“Spring Rhapsody”, la campagna pubblicitaria PE 2018 di Emilio Cavallini

 

E’ uno spazio quasi metafisico, costruito attorno a linee rigorose e ad un’ architettura minimal,  a fare da cornice alla campagna pubblicitaria Primavera/Estate 2018 di Emilio Cavallini. Il leggendario brand “made in Italy” delle calze couture presenta le sue ultime proposte di calzini e di collant in un’atmosfera sospesa che ne riflette il design ed i motivi ispiratori: romanticismo e sofisticatezza si intersecano, continuamente in bilico tra delicate trasparenze pastello e ricami intessuti su uno sfondo di cromie vibranti. La collezione coniuga una nostalgica ispirazione rétro a materiali tessili avantgarde, gioca sul contrasto e lo elegge a proprio filo conduttore. E’ così che ai raffinati intrecci crochet si affiancano pattern squisitamente geometrici, e che modelli iper contemporanei, dai toni vividi, si alternano ad audaci trame a rete, pizzi eclettici e finissimi ricami argentati. La Primavera/Estate 2018 di Emilio Cavallini decreta i calzini protagonisti indiscussi, tramutandoli in un must stiloso quanto poliedrico: si abbinano agli abitini, ai pantaloni, a mini e maxigonne senza distinzioni, donano un twist irresistibile a qualsiasi look. Le calze, nella migliore tradizione del brand, rappresentano un autentico capo a sè stante; il direttore creativo Pier Fioraso ne esalta le ricercate trame a rete,  gli straordinari contrasti materici e gli esuberanti motivi floreali declinandole nelle creazioni “couture” della Maison per eccellenza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CREDITS

“Spring Rhapsody”
Styling and Direction: Pier Fioraso
Photography: Tommaso Ferri
Video: David Lopardo
Hair and Make-Up: Luigi Morino
Models: Azra, Karina and Umberto @Independent
Location: Villa Rondinelli, Fiesole

A special thanks to Luisaviaroma.com

 

Un tuffo negli abissi della visionarietà: il backstage beauty & hair PE 2018 di Maison Margiela

 

Irriverente, rivoluzionario, prorompente: John Galliano ha mandato in scena, per Maison Margiela, una collezione Primavera Estate 2018 in cui ne rilegge l’ heritage stravolgendo e rielaborando i cardini stessi della sartorialità. A questo tripudio di estro non potevano che associarsi un beauty look e un hairstyle di altrettanta potenza visionaria. La make up guru Pat McGrath ha puntato i riflettori sulla bocca, esaltandola con un lipstick color fucsia. Il finish iper-matte le ha permesso di delineare due cuori simmetrici  che rivestono le labbra quasi in toto: un piccolo chef-d’oeuvre di grafica, un intrigante decoro. La pelle del viso è uniformata da un fondotinta luminoso, mentre lo sguardo resta pressochè nude. A incorniciarlo, solo una passata di mascara e sopracciglia lasciate “nature”, folte e spesse.

 

 

L’ hairstylist Eugene Souleiman dà un’ ennesima prova del suo genio creando acconciature che si integrano perfettamente con la visione di Galliano: le chiome delle modelle combinano capelli asciutti e effetto wet, scintillano di glitter, si intrecciano a retine ampie e a lunghe piume colorate. In questo pot-pourri stilistico risaltano anche degli eccentrici copricapo, cuffie da bagno in colori fluo che sembrano inneggiare all’ elemento acquatico degli hair look: un’  immersione a tutto campo negli abissi dell’ ispirazione creativa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Hippy Birthday, ’68!

