Le Frasi

 

“Accadono al mondo, a volte, certe piccole cose che non valgono più di una nuvola leggera e son cose di giovinezza, rapidissime, da scordar subito perché il vento è mutevole, in primavera, e la gioia non si sa neppure se sia giunta, che, già, a guardarla, trascolora.”

(Antonio Beltramelli, da “I tre tempi”. Milano, 1929, Arnoldo Mondadori Editore)

 

Il boom delle bambole Reborn: caratteristiche e riflessioni sul tema

 

Su TikTok, questo genere di video impazza: mamme che allattano i loro bambini con il biberon, li tengono teneramente in braccio in attesa del ruttino, li portano a spasso in carrozzina. Ma poi, quando i bimbi vengono inquadrati da vicino, ci accorgiamo che qualcosa non torna. Rimangono perfettamente immobili, non piangono nè emettono i tipici gesti vegetativi (singhiozzi, sbadigli, sospiri o gorgoglii) dei neonati. Neppure questo particolare, però, è sufficiente per fugare qualsiasi dubbio. Se non comparisse la scritta #reborn tra i tag del video, continueremmo a pensare che si tratti di poppanti in carne ed ossa. La realtà è ben diversa: si tratta delle Reborn, celebri bambole che replicano perfettamente le fattezze dei neonati. Vengono definite “bambole iperrealistiche” e sono autentiche opere d’arte amate, e molto spesso collezionate, da donne di ogni età. Per realizzare una Reborn, infatti, occorrono ore e ore di minuzioso lavoro artigianale. Le artiste che le creano, chiamate “reborner”, puntano a ottenere un risultato finale accuratissimo: carnagione che cambia colore con luci diverse, piccole venature cutanee, capelli inseriti uno ad uno con la tecnica del rooting, manine e piedini “coccolosi” come si conviene a un vero neonato. Possono essere necessari fino a 30 strati di colore per raggiungere un effetto corrispondente il più possibile alla realtà: la trasparenza delle unghie, il rossore della pelle…Perchè ogni bambola Reborn è curata nel minimo dettaglio.

 

 

Non è un caso che, nei siti specializzati, venga sempre specificato il suo peso e la sua età. I materiali con cui vengono realizzate le Reborn sono il vinile e il silicone; la classica Reborn, con testa, braccia e gambe in vinile, ha il busto di stoffa imbottita per risultare più soffice al tatto. Le Reborn di silicone, che oggi vanno per la maggiore, sono in silicone “full body” perchè rende fluido ogni loro movimento e permette di replicare fedelmente la pelle umana. Queste Reborn pare siano piuttosto costose, ma l’aspetto iperrealistico è assicurato. Esistono anche Reborn di vinile, busto compreso; però, a dire di alcuni, possono apparire leggermente più rigide. A prescindere dal materiale che le compone, tutte le Reborn possono tenere in bocca il ciuccio e “bere” dalla tettarella del biberon. Da questo insieme di particolari si deduce che non si tratta di bambole destinate ai bambini o con cui i bambini possano giocare. Ma a cosa servono, allora, le Reborn? Per capire meglio basta guardare un video di unboxing, dove le loro “mamme” scartano con gioia il pacco che contiene la Reborn appena arrivata.

 

 

La scatola non racchiude solo la bambola: trabocca di abitini per neonati, scarpette, calzini, biberon, fasce per capelli, berrettini…e non solo, c’è persino il certificato di nascita del bebè. L’emozione della neo mamma è palpabile. Ad uscire dal suo involucro per ultima, naturalmente, è la Reborn, il cui volto, protetto dalla carta o dal cellophane, viene svelato solo  alla fine del video: gioia, stupore e giubilo!  Si rimane sbalorditi, piacevolmente sorpresi da quanto la bambola sembri un neonato vero. E confesso che è bello apprezzare quest’arte, l’assoluta minuzia e la cura  con cui le Reborn vengono create. Avete presente le foto di Anne Geddes? Quando ho visto queste bambole ho subito pensato ai fiabeschi neonati che ritrae la fotografa australiana. E per molte donne, la fiaba inizia proprio con una Reborn: le danno un nome, la vestono, le cambiano il pannolino, la nutrono, la trattano come se l’avessero appena partorita. Non tutti approvano:  per molti, anzichè di una fiaba, si tratterebbe di un incubo.

