Settembre, tempo di vendemmia: i proverbi dedicati al vino

 

Settembre è il mese della vendemmia: un rito collettivo che affonda le radici nella notte dei tempi. E definirla “rito” è significativo. Durante la vendemmia, nelle zone rurali, famiglie e vicinati si riunivano per condividere gioie e fatiche di un evento che rappresentava una vera e propria festa comunitaria. Canti, stornelli e momenti conviviali ammantavano di spensieratezza questo lavoro corale, rendendo Settembre uno dei mesi più attesi dell’anno. La vendemmia è il primo step del processo di produzione del vino: pensiamo solo alla valenza che il “nettare degli dei” assumeva per la cultura agreste. Il vino era il fulcro della vita sociale, ma anche economica e spirituale. Patti da stringere, matrimoni da combinare, baratti, riappacificazioni, collaborazioni lavorative: tutto ruotava attorno a un calice di vino. Il vino regalava istanti di ebbrezza, favoriva la convivialità. Rilassava dopo le  lunghe ore di lavoro nei campi, ma dava anche la forza per affrontarle. Il vino aveva funzioni terapeutiche; lo si usava per combattere i malanni da raffreddamento, come ricostituente e disinfettante. Non bisogna trascurare, poi, la sua aura sacrale: prima ancora di diventare l’elemento portante della liturgia cristiana, il vino era associato agli antichi culti pagani di Bacco e Dioniso. Definito “sanguis terrae”, sangue della terra, simboleggiava la fine dell’annata agraria; gli agricoltori erano soliti portarlo come offerta sull’altare in segno di gratitudine per il buon raccolto. Ma cosa dicono i proverbi popolari di questa bevanda? Generalmente, ne tessono le lodi. E non sorprende…

 

 

Buon vino fa buon sangue.

 

 

Il vino non è buono se non rallegra l’uomo.

 

 

Vino di fiasco la sera buono e la mattina guasto.

 

 

Non ti mettere in cammino, se la bocca non sa di vino.

 

 

A chi non piace il vino, il Signore faccia mancar l’acqua.

 

 

Amicizia stretta dal vino non dura da sera a mattino.

 

 

Quando il vino rende lieti, se ne fuggono i segreti.

 

 

Quando la barba fa bianchino, lascia la donna e tienti il vino.

 

 

L’acqua fa male e il vino fa cantare.

 

 

Buon vino fa buon sangue.

 

 

Pane fa panza, vino fa danza.

 

 

Se vuoi che vengan bene i lavori, acqua ai mattoni e vino ai muratori.

 

 

Il vino è mezzo vitto.

 

 

Chi beve vino prima della minestra vede il medico dalla finestra.

 

 

Bevi il vino e lascia andar l’acqua al mulino.

 

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Che nome scegliere per un neonato? Ecco i più gettonati del 2026

 

Le statistiche parlano chiaro: in Italia, ogni anno, si fanno sempre meno figli. Il calo demografico registra numeri allarmanti. Nel 2025, ad esempio, sono nati 355.000 bambini, un valore mai riscontrato dal secondo dopoguerra in poi. E nel 2026? La situazione pare che vada nettamente peggiorando: a Giugno, le nuove nascite risultavano scese dell’0.8% rispetto all’anno prima. Secondo i report sulla natalità, l’Italia, con una media di 1,14 figli per famiglia, si posiziona agli ultimi posti delle classifiche europee. Eppure, in passato, la prole numerosa era una caratteristica prettamente italiana: nel 1961, si contavano oltre un milione di famiglie con quattro figli. Ma quali cause hanno determinato questa inversione di tendenza? In base a un rapporto di Vatican News, il 62% degli italiani rinuncia ai figli essenzialmente per motivi economici, professionali e sociali. Crescere un figlio, in poche parole, costa; specie in un’epoca come quella odierna, dove ai nuovi nati si garantiscono tutti gli agi e le comodità. Chi però i figli decide di averli, ed  è ben contento di non privarsi delle gioie della genitorialità, si trova ad affrontare una serie di esperienze che lasceranno un ricordo indelebile negli anni a venire. Un esempio? La scelta del nome del bimbo o della bimba.

