Martedì Grasso con lo Zanni, la maschera più antica della Commedia dell’Arte

“I balli di Sfessania”, dipinto di Jacques Callot

Che cos’hanno in comune Arlecchino, Pulcinella, Brighella, Beltrame, il primo Pierrot e Frittellino? Sono degli Zanni, una maschera che racchiude un’intera categoria. La categoria in questione è quella dei servitori dei nobili e dei ricchi mercanti a cavallo tra il XVI e il XVIII secolo, l’epoca d’oro della Commedia dell’Arte. Ma come nacquero gli Zanni? La loro è  una figura remotissima, che risale nientepopodimeno che all’antica Grecia. Nella penisola ellenica, l’appellativo “Sannos” denotava una persona che non aveva molto sale in zucca, che suscitava l’ilarità generale. I romani ne rimasero talmente colpiti da introdurre il “Sannione” nel loro teatro, rendendolo uno dei personaggi comici più acclamati. Nel 1500, quando sorse la Commedia dell’Arte, “Sannione” divenne “Zanni” e si identificò in un ruolo ben preciso: rappresentava il servo alle dipendenze degli aristocratici e della nuova classe emergente, quella dei mercanti che avevano accumulato ingenti capitali. Il nome stesso, Zanni, era caratteristico del ceto rurale proveniente dal Veneto (“Zuan” è “Giovanni” in dialetto veneto) e dalla Lombardia. Della Commedia dell’Arte, lo Zanni divenne uno dei primissimi personaggi: non è un caso che, verso la fine del Cinquecento, quel genere teatrale venisse menzionato anche come “Commedia degli Zanni”.

 

Un tipico Zanni (illustrazione di Jacques Callot)

In realtà, la figura dello Zanni aveva radici antiche: i battibecchi che vedevano  protagonisti il servo e il padrone erano il leit motiv dei Ludi Zanneschi, anche detti Contrasti Comici, improvvisati dalle compagnie di attori di strada. Sempre alla fine del XVI secolo, precisamente nel 1559, il poeta e commediografo Anton Francesco Grazzini diede alle stampe un canto, “De Zanni e de’ Magnifichi”, pensato appositamente per il Carnevale. Essendo “Magnifico” il nome originario di Pantalone, maschera notoriamente identificabile con la figura del padrone, è quasi certo che Grazzini si sia ispirato ai canovacci dei Ludi Zanneschi. Con il passar del tempo, gli Zanni riscossero presso il pubblico un gradimento tale da rendere d’obbligo una diversificazione della figura del servo; nacquero così due tipi di Zanni: il “servo scaltro” e il “servo stolto”. Il primo era furboinsolente, vivace, piantagrane. Il secondo, sempliciotto, lento nei movimenti e tardo di comprendonio, era un campione nel creare equivoci con il proprio padrone. Entrambe le categorie, comunque, erano molto apprezzate: con gli Zanni si rideva, ci si divertiva in ogni situazione. I servi della Commedia dell’Arte presero un nome proprio;  si chiamavano Arlecchino, Brighella, Truffaldino, Beltrame, Pulcinella, Mezzettino, Frittellino. Anche Pierrot, inizialmente, era uno Zanni famoso; aveva il nome di Pedrolino, mutato in Pierrot quando le compagnie teatrali italiane si spostarono in Francia. Qui, Pierrot cambiò radicalmente anche la propria identità: da servo astuto e dispettoso si tramutò nel mimo triste invaghito, di volta in volta, della luna o di Colombina (che non lo ricambiava).

Il mimo francese Paul Legrand, noto interprete di Pierrot, ritratto da Charles-Michel Geoffroy nel 1859

Lo Zanni: segni particolari

Zanni, la maschera più antica della Commedia dell’Arte, veniva rappresentato come un “campagnolo” mai evolutosi. Indossava un costume di canapa grezza, l’indumento che gli agricoltori prediligevano per lavorare la terra, e un cappello molto allungato sul davanti, quasi a forma di becco. La maschera che portava sul volto aveva generalmente colori chiari.

