Il Duo Bellavista-Soglia: musica, eclettismo e contaminazione fusi in una sofisticata alchimia

Il Duo Bellavista-Soglia

Raffaello Bellavista e Michele Soglia emanano eleganza: un’eleganza quasi d’altri tempi, del tutto priva di affettazione ma intrisa di garbo sia nei modi, che nei gesti. Si direbbe che la musica, a cui si sono dedicati sin dall’ età più tenera, abbia impresso nel loro DNA uno chic naturale. D’altronde, persino Herman Hesse parlava della seconda arte definendola un’“armonia tra Cielo e Terra”, e quest’ armonia Raffaello e Michele l’hanno mixata a talento ed eclettismo ad ampie dosi. Giovani (classe 1989 Michele, classe 1992 Raffaello), motivati, preparatissimi, vantano una solida formazione accademica e si sono esibiti in svariati teatri italiani. Nel 2017 hanno unito passioni e competenze per formare il Duo Bellavista-Soglia, ensemble cameristico che coniuga marimba, pianoforte e sonorità baritonali. Nonostante il successo riscosso, tuttavia, il Duo non rinuncia al grande amore che persegue in parallelo con la musica: la contaminazione dei linguaggi artistici.

Raffaello e Michele, vorrei che foste voi stessi a presentarvi ai lettori di VALIUM…Come vi “raccontereste”?

In poche parole: siamo due musicisti solisti che si incontrano non solo sul piano musicale, ma anche, potremmo dire, metafisico: nell’ esecuzione ed interpretazione dei compositi fraseggi musicali che affrontiamo quasi quotidianamente le parole sono depauperate di senso, non servono, prevale l’empatia! Entrambi abbiamo particolarità e attitudini diverse: Raffaello è un ottimo cantante lirico nel registro baritonale, ma nel contempo è considerato uno dei pianisti più eclettici e interessanti nel panorama italiano. Michele, oltre a vantare una grande esperienza orchestrale come percussionista e marimbista solista, si trasforma, come novello Jekyll and Hyde, in uno dei batteristi di Extreme Metal più apprezzati tra gli appassionati.

 

Raffaello Bellavista

Il vostro amore per la musica risale all’ infanzia. Com’è nata questa passione?

Raffaello: La mia passione per la musica è stata fortemente influenzata dai miei genitori, in quanto mia madre era una cantante lirica (anche se in seguito si è dedicata all’insegnamento). Mio padre è sempre stato un grande appassionato di musica colta, ma aperto a tutte le contaminazioni: non a caso, ha animato la vita notturna romagnola per un decennio. Questo ambiente estetizzante, insieme a una mia personale inclinazione, ha fatto sì che io abbia scelto di intraprendere sin dai primi anni scolastici un percorso di studi accademici.

Michele: Essendo figlio d’arte – mio padre è Renato Soglia, che oltre ad aver suonato come trombettista in RAI ha scritto e revisionato svariati libri di musica – sono stato anch’ io influenzato dalla mia famiglia, anche se sin da bambino avevo dimostrato un interesse particolare per il mondo delle percussioni e della batteria: gli strumenti sui quali ho incentrato i miei studi accademici.

Com’è nato il Duo Bellavista-Soglia, e a quale repertorio attinge?

Entrambi viviamo all’ interno del Parco della Vena del Gesso Romagnola (il gesso è conosciuto anche come “pietra di luna”, in quanto riflette la luce lunare): Raffaello a Brisighella, noto borgo medievale, e Michele a Casola Valsenio, il paese delle erbe officinali e dei frutti dimenticati. Prima di incontrarci avevamo spesso sentito parlare l’uno dell’altro, in quanto siamo sempre stati molto attivi sulla scena musicale romagnola. Poi qualche anno fa, in occasione di un evento a Rimini, è capitata l’occasione di suonare insieme e…Non abbiamo più smesso. Il Duo nasce come progetto di tesi e antitesi di due strumenti che inizialmente possono sembrare poco affini, ma ad un ascolto attento si fondono creando armonie fortemente evocative. Abbiamo in repertorio arrangiamenti di celebri arie d’opera scritti da noi, dove la marimba prende la parte dell’orchestra e Raffaello canta la parte originale del baritono. Oppure, grandi componimenti classici dove avviene l’opposto: l’orchestra è sostituita dal pianoforte e la marimba o il vibrafono sostengono la parte solistica. Altre partiture sono di artisti contemporanei molto eclettici, che spaziano dalla musica minimale al jazz o alle colonne sonore.

 

Michele Soglia

Avete un immaginario ispirativo ben preciso a cui fate riferimento?

Non esistendo una formazione con caratteristiche simili alla nostra, dobbiamo far riferimento a noi stessi ed impegnarci per far sì che le nostre forze diano forma alle armonie immaginate, che sono sempre proiezioni utopiche verso cui tendere. Logicamente i grandi protagonisti del passato, della musica colta, sono per noi pietre miliari con le quali confrontarci in ogni istante.

Al Festival nella Cava Marana di Brisighella – che vi vedrà protagonisti e di cui Raffaello sarà direttore artistico – intreccerete la vostra musica a discipline come la poesia e le arti figurative. Che significato ha, per voi, il concetto di “contaminazione”?

Il Festival dell’Antro della Pietra di Luna, alla sua prima edizione, si svolgerà il 18 e il 25 agosto e il 2 e il 7 settembre e vedrà, all’interno di un luogo estremamente suggestivo (si tratta di una profonda cavità scavata in una formazione gessosa, definita selenite o pietra di luna), un connubio di arti: musica, arti figurative, poesia, drammaturgia, storia e scienza. L’intento è quello di creare serate itineranti in cui, partendo da diversi linguaggi artistici, si possa tendere verso un’ideale sintesi. Raffaello, in quanto membro del comitato scientifico della Fondazione I Naldi-Gli Spada (che concentra i propri studi su personaggi che hanno condizionato il corso della storia), si è impegnato per ottenere il patrocinio del Parco Regionale della Vena del Gesso Romagnola: in questo modo si sono unite due realtà molto importanti per la valorizzazione del territorio. Per noi la contaminazione è alla base di tutte le espressioni artistiche che spesso offrono una sintesi in senso hegeliano di percorsi diversi, un incontro tra diverse realtà. Inoltre, l’unione tra concerto, aspetti conviviali e una tipologia di pubblico attento fa sì che gli eventi organizzati dal Duo Bellavista-Soglia siano non solo esclusivi, ma evocativi di forme di intrattenimento culturale appartenenti a un’epoca diversa.

