San Martino, le oche e l’oca arrosto: tra leggenda e realtà

San Martino con l’oca in una statua della Chiesa di San Martino a Jona, in Svizzera, vicino al lago di Zurigo

 

“Chi no magna oca a San Martin, no’l fa el beco de un quatrin”

(Proverbio Veneto)

 

Di San Martino e della sua festa, MyVALIUM ha già parlato diverse volte. Ma oggi, data in cui ricorre la solennità del Santo, voglio approfondire un’altra famosa leggenda che lo riguarda: quella delle oche. Si narra che Martino, un monaco estremamente umile, quando seppe di essere stato nominato vescovo corse a rifugiarsi in una stalla. Non ambiva a grandi incarichi; avrebbe preferito rimanere un monaco, così si nascose sperando che nessuno lo ritrovasse. Qualcosa, però, mandò a monte il suo piano: le oche che gironzolavano nella stalla iniziarono a starnazzare facendo un gran baccano, e i paesani accorsero scoprendo il suo nascondiglio. Martino, di conseguenza, dovette accettare la nomina suo malgrado, e divenne il vescovo di Tours. A questo punto la storia, il folklore e la leggenda si intrecciano in modo tale che non è più possibile capire dove finisce l’una e inizia l’altro. Va detto, innanzitutto, che l’11 Novembre era una data cruciale per la cultura agreste: si concludevano i contratti agricoli e i contadini, se non veniva rinnovato il loro rapporto di lavoro, dovevano cercare un altro proprietario terriero per cui svolgere le proprie mansioni. Inoltre, il digiuno avventizio iniziava esattamente il 12 Novembre, giorno successivo alla festa di San Martino; San Martino era quindi una ricorrenza importante: rappresentava l’ultima occasione per dedicarsi alle grandi abbuffate. Non è un caso che fosse considerata una sorta di Capodanno agreste, sulla cui tavola la carne d’oca abbondava. Mangiare oca, un animale che – insieme al maiale – forniva grassi e proteine in quantità, era reputato un lusso (da qui il proverbio veneto che apre l’articolo) per gli agricoltori, abituati a cibarsi più che altro di polenta e cereali. Ma rappresentava anche il nutrimento ideale per affrontare il clima rigido dell’Inverno.

 

 

Tra l’oca e la leggenda di San Martino si stabilì una connessione che, da secoli, interseca il mito con la realtà. La tradizione del pasto dell’11 Novembre a base di oca era particolarmente diffuso nelle regioni del Nord Italia, dove lo è tutt’oggi: soprattutto in Veneto, per essere più precisi nel Padovano e nel Trevigiano, così come in FriuliEmilia Romagna e Lombardia.

 

 

Ma come viene cucinata, l’oca di San Martino? La sua preparazione varia da regione a regione; principalmente, però, si gusta al forno, arrosto accompagnata da mele e castagne, oppure in umido abbinata alla verza e alla polenta. La versione più tradizionale si concentra comunque sull’oca arrosto, farcita con noci, mele e castagne. Il giorno di San Martino, viene consumata insieme al vino novello e a una buona dose di caldarroste, che di sicuro non mancano mai.

 

Illustrazioni via Pixabay, foto delle oche via Unsplash

Foto di San Martino: Roland zh, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0>, da Wikimedia Commons

 

Venerdì 17

 