 

Commedia dell’Arte: la troupe della Compagnia I Gelosi in un dipinto fiammingo del XVI secolo. A destra è possibile osservare il padrone, Pantalone, e dietro di lui il suo servo Zanni

Il carattere

Come abbiamo già visto, esistevano due tipologie di Zanni: i primi Zanni erano i servi scaltri; i secondi, i servi stolti. Entrambi hanno caratteristiche comuni, quelle della provenienza rurale e della rozzaggine. Sono in balia degli istinti primari, hanno sempre fame e cercano continuamente di accoppiarsi. Per il resto, li differenziano appunto l’astuzia e l’ottusità. Gli Zanni scaltri sono chiacchieroni, pronti di riflessi, si muovono con scioltezza. Amano le donne, soprattutto le serve, che inseguono per soddisfare i loro istinti. Con il padrone sono sleali, doppi, a loro insaputa combinano danni. Sono irruenti, prepotenti e adorano menare le mani. Gli Zanni stolti si muovono con goffaggine e lentezza, non hanno abilità intellettive. Sono sempre affamati, proprio come gli Zanni scaltri, ma incapaci di procurarsi il cibo. E poi si lamentano di tutto, di continuo. Con il padrone hanno un rapporto contradditorio: sono dei pasticcioni, eccellono nel dar vita a equivoci e fraintendimenti, e spesso cercano, con poco successo, di porsi a un livello sociale superiore al suo. Gli Zanni scaltri e gli Zanni stolti portano una maschera molto simile, su cui campeggia un grande naso aquilino.

Per ogni Zanni un nuovo nome…e una nuova personalità

Quando gli Zanni, per distinguersi l’uno dall’altro, presero un nuovo nome, svilupparono delle peculiarità caratteriali proprie. Erano spesso legate al territorio, allo spirito di un luogo: in questo modo, gli Zanni evolvevano dai loro tratti iniziali per sviluppare un’identità più completa, ricca di molteplici sfumature. Fu così che Brighella, Beltrame, Scapino e Fratellino, esempi di servi scaltri, e Arlecchino, Pulcinella, Francatrippa e Truffaldino, esempi di servi stolti, divennero dei personaggi con una personalità sfaccettata, ma unica e inconfondibile.

 

Arlecchino e Pulcinella, due Zanni tra i più noti, nelle illustrazioni di Maurice Sand

Giangurgolo, lo Zanni calabrese

 

Immagini Public Domain via Wikimedia Commons

 

Carnevale 2026: un make up per Giovedì Grasso

Plexiglass avveniristico

 

Il Carnevale, all’apice, esplodeva di mascherate e lazzi d’ogni sorta.

(Lord Byron, sul Carnevale di Venezia)

Domani è Giovedì Grasso: avete già pronta la vostra maschera? Qualsiasi personaggio abbiate deciso di impersonare, da un make up ad hoc non potete prescindere. Ve ne propongo alcuni in questa gallery, a metà tra l’artistico e il surreale. Scegliete quello che fa per voi!

 

Dreadlocks in tonalità solari

“Il Grande Gatsby” versione 3025

Kabuki nei colori del ghiaccio

Pierrot con lacrime gioiello

Un po’ lunare, un po’ Ziggy Stardust

Diavoletto goloso di bon bon

Pierrette meditabonda e romantica

Dalla Cina, come in una danza del Drago Infuocato

Lavori in corso: pericolo attraversamento papere

Rosso lentigginoso e sbarazzino

Prova d’Artista

Azzurro, il Carnevale è troppo azzurro per me

La Regina delle Nevi

A tutto colore

Confettini magici

Foto via Pexels e Unsplash

 

Febbraio e i proverbi del Carnevale

 

