La Christmas cake: quando il Natale è delizioso

 

Il Natale è appena trascorso, ma la voglia di leccornie natalizie rimane intatta. Ed è proprio in omaggio al connubio tra il periodo delle feste e la golosità che i britannici e gli irlandesi hanno ideato la Christmas cake, un dolce tradizionale a base di frutta e liquore.  La Christmas cake, che ha ormai definitivamente preso il posto della King Cake vittoriana (oggi molto nota in Francia con il nome di Galette des Rois), nel corso dei secoli ha subito una continua evoluzione. L’unico punto in comune con la cake originaria è costituito dal fatto che sia a base di frutta; basti pensare che la sua forma iniziale coincideva addirittura con un porridge di prugne. Poi, è diventata un dolce dall’aroma a metà tra l’alcolico e fruttato: i suoi ingredienti includono il ribes di Zante, una varietà di uva dagli acini minuscoli e priva di semi proveniente dall’isola di Zakynthos, l’uvetta e l’uva sultanina. Questa frutta viene precedentemente inzuppata in liquori come il whisky, il rum, il brandy o lo Sherry.

 

 

La pasta di mandorle, stesa generalmente in più strati, accentua e intensifica la delizia della Christmas cake; non può mancare, poi,  la glassa bianca, il must che le conferisce “carattere” e riconoscibilità. Ma a renderla davvero inconfondibile sono le decorazioni che la adornano, un vero e proprio tripudio di emblemi natalizi: alberi di Natale, stelle, pupazzi di neve, rametti di agrifoglio, biscotti al pan di zenzero in tutte le forme possibili e immaginabili. L’importante è abbondare. Dopotutto, Natale arriva una volta all’anno!

 

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Buon Natale

 

“Bisogna vivere lo stupore e la meraviglia del Natale guardando a Gesù Bambino, sul cui volto sono impressi i tratti della bontà, della misericordia e dell’amore di Dio Padre.”

(Papa Francesco)

 

Le Dodici Notti: il tempo sospeso tra un anno e l’altro

 

Si racconta che, quando il sole cala sulla Vigilia di Natale, una porta invisibile si apra tra il mondo degli uomini e quello degli spiriti antichi. Da quella soglia entra un’aria diversa, più silenziosa, più profonda. È un’aria che sa di neve che non è ancora caduta, di legna che arde piano, di passi lontani nel buio. È l’inizio delle Dodici Notti, un tempo che non appartiene più all’anno vecchio e non ancora a quello nuovo. Un tempo in cui il cielo si riempie di presenze, i sogni parlano più forte, e il destino sembra farsi più morbido, come neve appena caduta. Chi conosce questo segreto sa che non sono notti qualunque: sono un cammino.

 

 

La prima notte arriva in silenzio, al tramonto del 24 dicembre. Non fa rumore: apre appena una fessura nel tempo, e da quella soglia il mondo entra in un ritmo diverso. Le case sembrano trattenere il respiro, come se riconoscessero un ospite che torna una volta l’anno. Da quel momento, fino alla notte del 5 gennaio, il tempo ordinario si ritira, lasciando spazio a un intervallo sospeso, fragile, prezioso. Le origini di questo intervallo affondano in un’antica discrepanza tra calendari: quello solare romano e quello lunare germanico non coincidevano, e tra i due rimanevano dodici notti “in eccesso”, un tempo che non apparteneva a nessuno. Fu proprio questo scarto a diventare, nel sentire popolare, un territorio liminale, un varco in cui tutto poteva accadere. Le comunità contadine osservavano il cielo, il vento, i sogni: ogni notte era un presagio, un indizio del mese corrispondente nell’anno che stava per nascere. Il tempo non era più una linea, ma un cerchio che si apriva e si lasciava leggere.

 

 

In questo spazio sospeso si muovevano figure potenti e misteriose. Nelle terre del Nord, il protagonista era Odino, il viandante dagli occhi profondi, che guidava la Caccia Selvaggia: un corteo di spiriti, cavalli furiosi, cani dalle fauci luminose. Si diceva che attraversasse i cieli nelle notti più ventose, e che chi lo avesse incontrato avrebbe portato con sé un segno, un dono o una ferita. Le famiglie lasciavano cibo fuori dalla porta, spegnevano le luci, chiudevano le finestre: non per paura, ma per rispetto. La Caccia Selvaggia non era un pericolo, era un passaggio cosmico, un rinnovarsi del mondo. Accanto a Odino, nelle tradizioni alpine e germaniche, agivano figure femminili altrettanto antiche: Perchta, la Splendente, che vegliava sul focolare e sul destino; Frau Holle, che scuoteva i cuscini del cielo per far cadere la neve; e, nelle nostre terre, la Befana, erede lontana di queste dee invernali che portavano doni, ammonimenti e purificazione. Erano spiriti del giudizio e della rinascita, custodi del ritmo naturale, della casa, del lavoro ben fatto. Durante le Dodici Notti, si diceva che passassero a controllare che tutto fosse in ordine, che il focolare fosse acceso, che la famiglia fosse unita.