 

 

Eh già. Perchè quando un bambino viene al mondo, una delle prime cose a cui pensiamo è come lo chiameremo. E al di là del mero gusto personale, i nomi in voga in una data epoca rappresentano un fenomeno di costume che raccontano molto della nostra società. Esistono, ve ne sarete accorti anche voi, dei nomi di tendenza che vengono scelti più degli altri. Li registra il Conta Nomi Istat, che ogni anno svolge un’indagine sui nomi più diffusi. L’ultimo report vede prevalere nomi come Leonardo, al primo posto, seguito da Edoardo, Tommaso e Mattia tra i primi cinque. Per le bambine, invece, Sofia ottiene il primato assoluto. Dal secondo posto in poi abbiamo Aurora, Ginevra, Vittoria e Giulia, un evergreen. Cosa rispecchiano questi nomi? Innanzitutto, scelte all’insegna dell’eleganza e del classico che torna, soppiantando le stravaganze di un passato non troppo lontano.

 

 

In un articolo apparso su Vanity Fair, il linguista Enzo Caffarelli ha fornito la sua interpretazione sull’impennata di quei nomi. Perchè Sofia, ad esempio, risulta gettonatissimo non solo in Italia, ma in tutto il mondo occidentale: è un nome regale, che rimanda al greco “sapienza”, e ha il fascino delle radici antiche.  Non è un caso, d’altronde, che Ginevra sia un nome in continua ascesa, complice il riferimento alla leggendaria regina di Camelot del ciclo arturiano. Anche Aurora, con un background mitologico altrettanto potente (era la dea dell’alba degli antichi romani) e un link fiabesco alla principessa de “La bella addormentata” di Perrault, rimane ai primi posti nella classifica del 2026, come d’altronde il nome Alice. Ciò che colpisce è il ritorno di nomi squisitamente tradizionali, associati a reminiscenze storiche e letterarie: è il caso di Beatrice, Matilde, Vittoria, e, per i maschietti, Leonardo, Edoardo, Federico, Tommaso, Alessandro, ma anche, a sorpresa, Enea, Achille, Ascanio, Cesare e Adriano, tutti nomi ancorati alla classicità.

 

 

Un nome in gran tendenza è Mattia, sempre più scelto, mentre per le bambine Viola è in forte crescita. E accanto a Viola, come scrive Vanity Fair, un drappello di nomi ispirato ai colori avanza ininterrottamente:  Azzurra, Celeste, Bianca, Giada, Verde…Poi ci sono gli exploit, nomi che in poco tempo fanno “boom”: è il caso di Noah, oggi popolarissimo anche in America, o di Andrea, nella sua nuova versione unisex. Con una sentenza della Corte di Cassazione, infatti, nel 2012 è stato sancito il genere neutro del nome Andrea, che al femminile sta andando per la maggiore.

 

 

Ma cosa indicano, esattamente, le guide esperte in materia? Innanzitutto, di armonizzare il nome del bambino con il cognome. Una buona combinazione è essenziale: meglio evitare rime o giochi di parole. Molto importante è anche pronunciare il nome scelto per diversi giorni: è vero amore o solo infatuazione? Il suo fascino resiste alla realtà concreta? Il nome giusto non andrebbe valutato in base alle mode, sempre passeggere, ma deciso con il cuore. E rispetto all’usanza di perpetuare il nome degli antenati, tutto dipende dalle scelte personali: omaggiarli con il secondo nome è lecito e non spezza la tradizione.

 

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Le lacrime di San Lorenzo

 

10 Agosto. Stanotte, sarà la notte di San Lorenzo. La tradizione vuole che si ammirino le stelle cadenti: lo sciame meteorico delle Perseidi, che in questo periodo la Terra incrocia mentre è intenta ad orbitare intorno al Sole. Le tracce luminose, originate dalla combustione delle polveri e dei detriti che la cometa Swift-Tuttle lascia dietro di sé, generalmente si intensificano tra il 10 e il 12 Agosto, date in cui diventano visibili anche ad occhio nudo. Alle cosiddette “lacrime di San Lorenzo”, in Italia, è associata un’usanza: quella di esprimere un desiderio quando sfrecciano nel cielo. Avete già pensato a quale sarà il vostro?

 

 

Se vedete una stella cadente, trattenetela nel vostro cuore: è l’anima di qualcuno che è stato capace di dare amore in questo mondo.
(Sergio Bambarén)

 

 

Le stelle cadono senza far rumore per non svegliarci.
(Roberto Gervaso)

 

 

L’anima è piena di stelle cadenti.
(Victor Hugo)
Una stella cadente non serve ad esaudire un desiderio. Serve a dirci che la bellezza, per quanto passeggera ed inafferrabile, può cambiarci dentro.
(Fabrizio Caramagna)
Cosa siamo se non stelle cadenti, sperando di brillare abbastanza a lungo da credere almeno nell’esistenza dell’anima.
(Sherry Namdeo)

