Halloween time: il make up delle creature delle tenebre

 

31 Ottobre: allo scoccare della mezzanotte, nessuno ha il volto che aveva sotto la luce del sole. Ognuno si trasforma, mette in atto la metamorfosi orrorifica che lo tramuterà nella creatura delle tenebre che più gli è congeniale. Nell’oscurità si aggirano mummie spaventose, streghe, scheletri, pagliacci inquietanti, serial killer sanguinari. Esistono diversi gradi di trasformazione; si spazia dalla più agghiacciante a quella appena accennata. Gli obiettivi, invece, sono comuni: terrorizzare, ma al tempo stesso divertire e divertirsi. Come in un gioco delle maschere dove tutti interpretano un ruolo. E voi, quale creatura delle tenebre preferite?

 

La mummia

La fanciulla mai cresciuta

Il pagliaccio triste

Il Pierrot gotico

Lo spettro della palude

Lo sguardo della notte

La vittima immolata

Il Joker metropolitano

La veggente

La strega della natura

La Dama Bianca

La strega tribale

La bambola assassina

Il cadavere in via di imbalsamatura

Il pagliaccio macabro

 

Foto via Pexels e Unsplash

 

I pumpkin patch, tra Halloween e tradizione: viaggio nei suggestivi campi di zucche nati negli USA

 

Tra le immagini più suggestive dell’autunno ce n’è una che, negli ultimi anni, ha conquistato anche l’Europa dopo essere nata oltreoceano: quella dei pumpkin patch, gli immensi campi di zucche che, tra Ottobre e i primi giorni di Novembre, trasformano la campagna in un mosaico di sfumature arancioni. Passeggiare in un pumpkin patch significa immergersi in un’atmosfera che sembra uscita da una fiaba autunnale. Le zucche riposano ordinatamente tra i filari, il fogliame assume tonalità dorate e ramate, l’aria si fa fresca e profuma di terra, di foglie cadute e giornate sempre più brevi. È un’esperienza semplice, eppure capace di evocare quel senso di meraviglia che appartiene alle stagioni di passaggio.

Dalle fattorie alla tradizione

La tradizione dei pumpkin patch affonda le radici nel mondo agricolo nordamericano, dove divenne una vera e propria icona culturale. Durante il periodo del secondo raccolto, le famiglie solevano recarsi nelle fattorie per scegliere le zucche da intagliare in occasione della festa di Halloween. Quell’usanza, nata nei primi anni del Novecento, si è trasformata  subito in un appuntamento festoso, capace di unire il contatto con la natura ai piaceri più autentici dell’autunno. Oggi visitare un pumpkin patch rappresenta un piccolo rito stagionale che richiama persone di ogni età, desiderose di trascorrere qualche ora all’aria aperta e di riscoprire il fascino delle tradizioni legate al secondo raccolto.

 

 

Il legame con Halloween

Non è un caso che i pumpkin patch siano strettamente associati ad Halloween. La zucca è uno dei simboli più riconoscibili del 31 Ottobre e richiama l’antica leggenda irlandese di Jack O’Lantern, il fabbro (e gran bevitore) condannato a trascorrere la sua vita eterna come un’anima in pena, illuminando il proprio cammino con una lanterna ricavata da una rapa.

 

 

Quando gli emigranti irlandesi giunsero in America, scoprirono che le zucche, di grandi dimensioni e facili da intagliare, erano perfette per sostituire le rape che originariamente esponevano la notte del 31 Ottobre. Nacque così l’immagine della zucca illuminata che ancora oggi accompagna Halloween e che, al calare della sera, contribuisce a creare quell’atmosfera sospesa tra leggenda e immaginazione che è il marchio di fabbrica della spooky season.

Un’esperienza che sa di semplicità

Visitare un pumpkin patch significa entrare in contatto con una storia fatta di raccolti stagionali, leggende popolari e tradizioni tramandate nel tempo. Bambini e adulti si aggirano tra i campi alla ricerca della zucca perfetta, mentre il paesaggio circostante sembra celebrare l’autunno nella sua forma più autentica. Non è tanto la dimensione della zucca a rendere speciale l’esperienza, quanto il rito stesso della scelta, il tempo trascorso all’aria aperta e la sensazione di condividere un’avventura che mescola semplicità e memoria in parti uguali.