In Italia, il venerdì 17 è considerato un giorno sfortunato, frutto dell’incontro tra due elementi infausti: il venerdì, legato alla morte di Gesù, e il numero 17, da sempre circondato da un’aura inquieta. Il timore del venerdì 17 , originato da superstizioni e credenze popolari remotissime, ha un nome scientifico ben preciso: eptacaidecafobia. Le sue radici affondano nell’antichità; i pitagorici evitavano il 17 perché spezzava l’armonia tra il 16 e il 18, numeri “perfetti”. Nell’Antico Testamento, il diluvio universale iniziò il 17 del secondo mese. E nel mondo latino, l’anagramma di “XVII” è “VIXI”, ovvero “ho vissuto”… un modo elegante, ma inquietante al tempo stesso, per dire “sono morto”. Anche la storia rafforza il mito: dopo la disfatta delle legioni romane 17, 18 e 19 nella battaglia della foresta di Teutoburgo (vinta dai Germani guidati da Arminio), quei numeri non furono mai più assegnati. Nella smorfia napoletana, il 17 è sinonimo di disgrazia. Altrove, la sfortuna cambia volto: nei paesi anglosassoni e in Brasile è il venerdì 13 a incutere paura, mentre in Spagna e Grecia si teme il martedì 13. Venerdì 17 resta una superstizione tutta italiana, ispiratrice di film e racconti. Forse, più che temere questa data, dovremmo ascoltarla: ogni superstizione è un frammento di storia, un’ombra che chiede luce.

Foto: Kateryna Hliznitsova via Unsplash

 

Quando Ottobre è mite e soleggiato: le ottobrate romane

 

Dov’è finito il mese di Ottobre? Se non fosse per il colore delle chiome degli alberi e per il sole che tramonta prima, potremmo essere non dico in estate, ma quasi. Non è un caso che a queste giornate autunnali assolate e dal clima mite fosse associata un’antica tradizione romana, quella delle “ottobrate”.

Le ottobrate romane: la tradizione delle carrettelle e della bellona

A Roma, fino al XIX secolo, l’usanza voleva che si approfittasse del bel tempo ottobrino per organizzare gite fuori porta e scampagnate. Le escursioni venivano effettuate di domenica, ma anche il giovedì; si partiva di buon’ora a bordo delle carrettelle, carrozze trainate da cavalli addobbati e carichi di campanacci, diretti nelle campagne dei dintorni. Sulle carrettelle solevano sedere le “minenti”, un gruppo di popolane benestanti agghindate a festa, e la “bellona”, che presiedeva il carro. La bellona era una sorta di reginetta della comitiva; indossava abiti vistosi, che richiamavano i campanacci e i sonagli dei cavalli e sparsi sulla carrettella stessa. Il suo nome derivava da quello della dea romana della guerra, Bellona appunto. Tutti gli uomini seguivano a piedi il carro prodigandosi in stornelli, balli e canti festosi. Ma cosa si faceva, una volta che le carrettelle arrivavano a destinazione? La risposta è molto semplice: si festeggiava, tra musica, tavolate di cibo e giochi all’aperto.

 

 

Le origini

La tradizione delle ottobrate, iniziata nella Roma pontificia, proseguì fino alla proclamazione del Regno d’Italia. In realtà la loro origine risale a molti secoli addietro: si ritiene che derivino dai Baccanali, le feste in onore di Bacco (dio del vino) che, dal 2 secolo a.C. in poi, si tenevano nell’antica Roma. In quel periodo, i romani si abbandonavano alla baldoria più sfrenata: interminabili banchetti, gozzoviglie, vino in abbondanza e balli scatenati.

Dal 1700 in poi

Ma torniamo alle ottobrate. Le scampagnate del giovedì e della domenica ebbero inizio nel XVIII secolo; erano essenzialmente momenti di svago a cui ci si dedicava per festeggiare la fine della vendemmia. Si abbandonava momentaneamente la città eterna per recarsi nelle campagne, vigne e osterie nei paraggi o dei Castelli Romani. A queste gite fuori porta, rigorosamente di gruppo, partecipavano sia il popolo che gli aristocratici. Per entrambi, le ottobrate rappresentavano un potente mezzo di evasione; in quell’occasione non esistevano differenze di classe, solo divertimento puro.

