Le Frasi

 

” Che cos’è questa grande favola nella quale viviamo e che ognuno di noi ha la possibilità di assaporare solo per un breve momento? Non venire a dirmi che la natura non è una meraviglia. Non venire a dirmi che il mondo non è una favola. “

(Jostein Gaarder)

 

 

Il pupazzo di neve: storia di uno dei più giocosi simboli del Natale

 

«Fa così freddo che scricchiolo tutto» disse l’uomo di neve. «Il vento, quando morde, fa proprio resuscitare! Come mi fissa quello là!» e intendeva il sole, che stava per tramontare. «Ma non mi farà chiudere gli occhi, riesco a tenere le tegole ben aperte.» Infatti i suoi occhi erano fatti con due pezzi di tegola di forma triangolare. La bocca invece era un vecchio rastrello rotto, quindi aveva anche i denti. Era nato tra gli evviva dei ragazzi, salutato dal suono di campanelli e dagli schiocchi di frusta delle slitte. Il sole tramontò e spuntò la luna piena, rotonda e grande, bellissima e diafana nel cielo azzurro. «Eccolo che arriva dall’altra parte!» disse l’uomo di neve. Credeva infatti che fosse ancora il sole che si mostrava di nuovo. «Gli ho tolto l’abitudine di fissarmi, ora se ne sta lì e illumina appena perché io possa vedermi. Se solo sapessi muovermi mi sposterei da un’altra parte. Vorrei tanto cambiare posto! Se potessi, scivolerei sul ghiaccio come hanno fatto i ragazzi, ma non sono capace di correre.»

(Hans Christian Andersen, da “L’Uomo di Neve”)

 

E’ buffo, giocoso, e soprattutto…completamente bianco. Il che non sorprende, dal momento che è la neve a dargli forma. Emblema del Natale, ma anche dell’ Inverno, il pupazzo di neve rimanda alla gioia e alla spensieratezza. Esiste da tempi immemorabili, e definirlo solo un “pupazzo” sarebbe riduttivo: nel corso dei secoli, infatti, ha rivestito valenze molteplici e molto interessanti. Le sue radici risalgono al folklore del Nord Europa, dove i pagani lo assursero a simbolo della ciclicità naturale. Così come il seme, durante l’Inverno, riposa in attesa del risveglio primaverile, il pupazzo di neve “prende vita” con il freddo e si scioglie con il primo sole. Sappiamo tutti come sia fatto: il suo aspetto antropomorfo viene ottenuto collocando due o tre grandi palle di neve una sopra l’altra. Ma a quando risale, esattamente, la comparsa di questo personaggio? Lo scrittore, illustratore e cartoonist Bob Eckstein ne descrive le origini nel libro “La Storia del Pupazzo di Neve”. Secondo le sue ricerche, il candido emblema natalizio appariva già nel Medioevo.  In un manoscritto conservato nella Biblioteca Nazionale dell’ Aia, il “Libro delle Ore” (data di pubblicazione 1380), spicca infatti un disegno – un pupazzo di neve accovacciato davanti al fuoco – che lo vede protagonista. Nel 1494, persino Michelangelo ebbe a che fare con l’ “omino immacolato”. Dopo la morte di Lorenzo Il Magnifico, il suo mecenate, accettò una commissione di Piero de’ Medici (figlio di Lorenzo) che gli chiese di realizzare una statua di neve. La scultura che Michelangelo creò per lui fu talmente strabiliante da farlo rientrare subito alla corte medicea. In alcune stampe del 1500, un pupazzo di neve viene attorniato da un girotondo di fanciulli. Nel XVI secolo, inoltre, l’ “uomo di neve” fu protagonista di un rilevante evento sociopolitico: il cosiddetto “Miracolo del 1511” di Bruxelles. L’ Inverno di quell’ anno fu particolarmente rigido, e il popolo, sfinito dal gelo e dall’ indigenza, ideò un metodo originale per scagliarsi contro l’aristocrazia e la Casa Reale. Creò oltre 100 pupazzi di neve con le loro fattezze, deformandole in un modo a metà tra il grottesco e il licenzioso. Fu una sorta di satira politica a base di neve. La popolarità dello “snowman”, come lo chiamano gli anglosassoni, raggiunse un vero e proprio boom durante l’ epoca vittoriana. Il Principe Alberto, che era un grande appassionato di tradizioni natalizie tedesche, importò l’ usanza del pupazzo di neve direttamente dalla Germania. Dal Regno Unito al resto del mondo il passo fu breve; l’ uomo di neve divenne una vera e propria icona del Natale, emblema di  speranza e dei piccoli piaceri che ci regala l’ Inverno. Libro di Eckstein a parte, una delle più suggestive testimonianze storiche che riguardano il pupazzo viene associata a San Francesco di Assisi.

