Martedì Grasso con lo Zanni, la maschera più antica della Commedia dell’Arte

“I balli di Sfessania”, dipinto di Jacques Callot

Che cos’hanno in comune Arlecchino, Pulcinella, Brighella, Beltrame, il primo Pierrot e Frittellino? Sono degli Zanni, una maschera che racchiude un’intera categoria. La categoria in questione è quella dei servitori dei nobili e dei ricchi mercanti a cavallo tra il XVI e il XVIII secolo, l’epoca d’oro della Commedia dell’Arte. Ma come nacquero gli Zanni? La loro è  una figura remotissima, che risale nientepopodimeno che all’antica Grecia. Nella penisola ellenica, l’appellativo “Sannos” denotava una persona che non aveva molto sale in zucca, che suscitava l’ilarità generale. I romani ne rimasero talmente colpiti da introdurre il “Sannione” nel loro teatro, rendendolo uno dei personaggi comici più acclamati. Nel 1500, quando sorse la Commedia dell’Arte, “Sannione” divenne “Zanni” e si identificò in un ruolo ben preciso: rappresentava il servo alle dipendenze degli aristocratici e della nuova classe emergente, quella dei mercanti che avevano accumulato ingenti capitali. Il nome stesso, Zanni, era caratteristico del ceto rurale proveniente dal Veneto (“Zuan” è “Giovanni” in dialetto veneto) e dalla Lombardia. Della Commedia dell’Arte, lo Zanni divenne uno dei primissimi personaggi: non è un caso che, verso la fine del Cinquecento, quel genere teatrale venisse menzionato anche come “Commedia degli Zanni”.

 

Un tipico Zanni (illustrazione di Jacques Callot)

In realtà, la figura dello Zanni aveva radici antiche: i battibecchi che vedevano  protagonisti il servo e il padrone erano il leit motiv dei Ludi Zanneschi, anche detti Contrasti Comici, improvvisati dalle compagnie di attori di strada. Sempre alla fine del XVI secolo, precisamente nel 1559, il poeta e commediografo Anton Francesco Grazzini diede alle stampe un canto, “De Zanni e de’ Magnifichi”, pensato appositamente per il Carnevale. Essendo “Magnifico” il nome originario di Pantalone, maschera notoriamente identificabile con la figura del padrone, è quasi certo che Grazzini si sia ispirato ai canovacci dei Ludi Zanneschi. Con il passar del tempo, gli Zanni riscossero presso il pubblico un gradimento tale da rendere d’obbligo una diversificazione della figura del servo; nacquero così due tipi di Zanni: il “servo scaltro” e il “servo stolto”. Il primo era furboinsolente, vivace, piantagrane. Il secondo, sempliciotto, lento nei movimenti e tardo di comprendonio, era un campione nel creare equivoci con il proprio padrone. Entrambe le categorie, comunque, erano molto apprezzate: con gli Zanni si rideva, ci si divertiva in ogni situazione. I servi della Commedia dell’Arte presero un nome proprio;  si chiamavano Arlecchino, Brighella, Truffaldino, Beltrame, Pulcinella, Mezzettino, Frittellino. Anche Pierrot, inizialmente, era uno Zanni famoso; aveva il nome di Pedrolino, mutato in Pierrot quando le compagnie teatrali italiane si spostarono in Francia. Qui, Pierrot cambiò radicalmente anche la propria identità: da servo astuto e dispettoso si tramutò nel mimo triste invaghito, di volta in volta, della luna o di Colombina (che non lo ricambiava).

Il mimo francese Paul Legrand, noto interprete di Pierrot, ritratto da Charles-Michel Geoffroy nel 1859

Lo Zanni: segni particolari

Zanni, la maschera più antica della Commedia dell’Arte, veniva rappresentato come un “campagnolo” mai evolutosi. Indossava un costume di canapa grezza, l’indumento che gli agricoltori prediligevano per lavorare la terra, e un cappello molto allungato sul davanti, quasi a forma di becco. La maschera che portava sul volto aveva generalmente colori chiari.

 

Commedia dell’Arte: la troupe della Compagnia I Gelosi in un dipinto fiammingo del XVI secolo. A destra è possibile osservare il padrone, Pantalone, e dietro di lui il suo servo Zanni

Il carattere

Come abbiamo già visto, esistevano due tipologie di Zanni: i primi Zanni erano i servi scaltri; i secondi, i servi stolti. Entrambi hanno caratteristiche comuni, quelle della provenienza rurale e della rozzaggine. Sono in balia degli istinti primari, hanno sempre fame e cercano continuamente di accoppiarsi. Per il resto, li differenziano appunto l’astuzia e l’ottusità. Gli Zanni scaltri sono chiacchieroni, pronti di riflessi, si muovono con scioltezza. Amano le donne, soprattutto le serve, che inseguono per soddisfare i loro istinti. Con il padrone sono sleali, doppi, a loro insaputa combinano danni. Sono irruenti, prepotenti e adorano menare le mani. Gli Zanni stolti si muovono con goffaggine e lentezza, non hanno abilità intellettive. Sono sempre affamati, proprio come gli Zanni scaltri, ma incapaci di procurarsi il cibo. E poi si lamentano di tutto, di continuo. Con il padrone hanno un rapporto contradditorio: sono dei pasticcioni, eccellono nel dar vita a equivoci e fraintendimenti, e spesso cercano, con poco successo, di porsi a un livello sociale superiore al suo. Gli Zanni scaltri e gli Zanni stolti portano una maschera molto simile, su cui campeggia un grande naso aquilino.