 

 

Ma le Dodici Notti non erano soltanto un tempo sospeso: erano un cammino interiore. Ogni notte rappresentava un passaggio, un varco, un gesto simbolico che l’uomo compiva insieme al mondo naturale. Si credeva che in queste notti il destino fosse più malleabile, come se il filo degli eventi potesse essere toccato, annodato, sciolto. L’anno vecchio, con il suo peso di errori, fatiche e memorie, veniva lasciato andare notte dopo notte, mentre l’anno nuovo si avvicinava come un ospite timido che attende di essere accolto. Ogni notte era un invito a guardare indietro senza paura e avanti senza fretta, a riconoscere ciò che meritava di essere portato con sé e ciò che invece poteva restare nel buio. Chi desidera vivere davvero le Dodici Notti oggi può farlo senza cerimonie complesse, senza rituali rigidi. Basta un po’ di silenzio, un po’ di ascolto, un po’ di spazio lasciato al mistero. Ogni notte può diventare un piccolo approdo, un luogo in cui fermarsi e guardare ciò che accade dentro e fuori di sé. Si può cominciare accendendo una luce — una candela, una lanterna, un lume discreto — e lasciarla brillare per qualche minuto. Quella fiamma diventa un centro, un punto fermo attorno al quale il pensiero si raccoglie.

 

 

Molti trovano utile dedicare ogni notte a un tema: un ricordo, un desiderio, una paura, un ringraziamento. Non per analizzarli, ma per lasciarli emergere. Le Dodici Notti sono un tempo di rivelazione gentile: ciò che deve salire alla superficie lo farà, se gli si concede spazio. Si può anche tenere un piccolo diario, annotando un’immagine, un sogno, una frase ascoltata durante il giorno. Gli antichi credevano che i sogni di queste notti fossero messaggeri, e che ogni notte parlasse del mese corrispondente dell’anno nuovo. Non è necessario crederci alla lettera: basta ascoltare. Chi ama la natura può uscire per qualche minuto, anche solo sulla soglia di casa, e respirare l’aria fredda. L’inverno, in queste notti, ha un suono diverso: è più profondo, più lento, più antico. Guardare il cielo, ascoltare il vento, osservare il silenzio sono modi per ricordarsi che il mondo non è solo ciò che vediamo di giorno. E poi c’è il gesto più importante: lasciare andare. Ogni notte può diventare un’occasione per deporre un peso, sciogliere un nodo, chiudere una porta con gratitudine.

 

 

E così, quando la Dodicesima Notte si avvicina, qualcosa nel mondo sembra cambiare di nuovo. Non è un rumore, non è un segno evidente: è un movimento sottile, come quando il vento smette di soffiare e la neve resta sospesa nell’aria. È il momento in cui il tempo ricomincia a camminare, piano, come se avesse appena ricordato la strada. Molti, nelle campagne di un tempo, lasciavano una lanterna accesa fino all’alba dell’Epifania. Dicevano che quella luce fosse un ponte tra ciò che era stato e ciò che stava per nascere, un modo per accompagnare l’anno nuovo mentre entrava nella casa.

 

 

Forse è questo che le Dodici Notti ci insegnano ancora oggi: che la trasformazione non ha bisogno di clamore, che la rinascita non arriva con un tuono, ma con un bagliore discreto. Che basta una luce piccola, custodita con cura, per attraversare l’inverno senza perdersi. Che ogni inizio richiede un po’ di buio, un po’ di silenzio, un po’ di ascolto. Quando l’alba del 6 gennaio arriva, non porta via la magia: la lascia dentro di noi, come una brace che continuerà a scaldare i giorni futuri. Le Dodici Notti finiscono, ma il loro dono rimane. Rimane nel modo in cui guardiamo il mondo, nel modo in cui ascoltiamo i nostri sogni, nel modo in cui accendiamo una luce quando la notte sembra troppo lunga. Perché, in fondo, le Dodici Notti non sono un tempo da ricordare: sono un tempo da vivere. E ogni anno tornano, puntuali, per ricordarci che il mondo è più grande di ciò che vediamo, e che dentro ogni inverno c’è già il seme della primavera.

 

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Sulle tracce del Principe Maurice: un Natale all’insegna della libertà

Il Principe al Villaggio di Natale di Monte Carlo

Un incontro pre-natalizio dopo tanto tempo, quello tra me e il Principe Maurice. In occasione degli auguri che il Principe dedica ogni anno a voi lettori, un aggiornamento sulle ultime tappe della sua carriera era senz’altro d’obbligo. In questa intervista non mancano le riflessioni sul mondo della notte, sullo stato di salute dei club, ma anche sulle nuove vie dell’entertainment, come le sagre popolari: feste tutte da riscoprire, che invitano alla socialità e non operano distinzioni rispetto all’età dei partecipanti. Tra gli argomenti, poi, spiccano le celebrazioni di Halloween e del compleanno del Principe, quest’anno trascorso in terra straniera. E a proposito di paesi esteri, scommetto che sarete curiosi di scoprire la nuova meta del Grand Tour del nostro eroe, un luogo affascinante e maestoso che ha ospitato uno degli lussuosissimi eventi del Grand Ball de Monte Carlo, di cui Maurice è il Maestro di Cerimonie. Per concludere, il messaggio di auguri natalizi che il Principe rivolge ai lettori di MyVALIUM; ho già anticipato nel titolo di questo articolo quale sarà il soggetto, ma vi esorto a leggere l’intervista fino in fondo e ad assaporare le parole che il Principe Maurice ha in serbo per voi.

Raccontaci, in sintesi, quali sono stati gli eventi-cardine della tua estate.

