Francesco Liccari, un menestrello folk rock del nuovo millennio

(Photo by Eiros)

Voce, chitarra, testi rigorosamente in lingua inglese: un connubio non comune, nel 2017. Almeno, non nel panorama musicale italiano. Fa più pensare a un “bel tempo che fu” di matrice internazionale. A un sound che, nato come simbolo di un’ epoca, è poi divenuto immortale. Bob Dylan, Woody Guthrie, Jackson Browne, Leonard Cohen, Simon & Garfunkel, Neil Young, Crosby, Stills & Nash, sono i primi nomi che vengono in mente – e di certo, solo alcuni – quando si pensa alla stagione d’oro del folk rock  americano: “menestrelli” in bilico tra protesta e melodie intimistiche. E’ a tutti loro, ma non solo, che si ispira Francesco Liccari, cantautore triestino con 2 EP al suo attivo. Classe 1990, un background di studi di chitarra classica e moderna, si esibisce per la prima volta live come solista nel 2011 e tre anni dopo esce il suo primo lavoro, “Memories of Forgotten Seasons”, pubblicato da Farace Records. Francesco canta in inglese, accompagnandosi esclusivamente con la chitarra; Enrico Casasola lo affianca al basso dal 2016. E sempre un anno fa, a dicembre, esce il suo secondo EP “Raw Notes”: ballate di volta in volta malinconiche, sognanti o cadenzate a cui fanno da leitmotiv testi anglofoni che, oltre a veicolare la poetica di Liccari, favoriscono una massiccia diffusione dei suoi brani nelle radio inglesi, canadesi e statunitensi. Gli ultimi impegni di Francesco lo vedono alle prese con la pubblicazione dei video di quattro canzoni tratte da “Raw Notes” e con svariate performance dal vivo. Ho ancora in testa l’ ipnotico accordo di chitarra di “Long Winter”, quando lo incontro per questa intervista.

Parlami di te e della tua vita. A quando risale il tuo primo incontro con la musica?

Sono nato e cresciuto a Trieste, una città di confine, dove si incontrano tante culture in un piccolo territorio. Il mio primo incontro con la musica è avvenuto qui, per caso. Mio fratello aveva ricevuto in regalo una chitarra e io di nascosto ogni tanto cercavo di suonarla. I miei genitori mi sorpresero mentre stavo torturando quel povero strumento e mi chiesero se volessi prendere lezioni di chitarra. Risposi di sì. Accadeva 18 anni fa. Così ho cominciato a studiare chitarra classica, per poi dedicarmi alla chitarra moderna sotto la guida del maestro Andrea Massaria, ora docente di chitarra jazz al conservatorio di Venezia. Lo studio dello strumento, insieme all’ascolto di numerosi cantautori sia italiani che stranieri, mi ha fatto sentire la necessità di esprimermi con lo stesso linguaggio. Così ho incominciato per gioco a scrivere i primi testi ed anche le prime canzoni.

 

(Photo by Eiros)

Hai iniziato a scrivere testi dopo un approccio iniziale alla chitarra: perché la scelta di esprimerti in inglese?

Non credo ci sia un perché. Inizialmente scrivevo sia in italiano che in inglese ma poi mi sono trovato a musicare meglio i testi in inglese, sentendomi meno vincolato nella scelta delle parole rispetto all’italiano. Quando scrivo nella mia lingua, tendo ad esprimermi come penso o come parlo, con il risultato che le parole finiscono per riversarsi sulla pagina in un flusso disordinato di idee. Mentre trovandomi a scrivere in un’altra lingua, che pur conosco molto bene, riesco a pesare meglio le parole, a risparmiarne. Il significato più importante spesso sta in ciò che non viene detto ma solamente suggerito vagamente.

Hai solo 27 anni, ma le tue struggenti ballate per chitarra e voce ricordano quelle dei celebri “menestrelli” che, a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, fecero furore. Chi sono i tuoi modelli di riferimento?

