Il close-up della settimana

 

 

“Se vai via senza un’ emozione non sto facendo il mio lavoro. Non voglio che la gente esca come se fosse stata al pranzo della domenica: voglio che ne esca divertita o disgustata. Basta che provi un’ emozione”, dice (riferendosi ai suoi fashion show) nel trailer del documentario che gli è stato dedicato. E di emozioni, Alexander McQueen ce ne ha regalate a miriadi: le sue creazioni non cesseranno mai di meravigliarci, di estasiarci, di lasciarci senza fiato. Non è un caso che Ian Bonhôte e Pete Ettedgui abbiano deciso di celebrarle in un docufilm incentrato sull’ universo di colui che, come recita il titolo, rimarrà un “genio della moda” indimenticato. In 111 minuti di pellicola, la carriera di McQueen viene ripercorsa dagli esordi in Savile Row fino alla sbalorditiva, avveneristica sfilata della collezione PE 2010 “Plato’s Atlantis” (incentrata sul ritorno a un mondo primigenio negli abissi), l’ ultima che creò prima di morire suicida a soli 40 anni: una fiaba non a lieto fine, la sua, ma senza dubbio indicativa dell’ ineffabile potenza dei sogni. Il sogno di Lee Alexander McQueen, figlio della working class londinese, era la moda. Lo portò avanti grazie a un talento e a una tenacia straordinari, noncurante degli scarsi mezzi che gli derivavano dalla sua condizione sociale, spronato da una madre che fu la sua più strenua sostenitrice. A 16 anni lavorava già presso i prestigiosi laboratori sartoriali della capitale inglese, a 20 entrò a far parte dello staff di Romeo Gigli a Milano, dove rimase un triennio prima di volare di nuovo a Londra per diplomarsi alla Central Saint Martins. Il resto è storia. La fondazione di Alexander McQueen, suo brand omonimo, nel 1992, la nomina alla direzione creativa di Givenchy nel 1996 e il conseguente trasferimento a Parigi, i riconoscimenti (fu decretato per ben quattro volte Designer inglese dell’ anno, incoronato Designer dell’ anno e ricevette l’ onorificenza di Commendatore dell’ Ordine dell’ Impero Britannico), il profondo rapporto di amicizia che allacciò con Isabella Blow…Corrosivo, dissacrante, iconoclasta, fu definito l'”hooligan della moda” per la carica rivoluzionaria che ha sempre contraddistinto la sua opera. Una definizione che non ne ha mai sminuito la valenza artistica: perchè, ancor prima che un designer, Alexander McQueen (che per imporsi fece a meno del primo nome Lee) è stato un Artista con la A maiuscola.

 

Un look tratto dalla collezione “Widows of Culloden”, AI 2006/2007

La moda era la sua ossessione, la sua espressione massima. In essa incanalava un’ immaginario ad ampio spettro che indagava i concetti di vita e morte passando per temi quali le suggestioni cinematografiche, il gotico vittoriano, il patriottismo scozzese, un romanticismo intriso di accenti orrorifici, l’ esotismo e il primitivismo tribale. A fare da leitmotiv, una ricerca creativa incessante ed una sartorialità che rielaborava sorprendentemente l’ autorevole tradizione di Savil Row: “Devi conoscere le regole per infrangerle” era il suo motto, che onorava sovvertendo di continuo i codici senza snaturarli della loro essenza. Per ispirarsi, si concentrava sull’ allestimento scenico di un défilé spaziando poi nell’ ideazione dei vari look: spettacolarità e arte si fondevano in un connubio sbalorditivo, esaltati da accessori dal sapore fetish e dai cappelli-capolavoro di Philip Treacy. Memorabili restano i suoi omaggi ad Edgar Allan Poe (“Supercalifragilistic”, AI 2002/2003), ad Alfred Hitchock (“The Man Who Knew Too Much”, AI 2005/2006), a Bosch ( “Angels & Demons”, AI 2010/2011), alla religione Yoruba (“Eshu”, AI 2000/2001). Genio, natura, oscurità e caducità dell’ esistenza sono elementi che, in McQueen, danno vita ad un amalgama vigoroso e “feroce”, selvaggio, senza filtri nè tantomeno ammiccamenti. Il documentario “Alexander McQueen – Il genio della moda“, uscito nelle sale il 10 Marzo, si avvale di un’incalzante alternanza di fotogrammi di archivio e delle testimonianze di coloro che hanno conosciuto il McQueen più intimo (amici, collaboratori, consanguinei) per tracciarne un ritratto potentemente autentico.  Il ritratto di un “bad boy” del quale un celebre scatto di Tim Walker – dove il designer viene immortalato mentre, con un’ espressione sfrontata, si appoggia al teschio che divenne l’ emblema della sua Maison – ci restituisce in modo mirabile la quintessenza: quella di un contemporaneo Amleto in perenne bilico tra l’ “essere” e il “non essere”. Con l’ irriverenza come valore aggiunto.