Tra gli eventi in cui mi sono esibito nei club, posso citare il Memorabilia del Cocoricò del Luglio scorso: molto bello, con l’alba sorta sulla Piramide come da tradizione. E’ stato un Memorabilia sicuramente suggestivo e molto interessante. La mia estate, in realtà, è stata più open air: ci sono stati festival, soprattutto in collaborazione con l’Insomnia e il gruppo di Metempsicosi, poi lo straordinario evento outside al Rimini Beach Arena, sempre un Memorabilia, con un afflusso di pubblico pazzesco…è stata una grande festa techno sulla spiaggia. In più era gratis, qualcosa di necessario in questo momento. I giovani hanno voglia di uscire ma hanno pochi mezzi, quindi poter ogni tanto riuscire ad offrire loro questo servizio è molto importante. Ormai i festival outside sono spesso patrocinati anche dalle amministrazioni pubbliche, che hanno individuato in questo genere di divertimento il modo di concludere in bellezza svariate kermesse.

 

Natale a Monte Carlo

Il mondo della notte si sta allontanando progressivamente dai club sostituendoli con altre forme di intrattenimento: i festival, ma anche le sagre popolari: dimensioni meno “dispersive” che favoriscono maggiormente il contatto umano. Che pensi di questa svolta?

Rispetto alle sagre, devo dire che non ho mai storto il naso: per me è molto importante andare dove c’è gente che ha voglia di stare insieme, di ascoltare della buona musica…dove la buona musica c’è, garantita dai dj che conosco e che accompagno in questo viaggio estemporaneo all’aperto; un concetto essenziale, dato che dobbiamo tutti ancora superare vecchi traumi del passato (Ndr.: il Principe si riferisce al lockdown). Uno degli eventi a cui ho partecipato, per esempio, è stata la Fiera del Folpo, che in veneto significa polipo e si svolge in una cittadina chiamata Noventa Padovana. La Fiera, nell’arco di una settimana, porta a Noventa circa 120-130.000 persone. Mi sono esibito lì e devo dirti che ne è valsa la pena, perché ho trovato una qualità tecnica incredibile e una massiccia partecipazione di pubblico, tra l’altro sempre più composto da diverse generazioni. Io che sono ormai un highlander – ho più di 100 anni anche se non li dimostro – ho trovato i nonni, i padri, i figli e i figli dei figli! E’ molto divertente questa cosa.

 

La Fiera del Folpo di Noventa Padovana

Tra gli eventi open air a cui ho partecipato in Veneto,  vorrei citare  un Charity Music Festival molto bello. Sono stato chiamato da uno degli organizzatori, il produttore di fama internazionale Walterino dj. L’evento si chiama Anguana e mi sono trovato a lavorare fianco a fianco nientepopodimeno che a Iva Zanicchi! Simpatica e giovanissima di spirito. Gli organizzatori mi hanno ospitato in una tenuta nelle campagne  venete adibita a Resort…tutto mi sarei aspettato fuorchè di cenare a tu per tu con Iva che arrivata da Milano presentava un suo nuovo brano in stile afro-house, “Dolce far niente”, realizzato con un duo siciliano di producer e dj straordinari , A-Clark & Vinny, Un successone! La Zanicchi è una grande artista e una grande donna. Incontro indimenticabile. Cambiando discorso, devo dire che attualmente non esistono più produzioni musicali suggestive come quelle che avevamo negli anni ‘90, quindi quando i giovani le ascoltano rimangono sbalorditi…e vogliono ripetere l’esperienza. È una formula che funziona tuttora! Il Memorabilia quest’anno ha compiuto 30 anni, ma ancora piace e ancora funziona.

 

Maurice con Iva Zanicchi

A quali cause principali attribuisci quello che sembra essere una sorta di lento declino dei club?

Sarebbe senz’altro necessario un rinascimento organizzativo dei locali, che stanno continuando a chiudere. A Milano ha chiuso anche il Plastic, dandomi un grande dolore: per me era il club per eccellenza. Quello che sta succedendo ai club dà l’idea della crisi che stanno avendo, vuoi per ragioni economiche, vuoi per ragioni sociali…Bisogna che si capisca che i locali notturni non sono luoghi di vizio o trasgressione, ma anche luoghi di cultura e aggregazione. In questi luoghi si possono trasmettere degli importanti messaggi di costume e società, messaggi positivi sul contenimento di problemi sociali vari. Al mondo della notte andrebbe riconosciuta questa funzione, perché se poi la gente non esce o fa festa in casa, o per strada, potrebbe essere ancora più pericoloso se vogliamo. La formula vincente del Cocoricò, ad esempio, includeva la residenza di dj che potevi trovare solo in quel locale, l’esibizione di personaggi (me compreso) o gruppi che potevi vedere solo lì: tutto questo attirava, c’erano pellegrinaggi che partivano dalla Sicilia o dal Piemonte per arrivare a Riccione. Il declino è dovuto al fatto che, pensando di risparmiare, sono stati adottati dei format triti e ritriti, pronti all’uso, dove ti portano – chiavi in mano – dj, scenografie e animazione. Però questi “pacchetti” sono quasi tutti uguali e la settimana dopo li ritrovi in un altro locale a pochi chilometri di distanza. In generale si è venuto a perdere quell’afflato. Secondo me manca un direttore artistico che abbia potere propulsivo e decisionale, manca la figura del resident che fidelizza il pubblico. I locali, magari, sono belli e aggiornati tecnologicamente, ma ciò che manca è l’anima. Nel mondo dell’entertainment, più investi e più hai. Altrimenti non riesci più ad attirare le persone…Il clubbing dovrebbe recuperare la sua essenza vera, dandosi un carattere con originalità e continuità.