 

Il concerto di Raffaello e Michele nell’ Arena delle Balle di Paglia di Cotignola

 

Mi ha molto colpito il racconto del Principe Maurice riguardo a una vostra esibizione nell’ Arena delle Balle di Paglia di Cotignola. Che ci dite di quell’ alba magica?

Innanzitutto ringraziamo il Principe Maurice per aver accolto il nostro invito al concerto dell’Arena delle Balle di Paglia, e per averne parlato in una sua intervista. L’evento all’Arena è stato veramente entusiasmante: nonostante fossero le 5.45 del mattino, c’è stata una notevole affluenza di pubblico. L’accoglienza è stata, inoltre, delle migliori.

A Riccione, in occasione dei trentennale del Cocoricò, avete affiancato proprio il Principe Maurice in un’inedita performance.  Come si conciliano musica techno e Mozart?

Il Principe Maurice ci ha subito affascinato per la versatilità della sua personalità e per le sue conoscenze trasversali sempre molto approfondite, aspetti che gli permettono di muoversi e di passare con estrema naturalezza nelle interpretazioni, direi teatrali, dei personaggi più disparati. Tornando alla tua domanda, bisogna ricordare innanzitutto che le composizioni di Mozart e di altri autori dell’epoca venivano fruite dal pubblico in un modo meno “ingessato” rispetto alla situazione odierna. Basti pensare alla produzione operistica mozartiana, che pur celando profondi significati era estremamente immediata e in grado di coinvolgere l’emotività del pubblico. E’ ovvio che tra Mozart e la tech house la distanza è abissale, però se analizziamo le basi di quest’ ultima ritroviamo forti riferimenti alla musica classica minimale contemporanea: la reiterazione della ritmica e del fraseggio musicale, le sonorità sospese e allusive tipiche del pop progressive (Genesis, Jethro Tull…), che a sua volta aveva attinto a piene mani dal repertorio colto. Pur rimanendo generi diversi, quindi, ad un ascolto attento è possibile scorgere delle affinità ben note ai compositori.

 

Michele e Raffaello insieme al Principe Maurice

Michele milita nella band di black symphonic metal Mourn in Silence, Raffaello è sempre più coinvolto nella sua attività di baritono: qual è il valore aggiunto dell’eclettismo?

Raffaello: Mi hanno sempre affascinato il pianoforte e il canto lirico, che ritengo possano rappresentare differenti sfaccettature della mia persona. Il confine tra queste mie attività professionali è in realtà impalpabile, in quanto ci sono moltissimi elementi di affinità e comunanza nello studio, nella ricerca e nella pratica dei due filoni artistici. Mozart è infatti un mio punto di riferimento, poiché ha scritto svariate opere connesse simbolicamente e musicalmente, tanto che nella produzione sinfonica-strumentale possiamo ritrovare gli stilemi delle composizioni operistiche. Non dimentichiamo che nell’ età mozartiana la fruizione delle serate di musica classica era completamente diversa da quella odierna, in quanto orientata alla spettacolarizzazione dell’evento con connotati quasi ludici.

Michele: Grazie all’esperienza in orchestra mi sento molto legato al repertorio classico, ma essendo la marimba uno strumento più moderno rispetto ad altri ed essendo io un solista delle percussioni, studio spesso autori contemporanei che si inseriscono comunque nell’ambito della musica colta. Con i Mourn in Silence suono la batteria, trovando interessante e di alto spessore il connubio tra la parte orchestrale dei brani e l’irruenza delle chitarre unita all’apporto della tastiera, con l’impeto del basso elettrico e il “drumming” estremo che caratterizza questo genere.

Raffaello e Michele: Proprio l’incontro tra due musicisti eclettici come noi rende possibile ed efficace la comunicazione del discorso musicale, che si svela al pubblico in modo immediato. L’interesse per musiche e generi diversi rende il nostro Duo caratteristico, ma anche versatile, mantenendo sempre un profilo altamente professionale.

 

 

Una domanda “curiosa”: che genere di musica ascoltate e quali sono i musicisti che amate di più?

Raffaello: I miei gusti musicali sono multiformi e influenzati dalle emozioni che provo in un determinato momento, sensazioni che a loro volta sono il riflesso del flusso armonico circostante: la stessa suggestione che proviamo di fronte a un’opera di Escher. Personalmente ascolto musica colta, per la funzione catartica e rilassante che svolge, ma sono anche affascinato dalla carica, oserei dire, fortemente sensuale che la tech house, la minimal deep e il chill out sono in grado di trasmettere.

Michele: Io ascolto quasi tutto, cerco di trovare ispirazione da tutta la musica. Logicamente, però, mantengo i punti cardine della musica che propongo: classica e symphonic metal. Ovviamente il repertorio moderno che riguarda la marimba è uno dei miei preferiti. Il connubio di tutti i generi musicali che ascolto è un incentivo per rendere la mia performance sempre migliore durante i concerti.

 

 

Cosa vi aspettate dal futuro? Potreste anticiparci qualche vostro progetto imminente?

Per il futuro ci auspichiamo di crescere d’importanza, arrivando a calcare palcoscenici e teatri nazionali ed internazionali. Inoltre, stiamo già sperimentando l’organizzazione di spettacoli esclusivi che prevedono forti contaminazioni tra generi musicali e tra le molteplici espressioni artistiche, sempre caratterizzati da una linea armonica e sofisticata ma senza tralasciare i  momenti conviviali: il Festival all’interno dell’Antro della Pietra di Luna ne è un esempio. Sono in cantiere anche eventi che prevedono il Principe come Special Guest, ma ci teniamo a lasciarvi sulle spine! Ne approfittiamo per estendere a te e ai lettori di VALIUM l’invito per i prossimi spettacoli che ci vedranno protagonisti: il 18 e il 25 agosto nell’Antro della Pietra di Luna a Brisighella, il 26 agosto sulla terrazza della Basilica di San Marino (alle 6 del mattino), il 6 settembre a Firenze dove saremo in cartellone con il quartetto del Maggio Fiorentino e Fabrizio Bosso.

