Sogni

 

“L’ interpretazione del sogno è la via regia che porta alla conoscenza dell’ inconscio nella vita psichica.”     Sigmund Freud

Esistono sogni ricorrenti: mondi e persone, soprattutto quelle dalla nostra vita ora assenti, che visitiamo con frequenza…Sono mondi fatti di colori sfumati, evanescenti, mescolanze di toni che delineano gli ambienti della nostra realtà interiore. Raggiungiamo quei mondi percorrendo tragitti, scendendo scale che ci conducono nei meandri più profondi di noi stessi, dove sentimenti ancora vivi ci chiedono un perchè e dolori mai sopiti, ma solo rimossi, gorgogliano dentro come lava. I personaggi che li popolano, volti noti, spesso uniti a noi da legami particolari, ne sono i protagonisti assoluti: figure eteree, spesso dall’espressione fissa, che come in un film dal doppiaggio mal sincronizzato ci parlano…ma la loro voce è solo un eco che proviene da lontano, che avanza in differita. In quei mondi, con loro, viviamo situazioni stranamente amalgamanti di una realtà che è stata, che vorremmo fosse stata, che vorremmo fosse stata diversa…I desideri inespressi, inattuati galleggiano come in un acquario senza pesci. Le sensazioni si acuiscono donandoci la gioia nel vederli realizzati, una smaniosa inquietudine nel constatare strani intoppi, impedimenti, telefoni di cui non riusciamo a digitare i tasti, personaggi i cui corpi svaniscono in sagome immateriali, partenze continuamente bloccate da auto o treni affossati nelle sabbie mobili. Eppure, ogni singola sequenza di quegli avvenimenti è il tassello che va a ricomporre la nostra zona più buia e oscura, quella dell ‘inconscio. La preziosità di quel mondo onirico, surreale, va colta analizzando dettagli, sensazioni, persone: tutto, e nulla escluso, costituirà il materiale che andrà a ricostruire, mattone per mattone, le mura crollate  del nostro ‘io’  più profondo,  quelle corrose da un’indistinta varietà di emozioni. Un percorso di basilare importanza per conoscerci, per viaggiare dentro noi stessi. Perchè, come scrisse anche Schnitzler nel suo ‘Doppio sogno’ ripreso cinematograficamente nell’ ‘Eyes wide shut’ di kubrickiana memoria, “Nessun sogno, è mai solamente un sogno…”.

Felice weekend.

Scintillando!

 

Mai un inverno si è rivelato così abbagliante, scintillante, ‘sberluccicante’ come quello a cavallo tra il 2011 e il 2012. I designer hanno pensato bene di inondarci di paillettes, glitter, lamè a profusione per far brillare una stagione più che mai spenta dalla crisi, e devo dire che ne abbiamo fatto buon uso! Dalle macropaillettes di Prada, che vanno a rivestire abiti mini dalle tinte shock, alle gonne ‘squamate’ di sequins firmate Marc Jacobs per Louis Vuitton e declinate in toni che spaziano dal nero al bluette, le collezioni invernali sono tutto un tripudio di luccichii e di bagliori. Dolce & Gabbana hanno rincarato la dose ‘accendendo’ la notte di glitterati long dress e scintillanti blazer dal taglio maschile, utilizzando toni carichi come il fucsia e l’oro e spruzzando il tutto di una marea di stelle e stelline, per non parlare di Balmain che ha rivestito di paillettes ogni capo possibile, dalla tuta al giaccone passando per pants e minidress. Gli accessori non hanno assunto un ruolo minore, nell’operazione: clutch, ankle boots, décolletè – ormai un pezzo cult, quelle di Miu Miu – glitterati e paillettate sono da mesi al top di stagione. Piacciono perchè incarnano un sogno, un desiderio atavico, rimandano a una fiaba rendendo noi stesse le sue protagoniste. Ma perchè non osare fino in fondo e lasciare che anche il nostro volto risplenda di un nuovo bagliore grazie a un make up sapientemente glitter- oriented? Basta poco: un eye-shadow brillantinato, un paio di ciglia finte, uno strato di lip gloss ed eccoci immediatamente capultate nella magica e sfavillante atmosfera di uno Studio54 ‘d’antan’: pronte a moltiplicare e a far catturare i nostri bagliori dai mille riflessi cangianti di una mirror ball.