 

 

Attorno alle Reborn sono sorte community, fiere specializzate, sessioni di doll therapy…ma ne parleremo tra poco. Come vi accennavo, diverse persone deplorano questo fenomeno considerando ridicola, o addirittura “malata”, l’umanizzazione delle bambole. Ma chi è la mamma tipo di una Reborn? Non esiste un unico identikit. Nei video di cui vi parlo appaiono le più disparate tipologie di donna: la giovanissima, la donna di mezza età, la ragazza incinta che convive con il boyfriend, l’appassionata che acquista una Reborn dietro l’altra (pare che siano bambole a rischio assuefazione), la single, la sposata, la collezionista…Qualche indizio in più ce lo forniscono i dati relativi alla doll therapy. A dire di molti studiosi, infatti, le Reborn possiedono delle spiccate virtù terapeutiche. In primis, contrastano l’ansia e la depressione: accudire un “neonato” è un toccasana per evitare di focalizzarsi troppo su se stessi e sui propri problemi, e poi è un’attività rilassante e appagante al tempo stesso. Ma queste bambole apportano benefici anche in chi soffre di patologie come la demenza, primaria o secondaria; non sono poche le RSA in cui le Reborn vengono utilizzate come supporto ai pazienti. Al mondo Reborn, inoltre, si rivolgono donne che affrontano il dolore per la perdita di un figlio e donne impossibilitate ad avere figli; tutte loro gioverebbero del conforto emotivo offerto dalle bambole artigianali.

 

 

A questo punto, però, vale la pena di fermarsi e di porsi qualche domanda, magari di aprire un piccolo dibattito. In questi ultimi casi, mi chiedo, la Reborn diventerebbe una sorta di surrogato di un bambino vero? Molte le trattano come tali pur non soffrendo per la mancanza o la perdita di un figlio, è vero, ma si tratta di questioni diverse. Prendersi cura di una bambola, darle tutto il proprio amore, non potrebbe risultare frustrante, o nel peggiore dei casi alienante, se in quel momento una donna sta sperimentando una grande sofferenza? Fatemi sapere che cosa ne pensate nei commenti.

 

 

Foto 1 e 2  (dall’alto) di Aurocarlotto, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, da Wikimedia Commons

 

20 Marzo, Equinozio di Primavera

 

Primavera dintorno
brilla nell’aria, e per li campi esulta,
sì ch’a mirarla intenerisce il core.
(Giacomo Leopardi, da “Il passero solitario”)

Sta arrivando la Primavera, la gioia è nell’aria. La bella stagione entrerà ufficialmente alle 15.46. Oggi, come succede ad ogni Equinozio, le ore di luce e quelle di buio avranno pari durata. Ma a poco a poco la luce avrà la meglio e le giornate saranno sempre più lunghe. Nell’armonia odierna, in questo equilibrio perfetto di chiarore e oscurità, c’è una nuova promessa: la natura si risveglia, il clima si fa mite, gli animali escono dal letargo. E anche noi cominciamo a trascorrere più tempo all’aria aperta, complice il ritorno del sole. La Primavera è una stagione di apertura, porta con sè l’ebbrezza e il senso di libertà dopo i rigori invernali. I fiori sbocciano, la campagna si riempie di colori e di profumi. L’intimità e l’introspezione tipiche della stagione fredda lasciano spazio all’allegria, alla voglia di rinascita. C’è il desiderio di aprirsi al mondo, di rinnovare la propria vita, di innamorarsi…La Primavera si lega all’alba, quando il sorgere del sole e il cielo luminoso sconfiggono le tenebre e sanciscono il preludio di un nuovo inizio. Buon Equinozio di Primavera a tutt* voi.