 

La locandina del Festival “Suoni e Parole – Un simposio informale tra le Pietre di Luna” di Brisighella

 

Per aggiornamenti e info sui concerti potete consultare la pagina Facebook del Duo

 

Photo courtesy of Duo Bellavista-Soglia

 

Francesco Liccari, un menestrello folk rock del nuovo millennio

(Photo by Eiros)

Voce, chitarra, testi rigorosamente in lingua inglese: un connubio non comune, nel 2017. Almeno, non nel panorama musicale italiano. Fa più pensare a un “bel tempo che fu” di matrice internazionale. A un sound che, nato come simbolo di un’ epoca, è poi divenuto immortale. Bob Dylan, Woody Guthrie, Jackson Browne, Leonard Cohen, Simon & Garfunkel, Neil Young, Crosby, Stills & Nash, sono i primi nomi che vengono in mente – e di certo, solo alcuni – quando si pensa alla stagione d’oro del folk rock  americano: “menestrelli” in bilico tra protesta e melodie intimistiche. E’ a tutti loro, ma non solo, che si ispira Francesco Liccari, cantautore triestino con 2 EP al suo attivo. Classe 1990, un background di studi di chitarra classica e moderna, si esibisce per la prima volta live come solista nel 2011 e tre anni dopo esce il suo primo lavoro, “Memories of Forgotten Seasons”, pubblicato da Farace Records. Francesco canta in inglese, accompagnandosi esclusivamente con la chitarra; Enrico Casasola lo affianca al basso dal 2016. E sempre un anno fa, a dicembre, esce il suo secondo EP “Raw Notes”: ballate di volta in volta malinconiche, sognanti o cadenzate a cui fanno da leitmotiv testi anglofoni che, oltre a veicolare la poetica di Liccari, favoriscono una massiccia diffusione dei suoi brani nelle radio inglesi, canadesi e statunitensi. Gli ultimi impegni di Francesco lo vedono alle prese con la pubblicazione dei video di quattro canzoni tratte da “Raw Notes” e con svariate performance dal vivo. Ho ancora in testa l’ ipnotico accordo di chitarra di “Long Winter”, quando lo incontro per questa intervista.

Parlami di te e della tua vita. A quando risale il tuo primo incontro con la musica?

Sono nato e cresciuto a Trieste, una città di confine, dove si incontrano tante culture in un piccolo territorio. Il mio primo incontro con la musica è avvenuto qui, per caso. Mio fratello aveva ricevuto in regalo una chitarra e io di nascosto ogni tanto cercavo di suonarla. I miei genitori mi sorpresero mentre stavo torturando quel povero strumento e mi chiesero se volessi prendere lezioni di chitarra. Risposi di sì. Accadeva 18 anni fa. Così ho cominciato a studiare chitarra classica, per poi dedicarmi alla chitarra moderna sotto la guida del maestro Andrea Massaria, ora docente di chitarra jazz al conservatorio di Venezia. Lo studio dello strumento, insieme all’ascolto di numerosi cantautori sia italiani che stranieri, mi ha fatto sentire la necessità di esprimermi con lo stesso linguaggio. Così ho incominciato per gioco a scrivere i primi testi ed anche le prime canzoni.

 

(Photo by Eiros)

Hai iniziato a scrivere testi dopo un approccio iniziale alla chitarra: perché la scelta di esprimerti in inglese?

Non credo ci sia un perché. Inizialmente scrivevo sia in italiano che in inglese ma poi mi sono trovato a musicare meglio i testi in inglese, sentendomi meno vincolato nella scelta delle parole rispetto all’italiano. Quando scrivo nella mia lingua, tendo ad esprimermi come penso o come parlo, con il risultato che le parole finiscono per riversarsi sulla pagina in un flusso disordinato di idee. Mentre trovandomi a scrivere in un’altra lingua, che pur conosco molto bene, riesco a pesare meglio le parole, a risparmiarne. Il significato più importante spesso sta in ciò che non viene detto ma solamente suggerito vagamente.

Hai solo 27 anni, ma le tue struggenti ballate per chitarra e voce ricordano quelle dei celebri “menestrelli” che, a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, fecero furore. Chi sono i tuoi modelli di riferimento?

I miei modelli di riferimento sono numerosi. Da David Bowie a Bob Dylan, passando per Lou Reed, Neil Young, Cat Stevens, Donovan, Woody Guthrie, Leonard Cohen, Simon & Garfunkel, Fabrizio De André, Francesco Guccini, Edoardo Bennato, Angelo Branduardi e probabilmente ce ne sono altri che ora mi sfuggono. Se poi parliamo di ascolti e influenze, la lista è infinita: dalle canzoni semplici ed efficaci del punk alla Ramones, alle canzoni rock psichedeliche dei Pink Floyd o dei Velvet Underground, fino alle sperimentazioni più recenti di gruppi quali i Radiohead. Per quanto riguarda i musicisti che hanno alimentato la mia ispirazione, credo ne vadano citati principalmente tre: David Bowie per aver suonato una serie di generi molto differenti, riuscendo a far emergere il proprio enorme talento in qualsiasi cosa sperimentasse; Bob Dylan che, con la poesia delle sue parole, mi ha fatto capire che una bella voce e una grande tecnica chitarristica non sono gli unici elementi necessari per comunicare attraverso la musica; il terzo, scollegato dai due precedenti, è Philip Glass che, tra minimalismo e post minimalismo, sia con le sue composizioni sperimentali che con le colonne sonore per il cinema, è sempre riuscito a emozionarmi. Di certo, quando scrivo musica, penso a tutte quelle sensazioni che riesce a trasmettermi.

 

(Photo by Marco Potok)

A quali temi attingi maggiormente?