Per ogni Zanni un nuovo nome…e una nuova personalità

Quando gli Zanni, per distinguersi l’uno dall’altro, presero un nuovo nome, svilupparono delle peculiarità caratteriali proprie. Erano spesso legate al territorio, allo spirito di un luogo: in questo modo, gli Zanni evolvevano dai loro tratti iniziali per sviluppare un’identità più completa, ricca di molteplici sfumature. Fu così che Brighella, Beltrame, Scapino e Fratellino, esempi di servi scaltri, e Arlecchino, Pulcinella, Francatrippa e Truffaldino, esempi di servi stolti, divennero dei personaggi con una personalità sfaccettata, ma unica e inconfondibile.

 

Arlecchino e Pulcinella, due Zanni tra i più noti, nelle illustrazioni di Maurice Sand

Giangurgolo, lo Zanni calabrese

 

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Febbraio: la scheda del mese

 

LE CARATTERISTICHE: nel Calendario Gregoriano, Febbraio è il secondo mese dell’anno. Dura 28 giorni, 29 se l’anno è bisestile.

IL NOME: Febbraio deriva dal verbo “februare”, in latino “purificare”. Nell’antica Roma, infatti, in questo mese si svolgevano i rituali di purificazione dedicati al dio Februs e alla dea Febris.

I SEGNI PARTICOLARI: è l’ultimo mese interamente invernale dell’emisfero boreale. Il clima è ancora rigido, ma sprazzi di sole cominciano a fare capolino. Pioggia, gelo e neve sono frequenti, anche se l’ebbrezza delle atmosfere carnascialesche tende a farlo dimenticare. Febbraio, grazie alla festa di San Valentino, è considerato il mese degli innamorati.

 

 

LE RICORRENZE: la festa della Candelora, che commemora la presentazione di Gesù al Tempio, si celebra il 2 Febbraio. Il 14 Febbraio, in tutto il mondo noto come “il giorno degli innamorati”,  ricorre San Valentino. Il Carnevale è una festa mobile che quest’anno cadrà alla metà del mese: Giovedì Grasso si festeggerà il 12 Febbraio, Martedì Grasso il 17.

 

I SEGNI ZODIACALI: l’Acquario, fino al 19 Febbraio,  e i Pesci, dal 20 Febbraio in poi.

 

IL COLORE: il viola, un connubio di passione e introspezione simboleggiate dal rosso e dal blu, i due colori che lo compongono.

 

LA PIETRA PREZIOSA: l’ametista, che fa parte della famiglia del quarzo. E’ nota per il viola profondo che la contraddistingue ed è un emblema di saggezza, serenità, equilibrio e forza interiore.

 

IL PROFUMO: quello dei fiori del Calicanto d’Inverno, che sbocciano nel cuore della stagione fredda, sui rami scheletrici, persino con la neve. Il loro odore è molto intenso e in Cina venivano tradizionalmente utilizzati per le potenti virtù terapeutiche che possiedono.

(Foto di M’s photography from Tokyo, Japan, CC BY 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/2.0>, da Wikimedia Commons)

IL SAPORE: senza dubbio, quello delle ciambelle fritte, delle castagnole, delle frappe e della cicerchiata, i dolci tipici di Carnevale.

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La Notte di San Silvestro: storia, tradizioni e il fascino antico del Capodanno

 

La notte del 31 dicembre è un confine sottile, un ponte sospeso tra ciò che lasciamo e ciò che speriamo. È una soglia che attraversiamo ogni anno, spesso con un misto di nostalgia e desiderio, senza forse ricordare che questa data porta con sé una storia lunga e stratificata, fatta di riti antichi, tradizioni popolari e memorie religiose. Il suo nome, “Notte di San Silvestro”, ci riporta a un tempo lontano, quando la figura di un Papa del IV secolo, Silvestro I, si intrecciò con il calendario civile, lasciando un’impronta che ancora oggi accompagna il nostro passaggio all’anno nuovo.

Chi era San Silvestro?

San Silvestro I fu Papa dal 314 al 335, un periodo cruciale per la storia del cristianesimo. Era l’epoca dell’imperatore Costantino, il sovrano che pose fine alle persecuzioni e concesse libertà di culto ai cristiani. Silvestro non fu un Papa guerriero né un politico aggressivo: viene tradizionalmente ricordato come un uomo mite, prudente, capace di guidare la Chiesa in un momento di grande trasformazione. A lui sono legate alcune delle prime grandi basiliche romane, come San Giovanni in Laterano e San Pietro, che sotto il suo pontificato iniziarono a prendere forma come luoghi di culto monumentali. Morì il 31 dicembre del 335, ed è per questo che la sua memoria liturgica si celebra proprio nell’ultimo giorno dell’anno.