Alla scoperta del Ciauscolo, un’eccellenza dell’entroterra marchigiano

 

Il Ciauscolo: innanzitutto, che cos’è? Per chi non lo conoscesse, si tratta di un tipico salame umbro-marchigiano. Le sue radici affondano nella cultura agreste: gli agricoltori, una volta ultimate le fatiche nei campi, erano soliti preparare questo insaccato con i rimasugli della carne suina. Si utilizzavano in particolare la pancetta, il prosciutto, il lardo, il lombo e la spalla, che, impastati tra loro, venivano infine aromatizzati con aglio, pepe e del buon vino bianco. Il risultato era, ed è tutt’oggi, un salame morbido e spalmabile dal sapore che non ha eguali. Il suo nome, Ciauscolo, pare che derivi da “ci(a)busculum”, in latino “piccolo cibo”. Il Ciauscolo, in effetti,  nacque come una merenda, una pausa appetitosa che gli agricoltori si concedevano dopo ore di duro lavoro. I primi documenti che attestano l’esistenza di questo prodotto risalgono al XVII e XVIII secolo. Lo ritroviamo in un elenco di prezzi del 1696 conservato nell’Archivio di Stato di Macerata, a Belforte del Chienti, ma anche nella lista di alimenti messi in vendita da un pizzicagnolo; l’inventario, stilato nel 1727, viene custodito nell’Archivio di Stato di Camerino.

 

 

Una caratteristica del Ciauscolo è quella di essere prodotto nelle zone interne delle Marche. Il territorio di produzione, nello specifico, coincide con le province di Ancona, Macerata, Fermo e Ascoli Piceno, in gran parte nell’area dei Monti Sibillini. L’ entroterra di questi distretti viene coinvolto in toto, considerando che il Ciauscolo è anche un’eccellenza della vicina Umbria.

Il Ciauscolo: come si presenta

L’aspetto è quello di un classico salame dalla forma cilindrica, lungo più o meno 30 cm. Il colore è rosato, la morbidezza è la sua caratteristica principale: il Ciauscolo può essere spalmato sul pane come un paté. La stagionatura può avere una durata che va dai 15 giorni a una manciata di mesi, dipende dalla morbidezza che si vuole conferire al prodotto. L’insacco viene svolto utilizzando budella di maiale o, in alternativa, di vitello. Per  la legatura ci si serve, invece, di uno spago in canapa.

 

 

I prestigiosi riconoscimenti ottenuti

Per la sua tipicità e le sue caratteristiche, il Ciauscolo si è guadagnato non pochi riconoscimenti. Il 3 Novembre del 2006 è stato decretato Ciauscolo IGP, Indicazione Geografica Protetta nazionale, un marchio che sancisce ufficialmente il suo legame con il territorio di provenienza. L’11 Agosto del 2009, inoltre, il salame marchigiano ha ottenuto la certificazione IGP europea, che l’Unione Europea assegna ai prodotti alimentari contraddistinti da una particolare qualità associata all’area geografica di origine. Questi riconoscimenti prestigiosi hanno fatto sì che il Ciauscolo possa venire etichettato come “Prodotto della Montagna”.

 

 

Le città del Ciauscolo

Ma quali sono, esattamente, le zone in cui il Ciauscolo viene prodotto? Sono quattro le province marchigiane coinvolte, e comprendono una serie di Comuni. Ne citerò alcuni qui di seguito.

Provincia di Ancona: si spazia da Fabriano a Cerreto d’Esi, da Jesi a Cupramontana, senza disdegnare l’area collinare e quella della costa. La produzione del Ciauscolo vede infatti protagoniste anche città come Osimo, Ancona e Castelfidardo.

Provincia di Macerata: la zona dei Monti Sibillini viene storicamente reputata la culla del Ciauscolo. Include Comuni quali Camerino, Visso, Tolentino, San Ginesio, Macerata, San Severino Marche e Belforte del Chienti.

Provincia di Fermo: il territorio della media e alta valle del fiume Tenna predomina. Tra le città coinvolte troviamo Amandola, Petritoli, Fermo e Montegiorgio.

Provincia di Ascoli Piceno: associate al Ciauscolo sono l’area appenninica e la media valle del Tronto.

Per quanto riguarda invece l’Umbria, il Ciauscolo viene principalmente prodotto in Comuni della provincia di Perugia tipo Spoleto, Norcia, e Poggiodomo.