 

 

Pare che il Santo – così, almeno, viene affermato in una parabola – adorasse i pupazzi di neve e ne incoraggiasse la realizzazione. Il fatto che la neve scendesse dal cielo la equiparava a un dono divino, come divino era il suo candore. Per San Francesco i pupazzi di neve erano degli autentici angeli, creature celesti che tenevano lontane le forze demoniache. Ma erano anche gli intermediari tra gli uomini e Dio, a cui trasmettevano le loro richieste. Vigeva l’ uso di ritrovarsi attorno a un pupazzo di neve per formulare desideri; si attendeva, poi, che si concretizzassero quando la neve si sarebbe sciolta con i primi tepori. Un’ antica leggenda narra invece che il pupazzo di neve sia un aiutante di Babbo Natale: è lui che si impegna affinchè la notte di vigilia nevichi, per creare un’atmosfera adeguatamente magica quando Santa Klaus va a consegnare doni con la sua slitta.

 

Oltre ad apparire in note pellicole americane (una su tutte “Jack Frost”, datato 1998, di Troy Miller), il pupazzo di neve è il protagonista principale di una celebre fiaba di Hans Christian Andersen, “L’uomo di neve”. Pubblicato nel 1861, il racconto è incentrato sul dialogo tra un pupazzo di neve e un vecchio cane. Tema principale è la condizione precaria sperimentata dal primo dei due, che diventa quasi una metafora della caducità della vita: ” Il sole ti insegnerà senz’altro a correre!”, dice il cane al pupazzo. ” L’ho già visto con il tuo predecessore dell’anno scorso, e con quello dell’anno prima. Via, via! e tutti ve ne andrete!”. Gli “uomini di neve” sono accomunati dalla stessa sorte, vivere d’Inverno per poi sparire sotto i raggi del sole. Ogni anno, nei mesi freddi, vengono creati pupazzi di neve destinati a sciogliersi e ad essere dimenticati. La situazione si ripete tutti gli Inverni, originando un ciclo perenne che presenta non poche similitudini con quello dell’ esistenza.

 

Immagini: seconda illustrazione dall’ alto, “A Merry Christmas” (1903), from the Miriam and Ira D.Wallach Division of Arts, Prints and Photographs. Picture collection by an unknown artist, original from The New York Public Library, digitally enhanced by Rawpixel. Terza immagine dall’ alto via Dave from Flickr, CC BY-ND 2.0 . Quarta immagine dell’ alto via snap713 from Flickr, CC BY-NC-ND 2.0

 

Pat McGrath x Bridgerton: una collezione romantica intrisa di bagliori astrali

 

Pat McGrath torna con una make up collection romantica, regale e sognante al tempo stesso: è una limited edition ispirata a “Bridgerton”, la seguitissima serie Netflix ambientata nell’ età della Reggenza. In attesa dell’ inizio della sua seconda stagione (sarebbe dovuta uscire a Natale, ma pare che sia stata posticipata alla Primavera del 2022), la “Mother of Make Up” ci presenta la capsule a cui ha dato lo stesso nome del programma. La linea, un omaggio alla serie, è composta da tre prodotti: una palette occhi perlescente, un trio di blush e un illuminante declinato in due diverse sfumature. A fare da leitmotiv sono i finish, incantevolmente lucenti; tonalità satinate, metallizzate, iridescenti e opalescenti si alternano in una scia di ipnotico luccichio astrale. A simbolizzarle è il diamante, prezioso e raffinatissimo a un tempo. Il packaging stesso dei prodotti preannuncia la loro ricercatezza: giocato nei toni del celeste, del lilla e dell’oro, mostra un cammeo su cui è incisa la B di Bridgerton adornato di perle e di un sofisticato fiocco. A fare da sfondo, la riproduzione di un tessuto matelassé che compare sull’ intera confezione. Andiamo a scoprire, dunque, la make up collection che Pat McGrath dedica all’ iconica serie TV. Come potrete notare, i suoi bagliori e il suo potente fascino la rendono perfetta anche per le festività natalizie.