 

 

Il vino, naturalmente, era il perno di quelle giornate di festa; se ne beveva a fiumi, proprio come all’epoca dei Baccanali. L’abbigliamento era un altro elemento centrale delle ottobrate. Indossare abiti sfarzosi, che non passassero inosservati, era tassativo: piume, decorazioni floreali e orpelli vari adornavano i look femminili, mentre quelli maschili sfoggiavano un‘ostentata stravaganza. Non c’è bisogno di dire, poi, che il cibo, o meglio le grandi scorpacciate, occupassero un ruolo fondamentale. L’abbacchio, la trippa e gli gnocchi rappresentavano i re delle tavolate. Gli stornelli, i canti e le danze sfrenate non mancavano mai; e se nei Baccanali il suono dei tamburelli e del flauto era predominante, durante le ottobrate prevalevano le chitarre, le nacchere e i tamburelli. Il ballo più gettonato era il saltarello, tipico dell’Italia centrale. Infine, c’erano i giochi: l’albero della cuccagna era un must, affiancato dal gioco delle bocce e della ruzzola.

 

 

Dove ci si recava, principalmente? Le mete più battute erano le campagne nei paraggi di Ponte Milvio, Monteverde, porta San Pancrazio, porta Pia e porta San Giovanni, dove proliferavano i vigneti, ma anche il monte Testaccio, il cosiddetto “monte de’ cocci”. Di un’ottobrata al Testaccio scrisse anche Casanova: il seduttore veneziano la descrisse come una giornata indimenticabile, lamentandosi però del tragitto troppo breve che gli aveva impedito di amoreggiare con le donne sedute sulla carrettella. Le ottobrate erano attese spasmodicamente da tutti i romani. Non esisteva persona che non volesse partecipare alle scampagnate intrise di baldoria, vino e divertimenti organizzate nelle giornate assolate di Ottobre. Prendervi parte era così importante che alcuni arrivavano ad accumulare debiti o a impegnare i propri beni al Monte dei Pegni per potersi pagare l’abito da festa o le abbuffate innaffiate di vino.

 

 

Le ottobrate oggi

Attualmente, con il termine “ottobrata” si è passati ad indicare il periodo assolato e di clima mite che caratterizza alcune giornate, o settimane, del mese di Ottobre. L’ottobrata, quindi, non riguarda più esclusivamente la città di Roma bensì l’Italia intera. Ma c’è una differenza sostanziale: ai tempi delle ottobrate romane si poteva parlare realmente di un soleggiato intervallo meteo incastonato nella stagione autunnale. Oggi, la persistenza del fenomeno e il caldo anomalo fanno sì che, purtroppo, l’ottobrata sia inesorabilmente legata al riscaldamento globale.

 

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La crostata: storia e segni particolari di un dolce tipicamente italiano

 

Il mattino ha una fetta di crostata alle more in bocca.
(Fabrizio Caramagna)

 

E’ uno dei dolci autunnali per eccellenza: la crostata, un’antichissima torta italiana, potrebbe essere descritta come un delizioso connubio di pasta frolla e confettura (sostituita talvolta dalla crema, la cioccolata o la frutta fresca). La sua particolarità sono le strisce di pasta frolla che la guarniscono, rigorosamente intrecciate. A queste si aggiunge un bordo che circonda, o meglio “incornicia”, il dolce, dalla forma tonda anche se non mancano varianti rettangolari. In Italia, infatti, la tradizione vuole che esistano crostate diverse a seconda della regione di appartenenza. Nelle Marche, come pure nel Lazio, è molto diffusa la crostata di visciole. A Sermoneta, in prossimità di Latina, la crostata contiene cannella, ricotta e un liquore aromatico per dolci. In Veneto, tra Treviso e Belluno, la crostata si farcisce con la confettura di marroni, mentre una versione lombarda del dolce lo insaporisce con una manciata di tortelli cremaschi. Nel centro Italia e nell’Italia del Sud esiste una crostata, detta “alla romana”, con ricotta e uvetta. Tornando in  Veneto, è divenuta celebre una variante a base di amaretti, zucca e canditi. In Calabria, infine, la crostata è un tripudio di inebrianti sapori: combina la confettura di peperoncini con la marmellata di arance e le mandorle tritate. Il suo nome? Crostata del diavolo, e non poteva essere altrimenti.