Passiamo ad Halloween. So che per te è stato un 31 Ottobre diverso, circondato non tanto dalle consuete atmosfere oscure, quanto da una luce rigenerante e radiosa. Potresti parlarcene?

Della festa di Halloween si è sempre data un’immagine associata alla paura, all’orrore, quasi come ad esaltarne un aspetto diabolico. Per me, invece, questa festa dalle antichissime radici celtiche simboleggia il contatto con la spiritualità del dopo vita. Penso all’aldilà come a una luce e ho voluto interpretarlo in questo senso: per me è tutta luce, tutta energia. Perciò ho indossato un outfit composto da frammenti di specchi (come sempre realizzato da Flavia) che era un’esplosione di luce, molto vitale. L’esplosione può essere mortale o vitale: io l’ho voluta vitale. Credo che la morte sia semplicemente una prova per l’evoluzione dell’anima. L’immagine che ho dato è piaciuta e ha emozionato. Ad Halloween mi sono esibito al Memorabilia del Cocoricò, e stavolta ho voluto festeggiarlo così. Questo momento storico ha più bisogno di luce che di oscurità. Non se ne può più delle guerre, della cronaca nera, della violenza, dell’indifferenza. della povertà…Bisogna dare dei messaggi positivi. Pubblicizzando la negatività, le tristezze, le miserie – che ci sono sempre state e sempre ci saranno – creiamo un clima di depressione e di sfiducia nei confronti della vita. Quindi, rievocando la morte in maniera luminosa ho voluto dare speranza; anche la vita dev’essere altrettanto luminosa. A livello generale la situazione è quella che è, ma accadono anche cose belle, sebbene non facciano notizia. A livello filosofico e di comunicazione bisogna ricominciare a dare speranzaluce, appunto.

 

Halloween Memorabilia style per i 30 anni dell’amatissimo format del Cocoricò

L’evento a Il Cairo, in Egitto, in cui ti sei esibito con il Gran Ball des Princes et des Princesses di Monte Carlo, si è trasformato in una nuova tappa del tuo Grand Tour: spiegaci come e perché.

Da bambino, quando studiavo la storia degli antichi egizi, mi sono innamorato della cultura faraonica e di questi monumenti incredibili e magici che sono le piramidi. In seguito, la piramide è tornata nella mia vita attraverso il Cocoricò, e poi con il Louvre. Quindi ero già destinato a visitare le piramidi. Avevo già viaggiato in Egitto, ma non mi ero spinto fino a Il Cairo. Quando ho saputo che la produzione del Grand Ball de Monte Carlo avrebbe organizzato un ballo dei Principi e delle Principesse lì,  sono stato entusiasta! Ne ho approfittato e mi sono preso un paio di giorni off per visitare la necropoli di Giza. Ti giuro: ho avuto la pelle d’oca dall’inizio alla fine, la consapevolezza di trovarmi di fronte a una cultura superiore. Si dice addirittura che la necropoli sia opera degli alieni, perché sembra impossibile che gli esseri umani abbiano potuto inventare ed edificare quelle piramidi straordinarie e perfette…sono stupende! Nel mio Grand Tour, quindi, c’è l’antica Grecia, c’è l’Italia e c’è senz’altro l’Egitto, una tappa che sono riuscito a fare nel meraviglioso contesto del Abdeen Palace: un palazzo reale risalente alla metà dell’‘800, quando, dopo la distruzione dell’impero ottomano, è salita al trono la dinastia da cui discendeva re Faruq. Per ospitare la Famiglia Reale con sfarzo fu costruito questo palazzo pazzesco, meraviglioso, una sorta di Versailles nordafricana che oggi è la residenza presidenziale. Pazzesco il Palazzo, quindi, ma pazzesche soprattutto le piramidi, che ho trovato enormi e impressionanti così come la Sfinge. Sono riuscito a toccare le loro pietre, ad abbracciarle, soprattutto quelle della piramide di Cheope che è la più energetica e la più importante. Sarei potuto entrare al suo interno, ma non ho voluto. L’istinto mi ha detto di non farlo perché temevo che non ne sarei più uscito! È stata una forma di rispetto, anche perché le piramidi non sono state fatte per entrarci. In realtà mi sono sentito circondato da tanta energia, forse troppa, e temevo di andare in overdose! Un unico fastidio: gli operatori turistici, a volte un po’ invadenti. Le piramidi sono senz’altro una delle più grandi meraviglie del mondo. A Giza ho percepito una concentrazione di energia attirata dalla forma della piramide stessa. D’altronde, l’avevo già constatato sotto la piramide del Cocoricò e quella del Louvre.

 

La storia di vita del Principe Maurice è costellata di piramidi: qui si trova davanti a quelle, maestose, della Necropoli di Giza

La magnificenza delle Grandi Piramidi di Giza…

…e quella dell’Abdeen Palace, una sorta di Versailles egiziana.

Il 15 Novembre è stato il tuo compleanno. Il ricordo dei festeggiamenti mirabolanti degli anni precedenti è ancora vivo in tutti i lettori di MyVALIUM: ti chiedo quindi di raccontarci dove e in che modo l’hai celebrato.