 

MTHRSHP: Diamond of the First Water
 
 
E’ una palette occhi composta da sei shade ultra luxury. La texture in polvere cremosa coniuga la leggerezza impalpabile con colori saturi, intensi e iper pigmentati che permettono di creare i più disparati look. In puro stile McGrath, le sei tonalità sprigionano uno scintillio siderale: Iconic Ingenue è un luminoso rosa satinato/matte, Art of the Swoon un rosa lampone satinato/matte molto acceso, Regency Blue (il colore di punta della palette) un celeste polvere intriso di iridescenti bagliori astrali, Plum Regalia un vellutato mix tra il prugna e il taupe dal finish matte, Duchess Divinity un rosa platino acceso da luminescenze metal e Love Match un rosa lampone ancora più intenso rispetto ad Art of the Swoon. Regency Blue viene definito una “cromia gioiello”, il che è indicativo. Può essere utilizzato bagnato o asciutto, da solo o come “topper”, per donare brillantezza all’ ombretto a cui si sovrappone.
 
 

 

Divine Blush + Glow Trio: Love at First Blush

Donare colore alle guance e agli zigomi esaltandoli con una luminosità intensa: tutto questo è possibile grazie al trio composto da due differenti nuance di Divine Blush e da Divine Glow Highlighter, un illuminante in una deliziosa tonalità champagne. I tre prodotti vantano una formula ricca di oli botanici, ostentano cromie vivide e una consistenza impalpabile che si fonde con la pelle alla perfezione. Il viso viene scolpito dagli effetti multidimensionali originati dai giochi di luce e di colore, irradiando una radiosità irresistibile. La texture setosa favorisce un contouring impeccabile. Divine Blush è disponibile nelle tonalità Cherish, un rosa carico, e Nymphette, un rosa confetto, mentre Divine Glow Highlighter esibisce la fulgida shade champagne battezzata Venus Nectar.

Skin Fetish: Sublime Skin Highlighter

Opulenza nei toni dell’ oro e del platino: è quanto offre Sublime Skin Highlighter, uno straordinario illuminante. La texture è quella di un gel-polvere incredibilmente cremoso al tatto e setosissimo non appena viene steso sulla pelle, con cui diventa un tutt’uno subito dopo l’ applicazione. La lucentezza del prodotto è assoluta: fa risplendere il viso dall’ interno emanando bagliori multidimensionali. Finish metal e brillantezza eterea si uniscono in un connubio di intenso fascino, originando un fulgore opalescente che cattura tutti gli sguardi. Il prodotto è facilmente modulabile, a seconda della stesura può risultare particolarmente vivido o magneticamente etereo; per rafforzare il suo appeal, Pat McGrath lo declina nelle nuance Xtreme Gold 002 (un potente giallo oro) e Incandescent Gold 002 (uno sfavillante color platino).

Un albero di Natale

” Sono stato a osservare, questa sera, un’ allegra brigata di bambini riunita attorno a quel bel gioco tedesco, un Albero di Natale. L’ albero era piantato al centro di un gran tavolo tondo, e torreggiava alto sopra le loro teste. Era splendidamente illuminato da una miriade di candeline; e ogni dove riluceva e scintillava di oggetti sfavillanti. C’erano bambole dalla rosee guance, nascoste tra le verdi foglie; e c’erano orologi veri (con lancette mobili, quantomeno, e con un’ infinita capacità di caricarsi) penzolanti da innumerevoli ramoscelli; c’erano tavoli francesi lucidati, sedie, letti, armadi, pendole a carica settimanale, e altri vari articoli di mobilio domestico (mirabilmente creati, in latta, a Wolverhampton), appollaiati fra i rami, come in attesa di arredare qualche casa di fate; c’erano grassi ometti dal faccione largo, assai più piacevoli a vedersi di tanti uomini in carne e ossa…e lo credo bene, perchè staccando le loro teste, mostravano che erano pieni di caramelle; c’erano violini e tamburi; c’erano tamburelli, libri, cassette degli attrezzi, scatole di colori, scatole di dolciumi, scatole di lanterne magiche, e ogni sorta di scatole; c’erano ninnoli per le ragazzine più grandi, assai più splendenti di tutto l’ oro o di tutti i gioielli per adulti; c’erano cestini e puntaspilli di ogni foggia; c’erano fucili, spade e stendardi; c’erano fattucchiere in mezzo a cerchi magici di cartone , a predire la sorte; c’erano dadi rotanti e trottole fischianti, agorai, nettapenne, boccette di sali profumati, carte da conversazione, portafiori; frutta vera, rivestita artificialmente da una sfoglia dorata; mele, pere e noci finte, zeppe di sorprese; (…). Questa variopinta collezione di oggetti di ogni sorta, i quali erano raggruppati sull’ albero come grappoli di bacche miracolose, e che riflettevano gli sguardi brillanti su esso puntati da ogni lato (…) formava un quadro vivente delle fantasie infantili, e mi ha indotto a pensare che tutti gli alberi che crescono e tutte le cose che esistono sulla Terra, possiedano i loro addobbi fantastici in quel memorabile periodo. “