 

 

Il nome e le origini

Ma come nasce il nome “crostata”? In latino, crustāta indicava sia la crosta, detta crusta, che il participio passato del verbo crustāre, letteralmente “incrostare”. Al termine “crostata” vero e proprio si arriva nel 1600, precisamente nel 1612: è questo l’anno in cui venne riportato nel Vocabolario degli Accademici della Crusca. Cinque anni dopo, nel 1617, Giacomo Pergamino lo incluse ne “Il memoriale della lingua italiana”. La crostata sancì in questo modo il suo ingresso ufficiale tra le tipologie di dolci.

 

 

Le radici antiche

Si ritiene che, all’epoca dell’antica Roma,  gli “obleidos” fossero gli antenati dell’attuale crostata. Gli obleidos erano un tipico cibo da strada: delle cialde preparate con miele, farina e pezzi di frutta che a loro volta discendevano dalle “obleias” dell’antica Grecia e da certi dolcetti egizi. Tuttavia, sembra che la crostata abbia radici persino più remote nel tempo. L’Accademia Barilla ha individuato le sue origini nella pastiera napoletana, datando la sua nascita nell’epoca paleocristiana (dagli inizi del Cristianesimo al VI secolo d.C.). La pastiera, infatti, viene considerata molto simile alla crostata in quanto consta di pasta frolla farcita. Nell’alto Medioevo, la crostata era il dolce presente durante i banchetti: tra i suoi ingredienti annoverava le spezie, il miele, il formaggio e una manciata di canditi. Con il passar dei secoli, il gusto della crostata divenne sempre più dolce. Bartolomeo Scappi, un noto cuoco italiano vissuto nel XVI secolo, la inserì in molteplici ricette del suo libro “Opera dell’arte del cucinare”, pubblicato nel 1570. Non si limitò, però, a quelle che esaltano la dolcezza di questa torta, e incluse anche svariate ricette di crostate salate. Tra le crostate dolci predominano le ricette di crostate alla frutta, in particolare mele cotogne e amarene. Piuttosto sorprendenti, invece, risultano le crostate salate, che si avvalgono di ingredienti come funghi, formaggio e carne di maiale. Oggi non riusciremmo proprio a definirle “crostate”: si avvicinano più alle tipiche torte salate della cucina inglese.

 

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I dolci italiani della vendemmia: 5 tipicità regionali

 

Dopo la schiacciata con l’uva (rileggi qui l’articolo che MyVALIUM le ha dedicato), è il momento di conoscere gli altri dolci tradizionali della vendemmia italiana. Ogni regione, ogni area della nostra penisola ha il suo: si tratta di dolci “poveri” ma buoni, rigorosamente preparati con i chicchi d’uva e il mosto di Settembre. Come la schiacciata d’uva, venivano (o vengono tuttora) consumati durante le sagre autunnali, e le loro radici affondano nella cultura agreste. Passiamoli in rassegna uno per uno.

 

Il pane, le ciambelle e i biscotti di mosto

 

Sono tipici del centro Italia, in particolare delle Marche e del Lazio. L’impasto si prepara con il mosto fresco; il prodotto finale risulta soffice, voluminoso e dolcemente aromatico. Il biscotto di mosto, in realtà, del biscotto non ha nulla: è una brioche in pasta di pane dalla caratteristica forma a treccia. Ciò che rende inconfondibili questi dolci è il sapore di semi di anice con cui vengono arricchiti.

 

Il sugolo

 

Originario di regioni quali l‘Emilia Romagna e la Lombardia, il sugolo è una specie di budino che tra i suoi ingredienti, un tempo, annoverava solo mosto e farina. Oggi è molto più zuccherato, ma ugualmente delizioso. Viene servito caldo, dopo una cottura che segue alla pigiatura. Nel 2021, il sugolo ha ottenuto la certificazione De.Co. (Denominazione Comunale di Origine) dal Comune di Gonzaga.

 

La torta Bertolina

 

Proviene dal cremasco, e pare che abbia origini ottocentesche: viene guarnita infatti con l’uva fragola, che proprio in quel periodo fu importata dall’America. A Crema esiste addirittura una sagra che ha preso il suo nome, la Sagra della Bertolina, dove ogni anno, nel mese di Settembre, è possibile degustare la torta. Questo dolce della vendemmia, inoltre, è stato riconosciuto come P.A.T., Prodotto Agroalimentare Tradizionale Italiano.