 

 

Nel corso dei secoli, la sua figura è stata avvolta da leggende: una delle più note racconta la sua vittoria sul drago, simbolo del male, e la conversione dell’imperatore Costantino. Sono storie che appartengono più alla devozione popolare che alla storia documentata, ma che testimoniano quanto la sua figura fosse amata e percepita come protettrice e beneaugurante.

 

 

Le origini antiche del Capodanno

Molto prima del Cristianesimo, il passaggio da un anno all’altro era vissuto come un momento sacro da molti popoli. Gli antichi Romani, già dal 153 a.C., avevano fissato l’inizio dell’anno al 1° gennaio dedicandolo a Giano, il dio bifronte che guarda contemporaneamente al passato e al futuro. Era un periodo di riti di purificazione, scambi di doni, auspici di prosperità e banchetti che celebravano la luce che lentamente tornava a crescere dopo il Solstizio d’Inverno.

 

 

Nel mondo germanico e celtico, il periodo delle Dodici Notti — quelle sospese tra Natale ed Epifania — era considerato un tempo fuori dal tempo, in cui il velo tra i mondi si assottigliava. Si accendevano falò per proteggere le comunità, si praticavano riti per scacciare gli spiriti maligni e si invocava la luce per accompagnare il nuovo ciclo dell’anno.

 

 

Anche nel Mediterraneo antico il Capodanno era legato ai cicli agricoli e ai culti della fertilità: in Grecia, ad esempio, le feste dionisiache celebravano l’abbondanza, la rinascita e la vitalità che la natura avrebbe riportato con la primavera.

 

 

Tradizioni moderne: un’eredità che continua

Oggi la Notte di San Silvestro è una festa globale, ma conserva tracce evidenti di queste antiche radici. In Italia, lenticchie e cotechino sono simboli di prosperità; in Spagna si mangiano dodici chicchi d’uva allo scoccare della mezzanotte; in Giappone i templi risuonano di 108 rintocchi che segnano il distacco dalle impurità dell’anno passato; in Brasile si offrono fiori bianchi al mare come gesto di gratitudine e speranza. Ogni tradizione, pur diversa, racconta la stessa cosa: il desiderio umano di iniziare un nuovo ciclo con un gesto di luce. Per saperne di più sulle tradizioni italiane della Notte di San Silvestro, clicca qui.

 

 

Il significato profondo della notte del 31 dicembre

La Notte di San Silvestro non è soltanto un momento di festa: è un rito di passaggio. È il tempo in cui si ringrazia per ciò che è stato e si immagina ciò che verrà, in cui si chiude una porta e se ne apre un’altra. È una notte che invita alla memoria e al desiderio, alla gratitudine e alla speranza. Forse è proprio per questo che continua a emozionarci: perché ci ricorda che ogni fine contiene già un inizio, e che ogni anno nuovo porta con sé la possibilità di ricominciare.

 

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MyVALIUM accende le luminarie

 

Lampada per i miei passi è la tua parola,
luce sul mio cammino.

(Salmo 119:105)
E’ tempo di accendere le luminarie! E MyVALIUM, come ogni anno, lo fa molto volentieri. Inizia il periodo più bello e più magico dell’anno; un periodo che risplende di luci, ma soprattutto di luce. Perchè il cammino che porta al Natale è un cammino inondato di luce, il cammino che conduce alla luce di Gesù. E dall’Avvento in poi, che quest’anno comincerà il 30 Novembre, è tutto un susseguirsi di tradizioni, riti ancestrali e miti che inneggiano alla luce e fanno della luce il proprio filo conduttore: pensiamo al culto del Sol Invictus nell’antica Roma, ai festeggiamenti dei popoli arcaici per il Solstizio d’Inverno, quando il Sole iniziava progressivamente a rinascere nel bel mezzo del “semestre oscuro”, alla ricorrenza di Santa Lucia, chiamata, non a caso, la santa della luce. Questo fine settimana, in molte città d’Italia, lo scintillio delle luminarie inonderà di bagliori le piazze e le vie. E’ un modo di far festa, di prepararsi ad accogliere la luce suprema, di creare un’atmosfera di magia. Decoriamo le nostre case, d’altronde, per lo stesso motivo. E proprio questo senso di festa, oltre che permeare la corsa ai regali, le tombolate, gli aperitivi e le cene con parenti e amici, dovrebbe infondere gioia nel nostro cuore, bendisporci nei confronti di noi stessi e di chi ci circonda; invitarci ad aprirci al prossimo, renderci capaci non solo di ricevere, ma anche di dare. Perchè il Natale sarebbe davvero ben poca cosa, se negassimo la sua valenza spirituale.