 

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San Valentino, Festa degli Innamorati: la malia del colpo di fulmine

 

Come se si potesse scegliere in amore,
come se non fosse un fulmine
che ti spezza le ossa
e ti lascia lungo disteso
in mezzo al cortile.
(Julio Cortázar)

Chi non è mai stato travolto da un amore a prima vista? Chi non ha mai provato l’ebbrezza di un incontro che, tempo una manciata di secondi, ha sconvolto la  sua vita e cambiato la sua concezione del mondo? Sono sensazioni che non si provano spesso, e proprio per questo rimangono ancorate nell’anima. Anche perchè, in quel momento, proviamo un benessere istantaneo e totale. Ma è solo voglia di romanticismo, una semplice illusione o qualcosa che coinvolge concretamente, e in modo simultaneo, la mente, il corpo e il cuore? La risposta corretta è la seconda. Ebbene sì: gli scienziati hanno evidenziato il ruolo fondamentale giocato dalla neurochimica in questo tipo di situazioni. Bisogna partire da una premessa. L’amore, nel nostro cervello, scatena un prodigioso cocktail di emozioni. Ad attivarsi sono sostanze chimiche e neurotrasmettitori come la dopamina, l’adrenalina, l’ossicitina e la serotonina, ormoni che regalano un immediato senso di beatitudine, piacere ed energia. Grazie a loro, in breve, l’euforia sale alle stelle. Che cosa succede, però, durante un colpo di fulmine?

 

 

L’incontro che fa sbocciare un amore a prima vista coinvolge l’amigdala, un agglomerato di nuclei nervosi situato nel lobo temporale del cervello, la “centralina” adibita a gestire e memorizzare le emozioni oltre che ad innescare la reazione “fight or flight” (attacco o fuga) di fronte a qualsiasi allarme. L’amigdala stimola risposte fisiologiche istantanee: durante un colpo di fulmine, ad esempio, accelera la frequenza cardiaca e il ritmo del respiro. Ed è proprio l’amigdala la responsabile della nota sensazione di “farfalle nello stomaco” che avvertiamo quando incontriamo una persona speciale. In quel mentre, il cervello rilascia dosi massicce di dopamina, noradrenalina (detta “ormone dell’amore”, un potente eccitante) e adrenalina. Il risultato? Emozioni intense che danno origine a una sintonia e un’attrazione immediate. Quindi l’amore è solo questione di chimica? Assolutamente no. Scopriamo subito il perchè.

 

 

Diciamo che, durante il colpo di fulmine, scatta un click particolare. E’ una scossa elettrica scaturita innanzitutto dall’inconscio, che porta a farci individuare in quella persona, senza rendercene conto, dettagli familiari (possono essere un profumo, un modo di fare o di muoversi, lo sguardo, le cose che dice), qualcosa che abbiamo già sperimentato e ci è rimasto impresso indelebilmente. C’è l’attrazione fisica, d’accordo, ma non è prioritaria. Contano di più i bisogni e i desideri interiori che proiettiamo sulla persona che abbiamo di fronte, le affinità che ci accomunano, il senso di similarità percepito che si alterna a quello di complementarietà. Parlare del rapporto con la figura paterna o materna renderebbe questo articolo una dissertazione, perciò, anche se si tratta di un elemento importante da prendere in considerazione, per il momento è meglio non addentrarsi in tortuosi sentieri psicanalitici.