 

Un look tratto dalla collezione “Plato’s Atlantis”, PE 2010

 

 

 

 

Alta Moda PE 2019: flash dalle sfilate di Parigi (parte 1)

1.

La settimana è iniziata all’ insegna del “sogno”: a Parigi, le sfilate delle collezioni Primavera/Estate 2019 di Haute Couture hanno esordito lunedì per poi concludersi ieri, il 24 Gennaio.  La neve ha  accentuato l’ incanto di location al cui interno hanno preso vita show contraddistinti dalla fantasia più sfrenata. Una su tutte? L’ immenso tendone da circo che ha ospitato il défilé Dior, un’ ode all’ ispirazione circense ricorrente sia nell’ arte che nell’ universo di Monsieur Christian. Ha fatto molto parlare di sé anche la maestosa villa ricostruita da Chanel al Grand Palais, tramutato in un giardino mediterraneo con tanto di piscina. La casa di moda fondata da Mademoiselle Coco è tuttora al centro di un turbinio di rumours: Karl Lagerfeld – per la prima volta dal 1983 – non si è presentato al tradizionale saluto finale del défilé Chanel, delegando il compito al direttore dello Studio Creativo della Maison Virginie Viard. L’ interrogativo è diventato subito virale. Perchè l’ assenza di Herr Lagerfeld? Sono partite a raffica le ipotesi più disparate finchè un comunicato diffuso da Chanel ha dissipato (o almeno, ha tentato di dissipare) ogni dubbio: il “Kaiser della moda” si sentiva stanco e ha chiesto alla Viard di fare le sue veci. Ciò non è servito, purtroppo, a bloccare la macchina del gossip che si era ormai irrimediabilmente messa in moto. Mentre si moltiplicavano le illazioni sullo stato di salute di Karl Lagerfeld e dilagava il toto-scommesse su un suo possibile successore, i fashion show hanno continuato a trasportarci in una dimensione in cui solo il bello, la fiaba e la creatività allo stato puro la fanno da padrone. VALIUM  vi racconta a puntate, tramite una selezione di flash, alcune delle collezioni andate in scena.

 

2.

3.  SCHIAPARELLIUna collezione ispirata ai ricordi di infanzia di Elsa Schiaparelli: fiori e stelle predominano, combinandosi con la giocosità poetica e al tempo stesso surreale – o meglio, surrealista – che ha sempre connotato l’immaginario della couturière romana. A farlo rivivere sono minuziossimi ricami, miriadi di tulle e cromie d’impatto tra cui risalta – ça va sans dire – il rosa shocking in svariate declinazioni.

 

1. DIOR – Maria Grazia Chiuri accende i riflettori sul mondo del circo: dalla fascinazione provata da Christian Dior per il Cirque d’Hiver (fu proprio lì che, nel 1955, Avedon realizzò l’iconico scatto “Dovima tra gli elefanti”) alle interpretazioni a tema di artisti del calibro di Picasso, come l’ immenso Sipario per Parade che dipinse nel 1917. Trionfano gorgiere, tutù da acrobate, tute aderentissime impreziosite con ricami ad effetto tatuaggio ed ampi pantaloni stretti in fondo che rievocano quelli dei clown.

 

2.

3.