Buon venerdì.

Alba d’inverno

 

Le 6 del mattino e le vie lastricate a pavè sono ancora vuote, deserte…Nel silenzio irrompe un rombo assordante:  sembra opera di un carrarmato, ma rivela ben presto la sua più modesta natura di spazzatrice, che avanza roteando le  spazzole meccanizzate lungo vie e piazze. Spunta l’alba, in una notte d’inverno…ma il buio non abbandona la scena. Si tinge di sfumature sempre più chiare, che virano all’azzurro, rendendo spettacolare il contrasto con luci e lampioni rimasti accesi. La neve assume una strana sfumatura fluorescente, nel riflesso delle ‘ore azzurre’, tramutando il paesaggio in uno scenario onirico e irreale. Osservo tutto dietro i vetri della mia finestra, ipnotizzata dalle cangianti metamorfosi della natura. Assonnata, sono già per metà immersa nella dimensione del sogno: mi perdo nella meraviglia della notte che lascia la sua scia ogni mattina, all’alba. A un lato il cielo si fa rosa, ma l’azzurro è predominante e la luna non ha abbandonato la scena. La città dorme ancora. Il traffico inesistente dirama lungo il reticolo di vie inanimate gli echi del latrato di un cane che abbaia in lontananza. Non è ancora giorno, ma non è più notte: momenti di passaggio che ricordano le magiche accezioni che i celti davano alle terre, agli scenari temporali  ‘di mezzo’. Tra poco, le prime auto inizieranno a mettersi in movimento e le saracinesche dei negozi di quartiere verranno alzate rumorosamente, incuranti delle nuove tecnologie.Chiudo lentamente le persiane, trattenendo nello sguardo tutto l’azzurro possibile che sia riuscito ad immagazzinare, e lo porto con me: mi infilo, freddolosa, sotto il piumone. Sperando di ritrovarlo nei miei sogni.

Buon giovedì.

Bianco

 

Freddo. Freddo polare. Ghiaccio. Bianco. Bianco ghiaccio. Neve. Bianco come la neve. Luminoso come il bianco. Candido come il ghiaccio. Luminoso come candida neve. Freddo come immacolato ghiaccio. Bianco, bianco, bianco…E’ il bianco su tutti, il colore che viene immediatamente da collegare alle temperature  sottozero di questi giorni: gelido come il ghiaccio, candido come la neve. Come la neve che non scende, cristallizzata nell’aria da un freddo assoluto, aspro, che svuota le strade e fa rabbrividire i pochi passanti. Un freddo che muta le vie in scenari da fantascienza, rendendole crateri lunari in cui il calore è un concetto inesistente. E il bianco regna, abbagliante e metaforico, nei paesaggi urbani e di campagna: ben si accorda con una serie di opere di Mark Ryden, artista statunitense classe 1963 che nel 2008 tinse di candore scenari, e interpreti, di molteplici tele. Qui ne ammiriamo una: ‘Girl in a fur skirt’, la ragazza in gonna di pelliccia dalle fattezze delicate e i grandi occhi che richiamano una doll contemporanea. Il bianco indistinto che la ricopre la rende fata, elfo dei boschi, principessina dei ghiacci. Ma è nella postura che si rinviene, dell’opera, il dettaglio più eclatante: la ragazza in gonna di pelliccia, infatti, nel capo inclinato e nelle braccia aperte ricorda una gestualità tipica dell’ iconografia cristiana, assumendo la posa di una contemporanea, immacolata Madonna.

Buon martedì.

Glitter people

 

 

“L’ uomo ideale non esiste. Un marito è più facile da trovare.”