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I fantasmi: chi sono e come sono nati

 

I fantasmi.
Prendono forma al chiaro di luna,
si materializzano nei sogni.
Ombre. Sagome
di ciò che non è più.
(Ellen Hopkins)

 

Tutti sappiamo cosa sono i fantasmi. Ma com’è nata, in realtà, questa figura da sempre ancorata nell’immaginario collettivo? Cominciamo dal nome. Il termine “fantasma” deriva dal latino “phantasma”, che a sua volta affonda le radici nel greco “φάντασμα”, da “ϕαντάζω” e “ϕαντάζομαι”, rispettivamente “mostrare” e “apparire”: un significato che, più o meno, si riconduce a quello di “apparizione soprannaturale”. Il fantasma viene anche detto “spettro” e rappresenta l’anima di un defunto che torna di frequente nel mondo dei vivi. Lo si dipinge come un’entità eterea, impalpabile, ammantata di un lenzuolo bianco che la ricopre dalla testa ai piedi. Da secoli ormai remoti, le leggende sui fantasmi si moltiplicano e si tramandano di generazione in generazione: sono un cardine del folklore di tutto il globo. In questo post approfondiremo una delle figure che più ha abitato le paure della nostra infanzia. Benvenuti nello Speciale Halloween di MyVALIUM, che come ogni anno vi accompagnerà, passo dopo passo, nel viaggio verso il 31 Ottobre.

 

 

I fantasmi: dal mondo antico in poi

Nell’antica Grecia e nell’antica Roma, i fantasmi erano anime in pena che vagavano nel mondo dei vivi, tormentandoli, per rimediare a un torto subito: poteva essere una morte violenta, una tumulazione non alla loro altezza, una sofferenza inflitta e immeritata. Mentre nell’Ellade tutti i fantasmi rientravano in questa categoria, nell’antica Roma venivano suddivisi in diverse tipologie. Le Larve, condannati ad errare senza pace, erano gli spiriti dei malvagi, di coloro che in vita si erano macchiati di terribili crudeltà; a causa della loro condizione, si rivelavano i più pericolosi e inquieti. I Lemuri, come le Larve, erano stati estremamente spietati durante la vita terrena, ma erano morti violentemente: i loro spettri perseguitavano i vivi e li conducevano alla pazzia. Per tenerli a bada, gli antichi romani effettuavano rituali di purificazione nel corso dei Lemuria, una ricorrenza celebrata a Maggio. Poi esistevano fantasmi “buoni”, che vegliavano sulla famiglia, i viveri e la casa: i Lari e i Penati; costoro venivano venerati e ricevevano svariate offerte.  Il Cristianesimo associava la figura dei fantasmi alle anime in pena non riuscite ad entrare in Paradiso. Condannati a “stazionare” in Purgatorio o castigati da Dio, apparivano nel mondo dei vivi per far richiesta di preghiere e di indulgenze. Con il passar del tempo, tuttavia, queste credenze si modificarono totalmente: per il Cristianesimo non esistono anime erranti, si tende a considerare manifestazioni demoniache i fenomeni più inquietanti e inspiegabili.

 

 

I fantasmi nel mondo

Un veloce giro di ricognizione intorno al mondo ci permette di scoprire come vengono considerati i fantasmi nei paesi più disparati. In Cina e in Giappone, ad esempio, agli antenati e ai loro spiriti si guarda con estremo rispetto. In Cina vengono chiamati éguǐ (饿鬼)  i fantasmi che non sono stati venerati adeguatamente dopo il trapasso. Tale condizione ha comportato conseguenze terribili: gli éguǐ vagano senza sosta in giro per il mondo. A queste anime, i cinesi hanno dedicato il Festival dei Fantasmi Affamati: si celebra il quindicesimo giorno del settimo mese del Calendario Lunare ed è ricco di usanze molto particolari, come la creazione di altarini con cibo e incenso per placare la fame degli éguǐ e il rito in cui si bruciano oggetti di carta raffiguranti beni materiali per offrirli agli spiriti.In Giappone i fantasmi sono un tema ricorrente nelle opere del teatro Kabuki; il loro nome è yūrei e appaiono prevalentemente per vendicarsi di torti subiti in vita.

 

 

In Nigeria e in Nuova Zelanda, invece, i fantasmi hanno essenzialmente la funzione di proteggere la comunità dei vivi, rappresentando un elemento di continuità tra il passato e il presente e un importante strumento di coesione sociale. In questi paesi, il culto degli antenati è molto sentito; i fantasmi nigeriani hanno la facoltà di orientare le deliberazioni e castigare chi non rispetta le regole, mentre gli spiriti dei Māori vegliano costantemente sui loro discendenti e ai luoghi del riposo eterno viene tributata una grande venerazione

 

 