Quest’anno, il Carnevale è imminente: lo festeggeremo a partire dalla prossima settimana. Il periodo carnevalesco è uno dei più straordinariamente ricchi di proverbi, se ne contano a bizzeffe. Il Carnevale, infatti, è una festa antichissima. Durante il Medioevo, quando iniziò ad assumere un aspetto piuttosto simile a quello attuale, era una ricorrenza all’insegna del “riso popolare”, un lasso di tempo liberatorio privo di regole e gerarchie sociali. A Carnevale ogni persona era uguale all’altra, non esistevano titoli, ricchezze o professioni prestigiose. Ciò che contava era divertirsi. Anche per questo, il popolo attendeva con gioia che arrivasse Febbraio: la festa più pazza dell’anno dava modo di sfogarsi, sbloccare i freni inibitori, ridere, trasgredire, scherzare. Senza contare poi che il Carnevale, che precedeva la Quaresima, era un’occasione per mangiare a ruota libera, allestendo pantagruelici banchetti prima del digiuno penitenziale. A Carnevale ci si dedicava a balli sfrenati e si assisteva a spettacoli di strada in un clima di ebbrezza totale. Si dimenticavano le fatiche e le ristrettezze della quotidianità, ogni follia diventava lecita. Tutto questo, senza ombra di dubbio, ha contribuito a far sì che nascessero tanti proverbi in onore del Carnevale e della sua carica irriverente.

 

 

A Carnevale ogni scherzo vale, ma che sia uno scherzo che sa di sale.

 

 

Carnevale guarisce ogni male.

 

 

Chi s’imbroncia nel Carnevale, ha in capo poco sale.

 

 

Amore nato a Carnevale, muore a Quaresima. 

 

 

Carnevale a casa d’altri, Pasqua a casa tua, Natale in corte.

 

 

Chi si marita male non fa mai Carnevale.

 

 

Carnevale col sole, Pasqua molle.

 

 

I frutti di Carnevale si raccolgono in Quaresima.

 

 

A Carnevale tutto il mondo è bello, anche i brutti. 

 

 

Da san Luca (18 ottobre) a Natale, tutti studiano uguale; da Carnevale a Pasqua, chi studia e chi studiacchia.

 

 

Chi non gioca a Natale, chi non balla a Carnevale, chi non beve a san Martino, è un amico malandrino.

 

 

E’ come un cardo senza sale, far col marito il Carnevale.

 

 

Se pensi sempre male, buonanotte al Carnevale.

 

 

Tutti i cibi in Quaresima fan male, a chi abusò di tutti in Carnevale.

 

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Carnival Portraits

 

La stagion del Carnevale
tutto il mondo fa cambiar.
Chi sta bene e chi sta male
Carneval fa rallegrar.

(Carlo Goldoni, da “La stagion del Carnevale”, 1751)

Buon Martedì Grasso con la nuova photostory di MyVALIUM: un inno ai colori, all’euforia, alla baldoria e agli eccessi che accompagnano l’ultimo giorno di Carnevale.

 

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Le Frasi

 

Ogni persona merita di tornare bambino una volta all’anno
e volare tra coriandoli di cielo
e manciate di sogni,
a inseguire un cielo mai visto.
(Fabrizio Caramagna)

 

 

Giovedì Grasso con i dolci tipici del Carnevale di Venezia

 

Quando arriva Giovedì Grasso, parlare di dolci è quasi tassativo. Il giovedì e il martedì  di Carnevale, infatti, vengono detti “grassi” perchè ci si poteva abbandonare ad eccessi culinari (oltre che dolciari) di ogni tipo prima della frugalità della Quaresima. Non è un caso che la tradizione dei dolci carnevaleschi sia massicciamente diffusa in tutte le regioni italiane: ognuna ha il suo dolce tipico, o ha donato un nome e connotati ben precisi a dolci preparati nell’intera penisola. In questo articolo, però, dati gli ultimi approfondimenti di MyVALIUM, ci occuperemo esclusivamente dei dolci veneziani. Iniziamo subito a conoscere le delizie del Carnevale più famoso al mondo.