I miei modelli di riferimento sono numerosi. Da David Bowie a Bob Dylan, passando per Lou Reed, Neil Young, Cat Stevens, Donovan, Woody Guthrie, Leonard Cohen, Simon & Garfunkel, Fabrizio De André, Francesco Guccini, Edoardo Bennato, Angelo Branduardi e probabilmente ce ne sono altri che ora mi sfuggono. Se poi parliamo di ascolti e influenze, la lista è infinita: dalle canzoni semplici ed efficaci del punk alla Ramones, alle canzoni rock psichedeliche dei Pink Floyd o dei Velvet Underground, fino alle sperimentazioni più recenti di gruppi quali i Radiohead. Per quanto riguarda i musicisti che hanno alimentato la mia ispirazione, credo ne vadano citati principalmente tre: David Bowie per aver suonato una serie di generi molto differenti, riuscendo a far emergere il proprio enorme talento in qualsiasi cosa sperimentasse; Bob Dylan che, con la poesia delle sue parole, mi ha fatto capire che una bella voce e una grande tecnica chitarristica non sono gli unici elementi necessari per comunicare attraverso la musica; il terzo, scollegato dai due precedenti, è Philip Glass che, tra minimalismo e post minimalismo, sia con le sue composizioni sperimentali che con le colonne sonore per il cinema, è sempre riuscito a emozionarmi. Di certo, quando scrivo musica, penso a tutte quelle sensazioni che riesce a trasmettermi.

 

(Photo by Marco Potok)

A quali temi attingi maggiormente?

Ai temi che occupano più spesso la mia mente: i ricordi, lo scorrere del tempo, l’amore e più in generale i rapporti umani a cui si aggiungono altre tematiche quali la solitudine, l’ansia, il disagio e tutti i mali di vivere dell’artista. A volte, nei miei testi, questi temi vengono mischiati con un po’ di mitologia, esoterismo e simbolismo, tutti argomenti che mi hanno sempre affascinato.

I tuoi testi, appunto: a prima vista sembrano tristi e rassegnati, ma grazie agli accordi di chitarra prendono vita e si fanno incredibilmente intensi. Come nascono le tue canzoni?

Questa è una domanda che mi viene posta spesso e non sono ancora capace di dare una risposta del tutto soddisfacente. Spesso il mio processo creativo prende vita da una storia o da un’immagine che mi viene in mente oppure da una sensazione forte che provo. Poi incomincio a scrivere o a suonarci sopra e quando sento che ciò che ho composto (sia esso testo o musica) riesce a rappresentare la bozza mentale che mi sono fatto in precedenza, allora mi fermo. Lascio tutto lì a decantare per un po’ e solo successivamente ci rimetto mano, cominciando a sistemare le parole o le note in modo che possano dare il loro meglio. Mi è sempre stato detto di dar sfogo all’irrazionale, perché il resto lo sistemerà il razionale ed è proprio questo quello che faccio.

 

(Photo by Eiros)

Come definiresti il tuo sound? Detesti le etichette o c’è un filone preciso nel quale ami rientrare?

Il mio sound è senz’altro molto personale. Non amo rientrare in un unico genere ma, per dare un’idea di ciò che faccio, spesso mi definisco folk rock. In realtà tale etichetta non mi soddisfa pienamente, ma aiuta chi si avvicina per la prima volta alla mia musica ad inquadrarmi e quindi a sapere, almeno in parte, cosa aspettarsi. Tuttavia, nei miei pezzi ci sono diverse contaminazioni, tanto che a volte mi domando cosa accadrebbe se mai qualcuno dovesse scrivere un giorno la mia pagina Wikipedia. Mi viene da sorridere all’idea di cosa potrebbe apparire alla sezione genere. Probabilmente una lista piuttosto variegata e all’apparenza incongruente, come nel caso di Leonard Cohen. Spinto dalla curiosità, ho appena consultato la sua pagina,  dove si legge: Pop, Jazz, Musica etnica, Musica tradizionale, Folk rock, Soft rock. Se non conoscessi le sue canzoni, leggendo questo elenco, non saprei proprio cosa aspettarmi. Certo saprei che non si tratta di musica rap, ma avrei le idee piuttosto confuse.

Tra chi, come te, trovò nella chitarra il suo strumento d’elezione rientra anche un nome femminile DOC, quello di Joni Mitchell. Cosa pensi di lei e della sua musica?

Apprezzo il suo percorso di ricerca e esplorazione, la sua voglia di avvicinarsi a generi diversi, dal folk al jazz alla world music, restando sempre fedele a se stessa nel raccontarsi attraverso la sua musica.

 

Francesco e Enrico Casasola alla Festa della Musica di Torino (courtesy of Francesco Liccari)

I Millennials sembrano presi in un vortice di sonorità immediatamente fruibili, non di rado ballabili e perlopiù techno. Qual è il target di un menestrello del 2017?