 L’ho celebrato in modo molto intimo in una cittadina, Saragozza, che da tempo avevo voglia di visitare, perché a Bologna ho abitato in una via che si chiama via Saragozza. Siccome il mio carissimo amico Sascha si è trasferito lì per lavoro durante i mesi invernali, ho pensato di andarlo a trovare. Eravamo solo io, sua moglie e lui, siamo andati a cena in un ristorante stupendo all’interno di un grande centro commerciale e il giorno dopo me lo sono preso tutto per visitare questa bellissima cittadina. Anzi, due giorni dopo, perché l’indomani siamo andati a vedere un luogo pazzesco,il deserto di Tabernas, dove sono stati girati moltissimi film western; poi abbiamo fatto una gita sul lago, circondato da pueblos (paesini), castelli e conventi stupendi. La città di Saragozza mi ha conquistato: è bella, dinamica, vivace, con l’incredibile Basilica di Nostra Signora del Pilar, che è meta di pellegrinaggi internazionali, e monumenti tipo il Castello dell’Aljaferìa, di impianto musulmano, con i suoi giardini, le sue fontane, i suoi archi orientaleggianti…Vi racconto un aneddoto che in pochi conoscono: il fiume che attraversa la città e segna il confine con la Francia si chiama Ebro, in latino Iberus. Pare che Giulio Cesare, dopo aver conquistato la Francia, iniziò ad occupare la penisola iberica, che prese questo nome proprio perché il grande condottiero attraversò quel fiume, l’Iberus. Riguardo a Saragozza, voglio segnalare anche la presenza artistica di uno dei pittori da me più amati in assoluto, Francisco Goya. Non c’è bisogno di dire che aggiungerò questa tappa al mio Grand Tour.

 

Il compleanno di Maurice, che ha festeggiato in quel di Saragozza

Arriviamo al 7 Dicembre, una data cruciale per il grandioso evento di chiusura  del trentennale del Memorabilia del Cocoricò.  Cosa avete escogitato  per questa importante celebrazione?

 Beh, è stato davvero grandioso, oltre ogni aspettativa! I festeggiamenti sono andati avanti tutto l’anno e non poteva esserci finale più straordinario. C’era molta aspettativa intorno a questo evento. Io, suggestionato ancora dalle piramidi, mi sono esibito in una performance che definirei “faraonica”! Hanno partecipato dj storici del genere techno; uno in particolare, Jeff Mills, da moltissimo tempo non si esibiva in Italia. A partire da Cirillo (ideatore del format), coadiuvato dai fedeli Saccoman e Ricci jr, non sono mancati i testimoni della parte House: Claudio di Rocco, Federica BabyDoll e i PastaBoys e quali ospiti internazionali: Marc Acerdipane PCP e Westbam oltre al già citato Mills, tutti iconici artisti che ci siamo regalati per festeggiare alla grande. Abbiamo voluto estendere gli orari, perciò il Memorabilia, cominciato alle 18.30, è andato avanti fino alle 3 di notte. Abbiamo segnato una pietra miliare del genere techno.

 

La performance faraonica del Principe all’Unipol Arena di Bologna, che ha concluso le celebrazioni per i 30 anni del Memorabilia

Il Natale si avvicina a grandi passi.. ti chiedo di anticiparci qualcosa sulle tue feste natalizie… e ti porgere, come sempre, i tuoi auguri ai nostri lettori.

Credo che trascorrerò la vigilia e il pranzo di Natale in famiglia; la sera di Natale mi esibirò in un elegantissimo locale del vicentino, la Ca’ dei Gelsi, dove verranno organizzati un apericena show e poi una parte più danzata con des del calibro di Joe T. Vannelli, Walterino e Max Morgani. Mi hanno chiamato, mi hanno voluto, e mi sono detto “Perché no”? Penso che passerò il Capodanno sempre in Veneto tra Venezia e Treviso, ma mi sento abbastanza libero di prendere magari un aereo all’ultimo momento e raggiungere amici a Parigi… chissà? Oppure a casa a Palma di Maiorca… La mia sarà una “New Year’s Eve” all’insegna della libertà. Ecco, il mio augurio per queste festività è di viverle all’insegna della Libertà! Libertà dai luoghi comuni, dal consumismo sfrenato, dalle convenzioni. Libertà di viverle in maniera spontanea e intima senza dover stare a regole se non quelle imposte dalla nostra voglia di star bene in compagnia con gli affetti più veri e sinceri. Aggiungerei anche con uno spirito un po’ più avventuroso e curioso di nuovi luoghi ed emozioni.

 

 Buon Natale a tutti dal Principe Maurice e da MyVALIUM!

 

Photo courtesy of Maurizio Agosti

 

6 look per Natale

 

Sei look diversissimi per mood, raffinatezza e stile. Luccichii sfavillanti si alternano al rosso in versione bon ton e più audace, sciccosissimi  bagliori metal si contrappongono al comfort dei volumi oversize. Per affrontare il freddo trionfa la pelliccia ecologica, ma ravvivata dal colore del Natale per antonomasia.