 

Charles Dickens, da “Un albero di Natale”

 

 

Foto “Children with Christmas Tree” di The Texas Collection, Baylor University, via Flickr, CC BY-NC 2.0

 

 

Gold Christmas

Alberta Ferretti

Opulento, splendente, regale: l’ oro è il colore più prezioso del Natale. E anche quello maggiormente connesso al divino. Rimanda infatti alla luce emanata dal “Re dei re”, quella che Gesù ha portato nel mondo con la sua nascita. L’ arte sacra ha usato oro a profusione per raffigurare l’aureola, l’alone luminoso irradiato da coloro che detenevano il potere o avevano ricevuto il dono della santità. L’ oro brilla nelle tenebre, è emblema di luce ma anche di tesori materiali e morali. Rimanda alla ricchezza interiore, una dote che tutti dovrebbero imparare a coltivare. Il Natale ci invita a un viaggio introspettivo per riscoprirne il valore, raggiungendo la piena consapevolezza di noi stessi. Esaminato in un’ottica fashion, l’oro è perfetto per scintillare ai party di fine anno. Le collezioni Autunno Inverno 2021/22 lo propongono in dosi massicce, per il giorno e per la sera: basta indossare un capo oro per evocare una magica atmosfera di festa. Se preferite un look total gold, poi, non avrete che l’ imbarazzo della scelta. Perchè è tutt’oro quel che luccica…in questo caso potete starne certe.

A.Bocca

Dsquared2

Michael Kors Collection

Schiaparelli, spilla Colomba in Edizione Limitata

Moschino

AWAKE Mode

Chanel

Valentino

Ralph Lauren

JW Anderson

Andrew GN

Versace

Gucci

Dolce & Gabbana, The One Gold Eau de Parfum

Lazzari

Burberry

Vivienne Westwood

Calcaterra

Yule

Amo la neve, la neve e tutte le forme di gelo radioso.
(Percy Bysshe Shelley)

 

Oggi, 21 Dicembre, diamo il benvenuto all’ Inverno. Il Solstizio si verificherà alle 16.58 in punto, esattamente 17 minuti dopo il calar del sole. Sarà la giornata più corta dell’ anno: in Italia avremo una media di 8-9 ore di luce contro le rimanenti di buio pesto. Durante il Solstizio d’Inverno la potenza dell’ armonia cosmica è nettamente percepibile, così come le vibrazioni che emana. Lo spazio e il tempo sembrano cristallizzarsi, sospendersi in attesa di una metamorfosi. L’ oscurità prende il sopravvento, occultando sotto il suo manto la luminosità solare. Una frase dello scrittore statunitense John Updike descrive questo fenomeno alla perfezione: “Le giornate sono brevi. Il sole una scintilla sospesa tra buio e buio.” Siamo a Yule: così veniva chiamato il Solstizio d’Inverno dai popoli germanici dell’ era precristiana. La magia aleggia nell’ aria, rievocando la suggestività di una ricorrenza celebratissima nelle lande del Nord Europa. Si pensa che il nome Yule derivi da un termine norreno, Hjòl, ovvero ruota, poichè il Solstizio d’Inverno coincideva con il punto più basso in cui si trovava la ruota dell’ anno prima di iniziare la sua risalita. Ma Jul è anche una radice scandinava che ha il significato di “festa, banchetto”, mentre la mitologia norrena chiama “joln” gli dei e Jolnir (il Signore degli dei) è uno dei molteplici nomi di Odino. La rilevanza di Yule risiedeva nel fatto che il Sole, quel giorno, cominciava a rinascere a poco a poco. Gli antichi popoli festeggiavano tramite rituali e tradizioni la sua rigenerazione: falò, candele e fuochi ricorrevano in riti finalizzati a incoraggiare l’ ascesa del Sole. A Yule il Vecchio Sole moriva, e dalle viscere della Madre Terra nasceva il Sole Bambino. L’ importanza conferita al concetto di “ciclicità” è palese, dato che all’ epoca vigeva un rapporto di stretta dipendenza tra l’ esistenza umana e i cicli naturali.  Morte, metamorfosi e rinascita diventavano un tutt’uno, il giorno del Solstizio. Non è un caso che la pianta simbolo di Yule fosse il vischio: il sempreverde sacro dei Druidi rimandava alla vita grazie alle sue bacche bianche, lucenti, simili allo sperma. Narrava una leggenda che fosse scaturito da un fulmine, di conseguenza veniva ricondotto al divino. Il vischio quercino possedeva una valenza emblematica ancora più potente, giacchè all’ immortalità dell’ albero secolare si coniugava l’ immediatezza, l’ “hic et nunc” della rigenerazione.

