San Martino, le oche e l’oca arrosto: tra leggenda e realtà

San Martino con l’oca in una statua della Chiesa di San Martino a Jona, in Svizzera, vicino al lago di Zurigo

 

“Chi no magna oca a San Martin, no’l fa el beco de un quatrin”

(Proverbio Veneto)

 

Di San Martino e della sua festa, MyVALIUM ha già parlato diverse volte. Ma oggi, data in cui ricorre la solennità del Santo, voglio approfondire un’altra famosa leggenda che lo riguarda: quella delle oche. Si narra che Martino, un monaco estremamente umile, quando seppe di essere stato nominato vescovo corse a rifugiarsi in una stalla. Non ambiva a grandi incarichi; avrebbe preferito rimanere un monaco, così si nascose sperando che nessuno lo ritrovasse. Qualcosa, però, mandò a monte il suo piano: le oche che gironzolavano nella stalla iniziarono a starnazzare facendo un gran baccano, e i paesani accorsero scoprendo il suo nascondiglio. Martino, di conseguenza, dovette accettare la nomina suo malgrado, e divenne il vescovo di Tours. A questo punto la storia, il folklore e la leggenda si intrecciano in modo tale che non è più possibile capire dove finisce l’una e inizia l’altro. Va detto, innanzitutto, che l’11 Novembre era una data cruciale per la cultura agreste: si concludevano i contratti agricoli e i contadini, se non veniva rinnovato il loro rapporto di lavoro, dovevano cercare un altro proprietario terriero per cui svolgere le proprie mansioni. Inoltre, il digiuno avventizio iniziava esattamente il 12 Novembre, giorno successivo alla festa di San Martino; San Martino era quindi una ricorrenza importante: rappresentava l’ultima occasione per dedicarsi alle grandi abbuffate. Non è un caso che fosse considerata una sorta di Capodanno agreste, sulla cui tavola la carne d’oca abbondava. Mangiare oca, un animale che – insieme al maiale – forniva grassi e proteine in quantità, era reputato un lusso (da qui il proverbio veneto che apre l’articolo) per gli agricoltori, abituati a cibarsi più che altro di polenta e cereali. Ma rappresentava anche il nutrimento ideale per affrontare il clima rigido dell’Inverno.

 

 

Tra l’oca e la leggenda di San Martino si stabilì una connessione che, da secoli, interseca il mito con la realtà. La tradizione del pasto dell’11 Novembre a base di oca era particolarmente diffuso nelle regioni del Nord Italia, dove lo è tutt’oggi: soprattutto in Veneto, per essere più precisi nel Padovano e nel Trevigiano, così come in FriuliEmilia Romagna e Lombardia.

 

 

Ma come viene cucinata, l’oca di San Martino? La sua preparazione varia da regione a regione; principalmente, però, si gusta al forno, arrosto accompagnata da mele e castagne, oppure in umido abbinata alla verza e alla polenta. La versione più tradizionale si concentra comunque sull’oca arrosto, farcita con noci, mele e castagne. Il giorno di San Martino, viene consumata insieme al vino novello e a una buona dose di caldarroste, che di sicuro non mancano mai.

 

Illustrazioni via Pixabay, foto delle oche via Unsplash

Foto di San Martino: Roland zh, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0>, da Wikimedia Commons

 

I fantasmi: chi sono e come sono nati

 

I fantasmi.
Prendono forma al chiaro di luna,
si materializzano nei sogni.
Ombre. Sagome
di ciò che non è più.
(Ellen Hopkins)

 

Tutti sappiamo cosa sono i fantasmi. Ma com’è nata, in realtà, questa figura da sempre ancorata nell’immaginario collettivo? Cominciamo dal nome. Il termine “fantasma” deriva dal latino “phantasma”, che a sua volta affonda le radici nel greco “φάντασμα”, da “ϕαντάζω” e “ϕαντάζομαι”, rispettivamente “mostrare” e “apparire”: un significato che, più o meno, si riconduce a quello di “apparizione soprannaturale”. Il fantasma viene anche detto “spettro” e rappresenta l’anima di un defunto che torna di frequente nel mondo dei vivi. Lo si dipinge come un’entità eterea, impalpabile, ammantata di un lenzuolo bianco che la ricopre dalla testa ai piedi. Da secoli ormai remoti, le leggende sui fantasmi si moltiplicano e si tramandano di generazione in generazione: sono un cardine del folklore di tutto il globo. In questo post approfondiremo una delle figure che più ha abitato le paure della nostra infanzia. Benvenuti nello Speciale Halloween di MyVALIUM, che come ogni anno vi accompagnerà, passo dopo passo, nel viaggio verso il 31 Ottobre.