Categorie di fantasmi

I più famosi sono i poltergeist, avvezzi a fare un gran baccano: sbattono le porte, muovono gli oggetti (ma talvolta li rompono), bisbigliano e causano rumori apparentemente inspiegabili. Altri fantasmi si presentano in modo puntuale, sempre nello stesso luogo e alla stessa ora, come il fantasma di Lucia che, con un candelabro in mano, percorre i corridoi di Palazzo Anchisi ne “Il segno del comando”. Altri ancora, appaiono in posti cruciali della loro vita passata: più di frequente, dove hanno trovato la morte o dove sono stati felici. Alcuni si manifestano ai moribondi; di solito sono genitori o parenti che già dimorano nell’aldilà, e sembrano voler guidare chi è in fin di vita nel momento del trapasso. Esistono, poi, fantasmi che infestano case o castelli, rendendoli la loro tipicità. Qualche esempio? Il fantasma di Anna Bolena nella Torre di Londra o quello di Azzurrina nel Castello di Montebello, in provincia di Rimini. Si definiscono “ectoplasmi” le figure spettrali che prendono forma durante la trance del medium, nelle sedute spiritiche. Approdando in Irlanda (ma anche in Scozia e nel Galles) possiamo incontrare la Banshee, un celebre spirito femminile appartenente al Piccolo Popolo (rileggi qui l’articolo che le ho dedicato), mentre in America Latina non è difficile imbattersi nella Llorona, anche detta “la donna che piange”: uno spettro condannato a vagare di notte lungo i fiumi. Potrete riconoscerla dal pianto accorato intervallato da urla terrificanti, dalla veste bianca che indossa e dai lunghi capelli sciolti sulle spalle. Secondo la leggenda, la Llorona è il fantasma di una donna che, dopo aver scoperto di essere stata tradita dal padre dei suoi figli, li ha uccisi annegandoli in un fiume e poi si è suicidata.

 

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Quando Ottobre è mite e soleggiato: le ottobrate romane

 

Dov’è finito il mese di Ottobre? Se non fosse per il colore delle chiome degli alberi e per il sole che tramonta prima, potremmo essere non dico in estate, ma quasi. Non è un caso che a queste giornate autunnali assolate e dal clima mite fosse associata un’antica tradizione romana, quella delle “ottobrate”.

Le ottobrate romane: la tradizione delle carrettelle e della bellona

A Roma, fino al XIX secolo, l’usanza voleva che si approfittasse del bel tempo ottobrino per organizzare gite fuori porta e scampagnate. Le escursioni venivano effettuate di domenica, ma anche il giovedì; si partiva di buon’ora a bordo delle carrettelle, carrozze trainate da cavalli addobbati e carichi di campanacci, diretti nelle campagne dei dintorni. Sulle carrettelle solevano sedere le “minenti”, un gruppo di popolane benestanti agghindate a festa, e la “bellona”, che presiedeva il carro. La bellona era una sorta di reginetta della comitiva; indossava abiti vistosi, che richiamavano i campanacci e i sonagli dei cavalli e sparsi sulla carrettella stessa. Il suo nome derivava da quello della dea romana della guerra, Bellona appunto. Tutti gli uomini seguivano a piedi il carro prodigandosi in stornelli, balli e canti festosi. Ma cosa si faceva, una volta che le carrettelle arrivavano a destinazione? La risposta è molto semplice: si festeggiava, tra musica, tavolate di cibo e giochi all’aperto.

 

 

Le origini

La tradizione delle ottobrate, iniziata nella Roma pontificia, proseguì fino alla proclamazione del Regno d’Italia. In realtà la loro origine risale a molti secoli addietro: si ritiene che derivino dai Baccanali, le feste in onore di Bacco (dio del vino) che, dal 2 secolo a.C. in poi, si tenevano nell’antica Roma. In quel periodo, i romani si abbandonavano alla baldoria più sfrenata: interminabili banchetti, gozzoviglie, vino in abbondanza e balli scatenati.

Dal 1700 in poi

Ma torniamo alle ottobrate. Le scampagnate del giovedì e della domenica ebbero inizio nel XVIII secolo; erano essenzialmente momenti di svago a cui ci si dedicava per festeggiare la fine della vendemmia. Si abbandonava momentaneamente la città eterna per recarsi nelle campagne, vigne e osterie nei paraggi o dei Castelli Romani. A queste gite fuori porta, rigorosamente di gruppo, partecipavano sia il popolo che gli aristocratici. Per entrambi, le ottobrate rappresentavano un potente mezzo di evasione; in quell’occasione non esistevano differenze di classe, solo divertimento puro.

 

 

Il vino, naturalmente, era il perno di quelle giornate di festa; se ne beveva a fiumi, proprio come all’epoca dei Baccanali. L’abbigliamento era un altro elemento centrale delle ottobrate. Indossare abiti sfarzosi, che non passassero inosservati, era tassativo: piume, decorazioni floreali e orpelli vari adornavano i look femminili, mentre quelli maschili sfoggiavano un‘ostentata stravaganza. Non c’è bisogno di dire, poi, che il cibo, o meglio le grandi scorpacciate, occupassero un ruolo fondamentale. L’abbacchio, la trippa e gli gnocchi rappresentavano i re delle tavolate. Gli stornelli, i canti e le danze sfrenate non mancavano mai; e se nei Baccanali il suono dei tamburelli e del flauto era predominante, durante le ottobrate prevalevano le chitarre, le nacchere e i tamburelli. Il ballo più gettonato era il saltarello, tipico dell’Italia centrale. Infine, c’erano i giochi: l’albero della cuccagna era un must, affiancato dal gioco delle bocce e della ruzzola.