 

1. RALPH & RUSSO E’ un omaggio a Maria Félix, quello di Ralph & Russo: La Doña, icona del cinema messicano dei tempi d’oro, viene considerata la più leggendaria femme fatale latinoamericana. Per lei Cartier creò un collier passato alla storia, a forma di serpente e completamente rivestito di diamanti. La collezione di Ralph & Russo, citandolo, moltiplica ricami rettiliformi e li affianca a un’ esplosione di colori pop, trouser suit iper decorati e abiti da sera in fluttuante chiffon. Non manca, ovviamente, il cappello a falda larga che La Doña adorava: per esaltare un glamour da vera diva.

 

1. GIAMBATTISTA VALLIGiochi di volumi evidenziano le vertiginose svasature degli abiti e la linea a uovo delle mantelle abbinate ai minidress. La femminilità predomina, accentuata da un tripudio di ruches, piume e fiocchi. Minilunghezze si alternano agli orli rasoterra lasciando spazio a una terza variante: l’ abito corto che si allunga grazie a un ampio strascico, ormai un trademark di Giambattista Valli. Per la Primavera/Estate 2019 si declina anche in duchesse di seta e viene portato con un fez che fa da leitmotiv all’ intera collezione.

 

2.

3.

TO BE CONTINUED…

 

 

Chanel Métiers d’Art 2018/19, l’ Antico Egitto rivive a New York

 

C’è dell’ oro al Metropolitan Museum of Art di New York: tutto merito di Chanel, che ha mandato in scena la collezione Métiers d’Art 2018/19 in un tripudio di bagliori gold inneggianti all’ Antico Egitto. Una scelta non casuale, data la location. Le modelle hanno sfilato sullo sfondo del maestoso Tempio di Dendur, ospitato nell’ ala Sackler del MET dal 1978, e passo dopo passo hanno ridestato suggestioni  custodite nei meandri del tempo. Ad ispirare Karl Lagerfeld è la civiltà egizia con i suoi miti, la sua simbologia, le sue leggendarie regine. Non poteva essere  che Métiers d’Art, la collezione-tributo all’ artigianalità delle maestranze che collaborano da 20 anni con la Maison, a tradurre in pura magnificenza quegli spunti: l’ oro ne incarna il leitmotiv, proponendosi di volta in volta in versione sgargiante, brunita, “stropicciata” o tendente al bronzo. Regale, divino, emblema di potere, nell’ Antico Egitto l’ oro è associato all’ immagine di Ra, il dio del Sole, che sorge dietro un monte per dar vita all’ universo. Lagerfeld cattura il suo fulgore e lo distribuisce sui tailleur con spalline “spigollose”, sui preziosi abitini-tunica, sui maglioni fluidi. Rivivono il mito di Iside e Osiride,  lo scarabeo ribadisce la propria valenza di rinascita andando ad adornare la fibbia delle cinture. Il tweed e la pelle laminata si alternano ai tessuti fluttuanti di body-jumpsuit candide, svasate in fondo a mò di flares. Ma in tutti gli accessori, nei minuziosi dettagli, nei bijoux vistosi, è ancora una volta l’oro a rivelare la straordinaria incredibile eccellenza dei maîtres artisans: moltiplicato tra intarsi, polsini, colletti, ornamenti e bordature, raggiunge il suo picco iconico declinandosi in toque simili a corone e in stivali dal tacco scolpito con finissimi decori.  Persino le gambe si tingono di full gold, in un’ abbinata suggestiva con il make up da moderne Nefertiti sfoggiato dalle modelle. Per instaurare un link con la dinamica contemporaneità newyorchese, i graffiti-geroglifici dello street artist Cyril Congo risaltano su buona parte dei look. Ed è in questo connubio tra la più squisita solennità egizia e l’ energia “urban” del Nuovo Mondo che risiede il fascino di una collezione ormai tramutatasi in un’ autentica pietra miliare nella storia della Maison Chanel. (Per ammirare tutti i look, clicca qui)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il focus

 

