
Cosa rappresentava, il vino, nella cultura agreste? Non solo una bevanda, bensì un cardine attorno al quale ruotavano le tradizioni, il lavoro agricolo, l’attaccamento al territorio e l’identità stessa di un determinato luogo. Il vino era uno dei più preziosi doni della terra, in grado di inebriare e quindi di sconfiggere il dolore e tutto ciò che “ingabbiava” la mente. Il vino incarnava la gioia, la vita, la condivisione…Scandendo, attraverso rituali come la vendemmia, i ritmi e i cicli stagionali. Il vino era sapere, continuità, cultura: la conoscenza delle uve, delle caratteristiche dei vitigni, il rispetto per la loro evoluzione naturale, costituivano un aspetto fondamentale della vita contadina. In un simile contesto, non potevano mancare i proverbi dedicati al vino. E vi assicuro che ne esiste un gran numero, sicuramente superiore rispetto a quello che il popolo rurale riservava ai mesi dell’anno! Ne ho selezionati alcuni e ve li presento in questo post.

Amicizia stretta dal vino non dura da sera a mattino.

Il vino non è buono se non rallegra l’uomo.

Buon vino fa buon sangue.

Quando il vino rende lieti, se ne fuggono i segreti.

Pane fa panza, vino fa danza.

A San Martino, apri la botte e assaggia il vino.

Buon fuoco e buon vino, scaldano il mio camino.

Chi beve vino prima della minestra vede il medico dalla finestra.

Buon vino, tavola lunga.

Chi ha pane e vino, sta meglio del suo vicino.

Chi vendemmia troppo presto, svina debol e tutto agresto.

Chi ha buon vino in casa, ha sempre i fiaschi alla porta.

L’acqua fa male e il vino fa cantare.

Pane finché dura, ma il vino a misura.

L’uomo si riconosce in tre maniere: in collera, alla borsa e al bicchiere.

Foto via Unsplash

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