 

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La sorpresa contenuta nell’uovo di Pasqua: storia di una tradizione che ancora ci appassiona

 

 

Perchè la tradizione prevede che a Pasqua si mangino uova? E’ un argomento che MyVALIUM ha già affrontato qui. Ultimamente mi sono chiesta, invece, come è nata l’usanza della sorpresa all’interno delle uova di cioccolato. E ho scoperto che affonda le radici in tempi molto antichi…

 

 

Il prototipo: l’uovo di Fabergé

Nel 1885, il noto orafo e gioielliere russo Peter Carl Fabergé realizzò un preziosissimo uovo smaltato per lo Zar Alessandro III e la sua famiglia. Fabergé, che in quello stesso anno divenne il fornitore ufficiale della corte imperiale, era solito fare le cose in grande: utilizzava le gemme più pregiate, smalti guilloché dagli straordinari riflessi tridimensionali, oro in abbondanza e meccanismi straordinari. Per la famiglia imperiale russa, nel periodo compreso tra il 1885 e il 1917, il gioielliere creò 50 uova di Pasqua di enorme valore. Ma la meraviglia non si limitava all’aspetto esteriore: ognuno di questi capolavori conteneva, infatti, una sorpresa che evidenziava l’eccezionale maestria di Fabergé. L’inventiva e l’abilità dell’orafo non avevano confini; nelle Uova venivano racchiusi orologi, carrozze, animali, automi in miniatura, tempestati d’oro e diamanti e realizzati con suprema minuzia. Qualche esempio? L’Uovo della Gallina, portato a compimento nel 1885, ospitava un tuorlo d’uovo apribile. Al suo interno era posta una gallina d’oro massiccio che accoglieva, a sua volta, un raffinato pendente e una corona imperiale. Nell’Uovo dell’Incoronazione, datato 1897, Fabergé aveva incluso una carrozza imperiale in miniatura; l’Uovo del Caucaso (1893) ospitava un elefantino meccanico completamente realizzato in avorio; il tema della corona e del pendente ricorrono anche nell’Uovo del Bocciolo di Rosa (1895), che racchiudeva una squisita rosa in boccio smaltata.

 

 

 La tradizione italiana

In Italia, la tradizione dell’uovo di Pasqua di cioccolato si è diffusa nel XVIII secolo: nel 1725, a Torino, la vedova Giambone, che aveva una bottega in via Contrada Nuova, mise in vendita una serie di uova di gallina interamente riempite di cioccolata. Le uova andarono a ruba. Due secoli dopo, intorno al 1920, l’usanza dell’uovo di cioccolato era una realtà consolidata. Sempre a Torino, nel 1925, la Casa Sartorio la perfezionò ulteriormente lanciando uova prodotte con uno speciale stampo a cerniera: le uova di cioccolato rimanevano vuote al loro interno, la condizione ideale per ospitare una sorpresa. Di cosa si trattava? Soprattutto di confetti, piccoli animali creati con lo zucchero e dolcetti vari. Alla fine degli anni ’20 del Novecento, a Torino, le uova di Pasqua con sorpresa erano una vera e propria mania collettiva.

 

 

Oggi, la sorpresa sembra essere diventata l’elemento principale dell’uovo di Pasqua. In questi giorni si sente parlare dell’ossessione, già virale sui social, di pesare le uova nei reparti ortofrutta dei supermercati: una pratica che porterebbe a intuire le dimensioni della sorpresa e quindi la sua portata. Molti supermercati si sono visti addirittura costretti a vietare l’utilizzo delle bilance ai propri clienti, sia per motivi igienici che per evitare di creare disordine e disagi. Come è andato originandosi un simile fenomeno? Pare che l’oggetto del desiderio spasmodicamente ricercato sia l’uovo di Pasqua contenente un coniglietto Thun. Quel che è certo, è che la sorpresa più “pesante” viene reputata di maggior valore rispetto ad una dal peso trascurabile. E non solo: a dare indicazoni sul peso delle uova, e sulle sorprese corrispondenti, sarebbero nientemeno che i creator attivi sui social.

 

 

Se della sorpresa, invece, vi importa fino a un certo punto, potete ispirarvi ad altri spunti per personalizzare il vostro uovo di Pasqua: ad esempio, farcirlo con bon bon, praline, mandorle tritate e del delizioso cioccolato fuso come quelli che vedete nelle foto di questo articolo.