VALIUM loves pink: e chi mi segue lo sa bene. Ma quando il rosa si abbina a una stupefacente creazione di Haute Couture, è allora che prende vita il sogno. Lo dimostra questo look di Valentino, un’ autentica nuvola di piume rosa che Kaia Gerber ha indossato al défilé della collezione di alta moda Autunno/Inverno 2018/19. Un défilé ambientato nel “secret garden” dell’ Hotel parigino Salomon de Rothschild ed esaltato dal suo incanto, dalla sua magica atmosfera; non poteva esistere location migliore per le mise mozzafiato ideate da Pierpaolo Piccioli. Un unico leitmotiv ad ispirarle, il “tempo”. Il tempo inteso nella duplice accezione della Grecia antica, laddove il “Kairòs” si identifica con l’ immaginazione e il “Kronòs” con il suo divenire tangibile e concreta. Nel processo creativo, allo stesso modo, fantasia e ispirazione prendono forma attraverso la realizzazione. E’ la loro messa in atto nel reale a plasmarle, la traduzione delle idee in materia. Il dualismo mitico del tempo confluisce quindi in una dimensione intima, atemporale, che sancisce il predominio dei sogni e delle emozioni: lo spazio della creazione. Da questi presupposti scaturisce una collezione a dir poco sbalorditiva. Piccioli segue l’ istinto senza riserve, orientato a una bellezza che è espressione delle sue personali suggestioni oniriche. Ecco allora il lungo abito rosa confetto, vaporoso, completamente cosparso di piume. Scopre le spalle e si svasa nel fondo amplificando armonicamente il suo volume. Regale e ricco, l’ abito viene sdrammatizzato e movimentato, al tempo stesso, dall’ impalpabile leggerezza delle piume: il look è ammaliante, di straordinario impatto visivo. Sembra uscito da una fiaba o – a scelta – da uno scatto che immortala un party del jet set anni ’60 in tutto il suo glamour. Ad avvalorare quest’ opzione contribuisce anche lo scenografico hairstyle “firmato” da Guido Palau insieme a Josh Wood: in passerella, le modelle hanno sfilato con parrucche di lunghi capelli lisci, ma cotonatissimi alla radice. Un omaggio ai Sixties che il cat-eye iper grafico pensato dalla make-up artist Pat McGrath ha ulteriormente enfatizzato. Il risultato? Una mise che si addentra a nei meandri del sogno a trecentosessanta gradi.

 

Arriva Lancôme Proenza Schouler, la make up collection a tutto colore della nuova stagione

 

Conto alla rovescia per il lancio della nuova, coloratissima make up collection che vede Lancôme e Proenza Schouler uniti in connubio all’ insegna dello stile. La data è fissata al 29 Agosto: sarà allora che la limited edition approderà nelle profumerie europee. Si prevede un vero e proprio boom, ma è scontato. Non è la prima volta, d’altronde, che Jack McCollough e Lazaro Hernandez collaborano con un top brand della cosmesi per iniziative del genere: basti pensare all’ applaudito sodalizio con MAC di quattro anni orsono. Oggi, insieme a Lancôme, hanno pensato ad una collezione dal packaging grafico e cromaticamente scoppiettante in cui il binomio fucsia-arancio si affianca a pennellate di blu Klein. Ispirandosi ad artisti come Ellsworth Kelly e Carmen Herrera, Lancôme Proenza Schouler inneggia a una femminilità decisa, al tempo stesso sofisticata e brillante. A descriverla è una palette declinata nei suggestivi toni del tramonto, che coniuga sapientemente raffinatezza e glam. Il risultato? Un look d’effetto, ricco di venature audaci, che alterna il finish matte al satinato:  scopriamo insieme i prodotti che ci permetteranno di ottenerlo.

 

 

Si comincia con una polvere illuminante per il viso, Cushion Highlighter Chroma, per poi proseguire con una palette occhi – Chroma Eye Palette – che spazia tra tonalità raffinate: il rosa, il burgundy, il beige e tre gradazioni di viola si affiancano al blu, al marrone, al verde bosco e al grigio per un totale di dieci ombretti. Un classico Lancôme, l’iconico lipstick L’ Absolu Rouge, adotta un twist Proenza Schouler declinandosi in quattro vivide nuance: si va dallo scarlatto ad un rosso più aranciato, dal cioccolato al nude. E sono proprio le labbra il focus di questa collezione, che vanta tipologie diversificate di rossetti: i Matte Shaker sono un trio di lipstick liquidi tinti di vibrante corallo, fucsia e viola, mentre i Lip Kajal Duo Chroma erogano colore puro in una shade tra il corallo e il nude.