 

 

I fantasmi: dal mondo antico in poi

Nell’antica Grecia e nell’antica Roma, i fantasmi erano anime in pena che vagavano nel mondo dei vivi, tormentandoli, per rimediare a un torto subito: poteva essere una morte violenta, una tumulazione non alla loro altezza, una sofferenza inflitta e immeritata. Mentre nell’Ellade tutti i fantasmi rientravano in questa categoria, nell’antica Roma venivano suddivisi in diverse tipologie. Le Larve, condannati ad errare senza pace, erano gli spiriti dei malvagi, di coloro che in vita si erano macchiati di terribili crudeltà; a causa della loro condizione, si rivelavano i più pericolosi e inquieti. I Lemuri, come le Larve, erano stati estremamente spietati durante la vita terrena, ma erano morti violentemente: i loro spettri perseguitavano i vivi e li conducevano alla pazzia. Per tenerli a bada, gli antichi romani effettuavano rituali di purificazione nel corso dei Lemuria, una ricorrenza celebrata a Maggio. Poi esistevano fantasmi “buoni”, che vegliavano sulla famiglia, i viveri e la casa: i Lari e i Penati; costoro venivano venerati e ricevevano svariate offerte.  Il Cristianesimo associava la figura dei fantasmi alle anime in pena non riuscite ad entrare in Paradiso. Condannati a “stazionare” in Purgatorio o castigati da Dio, apparivano nel mondo dei vivi per far richiesta di preghiere e di indulgenze. Con il passar del tempo, tuttavia, queste credenze si modificarono totalmente: per il Cristianesimo non esistono anime erranti, si tende a considerare manifestazioni demoniache i fenomeni più inquietanti e inspiegabili.

 

 

I fantasmi nel mondo

Un veloce giro di ricognizione intorno al mondo ci permette di scoprire come vengono considerati i fantasmi nei paesi più disparati. In Cina e in Giappone, ad esempio, agli antenati e ai loro spiriti si guarda con estremo rispetto. In Cina vengono chiamati éguǐ (饿鬼)  i fantasmi che non sono stati venerati adeguatamente dopo il trapasso. Tale condizione ha comportato conseguenze terribili: gli éguǐ vagano senza sosta in giro per il mondo. A queste anime, i cinesi hanno dedicato il Festival dei Fantasmi Affamati: si celebra il quindicesimo giorno del settimo mese del Calendario Lunare ed è ricco di usanze molto particolari, come la creazione di altarini con cibo e incenso per placare la fame degli éguǐ e il rito in cui si bruciano oggetti di carta raffiguranti beni materiali per offrirli agli spiriti.In Giappone i fantasmi sono un tema ricorrente nelle opere del teatro Kabuki; il loro nome è yūrei e appaiono prevalentemente per vendicarsi di torti subiti in vita.

 

 

In Nigeria e in Nuova Zelanda, invece, i fantasmi hanno essenzialmente la funzione di proteggere la comunità dei vivi, rappresentando un elemento di continuità tra il passato e il presente e un importante strumento di coesione sociale. In questi paesi, il culto degli antenati è molto sentito; i fantasmi nigeriani hanno la facoltà di orientare le deliberazioni e castigare chi non rispetta le regole, mentre gli spiriti dei Māori vegliano costantemente sui loro discendenti e ai luoghi del riposo eterno viene tributata una grande venerazione

 

 

Categorie di fantasmi

I più famosi sono i poltergeist, avvezzi a fare un gran baccano: sbattono le porte, muovono gli oggetti (ma talvolta li rompono), bisbigliano e causano rumori apparentemente inspiegabili. Altri fantasmi si presentano in modo puntuale, sempre nello stesso luogo e alla stessa ora, come il fantasma di Lucia che, con un candelabro in mano, percorre i corridoi di Palazzo Anchisi ne “Il segno del comando”. Altri ancora, appaiono in posti cruciali della loro vita passata: più di frequente, dove hanno trovato la morte o dove sono stati felici. Alcuni si manifestano ai moribondi; di solito sono genitori o parenti che già dimorano nell’aldilà, e sembrano voler guidare chi è in fin di vita nel momento del trapasso. Esistono, poi, fantasmi che infestano case o castelli, rendendoli la loro tipicità. Qualche esempio? Il fantasma di Anna Bolena nella Torre di Londra o quello di Azzurrina nel Castello di Montebello, in provincia di Rimini. Si definiscono “ectoplasmi” le figure spettrali che prendono forma durante la trance del medium, nelle sedute spiritiche. Approdando in Irlanda (ma anche in Scozia e nel Galles) possiamo incontrare la Banshee, un celebre spirito femminile appartenente al Piccolo Popolo (rileggi qui l’articolo che le ho dedicato), mentre in America Latina non è difficile imbattersi nella Llorona, anche detta “la donna che piange”: uno spettro condannato a vagare di notte lungo i fiumi. Potrete riconoscerla dal pianto accorato intervallato da urla terrificanti, dalla veste bianca che indossa e dai lunghi capelli sciolti sulle spalle. Secondo la leggenda, la Llorona è il fantasma di una donna che, dopo aver scoperto di essere stata tradita dal padre dei suoi figli, li ha uccisi annegandoli in un fiume e poi si è suicidata.