Anna Sui, SS 2018 Isetan adv campaign

Il ’68 compie mezzo secolo, ma non lo dimostra: almeno, dal punto di vista della moda. Perchè quell’ anno rivoluzionario, apogeo delle controculture, ci ha lasciato in eredità tanti stili quante furono le sue sfaccettature. Minigonna, linee ad A, stampe optical e look “Space Age” di lì a venire sono oggi dei  basic, ma solo lo stile Hippie riuscì a coniugare il modo di vestire con la filosofia di tutto un movimento. Votati a un dissenso che si esprimeva a più livelli, gli Hippies  esibivano outfit indicativi di un lifestyle e di un pensiero che, a partire dalla “Summer of Love” di San Francisco, si sono imposti in buona parte del mondo. Distanti da ogni logica industriale, gli hippie utilizzavano tecniche come il diy (do it yourself), il patchwork, il tye-dye, riciclavano capi e materiali. Con loro, i concetti di eco-sostenibilità, hand made, vintage e second hand divennero parte integrante della quotidianità. “Fantasia al potere”, recitava uno slogan dell’ epoca, e questa fantasia si diffondeva ampiamente anche nel look. Gonnellone, frange che empatizzavano con la causa Pellerossa, pantaloni a zampa ispirati alle uniformi d’antan dei marinai, abiti etnici che celebravano il culto del viaggio, di una spiritualità esotica che guardava a Oriente…E poi, ancora, colori psichedelici associati a lisergiche visioni, fiori ovunque a ribadire la teoria del pacifismo, di un “Flower Power” che, da allora, viene rivisitato dalla moda a titolo costante: i leitmotiv dello stile hippie sono ormai degli evergreen. Non è un caso che Anna Sui, la designer che forse più di chiunque altro ha forgiato sull’ “hippie” la propria estetica, abbia proposto una advertising campaign Primavera Estate 2018 (dedicata al mercato giapponese) che sembra direttamente tratta da quell’ incredibile periodo. Il classico “Bulli” customizzato con cromie rainbow, un tripudio di fiori, abiti dal sapore orientale vengono immortalati in uno scatto dai contorni eterei, come ad esprimere una logica del sogno che accompagnò gli ideali di un’ intera generazione. Ma accanto alle creazioni di Anna Sui, la Primavera Estate 2018 della moda attinge a man bassa dall’ ispirazione hippie, e la rilegge in chiave luxury non di rado: abiti, accessori, calzature e gioielli riportano per l’ ennesima volta in vita un’era che – utopica o meno – rimarrà una pietra miliare nella storia della cultura alternativa.

 

Anna Sui

Dolce & Gabbana

Alice & Olivia

Demetra’s Workshop

 

Rodarte

Etro

Gucci – Anello Le Marché des Merveilles

Anna Sui – Beauty look del défilé PE 2018

Karen Walker

Dior – J’Adior bag

Prada

Gucci Cruise

Dolce & Gabbana

Alice & Olivia

Charlotte Olympia – Clutch Hot Lips

 

Chloé

Alexis Mabille – Beauty look del défilé PE 2018

 

Loewe

Alexander McQueen

Etro

Dior – Orecchini Tribales

Anna Sui – Beauty look del défilé PE 2018

 

Sveta Milano

Prada

Gucci

Etro

Miu Miu

Gucci

Anna Sui – Beauty look del défilé PE 2018

Balenciaga

Valentino Resort

Rodarte

Demetra’s Workshop

Anna Sui make up collection

 

Elisabetta Franchi

 

 

L’ accessorio che ci piace

 

Ispirazione Niki de Saint Phalle per Maria Grazia Chiuri, che ha pensato a una Primavera Estate Dior 2018 dedicata all’ opera della grande artista (oltre che musa della Maison, quando era sotto la guida di Marc Bohan).  Figura iconica, audace e poliedrica fautrice di un’ affermazione al femminile anche nel campo dell’arte, Niki de Saint Phalle ha portato avanti una ricerca che nell’ esplorazione della donna trova una sua centralità.  Dapprima impegnata a rappresentarla attraverso materiali di scarto per simboleggiarne la complessa condizione sociale, ha poi cambiato completamente rotta incarnando, nelle sue monumentali Nana, la libertà e la joie de vivre di colei che ha ormai acquistato potere e, in parallelo, sicurezza di sè.  Ma l’ opera che traduce il suo immaginario con maggior potenza è senza dubbio il  Giardino dei Tarocchi di Capalbio (leggi qui l’articolo che VALIUM gli ha dedicato), il parco popolato da statue e sculture ciclopiche che , ispirandosi agli Arcani Maggiori dei Tarocchi, mixano esoterismo e filosofia esistenziale: Maria Grazia Chiuri ne richiama i colori, i mosaici, gli stilemi figurativi e li assurge a leitmotiv della collezione Dior rivolta alla bella stagione.