 

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La capra di Yule, una delle più antiche tradizioni natalizie scandinave

 

Se siete stati in Scandinavia nel periodo natalizio, avrete sicuramente notato una singolare decorazione: la capra di paglia. Ne trovate molte, in varie dimensioni; le capre più piccole vengono appese all’albero di Natale, le più grandi sono monumentali, vere e proprie attrazioni turistiche. La capra di paglia, tradizionalmente, viene chiamata “capra di Yule” o “capra di Natale” (il nome Yule, di derivazione germanica, indica l’antica festa pagana del Solstizio d’Inverno); nelle lingue della penisola scandinava è stata battezzata julebukk in Norvegia, joulupukki in Finlandia e julbock in Svezia. Vi chiederete: ma cosa c’entra la capra con il Natale? A questa domanda va data una risposta approfondita.

 

 

Gli inizi, l’evoluzione e la simbologia

Per esplorare le origini della capra di Natale dobbiamo riferirci, innanzitutto, alla mitologia norrena. Cominciamo subito col dire che il carro di Thor, dio del fulmine figlio di Odino e della gigantessa Jord, era trainato da due capre magiche, Tanngnjóstr e Tanngrisnir . Pare che Thor se ne cibasse a cena e le ricomponesse con il suo martello, il Mjöllnir, la mattina dopo. Nel mito nordico, inoltre, esistevano diverse divinità che esibivano sembianze caprine. La capra rappresentava anche ciò che in Italia rappresenta il maiale: in Scandinavia, a Natale, una scorpacciata di carne caprina era tassativa. La figura della capra divenne ben presto simbolica del periodo della Natività. Dal XVII secolo si impose l’usanza dello Julebukking, un rito molto simile al Wassailing inglese. Durante le 12 notti che intercorrono tra Natale e l’Epifania, considerate incantate, i giovani erano soliti travestirsi e vagare, tra canti e scherzi, lungo le vie dei centri abitati. Il travestimento da capra di Yule non mancava mai. Queste scorribande erano associate a uno specifico rituale: i giovani in maschera, gli Julebukkers,  bussavano di casa in casa e sfidavano gli abitanti a scoprire la loro identità, oppure effettuavano una questua di dolci intonando cori natalizi; la tradizione prevedeva anche che un membro della famiglia ospitante si fosse unito al corteo degli Julebukkers.

 

 

Nel XIX secolo, come attesta una testimonianza del 1870, erano più che altro i bambini a dedicarsi allo Julebukking; un membro del gruppo, rigorosamente travestito da capra di paglia, conferiva un’aria a metà tra il giocoso e l’inquietante alla questua. Questa usanza si propagò al punto tale da diffondersi persino negli Stati Uniti d’America: a divulgarla furono gli immigrati norvegesi nel Midwest. Con la capra si facevano scherzi. Ad esempio, ci si divertiva a nascondere una capra di paglia nel giardino dei vicini di casa. Ma perchè questa valenza scherzosa, che diventava orrorifica non di rado?

 

 

Le antiche leggende scandinave descrivevano la capra in modo controverso. In alcune era una figura demoniaca, celata nei boschi montani durante la stagione calda e presente nel periodo dell’Avvento, quando scendeva a valle e cominciava ad addentrarsi nei villaggi. La sera della vigilia di Natale, la capra era solita entrare nelle case dei paesani. Ma le sue finalità non erano malvagie: lo faceva come portatrice di doni, un ruolo che poi toccò, più di recente, a Babbo Natale. Tuttavia, alcuni attribuivano alla capra caratteristiche sinistre e spaventose. Cominciarono a circolare voci secondo cui la capra di paglia di una ragazza si tramutò nel diavolo in persona. L’alone di negatività che circondava questa icona del Natale divenne sempre più marcato: nel 1731, il governo svedese si vide costretto a emanare un decreto dove proibiva ogni rappresentazione della capra durante le feste natalizie.

 

 

E’ più che giusto chiedersi che ruolo rivesta la paglia nella figura della capra di Yule. Le sue origini pagane la associano sia al dio Thor, come abbiamo visto, che allo spirito del grano. Perciò, se da un lato la capra si ricollega al culto di Thor, in quanto il carro del dio del fulmine era trainato dalle due capre magiche di cui sopra, dall’altro viene identificata con lo spirito del grano. Gli svedesi, infatti, erano convinti che l’ultimo covone di grano del raccolto possedesse delle virtù portentose: racchiudeva lo spirito del raccolto e lo si custodiva gelosamente prima di ripristinarlo per i festeggiamenti di Yule. Tale spirito prendeva sembianze animali che variavano a seconda della posizione geografica. Se era una capra, veniva chiamato Julbocken. Lo spirito, invisibile a tutti, si manifestava nel periodo natalizio per verificare che le famiglie si preparassero a celebrare il Natale in modo adeguato. Ed è proprio in questo stesso periodo che imperversava la burla della capra di Yule: l’introduzione, di soppiatto, di una capra di paglia nei giardini o nelle case del vicinato. Le vittime avrebbero potuto sbarazzarsi del fantoccio soltanto ripetendo a loro volta le modalità dello scherzo: nascondendo, cioè, la capra di paglia in un’altra dimora o giardino del quartiere.

 

 

Gli omaggi artistici e letterari

L’artista e illustratrice svedese Jenny Nyström ha spesso ritratto la capra di Yule, insieme agli onnipresenti jultomte (gnomi e folletti natalizi scandinavi), nelle sue iconiche cartoline di Natale. Lo scrittore finlandese Zacharias Topelius, noto per le sue celebri fiabe, ha dedicato alla capra un racconto fantastico dal titolo Julebocken. Anche la compositrice svedese Alice Tegnér subì il fascino dalla leggenda della capra di Yule: in suo onore scrisse una poesia, En jul när mor var liten, che nel 1913 divenne un canto natalizio intitolato Julbocken.