 

La sapa

 

E’ uno sciroppo d’uva caratteristico dell’area che comprende l’Emilia Romagna, le Marche, l’Umbria, l’Abruzzo, la Sicilia, la Calabria e la Sardegna. Il mosto viene cotto a fuoco lento affinchè consegua una consistenza estremamente densa, dopodichè, dato il suo sapore zuccherino, è comune utilizzarlo come dolcificante. La sapa, dal colore molto scuro, si versa sulle torte e sui biscotti, ma accompagna anche piatti quali la polenta o lo gnocco fritto, oppure si spalma sui formaggi.

 

La mostarda d’uva

 

In Piemonte, sua terra d’origine, viene chiamata comunemente Cugnà, ed ha radici antichissime. Si preparava nei giorni della vendemmia perchè il mosto non andasse sprecato. Al mosto d’uva, rigorosamente cotto, veniva aggiunto un tripudio di spezie e di frutta fresca: noci, nocciole, fichi secchi, mele cotogne, mele, pere, arance, zucche, scorza d’arancia…Ne risultava una sorta di marmellata dalla consistenza densa e dall’aroma a metà tra il dolce e lo speziato. Oggi, la mostarda d’uva è considerata uno storico prodotto del Monferrato. Può essere spalmata sia sul pane o sui biscotti che sulla carne o sui formaggi stagionati: manterrà intatta la sua delizia.

Foto

Torta Bertolina di Cremasco, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0>, via Wikimedia Commons

Sapa di Saba san giacomo.JPG, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0>, via Wikimedia Commons

 

Speciale Ferragosto: lo swimwear delle vacanze

 

Non importa il colore del costume da bagno, su ognuno di essi è disegnato il mappamondo dell’estate.
(Fabrizio Caramagna)

 

Comincia la settimana di Ferragosto e insieme ad essa le vacanze, quelle per tutti: impossibile non andare in ferie o non farsi contagiare dall’euforia generale, almeno in Italia. A Ferragosto fabbriche e uffici chiudono, le città si svuotano, non ce n’è per nessuno. Tanto vale preparare la valigia e riempirla di costumi da bagno: saranno imprescindibili per un bel tuffo rinfescante in mare, lago o piscina. L’estate 2025 non prevede tendenze particolari, o meglio, ne prevede una marea (è il caso di dirlo). Bikini in ogni stile, colore e materiale, costumi interi minimal o più elaborati…Una dritta su tutte; se non rinunciate ad essere à la page, puntate sul bikini a triangolo: negli anni ’70 divenne un simbolo di emancipazione femminile e quest’estate fa il suo grande ritorno.

 

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Calici di Stelle 2025: Pizza e Vino. Torna l’imperdibile appuntamento dedicato all’eccellenza italiana

 

Torna Calici di Stelle, l’appuntamento annuale per chi ama il vino e le notti d’estate: dal 25 luglio al 24 agosto, le cantine del Movimento Turismo del Vino e i borghi più suggestivi d’Italia si trasformeranno in teatri sotto il cielo stellato, pronti ad accogliere appassionati e curiosi in un’atmosfera di magia e convivialità. Per l’edizione 2025, il tema “Pizza e Vino” unirà due eccellenze del Made in Italy grazie alla collaborazione con l’Associazione Verace Pizza Napoletana. Immaginate degustazioni guidate in cui le note dei grandi vini italiani incontreranno i profumi delle pizze preparate dai maestri pizzaioli AVPN: show cooking dal vivo, menu dedicati e abbinamenti studiati insieme a cantine e pizzerie diventeranno il fil rouge di serate indimenticabili. Ogni tappa di Calici di Stelle offre un contesto unico: potrete sorseggiare un bianco del Trentino in un rifugio di Madonna di Campiglio, ammirando le cime dei monti illuminate dalla luna, o fermarvi sul lungomare di Badesi, dove il mare e il tramonto si fondono in un caleidoscopio di colori. Dalla laguna di Grado al Castello Marchionale di Taurasi, in Irpinia, fino all’alta quota di Cortina d’Ampezzo, ogni location racconta un pezzo di storia vinicola italiana, valorizzando i paesaggi e le tradizioni locali.

