La Regina della Neve

 

” Là nella piazza i ragazzi più arditi legavano i loro slittini ai carri dei contadini, così venivano trascinati per un bel pezzo: era molto divertente. Stavano giocando così quando giunse una grande slitta, tutta dipinta di bianco, dove sedeva una persona avvolta in una morbida pelliccia bianca e con un cappuccio in testa; la slitta fece due volte il giro della piazza e Kay vi legò svelto lo slittino, così si fece trascinare. Andò sempre più forte fino alla strada successiva; la persona che guidava voltò la testa e fece un cenno molto affettuoso a Kay, come se si conoscessero già; ogni volta che Kay voleva sciogliere il suo slittino quella gli faceva di nuovo cenno, e così Kay rimaneva seduto; corsero fino alla porta della città. Allora la neve cominciò a precipitare così fìtta che il fanciullo non poteva vedere a un palmo davanti a sé, mentre veniva trascinato via così sciolse velocemente il laccio per staccarsi dalla grande slitta, ma non servì a nulla, la sua piccola slitta rimase attaccata, e andava alla velocità del vento. (…) I fiocchi di neve diventavano sempre più grandi, alla fine sembravano grosse galline bianche; improvvisamente la slitta balzò di lato, si fermò e la persona che la guidava si alzò; la pelliccia e il cappuccio erano fatti di neve, e lei era una dama, alta e snella, di un candore splendente, era la regina della neve. «Abbiamo fatto un bel giro!» esclamò «ma che freddo! Riparati nella mia pelliccia di orso!» e se lo mise vicino sulla slitta e gli avvolse intorno la pelliccia, e a lui sembrò di affondare in una montagna di neve. (…) Kay la guardò: era così bella, un viso più bello e intelligente non lo avrebbe potuto immaginare; ora non sembrava più di ghiaccio, come quella volta che l’aveva vista fuori dalla finestra mentre gli faceva cenno: ai suoi occhi appariva perfetta, non sentì affatto paura, le raccontò che sapeva fare i calcoli a memoria, anche con le frazioni, che conosceva l’estensione in miglia quadrate dei vari paesi e il numero degli abitanti; lei continuava a sorridergli. Allora Kay pensò che non era abbastanza quello che conosceva, così guardò in alto, nel grande spazio dell’aria, e la regina volò con lui, volò in alto su una nera nuvola, mentre la tempesta infuriava e fischiava, sembrava che cantasse vecchie canzoni. Volarono sopra boschi e laghi, sopra giardini e paesi, sotto di loro soffiava il freddo vento, ululavano i lupi, la neve cadeva, sopra di loro volavano neri corvi gracchianti, ma sopra a tutto brillava la luna, grande e luminosa, e alla luna Kay guardò in quella lunghissima notte d’inverno; quando venne il giorno dormiva ai piedi della regina della neve. “

 

Hans Christian Andersen, da ” La Regina della Neve”

 

 

 

Un sogno di Natale

 

” Le campane suonavano tanto allegramente che era difficile trattenersi dal ballare. Dei festoni verdi erano appesi alle mura e ogni pianta era un albero di Natale ricolmo di giocattoli, splendente alla luce di candele che non si spegnevano mai. In una postazione molti spiritelli confezionavano come pazzi abiti caldi, portando a termine il lavoro più velocemente di qualsiasi macchina da cucire mai inventata, e grandi mucchi erano già pronti per essere spediti alla povera gente. Altre creature erano impegnate a infilare dei soldi nei borsellini, e scrivevano assegni che facevano volar via nel vento – un genere incantevole di bufera di neve che cadeva in un mondo di sotto pieno di miseria. (…) ” Ti prego, dimmi, che splendido mondo è mai questo?” chiese Effie, non appena si fu ripresa dalla visione di tutte quelle cose straordinarie. “Questo è il mondo di Natale; e qui lavoriamo tutto l’anno, senza stancarci mai di prepararci per quel giorno felice. Vedi, questi sono i santi pronti a partire, perchè alcuni devono andare molto lontano e i bambini non devono rimanere delusi.” Mentre parlava, lo spirito indicò quattro grandi slitte cariche di balocchi, con un vecchio e allegro Santa Claus in ognuna, che indossava i guanti e si rimboccava le coperte in vista di una lunga corsa nel freddo. “Come! Pensavo che ci fosse un solo Santa Claus, e perfino che fosse una frottola” esclamò Effie, stupita a quella vista. “Non smettere mai di credere alle care, vecchie storie, anche quando arriverai a capire che sono soltanto la piacevole ombra di un’ amabile verità.”