 

Foto via Unsplash

 

Venerdì 17

 

In Italia, il venerdì 17 è considerato un giorno sfortunato, frutto dell’incontro tra due elementi infausti: il venerdì, legato alla morte di Gesù, e il numero 17, da sempre circondato da un’aura inquieta. Il timore del venerdì 17 , originato da superstizioni e credenze popolari remotissime, ha un nome scientifico ben preciso: eptacaidecafobia. Le sue radici affondano nell’antichità; i pitagorici evitavano il 17 perché spezzava l’armonia tra il 16 e il 18, numeri “perfetti”. Nell’Antico Testamento, il diluvio universale iniziò il 17 del secondo mese. E nel mondo latino, l’anagramma di “XVII” è “VIXI”, ovvero “ho vissuto”… un modo elegante, ma inquietante al tempo stesso, per dire “sono morto”. Anche la storia rafforza il mito: dopo la disfatta delle legioni romane 17, 18 e 19 nella battaglia della foresta di Teutoburgo (vinta dai Germani guidati da Arminio), quei numeri non furono mai più assegnati. Nella smorfia napoletana, il 17 è sinonimo di disgrazia. Altrove, la sfortuna cambia volto: nei paesi anglosassoni e in Brasile è il venerdì 13 a incutere paura, mentre in Spagna e Grecia si teme il martedì 13. Venerdì 17 resta una superstizione tutta italiana, ispiratrice di film e racconti. Forse, più che temere questa data, dovremmo ascoltarla: ogni superstizione è un frammento di storia, un’ombra che chiede luce.

Foto: Kateryna Hliznitsova via Unsplash

 

Yule, Solstizio d’Inverno: la leggenda del Re Quercia e del Re Agrifoglio

 

“Mentre l’anno del calendario Gregoriano volge al termine, le notti si allungano e le ore di luce sono sempre più brevi, fino al giorno del Solstizio invernale. Il respiro della natura è sospeso, e il tempo stesso pare fermarsi: è uno dei passaggi dell’anno dove l’oscurità regna sovrana, ma nel momento del suo trionfo cede alla luce che, lentamente, inizia a prevalere sulle brume invernali. “

(Ossian D’Ambrosio, da “Yule. Riti, tradizioni e spiriti del Natale”, a cura di Davide Marré, di Alessandro Azzoni et al., Phanes Publishing)

 

L’agrifoglio, pianta sacra degli antichi Celti, è un sempreverde che rientra tra i miti di Yule, il Solstizio d’Inverno: simboleggiando la metà più buia e gelida dell’anno si associa al Re Agrifoglio, raffigurato come un anziano perennemente sorridente dalla lunga barba bianca. Si narra che il Re Agrifoglio, ad ogni Solstizio, lottasse contro il Re Quercia, personificazione dei mesi in cui il Sole torna a splendere. L’uno aveva la meglio sull’altro a fasi alterne. Il Solstizio d’Inverno sanciva il trionfo del Re Quercia sul Re Agrifoglio, favorendo il ritorno progressivo della luce. Durante il Solstizio d’Estate, invece, era il Re Agrifoglio a vincere il combattimento: ciò determinava la graduale ricomparsa dell’oscurità e l’assopimento della natura. Le figure del Re Quercia e del Re Agrifoglio sono strettamente connesse, l’una non potrebbe mai fare a meno dell’altra. I due Re si fronteggiano in un equilibrio perfetto, così come perfettamente armonico è il trionfo del primo sul secondo e viceversa.

Oggi, alle 10.21, la stagione fredda ha fatto il suo ingresso ufficiale: buon Solstizio d’Inverno.

 

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La banshee, eterea e fantasmatica creatura del folklore irlandese

 

Ho spesso parlato delle radici irlandesi di Halloween, che per i Celti dell’ Isola di Smeraldo era Samhain. E irlandese è anche la banshee, un mitico spirito del folklore locale: il nome che porta, letteralmente “donna delle fate”, deriva da “bean” (“donna” in gaelico) e “sidhe” (proveniente da “sith”, che sempre in gaelico significa “fata”). Conosciutissima in Irlanda e in Scozia, la banshee viene raffigurata come una giovane donna dai lunghi capelli vestita di bianco, o di rosso, dalla testa ai piedi. Secondo altre rappresentazioni, indossa un abito verde a cui abbina una mantella grigiognola, oppure un velo che la ricopre completamente donandole un alone di mistero. La banshee a volte canta, più spesso ha il volto rigato dal pianto e presto vedremo il perchè. Può apparire sotto svariate forme, ma le sue urla lancinanti permettono di distinguerla senza possibilità d’errore.

Chi è e da dove proviene la banshee?