 

Ma anche l’agrifoglio ricopriva un ruolo fondamentale, rispetto ai miti di Yule. La lotta tra due poli opposti (Buio e Luce, Inverno e Estate, Vita e Morte) costituiva il perno della mitologia e delle leggende antiche. L’ agrifoglio, in questo senso, simboleggiava la parte più buia e più gelida dell’ anno, la fase calante dell’ Hjòl. All’ agrifoglio era associato il “vecchio”: il Re Agrifoglio, che lo impersonificava, veniva raffigurato come un anziano dalla barba bianca e dal sorriso perenne. Il Re Quercia, emblema della fase crescente della ruota dell’ anno, quella in cui le giornate si allungano e il Sole torna a splendere, era invece collegato al “nuovo”. Si diceva che i due Re si affrontasero in occasione dei Solstizi, e che l’ uno avesse la meglio sull’ altro a fasi alterne. Il Solstizio d’ Inverno vedeva il trionfo del Re Quercia sul Re Agrifoglio, favorendo quindi la rinascita graduale della luce; durante il Solstizio d’Estate era il Re Agrifoglio a vincere la lotta: ciò determinava la ricomparsa dell’ oscurità e l’ assopimento della Natura. E’ essenziale sottolineare come le due figure fossero strettamente interconnesse, l’ una non avrebbe mai potuto esistere senza l’altra. Le forze del Re Agrifoglio e del Re Quercia si fronteggiavano in un equilibrio perfetto, così come perfettamente armonico era il trionfo del primo sul secondo e viceversa. La lotta tra i due era fondamentale al fine di garantire la metamorfosi, la ciclicità, la trasformazione: punti cardine dei Solstizi e soprattutto di Yule, a cui si associa il fascino del progressivo risveglio.

Non mi resta che augurarvi un felice Yule. Che possiate custodire la magia dell’ Inverno dentro di voi…Nonostante l’ infinita pandemia e le nuove incombenti restrizioni.

Speciale “Sulle tracce del Principe Maurice”: gli Auguri di Buon Natale del Principe

Il Natale del Principe nel prestigioso e antico Ca’ Sagredo Hotel di Venezia

 

Puntuali come ogni Natale, su VALIUM, arrivano gli Auguri del Principe Maurice. Quelli di quest’ anno sono auguri speciali. I club hanno riaperto dopo la lunga pausa dovuta alla pandemia, e soprattutto ha riaperto il Cocoricò: il tempio della techno, seconda casa del Principe, è ritornato attivo il 27 Novembre con un’ inaugurazione in grande stile. Inutile dire che Maurice sia alle stelle, anche se in occasione della nostra conversazione telefonica si trova “in tutt’ altre faccende affacendato” e in una location per lui assai inconsueta (se volete saperne di più, non perdetevi la prossima puntata di “Sulle tracce del Principe Maurice”). Comprensibilmente, è euforico. Una breve chiacchierata sul Cocoricò e sul suo nuovo corso mi sembrava d’obbligo: precederà quindi il messaggio di Auguri che il Principe rivolge, in esclusiva, a tutti i lettori di VALIUM.

Cominciamo subito con la news più eclatante del 2021: il tuo ritorno al Cocoricò. Quali emozioni hai provato, la sera dell’inaugurazione?

