
“Il sogno è un deposito d’oggetti smarriti.”
(Ramón Gómez de la Serna, greguerías)

Il blog di Silvia Ragni

Il corallo ha la bellezza della rosa, il colore del sangue, il limpido del cristallo, il calore del fuoco.
(Vittorio G. Rossi)
Il corallo, colore del mese di Giugno, è composto da una ben calibrata miscela di rosso, rosa e arancione. Può virare al rosso se prevale l’arancio, al pesca se prevale il rosa. Confonderlo con l’arancione, insomma, è impossibile: il corallo risulta più ipnotico, meno “chiassoso”, più avvolgente. Ciò accade proprio in virtù del mix tra la passionalità del rosso, il romanticismo del rosa e il dinamismo dell’arancio, che donano un’impronta inconfondibile e molto “estiva” al colore che prende il nome dalle colonie di piccoli polipi rintracciabili nelle profondità marine. Chi non conosce la composizione dei coralli tende a scambiarli per piccoli arbusti ramificati, una sorta di flora degli abissi; invece si tratta, appunto, di strutture organiche da cui viene tratta la celebre gemma utilizzata per la creazione di gioielli e cammei.

La storia
I popoli antichi conoscevano il corallo molto bene: i greci e i romani esaltavano la bellezza di questa pietra, alla quale attribuivano proprietà magiche. Veniva considerata un amuleto, un portentoso strumento per tenere a distanza le forze del male. Questa valenza permane, a tutt’oggi, in diversi paesi orientali, dove il corallo è reputato una gemma che propizia la buona salute e la prosperità economica. Oggi, del corallo si parla soprattutto in relazione al rischio a cui, a causa del riscaldamento globale, è sottoposta la barriera corallina: le temperature degli oceani, sempre più alte, provocano uno stress termico responsabile del drammatico fenomeno dello sbiancamento dei coralli. Inoltre, l’anidride carbonica accumulatasi in dosi massicce nell’acqua del mare è imputabile della riduzione del pH acquatico, con un conseguente aumento dell’acidità che mina il mantenimento della tipica struttura calcarea ramificata dei coralli. Ma questi sono solo alcuni dei problemi riscontrati attualmente nei fondali marini. Per saperne di più, vi rimando a questo articolo.

La simbologia
Il corallo è un colore caldo, vibrante, vitale. E’ il colore di Giugno perché rispecchia tutta l’energia e l’inebriante atmosfera dell’estate. Ricorda i suoi tramonti, frutta tipica della stagione calda come la papaya, il mango, le pesche mature. Il corallo rimanda alla vivacità e all’ebbrezza dei mesi vacanzieri, ma anche alla fantasia a briglia sciolta, al dialogo e alla socializzazione: tutti leitmotiv tipicamente estivi, quando si vive a contatto con gli altri e trascorrere lunghe ore all’aria aperta alletta chiunque, anche solo per prendere un aperitivo ai tavolini all’esterno di un bar. Psicologicamente, il corallo è un colore che favorisce stati d’animo positivi e rilassati azzerando lo stress. Comunica gioia, dinamismo, accoglienza; inneggia all’ottimismo e tiene a distanza la malinconia e il grigiore.


















Make up cangianti, dai colori soft oppure più intensi. E un unico input: che siano sempre in armonia con la natura. Il trucco dell’estate è un concentrato di suggestioni lunari e solari a un tempo, dove lo scintillio si alterna a impronte cromatiche più calde e a un incarnato immancabilmente glow. Per brillare sempre e comunque, anche in assenza di bagliori.










Non tutti sanno che, in persiano, il termine “pairidaeza” significa “giardino recintato”: è un concetto che rimanda al Giardino dell’Eden, il luogo biblico, descritto nella Genesi, dove vivevano Adamo ed Eva prima di esserne cacciati. Il giardino, dai persiani, viene visto come uno spazio prezioso, un angolo paradisiaco delimitato da siepi e staccionate che ne accrescono l’esclusività. Il giardino non è per tutti, ma per chi sa scoprirne la bellezza; un gioiello nascosto che racchiude incanti e meraviglie. Una di queste è l’elemento acqua, presente nelle forme più svariate: fontane, vasche, torrenti, stagni, piccole cascate…tutti atti ad esaltare la percezione degli spazi e, grazie a riflessi e zampilli in perpetuo movimento, a generare un’atmosfera di piacevole relax. Bisogna aggiungere che l’acqua, valore architettonico a parte, possiede una forte valenza simbolica. L’acqua è vita. Irrora il giardino, lo nutre, è essenziale per la terra e per le piante. Nel giardino persiano, non a caso, scorrevano quattro corsi d’acqua ispirati alle quattro ramificazioni del fiume del Paradiso terrestre: il Pison, il Ghicon, il Tigri e l’Eufrate. Queste diramazioni garantivano la sopravvivenza a tutti gli esseri viventi e accentuavano lo splendore della fauna e della flora locali.