Questa creatura del mito irlandese fa parte del piccolo popolo (in gaelico “sidhe”), ovvero il popolo fatato degli gnomi, gli elfi, i folletti, le fate, i leprechaun e molti altri personaggi ancora: tutti spiriti che dimorano abitualmente nel regno della Natura. Le leggende più remote collocano la banshee nei paraggi dei fiumi, dei ruscelli e delle paludi; a volte, invece, gli scenari che la vedono protagonista sono le verdi colline irlandesi. E’ importante sapere che la banshee viene considerata lo spirito protettore di determinate famiglie d’Irlanda, in particolare tutte coloro che hanno un cognome iniziante per ‘O o per Mac. Il suo segno distintivo sono le grida strazianti che emette per annunciare la morte imminente di una persona vicina a chi le ode: la banshee urla e piange disperata, in particolare quando ad essere in fin di vita è un membro delle famiglie che lei protegge. I brividi che provocano le sue grida, il terrore che queste incutono, fanno sì che la banshee venga annoverata tra gli spiriti maligni. In realtà, le antiche leggende irlandesi non la dipingono come tale.

 

 

A proposito di leggende: si dice che, proprio per l’ambiguità che circonda la sua figura, non bisognerebbe mai posare lo sguardo su una banshee; potrebbe usare i propri poteri contro chi la osserva, oppure sparire misteriosamente. Bisogna aggiungere, però, che è rarissimo avvistare questa fantasmatica “donna delle fate”. Pare che si mostri solo a chi è prossimo a morire, quindi al destinatario delle sue urla. Il fatto che la si identificasse con un presagio di morte, a partire dall’VIII secolo, ha determinato la sua inclusione tra le entità malvagie: un’appartenenza a cui ha senza dubbio contribuito anche la superstizione popolare.

 

 

Tre leggende

Il fiume Daelach, nella contea di Clare, viene soprannominato “Banshee’s brook”, ovvero “il ruscello della banshee”. Questo appellativo deriva dal fatto che, nei periodi di piogge scarse, il corso d’acqua assume una sinistra colorazione rosso sangue. Scientificamente, ciò potrebbe essere causato dalla risalita di notevoli quantità di ferro dall’ alveo del fiume, ma la leggenda dà al fenomeno una spiegazione ben diversa: ogni volta il Daelach diventa color sangue, echeggiano le grida di una banshee. E le acque tornano della loro tonalità originaria, guarda caso, solo dopo la morte di un abitante del luogo.

Nel 1014, prima di affrontare la battaglia di Clontarf, il re irlandese Brian Boru aveva visto la banshee Aibhill sulla sponda di un fiume. Aibhill era intenta a lavare i vestiti dei soldati del re, ma dopo un po’ l’acqua si tingeva di un rosso insanguinato. Nonostante l’avvertimento, il sovrano decise di scendere in campo: inutile dire che perse la vita nel combattimento.

Il magnifico castello di Duckett’s Grove, fatto edificare nel XVII secolo da William Duckett nella contea di Carlow, è celebre per la sinistra leggenda che lo circonda. Oggi è ridotto a un rudere a causa di un incendio che lo devastò nel 1933, ma i suoi immensi giardini e i suoi campi verdeggianti rimangono intatti: tantevvero che la tenuta è visitabile. Alla sua sciagura, secondo la leggenda, contribuì una banshee. Pare che William Duckett fosse legato a una giovane donna che morì dopo essere caduta da cavallo nei dintorni di Duckett’s Grove. La madre della ragazza, disperata, maledisse la tenuta: da quel giorno, una banshee si installò nel castello e vaga nelle sue stanze. Alcuni assicurano di averla vista muoversi dietro alle finestre, eterea e spaventosamente inquietante.

 

Foto: Vitaliy Shevchenko via Unsplash

 

Tre fiori primaverili e le loro leggende

 

La Primavera è la stagione dei fiori, uno dei supremi emblemi del risveglio. Di quelli che sbocciano in questo periodo conosciamo più o meno ogni cosa: i loro nomi, i loro colori, i loro profumi, le loro caratteristiche…li utilizziamo in cucina, quando è possibile (rileggi qui l’articolo sui fiori edibili). Non tutti sanno, però, che a molti fiori si associano delle magnifiche leggende. Ve ne racconto tre.

 

Il lillà e la leggenda di Siringa e del dio Pan

 

 

La prima leggenda riguarda il Syringa Vulgaris, nome botanico del lillà. Si narra che Pan, il dio dei monti e della vita agreste, un giorno si imbattè in Siringa, una splendida ninfa delle acque dell’Arcadia. Per Pan fu un colpo di fulmine: con l’intento di sedurla, la riempì subito di mille complimenti. L’aspetto del dio, per metà uomo e per metà con sembianze caprine, fece però inorridire Siringa, che fuggì spaventata. Temendo che Pan potesse raggiungerla, Siringa chiese aiuto a suo padre Ladone, il dio dei fiumi. Ladone, quindi, la trasformò in un arbusto di lillà per impedire a Pan di possederla: il dio caprino era noto per il temperamento selvaggio e per i suoi bagordi orgiastici. Pan, in lacrime, non riuscendo più a trovare Siringa si disperò. A questo punto, la leggenda si dirama in due versioni differenti. Secondo la prima, quando Pan passò davanti al cespuglio di lillà udì il melodioso lamento del vento tra le sue fronde; decise dunque di reciderle e con esse costruì un flauto da cui non si separò mai più. La seconda versione, invece, racconta che Siringa si trasformò nella canna di un canneto per sfuggire a Pan. Il dio se ne accorse ed estrasse dal canneto sette canne che accorciò e unì tra loro realizzando uno strumento musicale. Nacque così il suo celebre flauto, che non a caso porta anche il nome di “siringa”. E il lillà? Da allora, venne per sempre chiamato Syringa Vulgaris.