 

 

Anche gli accessori vengono contagiati da questo straordinario tributo a Niki de Saint Phalle. Borse, scarpe, bijoux, foulard riportano le sue stampe, il suo tripudio di cromie giocose ed esaltano un mood gioioso, intriso di amore. Non è un caso che persino sulla Lady Dior, storica borsa della Maison, campeggi la scritta in rilievo “Love” in puro stile de Saint Phalle:  è coloratissima, arrotondata e un po’ naif, rievoca i vibranti grafismi di un libro a fisarmonica – “My love. Where shall we make love?”, 1969 – che l’artista dedicò proprio all’ amore. Lo sfondo ecru della borsa le dona il massimo risalto, la sottolinea al pari di uno dei famosi slogan di Maria Grazia Chiuri. Anche stavolta, il logo Dior diviene elemento iconico e si tramuta in un block charm anticato color oro che riproduce il nome del brand: un dettaglio di preziosità ulteriore per una vera e propria statement bag.

 

Milano Fashion Week: flash dalle collezioni AI 2018/19 (parte 3)

N. 21

In questo post sulle sfilate milanesi, quattro brand che hanno tracciato un link tra ispirazione e pattern, grafismi, fantasie ornamentali ben precisi: N. 21 adorna gli oufit della sua majorette con scintillanti scritte in stile Las Vegas, mentre motivi check e tartan pervadono le collezioni, rispettivamente, di Marco De Vincenzo e di Versace. Ma se il designer messinese li associa (insieme a miriadi di sfumature rainbow)  a un’ iconografia che mixa reale e virtuale, Donatella Versace restituisce al tartan l’ originaria valenza di appartenenza a un clan, in questo caso il clan Versace. Etro prosegue invece, attraverso le stampe, l’ esplorazione di un iter a metà tra l’ etnico e il folk.

 

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3 – Paillettes anche in versione outerwear: la majorette di N.21, star della vita quotidiana

 

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3 – Audacia, glamour stile 80s e dettami punk con il tartan a fare da leitmotiv: l’ irresistibile clan VERSACE

 

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3 –  “Test pattern” in technicolor, pixel e residui profusi di tecnologia visiva: con MARCO DE VINCENZO il virtuale lascia spazio al reale

 

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3 – Colori autunnali, frange e folk ad alta concentrazione: l’ ethno-chic di ETRO

 

Haute Couture PE 2018: flash dalle sfilate di Parigi (parte 3)

Maison Margiela

John Galliano si ispira all’artista americana Jessi Reaves e crea dei look “plastici”, tutti all’ insegna della sperimentazione delle forme e di un utilizzo sorprendente del colore. Il mood sporty predomina, ma si fa couture ai massimi livelli: pvc, plastica e tessuti high tech doppiano gli abiti, li compongono, accentuano una allure futuribile che reintepreta cardini del womenswear come il bustier e la gonna plissé. E’ così che, tra parka e sneakers, trovano spazio preziosi abiti-origami, ruches “architettoniche” e cangianti giochi di colore. Galliano rivela un lato inedito del suo immaginario creativo e si riconferma guru indiscusso della genialità visionaria.

 

Maison Margiela

Maison Margiela

Maison Margiela

 

Armani Privé

Linee sinuose e femminili stemperano la sobrietà adottando una palette che esplora le mille sfumature di un cielo tropicale. Non è un caso che sia l’isola di Antigua (dove saltuariamente vive) ad ispirare Giorgio Armani: i look si susseguono impalpabili, declinati in lunghezze mini e bagliori argentati che si alternano al nero, al cipria, al blu polvere e a un blu deciso. Il corto trionfa nella miriade di short e di minidress a palloncino su cui le paillettes si posano, scintillano, esaltano i volumi, mentre asimmetrici top-tunica si fanno fluttuanti grazie allo chiffon. L’ ultima uscita è una nuvola di organza tingeggiata a pennellate vive, appena un po’ sbiadite dall’ eterea foschia tropicale.

 

Armani Privé

Armani Privé

Armani Privé

 

Jean-Paul Gaultier

Jean-Paul Gaultier celebra Pierre Cardin e i suoi gloriosi 60s: linee ad A, pattern optical e  black and white prevalgono ma vengono impreziositi da frange, strascichi, asimmetrie profuse. Il resto dei look è un inno al full color  declinato in una serie di suit maschili e long dress a campana che in un tripudio di frange, chiffon e drappeggi combinano preziosismi e una vaga allure hippie chic. Le giacche strutturate si fanno sexy, si stringono in vita e reinterpretano lo stile smoking,  stampe psichedeliche movimentano tessuti impalpabili. L’ hairstyle signature di Gaultier, il torchignon, diventa ancor più iconico tingendosi delle identiche nuance degli abiti.