Britt Ekland

 

Buon lunedì.

Elie Saab e la magia del lamè

 

Uno, due, tre…le grucce scorrono lungo l’asse del guardaroba provocando un impercettibile fruscio di stoffa. Ondeggiano impalpabilmente, gli abiti appesi: il solo sfiorarli mette addosso un brivido di entusiasmo e al tempo stesso di soggezione, tanta è la loro squisita preziosità. In tonalità tra il rosa e l’azzurro, delicati, sfumati, dégradè, si giostra la loro sofisticata apparenza. Rosa e azzurro: i colori dei primordi, il dualismo indiscindibile e simbolico che ci  accompagna sin da bambine. I primi colori legati al nostro mondo d’infanzia. Ma i modelli, il taglio, la raffinata allure sono dedicati ad una donna: una donna che fa del fascino uno strumento di attrazione naturale, dalla seduttività incantevole quanto inconsapevole. La immaginiamo, eterea, indossare quegli abiti con un drink in mano, mentre si muove flessuosa tra gli invitati di un party nel loft di design che ha sostituito il castello del principe: non sono forse abiti da fiaba, quelli esposti nel guardaroba Elie Saab? Viene spontaneo accostarli, con la fantasia, agli abiti che immaginavamo addosso alle eroine delle fiabe ascoltate da bambine: tulle, spalline sottili, ruches, raso, marabou, lustrini…diafano e scintillante armamentario di una vera principessa, della Cenerentola che al ballo perse la scarpetta, di un’ Alice nel Paese delle infinite meraviglie. Lo sguardo si posa su di essi deliziato, carico di stupore. I bagliori delle paillettes, delle stoffe ampiamente glitterate, illuminano il buio di un alone speciale: quasi un incantesimo che cristallizza, in sè, tutta la magia e la suggestiva fascinazione di abiti che trasportano in un’altra dimensione spazio-temporale, trascendendo la realtà.  Una dimensione a cui si giunge solamente tramite le ali del sogno, della fantasia, dell’ immaginazione…Abbandonando la propria identità, grazie a nuvole di tulle e di lamè, per tramutarsi nelle eroine di una fiaba.

Buona domenica.

Saldi addiction

 

Oggi l’avremmo definita una ‘shoes addicted’, ma all’epoca il termine e l’addiction erano sconosciuti ed era inoltre il francese, la lingua ‘internazionale’ europea! Marie Antoinette sapeva bene il fatto suo, in tema di gusto e vanità. La collezione di calzature che Manolo Blahnik ha creato per il suo biopic firmato Sofia Coppola, è stata concupita dalle fashionistas di tutto il pianeta: ‘Candy shoes’ in colori bon bon, con tacco a rocchetto e punta affilata, preziosamente decorate come voleva la moda di Versailles . Le spese folli dell’ ultima Regina di Francia hanno fatto storia, divenendo argomento di satira e uno dei tasselli che ne determinarono la caduta: lei, certamente, non sarebbe ricorsa ai saldi per rifornirsi delle sue ‘Candies’. Per noi ‘comuni mortali’, invece,  dal 6 gennaio si è aperta ufficialmente la stagione delle svendite con il conseguente assedio dei negozi. Lo sciamare dei potenziali acquirenti, dei curiosi e dei compratori effettivi è un continuum giornaliero che anima un centro storico ancora addobbato di luminarie natalizie per l’occasione. La frenesia riguarda tutti quei prodotti che, a prezzo pieno, ci si limitava solo a vagheggiare in vetrina, ‘puntandoli’ in attesa del calo dei prezzi. Il rischio che implica tale euforia, è quello di condurre a uno ‘shopping compulsivo’ giustificato dai prezzi minimi accumulando acquisti che, esaurita l’adrenalina dell’ impulso iniziale, verranno classificati come ‘assolutamente inutili’ e riposti, a tempo illimitato, nell’armadio. Tutte conosciamo i miracolosi effetti delle compere ‘d’istinto’, compiute d’ impeto e con scopo principalmente gratificante: lo ‘shopping compulsivo’ è caratterizzato da una vera e propria addiction all’ acquisto che trova nel gesto del comprare  una valenza liberatoria, lo sfogo a una tensione, e rinviene nei prodotti un intento di affermazione della propria identità. Il periodo dei saldi, dunque, a furor di popolo euforicamente accolto (specie in tempi di ‘magra’ economica), presenta una doppia chiave di lettura: il suo effetto collaterale potrebbe favorire il rischio, con la scusante del minor prezzo, di compiere acquisti ‘compulsivamente’ a briglia sciolta.