 

La pratolina e la leggenda di Bellis e del dio della Primavera

 

 

La pratolina è una di quelle margheritine che in Primavera invadono i prati. Scientificamente si chiama Bellis Perennis: un nome che, come nel caso della Syringa Vulgaris, ebbe origine da una leggenda molto antica. Bellis era la bellissima figlia di Belus, il dio celtico della luce. La leggenda vuole che, un bel giorno, Bellis iniziasse a danzare su un prato con il suo fidanzato. Il dio della Primavera la notò immediatamente: perse la testa per lei e si fiondò sulla coppia per strapparla dalle braccia dell’amato. Quest’ultimo, infuriato, reagì all’assalto del dio con estrema violenza. Spaventatissima, Bellis decise quindi di fuggire da entrambi; chiuse gli occhi, si estraniò da quel contesto e si trasformò in una leggiadra margherita. La pratolina, anticamente, era un fiore che riscuoteva grande apprezzamento sia presso i reali che la gente comune. Tra i suoi estimatori annoverava Margherita di Valois, prima moglie di Enrico IV di Francia, San Luigi dei Francesi e Margherita D’Angiò, la consorte di Enrico VI di Lancaster. In inglese, il nome della pratolina è intriso di suggestività: “daisy“, infatti, deriva da “day’s eye”, ovvero “occhio del giorno”.

 

Il giacinto e la leggenda di Giacinto e di Apollo

 

 

Veniamo ora alla leggenda che riguarda lo Hyacintus, una pianta bulbosa dalle infiorescenze coloratissime. Il suo nome deriva da Giacinto, un prestante giovane della mitologia greca. Principe di Sparta, Giacinto era amato dal dio Apollo, ma ad essere affascinati da lui erano anche Zefiro (personificazione del vento dell’ ovest), Borea (personificazione del vento del nord) e Tamiri. La gelosia di Zefiro nei confronti di Apollo, purtroppo, fu fatale al bel principe di Sparta. Apollo era innamoratissimo di Giacinto; un giorno, in previsione delle Olimpiadi a cui quest’ultimo avrebbe preso parte, i due amanti iniziarono una gara di lancio del disco. Apollo lanciò il disco, e osservando quella scena Zefiro impazzì di gelosia: soffiò una forte folata di vento sulla coppia, ma la raffica cambiò la traiettoria del disco. Giacinto fu colpito violentemente dall’attrezzo, che si scagliò contro la sua tempia uccidendolo. Apollo, disperato, tentò in tutti i modi di salvare il suo amante; non ci riuscì, però non permise ad Ade, il dio dell’ oltretomba, di portarlo con sè: trasformò il sangue versato da Giacinto in un fiore profumatissimo e dal colore intenso a cui diede il suo stesso nome. Per celebrare Giacinto, a Sparta tra Maggio e Giugno si tenevano le Giacinzie, una tre giorni composta da riti simboleggianti la morte e la rinascita.

 

Giorni della Merla: i giorni più freddi dell’anno e la tradizione culinaria marchigiana

 

A causa dei cambiamenti climatici e del riscaldamento globale, è improbabile che i giorni della Merla continuino ad essere i “più freddi dell’anno”. Le tradizioni, però, rimangono e ci piace immaginarli tali. Nel folklore italiano si identificano con gli ultimi tre giorni di Gennaio, ovvero il 29, il 30 e il 31: date associate sin da tempi remotissimi a leggende che vedono come protagonisti una merla, o dei merli, dal piumaggio immacolato e la collera del primo mese dell’anno. VALIUM ne ha parlato molte volte (potete rileggere qui  l’ultimo post), ma voglio ricordare la leggenda più celebre a grandi linee. Si narra che Gennaio si divertisse a far dispetti ad una merla dalle candide piume ogni volta che usciva dal suo nido. Non appena la merla metteva piede fuori casa, il perfido mese scatenava vento, piogge scroscianti e bufere di neve. Un giorno, allora, la merla ebbe un’idea: era la fine di Dicembre quando decise che avrebbe fatto provviste di cibo e non sarebbe uscita per tutto Gennaio. All’epoca, il primo mese dell’anno durava solo 28 giorni. Il 29, la merla emerse trionfante dal suo nido e lo canzonò perchè era riuscita a beffarlo; così Gennaio, furibondo, chiese in prestito tre giorni a Febbraio e le scagliò addosso terribili tempeste e tramontane. Dal 29 fino al 31 Gennaio, dunque, la merla fu costretta a ripararsi in un comignolo. Riuscì a scampare a quel periodo di burrasca, ma quando uscì dal suo rifugio le piume nivee che ostentava erano diventate nere di fuliggine, e così rimasero per sempre. Questa leggenda è nota un po’ in tutta Italia, tuttavia pare che le sue origini affondino nel Friuli, in Trentino e in zone come il cremonese, il folrivese, in Maremma e nel Cesenate. Alle tante usanze dei giorni della Merla, legate indissolubilmente alla cultura agreste, si aggiungono piatti tradizionali che variano da regione a regione.