 

Jean-Paul Gaultier

Jean-Paul Gaultier

Jean-Paul Gaultier

 

Peggy Moffitt, icona 60s tra Pop Art e “bowl cut”

 

Quando si parla di “bowl cut”, uno dei tagli di capelli più cool delle ultime sfilate, la mente torna al suo iconico look: Peggy Moffitt, top model degli Swinging Sixties, ne fece un inconfondibile signature style. Un make up occhi di ispirazione Kabuki, la chioma scolpita da Vidal Sassoon in persona, Peggy abbinava al rigore geometrico del “five point” – l’ altro nome che fu dato al taglio – mise coloratissime, ma lineari e dense di richiami Op. Lo stile che sfoggiava, d’altronde, viene considerato autentica Pop Art. E pensare che i suoi esordi la videro alle prese più con i ciak che con l’obiettivo fotografico:  nata a Los Angeles, classe 1940, la futura top debuttò come attrice nel 1955 prima di approdare nelle fascinose brume parigine. Fu proprio nella Ville Lumière che ebbe inizio la sua liason con la couture, e da allora Peggy Moffitt si dedicò alla carriera di modella senza disdegnare comparsate nei film. Quando gli anni ’50 lasciarono il posto ai rivoluzionari Sixties, complice il suo ruolo di musa del designer Rudi Gernreich,  la fama di Peggy cominciò a decollare: Gernreich era un precursore, fu il primo a proporre creazioni unisex ampiamente declinate in plastica e in vinile, ma il suo spirito avantgarde si identificò indissolubilmente in un costume da bagno “topless” chiamato monokini.  Lo lanciò nel 1962, nel pieno di un’ era che inneggiava alla libertà in ogni sua forma, e su consiglio di Diana Vreeland lo fece immortalare in scatti ad opera di William Claxton, marito di Peggy Moffitt e membro del trio inseparabile che lo vedeva a fianco di Gernreich e della sua musa.

 

Peggy Moffit in uno scatto di William Claxton

Le foto che ritraggono Peggy in monokini sono oggi dei cult, testimonianze di un mood ribelle che negli anni ’60 coinvolse ad ampio spettro anche la moda. Ma il set fotografico è una costante che ritorna, per l’ iconica modella, nella pellicola “Blow up” di Michelangelo Antonioni, dove appare tra le protagoniste dei photo shoot scattati da Thomas/David Hammings. Nel 1967 fu suo marito William Claxton a dirigerla: il corto “Basic Black”, archetipo dei futuri fashion film, rientrò tra le opere della mostra intitolata The Total Look: The Creative Collaboration Between Rudi Gernreich, Peggy Moffitt and William Claxton con cui il Los Angeles Museum of Contemporary Art’s Pacific Design Center omaggiò negli anni ’80 il trio creativo. La figura di Peggy, emblema di una vera e propria svolta epocale, continua ad essere una fonte di ispirazione inesauribile: non è un caso che la rock band The Handcuffs e musicisti come Boyd Rice e Giddle Partridge le abbiano dedicato, rispettivamente, il proprio album di esordio e una limited edition in vinile.

 

 

I fashion show dell’ Autunno/Inverno 2017/18 e i più famosi hairstylist celebrano, inoltre, il “bowl cut” di Peggy Muffitt rivisitandolo in innumerevoli versioni. Una su tutte? Quella esibita dalla top ucraina Irina Kravchenko in passerella e nell’ advertising campaign di Anteprima. Ma il celebre taglio geometrico fu oggetto anche di un’ indimenticabile “citazione” sul catwalk parigino della sfilata AI 2008/2009 di Saint Laurent e viene riproposto dalle celeb di continuo: l’ hanno sfoggiato (tra le altre) Linda Evangelista, Agyness Deyn, Lady Gaga e, last but not least, persino la nostra Alessandra Martines nella saga fantasy TV “Fantaghirò”.