Felice sabato.

Venerdì 13

 

Argomento superpertinente a questa mattina: venerdì 13. Una data mai come un’altra, per superstiziosi e non: leggende, tradizioni, rituali e richiami troppo pregnanti accompagnano questa combinazione numerico-temporale, tanto da non lasciarla passare inosservata neppure tra i più ‘illuministi’, tra i più ‘cartesiani’ di noi. Il 13, innanzitutto: erano 13 gli apostoli dell’ultima cena, di cui il tredicesimo (Giuda) tradì Gesù. In un sistema che contempla il 12 come numero perfetto – 12 i mesi dell’anno, 12 i segni zodiacali – il 13 è elemento perturbante di questo equilibrio, minaccia e trasgressione. Nella società matriarcale, erano 13 i mesi dell’anno basato sul ciclo lunare, con mesi di 28 giorni, contrapponendosi all’anno solare di 12 mesi  della civiltà maschile. I Greci definirono il 13 come ‘numero imperfetto’ per antonomasia, e anche nella civiltà Induista un raduno di 13 convitati veniva bollato come nefasto. La mitologia norrena narra che il perfido Loki, dio del male, si unì come tredicesimo invitato a un banchetto riservato a Balder, figlio di Odino e Frigg, e successivamente lo uccise. In quanto al venerdì, non godeva storicamente gli stessi favori il giorno più amato dai dipendenti pubblici e privati: di venerdì Adamo ed Eva si fecero tentare dal Serpente, fu crocifisso Cristo, iniziò il diluvio universale e fu distrutto il Tempio di Salomone. La Roma del paganesimo giustiziava i condannati di venerdì e il venerdì era, in Inghilterra, giorno delle impiccagioni. La mitologia norrena dedicava il terzultimo giorno della settimana a Freya, dea protettrice delle arti magiche e divinatorie, di conseguenza delle streghe. L’alone sulfureo e negromantico che circonda il numero 13 lo ha reso obbligatoriamente out per le cene conviviali, lo ha escluso dalla numerazione di stanze di hotel, di piani di edifici, di tavoli nei ristoranti; il venerdì, dal canto suo, è entrato a far parte di un antico detto popolare che recita ‘Nè di venere nè di marte ci si sposa nè si parte.’ Oggi, un film contemporaneo ha rincarato la dose legando il ‘Venerdì 13′ all’ orrorifica maschera di Jason Vorhees: diventati una ‘saga’, gli horror sul ‘Venerdì 13’ hanno confermato ampiamente la cattiva reputazione di quella fatidica combinazione di giorno + data, smentendo d’altro canto, grazie a incassi vertiginosi e miliardari, il pregiudizio legato alla sua ‘iattura’.

E voi, siete superstiziose?

La tempesta di neve

 