 

 

La magia di una fiaba d’autunno

Forse è proprio questo il segreto del fascino dei pumpkin patch. In un’epoca sempre più veloce, invitano a rallentare e ad osservare le bellezze stagionali. Le zucche diventano molto più di un elemento decorativo: raccontano il ciclo della natura, l’abbondanza del secondo raccolto e quella lieve malinconia che rende l’autunno una stagione tanto amata. Quando il sole scende dietro gli alberi e il cielo assume i colori dell’ambra e del rame, i campi si riempiono di una luce morbida che sembra sospesa nel tempo. È allora che il pumpkin patch rivela la sua vera anima: non un semplice luogo dove raccogliere zucche, ma uno spazio in cui tradizione, natura e immaginazione si incontrano, regalando l’impressione di calarsi in una piccola fiaba d’autunno.

 

Foto via Pexels e Unsplash

 

La donna velata

 

Il fascino che maggiormente seduce le anime è il fascino del mistero. Non esiste bellezza senza velo, e ciò che preferiamo è ancora l’ignoto.
(Anatole France)

 

Un abito per un party di Halloween? Basta un velo per creare molteplici travestimenti: donna fantasma, dama bianca, vedova inconsolabile, dark lady tenebrosa e avvolta nel mistero. Niente di smaccatamente horror, nessuna traccia di slasher o trash. La donna velata sprigiona un fascino arcano ed enigmatico. Il suo volto è nascosto, quasi impercettibile: chissà chi si cela dietro quel velo. Ma si cela davvero qualcuno, o si tratta di un’ entità spettrale, inafferrabile e oscura? Possiamo solo provare a immaginare. Forse è una creatura della notte, forse una donna che ha viaggiato attraverso i secoli e proviene dai meandri più nascosti del tempo. Oppure una Mater Lacrimarum come quella che, nel 1845, lo scrittore britannico Thomas de Quincey descrisse nel suo saggio “Suspiria De Profundis” (a cui ha attinto Dario Argento nella saga della Trilogia delle Tre Madri). Il velo ispira domande, non dà risposte. C’è solo una certezza: l’alone di mistero che aleggia su di lui, e occulta la realtà con la sua nebbia gotica.

 

Foto via Pexels e Unsplash

 

Halloween e le sue superstizioni

 

La superstizione mette il mondo intero in fiamme, la filosofia le spegne.
(Voltaire)

 

Quale ricorrenza, se non Halloween, potrebbe essere più intrisa di mistero e superstizione? Nella notte in cui il velo tra il mondo dei vivi e quello dei morti diventava labile, quasi inesistente, tutto poteva succedere. E il popolo, nel tentativo di affrontare come meglio poteva queste ore cariche di potenti vibrazioni esoteriche, cercava rassicurazione nelle pratiche superstiziose. I simboli stessi di Halloween sono coinvolti in quel bagaglio di credenze: il gatto nero, il pipistrello, il gufo, la Jack-O’-Lantern, le maschere degli antichi Celti, fanno tutti parte dell’immaginario scaramantico tipico della festa. Ma in che modo, e con quali significati? Lo scopriamo in questo articolo.

 

Il gufo

Secondo una credenza medievale, il gufo era una strega sotto mentite spoglie. Si riteneva che i gufi, insieme ai gatti neri, accompagnassero le streghe ai Sabba volando sulle loro scope: ciò avveniva in quanto il gufo veniva considerato un “famiglio”, ovvero un’entità soprannaturale che fungeva da assistente della strega. Di conseguenza imbattersi in un gufo, o anche solo ascoltare il suo canto, era di cattivo augurio. A questa fama del gufo ha senz’altro contribuito uno dei suoi nomi in latino, “stryx”, dal significato, appunto, di “strega”; ragion per cui persino nell’antica Roma era reputato un uccello che attraeva la malasorte. In molte zone d’Italia, il gufo viene guardato tuttora con diffidenza: basti pensare al verbo “gufare”, comunemente usato nel linguaggio colloquiale. Oggi come ieri, per molti, sentire un gufo che bubola nel profondo della notte è un presagio di morte e di sventura.