Il target di un menestrello è sempre lo stesso: l’ascoltatore. Probabilmente negli anni ’60 ai giovani veniva fatto il lavaggio del cervello con il folk rock che allora vendeva come vende ora la musica Reggaeton latina. Certo si trattava di un fenomeno diverso, ma anche i tempi lo erano. In quegli anni la musica aveva anche una portata sociale non indifferente, mentre l’impressione è che oggi si ricerchino piuttosto brani di puro intrattenimento. Inoltre, un tempo la musica era meno fruibile. Come hai detto tu, oggi abbiamo il vantaggio di avere tutto a portata di mano, ma allo stesso tempo siamo sommersi dai contenuti e non è sempre facile districarsi nel labirinto dell’offerta. Ciò porta paradossalmente ad avere più scelta, ma ad orientarsi, se vogliamo, su quella più ovvia. Per fortuna nella massa ci sono un sacco di persone che non si accontentano di ascoltare la musica che passa nel centro commerciale o in bar. Per rispondere alla tua domanda, quello di cui ha bisogno un menestrello del 2017 è poter raggiungere il suo pubblico, ovunque esso sia. E qui ci ricolleghiamo al perché i miei testi sono in inglese, magari non è il linguaggio più chiaro con cui parlare ad un italiano, ma nella società globale di cui siamo parte è la lingua universale che mi permette di avvicinarmi ad ascoltatori di tutte le nazionalità e di raggiungere lo scopo principale della musica: la condivisione.

Pensi che in un prossimo futuro avremo la chance di ascoltarti cantare anche in italiano?

Certamente! Non saprei dirti quando ma sto già lavorando a qualche canzone in italiano, ci vorrà il suo tempo ma prima o poi capiterà. Con questo non intendo dire che abbandonerò l’inglese ma semplicemente che non escludo di esprimermi con la musica anche in italiano in un futuro prossimo.

 

(Photo by Stefano Bubbi)

Che puoi anticiparmi, sui tuoi nuovi progetti?

Non molto, è tutto ancora top secret. Diciamo che vorrei uscire con uno nuovo EP nel 2018, che si incentrerà sul tema dell’amore. L’amore che troviamo nella tragedia, l’amore che troviamo nelle favole e l’amore che abbiamo attorno a noi tutti i giorni. Sembra il momento giusto, visto che non si fa altro che parlare di odio ultimamente. Diciamo poi che ho anche già pronto molto altro materiale, che vorrei racchiudere all’interno del mio primo album ma è ancora un po’ presto per quello. Per aggiornamenti sulle novità trovi tutto sul mio sito internet https://francescoliccari.it/ o sulla mia pagina Facebook o Twitter, puoi pure iscriverti alla newsletter per essere sempre tra i primi a sapere le cose! Colgo anche l’occasione di ringraziarti per l’intervista, è stato un piacere fare quattro chiacchiere con te e spero ci sia di nuovo occasione per un’altra chiacchierata nel futuro, magari a proposito delle canzoni in italiano…

 

Glitter People

 

” Ero sempre in imbarazzo perchè mio padre vestiva in giacca e cravatta e mia madre indossava le décolletè e un comodo maglione mentre i genitori dei miei amici erano punk o hippy. “

Shirley Manson

 

 

Photo by Artemka (Opera propria) [CC BY-SA 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)], via Wikimedia Commons

Glitter People

 

” Sono un po’ più vecchia, ho girato il mondo, ho passato un sacco di tempo a New York e a Parigi e in molti posti stimolanti, e mi sento ancora un’ aliena.”

FKA Twigs

 

 

Photo by By Dmitriy Semyonushkin (Own work) [GFDL (http://www.gnu.org/copyleft/fdl.html) or CC BY 4.0 (http://creativecommons.org/licenses/by/4.0)], via Wikimedia Commons

L’ inconfondibile “French Touch” di Carla Bruni

 

Il suo nuovo album non uscirà che a Ottobre (precisamente il 6 e per l’ etichetta Verve Records/Barclay/Universal Music France), ma già ne assaporiamo il mood a piccole dosi: il “French touch” di Carla Bruni, d’altronde, è inconfondibile. E’ così che ha deciso di intitolare la sua quinta fatica discografica, una raccolta di hit anglofone prodotte dal mitico David Foster. Ultima anticipazione in ordine di tempo, “Miss You” dei Rolling Stones in un’ intensa Bruni‘s edition: la voce sussurrata, il ritmo cadenzato che alterna chitarre e percussioni danno vita a un mix talmente suggestivo che sembra fatto apposta per essere tradotto visivamente. Il risultato è un video che Jean-Baptiste Mondino dirige, con sublime maestria creativa, coniugando sequenze in un bianco e nero minimal ad un sapore vagamente esistenzialista.  A fare da protagonista Carla Bruni ed un suo “doppio”, il corpo inguainato in un bodysuit in total black, l’ allure di una Gréco contemporanea diluita in movenze ad alto tasso coreografico. Il volto velato che ricorda, per inciso, l’ artwork di copertina di un celebre album dei Rolling come “Goat’s Head Soup” .