 

Le fritole

 

Sono il dolce più tipico: le fritole sono dei piccoli e deliziosi bomboloni fritti. Possono essere farcite con svariati ingredienti; esistono fritole ripiene di crema, cioccolata, uvetta e pinoli, pistacchio, gianduja, ricotta, zabaione, crema chantilly…in un crescendo di golosità davvero irresistibile. Le origini delle fritole affondano nientemeno che nella Serenissima Repubblica Veneta, della quale furono decretate il dolce ufficiale. Anticamente le vendevano gli ambulanti, i “fritoleri”, stazionati nei campi e lungo le calli. La ricetta delle fritole veniva tramandata di generazione in generazione, in quanto era considerata arte pasticcera a tutto tondo. Sebbene a partire dal XX secolo i fritoleri siano scomparsi, le fritole rimangono il dolce tradizionale più noto del Carnevale veneziano.

 

I mameluchi

 

Sono un dolce poco noto, ma non per questo meno squisito: i mameluchi si possono acquistare nella pasticceria Targa di Ruga Rialto e in pochissime altre pasticcerie selezionate. Il loro luogo di nascita, però, è Murano, e ad inventarli è stato il pasticciere Sergio Lotto. Lotto stava preparando un dolce tipico dell’Egitto, ma si accorse di aver confuso le dosi degli ingredienti. Ha quindi ripetuto l’impasto, arricchendolo di scorze d’arancia e uva passa. Poi gli ha dato la forma di un cannolo e ha pensato di cuocerlo fritto. Il suo esperimento ha avuto un incredibile successo: il dolce ottenuto era soffice, golosissimo e dava l’idea di essere farcito con la crema anche se di fatto non la conteneva. Sergio Lotto lo ha chiamato “mameluco”, “mammalucco”, in onore dello “strampalato” impasto con cui lo ha realizzato.

 

I galani

 

Sono la versione veneziana delle frappe, chiacchiere, bugie, dei crostoli o qualsivoglia nome li definisca nel resto d’Italia. Non hanno origini venete, ma nella città lagunare hanno assunto caratteristiche del tutto proprie: mentre le frappe esibiscono una forma rettangolare dai bordi seghettati, i galani vantano le sembianze di un nastro. Che, guarda caso, in veneto di traduce con “galan”.

 

Le castagnole

 

Il dolce carnevalesco italiano per eccellenza, a Venezia si impreziosisce di un gusto unico e prelibato: le castagnole, qui, sono piccoli dolcetti sferici cotti nell’olio bollente e cosparsi di zucchero. Ma il particolare più squisito è senz’altro la farcitura; può essere a base di crema, cioccolata, panna o rum. I veneziani le chiamano altresì “favette”. Anche in questo caso, dunque, Venezia è riuscita ad omaggiare un dolce tipico della tradizione italiana con una variante più golosa che mai.

Foto delle fritole: Massimo Telò, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0>, da Wikimedia Commons

 

Squarci di sole

 

Approfittare degli squarci di sole di Febbraio per ripristinare uno degli accessori più amati ed esibiti della bella stagione: gli occhiali da sole, meglio ancora se fuori dagli schemi e stravaganti quanto basta. Il Carnevale, d’altronde, impregna l’atmosfera di giocosità. E se, come dice un noto detto latino, “semel in anno licet insanire”…è consentito folleggiare un po’.

 

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Gli arancini, il delizioso dolce carnascialesco delle Marche

 

Sapevate che, a Carnevale, anche l’Italia ha i suoi kanelbullar? Non sono propriamente alla cannella come le note girelle svedesi, che riproducono però nella forma: sto parlando degli arancini, dei dolcetti carnascialeschi tipici delle Marche (la mia regione). Sono facili da preparare, e a Carnevale impazzano. La tradizione vuole che si realizzino in casa, sebbene sia ormai possibile comprarli in panetteria, in pasticceria e al supermercato. Ma che cos’hanno, gli arancini, di tanto speciale? Innanzitutto, ingolosiscono al primo sguardo: si tratta di girelle fritte a base di arancia e di limone; non c’è bisogno di aggiungere che siano irresistibili.