Mi sono commosso fino alle lacrime. Lacrime di gioia, naturalmente! Il locale è stupendo, non è stato affatto snaturato. E’ stato pulito, sistemato, restaurato, rafforzato…entrarci è emozionante. Lo hanno implementato sia dal punto di vista degli effetti di luce che tecnologici: così com’è mi piace tantissimo. Da parte della nuova gestione c’è stata una cura nel ristrutturare il club che neppure io stesso, se fosse stato mio, avrei saputo fare qualcosa di meglio. Quando mi sono esibito ho provato delle emozioni travolgenti! Ho preso parte a tre appuntamenti importanti: la serata di preapertura, con DJ Ralf e l’Orchestra Sinfonica Rossini di Pesaro (un meraviglioso crossover tra tecnologia e musica classica), una seconda serata in cui ho stupito il pubblico sfoggiando un look “da Riccione” – ovvero da grande riccio – mentre sopra la mia testa passava la scritta “Mi difendo come posso” (una metafora di quello che sta succedendo oggi), e il primo Memorabilia, a cui ne seguirà un secondo a Natale. Mi sono sentito vivo, degno di esser vivo, e ho trasmesso questa vitalità con ogni parola e ogni gesto. E’ stata un’ autentica iniezione di speranza, positività e divertimento. Il pubblico piangeva di gioia, aleggiava un’ energia pazzesca…Ho ricevuto tanto di quell’ amore da compensare pienamente qualsiasi carenza patita nei mesi bui del lockdown.

Che look hai scelto per celebrare la rinascita della Piramide?

Ho scelto di annullarmi con una tuta nera che copriva anche il mio volto, ma di indossare un simulacro di quest’ ultimo forgiato in oro. Mi sono ispirato alle creazioni di Schiaparelli, che adoro letteralmente. Sul palco ho intonato le note di “Hallo Spaceboy” di David Bowie, un omaggio a tutti i ragazzi che sono rimasti intrappolati per mesi e mesi in una bolla d’incertezza  (durante la serata di preapertura avevo invece cantato “Heroes”). Quando mi sono tolto la maschera e il pubblico ha capito che ero proprio io, non il mio simulacro, c’è stato un urlo di gioia: un vero e proprio giubilo! Ho voluto osare un look fashion e Flavia ha creato per me un costume molto semplice, quasi metafisico. Quella mise, oltre ad aver riscosso un grande successo, mi ha dato la possibilità di introdurre magnificamente la scena di metamorfosi mimata dal personale di animazione, che ha impersonato una crisalide in attesa di diventare farfalla….Io ero inguainato in questa tuta nera e avevo il volto celato dalla maschera d’oro. Il pubblico mi ha riconosciuto, ma si chiedeva se fossi veramente io. Ho deciso di giocare sull’ effetto sorpresa!

Il Principe nel look ispirato a Schiaparelli, con tanto di maschera/simulacro in oro e robe manteau vintage griffato Balenciaga

Anni ’90 versus 2021: descrivici in tre aggettivi ciascuno il tempio techno dell’epoca d’oro e l’attuale Repubblica Discocratica Cocoricò.

Iconico, metamorfico, cosmico. Non c’è passato, non c’è presente, non c’è futuro: il Cocoricò va oltre tutto questo. E’ diventato un simbolo dei valori che ho sempre propugnato, la libertà, la dignità e l’ amore. Sono valori atemporali. I tre aggettivi che ho scelto fanno parte del DNA della Piramide a prescindere dal tempo. Basti pensare a quanto sia pura e antica la sua forma geometrica stessa. Aver puntato su questa soluzione architettonica è stato geniale, perché è scientificamente provato che le piramidi attirano un’ energia potentissima.

Natale al Cocoricò: il prossimo Memorabilia si terrà proprio il 25 Dicembre

Cosa è cambiato in te, da allora, e cosa invece è rimasto?

Non sono cambiato molto. Durante il lockdown ho avuto modo di riflettere parecchio su me stesso, questo sì, ma dal punto di vista dell’ espressione artistica la mia formula è rimasta invariata: il desiderio di intrigare, di stupire il pubblico trasmettendogli energia positiva e i miei valori. Che sono sempre gli stessi, libertà, dignità e amore. I valori non possono cambiare, per me quelli sono e quelli rimangono. Rispetto all’ interpretazione sono forse diventato un po’ più “minimal”, simbolico, ma non credo di essere migliorato nè peggiorato. Il percorso interiore che ho compiuto nei mesi di clausura è stato abbastanza importante, quindi affronterò presto a teatro il tema del rapporto con il mio fratello gemello che è venuto a mancare. Sono determinato a portare avanti il progetto perché ho ricevuto dei feedback molto interessanti.

Maurice nei panni del…”riccione” (il look è di Flavia Cavalcanti Costumes)

Come vedi il futuro di questo nuovo ciclo del club?