 

 

Quel che è certo, è che nell’attimo dell’innamoramento proviamo un entusiasmo contagioso: il colpo di fulmine ci fa star bene. Siamo convinti di aver trovato la persona del cuore, l’“altra metà della mela”, di impersonare gli eletti che un destino fatato ha fatto incontrare. Questo concetto, in psicologia chiamato I-sharing, è stato introdotto nei primi anni del 2000. L’I-sharing indica la sensazione immediata e profonda  che ci porta a pensare di condividere, in quel preciso istante, la realtà delle persona appena incontrata. Ci sentiamo un tutt’uno con lei, percepiamo che la nostra “singletudine” sia terminata; scatta una connessione romantica subitanea.

 

 

Potremmo definirlo il momento in cui Cupido scocca la sua freccia dorata: il putto munito di arco e frecce, dio dell’amore e del desiderio, soleva infatti scatenare colpi di fumine con le sue frecce d’oro dalla punta a forma di cuore,  mentre utilizzava quelle di piombo per suscitare odio.  Nella mitologia greca, Cupido era il figlio di Afrodite (Venere) e di Ares (Marte). I greci sostenevano che l’amore fosse in balia di Eros, Cupido per i romani, ed Eros era visto come una forza impetuosa e incontrollabile capace di suscitare il caos nella vita dei comuni mortali. Ecco perchè l’amore, ma ancor più il colpo di fulmine, viene spesso considerato “cieco” e “irrazionale”: sarà irrazionale quanto vogliamo, ma l’euforia che ci dona è pura gioia interiore.

 

 

Non è un caso che l’amore a prima vista sia stato immortalato in una celebre opera che Guercino realizzò nel 1633: in “Venere, Cupido e Marte“, custodita nella Galleria Estense di Modena, la dea della bellezza fissa intensamente lo spettatore e fa cenno a Cupido di trafiggerlo con una delle sue frecce: chi osserva il quadro, se Cupido centrerà il bersaglio, cadrà immediamente preda della malia del colpo di fulmine.

 

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Il caffè alla cannella, la bevanda più speziata e irresistibile del periodo natalizio

 

Un modo perfetto per iniziare la giornata con un sapore del tutto speciale? Il caffè alla cannella, una bevanda da riscoprire proprio durante il periodo delle feste natalizie. Provate a immaginare: il gusto intenso del caffè e l’aroma speziato e dolciastro della cannella, uniti in un connubio potentemente raffinato. Le spezie, regine dell’inverno, si fondono con il caffè dando vita a combinazioni incredibili, irresistibili al punto tale da conquistare all’istante. Evocano atmosfere avvolgenti, sensazioni di benessere puro; rimandano alla magia del Natale. La cannella, protagonista suprema di dolci tradizionali del periodo (basti pensare ai biscotti al pan di zenzero, alle cinnamon rolls o ai tipici pepparkakor svedesi), è una vera e propria coccola per il palato. Gustarla insieme al caffè significa regalarsi una pausa che sa di ricordi e suggestioni intrisi di fascino natalizio: un mix di gioia, calore familiare, senso di attesa, tempo sospeso in una dimensione magica e fiabesca.

 

 

In più, il caffè alla cannella si presta ad essere ulteriormente aromatizzato: potete aggiungere altre spezie, come l’anice stellato, il cardamomo o la noce moscata, oppure ancora puntare su aromi dolci quali quello della vaniglia. Per donare un tocco indimenticabile alla bevanda, non dimenticate di concludere il tutto con una buona dose di panna montata, insieme a una stecca di cannella  che esalterà il sapore del vostro caffè. Questa delizia natalizia non è soltanto golosa, ma anche benefica: azzera la sensazione del freddo essendo calda e confortevole; è ricca di virtù antiossidanti che accomunano sia la cannella che il caffè; permette di fare a meno dello zucchero bianco (fonte di picchi glicemici e insulinici se consumato in eccesso), che la dolcezza della cannella sostituisce egregiamente; favorisce la digestione, il che non guasta.

 

 

Risulta oltremodo squisito, dulcis in fundo (è proprio il caso di dirlo), se accompagnato ai biscotti e ai dolci tipicamente natalizi. Provare per credere.