 

 

Nelle Marche, dove vivo, si rimane fedeli a un proverbio che recita: “Se li gljorni de la merla voli passà, pane, pulenta, porcu e focu a volontà!” (se vuoi passare bene i giorni della Merla, pane, polenta, maiale e fuoco del camino a volontà). Ciò significa che la polenta predomina, accompagnata rigorosamente da fette di ciauscolo (un salame tipico della zona) e da un buon calice di Rosso Conero o Piceno. Il focolare, va da sè, è il must imprescindibile che dona calore e suggestività ai giorni più freddi dell’anno, e c’è proprio da sperare che lo siano: secondo il sapere popolare, infatti, dei giorni della Merla tiepidi e assolati preannunciano una Primavera che tarderà ad arrivare; se sono gelidi, al contrario, la Primavera sarà mite e rigogliosa.

 

L’agrifoglio: simbologia e miti di uno degli emblemi del Natale

 

In Inverno, le sue bacche rosse fuoco punteggiano il candore della neve. L’agrifoglio è inconfondibile. A Natale, fa bella mostra di sé in ricche ghirlande e scenografiche decorazioni ornamentali: non a caso, è uno dei più noti emblemi delle feste natalizie. Partiamo con una premessa. L’agrifoglio, innanzitutto, non ha niente a che vedere con il pungitopo; il primo, l’Ilex Aquifolium, è una pianta appartenente alla famiglia delle Aquifoliaceae, mentre il secondo, il Ruscus Aculeatus, proviene dalla famiglia delle Asparegaceae. Entrambi erano utilizzati per allontanare i topi dalle provviste alimentari, ma presentano notevoli differenze. L’agrifoglio, infatti, ha delle foglie pungenti, dalla forma seghettata e color verde scuro. A confonderlo con il pungitopo è stato il nome di pungitopo maggiore che gli è stato affibbiato. Le due piante, inoltre, in Inverno maturano le loro bacche e fanno immancabilmente parte delle decorazioni natalizie. Ma torniamo all’agrifoglio, e scopriamo perchè viene considerato un simbolo del Natale. Anticamente, con l’arrivo del Solstizio d’Inverno, l’Ilex Aquifolium aveva una funzione di buon auspicio. Maturando proprio in quel periodo, rientrava tra i preparati erboristici di cui gli agricoltori si avvalevano per combattere gli acciacchi stagionali: bastava lasciare a mollo le foglie nel vino novello e poi bere il portentoso infuso.

 

 

All’agrifoglio, tuttavia, venivano attribuiti poteri magici anche in tempi più remoti: era il 100 a.C. quando Plinio Il Vecchio esortava i romani a coltivarlo nei pressi delle loro case, poichè le sue foglie spinose avrebbero creato una barriera contro la negatività e gli spiriti maligni. Gli antichi romani solevano adornarsi di agrifoglio durante i Saturnali, le feste in onore di Saturno (dio della semina e dell’agricoltura) che si tenevano ogni anno dal 17 al 23 Dicembre: i rametti di agrifoglio li avrebbero preservati dalla malasorte. Questa pianta, dunque, veniva considerata un amuleto che teneva a debita distanza i malefici. Sempre nell’antica Roma, per propiziare la fortuna, si usava regalare un rametto di agrifoglio alle coppie di giovani sposi. Per i Celti, la pianta dell’agrifoglio era addirittura sacra. Con il suo legno costruivano armi e scudi, in più la utilizzavano a mò di talismano durante i rituali. Il fatto che l’agrifoglio resistesse ai fulmini determinò la sua associazione con Thor e Taranis, divinità del tuono della mitologia norrena: non di rado, l’agrifoglio veniva usato come parafulmine nei paraggi delle abitazioni. I Druidi ritenevano che l’Ilex Aquifolium proteggesse dalle forze del male; in quanto pianta sacra, poi, era assolutamente proibito tagliare il suo tronco sebbene il divieto non riguardasse i rami. La funzione protettiva attribuita all’agrifoglio, senza dubbio, fu ispirata dalle foglie pungenti che la pianta usa a scopo difensivo.