 

 

Dove ci si recava, principalmente? Le mete più battute erano le campagne nei paraggi di Ponte Milvio, Monteverde, porta San Pancrazio, porta Pia e porta San Giovanni, dove proliferavano i vigneti, ma anche il monte Testaccio, il cosiddetto “monte de’ cocci”. Di un’ottobrata al Testaccio scrisse anche Casanova: il seduttore veneziano la descrisse come una giornata indimenticabile, lamentandosi però del tragitto troppo breve che gli aveva impedito di amoreggiare con le donne sedute sulla carrettella. Le ottobrate erano attese spasmodicamente da tutti i romani. Non esisteva persona che non volesse partecipare alle scampagnate intrise di baldoria, vino e divertimenti organizzate nelle giornate assolate di Ottobre. Prendervi parte era così importante che alcuni arrivavano ad accumulare debiti o a impegnare i propri beni al Monte dei Pegni per potersi pagare l’abito da festa o le abbuffate innaffiate di vino.

 

 

Le ottobrate oggi

Attualmente, con il termine “ottobrata” si è passati ad indicare il periodo assolato e di clima mite che caratterizza alcune giornate, o settimane, del mese di Ottobre. L’ottobrata, quindi, non riguarda più esclusivamente la città di Roma bensì l’Italia intera. Ma c’è una differenza sostanziale: ai tempi delle ottobrate romane si poteva parlare realmente di un soleggiato intervallo meteo incastonato nella stagione autunnale. Oggi, la persistenza del fenomeno e il caldo anomalo fanno sì che, purtroppo, l’ottobrata sia inesorabilmente legata al riscaldamento globale.

 

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La crostata: storia e segni particolari di un dolce tipicamente italiano

 

Il mattino ha una fetta di crostata alle more in bocca.
(Fabrizio Caramagna)

 

E’ uno dei dolci autunnali per eccellenza: la crostata, un’antichissima torta italiana, potrebbe essere descritta come un delizioso connubio di pasta frolla e confettura (sostituita talvolta dalla crema, la cioccolata o la frutta fresca). La sua particolarità sono le strisce di pasta frolla che la guarniscono, rigorosamente intrecciate. A queste si aggiunge un bordo che circonda, o meglio “incornicia”, il dolce, dalla forma tonda anche se non mancano varianti rettangolari. In Italia, infatti, la tradizione vuole che esistano crostate diverse a seconda della regione di appartenenza. Nelle Marche, come pure nel Lazio, è molto diffusa la crostata di visciole. A Sermoneta, in prossimità di Latina, la crostata contiene cannella, ricotta e un liquore aromatico per dolci. In Veneto, tra Treviso e Belluno, la crostata si farcisce con la confettura di marroni, mentre una versione lombarda del dolce lo insaporisce con una manciata di tortelli cremaschi. Nel centro Italia e nell’Italia del Sud esiste una crostata, detta “alla romana”, con ricotta e uvetta. Tornando in  Veneto, è divenuta celebre una variante a base di amaretti, zucca e canditi. In Calabria, infine, la crostata è un tripudio di inebrianti sapori: combina la confettura di peperoncini con la marmellata di arance e le mandorle tritate. Il suo nome? Crostata del diavolo, e non poteva essere altrimenti.

 

 

Il nome e le origini

Ma come nasce il nome “crostata”? In latino, crustāta indicava sia la crosta, detta crusta, che il participio passato del verbo crustāre, letteralmente “incrostare”. Al termine “crostata” vero e proprio si arriva nel 1600, precisamente nel 1612: è questo l’anno in cui venne riportato nel Vocabolario degli Accademici della Crusca. Cinque anni dopo, nel 1617, Giacomo Pergamino lo incluse ne “Il memoriale della lingua italiana”. La crostata sancì in questo modo il suo ingresso ufficiale tra le tipologie di dolci.

 

 

Le radici antiche

Si ritiene che, all’epoca dell’antica Roma,  gli “obleidos” fossero gli antenati dell’attuale crostata. Gli obleidos erano un tipico cibo da strada: delle cialde preparate con miele, farina e pezzi di frutta che a loro volta discendevano dalle “obleias” dell’antica Grecia e da certi dolcetti egizi. Tuttavia, sembra che la crostata abbia radici persino più remote nel tempo. L’Accademia Barilla ha individuato le sue origini nella pastiera napoletana, datando la sua nascita nell’epoca paleocristiana (dagli inizi del Cristianesimo al VI secolo d.C.). La pastiera, infatti, viene considerata molto simile alla crostata in quanto consta di pasta frolla farcita. Nell’alto Medioevo, la crostata era il dolce presente durante i banchetti: tra i suoi ingredienti annoverava le spezie, il miele, il formaggio e una manciata di canditi. Con il passar dei secoli, il gusto della crostata divenne sempre più dolce. Bartolomeo Scappi, un noto cuoco italiano vissuto nel XVI secolo, la inserì in molteplici ricette del suo libro “Opera dell’arte del cucinare”, pubblicato nel 1570. Non si limitò, però, a quelle che esaltano la dolcezza di questa torta, e incluse anche svariate ricette di crostate salate. Tra le crostate dolci predominano le ricette di crostate alla frutta, in particolare mele cotogne e amarene. Piuttosto sorprendenti, invece, risultano le crostate salate, che si avvalgono di ingredienti come funghi, formaggio e carne di maiale. Oggi non riusciremmo proprio a definirle “crostate”: si avvicinano più alle tipiche torte salate della cucina inglese.