 

 

 

La lunga tenuta e la texture soffice rappresentano ulteriori atout del make up labbra di Lancôme Proenza Schouler. Allo sguardo, invece, la linea dedica gli Hombre Hypnôse Kajal Chroma, due kajal-ombretti utilizzabili sia all’ interno dell’ occhio che per delinearne il contorno. Il duo è disponibile nelle seduttive nuance del verde smeraldo e del marrone: l’ effetto intenso è assicurato. Completano la collezione un paio di pennelli di grandi dimensioni e dalle setole morbide che garantiscono un’ ottimale stesura del make up. Lo smalto Le Vernis è il raffinatissimo “final touch” della linea che fonde i codici estetici di Proenza Schouler con lo stile inconfondibile di Lancôme. Cromie delicate e ultra femminili come il tortora, il beige, il lilla e il fucsia si declinano in quattro lacche per unghie che creano uno stupefacente contrasto cromatico con il resto dei prodotti: potremmo dire, anzi, che è proprio nella doppia anima sgargiante e sofisticata che risiede il fascino di questa limited edition attesissima.

 

 

 

 

On the beach with…

 

ANJUNA. Già dal nome evoca suggestioni esotiche: Anjuna è un villaggio situato sulla costa Nord di Goa, noto paradiso Hippie dell’ India occidentale. Non sorprende, quindi, che il mood che anima il brand disegnato da Emanuela Corvo sia potentemente bohémien, intriso di accenti ispirati a un’ epoca in cui “libertà” era una sorta di parola d’ordine. Ma Anjuna non è solo beachwear. Potremmo definirlo “summerwear”: ai bikini ed ai costumi si affiancano caftani, lunghi abiti gipsy, chemisier, gonne e top che delineano a 360° il look della stagione calda. Il connubio tra un savoir-faire tutto italiano e sofisticati tessuti è un cardine del brand,  che esalta il coté bohémien tramite ricami finissimi, pizzi, stampe, decori, lussuose lavorazioni crochet. La collezione 2018 non viene meno a questo spirito; anzi, semmai lo accentua. Ad ispirare le creazioni è infatti il Coachella Festival, appuntamento musicale ma anche trionfo dello stile Hippie-chic per eccellenza e delle sue tendenze più cool. Questo bikini, battezzato Doris,  concentra alcuni motivi dell’ estate Anjuna: fonde fascinosamente pattern paisley e pattern floral, evidenzia una vena etno, gioca con il colore ma non troppo, quasi ad evocare l’ effetto délavé. Il reggiseno è a triangolo, un puro richiamo ai Seventies, e una bordatura in pizzo lo dota di raffinatezza aggiuntiva. Lo slip a vita alta amplifica l’ allure rétro, viaggiando ancor più indietro nel tempo ed accrescendo l’ originalità del bikini. Collane di perline colorate fanno il resto, perfetto complemento all’ Hippie mood. Coachella o la Goa dei tempi d’oro? A voi la scelta, con il prezioso ausilio di un caftano.

 

 

 

Ode all’ acqua e all’ immensa vastità del mare: la campagna pubblicitaria PE 2018 di Stella McCartney

 

