La colazione di oggi: il caffè, “bevanda stimolante” dalle portentose virtù

 

Una rubrica incentrata sulla prima colazione non può certo tralasciare il caffè, delizia e “motore” di ogni mattina. In Italia degustare un espresso è un rito, un piacere da assaporare – da soli o in compagnia – a tutte le ore del giorno. In questo articolo, però, verrà preso in considerazione il caffè del risveglio: quello che prepariamo ancora assonnati, che sentiamo borbottare nella caffettiera mentre la cucina si riempie del suo invitante aroma. Perchè berlo è come compiere un autentico incantesimo; il sonno se ne va lasciando il posto a un’ energia travolgente. Ma quali sono, esattamente, le proprietà del caffè, e quali benefici comporta il consumarlo? Lo scopriremo subito. Non è un caso, innanzitutto, che in arabo “caffè” significhi “bevanda stimolante”. I celebri chicchi non sono altro che i semi di una pianta tropicale del genere Coffea, appartenente alla famiglia delle Rubiaceae. Le specie più note sono l’ arabica e la robusta, anche se la prima vanta origini più remote. Prodotto anticamente a Caffa, in Etiopia, il caffè si è fatto a poco a poco conoscere in Medio Oriente e poi in tutto il mondo. Il suo punto di forza è senz’altro la caffeina, una componente nutrizionale dal potente effetto energizzante: quando viene assorbita, nel cervello rilascia neurotrasmettitori quali la dopamina e la noradrenalina, che stimolano i neuroni attivamente; ne conseguono benefici per la memoria, l’ umore e le funzioni cognitive. La caffeina ha proprietà digestive, poichè potenzia la secrezione gastrica. Svolge un’azione tonica sul cuore e sul sistema nervoso, e favorisce persino il dimagrimento: brucia infatti grassi e calorie per tramutarli in fonti di energia. Se consumato in quantità elevate, inoltre, il caffè riduce l’appetito drasticamente. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che la caffeina possieda spiccate virtù antiossidanti e antinfiammatorie, ma le ricerche sono tuttora in corso.

 

 

Gli effetti collaterali della caffeina sono essenzialmente legati a un consumo massiccio di caffè. Nervosismo, eccitabilità e insonnia sono i rischi più noti associati all’ abuso della bevanda, a cui possono aggiungersi l’ ipertensione, la tachicardia e i disturbi all’ apparato digerente causati da un’ eccessiva stimolazione della secrezione gastrica. La funzione “dimagrante” del caffè, poi, viene completamente azzerata quando aggiungiamo lo zucchero o del latte, giacchè sono entrambi apportatori di calorie. La caffeina è controindicata per chi è affetto da osteoporosi o da anemia: riduce l’assorbimento del calcio e del ferro determinando un peggioramento di queste due patologie. Se bevuto nella giusta quantità, comunque, il caffè è una bevanda benefica che pare protegga anche dai disturbi cardiovascolari e dal diabete mellito di tipo 2. Ma a quante tazzine ammonterebbe un consumo moderato di caffè? Chi è in buona salute non dovrebbe oltrepassare i tre, massimo quattro, caffè al giorno.

 

 

In Europa il caffè apparve per la prima volta nel 1565, durante il Grande Assedio di Malta. I musulmani turchi, fatti prigionieri dai Cavalieri di San Giovanni, erano soliti preparare la bevanda più amata nel loro paese: a Istanbul il caffè veniva consumato in dei locali appositi, a mò di rito conviviale, e il Capo Caffettiere rivestiva un ruolo di spicco presso la Corte ottomana. A Malta, dove la bevanda divenne celebre soprattutto tra le classi abbienti, le caffetterie cominciarono a proliferare. Sempre nel XVI secolo, il caffè arrivò in Italia: Venezia, che intratteneva molti rapporti commerciali con l’ Oriente, fu la prima città a diffondere il suo consumo. Pare che alcuni religiosi fecero pressioni su Papa Clemente VIII affinchè bandisse “la bevanda del diavolo”, che così avevano ribattezzato per le sue proprietà eccitanti. Il Papa, però, dopo averlo assaggiato di persona, espresse un giudizio positivo sul caffè, che definì invece “bevanda cristiana”. Nel 1645, di conseguenza, la Serenissima ospitava più di una “bottega del caffè”.  Alla storia del caffè e all’ espansione della caffeicoltura, argomenti vastissimi e complessi, si affiancano numerose leggende.