 

Un fotogramma del video di “Miss You” by Jean-Baptiste Mondino

 

Le movenze della Bruni e del suo doppio si intrecciano in un pas de deux intrigante, di volta in volta flessuoso e evanescente, dando vita ad una “Miss You” raffinata e dai forti connotati iconici. Lo spirito “intimista” che pervade il brano è uno dei leitmotiv di “French Touch”: melodie sensuali ma ricche di calore, essenziali ma giocose, in bilico tra il romanticismo ed un sofisticato appeal. I brani a cui si ispirano sono frammenti di emozione rara, la soundtrack di un vissuto declinato in luoghi, in preziosi istanti o in specifiche persone. Carla Bruni non esita a definire ogni canzone un “coup de foudre” che scaturisce da un inarrestabile fluire evocativo. A rivelarlo è anche il sound “compatto” e potentemente armonioso del singolo-anteprima dell’ album, la cover di “Enjoy the silence”. La hit che i Depeche Mode sfornarono nel 1990 viene esaltata da una versione “nude” a base di chitarra, voce e piano e corredata da un video flou, sospeso, sottilmente onirico. Ricordi e sensazioni riaffiorano come da un cappello magico: forse è proprio questa, la più pura quintessenza del “French Touch” di Carlà.

 

La copertina di “French Touch”

 

 

Photo Carla Bruni via Stijn Vogels (“Carla Bruni: Quelqu’un m’a dit”) on Flickr CC BY-NC-SA-2.0

Glitter People

 

“Ero la ragazza che non andava al ballo studentesco o alla propria cerimonia di laurea perchè troppo impegnata a lavorare con i produttori e a fare musica.”

Bebe Rexha

Photo by By נועם גואטה (Own work) [CC BY-SA 4.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)], via Wikimedia Commons

“Lust for Life”: Lana Del Rey e la gioia di vivere

 

Al via il countdown all’ uscita di Lust for Life, la nuova fatica discografica di Lana Del Rey. Come la stessa Lana ha annunciato su Twitter, l’ album uscirà il prossimo 21 Luglio dopo essere stato anticipato da una manciata di singoli tra cui Love, Coachella-Woodstock on my mind e Lust for life, dove duetta con The Weeknd su una melodia che è già tormentone. Ma anche riguardo ai temi trattati nel disco è disponibile qualche anteprima: Lust for life volgerà lo sguardo a 360° sulla società attuale, sulla politica, su un concetto di felicità più completo e consapevole. “La felicità è l’ obiettivo finale della vita. Penso che sia l’ unica cosa importante”, ha detto Lana a ELLE UK (n. di Giugno 2017) durante un’ intervista. Tracciando un link tra l’ indivuale e il sociale, l’ icona pop ha sottolineato l’ importanza di un adeguato background educativo-esistenziale per il raggiungimento del benessere interiore. Perchè se  la felicità non è associata a una ricetta standard, per favorirla esistono premesse e basi. Il titolo dell’ album, d’altronde, la dice lunga sul mood radioso recentemente abbracciato dalla “regina del sadcore”: Lust for Life come “gioia di vivere”, un senso della vita più corposo, l’ approdo ad una fase di superamento delle difficoltà esistenziali.

Il giro di boa coincide con un’ immersione a tutto tondo nella realtà che la circonda. Compresa, of course, l’ attuale situazione politica americana, uno dei leitmotiv del disco in uscita. Non è un caso che il sound di Lust for Life abbia una vaga impronta anni ’60: il caratteristico rétro style di Lana, stavolta, guarda all’ era della contestazione e si rifà a Joan Baez. Anche sul versante dei sentimenti le turbolenze sono ormai acqua passata. Dopo la fine della sua relazione con Barrie-James O’ Neill, frontman della band scozzese Kassidy, la fascinosa cantautrice dichiara di vivere uno stato di grazia. E, come confessa ancora a ELLE UK, una lezione di certo l’ ha imparata: quella per cui, anzichè con il frontman, “dovresti sempre uscire con il bassista”. Non ci resta che attendere il 21 Luglio – data in cui l’album verrà pubblicato su iTunes e Spotify – per lasciarci contagiare dalla nuova “gioia di vivere” di Lana Del Rey.