 

Luisa May Alcott, da “Un sogno di Natale, e come si avverò”, tratto dal libro di racconti “Storie di Natale”

 

 

Illustrazione (cropped) via Dave from Flickr, CC BY-ND 2.0

 

Il Tempo

 

” Alice sospirò stancamente. “Penso che potreste impiegare meglio il vostro tempo” disse “invece di sprecarlo con indovinelli senza soluzione”. “Se tu conoscessi il Tempo come lo conosco io” disse il Cappellaio “non parleresti di lui così senza riguardo. E’ una persona”. “Non so cosa vuoi dire”, disse Alice. “Lo credo bene!” disse il Cappellaio, scuotendo la testa con disprezzo. “Ho l’impressione che tu con il Tempo non ci abbia mai nemmeno parlato!” “Forse non gli ho mai parlato” rispose Alice con una certa cautela, “ma so di dover battere il tempo quando studio musica”. “Ah, questo spiega tutto” disse il Cappellaio. “non sopporta di essere battuto. Ma vedi, se tu ci andassi d’accordo, lui farebbe quasi tutto quel che vuoi con l’orologio. Per esempio, mettiamo che siano le nove di mattina, proprio l’ora di cominciare le lezioni: bastrebbe soltanto che tu gli dicessi una parolina sottovoce, e il Tempo farebbe correre la lancetta dell’orologio in un batter d’occhio! L’una e mezza, ora di pranzo!” (…) “Sarebbe davvero magnifico” disse Alice pensosamente; “ma sai, allora non avrei fame”. “Non subito, forse”, disse il Cappellaio, “ma potresti tenerlo fermo all’una e mezza finchè ti pare”. “E’ così che fai tu?” chiese Alice. Il Cappellaio scosse la testa tristemente. “No, io no!” rispose. “Abbiamo litigato lo scorso marzo…”

 

Lewis Carroll,

da “Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie”

 

 

 

 

Il Palazzo del Re della Neve e del Ghiaccio

 

” In una serena mattinata di inizio novembre, le guardie dichiararono il ghiaccio sulla Neva sicuro per il passaggio di slitte e carrozze. Contro il cielo pallido, si stagliava netto e quasi irreale il profilo della fortezza di Pietro e Paolo, e gli alberi lungo le rive del fiume erano ammantati di brina argentea. (…) “Forza!” incitai i miei cavalli con il frustino. Daria e Aleksandra esultarono e agitarono i fazzoletti colorati quando la nostra slitta si lanciò all’ inseguimento di quella di Pietro, seguita da tutte le altre sul ghiaccio ancora intatto. Rallentai, trattenendo il fiato mentre Pietro si avvicinava all’ altra riva. Cosa avrebbe detto nel vedere cosa avevo preparato per lui? Lo zar fermò la slitta con un brusco strattone e rimase a fissare in silenzio la meravigliosa costruzione che emerse davanti ai suoi occhi come un sogno: muraglioni, torri e parapetti bianchi rilucevano come un castello delle favole. Gli operai avevano impiegato un’ intera notte per intagliare il padiglione in giganteschi blocchi di ghiaccio: i tetti, le guglie e i pinnacoli scintillavano al sole come schegge di vetro azzurro. L’ ingresso del palazzo era presidiato dai mori di Pietro. Calzavano pantaloni e stivali di cuoio blu e rosso e la pelle nera e lucida d’olio dei torsi nudi contrastava meravigliosamente con la purezza del ghiaccio. Raggiunsi lo zar, e lui si voltò lentamente verso di me, gli occhi umidi pieni di stupore e di incredulità. (…) Gli sorrisi con tenerezza mentre mi sussurrava: “E’ opera tua?”. Gli sorrisi a mia volta, soffiando un bacio verso di lui. “Sì. E’ un palazzo fatto per il re della neve e del ghiaccio, mio zar. Un regalo da parte della tua serva più fedele e amorevole. ” “

 

Ellen Alpsten, da “Zarina. Lo straordinario romanzo della serva che divenne Imperatrice di Russia.”

