Jean Patchett, ovvero la classe

 

“Una giovane dea americana della Couture parigina”: così la definì Irving Penn, il fotografo che la immortalò più frequentemente. Jean Patchett, classe 1926, abbandonò ben presto gli studi da segretaria nel Maryland per una più stimolante carriera di modella nella Grande Mela. I suoi atout? Una bellezza distinta e sofisticata, esaltata dal corpo flessuoso e dagli splendidi occhi dal colore indefinibile. Ma la classe e un’eleganza innata furono i due punti cardine attorno ai quali ruotò tutto il suo incredibile successo a cavallo tra il 1948 e il 1963, anno in cui abbandonò i set fotografici e le passerelle. Dopo un breve debutto con l’agenzia di Harry Conover, a New York, Jean entrò a far parte della ‘scuderia’ di Eileen Ford, alloggiando in quel Barbizon Hotel che avrebbe ospitato modelle dai nomi del calibro di Grace Kelly, Barbara Bel Geddes, Liza Minnelli e Ali MacGraw. Non passò che un breve lasso di tempo, da quel momento alla sua prima copertina di VOGUE: un esordio prestigioso, seguito dalla copertina di Glamour il mese successivo. Da quel momento, il susseguirsi di richieste e di shooting con i fashion photographer più rinomati del panorama internazionale fu tale, per Jean Patchett, che nel 1952 Esquire volle decantare la sua vertiginosa ascesa consacrandola tra le modelle più quotate degli USA, archetipa ‘supermodel’ quando il termine era ancora lontano dell’ essere coniato. I segni distintivi del suo fascino – un neo in direzione della tempia, la bocca sottolineata dal lipstick rosso, lo sguardo valorizzato dall’ eye-liner e le sopracciglia curve, perfettamente disegnate – comparvero complessivamente su più di 40 copertine, ed i suoi incalcolabili shooting la rendono, a tutt’oggi, una delle modelle più fotografate della storia. Professionale, puntuale, affabile, Patchett negli anni ’50 rientrava a pieno titolo nell’ élite delle cover girl e delle mannequin, un esclusivo gruppo che comprendeva -tra le altre – Dovima, Suzy Parker e Dorian Leigh. Ritratta da grandi fotografi come Irving Penn, John Rawlings, Horst P. Horst, riusciva mirabilmente a risaltare la sua eleganza sia nelle pose che in scatti assolutamente estemporanei: il suo rapporto con la macchina fotografica era di un’ incredibile, reciproca attrazione. Non è un caso se diverse serie di foto che la ritraggono si trovano, oggi, esposte al Museum of Modern Art di New York, al Boston Museum of Art, al Museum of Contemporary Photography di Chicago e in un ulteriore, cospicuo numero di musei e gallerie d’arte sparsi per il mondo: ‘The Queen of Fashion Inc,’, come era stata soprannominata grazie alla totale e sistematica devozione alla sua professione, seppe creare con Penn un sodalizio artistico che commentò con la frase ‘We really made history'”. Patchett seguitò a lavorare indefessamente anche dopo le sue nozze con Louis Auer V, un banchiere di Wall Street che sposò nel 1951 e da cui ebbe due figli, Bart e Amy. Suprema icona, i suoi lineamenti distinti rappresentarono il volto di ben tre decadi americane – dalla fine degli anni ’40 all’ inizio dei ’60 – e, ancora oggi, si identificano con una femminilità dall’ immensa classe eppure mai altera, con una bellezza mai legata a una personalità sopra le righe: tutto quel che doveva incarnare, rigorosamente, una modella allora. Imporre il proprio fascino senza mai offuscare l’abito. Un must assoluto, ai tempi in cui le mannequin erano le uniche make up artist di sè stesse: dee sublimi delle quali il pubblico conosceva inevitabilmente il volto, ma raramente il nome.

Buon giovedì.

 

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