Azzurro come il mare, come iconici abiti che inneggiano al Little Boy Blue Pantone: con i piedi immersi nell’ acqua, sfoggiando pose plastiche, due modelle delineano figure asimmetriche su un’ immaginaria linea obliqua. Queste sagome ben definite, quasi scultoree, si contrappongono alla fluida vastità del mare creando un contrasto affascinante. E’ anche qui che risiede l’appeal di uno scatto tra i più belli della campagna pubblicitaria PE 2018 di Stella McCartney: lo firma il fotografo Johnny Dufort, che a uno splendido scenario marino coniuga un senso di evasione tipicamente estivo. La location è quella del mar Mediterraneo, delle spiagge più incontaminate della Sardegna, e nei loro spazi si muovono le top Sophie Hemmet, Karly Loyce e Sophie Rask. Mood spensierato e giocosità trionfano in immagini ad alto tasso di stile. Denim dai colori vivaci, evening dress sgargianti si affiancano ad accessori must have quali la Stella Star bag, la nuova Flo bag ed ai modelli più cool dell’ eyewear. In uno scatto, vediamo Sophie Rask galleggiare a pelo d’acqua come una novella Ofelia: è una foto d’ impatto, emblematica. Torna il leitmotiv del mare, un trait d’union tra l’ ispirazione della campagna e l’ impegno speso da Stella McCartney nella salvaguardia degli oceani. Non è un caso che sia proprio l’acqua, e la relazione che ci lega ad essa, il perno dell’ intera adv. Risorsa basilare per il pianeta, l’ acqua associa alle sue qualità più note un naturale senso di benessere e di quiete; preservare questo bene insostituibile rientra nel progetto di sostenibilità che la designer ha sposato da tempo. Sin dagli albori, infatti, il suo brand abbraccia valori eco-friendly e svolge un ruolo attivo nella tutela dell’ ambiente e degli animali.  Un esempio? Ha bandito pellicce, piume e pellami per sostituirli con materiali alternativi. L’ ode all’ acqua di questa campagna viene potenziata da uno short film che ne riprende i temi: potete visionarlo sul sito ufficiale di Stella McCartney e su tutte le sue piattaforme social.

 

 

 

 

CREDITS

Modelle: Karly Loyce, Sophie Hemmet, Sophie Rask

Foto e Film: Johnny Dufort

Music Track: “Sparkling World” by Roberto Cacciapaglia

Hair: Gary Gill

Make-up: Nami Yoshida

 

Kaimin, audacia e avveniristica sperimentazione

 

Quando Bjork ha indossato uno dei suoi abiti durante il Dj set che ha tenuto ad Art Basel Miami Beach 2017, ha fatto furore: color fucsia cangiante, silhouette come un’ avveniristica farfalla, la mise sfoggiata dalla popstar islandese è già iconica. A firmarla è Kaimin, giovane designer sudcoreana che fa dell’ eclettismo la sua bandiera. Artista concettuale, stilista, regista e attrice, Kaimin incarna una creatività sfaccettata e senza limiti. Passioni, ispirazioni, stimoli, tutto converge in lei e forgia il suo stupefacente immaginario. Dichiara di non avere messaggi da veicolare, ma la ricerca di un’ armonia tra gli opposti, tra lo Yin e lo Yang, è il leitmotiv di creazioni che concepisce con lo scopo di suscitare reazioni “ad ampio spettro”, che tocchino le corde delle emozioni: ci riesce alternando le tecnologie più innovative a lavorazioni ben rodate e testando sempre nuove prospettive. “Sperimentazione” è una parola d’ordine che anni orsono, quando si è trasferita a New York, Kaimin ha tramutato nel fulcro della sua estetica. Quel periodo ha rappresentato una tappa fondamentale nell’ iter della designer. Lo styling per riviste del calibro di Vogue, W, Arena Homme Plus e il lavoro a stretto contatto con guru come Ellen Von Unwerth, Steven Klein, Inez & Vinoodh e Terry Richardson sono state esperienze che, mixate allo spirito avantgarde della Grande Mela, hanno contribuito a definire i codici del brand che Kaimin ha battezzato con il suo stesso nome.  Nella sua ricerca, l’ audacia e un’ anima potentemente unconventional si fondono a una femminilità primordiale che abbraccia la sensualità in tutte le declinazioni: l’ erotismo raggiunge accenti fetish ma, paradossalmente, il corpo non viene mai esaltato. Almeno, non nel senso standard del termine. Gli abiti lo analizzano, lo alterano attraverso materiali hi-tech che accentuano un mood surreale, un’ alchimia di elementi Punk proiettati in futuribili scenari. Il risultato sono look esplosivi, ma mai privi di una sofisticatezza intrinseca, e un tripudio di colori al neon non fa che aggiungere giocosità a creazioni squisitamente, ricercatamente spettacolari. In questo post, una selezione di mise a tema “fluo con ruches” dalla collezione PE 2018 di Kaimin.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Haute Couture AI 2018/19: flash dalle sfilate di Parigi (parte 1)

1.