 

 

La pianta sacra degli antichi Celti rientra anche tra i miti di Yule, il Solstizio d’Inverno: simboleggiando la metà più buia e gelida dell’anno si associava al Re Agrifoglio, raffigurato come un anziano perennemente sorridente dalla lunga barba bianca. Il Re Agrifoglio, a ogni Solstizio, lottava contro il Re Quercia, impersonificazione dei mesi in cui il Sole torna a splendere, e l’uno aveva la meglio sull’altro a fasi alterne. Il Solstizio d’Inverno sanciva il trionfo del Re Quercia sul Re Agrifoglio, favorendo il ritorno progressivo della luce; durante il Solstizio d’Estate, invece, era il Re Agrifoglio a vincere il combattimento: ciò determinava la graduale ricomparsa dell’oscurità e l’assopimento della natura. Le figure del Re Quercia e del Re Agrifoglio erano strettamente connesse, l’una non avrebbe mai potuto esistere senza l’altra. I due Re si fronteggiavano in un equilibrio perfetto, così come perfettamente armonico era il trionfo del primo sul secondo e viceversa. Con l’avvento del Cristianesimo, l’agrifoglio divenne il principale ornamento natalizio. Questa usanza prese piede in Irlanda; chiunque, persino i più poveri, avrebbe potuto procurarsi dei rametti di agrifoglio per decorare la propria casa. In quel periodo, per via delle foglie, la pianta cominciò a simbolizzare la corona di spine di Cristo, le bacche rosse vennero associate al suo sangue e i fiori bianchi alla purezza della Vergine Maria. All’ Ilex Aquifolium è legata una splendida leggenda che ha per protagonisti un orfanello e Gesù Bambino. L’orfanello, quando ebbe notizia della nascita di Gesù, corse a Betlemme per regalargli una corona di alloro. Ma poi, considerando il suo dono troppo modesto, esplose in un pianto irrefrenabile. Gesù Bambino, per consolarlo, tramutò quindi in bacche rosse le sue lacrime e la corona di alloro in una corona di agrifoglio, che sarebbe stata per lui di buon auspicio e lo avrebbe protetto dal male.

 

 

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Il noce di Benevento: l’albero delle streghe tra leggenda, realtà e superstizione

 

Attorno al noce, l’albero che i Romani consacrarono a Giove (il nome botanico della pianta, Juglans regia, deriva da “Jovis glans”, in latino “la ghianda di Giove”), sono sorte innumerevoli leggende. Cominciamo col dire che, anticamente, alle noci si attribuivano delle portentose virtù curative: venivano considerate afrodisiache per la loro somiglianza con le gonadi dell’uomo, e benefiche per le emicranie in quanto la parte interna del frutto ricorda la forma di un cervello. L’albero della noce, tuttavia, nel corso dei secoli non si guadagnò lo stesso tipo di reputazione. Le sue radici contengono juglandina, una sostanza potentemente tossica che provoca il deperimento di tutte le specie vegetali sorte nelle vicinanze: ecco perchè il noce è una pianta così solitaria, raramente immersa nel fitto verde. Il Juglans regia, inoltre, veniva definito “maledetto” poichè con il suo legno era stata costruita la croce su cui venne crocifisso Gesù Cristo. La nomea negativa del noce era alla base di molte credenze, in particolare nell’ ambito della cultura agreste. Si pensava che addormentarsi sotto un noce avrebbe portato a soffrire delle forti emicranie, o che se le radici del noce si fossero sviluppate sotto una stalla avrebbero fatto soccombere il bestiame. Ma questa reputazione “maledetta” deriva soprattutto dal noce di Benevento e dalla sua associazione con le streghe, dal momento che si diceva che proprio ai piedi di quell’albero celebrassero il loro sabba.

 

Illustrazione tratta da “Istoria della città di Benevento dalla sua origine fino al 1894” di Enrico Isernia, Benevento, Stabilimento Tipografico A. D’Alessandro e Figlio, 1895.

Le leggende riguardo al noce di Benevento presero vita in epoche remotissime, ma si consolidarono nel 1200. Prima di recarsi al sabba, le streghe si sfregavano il petto con un unguento e pronunciavano una formula magica; dopodichè, si libravano in volo a cavallo di una scopa. Grazie all’ unguento diventavano invisibili, puro spirito che fluttuava nel vento, tant’è che adoravano volare nella tempesta. L’ appuntamento era fissato per tutte sotto il noce di Benevento, dove si riuniva una moltitudine di streghe provenienti dalle località più disparate. Lì, durante il sabba, praticavano riti magici e blasfemi, danzavano, si lanciavano in orge sfrenate con i demoni e gli spiriti infernali…il tutto alla presenza del Demonio che sfoggiava le sembianze di un caprone. A Benevento le streghe venivano chiamate “janare”: prima della Seconda Guerra Mondiale, quando fu bombardato, esisteva un ponte dal quale si diceva che spiccassero il volo.