 

 

 

Lee Miller, Parigi, Man Ray

 

” La sera in cui Lee conosce Man Ray ha inizio in un bistrot semivuoto a qualche isolato dal suo albergo, dove siede da sola mangiando una bistecca e uno sformato di patate accompagnati da mezza caraffa di vino rosso scuro. Ha ventidue anni, ed è bellissima. (…) Cenare da sola non è una novità per lei: ha trascorso quasi tutto il tempo da sola da quando è in città, un cambiamento difficile rispetto alla vita frenetica che aveva a New York, dove lavorava come modella per “Vogue” e frequentava i locali jazz quasi ogni sera, sempre con un uomo diverso al suo fianco. (…) Uomini. Lee li avrà pure ammaliati, ma loro pretendevano cose da lei – la scandagliavano con gli occhi, le sbraitavano ordini da sotto i teli delle macchine fotografiche, la riducevano a frammenti di ragazza: un collo per reggere perle, una vita sottile per dare risalto a una cintura, una mano da accostare alle labbra per mandare baci. Il loro sguardo la trasformava in qualcuno che non voleva essere. (…) Qui a Parigi, dove è venuta per ricominciare da capo, per fare arte invece di essere ridotta a oggetto d’arte, nessuno presta molta attenzione alla sua bellezza. Quando cammina per Montparnasse, il suo nuovo quartiere, nessuno incrocia il suo sguardo, nessuno si volta a guardarla quando passa. Sembra solo uno dei tanti bei dettagli di una città in cui praticamente tutto è perfetto. Una città costruita sul dominio della forma rispetto alla funzione, in cui schiere di dolcetti sfavillanti risplendono nelle vetrine delle pasticcerie, troppo impeccabili per essere mangiati. In cui un modista espone cappelli meravigliosamente elaborati senza una chiara indicazione di come li si debba indossare. Perfino le donne parigine nei caffè a bordo strada sono come sculture, appoggiate agli schienali delle sedie con un’ eleganza disinvolta, come se la loro raison d’ être fosse decorativa.  “

 

Whitney Scharer, da “L’età della luce”

 

 

La foto della fotografa statunitense Lee Miller, la cui relazione con l’ artista Dadaista Man Ray viene narrata dalla Scharer nel libro da cui è tratta questa citazione, è stata pubblicata da oneredsf1 su Flickr tramite la licenza CC BY-NC-SA 2.0

 

Nessun sogno è soltanto un sogno

 

” – Cosa dobbiamo fare, Albertine?
Lei sorrise, e dopo una breve esitazione rispose: – Ringraziare il destino, credo, di essere usciti indenni da tutte le avventure, da quelle reali e da quelle sognate.
– Ne sei proprio sicura? – domandò Fridolin.
– Così sicura, come intuisco che la realtà di una notte, anzi, persino quella di un’intera vita umana non rappresenta la sua più intima verità.
– E nessun sogno, – aggiunse lui con un lieve sospiro, – è soltanto un sogno.
Lei gli prese la testa fra le mani e la adagiò affettuosamente sul proprio petto. – Ora siamo svegli, – disse, – e lo resteremo a lungo. Per sempre, avrebbe voluto correggerla Fridolin, ma prima che potesse pronunciare quelle parole lei gli posò un dito sulle labbra e mormorò, come tra sé: – Mai indagare il futuro. ”

 

Arthur Schnitzler, da “Doppio Sogno”

 

 

 

 

Adèle H.

 