 

AI 2008/09: il bowl cut di Saint Laurent

AI 2017/18: il bowl cut di Irina Kravchenko per Alexander Wang

 

Foto di Peggy Moffitt via Kristine from Flickr, CC BY-NC 2.0

 

Chanel: Métiers d’Art 2017/2018 sfila ad Amburgo

 

Una fiaba d’Inverno: la sfilata Métiers d’Art di Chanel potrebbe essere definita tale. La collezione con cui la Maison celebra l’artigianalità più esclusiva, quest’anno, per Karl Largefeld è coincisa con un ritorno in patria. E’ stata infatti Amburgo, la città natale del designer, a fare da location a un défilé che è ormai un “save the date” attesissimo in tutto il globo, l’ espressione suprema di un connubio tra creatività ed eccellenza sartoriale. La sfilata-evento è andata in scena il 6 Dicembre scorso alla Elbphilharmonie, l’ avveniristica sala concerti inaugurata nel porto di Amburgo neppure un anno fa: una cornice ideale per alimentare l’ ispirazione di Lagerfeld, con la sua maestosa struttura vitrea che si innalza da un vecchio magazzino in mattoni. Simile a una nave affacciata sull’ Elba, l’ edificio – che porta la firma dello studio Herzog & de Meuron – include tre auditorium immensi e spettacolari. Non sorprende sapere che la scelta di Amburgo, per Kaiser Karl, è stata dettata più dall’ Elbphilharmonie e dal suo scenario che da un mood nostalgico. Le divise dei marinai del porto sono un leitmotiv ispirativo che pervade tutta la collezione Paris-Hamburg 2017/18, rivisitato e corretto all’ insegna della femminilità. Pantaloni con risvolto e abbottonatura frontale, maglie a righe, maxipull e berretti in tipico stile navy abbracciano i codici Chanel dando vita a look preziosi, sapientemente valorizzati dallo stuolo di modiste, ricamatrici, orafi, artigiani della piuma e calzolai che contribuiscono a tramutare ogni creazione in un capolavoro unico e irripetibile di savoir faire.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Francesco Liccari, un menestrello folk rock del nuovo millennio

(Photo by Eiros)

Voce, chitarra, testi rigorosamente in lingua inglese: un connubio non comune, nel 2017. Almeno, non nel panorama musicale italiano. Fa più pensare a un “bel tempo che fu” di matrice internazionale. A un sound che, nato come simbolo di un’ epoca, è poi divenuto immortale. Bob Dylan, Woody Guthrie, Jackson Browne, Leonard Cohen, Simon & Garfunkel, Neil Young, Crosby, Stills & Nash, sono i primi nomi che vengono in mente – e di certo, solo alcuni – quando si pensa alla stagione d’oro del folk rock  americano: “menestrelli” in bilico tra protesta e melodie intimistiche. E’ a tutti loro, ma non solo, che si ispira Francesco Liccari, cantautore triestino con 2 EP al suo attivo. Classe 1990, un background di studi di chitarra classica e moderna, si esibisce per la prima volta live come solista nel 2011 e tre anni dopo esce il suo primo lavoro, “Memories of Forgotten Seasons”, pubblicato da Farace Records. Francesco canta in inglese, accompagnandosi esclusivamente con la chitarra; Enrico Casasola lo affianca al basso dal 2016. E sempre un anno fa, a dicembre, esce il suo secondo EP “Raw Notes”: ballate di volta in volta malinconiche, sognanti o cadenzate a cui fanno da leitmotiv testi anglofoni che, oltre a veicolare la poetica di Liccari, favoriscono una massiccia diffusione dei suoi brani nelle radio inglesi, canadesi e statunitensi. Gli ultimi impegni di Francesco lo vedono alle prese con la pubblicazione dei video di quattro canzoni tratte da “Raw Notes” e con svariate performance dal vivo. Ho ancora in testa l’ ipnotico accordo di chitarra di “Long Winter”, quando lo incontro per questa intervista.

Parlami di te e della tua vita. A quando risale il tuo primo incontro con la musica?