 

 

Una di queste, ad esempio, racconta di un pastore etiope chiamato Kaldi. Costui si accorse che le sue capre, dopo aver mangiato le bacche di una pianta e averne masticato le foglie, erano rimaste sveglie e vivacissime tutta la notte. Il pastore attribuì la causa di ciò alle bacche, così raccolse i semi della pianta, li abbrustolì e macinò per sperimentare il loro effetto personalmente. Ottenne un infuso altamente energizzante, il caffè. Una differente versione della leggenda colloca il pastore in Arabia e cambia il suo nome in Kaddi: l’uomo sottopose le bacche che tanto avevano animato le sue capre all’ attenzione dell’ abate Yahia. Con quelle bacche, dunque, l’ abate preparò una bevanda scura che rinvigoriva il corpo e teneva lontano il sonno. Non c’è bisogno di specificare che fosse il caffè. Un’ altra leggenda ha come protagonisti Maometto e l’ Arcangelo Gabriele. Un giorno Maometto si ammalò gravemente e l’ Arcangelo accorse in suo aiuto; gli portò una bevanda dal colore della Sacra Pietra Nera della Mecca, consegnatagli da Allah personalmente, e quando Maometto la bevve guarì all’ istante. Secondo un’ ulteriore leggenda, invece, il monaco arabo Ali ben Omar si recò nella città di Mokha per curare, con l’ intercessione di Allah, i contagiati dalla peste che imperversava in zona. Riuscì a ridare la salute a un gran numero di malati, persino alla figlia del Re (della quale si era innamorato). Il Re, però, lo allontanò dalla città obbligandolo a vivere isolato sulle montagne. Sfinito dalla fame e dalla sete, un giorno Ali invocò il suo maestro deceduto poco tempo prima. Questi inviò da lui un meraviglioso uccello, canterino e dalle piume multicolori. Quando Ali si diresse verso il volatile,  si trovò davanti una pianta ricolma di bacche rosse. Era una Coffea. Con quelle bacche preparò un decotto per i pellegrini che erano soliti fargli visita, e quando nel Regno si sparse la voce delle portentose virtù della bevanda il monaco vi fu riammesso con tutti gli onori.

 

Il Palazzo Imperiale di piazza Mignanelli

 

” Mancava solo il ponte levatoio. Per il resto, non difettava nulla al palazzo che domina piazza Mignanelli – a Roma – per sembrare un castello inespugnabile. Le tracce di Propaganda Fide incastonate tra i mattoni, una sala del trono con decine di mappamondi a simboleggiare le terre conquistate, gli interventi degli artisti più notevoli di questo tempo disseminati un po’ ovunque. Come dirimpettaio, l’ Ambasciata di Spagna. Bastava chiudere gli occhi, e la magia si avvera: il palazzo diventa un Palazzo Imperiale – ma a Roma è sufficiente distrarsi un attimo per illudersi che stia ancora lampeggiando il Seicento o per credere che il Medioevo sia in pieno svolgimento.  Dall’ ingresso del Palazzo al numero 22, dal portone su cui svetta imperiosa una V dorata, si ha l’ impressione di dominare l’ universo: l’ ex proprietario del palazzo, oggi lontano in un romitaggio cosmopolita e sofisticato, ci è riuscito. Nel corso di mezzo secolo, Valentino Garavani ha conquistato le donne  (e gli uomini) di ogni continente senza spade nè dardi infuocati. Meglio qualche metro di chiffon, preferibilmente scarlatto. “

 

Tony Di Corcia, da “Valentino. Ritratto a più voci dell’ ultimo Imperatore della Moda”

 

 

 

 

Foto di Lalupa, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0>, via Wikimedia Commons

Omaggio ad Arthur Rackham, illustratore di fiabe ma non solo

 

“Fabula Docet”

(Esopo)

 