Un treno che si allontana…un treno in partenza nella nevicata fitta. Lui è al finestrino ma forse non la vede, confusa tra i vorticosi fiocchi…Lei è rimasta ferma sul marciapiede, a guardarlo da lontano…finchè ha tentato di avvicinarsi a lui seguendo la messa in moto del treno, lasciando impronte sulla neve. Ma la tempesta di fiocchi cela e confonde la vista, il freddo glaciale innalza già una rigorosa distanza destinata a cristallizarsi in ghiaccio. Forse è meglio così…Guardarsi negli occhi per l’ultima volta, prima che il treno allontani definitivamente due vite, sarebbe stato doloroso o chissà…magari solo imbarazzante. Perchè gli sguardi indugiano sulle espressioni, sembrano spenti, a disagio…si agganciano l’uno nell’ altro cercando un linguaggio muto con cui comunicare, con cui dirsi tutto quel che non è stato detto…Ma è troppo tardi, il treno è già in partenza e con un fischio si allontana. Lui si affaccia al finestrino e non staccherà gli occhi da lei finchè rimarrà visibile…Lei resta immobile nella bufera con lo sguardo incollato a quel treno in movimento. Neppure una parola, neppure un sorriso…un saluto con la mano quando il motore inizia a prendere il via, ad allontanare lui da lei. Perchè, all’improvviso, cala un’aria densa e immobile di tristezza?  Mentre il treno procede sempre più veloce, il senso di abbandono diventa fisico, tracciato da quel tragitto sui binari che lo allontana…Poi, il treno sparisce del tutto, divenendo solo un lontano puntino. Lei, come una statua nella neve, lo fissa ancora e non sembra temere il gelo. E’ desolazione, quella che prova? Rimpianto? Un sentimento inespresso? Eppure, i patti erano chiari…un weekend incontrati per caso, lui turista, lei autoctona, e poi lei cicerone, lei consigliera di shopping finchè la sua piccola mansarda sui tetti si era tramutata in alcova. Due sconosciuti, due giorni e due notti passati a letto mentre la neve scendeva copiosa e immacolava un peccato innocente. A malapena, entrambi conoscevano mutuamente i loro nomi. E poi, la partenza obbligata di lui, una ragazza a 300 km, le valigie, la stazione, il distacco. I patti erano chiari…un intrigante weekend insieme, poi ognuno di nuovo alla sua vita…E allora, cos’era quella fitta sul cuore che provava mentre il treno diventava un puntino nero nella neve? Cos’era quella morsa lancinante che sembrava quasi una ferita dell’anima? La tempesta impazzava in un crescendo continuo, vorticoso…Ma lei era felice: erano stati il freddo e il vento, disse, quando le chiesero il motivo dei suoi occhi gonfi di lacrime.

 

Buon giovedì.

Gli uomini preferiscono le bionde?

 

A partire dal 2012, sicuramente, preferiranno le biondo platino: le nuovissime tendenze-colore, infatti, decretano il biondo estremo come ultima entusiasmante sfaccettatura della tinta da sempre al top delle preferenze femminili (e maschili). E se la chioma platinata rientrerà tra i trend di spicco del nuovo anno, di certo non rappresenterà la novità più appariscente: Lady Gaga docet, colori insoliti e decisamente ‘alternativi’ saranno compresi nella palette colore degli hair-stylist più all’avanguardia. Rosa in tutte le sue declinazioni, lilla, azzurro, color prugna, viola carico sono le tinte che appariranno, grazie a mèches o a carattere permanente, sulle teste delle giovani donne ‘à la page’. Sdoganati da rockstar quali Kate Perry, Rhianna e dalla stessa Lady Germanotta, i colori arcobaleno non sono più appannaggio di inquiete ‘Emo’ o  di ‘self-centred’ Scene Queen ma si diffondono – e impongono- nella vita quotidiana abbandonando l’aria di trasgressione con cui sono stati sempre identificati. Al top, il viola prugna: stupendo se utilizzato come riflessante del nero, diviene colore-fashion assoluto nella sua versione più pura, tingendo di amaranto un’intera chioma. Secondo le previsioni degli hair-stylist, sarà il futuro del rosso. Accantonate mentalmente profezie catastrofiche relative al 2012, sembra infatti che un variopinto scenario di sfumature artificiali in stile ‘Blade runner’ ci si vada prospettando innanzi, scenario che tutto teme, men che di apparire futuribile: non ci resta che concordare con i ‘cacciatori di (tendenze di) teste’, e augurare, dunque,  lunga vita al colore!