Sono nato e cresciuto a Trieste, una città di confine, dove si incontrano tante culture in un piccolo territorio. Il mio primo incontro con la musica è avvenuto qui, per caso. Mio fratello aveva ricevuto in regalo una chitarra e io di nascosto ogni tanto cercavo di suonarla. I miei genitori mi sorpresero mentre stavo torturando quel povero strumento e mi chiesero se volessi prendere lezioni di chitarra. Risposi di sì. Accadeva 18 anni fa. Così ho cominciato a studiare chitarra classica, per poi dedicarmi alla chitarra moderna sotto la guida del maestro Andrea Massaria, ora docente di chitarra jazz al conservatorio di Venezia. Lo studio dello strumento, insieme all’ascolto di numerosi cantautori sia italiani che stranieri, mi ha fatto sentire la necessità di esprimermi con lo stesso linguaggio. Così ho incominciato per gioco a scrivere i primi testi ed anche le prime canzoni.

 

(Photo by Eiros)

Hai iniziato a scrivere testi dopo un approccio iniziale alla chitarra: perché la scelta di esprimerti in inglese?

Non credo ci sia un perché. Inizialmente scrivevo sia in italiano che in inglese ma poi mi sono trovato a musicare meglio i testi in inglese, sentendomi meno vincolato nella scelta delle parole rispetto all’italiano. Quando scrivo nella mia lingua, tendo ad esprimermi come penso o come parlo, con il risultato che le parole finiscono per riversarsi sulla pagina in un flusso disordinato di idee. Mentre trovandomi a scrivere in un’altra lingua, che pur conosco molto bene, riesco a pesare meglio le parole, a risparmiarne. Il significato più importante spesso sta in ciò che non viene detto ma solamente suggerito vagamente.

Hai solo 27 anni, ma le tue struggenti ballate per chitarra e voce ricordano quelle dei celebri “menestrelli” che, a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, fecero furore. Chi sono i tuoi modelli di riferimento?

I miei modelli di riferimento sono numerosi. Da David Bowie a Bob Dylan, passando per Lou Reed, Neil Young, Cat Stevens, Donovan, Woody Guthrie, Leonard Cohen, Simon & Garfunkel, Fabrizio De André, Francesco Guccini, Edoardo Bennato, Angelo Branduardi e probabilmente ce ne sono altri che ora mi sfuggono. Se poi parliamo di ascolti e influenze, la lista è infinita: dalle canzoni semplici ed efficaci del punk alla Ramones, alle canzoni rock psichedeliche dei Pink Floyd o dei Velvet Underground, fino alle sperimentazioni più recenti di gruppi quali i Radiohead. Per quanto riguarda i musicisti che hanno alimentato la mia ispirazione, credo ne vadano citati principalmente tre: David Bowie per aver suonato una serie di generi molto differenti, riuscendo a far emergere il proprio enorme talento in qualsiasi cosa sperimentasse; Bob Dylan che, con la poesia delle sue parole, mi ha fatto capire che una bella voce e una grande tecnica chitarristica non sono gli unici elementi necessari per comunicare attraverso la musica; il terzo, scollegato dai due precedenti, è Philip Glass che, tra minimalismo e post minimalismo, sia con le sue composizioni sperimentali che con le colonne sonore per il cinema, è sempre riuscito a emozionarmi. Di certo, quando scrivo musica, penso a tutte quelle sensazioni che riesce a trasmettermi.

 

(Photo by Marco Potok)

A quali temi attingi maggiormente?

Ai temi che occupano più spesso la mia mente: i ricordi, lo scorrere del tempo, l’amore e più in generale i rapporti umani a cui si aggiungono altre tematiche quali la solitudine, l’ansia, il disagio e tutti i mali di vivere dell’artista. A volte, nei miei testi, questi temi vengono mischiati con un po’ di mitologia, esoterismo e simbolismo, tutti argomenti che mi hanno sempre affascinato.

I tuoi testi, appunto: a prima vista sembrano tristi e rassegnati, ma grazie agli accordi di chitarra prendono vita e si fanno incredibilmente intensi. Come nascono le tue canzoni?

Questa è una domanda che mi viene posta spesso e non sono ancora capace di dare una risposta del tutto soddisfacente. Spesso il mio processo creativo prende vita da una storia o da un’immagine che mi viene in mente oppure da una sensazione forte che provo. Poi incomincio a scrivere o a suonarci sopra e quando sento che ciò che ho composto (sia esso testo o musica) riesce a rappresentare la bozza mentale che mi sono fatto in precedenza, allora mi fermo. Lascio tutto lì a decantare per un po’ e solo successivamente ci rimetto mano, cominciando a sistemare le parole o le note in modo che possano dare il loro meglio. Mi è sempre stato detto di dar sfogo all’irrazionale, perché il resto lo sistemerà il razionale ed è proprio questo quello che faccio.

