Celebrities come Madonna, Beyoncé, Lady Gaga, sono consapevoli di essere icone di irriverenza e seduzione, oltre che dive del pop. Sono comunicatrici e quando scelgono le creazioni di Cavallini sanno esattamente cosa vogliono. Di recente anche Petite Meller e Bebe Rexha sono letteralmente impazzite per i bodysuit. Di tutti gli articoli della collezione sono sicuramente i migliori per enfatizzare il corpo e sottolinearne le curve; hanno la forza impattante di un nudo integrale pur coprendo completamente la figura.

Se dovesse indicare un pezzo iconico della nuova collezione, su quale punterebbe?

Direi sicuramente i tre modelli a rete. Facendo ricerca negli archivi, me ne sono innamorato! Erano stati disegnati per una collezione del 1976. Li ho rivisitati in chiave contemporanea e in poco tempo sono stati tra i più utilizzati in moltissimi editoriali, oltre che scelti da numerose star.

Da dove ha attinto ispirazione per il sensualissimo bodysuit in rete?

In genere è la quotidianità ad ispirarmi, trovo che in ciò che ci circonda ci siano spesso veri momenti, o dettagli, capaci di sorprenderci. Altre volte mi ispiro al mondo dell’arte, soprattutto di quella contemporanea e al lavoro di artisti come Joana Vasconcelos o Magda Sayeg. In particolare questo bodysuit è nato dopo un viaggio in Sicilia dove sono rimasto colpito dei preziosissimi pizzi e crochet realizzati a mano secondo l’antica tradizione locale.

Madonna

biancoSe dovesse tracciare un breve ritratto della donna Cavallini, come la descriverebbe?

Una donna libera e sicura di sé, capace di definire ogni giorno la propria personalità.

Tra i suoi progetti futuri ce n’è qualcuno di cui vorrebbe parlare?

In questi anni ho collaborato con stilisti e brand di diverso calibro, come Alexander McQueen, Balenciaga, Paco Rabanne e Missoni, oltre ad aver sviluppato progetti speciali come quello per Opening Ceremony e sono sempre aperto a svilupparne di nuovi. Per il mondo Cavallini, vorrei sviluppare maggiormente l’universo Uomo, la cui proposta di calzini ed intimo è limitata ai motivi iconici in bianco e nero e, solo di recente, si è arricchita dei tanto discussi mantyhose (comodissimi collant da uomo). Vorrei inoltre focalizzarmi di più su nuove proposte di outwear e maglieria da abbinare ai motivi optical Cavallini.

Gigi Hadid

Bebe Rexha

https://www.emiliocavallini.com

biancoREADY TO SEDUCE  credits photo shoot:

Photographer: Marco Barbaro
Creative Director: Pier Fioraso
Stylist & Editor: Manuele Menconi
Video: Tommaso Cappelletti
Hair & Make-up: Rosanna Campisi @RockandRose, Melissa Alaimo
Models: Gaia and Federica @ Nur Model Mgt, Edoardo @ Mandarine Models

Location: special thanks to Soprarno Suites – Florence

Photo courtesy of Pier Filippo Fioraso

Il close-up della settimana

Addio alla “Regina del Tricot”: Sonia Rykiel è scomparsa a Parigi, il 25 Agosto, all’ età di 86 anni. Lottava da tempo contro il morbo di Parkinson, una condizione che nel 2012 rivelò nel libro-memoir N’oubliez pas que je joue mettendo nero su bianco l’ esperienza devastante della malattia. Il suo incontro con la moda era avvenuto precocemente, a soli 17 anni, quando a Parigi trovò lavoro come vetrinista di un laboratorio tessile, e sfociò in una vera e propria passione durante il periodo della sua gravidanza. Era il 1962 e Sonia pensò bene di iniziare a creare abiti pratici, confortevoli,  fatti su misura per le gestanti. Sei anni dopo apriva la sua prima boutique all’ interno delle Galeries Lafayette: la fondazione di un proprio brand rappresentò uno step del tutto naturale. Sonia Rykiel si è caratterizzata, da subito, per una forte identità stilistica che privilegiava la lana su tutti i materiali, trattandola alla stregua dei tessuti più preziosi e declinandola in stili, tonalità e pattern molteplici (uno su tutti quello, celebre, che alterna righe colorate e nere). Non convenzionale, “pasionaria”, pioniera, Sonia Flis (questo il suo vero nome) si è contraddistinta per un’ estetica all’ insegna di una femminilità briosa, ironica e al tempo stesso sofisticata e seduttiva, lanciando basic come il maglione su cui campeggiano slogan e donando nuova linfa al nero e alle paillettes. E’ stata la passione a guidarla costantemente, una joie de vivre riflessa in ogni sua creazione. Fu la prima, nel 1976, a coniare il termine démodè: un concetto che identificò uno stile e una tipica realtà bohemienne, molto “Rive Gauche”,  dell’ epoca. In poco tempo la griffe della “Regina del tricot” conobbe un’ espansione rilevante spaziando dal menswear agli accessori, dal kidswear ai profumi ed ai cosmetici; insignita della Legion d’ Onore nel 1985,  la designer rivelò la sua vena poliedrica cimentandosi in svariate pubblicazioni (Et je la voudrais nue…e Paris sur le pas de Sonia Rykiel, due volumi dedicati alla moda a cui si è aggiunto Tatiana Acacia, un compendio di favole per bambini), occupandosi del restauro dell’ Hotel Crillon e duettando con Malcolm McLaren in un brano dell’ album Paris, che il “padre del Punk” diede alle stampe nel 1994. Proprio in quegli anni – nel 1996, per l’esattezza – le fu diagnosticato il Parkinson, una notizia shock che mantenne nascosta fino all’ uscita del libro in cui decise di confidarla al pubblico. Nel frattempo, la direzione creativa del suo brand veniva occupata da Nathalie Rykiel – primogenita di Sonia – che ampliò la produzione aggiungendo una linea di gioielli ed una di sex toys. Iconica nella sua inconfondibile massa di capelli rossi con frangetta,  Sonia Rykiel verrà ricordata come una figura chiave del fashion world: carisma, audacia e genialità creativa mixati a doti innate di precorritrice di tendenze rappresentano i suoi immortali atout.