 

“Il grande caprone”, Francisco Goya (1795)

Una volta terminato il sabba, le streghe si dedicavano ai malefici e ad azioni terribili nei confronti degli abitanti del luogo. Si introducevano nelle case attraverso la fessura del portone, il che non era difficile data la loro consistenza incorporea, e infastidivano le famiglie addormentate: le sferzavano con una raffica di vento, oppure le opprimevano provocando un senso di soffocamento scaturito da una forte pressione sul petto. Ma non si limitavano certo a questo: le streghe erano in grado di far abortire le partorienti con un semplice incantesimo, storpiavano i neonati infliggendo loro un insopportabile dolore e a volte li rapivano per lanciarseli l’un l’altra sopra le fiamme del fuoco. Si diceva anche che, quando si intrufolavano nelle stalle, riempivano di trecce la criniera dei cavalli e che li riconsegnassero provatissimi dopo averli cavalcati per l’intera notte. Secondo antiche superstizioni, per tenere le streghe a distanza bisognava mettere una scopa e una ciotola di sale dietro la porta principale della propria casa: la strega non sarebbe potuta entrare senza aver contato, prima, tutte le setole della scopa e tutti i granelli di sale, ma a quel punto la luce del giorno l’avrebbe obbligata a fuggire.

 

“Départ pour le Sabbat”, cartolina di Albert Joseph Pénot (1910)

Ma dove si trovava, esattamente, il noce di Benevento? A dire di alcuni, nei paraggi del fiume Sabato (Sabatus in latino), da lì l’associazione con il sabba. Questa ubicazione fu detta Ripa delle Janare, però esistono molte altre ipotesi sulla collocazione dell’albero. Considero più importante sapere da dove ha preso vita la leggenda del noce delle streghe: nel VII secolo, Benevento era la città principale di un ducato longobardo, e il popolo germanico usava praticare dei raccapriccianti rituali pagani. All’epoca, sotto la reggenza del duca Romualdo I, i longobardi erano soliti onorare Odino con un rito piuttosto inquietante: il luogo in cui si svolgeva, guarda caso, si trovava proprio accanto al fiume Sabato. Dopo aver appeso la pelle di un caprone al ramo di un noce, i longobardi galoppavano sfrenatamente intorno all’albero tentando di strappare lembi della pelle con le loro lance. Poi, si cibavano dei brandelli come prevedeva il rituale. I cristiani di Benevento, sconvolti da quella pratica ai loro occhi barbara, cominciarono ad accostarla al sabba. Le urla dei guerrieri, la pelle di caprone, il trambusto provocato dal rito vennero associati, dai beneventani, a una riunione orgiastica organizzata dal Demonio e dalle streghe.

 

“Il noce di Benevento”, Giuseppe Pietro Bagetti (1816)

Barbato, un sacerdote di Benevento, espresse più volte la sua avversione per quella pratica pagana. Così, quando nel 663 la città fu assediata dai Bizantini, promise al duca Romualdo che gli invasori sarebbero arretrati grazie all’ intervento divino ma ad una condizione: il suo popolo avrebbe dovuto abbandonare il Paganesimo. Il duca acconsentì e, miracolosamente, i Bizantini batterono in ritirata. Secondo la leggenda, il duca Romualdo nominò Barbato vescovo di Benevento e quest’ ultimo corse subito a sradicare il famigerato noce. Nella località in cui sorgeva l’albero fece poi costruire una chiesa che chiamò Santa Maria in Voto. Nel Medioevo, tuttavia, a Benevento si ricominciò a parlare dei convegni delle janare. Due secoli dopo, queste voci vennero avvalorate da una donna accusata di stregoneria: secondo la sua testimonianza, le streghe erano solite riunirsi attorno a un noce. Lo scalpore suscitato dalla notizia fu immenso. Il Demonio aveva fatto sicuramente ricrescere l’albero che Barbato aveva abbattuto! Nel 1500, il ritrovamento di un mucchio di ossa sotto un noce riaccese i riflettori sulla vicenda. Tra le ipotesi sull’ origine della leggenda del noce di Benevento, quella relativa a Barbato (poi diventato Santo e Santo Patrono di Benevento) e ai riti dei Longobardi rimane, senza dubbio, la più accreditata. A tutt’oggi il mito del noce di Benevento continua ad affascinare, e le adunanze delle streghe hanno contribuito a creare un’aura magica su tutta la città campana e i suoi dintorni.

 

“El Alquelarre”, Leonardo Alenza y Nieto (1830-1845)

“La sorcière allant au Sabbat”, Luis Ricardo Falero (1880)

“Il Sabbath delle streghe”, Francisco Goya (1819-1823)

“La leçon avant le sabbat”, Louis-Maurice Boutet de Monvel (1880)

“Le Sabbat des sorcières”, Hans Baldung Grien (1508-1510)

 

Immagini

Foto di copertina di Моходу Хеу, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, da Wikimedia Commons

Dipinti, cartoline e incisioni Public Domain via Wikimedia Commons