Photo, dall’ alto verso il basso:

  • by Jaguar Cars MENA [CC BY 2.0 (http://creativecommons.org/licenses/by/2.0)], via Wikimedia Commons
  • by Nicole Bentley via Elliott James on Flickr, “lana-del-rey-nicole-bentley-vogue-australia-02” , CC BY 2.0
  • via Themeplus on Flickr, CC BY-SA 2.0

Glitter People

 

” Non ho bisogno del Principe Azzurro per avere il mio lieto fine.”

Katy Perry

 

 

Photo by marcen27 from Glasgow, UK (Katy Perry 36) [CC BY 2.0 (http://creativecommons.org/licenses/by/2.0)], attraverso Wikimedia Commons

“Double Roses”: in arrivo il nuovo album di Karen Elson

 

Mentre presta il volto alla campagna pubblicitaria “corale” Miu Miu PE 2017, Karen Elson si accinge ad affrontare una nuova tappa della propria carriera musicale: è fissata infatti ufficialmente al 7 Aprile l’ uscita di Double Roses, l’ album che, dopo circa 7 anni, darà un seguito al suo esordio su cd. Prosegue così un percorso scaturito da una passione innata della top model e cantante britannica, appena una teen quando iniziò a suonare la chitarra e a comporre (di nascosto) le prime canzoni. Classe ’79, nata a Oldham, per Karen Elson è stata però  la moda l’ elemento di svolta.  Dopo essere stata scoperta per le vie di Manchester, a soli 16 anni ha intrapreso una sfolgorante ascesa nel fashion world: slanciata, diafana, capelli rosso fuoco che sono ormai il suo trademark, la ragazzina che i coetanei soprannominavano “il fantasma che cammina” ha avuto la sua rivincita. Da allora Karen è apparsa nei magazine più autorevoli, ha posato per fotografi prestigiosi, ha sfilato in passerella per brand al top, ma l’ amore per la musica non l’ha mai abbandonata. Le prime esibizioni a New York con il gruppo “politically oriented” The Citizen Band e il matrimonio con Jack White, lead singer dei White Stripes, non hanno fatto altro che rinsaldare la sua inclinazione per l’arte dei suoni.

Il suo primo album – prodotto da Jack White – è uscito nel 2010 con il titolo di The Ghost Who Walks, “il fantasma che cammina”, ironico tributo a un soprannome che si è rivelato di buon auspicio.  Nei sette anni successivi a quel debutto, la Elson ha effettuato incursioni nella musica parallele all’ attività di modella: ha cantato Ashes to Ashes insieme a Michael Stipe al live in onore di David Bowie, ha duettato con Ren Hervieu in The train song, è apparsa tra gli interpreti della soundtrack del film Still Alice ed ha inciso svariate cover. La nuova fatica discografica Double Roses, che prende il nome da una poesia di Sam Shepard, si addentra nei recessi del cuore di Karen in un fluire di emozioni cadenzate da un country sound ipnotico e in versione avantgarde .

(Photo by Heidi Ross)

Registrato a Los Angeles,  il disco è prodotto da Jonathan Wilson e si avvale di una serie di collaboratori d’eccezione. Solo per citarne alcuni: Patrick Carney dei Black Keys, Pat Sansone dei Wilco, Father John Misty, Nate Wolcott dei Bright Eyes, Benmont Tench, Dhani Harrison e Paul Cartwright.  E’ Laura Marling, invece, a prendere parte al sognante singolo Distant Shore,  già disponibile per il download. Le rimanenti 9 tracce vedranno la luce il 7 Aprile via H.O.T. Records Ltd.

Per saperne di più:  http://www.karenelson.com/

Photo: Karen Elson at the Williamsburg Waterfront, Brooklyn, June 20, 2010 by Jason Persse from Brooklyn, USA (Karen Elson 5) [CC BY-SA 2.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0)], via Wikimedia Commons

Karen Elson x Anna Sui Fw 2010/11: photo by By Masaki-H (ANNASUI_333) [CC BY 2.0 (http://creativecommons.org/licenses/by/2.0)], via Wikimedia Commons

Glitter People

” Ho sempre voluto fare musica come la gente scrive commedie, così sono stata ispirata dagli scrittori quanto dai musicisti. “

St. Vincent

Photo by Tristan Loper [CC BY-SA 4.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)], attraverso Wikimedia Commons