Foto di Estela Trintade TND Design via Unsplash

 

Gli scialli di Pavlovo-Posad, eccellenza artigianale e simbolo della Russia nel mondo

 

Come una ragazza russa nel gelo della Taiga siberiana: proteggersi dal freddo è un’arte che mixa funzionalità e stile. A risaltare è un accessorio iconico, lo scialle russo tradizionale di Pavlovo-Posad, in lana e ornato di vibranti stampe floreali. Le sue origini risalgono ad oltre due secoli orsono, quando lo si produceva artigianalmente a Pavlovo-Posad, una cittadina a 78 km da Mosca. Fu Ivan Labzin, un abitante del luogo, a fondare la fabbrica nel 1795; inizialmente avviò una produzione di scialli in seta di modeste proporzioni, ma un secolo dopo, nel 1860, la manifattura divenne azienda leader nel settore grazie a Yakov Labzin, nipote di Ivan, che alla produzione di scialli in seta affiancò quella degli ormai celebri scialli in lana decorati. Con la Rivoluzione d’Ottobre, l’impresa fu nazionalizzata e all’epoca della Seconda Guerra Mondiale si dedicò principalmente alla realizzazione dei tessuti per le divise dell’Armata Rossa. La partecipazione all’Esposizionale Universale di Parigi nel 1937 segnò un punto di svolta per la fabbrica, che si fece conoscere in tutto il mondo; all’Esposizione Mondiale di Bruxelles del 1958, gli scialli di Pavlovo-Posad ricevettero addirittura la Gran Medaglia d’Oro: da quel momento in poi, vennero inclusi nel patrimonio culturale russo divenendone un potente emblema identitario. Ma come sono fatti, esattamente, gli scialli Pavlovo? L’ispirazione attinge al folklore russo, alla sua arte e alla sua cultura. Il materiale che predomina è la lana, alternata alla seta e al misto cotone. Le dimensioni sono molto ampie, i colori vivaci; il loro “marchio di fabbrica” è costituito dalle elaborate stampe floreali, con disegni tuttora realizzati a mano (su sfondo prevalentemente scuro) prima che vengano impressi sul tessuto. Anche le frange sono applicate in modo manuale. Le tonalità e la ricchezza dei motivi ornamentali rappresentano le caratteristiche principali degli scialli di Pavlovo-Posad, un prodotto artigianale di alta qualità tramutatosi in un simbolo della Russia nel mondo.

N.B.: le immagini sono state reperite in una piattaforma foto e non rappresentano necessariamente gli scialli Pavlovo-Posad.

 

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Vino cotto e vincotto, due eccellenze natalizie e invernali della nostra penisola

 

Esiste il vin brulé, esiste il glögg scandinavo e…esiste il vino cotto. Ma che cos’è il vino cotto, di che si tratta esattamente?  I marchigiani come me lo conoscono bene: sto parlando di un vino liquoroso, dolce e ad alta gradazione alcolica. E’ una bevanda tipica delle province di Macerata e Ascoli Piceno, realizzata con il mosto di uve eterogenee che viene bollito e poi lasciato invecchiare. Il colore che lo caratterizza è assai suggestivo, tra il rosso granata, il bordeaux e l’amaranto. Il vino cotto è un vino versatile, da accompagnare sia al dolce che al salato: possiamo abbinarlo alla pasticceria secca, gustarlo insieme a dolci “caserecci” come il ciambellone e le frittelle di mele, oppure consumarlo con i formaggi stagionati e le caldarroste delle tradizione autunnale.

 

 

Le sue radici

Le origini del vino cotto sono da attribuire ai Piceni, un antico popolo stanziatosi nelle Marche dal IX secolo a.C. in poi. Nel 191 a.C., il commediografo romano Plauto lo citò in una sua opera decantandone le qualità: il vino cotto veniva degustato soprattutto durante i banchetti che accompagnavano le celebrazioni, e pare che fosse molto gradito da tutti i commensali. Nel 77 d.C. anche Plinio Il Vecchio parlò del vino cotto nell’ enciclopedia che porta la sua firma, la conosciutissima “Historia Naturalis”. Lo scrittore, filosofo e naturalista romano si concentrò prevalentemente sul metodo di preparazione della bevanda, sottolineando come ogni sua fase seguisse rigorosamente il calendario lunare. Durante il Medioevo si sperimentò una variante di questo vino: se bevuto caldo, oltre a favorire una piacevole ebbrezza aveva un’azione lenitiva sui malanni tipicamente invernali. Tra il XV e il XVI secolo, all’epoca del Rinascimento, persino i religiosi si convertirono al vino cotto, e pare che lo usassero nel corso della Santa Messa. Nelle Marche, principalmente nelle zone del maceratese e dell’ascolano, il vino cotto divenne una vera e propria tradizione, e così anche in Abruzzo. La sua ricetta veniva tramandata di padre in figlio, a riprova del fatto che fosse una delle bevande più note e apprezzate. La sagra di Loro Piceno, un paesino arroccato su una collina a pochi chilometri da Macerata, è tuttora dedicata, non a caso, proprio al vino cotto. Il regista e scrittore Mario Soldati, grande estimatore di vini, esaltò le virtù del vino cotto nel suo libro “Vino al vino”, descrivendone i riflessi color oro e l’anima genuinamente rustica.