Le illustrazioni delle fiabe hanno un ruolo importantissimo: aggiungono pathos e coinvolgimento a un genere altamente evocativo già di per sè. Prova ne è il fatto che quasi mai, neppure dopo anni, riusciamo a dimenticare le immagini associate alle fiabe della nostra infanzia. Ricordiamo con esattezza il libro da cui erano tratte, la copertina, i disegni che accompagnavano il testo. E insieme a tutto questo, lo stile dell’ illustratore. Perchè – fateci caso – non esistono due disegnatori che abbiano un tratto simile; ognuno vanta caratteristiche del tutto proprie e inconfondibili. Partendo da un simile presupposto, viene spontaneo approfondire l’ iconografia fiabesca di un’epoca in cui l’ interesse per il racconto fantastico (sia a livello filologico che simbolico, morale e artistico) raggiunse il suo culmine: l’età vittoriana. A quei tempi, Arthur Rackham si affermò come nome di punta dell’ illustrazione. Nato nel quartiere londinese di Lambeth nel 1867, Rackham crebbe in una casa di fronte al giardino botanico creato da John Tradescant il Vecchio e il Giovane due secoli prima: uno scenario ideale per il piccolo Arthur, che eccellendo nel disegno si dilettava a riprodurre i dettagli del corpo umano e i reperti esposti al British Museum e al Museo di Storia Naturale di Londra. Nel frattempo si era iscritto alla City of London School, dove i suoi elaborati artistici gli valsero svariati premi. Ma a scuola non rimase a lungo. A 16 anni fu costretto ad abbandonarla in seguito a dei problemi di salute, e decise di imbarcarsi per l’ Australia insieme alle sue zie.  Durante il viaggio non fece altro che disegnare, adorava immortalare tutto ciò che lo colpiva della realtà circostante. Tornato a Londra, all’ età di 18 anni pensò di ripetere l’ esperienza scolastica: iniziò a frequentare la Lambeth School of Art e, parallelamente, a lavorare come addetto alle vendite. Il suo talento per il disegno, in quel periodo, gli fruttò le prime collaborazioni nel campo dell’ illustrazione. Debuttò nelle vesti di freelance, e dopo un anno fu assunto dal Westminster Budget nel doppio ruolo di giornalista e illustratore. Era il 1892. Nel 1893 uscì “To the Other Side” di Thomas Rhodes, il primo libro che conteneva le sue immagini, mentre nel 1894 i lavori di Rackham apparvero in “The Dolly Dialogues” e “The Prisoner of Zenda” di Anthony Hope.

 

 

L’ attività di Arthur Rackham si svolse sempre all’ insegna dell’ eclettismo: oltre alle fiabe, illustrò romanzi per adulti e per ragazzi. Le sue opere, citando qualche titolo esemplificativo, impreziosiscono libri come “Alice nel Paese delle Meraviglie” di Lewis Carroll, “Canto di Natale” di Charles Dickens, “Peter Pan nei Giardini di Kensington” di James Barrie, raccolte di fiabe di Esopo, di Hans Christian Andersen e dei Fratelli Grimm, ma anche volumi immaginifici del calibro di “I viaggi di Gulliver” di Jonathan Swift, “Sigfrido e il crepuscolo degli dei” di Richard Wagner, “Il re del fiume dorato” di John Ruskin, “Sogno di una notte di mezza estate” di William Shakespeare. Solo la morte, sopravvenuta nel 1939 a causa di un male incurabile, interruppe la carriera di Rackham, che venne più volte omaggiato con premi e mostre (tra i quali ricordiamo una medaglia d’oro all’ Esposizione Internazionale di Milano del 1906 e un’ esposizione al Museo del Louvre nel 1914). Lo stile del grande illustratore rimane inimitabile: l’ impronta dell’ Art Nouveau è palese, accentuata da atmosfere oniriche ad alto tasso di magnetismo. Il colore riveste una funzione predominante, evoca e suggerisce, si sfuma in magici giochi cromatici o esalta dettagli conferendo loro un impatto visivo straordinario. Scenari, cose e personaggi sono tratteggiati con linee di contorno accuratissime, la fantasia che impregna le illustrazioni stimola potentemente l’ immaginazione del lettore. Tra gli artisti che ispirarono Rackham figurano nomi quali quello di John Tenniel, Aubrey Beardsley e Albrecht Durer. Il successo ottenuto dal disegnatore fu tale da sedurre persino la Disney, che assurse il suo stile a punto di riferimento quando, nel 1937, realizzò il film d’animazione “Biancaneve e i sette nani”.

 

Rendi le tue labbra iconiche con Fenty Icon, il rossetto ricaricabile ultra luxury di Fenty Beauty by Rihanna

 

Un rossetto per celebrare l’ abbandono delle mascherine? Sicuramente Fenty Icon, iconico come attesta il suo nome. A lanciarlo è Fenty Beauty by Rihanna, un marchio che è ormai una garanzia in quanto a prodotti intrisi di appeal. Anche stavolta, il “make up per tutte” pensato dalla popstar barbadiana rimane fedele ai suoi principi: Rihanna ha curato personalmente la palette cromatica di Fenty Icon, ideando una gamma di rossi e di nude ad alta pigmentazione e dal potente impatto visivo. L’ astuccio del rossetto è ultra luxury, dorato e pentagonale; il logo di Fenty Beauty inciso su uno dei cinque lati gli conferisce un tocco di eleganza aggiuntiva. Fenty Icon vanta un finish cremoso semi-matte e una texture vellutata che lo mantiene inalterato per ore ed ore. La sua formula ricca di acido ialuronico, vitamina E e C assicura un’idratazione costante delle labbra, mentre la tecnologia aminoacidica le nutre donando loro un’ incredibile morbidezza. Una curiosità: nella forma, Fenty Icon si ispira all’ arco di Cupido di Rihanna. Può essere applicato, quindi, direttamente sulle labbra con estrema accuratezza.