 

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Ottobre

 

Era l’ottobre di nuovo … un glorioso ottobre, tutto rosso e oro, con mattine dolci in cui le valli sono piene di nebbie delicate, come se lo spirito di autunno le avesse versate per mitigare il sole – nebbie color ametista, perla, argento, rosa, e fumo-blu.

(Lucy Maud Montogomery)

 

Caratteristiche

Quando arriva Ottobre, l’Autunno lo omaggia tingendosi dei suoi spettacolari colori: il rosso, il viola, l’arancio, il giallo, l’oro, il marrone…L’Estate ormai è lontana, si va verso l’Inverno. Ma prima, è proprio il caso di godersi questa splendida stagione. In campagna si effettua la semina del grano invernale, anche se i tempi dipendono dal clima locale e dalla qualità del terreno, che dovrebbe essere fertile, drenato e assolato quanto basta. In città, ognuno ha ripreso a pieno ritmo la propria attività. I tramonti arrivano sempre più presto, e i raggi di sole riflettono l’oro delle foglie in procinto di cadere. Con i primi freddi si riscopre il piacere di riaccendere il focolare e di riunirsi con gli amici nel tepore casalingo. E alla fine del mese, la vigilia di Ognissanti si festeggia Samhain, altrimenti detto Halloween, abbandonandosi alle sue atmosfere tenebrose e dense di mistero.

Storia 

Per il Calendario Romano, Ottobre era l’ottavo mese dell’anno: da qui il nome latino October. Commodo, uno degli imperatori più crudeli dell’antica Roma insieme a Caligola e Nerone, sostituì “October” con “Invictus”, ma la modifica decadde subito dopo la sua morte. I rivoluzionari francesi avevano introdotto Ottobre nel loro calendario indicandolo con due nomi diversi: “Vendemmiaio” fino al 22 e “Brumaio” per i giorni rimanenti.

Segni zodiacali

Il Sole si trova nel segno della Bilancia fino al 22 Ottobre. Dal 23 passa in quello dello Scorpione.

Ricorrenze

Le solennità religiose che si celebrano questo mese sono la festa degli Angeli Custodi (il 2 Ottobre), San Francesco (il 4 Ottobre) e la festa della Madonna del Rosario (il 7 Ottobre). Non sono considerate, comunque, feste di precetto. Ma esistono anche ricorrenze civili, come la festa dei nonni (il 2 Ottobre). Il 31 Ottobre, ormai quasi in tutto il mondo, la vigilia della celebrazione di Ognissanti coincide con la festa di Halloween.

Colore

Il colore di Ottobre è l’arancione, un dato unanimemente riconosciuto.

Pietra Preziosa

Al mese di Ottobre vengono associate due gemme: l’opale e la tomalina. L’opale esibisce un vero e proprio caleidoscopio di colori frutto di un effetto ottico; possono prevalere sfumature pastello oppure più vivaci, oppure ancora tonalità che spaziano dal giallo all’arancione al rosso. All’epoca della Roma antica, l’opale veniva definita la “regina di tutte le pietre”. La tomalina risalta per la sua gamma di colori intensi, molteplici e cangianti. Una leggenda la vuole legata alla nascita del Madagascar, associandola a un’isola che emerse improvvisamente dall’Oceano Indiano: secondo la leggenda, l’isola era ricca di tomaline dai colori irresistibili e dall’immenso valore.

 

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Settembre

 

I giorni di settembre hanno il calore dell’estate nelle loro ore più centrali, ma nelle sere che si allungano c’è il soffio profetico dell’autunno.
(Rowland E. Robinson)

 

Caratteristiche

Siamo a un vero e proprio giro di boa: con l’arrivo di Settembre finisce la stagione calda e comincia un nuovo ciclo, quello delle foglie morte e delle brume autunnali. Archiviati i bollori dell’estate, ci prepariamo ad affrontare mesi di rinascita. Perchè Settembre è un nuovo inizio, non una mera ripresa della quotidianità; è il mese dei buoni propositi post-vacanze. L’aria torna ad essere frizzante e le atmosfere avvolgenti, intime, intrise di poesia. E’ un preludio d’Autunno, una delle stagioni più suggestive dell’anno: basti pensare alla meraviglia del foliage, alle castagne arrostite sul fuoco, alla delizia del vino novello degustato davanti al focolare. Settembre è un mese carico di fascino, in cui la natura ci regala scenari di pura meraviglia. I pascoli montani si svuotano, le greggi e le mandrie vengono ricondotte in pianura; nei campi si seminano le leguminose, svariati ortaggi da radice e verdure a foglia. Le sere si accorciano: in città le luci al neon e quelle dei lampioni cominciano a splendere già nel tardo pomeriggio.