 

 

Vino cotto o vincotto?

Attenzione: vino cotto e vincotto (detto anche mosto cotto) non sono la stessa cosa. Il vincotto, dolce più del miele, è un liquido denso come uno sciroppo ottenuto dal mosto d’uva lasciato cuocere per diverse ore, almeno dodici. Può essere aromatizzato con cannella, chiodi di garofano e bucce d’arancia e usato come condimento, o accompagnamento, delle pietanze dolci o salate: dai dolci alle carni e ai formaggi. Il vincotto, tipico di regioni quali la Calabria, la Puglia e la Basilicata, non è fermentato nè invecchiato ed è del tutto privo di alcol. Il vino cotto, al contrario, è mosto cotto che passa attraverso le procedure di fermentazione e invecchiamento; un processo spesso pluriennale che viene effettuato in botti di legno. In sostanza, il vino cotto è un autentico vino, il vincotto una sorta di sciroppo. Entrambi, comunque, sono altamente utilizzati durante il periodo natalizio.

 

 

Il vincotto e le sue proprietà terapeutiche

Nella rubrica dei proverbi del mese, parliamo sempre di cultura agreste. Bene: il vincotto, estremamente ricco di potenti antiossidanti come i polifenoli, era un rimedio contro la tosse molto usato, un tempo, nelle case di campagna. Al crepuscolo, il profumo delle spezie che galleggiavano in una pentola piena di bucce d’uva era caratteristico, una sorta di “marchio di fabbrica” dell’inverno. Il vincotto, considerato non tanto una medicina, quanto una carezza serale, si spalmava sul pane, si versava nel latte, si consumava insieme alle pietanze. E quel sapore dolcissimo, se non faceva bene alla tosse, faceva senz’altro bene all’anima.

 

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La frutta essiccata: delizia d’Inverno e must della tavola natalizia

 

La frutta essiccata, ovvero disidratata, è onnipresente sulla tavola natalizia: una tradizione antica, nata dall’atavica necessità di conservare la frutta durante i mesi freddi. La frutta sottoposta a disidratazione può essere consumata a fine pasto, abbinata a piatti ben precisi oppure gustata in dolci tipici delle feste quali il panpepato del Centro Italia, il panforte di Siena, il pandolce genovese, il buccellato siciliano e lo zelten del Trentino-Alto Adige. Ma non solo; la frutta essiccata, soprattutto le arance, viene spesso usata anche per decorare la casa o l’albero di Natale. Vediamo allora come si ottiene e quale frutta è possibile essiccare. Essiccare la frutta significa, innanzitutto, privarla di una buona parte dell’acqua che contiene; ciò viene effettuato tramite un processo di disidratazione che può essere naturale, lasciando cioè essiccare la frutta sotto il sole estivo, o meccanico, attraverso l’utilizzo di uno speciale essiccatore.

 

 

Che tipo di frutta viene disidratata, generalmente? Oltre alle arance, già menzionate, troviamo i datteri, l’uvetta, i fichi, le albicocche, le pere, le mele, le prugne, i kiwi e i cachi.

Le sue proprietà 

Ovviamente, le virtù della frutta essiccata non sono le stesse della frutta fresca. Le differenze derivano proprio dal processo di essiccazione, che determina grandi mutazioni rispetto alla distribuzione dei nutrienti. A subire le conseguenze di questo iter sono più che altro le vitamine, che ad alte temperature si deteriorano. Diversamente, i minerali, gli antiossidanti e le fibre beneficiano della disidratazione, raggiungendo una maggior concentrazione. Un’altra caratteristica della frutta essiccata è che contiene un elevato livello di zuccheri: fornisce dunque una notevole quantità di energia, ma anche un apporto calorico non indifferente. Tuttavia, è stato rilevato che nutrienti inorganici come i minerali risultano di gran lunga più numerosi nella frutta disidratata.

 

 

Prepararla o acquistarla già pronta?