 

 

Le tonalità in cui si declina il rossetto sono 10. Ve le elenco qui di seguito: The MVP (rosso puro, dal sottotono freddo), Board Memb’r (rosso burgundy), Grill Mast’r (rosso acero), Flaunty Auntie (rosso mogano), She a CEO (cioccolato che vira al nude), Major Magnate (nude che vira al taupe), Ballin’ Babe (nude che vira al malva), Scholar Sista (nude che vira al rosa), Pose Queen (rosa/nude neutro) e Motha Luva (nude che vira al rosa chiaro). Un punto di forza di Fenty Icon è senza dubbio la sua ricaricabilità. Per effettuare il ricambio una volta che lo stick si è esaurito, basta seguire la procedura illustrata in questo video: https://www.youtube.com/watch?v=87rAtefoSuo&t=9s

Siete pronte a restituire alle vostre labbra la seduttività e la sofisticatezza del pre-pandemia?

 

Molly Goddard presenta la sua collezione ready to wear dedicata alla sposa

Stratus Dress Ivory

Molly Goddard lancia la sua collezione sposa ready to wear: 11 modelli nello stile signature del brand e acquistabili comodamente on line. La designer – laureata alla prestigiosa Central Saint Martins – ha dichiarato di aver sviluppato questo progetto due anni fa, durante il lockdown dovuto al Covid. Nel periodo in cui l’e-shopping si è rivelato un must, Molly Goddard ha pensato di estendere anche al bridal il concetto di “compra con un click”. Ha creato così una serie di abiti in tessuti ricercati quali il tulle, il taffetà, il voile di cotone, con il colore avorio a fare da denominatore comune. Le lunghezze spaziano dagli orli mini a quelli rasoterra, le taglie abbracciano un range che va dalla 40 alla 52. Predominano silhouette svasate; ruches, volants e punto smock fanno da fil rouge. Le gonne sono ampie, i corpetti preziosi e fascianti. Dettagli in full color ravvivano il total white: una fodera in seta celeste, i nastrini di velluto nella stessa nuance, il velo che si tinge di corallo, avorio e azzurro polvere…E poi, i sandali declinati in tonalità come il verde, il rosso e il fucsia, persino in versione metallizzata. Il loobook è stato scattato in atelier per esaltare il savoir faire degli abiti, la loro allure contemporanea e raffinata a un tempo. Ogni creazione è plasmata su una vestibilità universale, si addice anche alle curvy; lo stile Goddard, vagamente bamboleggiante, diventa unconventional distanziandosi da qualsiasi leziosità. Il bridal “pronto da indossare” è ordinabile nel sito web della designer, ma ci si può avvalere di ulteriori opzioni: scegliere un abito della vasta collezione sposa previo appuntamento (digitale o nell’ atelier di Londra), oppure puntare su un look realizzato su misura.

Nimbus Dress Ivory

Cinnabar Dress Ivory

Agyness Dress Ivory with Blue

Violet Dress Ivory

Cumulus Dress Ivory

Solly Dress White

Saturnia Dress Ivory

Laurel Dress Ivory

Larry Dress Ivory

Matilda Dress Ivory Blue

Le Frasi

 

“Siate come l’uccello posato per un attimo su rami troppo fragili, che sente la fronda piegarsi e canta, tuttavia, sapendo di avere le ali.”
(Victor Hugo)

L’ accessorio che ci piace

 