Storia

Settembre era il settimo mese del Calendario Romano. Non a caso il suo nome, “September”, derivava dal latino “septem” (sette). Il nome di questo mese, nell’antica Roma, venne cambiato ben tre volte: Caligola lo chiamò “Germanico” per onorare suo padre, Germanico Giulio Cesare; Settembre prese poi lo stesso nome nell’89, anche se per poco tempo, e divenne “Amazonius” per volere dell’imperatore Commodo, ma neppure quella volta si trattò di un mutamento duraturo. Una curiosità: nel Calendario Rivoluzionario Francese, l’anno iniziava il 22 Settembre e il primo mese era denominato Vendemmiaio.

Segni zodiacali

Fino al 22 Settembre il Sole si trova nel segno della Vergine, poi si sposta in quello della Bilancia.

Ricorrenze

Tra le ricorrenze religiose, la più importante è sicuramente la Natività della Beata Vergine Maria che si celebra l’8 Settembre. Il 3 e il 4 Settembre in Sicilia si rende omaggio a Santa Rosalia, mentre il 19 Settembre, a Napoli, viene festeggiato San Gennaro, santo patrono della città.

Colore

Settembre si associa a due differenti colori: il giallo ocra e il viola prugna, o dovremmo forse dire il viola uva

Pietra Preziosa

La gemma del mese è lo zaffiro, precisamente nella sua variante blu. Questa pietra viene considerata prestigiosa e aristocratica; nell’antica Persia si credeva che il blu del cielo rispecchiasse il gigantesco zaffiro su cui la terra era posizionata, mentre dal XIII secolo in poi i Cardinali cominciarono a indossare un anello di zaffiro perchè si riteneva che il suo colore fosse associato alla purezza e al Regno di Dio. Le pietre di zaffiro, inoltre, rappresentano una cospicua parte dei gioielli della regina Elisabetta II di Inghilterra.

 

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Agosto

 

Agosto mette a fuoco e fa furiosamente bollire tutto ciò che hai ascoltato nella primavera e nei primi mesi d’estate.

(Henry Rollins)

 

Caratteristiche

Il mese di Agosto ci addentra nel cuore dell’estate: vacanze, relax, gite ferragostane…Il tran tran quotidiano si prende una pausa e lascia il posto alla tipica euforia della stagione calda. Ma attenzione, Agosto di questa stagione è anche l’ultimo mese. A Settembre, già molto prima dell’Equinozio d’Autunno, il sole comincerà a calare sempre più presto. Godiamoci dunque l’atmosfera vacanziera che Agosto porta con sè, e per far sì che il rientro risulti meno traumatico affidiamoci ai buoni propositi autunnali: stimoleranno la propositività e terranno la malinconia a dovuta distanza.

Storia

Nell’antica Roma, Agosto era Sextilis: il calendario romano iniziava a Marzo e il mese di Ferragosto era il sesto dell’anno.  Il nome Augustus gli fu attribuito nell’ 8 a.C. dal Senato di Roma. Il motivo? Agosto venne dedicato a Cesare Augusto, il primo imperatore della Città Eterna. Agosto, conosciuto anche come il mese della canicola e del solleone, è considerato il mese più caldo dell’anno.

Segni zodiacali

Agosto si suddivide tra il segno del Leone, a cui appartiene chi è nato fino al 22 del mese, e quello della Vergine, che abbraccia il periodo tra il 23 Agosto e il 22 Settembre.

Ricorrenze

Tra le ricorrenze religiose ricordiamo la Trasfigurazione del Signore (il 6 Agosto), San Lorenzo (il 10 Agosto), famosa anche come “la notte delle stelle cadenti”, la solennità di Santa Chiara (l’11 Agosto) e la più nota di tutte, l’Assunzione al Cielo di Maria (il 15 Agosto), popolarmente conosciuta con il nome di Ferragosto.

Colore

Al mese di Agosto vengono associati almeno tre/quattro colori: il blu (come il cielo e il mare), il rosso (come la passione), l’arancio (come la solarità e certa frutta estiva) e una tonalità molto pallida di azzurro, il blu Alice, a metà tra il celeste e l’acquamarina. Secondo voi, quale di queste nuance sceglierà MyVALIUM per rappresentarlo?

Pietra Preziosa

La gemma dell’ottavo mese dell’anno è il peridoto, declinato in svariate sfumature di verde brillante. Questa pietra, originaria dell’antico Egitto, era considerata un potente amuleto contro gli spiriti maligni. Approdò in Europa dall’Oriente durante le Crociate e fu molto apprezzata soprattutto in epoca Barocca e Vittoriana. Il movimento artistico dell’Art Nouveau la assurse a sua gemma favorita, mentre una leggenda vuole che la punta delle frecce di Cupido fosse intagliata con il peridoto, anche detta “pietra olivina”.

 

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