Se scegliete il “fai da te”, sappiate che avete a disposizione due metodi: utilizzare l’essiccatore o essiccare la frutta al sole durante i mesi estivi. Naturalmente, anche la verdura può essere sottoposta a questo tipo di  procedimento. L’essiccatore migliore, in primis, non dovrebbe oltrepassare i 40 gradi per salvaguardare le proprietà della frutta o verdura in oggetto. Ma attenzione: il processo potrebbe durare, in media, fino a 15 o 20 ore.  Chi opta per l’essiccazione naturale, invece, dovrà effettuarla in piena estate: la frutta o la verdura, in fette sottilissime, verranno esposte su un tavolo sufficientemente ampio da interporre una certa distanza tra gli alimenti. Il tavolo, posizionato all’aperto, dovrà essere lambito dai raggi del sole e sfiorato dal vento. Un panno con cui coprire la frutta (o verdura che dir si voglia) sarà d’obbligo per proteggerla dall’umidità della notte. Questo procedimento ha una durata che potrebbe includere poche ore o una manciata di giorni. Va da sè che temperature elevate e accompagnate da un basso tasso di umidità si rivelano la condizione ideale per realizzare l’essiccatura perfetta. Il processo potrà dirsi concluso solo quando gli alimenti saranno totalmente disidratati; a quel punto, se si vuol conservare la frutta per le feste natalizie, basterà riporla in dei capienti barattoli di vetro.

 

 

Se non avete tempo o voglia di eseguire l’essiccazione “fai da te”, potete comodamente acquistare la frutta disidratata al supermercato, nei negozi bio o in determinati siti web. Puntate sulle confezioni prive di zucchero – la frutta essiccata ne è già ricca abbastanza – per porre un limite all’apporto di calorie.

 

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La crostata: storia e segni particolari di un dolce tipicamente italiano

 

Il mattino ha una fetta di crostata alle more in bocca.
(Fabrizio Caramagna)

 

E’ uno dei dolci autunnali per eccellenza: la crostata, un’antichissima torta italiana, potrebbe essere descritta come un delizioso connubio di pasta frolla e confettura (sostituita talvolta dalla crema, la cioccolata o la frutta fresca). La sua particolarità sono le strisce di pasta frolla che la guarniscono, rigorosamente intrecciate. A queste si aggiunge un bordo che circonda, o meglio “incornicia”, il dolce, dalla forma tonda anche se non mancano varianti rettangolari. In Italia, infatti, la tradizione vuole che esistano crostate diverse a seconda della regione di appartenenza. Nelle Marche, come pure nel Lazio, è molto diffusa la crostata di visciole. A Sermoneta, in prossimità di Latina, la crostata contiene cannella, ricotta e un liquore aromatico per dolci. In Veneto, tra Treviso e Belluno, la crostata si farcisce con la confettura di marroni, mentre una versione lombarda del dolce lo insaporisce con una manciata di tortelli cremaschi. Nel centro Italia e nell’Italia del Sud esiste una crostata, detta “alla romana”, con ricotta e uvetta. Tornando in  Veneto, è divenuta celebre una variante a base di amaretti, zucca e canditi. In Calabria, infine, la crostata è un tripudio di inebrianti sapori: combina la confettura di peperoncini con la marmellata di arance e le mandorle tritate. Il suo nome? Crostata del diavolo, e non poteva essere altrimenti.

 

 

Il nome e le origini

Ma come nasce il nome “crostata”? In latino, crustāta indicava sia la crosta, detta crusta, che il participio passato del verbo crustāre, letteralmente “incrostare”. Al termine “crostata” vero e proprio si arriva nel 1600, precisamente nel 1612: è questo l’anno in cui venne riportato nel Vocabolario degli Accademici della Crusca. Cinque anni dopo, nel 1617, Giacomo Pergamino lo incluse ne “Il memoriale della lingua italiana”. La crostata sancì in questo modo il suo ingresso ufficiale tra le tipologie di dolci.

 

 