 

 

Le serate si animeranno con passeggiate tra i filari, momenti di osservazione astronomica insieme all’Unione Astrofili Italiani, concerti, spettacoli di magia, mercatini artigianali, tornei di tiro con l’arco e itinerari fotografici. I produttori apriranno le porte delle loro cantine per condividere storie di viticoltura, tecniche di vinificazione e, naturalmente, i loro migliori calici, sempre all’insegna del bere responsabile. Calici di Stelle non è solo un evento per i wine lover più esperti: è un’occasione per famiglie, neofiti e turisti in cerca di esperienze autentiche.

 

 

Un picnic tra i filari, una cena sotto le stelle o una chiacchierata con un produttore diventeranno momenti di scoperta e di vera convivialità, dove il piacere di stare insieme si fonde al gusto del territorio. Per godervi al massimo questa festa notturna, portate con voi una coperta per sdraiarvi e osservare la Via Lattea, informatevi sulle costellazioni visibili per aggiungere un tocco di meraviglia e, perché no, create un piccolo itinerario enoturistico che vi porti ogni sera in un angolo diverso d’Italia, tra profumi, sapori e scorci indimenticabili.

 

 

Per conoscere i programmi delle cantine di ogni regione, consultate il sito del Movimento Turismo del Vino e scaricate l’apposito PDF.

 

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Estate di luce

 

Un raggio di sole è sufficiente per spazzare via molte ombre.

(Francesco D’Assisi)

 

L’estate è appena iniziata, ma l’Italia è già stretta nella morsa del caldo: Pluto, l’anticiclone africano che imperversa da qualche giorno, ha fatto schizzare le temperature alle stelle. Le massime sfiorano i 40 gradi, in molti casi li oltrepassano, e l’afa non si attenua neppure con il buio. Di notte, il clima tropicale incide negativamente sulle ore di riposo. La situazione, diretta conseguenza del riscaldamento globale, non sembra che avrà durata breve: i meteorologi prevedono una svolta solo intorno al 10 Luglio, quando una serie di temporali porterà aria fresca al Nord. Avremmo preferito continuare ad associare il nome Pluto a un noto personaggio creato da Disney, il cane di Topolino, ma il cambiamento climatico ha stravolto anche simili reminiscenze. Nonostante tutto, seguendo il filone iniziato la scorsa primavera, ho pensato di dedicare la nuova photostory di MyVALIUM alla luce del sole: un omaggio all’estate e ai bagliori dell’astro infuocato, alla sua luminosità. Alla luce che è sinonimo di vita, rinascita, radiosità. Reale, ma anche metaforica: perchè, come disse Francesco di Assisi, “un raggio di sole è sufficiente per spazzare via molte ombre“.

 

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I vini dealcolati, la nuova frontiera del beverage

 

Siete dei fan del rito dell’aperitivo ma bere alcolici tutte le sere vi ha stancato? Questa è la notizia che fa per voi: dal 18 Dicembre scorso, il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida ha autorizzato ufficialmente la produzione di vino dealcolato, ossia privato (in modo totale o parziale) di alcol. E’ importante sapere che la dealcolazione a cui sono sottoposti i vini consta di un procedimento chimico che non ne intacca in alcun modo il sapore. Il gusto rimane lo stesso, come pure l’aroma. Ciò che viene ridotto è il tenore alcolico: il tasso alcolico dei vini dealcolati deve essere inferiore allo 0,5%, e non deve superare l’8,5% per i vini parzialmente dealcolati.