 

 

La loro preparazione richiede, complessivamente, poco più di mezz’ora. Secondo l’antica ricetta marchigiana, friggerli è fondamentale. Di recente, tuttavia, si è imposta anche la cottura al forno: rispetto a quelli fritti, soffici e gustosi, gli arancini al forno risultano molto più croccanti. Gli ingredienti essenziali per la preparazione dei dolcetti sono il latte, la farina, il burro, le uova, lo zucchero, il sale, il lievito di birra e la vanillina. Serviranno, poi, la scorza di due arance e quella di un limone. L’impasto viene steso creando un rettagolo, successivamente farcito con lo zucchero e le scorze di arancia e di limone. Dopo averlo tagliato a rondelle, il tutto va lasciato cuocere fritto oppure al forno. Spesso gli arancini fritti si imbevono nel miele affinchè  acquistino un tocco di delizia in più. La lievitazione dura 30 minuti circa. Il burro andrebbe preferibilmente estratto dal frigo qualche minuto prima di iniziare a preparare il dolce, per permettergli di ammorbidirsi. Anzichè essere passati nel miele, gli arancini possono essere spolverati con lo zucchero a velo dopo la cottura.

 

 

Queste girelle agli agrumi e allo zucchero fuso sono davvero irresistibili, qualcosa di unico nel panorama dei dolci  carnascialeschi italiani. Vi consiglio di provarli: potete trovare qui la ricetta completa.

Foto via Pexels

 

La maschera carnevalesca: storia, origini e tradizione marchigiana

 

Della maschera, elemento fondante del Carnevale e di tutti i riti alla sua origine, MyVALIUM ha già parlato; soffermandosi, però, sulle maschere del Carnevale veneziano (rileggi qui l’articolo). In questo post, invece, focalizzeremo la nostra attenzione sull’utilizzo della maschera nelle celebrazioni “carnascialesche” e nella tradizione marchigiana. Come nasce, innanzitutto, la maschera? Partiamo dall’etimologia: il  nome “maschera” contiene una radice indoeuropea, “masca”, la cui traduzione riconduce a “fuliggine” o a (in senso figurato) “fantasma nero”. Secondo alcuni studiosi, tuttavia, “masca” deriverebbe dal latino medievale e significherebbe “strega”: esistono svariate testimonianze scritte al riguardo, come l’editto di Rotari, dove quel termine viene citato. Non è un caso, inoltre, che nel dialetto ligure e piemontese il sostantivo “masca” identifichi proprio la strega (rileggi qui l’articolo che ho dedicato alle streghe delle regioni italiane). L’associazione tra maschera e magia, d’altronde, ha radici che affondano nella notte dei tempi; i riti che connettevano il mondo dei vivi con quello dei morti venivano eseguiti con il volto celato da una maschera sin dall’epoca preistorica. La maschera aveva la funzione di annullare l’identità di colui che la indossava, doveva riprodurre i lineamenti dello spirito evocato. Intorno al I secolo a.C., nell’antico Egitto e nell’antica Grecia apparvero le prime maschere funerarie: quella di Tutankhamon, interamente in oro e smalto, rimane celebre. Il teatro greco utilizzò le maschere sin dagli albori, affinchè i personaggi fossero caratterizzati, ben visibili e ben udibili durante le rappresentazioni. Nei culti misterici del mondo ellenico, la maschera divenne anche l’emblema della “morte iniziatica”; la Roma dell’età imperiale, al contrario, conferiva alla maschera un’accezione più che mai giocosa e caricaturiale.

 

 