 

 

La gigantesca Capra di Gävle

 

L’imponente capra di Yule realizzata a Gävle, nella Svezia centrale, riappare ogni Dicembre. Composta interamente di paglia, è alta 13 metri e pesa 3,5 tonnellate. Ormai è diventata un vero e proprio emblema natalizio svedese. Purtroppo, però, la Capra di Gävle è anche celebre per i numerosi atti di vandalismo di cui è vittima: la città deve costantemente difenderla da chi tenta di incendiarla.

 

Thor e le sue due capre, Tanngnjóstr e Tanngrisnir

 

Immagini

Foto di copertina: illustrazione di John Bauer

Cartoline natalizie di Jenny Nÿstrom

Illustrazione in bianco e nero raffigurante il “Vecchio Natale” che cavalca una capra di Yule di Robert Seymour, 1836, Public Domain via Wikimedia Commons

Foto della capra di paglia davanti a una vetrina di Stoccolma di Lachy from Paris, France, CC BY 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/2.0>, da Wikimedia Commons

Foto della Capra di Gävle di Baltica at English Wikipedia, Public domain, via Wikimedia Commons

Illustrazione di Thor e le sue capre di Carl Emil Doepler, 1882, Public domain, da Wikimedia Commons

 

Gingerbread Wonderland

 

“Se avessi un solo quattrino al mondo, te lo darei per comperarti pan di zenzero!” 

(William Shakespeare, da “Pene d’amor perdute”)

 

Omaggio al pan di zenzero, l’ingrediente supremo dei più iconici biscotti di Natale. MyVALIUM ne ha parlato tante volte, se vi va date un’occhiata qui e qui. Oggi celebreremo il gingerbread, adorato nel mondo anglosassone e nel Nord Europa, in modalità puramente visiva, senza aggiungere parole che potrebbero risultare superflue: la delizia speziata di questi noti biscottini, d’altronde, non ha bisogno di commenti. Osservateli, ammirateli, e…cercate la loro ricetta in rete, per esempio cliccando su questo link.

 

Foto: Margaret Jaszowska e Monika Grabkowskavia Unsplash

 

Gli angeli del Natale, le magiche creature celesti che animano la Notte Santa

 

“Avvertire la presenza di un Angelo è come sentire il vento tutto intorno a te. Non riesci effettivamente a vedere il vento, ma lo senti, e sai che è li.
Un’anima non è mai senza la scorta degli angeli, questi spiriti illuminati sanno benissimo che l’anima nostra ha più valore che non tutto il mondo.”

(Bernardo di Chiaravalle)

Quando si parla di iconografia del Natale, l’attenzione solitamente si concentra, Sacra Famiglia a parte, sulla stella di Betlemme, sui Re Magi e sui pastori che vanno a far visita al Bambinello. Gli angeli vengono menzionati più di rado, eppure ricoprono un ruolo fondamentale sia nella Natività che nell’Annunciazione. E dato che siamo in Avvento, un approfondimento sulla loro figura si fa essenziale.

 

 

L’angelo dell’Annunciazione

E’ il 25 Marzo, e la luce del giorno sprigiona una luminosità abbagliante. Nel Vangelo di Luca si narra che un messaggero celeste sta svolgendo un incarico di primaria importanza: è l’Arcangelo Gabriele, un angelo, cioè, di rango superiore (arcangelo, dal greco arkhággelos, è composto da archon, capo, e ággelos, angelo/messaggero), destinato a missioni divine di particolare rilevanza. L’Arcangelo Gabriele appare a Maria e le annuncia che diventerà la madre del Figlio di Dio. Maria, all’epoca, è ancora una ragazzina: ha 14, 15 anni al massimo, eppure accetta subito la volontà del Signore.

L’angelo apparso a Giuseppe in sogno

Quando Maria, promessa sposa di Giuseppe, rimane incinta ad opera dello Spirito Santo, Giuseppe cade in preda al dubbio. Non pensa di ripudiarla, ma delibera di recidere segretamente qualsiasi patto che lo vincola a lei. Un angelo, però, gli appare in sogno. L’angelo esorta Giuseppe a unirsi in matrimonio con Maria e dissipa ogni sua esitazione. Gli comunica che la donna porta in grembo un figlio generato dallo Spirito Santo; Gesù, questo il nome che Giuseppe gli avrebbe dato, sarebbe venuto al mondo per liberare l’uomo dai suoi peccati. Quando Giuseppe si sveglia, obbedisce alle parole dell’angelo e chiede in sposa Maria. L’episodio viene narrato nel Vangelo secondo Matteo.