Il Cocoricò è una piramide, non una sfera di cristallo…Il futuro non posso prevederlo! (ride, ndr.) Però senza dubbio c’è molta professionalità, la volontà di fare del proprio meglio. Il nuovo direttore musicale, Alex Franconeri, è qualificatissimo. Elliott James Shaw si occupa dell’ immagine e la nostra collaborazione va a gonfie vele…L’ obiettivo è creare qualcosa di diverso che sia in sintonia con l’ originalità del Cocoricò. Vogliamo guardare al futuro consolidando i valori che hanno reso il Cocoricò unico al mondo. Valori sia del suono che dell’ immagine, perchè stavolta c’è l’ intento di curarla. Il Memorabilia è senz’altro un buon punto di riferimento, ma vorremmo anche rinnovarci. Guardo con ottimismo al futuro di questo ciclo: è stato impostato in modo serio, scrupoloso, e penso che andrà tutto molto bene. Musicalmente si punta su nuove proposte, nuovi talenti, su un sound di qualità…Devo dire che sono fiducioso, assai soddisfatto. La gestione attuale è coraggiosa, ha basi solide, ma speriamo che si possa andare avanti….che la terrificante situazione legata alla pandemia possa risolversi presto.

Uno scatto della Riccione natalizia

Hai ragione, tant’è che si preannuncia un Natale particolare. I club hanno riaperto, il green pass ha alimentato rivolte ma perlomeno ha scongiurato le chiusure. Rispetto all’ anno scorso è un buon traguardo, sebbene il ripristino della normalità rimanga un’incognita vincolata a innumerevoli variabili. O sarebbe meglio dire “varianti”…  Quale messaggio rivolgi ai tuoi fan in occasione degli Auguri di Natale?

Esatto, è un Natale un po’ strano e inquietante, soprattutto alla luce di questo rigurgito di pandemia con varianti bizzarre di cui non si capisce l’entità. E poi vaccinati sì, vaccinati no, tamponati sempre…Il ritorno alla normalità e ancora lontano, decisamente. Ma una cosa importante che ho imparato in questo periodo è quella di godere l’attimo il più possibile, quindi cercare di star bene con le persone quando le circostanze me lo permettono. E quest’ anno abbiamo l’ opportunità di passare il Natale con le persone che amiamo….Dobbiamo divertirci finchè possiamo, perché ne abbiamo bisogno e perchè ci fa bene. Con tutte le cautele del caso, però facciamolo: non dobbiamo rinunciare a vivere. “Io non posso rinunciare a vivere per non morire”, non è una frase mia ma la cito volentieri. Ci siamo stancati tutti di questa situazione; del resto il virus c’è ed è ancora lì, inquietante e pericoloso. Ciononostante, vi invito a rasserenarvi almeno durante le feste e a sperare, ad aspettare, che la pandemia si dilegui definitivamente. Anche se secondo me ci vorrà parecchio tempo. Sarà necessario imparare a convivere con questo virus odioso che sembra molto più intelligente dei nostri scienziati. Due cose devono rimanere certe, nella confusione generale: il punto di riferimento che rappresentano gli affetti cari e la voglia di vivere, di non vegetare. Stiamo tutti cercando di sopravvivere, ma bisognerebbe riflettere sul concetto di “vita”. Che è un bene prezioso e bello, però non è eterno. Può abbandonarci da un momento all’ altro per le cause più disparate: un incidente stradale, una patologia fulminante, qualcuno che ci investe mentre camminiamo per strada…Il virus c’è, va tenuto sotto controllo e vanno usate delle precauzioni, ma dovremmo essere più fatalisti. Il “carpe diem”, oggi, è fondamentale: bisogna vivere intensamente ogni momento e i momenti di gioia, di festa, di rinascita, di intimità familiare, vanno assaporati appieno. Con la massima attenzione, certo, perché la vita è un dono meraviglioso, però anche con la consapevolezza di essere vivi e non dei sopravvissuti. A me la luce del Natale quest’ anno porterà la consolazione che se non altro possiamo uscire, stare con la famiglia…Vi ricordate il Natale del 2020? E’ stato molto peggio. Io voglio continuare ad essere positivo; a immaginare luce, non tenebre. E invito anche voi a farlo!