Ai temi che occupano più spesso la mia mente: i ricordi, lo scorrere del tempo, l’amore e più in generale i rapporti umani a cui si aggiungono altre tematiche quali la solitudine, l’ansia, il disagio e tutti i mali di vivere dell’artista. A volte, nei miei testi, questi temi vengono mischiati con un po’ di mitologia, esoterismo e simbolismo, tutti argomenti che mi hanno sempre affascinato.

I tuoi testi, appunto: a prima vista sembrano tristi e rassegnati, ma grazie agli accordi di chitarra prendono vita e si fanno incredibilmente intensi. Come nascono le tue canzoni?

Questa è una domanda che mi viene posta spesso e non sono ancora capace di dare una risposta del tutto soddisfacente. Spesso il mio processo creativo prende vita da una storia o da un’immagine che mi viene in mente oppure da una sensazione forte che provo. Poi incomincio a scrivere o a suonarci sopra e quando sento che ciò che ho composto (sia esso testo o musica) riesce a rappresentare la bozza mentale che mi sono fatto in precedenza, allora mi fermo. Lascio tutto lì a decantare per un po’ e solo successivamente ci rimetto mano, cominciando a sistemare le parole o le note in modo che possano dare il loro meglio. Mi è sempre stato detto di dar sfogo all’irrazionale, perché il resto lo sistemerà il razionale ed è proprio questo quello che faccio.

 

(Photo by Eiros)

Come definiresti il tuo sound? Detesti le etichette o c’è un filone preciso nel quale ami rientrare?

Il mio sound è senz’altro molto personale. Non amo rientrare in un unico genere ma, per dare un’idea di ciò che faccio, spesso mi definisco folk rock. In realtà tale etichetta non mi soddisfa pienamente, ma aiuta chi si avvicina per la prima volta alla mia musica ad inquadrarmi e quindi a sapere, almeno in parte, cosa aspettarsi. Tuttavia, nei miei pezzi ci sono diverse contaminazioni, tanto che a volte mi domando cosa accadrebbe se mai qualcuno dovesse scrivere un giorno la mia pagina Wikipedia. Mi viene da sorridere all’idea di cosa potrebbe apparire alla sezione genere. Probabilmente una lista piuttosto variegata e all’apparenza incongruente, come nel caso di Leonard Cohen. Spinto dalla curiosità, ho appena consultato la sua pagina,  dove si legge: Pop, Jazz, Musica etnica, Musica tradizionale, Folk rock, Soft rock. Se non conoscessi le sue canzoni, leggendo questo elenco, non saprei proprio cosa aspettarmi. Certo saprei che non si tratta di musica rap, ma avrei le idee piuttosto confuse.

Tra chi, come te, trovò nella chitarra il suo strumento d’elezione rientra anche un nome femminile DOC, quello di Joni Mitchell. Cosa pensi di lei e della sua musica?

Apprezzo il suo percorso di ricerca e esplorazione, la sua voglia di avvicinarsi a generi diversi, dal folk al jazz alla world music, restando sempre fedele a se stessa nel raccontarsi attraverso la sua musica.

 

Francesco e Enrico Casasola alla Festa della Musica di Torino (courtesy of Francesco Liccari)

I Millennials sembrano presi in un vortice di sonorità immediatamente fruibili, non di rado ballabili e perlopiù techno. Qual è il target di un menestrello del 2017?

Il target di un menestrello è sempre lo stesso: l’ascoltatore. Probabilmente negli anni ’60 ai giovani veniva fatto il lavaggio del cervello con il folk rock che allora vendeva come vende ora la musica Reggaeton latina. Certo si trattava di un fenomeno diverso, ma anche i tempi lo erano. In quegli anni la musica aveva anche una portata sociale non indifferente, mentre l’impressione è che oggi si ricerchino piuttosto brani di puro intrattenimento. Inoltre, un tempo la musica era meno fruibile. Come hai detto tu, oggi abbiamo il vantaggio di avere tutto a portata di mano, ma allo stesso tempo siamo sommersi dai contenuti e non è sempre facile districarsi nel labirinto dell’offerta. Ciò porta paradossalmente ad avere più scelta, ma ad orientarsi, se vogliamo, su quella più ovvia. Per fortuna nella massa ci sono un sacco di persone che non si accontentano di ascoltare la musica che passa nel centro commerciale o in bar. Per rispondere alla tua domanda, quello di cui ha bisogno un menestrello del 2017 è poter raggiungere il suo pubblico, ovunque esso sia. E qui ci ricolleghiamo al perché i miei testi sono in inglese, magari non è il linguaggio più chiaro con cui parlare ad un italiano, ma nella società globale di cui siamo parte è la lingua universale che mi permette di avvicinarmi ad ascoltatori di tutte le nazionalità e di raggiungere lo scopo principale della musica: la condivisione.

Pensi che in un prossimo futuro avremo la chance di ascoltarti cantare anche in italiano?

Certamente! Non saprei dirti quando ma sto già lavorando a qualche canzone in italiano, ci vorrà il suo tempo ma prima o poi capiterà. Con questo non intendo dire che abbandonerò l’inglese ma semplicemente che non escludo di esprimermi con la musica anche in italiano in un futuro prossimo.

 

(Photo by Stefano Bubbi)

Che puoi anticiparmi, sui tuoi nuovi progetti?