 

La scopa

La scopa, in epoca medievale, veniva ritenuta il mezzo di trasporto delle streghe per eccellenza. L’associazione con le “adoratrici del Demonio” non è venuta meno neppure nei secoli successivi: la scopa è considerata una sorta di amuleto che ripulisce la vita dalle energie negative e dalla sfortuna. Anticamente, tenere una scopa rovesciata dietro la porta d’ingresso eliminava il malocchio e impediva alle streghe di entrare. Questa usanza è sopravvissuta fino ai giorni nostri.

 

Il gatto nero

Anche al gatto nero, purtroppo, nel Medioevo è toccata la stessa nomea del gufo: quello di famiglio della strega, di suo fedele assistente. Per questo motivo, i gatti neri venivano considerati animali di cattivo augurio. Ma non solo: moltissimi felini, all’epoca della caccia alle streghe, furono bruciati sul rogo poiché reputati creature stregonesche o incarnazioni del Demonio.

 

Le zucche (Jack-O’-Lantern)

La superstizione conferisce alle zucche intagliate di Halloween dei poteri magici: durante la notte del 31 Ottobre, utilizzate a mò di lanterne, venivano lasciate davanti alla porta d’ingresso per illuminare la strada ai defunti che tornavano dall’aldilà e, al tempo stesso, scacciare gli spiriti maligni.

 

Il fuoco

La notte di Halloween, oltrepassare con un salto i falò sacri era un rito che simboleggiava la purificazione, fortificava lo spirito e garantiva la buona sorte. Chi non riusciva nell’impresa, esitava o si ritrovava con gli abiti bruciati, era condannato a un inverno all’insegna della sfortuna, delle malattie e dei problemi economici. Oppure, non sarebbe sopravvissuto all’Halloween dell’anno prossimo e lo avrebbero travolto delle orribili tragedie familiari.

 

Il focolare spento

Gli antichi Celti, al tramonto del 31 Ottobre, erano soliti spegnere il focolare nella loro dimora. Questa usanza aveva uno scopo ben preciso: nella notte in cui il mondo dei morti e quello dei vivi non avevano più barriere, una casa buia e fredda sarebbe stata ignorata dalle entità malvagie e dagli spiriti che tornavano dall’Oltretomba in cerca di un corpo in cui insediarsi. Il fuoco si riaccendeva solo con i tizzoni ardenti che i capifamiglia, quella notte stessa, avrebbero prelevato dal grande Fuoco Sacro acceso dai Druidi: un gesto simbolico che garantiva la protezione delle divinità durante i mesi invernali e cementava il legame sussistente tra i membri della comunità.

 

Le Dame Bianche

Quando calava l’oscurità, ad Halloween si aggiravano anche leggiadre figure fantasmatiche: erano le Dame Bianche, fate spettrali che erravano alla ricerca di uomini da imprigionare nei loro tumuli (monumenti funerari composti da cumuli di pietre, sabbia o terra innalzati su un gruppo di sepolcri). Per impedire che ciò avvenisse, le donne solevano mettere dolci o gustose pietanze davanti alla porta di casa: le leccornie avrebbero distratto le Dame Bianche e la famiglia avrebbe conquistato la loro benevolenza.

 

Il ragno

Il ragno, essendo leggendariamente associato alle streghe e alle loro pozioni, veniva considerato di malaugurio e addirittura pericoloso: la sua sola vicinanza generava energia negativa e nuoceva a tutti coloro che gli erano accanto, che fossero uomini o animali.

 

Le maschere degli antichi Celti

Molte superstizioni di Halloween, come abbiamo già visto, riguardavano l’accesso al mondo dei vivi di cui quella notte godevano gli spiriti maligni e le anime dei defunti. Per confondere e spaventare le entità malvagie, gli antichi Celti avevano l’abitudine di indossare maschere e costumi terrificanti. Si riteneva che ciò le avrebbe allontanate, o comunque destabilizzate.