 

 

Gli angeli e l’annuncio ai pastori

E’ notte fonda; Gesù è appena nato in una grotta di Betlemme. Mentre alcuni pastori vegliano sui greggi nelle campagne dei dintorni, al loro cospetto appare un angelo che risplende di luce. All’inizio i pastori si spaventano, hanno uno sguardo smarrito. Ma l’angelo li rassicura e annuncia loro la nascita, a Betlemme, di Gesù. Lo definisce un Salvatore, Cristo, il Signore, aggiungendo che potranno riconoscerlo vedendo un bambino in fasce che riposa in una mangiatoia. Poco dopo, l’angelo viene raggiunto da una schiera di creature celesti e tutti insieme intonano un canto, “Gloria in Excelsis Deo”, per celebrare il gioioso evento: “Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama”.  Gli angeli guidano i pastori verso la grotta, dove costoro incontrano la Sacra Famiglia e si inginocchiano per adorare Gesù. Mentre gli angeli festeggiano la nascita del Bambinello in un tripudio di luce, i pastori, lodando Dio e rendendogli grazie, divulgano la notizia della sua venuta a mondo. Nel Vangelo secondo Luca, l’annuncio ai pastori rappresenta uno degli eventi più suggestivi e intrisi di magia

 

 

Gli angeli del Natale e l’importanza della musica

Il canto, un’ importante espressione della vicinanza a Dio, assume una valenza essenziale nella raffigurazione degli angeli del Natale. Ad esso si affianca la musica, sua partner naturale, uno strumento ideale per elevare l’anima e veicolare il messaggio del Signore. Il canto e la musica hanno un grande potere: fanno vibrare lo spirito, lo rendono più leggero. Permettono che si libri in direzione della luce divina, abbracciando la gioia e accantonando le preoccupazioni quotidiane. Non è un caso che gli angeli del Natale, una delle principali decorazioni natalizie, vengano spesso rappresentati mentre cantano o sono intenti a suonare uno strumento: prevalentemente il flauto, la cetra e la lira; oppure, reggono tra le mani un libro musicale. Il rimando è sempre a quel “Gloria in excelsis Deo” intonato in coro dagli angeli nella Notte Santa, quando il loro alone di luce gareggia con il fulgore delle stelle per celebrare la venuta di Gesù.

 

Foto via Pexels e Unsplash

Foto di copertina: autore sconosciuto, 1912, Public Domain via Wikimedia Commons

Il caffè alla cannella, la bevanda più speziata e irresistibile del periodo natalizio

 

Un modo perfetto per iniziare la giornata con un sapore del tutto speciale? Il caffè alla cannella, una bevanda da riscoprire proprio durante il periodo delle feste natalizie. Provate a immaginare: il gusto intenso del caffè e l’aroma speziato e dolciastro della cannella, uniti in un connubio potentemente raffinato. Le spezie, regine dell’inverno, si fondono con il caffè dando vita a combinazioni incredibili, irresistibili al punto tale da conquistare all’istante. Evocano atmosfere avvolgenti, sensazioni di benessere puro; rimandano alla magia del Natale. La cannella, protagonista suprema di dolci tradizionali del periodo (basti pensare ai biscotti al pan di zenzero, alle cinnamon rolls o ai tipici pepparkakor svedesi), è una vera e propria coccola per il palato. Gustarla insieme al caffè significa regalarsi una pausa che sa di ricordi e suggestioni intrisi di fascino natalizio: un mix di gioia, calore familiare, senso di attesa, tempo sospeso in una dimensione magica e fiabesca.

 

 

In più, il caffè alla cannella si presta ad essere ulteriormente aromatizzato: potete aggiungere altre spezie, come l’anice stellato, il cardamomo o la noce moscata, oppure ancora puntare su aromi dolci quali quello della vaniglia. Per donare un tocco indimenticabile alla bevanda, non dimenticate di concludere il tutto con una buona dose di panna montata, insieme a una stecca di cannella  che esalterà il sapore del vostro caffè. Questa delizia natalizia non è soltanto golosa, ma anche benefica: azzera la sensazione del freddo essendo calda e confortevole; è ricca di virtù antiossidanti che accomunano sia la cannella che il caffè; permette di fare a meno dello zucchero bianco (fonte di picchi glicemici e insulinici se consumato in eccesso), che la dolcezza della cannella sostituisce egregiamente; favorisce la digestione, il che non guasta.

 

 

Risulta oltremodo squisito, dulcis in fundo (è proprio il caso di dirlo), se accompagnato ai biscotti e ai dolci tipicamente natalizi. Provare per credere.

Foto via Pexels e Unsplash

 

Cartoline dall’Europa

Berlino, Germania

Cartoline dall’Europa, rigorosamente a tema natalizio: quelle cartoline che ormai non si usano più, soppiantate da foto e selfie vari postati sui social. Sono cartoline che catturano e ritraggono il mood, gli scorci e l’atmosfera del periodo più magico dell’anno. A fare da sfondo, una serie di città europee; non sempre le più note, le più turistiche. Perchè per respirare aria di Natale basta un dettaglio: il contrasto tra buio e luce, una nevicata improvvisa, uno scintillio che ammanta di fiaba il grigiore invernale. E voi, quale cartolina preferite?

 

Malaga, Spagna

Monschau, Germania

Tallinn, Estonia

Breslavia, Polonia

San Pietroburgo, Russia

Lisbona, Portogallo

Arad, Romania

Jičín, Repubblica Ceca

Lovanio, Belgio

Brema, Germania

Quedlinburg, Germania

Varsavia, Polonia

Seghedino, Ungheria

Oberwiesenthal, Germania

Helsinki, Finlandia

Rochefort-en-Terre, Francia

Amsterdam, Paesi Bassi

Roma, Italia

Valle Gran Rey, La Gomera, Isole Canarie

 

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