Per gli antichi popoli, l’acqua é un elemento imprescindibile di ogni giardino. Pensiamo a quello degli Egizi, dove è presente in virtù dell’importanza conferita al fiume Nilo, da sempre associato alla prosperità, alla vita e alla rinascita. Oppure al giardino dell’antica Roma, con i suoi specchi d’acqua circondati da statue, ninfei e maestosi colonnati. Anche nel giardino orientale l’acqua ha un valore emblematico determinante. Il giardino cinese include immancabilmente un lago che, con la mutevolezza dei suoi riflessi, rimanda al caposaldo buddista dell’impermanenza. Il lago del giardino cinese è costellato di rocce: sono una rappresentazione delle montagne sacre, dove dimorano gli immortali, ma anche della solidità dell’elemento maschile, lo Yang, che, fondendosi con quello fluido e armonico femminile, lo Yin, simbolizzato dall’acqua, mantiene in equilibrio le forze dell’Universo. Per i giapponesi, gli specchi d’acqua collocati nei giardini hanno un potente valore filosofico. Osservare il riflesso della luna sulla superficie immobile del laghetto è un esercizio di meditazione: insegna il valore del tempo che scorre, l’arte della pazienza e dell’attesa.

Acqua e giardino rimangono, a tutt’oggi, un binomio indissolubile. Nell’acqua si specchiano l’ambiente circostante, il cielo, la luce del sole e il chiarore della luna. L’acqua è cangiante, intrisa di bagliori. Dona sollievo e serenità. Insieme ai fiori, alle piante e alle rocce, dà vita a un incantevole scenario naturale. Non sono poche le persone che, attualmente, scelgono di inserire una piscina nel loro spazio verde: in questo modo, lo specchio d’acqua diventa fruibile a tutti gli effetti e permette la massima vivibilità del giardino. Con un sapiente utilizzo dell’illuminazione, impostato su un dialogo costante tra tecnologia e natura, è possibile creare un “Eden” contraddistinto da un’atmosfera unica e irripetibile.












Con l’arrivo del caldo, è il risveglio ideale. Non si tratta propriamente di una coccola; potremmo definirlo, piuttosto, una sferzata di energia: lavarsi il viso con acqua fredda apporta numerosi benefici. Provare per credere. Dire fredda, naturalmente, non equivale a dire “gelida”: proibito il ghiaccio e le temperature inferiori ai 15 gradi. L’acqua dovrebbe essere fresca quel tanto che basta per favorire la transizione dal sonno alla veglia. Perché lavarci il viso, di mattina, è la prima cosa che facciamo, ed è quasi un gesto simbolico: laviamo via la sonnolenza, il torpore, i brutti sogni. Laviamo via i residui notturni per far spazio a un nuovo giorno. E l’acqua fredda ci facilita il compito, poiché attiva una reazione che fa capo al sistema nervoso autonomo (quello che controlla, cioè, le nostre funzioni vegetative). Ma cosa succede quando laviamo il viso con acqua fredda? La bassa temperatura fa sì che i vasi sanguigni situati nel derma si restringano provvisoriamente per scongiurare dispersioni di calore. Quando terminiamo di sciacquarci il viso, però, i vasi sanguigni si dilatano velocemente, tornando a svolgere la preziosa funzione di nutrire e ossigenare l’epidermide. Per il viso, insomma, è una sorta di allenamento: quando i vasi sanguigni si restringono e dilatano in tempi brevi, originano un ciclo che si rivela un toccasana per la circolazione del volto. I benefici, tuttavia, non riguardano esclusivamente l’estetica. Approfondiamo l’argomento in 3 punti essenziali.