Secoli orsono, le prime maschere di Carnevale erano a dir poco spaventose: nel periodo dell’anno dedicato al caos e all’inversione dei ruoli, raffiguravano gli spiriti che emergevano dagli Inferi per catapultarsi nel mondo dei vivi. C’erano quindi i demoni, che avevano la funzione di importunare e sbeffeggiare chiunque capitasse loro a tiro. Tra balli, baldorie e fustigazioni, l’atmosfera che aleggiava era assai angosciante. Nell’antica tradizione marchigiana ritroviamo la maschera del diavolo, spesso affiancata da quella della morte; sono figure esorcizzanti, dalla valenza apotropaica, alle quali si affiancavano altre maschere tipiche: la sposa, il dottore, il sacerdote, il gobbo e personaggi riferiti alla realtà locale. Si racconta che a Carnevale, nella valle del Metauro, un folto gruppo di maschere si spostasse di casa in casa per esibirsi al suon di fisarmonica in divertenti sketch. Subito dopo, partiva la questua di uova e carne di maiale. Esistono diverse testimonianze, inoltre, di maschere svanite nei meandri del tempo, come “lu Zaravaju” dei Monti Sibillini: chiassoso, simpatico, ribelle e spirito libero per definizione, si ispirava a una persona realmente esistita. I suoi segni distintivi erano i campanacci e le cravatte coloratissime che abbinava ad abiti molto a buon mercato. Ancora una volta ritornano il baccano, lo sberleffo e l’“anarchia”, probabilmente retaggi di riti arcaici dalla profonda valenza simbolica.

 

 

Nel XVI secolo, con la nascita della Commedia dell’Arte (da notare che la maschera che gli Zanni indossano si ispira, non a caso, al volto del demonio così com’era rappresentato tra il 1400 e il 1500), ogni maschera ha una sua connotazione ben precisa. C’è Arlecchino, Balanzone, Pulcinella, Gianduja, Colombina, Gioppino, Pantalone, Rosaura, Giangurgolo…e ognuno vanta le proprie peculiarità estetiche e caratteriali. Anche nelle Marche, nel corso dei secoli, hanno preso vita personaggi che caratterizzano determinate province o città. A Pesaro abbiamo Rabachén (baccano) e Cagnèra (litigio), una coppia di coniugi apparsa per la prima volta nel 1874. Rabachén è il re del Carnevale: indossa un cappotto a coda di rondine rosso sgargiante, una tuba nera dall’altezza vertiginosa e una fusciacca bianca e rossa, i colori di Pesaro. Cagnèra è una donna tarchiata agghindata con nastri, pizzi, fiori e fiocchi. L’antichissimo Carnevale di Fano ha come protagonista El Vulòn, una maschera inventata nel 1951 da Rino Fucci (artista e dirigente della Società Carnevalesca cittadina). Il nome El Vulòn si riferisce probabilmente al “Nous voulons” con cui esordiva il banditore di editti durante la dominazione napoleonica, e inizialmente si associava a una maschera saccente, arrogante e con la puzza sotto il naso. Con il tempo, poi, El Vulòn passò ad impersonare in modo satirico le celebrità del momento.

 

 

Anche Ancona ha le sue maschere: Papagnoco e Burlandoto risalgono alla metà del 1800. Le creò un burattinaio locale rendendole protagoniste del suo teatrino, ma agli anconetani piacquero talmente tanto da diventare delle maschere del cosiddetto “Carnevalò”. Papagnoco è un campagnolo gretto e rissoso approdato in città, Burlandoto una guardia papalina che non brilla per sagacia. Nel 1999 è stato introdotto Mosciolino, inventato dal grafico Andrea Goroni. Il suo nome si ispira al “mosciolo”, le cozze selvatiche che abbondano lungo la Riviera del Conero, mentre il suo aspetto è quello di una sorta di elfo dei mari. A Macerata la maschera più popolare è Ciafrì, un contadino astuto e irruente che parla solo nel dialetto del suo villaggio. Nel fermano, invece, si è imposto Mengone Torcicolli: marionetta ideata da Andrea Longino Cardinali nel 1816, si tramutò in una maschera dopo mezzo secolo di esibizioni teatrali. Mengone è un personaggio bonario, astuto e dall’aspetto sgradevole a dir poco. Il suo punto di forza è la schiettezza, ed è probabilmente questa stessa dote ad avergli permesso di prender moglie: Lisetta, la sua sposa, lo conosce dopo una vita avventurosa e accetta subito di farsi impalmare. Mengone è ritornato a far parte del Carnevale fermano nel 2019, e non ha mancato di portare con sé la sua Lisetta.

 

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