Sontuose, sbalorditive, très chic, le sfilate parigine AI 2018/19 di Haute Couture si sono appena concluse. La quintessenza della moda, intesa come alta sartorialità declinata in creazioni uniche, è stata ancora una volta celebrata da collezioni che lasciano senza fiato in quanto a magnificenza degli abiti e a savoir faire artigianale: ispirazione e visionarietà si fondono in un connubio perfetto, perdendo momentaneamente di vista il tangibile per esplorare tutte le infinite diramazioni del sogno. In questi post, la sintesi visiva di alcuni défilé. Con un’ annotazione: il color fucsia, pressochè onnipresente, si accinge a diventare un leitmotiv “couture” della prossima stagione.

 

2.

3. GIVENCHY:  l’ omaggio di Clare Waight Keller allo stile “puro”, sofisticato e scultoreo di Hubert de Givenchy.

 

1.

2.

3. SCHIAPARELLI: lo spirito Surrealista sublimato da un ballo in maschera d’antan che rivisita le passioni-emblema (come le farfalle) della “Schiap”.

 

1.

2.

3. DIOR: le riflessioni di Maria Grazia Chiuri sull’ Haute Couture sono esaltate da una palette “polverosa” che include tutte le nuance del nude.

 

1.

2.

3. RALPH & RUSSO: ispirazione Eighties per una Couture sgargiante e inneggiante alla contessa Jacqueline de Ribes, icona di stile che il duo creativo incorona a sua musa.

 

(To be continued)

 

Il focus

 

Un solo aggettivo, per descrivere questo look: iconico. Iconico nello stile, nei dettagli e persino nell’ ispirazione, dato che nasce come tributo ad una musa 80s del calibro di Tina Chow. La collezione Primavera/Estate di Philosophy ruota interamente attorno alla sua figura e ne celebra il look inconfondibile, un concentrato di suggestioni “tomboy” e puro chic. Modella, designer di gioielli e fashion icon, Tina Chow nacque in Ohio da padre americano di origini tedesche e madre giapponese. Cominciò a posare come volto di Shiseido e, da allora, venne immortalata da top names della fotografia mondiale quali Helmut Newton, Arthur Elgort e Cecil Beaton: in lei, una femminilità squisitamente orientale si contrapponeva, per contrasto, a un pixie cut androgino che esaltava i suoi lineamenti perfetti. L’ unicità è sempre stato l’ atout di questa regina di stile – ben presto divenuta musa di Yves Saint Laurent e Issey Miyake – che collezionava abiti di Mariano Fortuny e adorava mixare capi couture ai suoi acquisti nei mercatini. Anche quando iniziò a trascurare i folli party newyorchesi per dedicarsi al design del gioiello, le sue creazioni in oro, argento, bambù, cristallo di rocca, seta e legno rivelarono un’ estrosità e doti da trendsetter indiscussa: era la fine degli anni ’80 e poco tempo dopo, nel 1992, Tina Chow sarebbe morta a causa di complicanze associate all’ Aids. Questo look, ideato da Lorenzo Serafini per Philosophy, evoca mirabilmente il fascino di un’ icona che, a tutt’ oggi, rimane un punto di riferimento supremo. Un lungo abito di pizzo in total black alterna trasparenze e bande di geometrici ricami. Il top, fasciante, si adorna di dettagli a contrasto come i polsini e un foularino dal gusto sporty, mentre una vistosa cintura obi interrompe la sofisticatezza del nero con un tocco di rosso passione. Ai piedi, sandali alla schiava infradito accentuano la sensualità della mise ricordando i tradizionali okobo, le calzature indossate dalle maiko (apprendiste geisha) giapponesi.