Il presepe del Ca’ Sagredo Hotel di Venezia

Un’ altra immagine veneziana: qui Maurice è al Palazzetto Pisani, Boutique Resort affacciato sul Canal Grande, insieme ad alcune amiche

Dalla extravaganza della Piramide al lusso a 5 stelle del Ca’ Sagredo Hotel il passo è breve, per il Principe

Photos courtesy of Maurizio Agosti

Green Christmas

Zara

Non solo oro e rosso: anche il verde è uno dei colori del Natale, e merita un approfondimento. Il fatto che rientri tra le nuance più modaiole dell’ Autunno Inverno 2021/22, poi, rappresenta un valore aggiunto. Ma se i fashion trend inneggiano a molteplici tonalità di verde, il Natale si identifica esclusivamente con il verde della natura e della rinascita. Sebbene in Inverno Madre Terra si assopisca, infatti, l’ aumento impercettibile della luce solare a partire dal Solstizio è un indizio che ribadisce il concetto di ciclicità naturale e porta con sè la promessa dell’ imminente risveglio. Da sempre associato alla speranza, il verde è un’ ode alla rigogliosità dei mesi a venire. Non bisogna tralasciare, inoltre, che la tradizione natalizia ruota intorno a dei sempreverdi: l’ abete, il vischio, l’agrifoglio, il pungitopo…pittoreschi emblemi del trionfo della vita sui rigori invernali. Il verde, quindi, assume un significato simbolico dalla valenza altamente positiva. Persino l’abito di Babbo Natale anticamente si è tinto di verde, incarnando la speranza che il paffuto vecchietto portava nelle case insieme ai suoi doni. Dulcis in fundo, il verde rimanda alle vesti degli elfi. Le piccole creature del folklore germanico, contraddistinte dalle grandi orecchie a punta, indossano abiti di quel colore. Alla figura di Babbo Natale, gli elfi vengono collegati dal 1800: pare che siano i suoi solerti assistenti e che si occupino della produzione dei regali da donare ai bambini.

Anna Sui

DROMe

Undercover

Stella McCartney

Dolce & Gabbana

Bottega Veneta

AWAKE Mode

N.21

Emporio Armani

Preen by Thornton Bregazzi

 

I carillon di Villeroy & Boch, piccoli capolavori dal fascino d’altri tempi

Le sue note incantate e ipnotiche creano un sottofondo magicamente irreale: non è un caso che il carillon (anche detto “scatola musicale”) sia onnipresente in occasione delle celebrazioni più speciali. Nascite, battesimi, compleanni, ma anche il Natale, dati gli accenti fanciulleschi che impregnano questa festa. E’ un oggetto senza tempo, un cult da collezione: le sue radici sono antiche, ma il fascino che emana è sempre attuale. A Dicembre, si tramuta in un’ idea regalo tutto fuorchè scontata. Riproduce la simbologia natalizia al gran completo, e lo fa in modo eccellente: carillon a forma di angeli, giostrine, abeti addobbati, Babbo Natale e pupazzi di neve spadroneggiano, esaltati da un prezioso savoir faire artigianale.  Ma quando nasce il carillon, esattamente? Dopo l’ invenzione dell’ orologio meccanico. A quell’ epoca veniva chiamato “scatola musicale”, poichè con il termine “carillon” si indicava il meccanismo di funzionamento delle campane dei campanili e delle torri civiche. Con l’ avvento dell’ orologio meccanico, gli artigiani ebbero l’ idea di collegare al suo ingranaggio a una ruota che includeva un sistema di pioli, levette e campanelli: i pioli azionavano le leve, che a loro volta martellavano i campanelli. Dal movimento scaturiva una melodia dolcissima, quasi fatata. Fu l’ orologiaio svizzero Antoine Favre-Salomon, nel 1796, a perfezionare il meccanismo dell’ “orologio musicale”. Chiamò la sua creazione “carillon sans timbre ni marteau” e ne registrò il brevetto. La produzione su vasta scala di carillon ebbe inizio pochi anni dopo, all’ inizio dell’ ‘800. L’ estetica ricercatissima e intrisa di estro contraddistinse da subito quel poetico oggetto.

 

 

In omaggio alle antiche origini della “scatola musicale”, vi propongo la gallery che vedete in questo post: le immagini raffigurano i carillon natalizi di Villeroy & Boch, uno storico marchio tedesco. La fondazione del brand risale nientemeno che al 1748, anno in cui Jean-François Boch aprì un piccolo laboratorio di ceramica in Lorena. Nel 1836 Boch unì le forze con Nicholas Villeroy, attivo nella decorazione della ceramica a Wallerfangen, per fronteggiare la massiccia importazione dall’ Inghilterra del prodotto. Oggi, Villeroy & Boch è uno dei marchi leader nella produzione di ceramica e di articoli per la casa. I suoi carillon natalizi, dall’ aria volutamente d’altri tempi, sono dei piccoli capolavori di raffinatezza. A fare da leitmotiv è la realizzazione in porcellana, parzialmente dipinta a mano e decorata squisitamente.