” Come potrei spiegare cosa accade in me da qualche tempo? Talvolta ho delle violente aspirazioni verso il grande ideale, una morte pura e grandiosa, altre volte verso una vita dolcemente fastosa, dove ho solamente Auguste. Talvolta sono una vita bruciata, ardente, violenta, viva, nella quale via via Clésinger, Delacroix, Arnould si susseguono, come amanti, nella quale mi vedono come la figlia di Victor Hugo, giovane, bella, radiosa, alla moda, supremamente intelligente, supremamente bella, radiosa, supremamente civetta, che schiaccia con tutto il suo splendore le sue rivali, passate, presenti e future; intellettuale, grande musicista, applicando e facendo applicare i miei paradossi, vivendo tutte le vite, la vita dell’ amore, la vita del mondo. Ma ahimè altre volte rimpiango anche il passato, la mia purezza, la bellezza della mia anima, il mio primo amore, le mie prime emozioni, l’organo, Place-Royale, Villequier, il suo bel giardino al chiaro di luna nel 1846 (già sei anni fa), Auguste e l’estasi dei nostri primi baci, quando amante e grandiosa sacrificavo la mia serenità alla sua felicità. (…) L’ amore è Spirito e Materia. Non do il mio corpo senza la mia anima, né la mia anima senza il mio corpo. L’ uno è imprescindibile dall’ altra. “

 

Adèle Hugo

da “Pazza d’Amore”, a cura di Manuela Maddamma

 

 

 

Nella foto: Isabelle Adjani nel film “L’ Histoire d’Adèle H.” (1975) di François Truffaut. Immagine via deepskyobject from Flickr, CC BY-SA 2.0

 

La Luna sopra la città

 

“— La Terra è troppo più forte: finirà per spostare Luna dalla sua orbita e farla girare attorno a sé. Avremo un satellite. L’angoscia che provavo mi guardai bene dall’esprimerla. (…) – Ma non ci sarà pericolo, per noi? – do­mandai. Sibyl tese le labbra nella sua espressione che meno ama­vo. – Noi siamo sulla Terra, la Terra ha una forza che può tenersi intorno dei pianeti per conto suo, come il Sole. Co­sa può contrapporre, Luna, come massa, campo gravitazio­nale, tenuta d’orbita, consistenza? Vuoi mica metterla a confronto? Luna è molle molle, la Terra è dura, solida, la Terra tiene. — E la Luna, se non tiene? – Oh, sarà la forza della Terra a farla stare a posto. Aspettai che Sibyl finisse il suo turno all’Osservatorio per accompagnarla a casa. Appena fuori della città c’è quel nodo in cui le autostrade si diramano gettandosi su ponti che si scavalcano l’un l’altro con percorsi tutti a spirale te­nuti alti da pilastri di cemento di diverse altezze e non si sa mai in che direzione si sta girando nel seguire le frecce bian­che verniciate sull’asfalto, e a tratti la città che ti stai lascian­do alle spalle te la trovi di fronte che s’avvicina quadrettata di luci tra i pilastri e le volute della spirale. C’era la Luna proprio sopra: e la città mi parve fragile, sospesa come una ragnatela, con tutti i suoi vetrini tintinnanti, i suoi filifor­mi ricami di luce, sotto quell’escrescenza che gonfiava il cielo. “

 

Italo Calvino, da “Ti con Zero”

 

 

 

Novembre, cuore dell’ Autunno

 

” Autunno: fiamma brillante prima del torpore invernale; raccolta; arancio, oro, ambra; notti fresche e l’odore del fuoco. Le nostre strade alberate sono infuocate, le nostre cucine sono colme dell’odore della nostalgia: mele che ribollono nella salsa, zucca tostata, cannella, noce moscata, sidro, il calore stesso. Le foglie che scintillano con colori selvaggi appena prima di morire sono lo spettacolo più vecchio del mondo, e tutto ciò che vediamo sta festeggiando con un ultimo violentemente colorato urrà prima del bianco e nero e del silenzio dell’inverno. L’autunno ci implora di danzare e cantare e scrivere con lo stesso dramma e ardore. ”

 

Shauna Niequist, da “Bittersweet: Thoughts on Change, Grace, and Learning the Hard Way”

 

 

 

 

Laide

 

“Eppure, in quella svergognata e puntigliosa ragazzina una bellezza risplendeva ch’egli non riusciva a definire per cui era diversa da tutte le altre ragazze come lei, pronte a rispondere al telefono. Le altre, al paragone, erano morte. In lei, Laide, viveva meravigliosamente la città, dura, decisa, presuntuosa, sfacciata, orgogliosa, insolente. Nella degradazione degli animi e delle cose, fra suoni e luci equivoci, all’ombra tetra dei condomini, fra le muraglie di cemento e di gesso, nella frenetica desolazione, una specie di fiore.”

 

Dino Buzzati, da “Un amore”