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MyVALIUM accende le luminarie

 

Lampada per i miei passi è la tua parola,
luce sul mio cammino.

(Salmo 119:105)
E’ tempo di accendere le luminarie! E MyVALIUM, come ogni anno, lo fa molto volentieri. Inizia il periodo più bello e più magico dell’anno; un periodo che risplende di luci, ma soprattutto di luce. Perchè il cammino che porta al Natale è un cammino inondato di luce, il cammino che conduce alla luce di Gesù. E dall’Avvento in poi, che quest’anno comincerà il 30 Novembre, è tutto un susseguirsi di tradizioni, riti ancestrali e miti che inneggiano alla luce e fanno della luce il proprio filo conduttore: pensiamo al culto del Sol Invictus nell’antica Roma, ai festeggiamenti dei popoli arcaici per il Solstizio d’Inverno, quando il Sole iniziava progressivamente a rinascere nel bel mezzo del “semestre oscuro”, alla ricorrenza di Santa Lucia, chiamata, non a caso, la santa della luce. Questo fine settimana, in molte città d’Italia, lo scintillio delle luminarie inonderà di bagliori le piazze e le vie. E’ un modo di far festa, di prepararsi ad accogliere la luce suprema, di creare un’atmosfera di magia. Decoriamo le nostre case, d’altronde, per lo stesso motivo. E proprio questo senso di festa, oltre che permeare la corsa ai regali, le tombolate, gli aperitivi e le cene con parenti e amici, dovrebbe infondere gioia nel nostro cuore, bendisporci nei confronti di noi stessi e di chi ci circonda; invitarci ad aprirci al prossimo, renderci capaci non solo di ricevere, ma anche di dare. Perchè il Natale sarebbe davvero ben poca cosa, se negassimo la sua valenza spirituale.

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Settembre, mese di vendemmia: i proverbi dedicati al vino

 

Cosa rappresentava, il vino, nella cultura agreste? Non solo una bevanda, bensì un cardine attorno al quale ruotavano le tradizioni, il lavoro agricolo, l’attaccamento al territorio e l’identità stessa di un determinato luogo. Il vino era uno dei più preziosi doni della terra, in grado di inebriare e quindi di sconfiggere il dolore e tutto ciò che “ingabbiava” la mente. Il vino incarnava la gioia, la vita, la condivisione…Scandendo, attraverso rituali come la vendemmia, i ritmi e i cicli stagionali. Il vino era sapere, continuità, cultura: la conoscenza delle uve, delle caratteristiche dei vitigni, il rispetto per la loro evoluzione naturale, costituivano un aspetto fondamentale della vita contadina. In un simile contesto, non potevano mancare i proverbi dedicati al vino. E vi assicuro che ne esiste un gran numero, sicuramente superiore rispetto a quello che il popolo rurale riservava ai mesi dell’anno! Ne ho selezionati alcuni e ve li presento in questo post.

 

 

Amicizia stretta dal vino non dura da sera a mattino.

 

 

Il vino non è buono se non rallegra l’uomo.

 

 

Buon vino fa buon sangue.

 

 

Quando il vino rende lieti, se ne fuggono i segreti.

 

 

Pane fa panza, vino fa danza.

 

 

A San Martino, apri la botte e assaggia il vino.

 

 

Buon fuoco e buon vino, scaldano il mio camino.

 

 

Chi beve vino prima della minestra vede il medico dalla finestra.

 

 

Buon vino, tavola lunga.

 

 

Chi ha pane e vino, sta meglio del suo vicino.

 

 

Chi vendemmia troppo presto, svina debol e tutto agresto.

 

 

Chi ha buon vino in casa, ha sempre i fiaschi alla porta.

 

 

L’acqua fa male e il vino fa cantare.

 

 

Pane finché dura, ma il vino a misura.

 

 

L’uomo si riconosce in tre maniere: in collera, alla borsa e al bicchiere.

 

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