 

I fuochi fatui

L’immagine della zucca intagliata e illuminata, la cosiddetta Jack-O’-Lantern, si ricollega alla simbologia del fuoco fatuo: vengono così chiamate le fiammelle che si accendono all’improvviso, prossime al suolo, dove il terreno è molto umido; ad esempio nei cimiteri, nelle paludi o nei boschi. Queste luci misteriose e spettrali, nella tradizione anglosassone e di alcuni paesi europei, erano anime senza pace. Non essendo state accettate né in Inferno né in Paradiso, vagavano errabonde. Si pensava anche che fossero demoni o folletti (i britannici li chiamano “will-o’-the-wisp”) estremamente malvagi e dispettosi. Secondo antiche superstizioni, se ci si imbatteva nei fuochi fatui bisognava stare molto attenti: ingannavano gli uomini, attirandoli nelle paludi e poi inghiottendoli nelle loro profondità.

 

Il pipistrello

I pipistrelli, nel Medioevo, venivano associati alle streghe. Li si reputava dei famigli, o comunque delle incarnazioni del Demonio. Inoltre, si vociferava che le streghe utilizzassero il sangue di pipistrello molto spesso, nei loro calderoni: ne ricavavano pozioni magiche ma anche letali. Il fatto che i pipistrelli fossero creature notturne, avessero le grotte come habitat ed esibissero un aspetto tanto particolare, non giocava a loro favore. Sicuramente, questi elementi hanno contribuito a farli guardare con sospetto in svariate culture. Nell’immaginario scaramantico erano animali demoniaci, collegati alla morte e all’oscurità.

 

Il posto in più a tavola

La tradizione prevedeva che la notte di Halloween, in vista della visita che i defunti avrebbero fatto alla propria casa, si lasciasse un posto a tavola apparecchiato per loro. Era un modo di dare il benvenuto e di accogliere con tutti gli onori le anime di chi aveva lasciato il mondo terreno.

 

La strega

Nel folklore anglosassone, per vedere una strega si doveva compiere un preciso rituale: la notte del 31 Ottobre, a mezzanotte in punto, bisognava indossare i propri abiti al contrario e mettersi a camminare all’indietro. Da lì a pochi secondi, la strega si sarebbe materializzata.

 

Il numero tredici

La superstizione vuole che il 17 sia un numero di cattivo auspicio in quanto, se scritto in cifre romane (XVII), anagrammandolo si ottiene la parola VIXI, “vissi”. Ma il 13 non è da meno. Per i popoli anglosassoni, in particolare, questo numero è portatore di grandi sciagure. Non è un caso che sia collegato ad Halloween: durante la questua del “Dolcetto o scherzetto”, infatti, i bambini dovevano bussare a tredici porte e provocare un enorme spavento in chi non dava loro le caramelle rituali.

Immagini via Pixabay e Unsplash (focolare spento)

 

Le Frasi

 

” Nell’intero corso dell’anno non ci sono giorni deliziosi quanto quelli del dolce Ottobre, quando gli alberi sono spogli sotto un cielo mite e le foglie rosse ricoprono la strada e puoi sentire il soffio dell’inverno, mattina e sera – nessun giorno così calmo, così teneramente solenne e con una tale tranquillità riverente nell’aria. “

(Alexander Smith)

 

Halloween nelle illustrazioni: la giocosità delle opere di Beti Draws

 

Halloween è una festa dalle molteplici sfaccettature, in grado di coinvolgere svariate generazioni. Non è un caso che i suoi connotati orrorifici assumano, di volta in volta, diverse accezioni: per i giovanissimi, ma soprattutto per i bambini, le ombre che popolano la notte del 31 Ottobre diventano materiale da favola, elementi di stampo quasi umoristico originati dall’iperbole dei loro caratteri oscuri. Zucche, pipistrelli, fantasmi, streghe e gatti neri non incutono paura: acquistano fattezze divertenti che ben si sposano con le mascherate halloweeniane dei più piccoli e le scorribande di porta in porta del “dolcetto o scherzetto”. Questo aspetto giocoso è molto presente nelle illustrazioni riferite alla vigilia di Ognissanti. E’ per questo che ho deciso di dedicare il post che state leggendo a una serie di immagini a tema Halloween.