Il “riflesso da immersione”
Lavare il viso con l’acqua fredda “sveglia” e regala energia. Questo avviene perché stimola il sistema nervoso con effetti salutari per il cervello: incrementa la soglia di attenzione e incentiva il buonumore. In questo caso, ad essere coinvolto è il nervo vago; l’impatto con l’acqua fredda funge da potente antistress, poiché rallenta il battito cardiaco e stronca l’ansia favorendo l’emissione delle endorfine (ormoni che regalano un profondo senso di benessere) e di noradrenalina, un neurotrasmettitore che regola il ritmo sonno-veglia. Ecco perché, nelle prime ore del mattino, le risposte che l’organismo attiva nei confronti del freddo ci aiutano anche a riacquistare lucidità dopo il sonno notturno.

Gli effetti tonificanti
Il freddo tonifica la pelle e drena i liquidi accumulati con la ritenzione idrica; elimina perciò il gonfiore, in particolare gli edemi perioculari e palpebrali. In più ossigena i tessuti, ottimizza l’elasticità cutanea e mantiene la pelle ben idratata. Al contrario di quanto si possa pensare, infatti, mentre l’acqua calda, eliminando il sebo, rende la pelle eccessivamente secca, l’acqua fredda mantiene intatti i lipidi prodotti dalle ghiandole sebacee, che formano il cosiddetto “film idrolipidico”: potremmo definirlo una barriera che protegge e lubrifica la nostra pelle. Bisogna aggiungere che il restringimento dei pori causato dall’acqua fredda, pur non essendo permanente, conferisce una grana cutanea liscia e uniforme.

L’azione antinfiammatoria
L’acqua fredda lenisce le infiammazioni e i rossori della pelle. Soprattutto in relazione all’acne e ai brufoli: va evitata tassativamente, infatti, se si soffre di couperose, perché potrebbe provocare uno shock termico che indebolisce ulteriormente i vasi sanguigni e rende il rossore più prolungato e evidente.

Foto: Fellipe Ditadi via Unsplash

E’ un capo che la moda ha rivisitato in modo ciclico, e che le collezioni Primavera Estate 2026 hanno rilanciato su tutte le passerelle: la salopette, meglio ancora se in total denim, è senza dubbio la protagonista principale della stagione calda. La sua è una storia antica; le sue origini risalgono nientemeno che al XIX secolo. E’ il 1873 quando Levi Strauss, in America, la crea come divisa da lavoro. Il materiale è lo stesso che l’imprenditore utilizza per i jeans che ha inventato e commercializzato in grande stile: il denim non trattato, dall’intenso color indaco. Si tratta di un tessuto rigido e molto resistente, e così dev’essere. La salopette, infatti, è destinata ai minatori, agli operai e agli agricoltori, tutti “uomini di fatica”. Come indumento si presenta estremamente pratico: ha pantaloni ampi e comodi, una pettorina su cui è applicata una grande tasca in cui riporre gli utensili, bretelle che si incrociano sul dorso. Le tasche, molteplici, sono uno dei suoi segni distintivi.

Ma come avviene con i jeans, la salopette, nel corso dei secoli, conosce svariate trasformazioni. Negli anni ’60 del Novecento, in particolare, viene esibita dai giovani hippie, che ne fanno una bandiera del proprio look: è comoda, versatile, e nel frattempo è già stata adottata dagli artisti e dagli intellettuali. Per gli hippie esprime una valenza ribelle; la abbinano a foulard annodati dietro il capo e a camicioni ampi, oppure la indossano sulla pelle nuda. Circa un decennio dopo, la salopette diventa un capo di moda a tutti gli effetti. Gli stilisti la propongono in diversi materiali e colori, comincia ad andare a ruba tra i VIP. Le celebrities la sfoggiano in ogni occasione, non ultime le serate scatenate che trascorrono in locali come lo Studio 54 di New York.

E’ nel corso degli anni ’90, però, che la salopette si impone nel ruolo di caposaldo dello stile grunge. Parallelamente, accompagnata da passe-partout del guardaroba come il blazer, si tramuta nel perno di un casual raffinato. Potremmo dire che, in quel decennio, la salopette viene ufficialmente sdoganata. Da allora, può essere inclusa in qualsiasi tipo di look.





Foto: Mahdi Chaghari via Unsplash

La cosa più superba è la notte
quando cadono gli ultimi spaventi
e l’anima si getta all’avventura.
Lui tace nel tuo grembo
come riassorbito dal sangue
che finalmente si colora di Dio
e tu preghi che taccia per sempre
per non sentirlo come un rigoglio fisso
fin dentro le pareti.
(dalla raccolta “Superba è la notte”, a cura di Ambrogio Borsani, Einaudi, Torino, 2000)
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