La rosa, fiore-emblema del mese di Maggio, trionfa anche sugli abiti e sugli accessori. Un esempio? La sciarpa in twill di seta di Marni: il capo, dal formato quadrato, riproduce una rosa su sfondo azzurro polvere creata da Magdalena Suàrez Frimkess.  La collaborazione tra Marni e l’artista di origini venezuelane risale al 2018, ma si è ripetuta in occasione di una capsule dedicata all’ Anno cinese della Tigre. I disegni surreali, naif e coloratissimi di Suàrez Frimkess si incastonano alla perfezione nell’ universo del brand. Nata a Caracas e trasferitasi a Venice, in California, dopo aver sposato il ceramista Michael Frimkess, Magdalena Suàrez Frimkess è diventata celebre per i personaggi ispirati ai cartoon e per gli slogan e gli stilemi pubblicitari inglobati nelle sculture, nei vasi, nelle tazze e negli oggetti che realizza in ceramica. L’ ironia e la naiveté sono i cardini della cifra stilistica dell’artista, alla quale il LACMA (Los Angeles County Museum of Art) dedicherà una grande retrospettiva nel 2023. Anche la sciarpa che Magdalena ha pensato per Marni evidenzia il suo tratto caratteristico: la rosa ha l’aria di un disegno infantile, ma in realtà rivela un gioco di chiaroscuri incredibile e una profonda accuratezza nella raffigurazione delle foglie e dello stelo. La scritta “La rosa” (in una lingua che potrebbe essere l’ italiano o lo spagnolo indifferentemente) abbinata all’ immagine sottolinea l’ allure naif di un accessorio che è una vera e propria opera d’arte.

 

Momenti di Maggio

 

” Come non posso vedere un torrente limpido, senza bagnarvi perlomeno i piedi, così non posso pensare davanti a un prato a maggio senza fermarmi. Non c’è niente che attiri di più di questa terra profumata, su cui le fioriture del cerfoglio ondeggiano come una lieve spuma, mentre gli alberi da frutto tendono i loro rami coperti di fiori come se volessero emergere da questo mare di beatitudine. E io, io devo per forza lasciare la strada e addentrarmi in questa pienezza multiforme di vita. “

(Sophie Scholl)

Due amiche nella campagna assolata di Maggio. Borse e cappelli di paglia per esaltare un mood rustico, abiti bianchi per riflettere la luce. Momenti di gioia e di assoluto relax vissuti in mezzo alla natura, a piedi nudi, tra candidi fiori di campo e prati verdeggianti. Finchè un sentiero che scende verso il mare svela un nuovo panorama: orizzonti sconfinati e una spiaggia deserta da godersi in un tripudio di inebrianti emozioni. (Foto di Nataliya Vaitkevich via Pexels)

 

Mo Eid e i suoi “Pinkscape” onirici

 

A identificarlo è solo un nome monosillabico: Mo. Nessun indizio sull’ età, sul sesso, sul background professionale. Il suo volto è altrettanto misterioso. Su Instagram, si firma Mo Eid e la foto del profilo lo raffigura come un avatar dal viso viola che indossa occhiali alla John Lennon. Altre informazioni, invece, sono ben precise: Mo Eid proviene da Dubai e si definisce un designer multidisciplinare. VALIUM lo ha scoperto grazie alle sue opere di digital art. Rappresentano paesaggi onirici e altamente visionari, combinazioni di “indoor” e “outdoor” che sembrano uscite da miraggi notturni. Due elementi fanno da fil rouge: le distese acquose (il mare, il lago, il fiume, ma anche una semplice piscina) e i colori pastello, prevalentemente il rosa, che impregnano l’ immagine di un mood rarefatto. “Sogno” è la parola chiave dell’ opera di Mo. E’ proprio nel bel mezzo di un sogno che colloca le sue location digitali. Il letto, non a caso, rappresenta un ennesimo leitmotiv delle immagini dell’ artista. Appare nei posti più impensati: in cima a una piramide di scale, su una lingua di terra protesa nel mare, in aperta campagna…Ma non solo. Il confine tra “interno” ed “esterno” è del tutto sfumato, pressochè inesistente. Basti pensare che le tende di una casa si aprono, quasi a mò di sipario, su uno sfondo che ingloba il mare, enormi nuvole rosa e una cascata di glicine. Oppure che una sorta di salotto avveniristico sfoggia un prato color lavanda al posto del pavimento. Alberi in cromie surreali spuntano nelle abitazioni e tra le dune del deserto, la pedana di una piscina si affaccia su un lago selvaggio, una tipica “Red Telephone Box” britannica campeggia in una landa ammantata di neve. Questa serie di paesaggi ha un nome, “Pinkscape”. Mo spiega di averli ideati durante il lockdown, al culmine della pandemia: il suo scopo era quello di creare una realtà parallela, spazi sconfinati in cui evadere mentalmente durante la “grande chiusura”. Nei luoghi onirici che raffigura la fantasia vaga senza vincoli, abbatte qualsiasi barriera; i colori eterei e le atmosfere impalpabili evocano sensazioni di pace e di serenità. Il rosa, in particolare, rappresenta un sollievo e un’ esortazione al tempo stesso: è un invito al “think pink” che prende le distanze da tutte le ovvietà associate a questo motto.

 

 

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