 

 

L’autore delle opere è Beti Draws; potete avere una panoramica dei suoi lavori cliccando qui. Nelle sue illustrazioni colpiscono l’uso del colore, un vivace connubio di cupezza e toni vibranti, e una tridimensionalità ottenuta attraverso un sapiente gioco di chiaroscuri e sovrapposizione degli elementi. La giocosità predomina, tratteggiando un orrore “innocuo” che si stempera nelle tonalità acquarellate, di forte impatto, e negli accenti buffi esibiti dagli emblemi della notte del 31 Ottobre. Un modo in più per ribadire che Halloween, come dicevo all’inizio di questo articolo, è una festa per tutte le età.

 

Illustrazioni di Betidraws via Pixabay

 

Rosso, il colore del mese di Ottobre

 

Stavo camminando lungo la strada con due amici, quando il sole tramontò. Sentii una punta di malinconia. Il cielo si tinse all’improvviso di rosso sangue. Rimasi lì, tremando di paura. E sentii un urlo forte, infinito, attraversare la natura.

(Edvard Munch)

 

Il mese di Ottobre porta con sé una trasformazione profonda che si accende improvvisamente di rosso, una tonalità che attraversa i giorni autunnali come un filo conduttore misterioso capace di collegare la natura che cambia al brivido della notte più spaventosa dell’anno. Questo colore domina l’intero mese fin dal suo inizio: il rosso è una delle cromie più impattanti del foliage, tinge di gradazioni incredibilmente intense le foglie  che sono in procinto di cadere. Ma è nel cuore di Ottobre che la sua energia cambia pelle e si fonde indissolubilmente con lo spirito di Halloween, trasformando il calore della terra in qualcosa di decisamente più inquietante e magnetico. Quando l’oscurità del 31 Ottobre prende il sopravvento, il rosso cessa di essere un semplice accenno stagionale per trasformarsi nel simbolo assoluto del terrore primordiale, del sangue, delle ferite aperte e di tutto ciò che è spaventoso.

 

 

Abbracciare questo mood significa immergersi nell’orrore più puro e viscerale, dove ogni sfumatura scarlatta evoca la scia lasciata da creature della notte, mostri spietati e minacce letali che si nascondono nel buio più fitto di fine mese. Il legame ancestrale tra il rosso e il sangue attiva una risposta psicologica immediata e violenta in ognuno di noi: è il segnale biologico del pericolo imminente, del dolore e del presagio funereo che rende i racconti del brivido così spaventosamente reali. Questa vibrazione cromatica incarna lo shock dell’adrenalina che si scatena di fronte al macabro, la sensazione di essere braccati e il fascino disturbante che nutre, da sempre, il cinema dell’orrore e la letteratura gotica.

 

 

Attraverso il rosso lo spavento non è più un gioco superficiale, ma diventa un’esperienza densa e destabilizzante che colpisce dritto allo stomaco e risveglia le fobie più nascoste della mente umana. Lasciarsi catturare da questa atmosfera sanguinolenta significa celebrare il lato più crudo, cruento e angosciante di Halloween, dove la “notte delle streghe” (John Carpenter docet) si manifesta in tutta la sua spaventosa e oscura bellezza. Il rosso diventa così la traccia visiva di un brivido proibito, l’impronta indelebile della paura che urla nelle tenebre. E ci ricorda che, nel profondo della notte, le storie più terrificanti e le entità più misteriose sono pronte a prender vita.