Non molto, è tutto ancora top secret. Diciamo che vorrei uscire con uno nuovo EP nel 2018, che si incentrerà sul tema dell’amore. L’amore che troviamo nella tragedia, l’amore che troviamo nelle favole e l’amore che abbiamo attorno a noi tutti i giorni. Sembra il momento giusto, visto che non si fa altro che parlare di odio ultimamente. Diciamo poi che ho anche già pronto molto altro materiale, che vorrei racchiudere all’interno del mio primo album ma è ancora un po’ presto per quello. Per aggiornamenti sulle novità trovi tutto sul mio sito internet https://francescoliccari.it/ o sulla mia pagina Facebook o Twitter, puoi pure iscriverti alla newsletter per essere sempre tra i primi a sapere le cose! Colgo anche l’occasione di ringraziarti per l’intervista, è stato un piacere fare quattro chiacchiere con te e spero ci sia di nuovo occasione per un’altra chiacchierata nel futuro, magari a proposito delle canzoni in italiano…

 

Erdem x H&M: il fascino segreto dei fiori

(Photo by Michal Pudelka)

La nuova designer collaboration di H & M vede protagonista Erdem Morialoglu ed è un’ esplosione di fiori. Ricordi, suggestioni, preziosismi danno vita a una collezione all’ insegna della bellezza pura: creandola, Erdem ha reinterpretato la sua estetica mixando ispirazioni provenienti dal cinema, dalla musica e dalla campagna inglese a una squisita sartorialità d’antan. Accenti rétro evidenziano silhouette iperfemminili esaltate dai pizzi e dai pattern floral, colori scuri fanno da sfondo alle nuance vivaci di una Primavera che ha nel fiore il suo clou. Non è un caso che sia proprio “The Secret Life of Flowers” l’ evocativo titolo del corto attraverso cui Baz Luhrmann racconta la collezione: ambientato in una villa di campagna dagli interni magicamente in fiore, la trama combina mistero e amore concentrandosi su un etereo “ménage à trois” che nasce e si sviluppa sulle note di “Hypnotized” degli Years & Years. Il regista di film come “Moulin Rouge”, “Romeo + Giulietta” e “Il Grande Gatsby” non smentisce il suo talento visionario e dirige un corto intriso di passione, verve drammatica e vivacità interpretato da un cast di modelli e attori in cui spiccano i protagonisti Tom Rhys Harries, Ruby Dagnall, Hero Fiennes Tiffin e l’ astro British della recitazione Harriet Walter. In pochi minuti, Luhrmann traduce mirabilmente il mood che anima le creazioni di Erdem per H & M. Un’ atmosfera onirica ci introduce in un mondo dell’ eterna Primavera: è proprio lì, nell’ incantata ed incantevole dimora abitata da Harriet Walter e dai suoi giovani ospiti, che l’ amore sboccia nel bel mezzo di un banchettare festoso e si impregna di attrazione. Tra flash di gruppo improvvisati, danze travolgenti e brividi di gelosia repentina prende vita, scena dopo scena, una storia che gli abiti della capsule Erdem x H & M contribuiscono a narrare coniugando romanticismo e contemporaneità. Ma la collaborazione con il colosso svedese del “fast fashion” coincide, per Erdem Morialoglu, con un importante debutto: il designer trapiantato a Londra lancia infatti la sua prima collezione uomo. E ribadisce il mood rétro in una serie di suit e cappotti ispirati alla ricercatezza delle mise che era solito sfoggiare suo padre.

Per vedere il corto “The Secret Life of Flowers” di Baz Luhrmann, cliccca qui

Contagiata dal fascino della capsule di womenswear Erdem x H&M, ho selezionato 5 look ad hoc per la stagione fredda più relativi accessori.

LOOK 1 – La giacca fiorita in jacquard su sfondo black si abbina alla full skirt o, alternativamente, ai pantaloni con pattern identico

 

 

Texture pelle di rettile e punta affilata per le pumps con applicazioni floral argentate

LOOK 2 – Pizzo, bordature plissé e nastri impreziosiscono l’ abito svasato in total black

LOOK 3 – Un romantico fiocco nero accentua la femminilità del cappotto animalier

Il motivo del fiocco ritorna negli orecchini pendenti con perle e strass

LOOK 4 – E’ un tripudio plissettato l’ abitino in floral print

LOOK 5 – Ancora fiori all over per il prezioso cappotto stretto in vita da una cintura nera in gros grain

All’ insegna dello chic la borsa che mixa texture pelle di rettile ed applicazioni gioiello. Si porta sia nella versione a tracolla che con manici

 

Fenty Beauty by Rihanna, la nuova frontiera della bellezza multietnica

 

Fenty Beauty by Rihanna è finalmente arrivata! Riri lancia una linea make up che è un vero e proprio manifesto a favore di tutte le donne del mondo. Ed è lei stessa a spiegare l’ intento con cui nasce. “Fenty Beauty è stata creata per donne con qualsiasi sfumatura di pelle, personalità, attitude, di ogni cultura e razza. Volevo che ognuna si sentisse inclusa. “,  dichiara. Basta guardare il video della ad campaign, d’altronde, per rendersene conto: scena dopo scena, la “Fenty Face” viene esibita da un cast multietnico che non esita a tramutare le piccole imperfezioni – come il diastema dentale – in un “trademark” inconfondibile. Un concetto che ci può stare eccome, se pensiamo che il beauty brand di Rihanna è un’ ode all’ unicità, alla diversità, all’ inclusione nel contesto di una società multiculturale a tutti gli effetti. Negli USA, dove il 35% delle donne è di colore, la scarsità di un make up ad hoc rientra tra i problemi più sentiti. Difficile trovare prodotti adatti a qualsiasi carnagione, soprattutto a quelle più scure. Riri ha ovviato a questo gap dando vita ad una linea che mette in primo piano la pelle e include gradazioni destinate ad ogni tipo di incarnato, ma non solo: le “nuance universali” di Fenty Beauty sono sorte come denominatore cromatico unico e “trasversale” per le epidermidi di tutte le etnie.   Icona della musica oltre che di stile, Robyn Rihanna Fenty ha sempre concepito il make up come uno strumento per esprimere se stessa, ma anche come sperimentazione pura. ” Il make up è un divertimento”, dice, “Non dovrebbe mai essere sentito come una pressione. Non dovrebbe mai essere sentito come un’ uniforme. Sentitevi libere di rischiare, di osare qualcosa di nuovo e di diverso”. E lei, audace per natura, l’ 8 Settembre scorso ha inaugurato nel mega store Sephora di Manhattan una linea beauty attesissima e già iper acclamata. In un packaging minimal, di forma esagonale e in un raffinato color cipria, sono racchiusi prodotti al 100% cruelty free e dalla formula leggerissima che favorisce gli accostamenti inediti e le sovrapposizioni. Tra i punti di forza, il fondotinta declinato in ben 40 sfumature: un dato che basterebbe già da solo a scatenare ovazioni. Diamo un’ occhiata insieme a Fenty Beauty.