 

 

Ma quali tipologie di vino possono essere soggette al processo di dealcolazione? Nel decreto si escludono tre categorie, i vini IGT (Indicazione Geografica Tipica), DOC (Denominazione di Origine Controllata), e DOCG (Denominazione di Origine Controllata e Garantita). Via libera invece ai vini senza Denominazione di Origine e Indicazione Geografica, al vino frizzante e frizzante gassificato, allo spumante, allo spumante aromatico, gassificato e di qualità. Già si parla, comunque, di una futura dealcolazione che interesserà anche i vini che, al momento, non vengono sottoposti a questo procedimento. Il focus sul benessere oggi è sempre più importante, e non poteva non coinvolgere anche il consumo del vino.

 

 

Inizialmente diffusasi negli Stati Uniti, la tendenza dei vini dealcolati ha già incontrato il favore degli italiani. L’Unione Italiana Vini, associazione che riunisce le imprese italiane del vino dal 1895, ha di recente svolto un’indagine per sondare il parere dei nostri connazionali sul vino privato, o parzialmente privato, di alcol: la ricerca ha evidenziato che un italiano su tre si è dichiarato interessato a provarlo.

 

 

Sono trascorsi appena tre mesi dal decreto del Ministero dell’Agricoltura, ma la produzione dei dealcolati ha già preso il via. L’azienda vitivinicola Schenk, sorta nel 1952 a Reggio Emilia, immetterà sul mercato una quantità di bottiglie pari al milione prima della fine del 2026, e anche Mionetto, marchio pioniere del Prosecco, Argea e Italian Wine Brands si dedicheranno alla dealcolazione dei vini, oltre a un gran numero di altre imprese. E’una scelta dettata dall’ attenzione alla salute del consumatore e, al tempo stesso, dalla volontà di superare la fase critica attualmente affrontata dal mercato del vino.

 

Buon Equinozio di Primavera

 

Già riede Primavera

Col suo fiorito aspetto:
Già il grato zeffiretto
Scherza fra l’erbe e i fior.

 

 

Tornan le frondi agli alberi,
L’erbette al prato tornano;
Sol non ritorna a me
La pace del mio cor.

 

 

Febo col puro raggio
Sui monti il gel discioglie,
E quel le verdi spoglie
Veggonsi rivestir.

 

 

L’orride querce annose
Sulle pendici alpine
Già dal ramoso crine
Scuotono il tardo gel

 

 

A gara i campi adornano
Mille fioretti tremuli,
Non vïolati ancor
Da vomere crudel.

 

 

Al caro antico nido
Fin dall’egizie arene
La rondinella viene,
Che ha valicato il mar:

 

 

Che mentre il volo accelera,
                         Non vede il laccio pendere,
                         E va del cacciator l’insidie ad incontrar.

 

 

L’amante pastorella,
Già più serena in fronte,
Corre all’usata fonte
A ricomporsi il crin.

 

 

Escon le gregge ai pascoli;
D’abbandonar s’affrettano
Le arene il pescator,
L’albergo il pellegrin.

 

 

Fin quel nocchier dolente
Che sul paterno lido,
Scherno del flutto infido,
Naufrago ritornò;

 

 

Nel rivederlo placido
Lieto discioglie l’ancora;
E rammentar non sa
L’orror che in lui trovò.

 

 

E tu non curi intanto,
Filli, di darmi aita;
Come la mia ferita
Colpa non sia di te.

 

 

Ma se ritorno libero
Gli antichi lacci a sciogliere,
No, chè non stringerò
Più fra catene il piè.

 

 

Del tuo bel nome amato,
Cinto del verde alloro,
Spesso le corde d’oro
Ho fatto risuonar.

 

 

Or, se mi sei più rigida,
Vo’ che i miei sdegni apprendano
Del fido mio servir
Gli oltraggi a vendicar.

 

 

Ah no; Ben mio, perdona
Questi sdegnosi accenti,
Che sono i miei lamenti
Segni d’un vero amor.

 

 

S’è tuo piacer, gradiscimi;
Se così vuoi, disprezzami:
O pietosa o crudel,
Sei l’alma del mio cor.

(Pietro Metastasio, “Già riede Primavera”. St. John Lucas, “The Oxford book of Italian verse, XIIIth Century — XIXth Century”. Oxford, Clarendon Press, 1910)

 

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