 

Foto via Unsplash

 

Pane tradizionale di Ognissanti: le tre varianti regionali più celebri

 

Quando Halloween è vicino, anche il pane cambia aspetto. No, non si tratta di un incantesimo: il pane di cui sto parlando affonda le radici nella cultura agreste (proprio come i proverbi che trovate ogni mese su MyVALIUM) e nella tradizione di diverse regioni italiane. Questa varietà di pane veniva, e viene tuttora, preparata per la festa di Ognissanti e il giorno della Commemorazione dei Defunti. Tutte le sue varianti hanno un elemento in comune molto importante: l’utilizzo di ingredienti simbolici e tipicamente autunnali, quali ad esempio il vino, le spezie e la frutta secca. Oggi scopriremo insieme i tre pani di Ognissanti più celebri d’Italia. Cominciamo dal Nord, nello specifico dalla Lombardia: qui troviamo il Pan dei Morti, un pane fortemente aromatizzato. Scendendo al Centro approdiamo in Toscana, dove il Pan co’ Santi è diffusissimo sia a Siena che nell’intera Maremma: il gusto speziato è la sua particolarità.  I Santi del nome si riferiscono alle noci e all’uvetta sultanina che arricchiscono l’impasto. Spostandoci in Sardegna potremo assaggiare, invece, il Pane di Saba: come suggerisce il nome, la saba (ovvero il mosto d’uva cotto) è il suo ingrediente principale. Andiamo a conoscere meglio questi tre tipi di pane.

 

Il Pan dei Morti

 

E’ un pane tradizionale lombardo, originario della Brianza e delle province di Milano, Brescia e Bergamo. Si consuma in occasione della Commemorazione dei Defunti, poiché, come vuole la tradizione, viene offerto ai cari estinti che quel giorno fanno ritorno dall’aldilà. Più che di un unico pane si tratta di diverse pagnotte, dalla forma ovale, allungata e piatta. L’impasto è un tripudio di ingredienti: si utilizzano amaretti e savoiardi sbriciolati, mescolandoli con una quantità notevole di cacao, farina, uvetta, mandorle, canditi, spezie e frutta secca; poi, si aggiunge un po’ di vino liquoroso. Per aromatizzare il tutto, non mancano mai la cannella e la noce moscata.

 

Il Pan co’ Santi

 

E’ stato ufficialmente dichiarato “Prodotto Agroalimentare Tradizionale”. Si prepara principalmente a Siena, anche se è diffuso in tutta l’area della Maremma Toscana. Ha l’aspetto di una grande pagnotta rotonda cosparsa di gherigli di noce e di uvetta sultanina, ma il suo marchio di fabbrica è l’intenso aroma di pepe nero che emana. Gli ingredienti che lo compongono sono, appunto, dosi massicce di pepe nero insieme alle noci e all’uvetta sultanina, fatta rinvenire nel Vin Santo. All’impasto viene tradizionalmente aggiunto dell’olio o dello strutto per renderlo più “untuoso”, mentre a pagnotta ultimata il dolce si lucida con il tuorlo d’uovo. Il vino ideale da accompagnare al Pan co’ Santi, va da sé, non può che essere il Vin Santo.

 

Il Pane di Saba

 

E’ un pane tradizionale della Sardegna, soprattutto di zone come il Campidano e la regione montuosa della Barbagia. Le sue forme sono molteplici così come le sue dimensioni. Si presenta come un pane compatto, di colore scuro, impreziosito da innumerevoli ingredienti: la saba (mosto cotto d’uva) è il principale, affiancato dai pinoli, le noci, le mandorle, l’uvetta, le nocciole. Alcune versioni del dolce prevedono l’utilizzo di scorze di arancia, chiodi di garofano, cannella e semi d’anice. Il tipico colore scuro del Pane di Saba gli è conferito dal mosto cotto d’uva, che funge anche da dolcificante. In Sardegna, questo pane si prepara sia nei giorni di Ognissanti e della Commemorazione dei Defunti, che a Pasqua e Natale.

 

Foto

Pan dei Morti di M&A, CC BY-SA 4.0 via Wikimedia Commons

Pan co’ Santi di ChefBeef, CC BY-SA 3.0 via Wikimedia Commons

Pane di Saba di Giuggiolanera, CC0, via Wikimedia Commons