Si inizia con un primer, Pro Filt’r Instant Retouch Primer, che leviga e opacizza la pelle in modo ottimale. La texture oil free lo accomuna al Pro Filt’r Soft Matte Longwear Foundation, un fondotinta in 40 gradazioni matte che garantisce una coprenza medio-alta e una lunga tenuta: è senza dubbio un vero must, anche perchè la sua formula termoregolabile lo rende resistente all’ umidità e al sudore. Match Stix Matte Skinstick è invece un maxi stick ideale per il contouring e per correggere le imperfezioni. Disponibile in 20 nuance, può essere utillizzato per creare un “effetto chiaroscuro” estremamente naturale o in combinazione con Match Stix Shimmer Skinstick, la sua versione luminosa. Oltre che come illuminante, Match Stick Shimmer Skinstick  è lo strumento perfetto per esaltare il volto con profusi tocchi di colore. E’ declinato in 10 sfumature “universali” ed il suo atout è la texture cremosa-cipriata.

Match Stick Customizable Trio

Il termine “Customizable” dice tutto: i Match Stick Customizable Trio, un’ esclusiva di Fenty Beauty, includono tre stick viso suddivisi in quattro differenti set colore oppure personalizzabili. E’ possibile infatti comporre un kit con colori a scelta ed alternare l’ effetto matte a quello shimmer. Cattura la luce ad ampie dosi Killawatt Freestyle Highlighter, l’ illuminante per eccellenza della linea. In polvere compatta, accende bagliori ovunque lo si voglia e la troviamo in sei varianti tra mono e bicolore.

Killawatt in Trophy Wife

Per completare il make up viso, una spolverata di Invisimatte Botting Powder è d’obbligo. Si tratta di una cipria trasparente e opacizzante che oltre ad assorbire l’oleosità in eccesso garantisce una tenuta non stop. Il lip gloss Gloss Bomb Universal Lip Luminizer, fedele al look naturale della linea, viene proposto in una nuance universale unica color rosa bronzo: profumato di vaniglia e pesca, coniuga le proprietà idratanti del burro di Jojoba ad una lucentezza  incredibile.

Gloss Bomb Universal Lip Luminizer

 

Ma non è finita qui. Rihanna ha appena annunciato l’ arrivo della Galaxy Collection, la linea make up natalizia di Fenty Beauty: il lancio è previsto per il 13 Ottobre ed è inutile dire che sia già iniziato il countdown. Secondo le anticipazioni fornite da Riri nel suo profilo Instagram, la collezione stavolta si concentrerà sul make up e includerà un tripudio di lipstick, eyeliner, ombretti in nuance molteplici e sensazionali. L’ appuntamento è fissato nel mega store Sephora di Manhattan, in quel di New York, per venerdì prossimo. VALIUM ha tutta l’ intenzione di dedicare alla Galaxy Collection lo spazio che merita: non mi resta che concludere con un “stay tuned”!

 

Fenty Beauty è acquistabile on line sul sito www.fentybeauty.com

Da artista di strada a cantastorie contemporaneo: quattro chiacchiere con Jack Paps

 

Lo incontri e pensi che, di certo, non passa inosservato: sembra direttamente uscito da una affiche della Belle Epoque. Sul fatto che sia un artista non ci sono dubbi, ce lo racconta un look  a metà tra l’ eccentrico e il bohémien. L’hanno definito “un moderno menestrello”, e l’aria del cantastorie gli si addice: la barba folta, i baffi d’antan, i capelli raccolti in due lunghe trecce sono un po’ il “trademark” di Jack Paps, così come la tuba e gli anelli gipsy. In realtà, il suo talento si è sempre rivelato estremamente eclettico. Curioso della vita, intuitivo, Jack diventa un musicista da autodidatta e inizia ad esibirsi con la sua fisarmonica come artista di strada. Qualche anno dopo lo ritroviamo sul palco di uno degli eventi clou dell’ estate, il Summer Jamboree, dove ha introdotto l’ attesissimo Burlesque Show: pigiando sui tasti dell’ inseparabile fisarmonica, Paps ha conquistato immediatamente l’ audience della kermesse senigalliese. Un vero e proprio trionfo, il suo, personaggio che si distanzia dalle atmosfere anni ’40 e ’50 del Festival a favore di un’ ispirazione squisitamente “fin de siècle”. L’ ho voluto incontrare per saperne di più su di lui e sulla sua arte: c’è da scommettere che di Jack Paps sentiremo parlare molto, nei mesi a venire. Io, nel frattempo,  ho scoperto che ama svelarsi con parsimonia e che è un vero maestro nel potenziare l’ attenzione grazie a un misterioso “non detto”.

Come racconteresti il tuo background esistenziale e formativo?

Non mi sono mai iscritto a un Conservatorio e non ho mai studiato musica privatamente, durante l’adolescenza non ho fatto parte della band più quotata della scuola e non sognavo di diventare un musicista professionista. Per giunta, ora che lo sono, non credo che vorrò esserlo ancora a lungo. Da bambino ho trovato una piccola pianola tra la cianfrusaglie del garage e da quel primo approccio con la musica questa è rimasta, seppur in maniera riservata, un frammento sostanziale della mia vita per 20 anni. Suonare e cantare restano di fatto le voci attraverso cui posso esprimere la parte immateriale, l’origine e il centro del mio pensiero, della volontà e della coscienza a me stesso e a nessun altro.

 

(Photo by Giuseppe Reggiani)

 

Come nasci artisticamente?