 

(Photo by Eiros)

Come definiresti il tuo sound? Detesti le etichette o c’è un filone preciso nel quale ami rientrare?

Il mio sound è senz’altro molto personale. Non amo rientrare in un unico genere ma, per dare un’idea di ciò che faccio, spesso mi definisco folk rock. In realtà tale etichetta non mi soddisfa pienamente, ma aiuta chi si avvicina per la prima volta alla mia musica ad inquadrarmi e quindi a sapere, almeno in parte, cosa aspettarsi. Tuttavia, nei miei pezzi ci sono diverse contaminazioni, tanto che a volte mi domando cosa accadrebbe se mai qualcuno dovesse scrivere un giorno la mia pagina Wikipedia. Mi viene da sorridere all’idea di cosa potrebbe apparire alla sezione genere. Probabilmente una lista piuttosto variegata e all’apparenza incongruente, come nel caso di Leonard Cohen. Spinto dalla curiosità, ho appena consultato la sua pagina,  dove si legge: Pop, Jazz, Musica etnica, Musica tradizionale, Folk rock, Soft rock. Se non conoscessi le sue canzoni, leggendo questo elenco, non saprei proprio cosa aspettarmi. Certo saprei che non si tratta di musica rap, ma avrei le idee piuttosto confuse.

Tra chi, come te, trovò nella chitarra il suo strumento d’elezione rientra anche un nome femminile DOC, quello di Joni Mitchell. Cosa pensi di lei e della sua musica?

Apprezzo il suo percorso di ricerca e esplorazione, la sua voglia di avvicinarsi a generi diversi, dal folk al jazz alla world music, restando sempre fedele a se stessa nel raccontarsi attraverso la sua musica.

 

Francesco e Enrico Casasola alla Festa della Musica di Torino (courtesy of Francesco Liccari)

I Millennials sembrano presi in un vortice di sonorità immediatamente fruibili, non di rado ballabili e perlopiù techno. Qual è il target di un menestrello del 2017?

Il target di un menestrello è sempre lo stesso: l’ascoltatore. Probabilmente negli anni ’60 ai giovani veniva fatto il lavaggio del cervello con il folk rock che allora vendeva come vende ora la musica Reggaeton latina. Certo si trattava di un fenomeno diverso, ma anche i tempi lo erano. In quegli anni la musica aveva anche una portata sociale non indifferente, mentre l’impressione è che oggi si ricerchino piuttosto brani di puro intrattenimento. Inoltre, un tempo la musica era meno fruibile. Come hai detto tu, oggi abbiamo il vantaggio di avere tutto a portata di mano, ma allo stesso tempo siamo sommersi dai contenuti e non è sempre facile districarsi nel labirinto dell’offerta. Ciò porta paradossalmente ad avere più scelta, ma ad orientarsi, se vogliamo, su quella più ovvia. Per fortuna nella massa ci sono un sacco di persone che non si accontentano di ascoltare la musica che passa nel centro commerciale o in bar. Per rispondere alla tua domanda, quello di cui ha bisogno un menestrello del 2017 è poter raggiungere il suo pubblico, ovunque esso sia. E qui ci ricolleghiamo al perché i miei testi sono in inglese, magari non è il linguaggio più chiaro con cui parlare ad un italiano, ma nella società globale di cui siamo parte è la lingua universale che mi permette di avvicinarmi ad ascoltatori di tutte le nazionalità e di raggiungere lo scopo principale della musica: la condivisione.

Pensi che in un prossimo futuro avremo la chance di ascoltarti cantare anche in italiano?

Certamente! Non saprei dirti quando ma sto già lavorando a qualche canzone in italiano, ci vorrà il suo tempo ma prima o poi capiterà. Con questo non intendo dire che abbandonerò l’inglese ma semplicemente che non escludo di esprimermi con la musica anche in italiano in un futuro prossimo.

 

(Photo by Stefano Bubbi)

Che puoi anticiparmi, sui tuoi nuovi progetti?