Le radici antiche

Si ritiene che, all’epoca dell’antica Roma,  gli “obleidos” fossero gli antenati dell’attuale crostata. Gli obleidos erano un tipico cibo da strada: delle cialde preparate con miele, farina e pezzi di frutta che a loro volta discendevano dalle “obleias” dell’antica Grecia e da certi dolcetti egizi. Tuttavia, sembra che la crostata abbia radici persino più remote nel tempo. L’Accademia Barilla ha individuato le sue origini nella pastiera napoletana, datando la sua nascita nell’epoca paleocristiana (dagli inizi del Cristianesimo al VI secolo d.C.). La pastiera, infatti, viene considerata molto simile alla crostata in quanto consta di pasta frolla farcita. Nell’alto Medioevo, la crostata era il dolce presente durante i banchetti: tra i suoi ingredienti annoverava le spezie, il miele, il formaggio e una manciata di canditi. Con il passar dei secoli, il gusto della crostata divenne sempre più dolce. Bartolomeo Scappi, un noto cuoco italiano vissuto nel XVI secolo, la inserì in molteplici ricette del suo libro “Opera dell’arte del cucinare”, pubblicato nel 1570. Non si limitò, però, a quelle che esaltano la dolcezza di questa torta, e incluse anche svariate ricette di crostate salate. Tra le crostate dolci predominano le ricette di crostate alla frutta, in particolare mele cotogne e amarene. Piuttosto sorprendenti, invece, risultano le crostate salate, che si avvalgono di ingredienti come funghi, formaggio e carne di maiale. Oggi non riusciremmo proprio a definirle “crostate”: si avvicinano più alle tipiche torte salate della cucina inglese.

 

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I dolci italiani della vendemmia: 5 tipicità regionali

 

Dopo la schiacciata con l’uva (rileggi qui l’articolo che MyVALIUM le ha dedicato), è il momento di conoscere gli altri dolci tradizionali della vendemmia italiana. Ogni regione, ogni area della nostra penisola ha il suo: si tratta di dolci “poveri” ma buoni, rigorosamente preparati con i chicchi d’uva e il mosto di Settembre. Come la schiacciata d’uva, venivano (o vengono tuttora) consumati durante le sagre autunnali, e le loro radici affondano nella cultura agreste. Passiamoli in rassegna uno per uno.

 

Il pane, le ciambelle e i biscotti di mosto

 

Sono tipici del centro Italia, in particolare delle Marche e del Lazio. L’impasto si prepara con il mosto fresco; il prodotto finale risulta soffice, voluminoso e dolcemente aromatico. Il biscotto di mosto, in realtà, del biscotto non ha nulla: è una brioche in pasta di pane dalla caratteristica forma a treccia. Ciò che rende inconfondibili questi dolci è il sapore di semi di anice con cui vengono arricchiti.

 

Il sugolo

 

Originario di regioni quali l‘Emilia Romagna e la Lombardia, il sugolo è una specie di budino che tra i suoi ingredienti, un tempo, annoverava solo mosto e farina. Oggi è molto più zuccherato, ma ugualmente delizioso. Viene servito caldo, dopo una cottura che segue alla pigiatura. Nel 2021, il sugolo ha ottenuto la certificazione De.Co. (Denominazione Comunale di Origine) dal Comune di Gonzaga.

 

La torta Bertolina

 

Proviene dal cremasco, e pare che abbia origini ottocentesche: viene guarnita infatti con l’uva fragola, che proprio in quel periodo fu importata dall’America. A Crema esiste addirittura una sagra che ha preso il suo nome, la Sagra della Bertolina, dove ogni anno, nel mese di Settembre, è possibile degustare la torta. Questo dolce della vendemmia, inoltre, è stato riconosciuto come P.A.T., Prodotto Agroalimentare Tradizionale Italiano.

 

La sapa

 

E’ uno sciroppo d’uva caratteristico dell’area che comprende l’Emilia Romagna, le Marche, l’Umbria, l’Abruzzo, la Sicilia, la Calabria e la Sardegna. Il mosto viene cotto a fuoco lento affinchè consegua una consistenza estremamente densa, dopodichè, dato il suo sapore zuccherino, è comune utilizzarlo come dolcificante. La sapa, dal colore molto scuro, si versa sulle torte e sui biscotti, ma accompagna anche piatti quali la polenta o lo gnocco fritto, oppure si spalma sui formaggi.

 

La mostarda d’uva

 

In Piemonte, sua terra d’origine, viene chiamata comunemente Cugnà, ed ha radici antichissime. Si preparava nei giorni della vendemmia perchè il mosto non andasse sprecato. Al mosto d’uva, rigorosamente cotto, veniva aggiunto un tripudio di spezie e di frutta fresca: noci, nocciole, fichi secchi, mele cotogne, mele, pere, arance, zucche, scorza d’arancia…Ne risultava una sorta di marmellata dalla consistenza densa e dall’aroma a metà tra il dolce e lo speziato. Oggi, la mostarda d’uva è considerata uno storico prodotto del Monferrato. Può essere spalmata sia sul pane o sui biscotti che sulla carne o sui formaggi stagionati: manterrà intatta la sua delizia.

Foto

Torta Bertolina di Cremasco, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0>, via Wikimedia Commons

Sapa di Saba san giacomo.JPG, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0>, via Wikimedia Commons