Vengo da una famiglia poco abbiente e per non pesare e dare una mano ho cominciato a lavorare a 15 anni. Ho fatto i lavori più disparati, dal cameriere alla guardia giurata, dal facchino al corriere e intanto nel corso degli anni, nonostante l’impegno e la serietà, le situazioni lavorative che incontravo non mi permettevano di poter costruire qualcosa di stabile. All’età di 24 anni ho deciso di rivoluzionare la mia vita e in un periodo storico in cui il lavoro precario era all’ordine del giorno ho optato per il più precario di tutti, l’artista. Così ho cominciato tra le calli e i campielli di Venezia come artista di strada, con una fisarmonica sgangherata che sapevo suonare a malapena. Da cosa nasce cosa ed è cominciata una vera e propria vita errante partecipando a festival di arte di strada italiani e stranieri, collaborazioni musicali, e successivamente spettacoli teatrali. La professione si è consolidata poi con la partecipazione e le esibizioni nelle feste private e negli appuntamenti mondani più attesi dell’anno. Cinque anni fa prendevo in mano la fisarmonica senza sapere da dove partire e a oggi ho collezionato un racconto di condivisione tra palchi, salotti e strade affollate.

Per descriverti hai usato la definizione di “artista di strada”. Su cosa sono incentrate, esattamente, le tue performance?

Anche se il mio lavoro mi porta a esibirmi in ambienti altolocati e benestanti, non ho ancora smesso per sopravvivere di lavorare in strada. Ho cominciato come artista di strada e mi esibisco nella fattispecie ancora oggi come cantastorie intrattenendo i passanti con canzoni e filastrocche. Nel corso degli anni però il mio spettacolo si è trasformato molto e da esecuzione musicale si è evoluto in una piccola boîte a surprises dalla quale escono le note della fisarmonica, brani anni ’30 e gag dove per esempio i bicchieri vengono frantumati con la sola forza della voce ed io mi esibisco con improbabile delicatezza in coreografie di danza classica corredato di tutù.

 

(Photo by Giuseppe Reggiani)

 

Guardarti è come immergersi in atmosfere bohemien e molto “fin de siècle”: cosa ti lega a quell’ epoca?

L’immaginario, la moda della Parigi di fine ottocento, i suoi personaggi e le idee rivoluzionarie sono stati l’ispirazione che hanno alimentato la mia ricerca e le mie esibizioni a sviluppare l’aspetto che ha oggi il mio spettacolo. Sono intrinsecamente legato a quell’epoca per certi aspetti che si associano alla mia vita da quando ho cominciato a fare questo mestiere. Mi sono divertito nell’immaginarmi simile agli artisti bohémien durante i concerti abusivi nelle strade o nei bassifondi di città suggestive come Venezia, oppure quando per imparare le sonorità e i ritmi delle musiche balcaniche ho cominciato a frequentare e a suonare assieme ai gitani di Milano.

Alla fisarmonica classica hai aggiunto sonorità contemporanee, più prettamente elettroniche: perché?

Sono cresciuto negli anni ’90 ascoltando Gabry Ponte e gli Eiffel 65 e oggi, volente o nolente, nonostante io abbia approfondito un altro genere musicale, amo ancora la techno più grossolana e cafona. Ecco perché ogni tanto tendo a cimentarmi in esperimenti di questo genere.

 

(Photo by Giuseppe Reggiani)

 

Quest’ anno hai esordito al Summer Jamboree introducendo il “Burlesque Show” al Teatro La Fenice. Com’è andata?

E’ stata una scommessa per gli organizzatori, sapevo che avrei dovuto aprire lo spettacolo che avrebbe coinvolto artisti e musicisti internazionali. Ho avuto un solo brano per riuscire a scaldare il pubblico di 800 persone che hanno riempito il teatro e, considerando l’entusiasmo e gli applausi al termine dell’esibizione, direi che ho adempiuto egregiamente al mio dovere.

Cosa ti ha colpito di più del Festival?

Per me il SummerJamboree è stato uno sconvolgimento culturale irresistibile che mi ha riportato negli anni ’40 e ’50 in cui la musica univa le classi sociali, e che durante questi 12 giorni, allo stesso modo, ha reso tutti indiscriminatamente partecipi a un evento traboccante di gioia e allegria.

(Photo by Davide Bona)

Pensi che se raggiungessi una notorietà massiccia il tuo modo di approcciarti all’ arte ne risentirebbe?

Per il mio tipo di personalità, per come sono fatto io, potrebbe davvero essere una cosa deleteria e probabilmente non mi farebbe bene.

Veniamo al gossip. Che puoi dirmi del tuo love affair con Eve La Plume?

Sono innamorato. Direi che è tutto!

Hai qualcosa che bolle in pentola, dopo l’esperienza senigalliese?

Pensavo di mollare tutto e diventare insegnante di Yoga.

 

(Photo by Davide Bona)

Glitter People

 

“Ero la ragazza che non andava al ballo studentesco o alla propria cerimonia di laurea perchè troppo impegnata a lavorare con i produttori e a fare musica.”

Bebe Rexha

Photo by By נועם גואטה (Own work) [CC BY-SA 4.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)], via Wikimedia Commons

“Double Roses”: in arrivo il nuovo album di Karen Elson

 

Mentre presta il volto alla campagna pubblicitaria “corale” Miu Miu PE 2017, Karen Elson si accinge ad affrontare una nuova tappa della propria carriera musicale: è fissata infatti ufficialmente al 7 Aprile l’ uscita di Double Roses, l’ album che, dopo circa 7 anni, darà un seguito al suo esordio su cd. Prosegue così un percorso scaturito da una passione innata della top model e cantante britannica, appena una teen quando iniziò a suonare la chitarra e a comporre (di nascosto) le prime canzoni. Classe ’79, nata a Oldham, per Karen Elson è stata però  la moda l’ elemento di svolta.  Dopo essere stata scoperta per le vie di Manchester, a soli 16 anni ha intrapreso una sfolgorante ascesa nel fashion world: slanciata, diafana, capelli rosso fuoco che sono ormai il suo trademark, la ragazzina che i coetanei soprannominavano “il fantasma che cammina” ha avuto la sua rivincita. Da allora Karen è apparsa nei magazine più autorevoli, ha posato per fotografi prestigiosi, ha sfilato in passerella per brand al top, ma l’ amore per la musica non l’ha mai abbandonata. Le prime esibizioni a New York con il gruppo “politically oriented” The Citizen Band e il matrimonio con Jack White, lead singer dei White Stripes, non hanno fatto altro che rinsaldare la sua inclinazione per l’arte dei suoni.