Non molto, è tutto ancora top secret. Diciamo che vorrei uscire con uno nuovo EP nel 2018, che si incentrerà sul tema dell’amore. L’amore che troviamo nella tragedia, l’amore che troviamo nelle favole e l’amore che abbiamo attorno a noi tutti i giorni. Sembra il momento giusto, visto che non si fa altro che parlare di odio ultimamente. Diciamo poi che ho anche già pronto molto altro materiale, che vorrei racchiudere all’interno del mio primo album ma è ancora un po’ presto per quello. Per aggiornamenti sulle novità trovi tutto sul mio sito internet https://francescoliccari.it/ o sulla mia pagina Facebook o Twitter, puoi pure iscriverti alla newsletter per essere sempre tra i primi a sapere le cose! Colgo anche l’occasione di ringraziarti per l’intervista, è stato un piacere fare quattro chiacchiere con te e spero ci sia di nuovo occasione per un’altra chiacchierata nel futuro, magari a proposito delle canzoni in italiano…

 

Erdem x H&M: il fascino segreto dei fiori

(Photo by Michal Pudelka)

La nuova designer collaboration di H & M vede protagonista Erdem Morialoglu ed è un’ esplosione di fiori. Ricordi, suggestioni, preziosismi danno vita a una collezione all’ insegna della bellezza pura: creandola, Erdem ha reinterpretato la sua estetica mixando ispirazioni provenienti dal cinema, dalla musica e dalla campagna inglese a una squisita sartorialità d’antan. Accenti rétro evidenziano silhouette iperfemminili esaltate dai pizzi e dai pattern floral, colori scuri fanno da sfondo alle nuance vivaci di una Primavera che ha nel fiore il suo clou. Non è un caso che sia proprio “The Secret Life of Flowers” l’ evocativo titolo del corto attraverso cui Baz Luhrmann racconta la collezione: ambientato in una villa di campagna dagli interni magicamente in fiore, la trama combina mistero e amore concentrandosi su un etereo “ménage à trois” che nasce e si sviluppa sulle note di “Hypnotized” degli Years & Years. Il regista di film come “Moulin Rouge”, “Romeo + Giulietta” e “Il Grande Gatsby” non smentisce il suo talento visionario e dirige un corto intriso di passione, verve drammatica e vivacità interpretato da un cast di modelli e attori in cui spiccano i protagonisti Tom Rhys Harries, Ruby Dagnall, Hero Fiennes Tiffin e l’ astro British della recitazione Harriet Walter. In pochi minuti, Luhrmann traduce mirabilmente il mood che anima le creazioni di Erdem per H & M. Un’ atmosfera onirica ci introduce in un mondo dell’ eterna Primavera: è proprio lì, nell’ incantata ed incantevole dimora abitata da Harriet Walter e dai suoi giovani ospiti, che l’ amore sboccia nel bel mezzo di un banchettare festoso e si impregna di attrazione. Tra flash di gruppo improvvisati, danze travolgenti e brividi di gelosia repentina prende vita, scena dopo scena, una storia che gli abiti della capsule Erdem x H & M contribuiscono a narrare coniugando romanticismo e contemporaneità. Ma la collaborazione con il colosso svedese del “fast fashion” coincide, per Erdem Morialoglu, con un importante debutto: il designer trapiantato a Londra lancia infatti la sua prima collezione uomo. E ribadisce il mood rétro in una serie di suit e cappotti ispirati alla ricercatezza delle mise che era solito sfoggiare suo padre.

Per vedere il corto “The Secret Life of Flowers” di Baz Luhrmann, cliccca qui

Contagiata dal fascino della capsule di womenswear Erdem x H&M, ho selezionato 5 look ad hoc per la stagione fredda più relativi accessori.

LOOK 1 – La giacca fiorita in jacquard su sfondo black si abbina alla full skirt o, alternativamente, ai pantaloni con pattern identico

 

 

Texture pelle di rettile e punta affilata per le pumps con applicazioni floral argentate

LOOK 2 – Pizzo, bordature plissé e nastri impreziosiscono l’ abito svasato in total black

LOOK 3 – Un romantico fiocco nero accentua la femminilità del cappotto animalier

Il motivo del fiocco ritorna negli orecchini pendenti con perle e strass

LOOK 4 – E’ un tripudio plissettato l’ abitino in floral print

LOOK 5 – Ancora fiori all over per il prezioso cappotto stretto in vita da una cintura nera in gros grain

All’ insegna dello chic la borsa che mixa texture pelle di rettile ed applicazioni gioiello. Si porta sia nella versione a tracolla che con manici