Il suo primo album – prodotto da Jack White – è uscito nel 2010 con il titolo di The Ghost Who Walks, “il fantasma che cammina”, ironico tributo a un soprannome che si è rivelato di buon auspicio.  Nei sette anni successivi a quel debutto, la Elson ha effettuato incursioni nella musica parallele all’ attività di modella: ha cantato Ashes to Ashes insieme a Michael Stipe al live in onore di David Bowie, ha duettato con Ren Hervieu in The train song, è apparsa tra gli interpreti della soundtrack del film Still Alice ed ha inciso svariate cover. La nuova fatica discografica Double Roses, che prende il nome da una poesia di Sam Shepard, si addentra nei recessi del cuore di Karen in un fluire di emozioni cadenzate da un country sound ipnotico e in versione avantgarde .

(Photo by Heidi Ross)

Registrato a Los Angeles,  il disco è prodotto da Jonathan Wilson e si avvale di una serie di collaboratori d’eccezione. Solo per citarne alcuni: Patrick Carney dei Black Keys, Pat Sansone dei Wilco, Father John Misty, Nate Wolcott dei Bright Eyes, Benmont Tench, Dhani Harrison e Paul Cartwright.  E’ Laura Marling, invece, a prendere parte al sognante singolo Distant Shore,  già disponibile per il download. Le rimanenti 9 tracce vedranno la luce il 7 Aprile via H.O.T. Records Ltd.

Per saperne di più:  http://www.karenelson.com/

Photo: Karen Elson at the Williamsburg Waterfront, Brooklyn, June 20, 2010 by Jason Persse from Brooklyn, USA (Karen Elson 5) [CC BY-SA 2.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0)], via Wikimedia Commons

Karen Elson x Anna Sui Fw 2010/11: photo by By Masaki-H (ANNASUI_333) [CC BY 2.0 (http://creativecommons.org/licenses/by/2.0)], via Wikimedia Commons

Glitter People

” Ho sempre voluto fare musica come la gente scrive commedie, così sono stata ispirata dagli scrittori quanto dai musicisti. “

St. Vincent

Photo by Tristan Loper [CC BY-SA 4.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)], attraverso Wikimedia Commons

Glitter People

” Non mi è mai dispiaciuto essere considerato una pop star. La gente ha sempre pensato che volevo essere visto come un musicista serio, ma io no. Io volevo solo che la gente sapesse che prendevo assolutamente sul serio la musica pop. “

George Michael

 

Photo: Wikimedia Commons (Public Domain)

“The Hottest Rockin’ Holiday on Earth”: a Senigallia torna il Summer Jamboree

 

Al via da ieri, 30 Luglio, la 17ma edizione del Summer Jamboree: “The Hottest Rockin’ Holiday On Eearth” è ormai un appuntamento fisso che registra affluenze da record. Anche quest’ anno Senigallia, nelle Marche, per una settimana si tramuta nel variopinto set che tra concerti, vintage market e dj session on the beach ospita il Festival Internazionale di Musica e Cultura dell’ America anni ’40 e ’50. Sul palco del Foro Annonario, a dare il la alla kermesse un trio d’eccezione: alla Burlesque performer Eve La Plume – al suo bis come presentatrice – si affiancano infatti il frontman Jackson Sloan e il poliedrico Luca Grizzo, cantante jive/attore/percussionista/autore dall’ energia inesauribile, ma sono previste anche incursioni di Dario Salvatori (un vero e proprio aficionado della kermesse). Sarà invece Dj Ringo l’ “anfitrione” dell’ attesissima Festa Hawaiiana di domenica prossima, organizzata in riva al mare e rigorosamente all night long.  Tra i protagonisti di questa edizione del Festival risaltano 4 Big made in USA quali Gaynel Hodge, Ws “Fluke” Holland, Kid Ramos e The Bellfuries, icone del Rock’n Roll e ispiratori di musicisti di ogni generazione. I concerti in programma saranno in tutto 39, distribuiti tra il Main Stage del Foro Annonario, i giardini della Rocca Roveresca e il Red Bull Tour Bus Stage di via Carducci: 39 live – di cui 38 a ingresso gratuito – che alterneranno il Rockabilly al Rock’ n Roll, lo Swing al Rhythm’n’ Blues, il Country al Doo Woop in un susseguirsi esplosivo ed altamente coinvolgente. Moltissimi i top names che daranno lustro alla “soundtrack” del Festival, accomunati dalle sonorità d’antan e dalla provenienza internazionale, mentre l’ Hawaiian Party vedrà cimentarsi un rocker nostrano come Edoardo Bennato in una session esclusiva. I fan del rétro potranno come sempre rifornirsi al vintage market Rockin’ Village, seguire Dance Camp che li addestrano a scatenarsi al ritmo del boogie-woogie e del lindy hop, assistere alla storica parata di auto in puro American Graffiti style. Imperdibile anche il rendez-vous con il Burlesque, fissato per il 5 Agosto al Teatro La Fenice. E per i collezionisti va segnalato una straordinario must: il poster ufficiale dela 17ma edizione del Festival ambientato in una piazza Garibaldi fresca di restauro, dove una “bellezza in bicicletta” esibisce la card che pubblicizza il concerto di Gaynel Hodge. La consueta grafica vintage evidenzia, sullo sfondo, il Palazzo della Filanda, la Cattedrale, l’ Episcopio e la Pinacoteca Diocesana accanto all’ Auditorium di San Rocco, un altro caratteristico edificio del centro storico senigalliese. Da non trascurare la fiammeggiante Mercury d’epoca che spunta a sinistra, chiaro riferimento al car park di piazza Simoncelli e alla American car parade. Il manifesto, creato dallo studio Graffiti di Angelo Di Liberto (il direttore artistico del Festival), è rintracciabile presso il Gadget Store del Summer Jamboree.

Per info e per il programma completo: www.summerjamboree.com

Il Summer Jamboree – che chiuderà i battenti il 7 Agosto 2016 – è organizzato dall’ Associazione Summer Jamboree con il patrocinio del Comune di Senigallia e la partecipazione della Regione Marche e della Camera di Commercio di Ancona.

Nell’ immagine, il poster ufficiale della 17ma edizione del Festival.