Tra fasi lunari e superstizione: i proverbi che la saggezza popolare ha dedicato alla Luna

 

Se il Sole è il Re dell’estate, la Luna potrebbe essere considerata la Regina. Decantata da poeti, artisti e scrittori sin dalla notte dei tempi, ha sempre rivestito un ruolo importante presso le popolazioni rurali: le fasi lunari erano, e sono tuttora, un punto di riferimento per attività agricole come la semina, il raccolto e la potatura. Se volete approfondire l’argomento, vi invito a cliccare qui. Oggi esamineremo, invece, quali detti la saggezza popolare ha dedicato all’astro che, a dire degli agricoltori, orienta l’andamento dei lavori nei campi. E tanto più a Luglio, il mese della mietitura e della preparazione del letto di semina per le colture autunnali. Ma come appare la Luna nei proverbi? Incarnazione del principio femminile per eccellenza, è definita volubile, bugiarda, incostante“Donna e luna, oggi serena e domani bruna”, recita un noto detto toscano. Poi, naturalmente, esistono i riferimenti alle fasi lunari, a cui si aggiungono numerosi adagi intrisi di superstizione. E’ estremamente affascinante, in sintesi, scoprire come la cultura agreste abbia cercato di decifrare e di descrivere l’astro più misterioso e magnetico del firmamento.

 

 

Gobba a levante, luna calante; gobba a ponente, luna crescente.

 

 

Chi taglia a luna nuova, fa mala prova.

 

 

La luna è bugiarda; quando fa C, diminuisce e quando fa D, cresce.

 

 

Quando la luna ha il culo in molle, piove, voglia o non voglia.

 

 

Quando scema la luna, non seminar cosa alcuna.

 

 

Luna nuova, tre giorni in prova.

 

 

Quando la luna è tonda, essa spunta e il sol tramonta. 

 

 

Luna pallida annuncia la pioggia, la rossa marca il vento e la chiara promette il bel tempo.

 

 

A luna scema non salare, a luna crescente non tosare, se vuoi risparmiare. 

 

 

Tempo, vento, signor, donna, fortuna, voltano e tornan come fa la luna.

 

 

Sega l’erba a luna nuova e la vacca al bisogno trova.

 

 

L’anno di tredici lune, fa piangere i bimbi nelle cune.

 

 

Luna mercolina è peggio di tempesta e brina.

 

 

La luna, regge il lume ai ladri.

 

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24 Giugno, San Giovanni Battista: l’acqua di San Giovanni e la leggenda della rugiada

 

Mele e locuste furon le vivande | che nodriro il Batista nel diserto; | per ch’elli è glorïoso e tanto grande | quanto per lo Vangelio v’è aperto. 

(Dante Alighieri, da “Divina Commedia”)

 

La ricorrenza di San Giovanni Battista, che ha inizio con la notte più magica dell’estate, si apre con un rituale antichissimo: lavarsi con l’acqua di San Giovanni, preparata con erbe e fiori raccolti la sera prima ed esposti per tutta la notte all’influsso benefico della rugiada. Tra i fiori troviamo l’iperico (anche detta “erba di San Giovanni”), la rosa, la ginestra, la malva, il papavero, la margherita, accompagnati da piante aromatiche quali la salvia, l’alloro, il rosmarino, la menta, il timo, la maggiorana, il basilico e molte altre ancora. L’acqua di San Giovanni viene reputata portentosa: si dice che abbia proprietà terapeutiche, che faccia bene alla pelle, che propizi salute, buona sorte e prosperità. Tutto è dovuto alla magica influenza che la rugiada esercita proprio nella notte tra il 23 e il 24 Giugno. La rugiada della vigilia di San Giovanni, secondo le credenze popolari, ha sempre posseduto virtù particolari: la principale era quella di favorire la fertilità. Non a caso, se una donna desiderava avere una prole numerosa, la notte di San Giovanni doveva distendersi o rotolarsi nuda sull’erba bagnata di rugiada. Esiste, poi, una leggenda molto singolare. Gli antichi popoli ritenevano che, quella notte, gli dei assegnassero alla Terra i neonati: ognuno dei piccoli assumeva le sembianze di una goccia di rugiada. La rugiada, supremo simbolo lunare, era dunque magia, energia miracolosa vita ai suoi albori.

 

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21 Giugno, Solstizio d’Estate: i proverbi che la cultura agreste ha dedicato alla stagione calda

 

Il sole, il vento leggero, il candore degli asfodeli, l’azzurro crudo del cielo, tutto lascia immaginare l’estate, la dorata gioventù che copre allora la spiaggia, le lunghe ore sulla sabbia e la dolcezza improvvisa delle sere.

(Albert Camus)

 

Domani, alle 10.24, l’estate farà il suo ingresso ufficiale. Sarà il giorno più lungo dell’anno. Con il Solstizio d’Estate, il Sole sancisce il suo trionfo: raggiunge il massimo splendore, la somma luminosità. Il termine “solstizio” deriva da solstĭtĭum, che in latino fonde “sol” (sole) con “sistere” (fermarsi). L’estate ha inizio proprio quando l’astro infuocato, nel Tropico del Cancro, giunge allo zenit, dove culmina: il punto di declinazione massima nel suo percorso apparente lungo l’ellittica. Gli antichi popoli hanno sempre celebrato la potenza solare, attribuendole la capacità di creare dei campi energetici sulla superficie terrestre e laddove sorgevano complessi megalitici come Stonehenge. Anche i tipici falò del Solstizio venivano accesi per incrementare la forza del Sole: fuochi, ruote infuocate fatte rotolare giù per le colline e fiaccolate rappresentano tradizioni che accomunano molte culture. Il fuoco purificava, allontanava le entità maligne e la mala sorte; essendo il Solstizio una fase di transizione, il velo tra il mondo tangibile e quello soprannaturale si squarciava lasciando libero accesso agli spiriti dell’oscurità. Per approfondire queste e molte altre usanze legate all’arrivo dell’estate, vi rimando a questo link. Oggi vorrei soffermarmi, invece, sui proverbi dedicati alla stagione calda.

 

 

Per la cultura agreste, i mesi estivi erano cruciali: rappresentavano il periodo di punta del raccolto, quello in cui la natura raggiunge l’apice della rigogliosità. In estate si miete il grano, si raccoglie un’abbondante quantità di frutta e di verdura. Ma in estate fa anche molto caldo, un dettaglio che nei proverbi non viene tralasciato. L’afa, nei detti popolari, è presente sotto un duplice aspetto: da un lato la libertà di fare a meno del fuoco e della legna per scaldarsi, dall’altro il malessere causato dal caldo intenso, che toglie le forze e impedisce di “faticare” nei campi. Naturalmente, il rischio della siccità non è di poco conto. La mancanza di piogge rappresenta un gran problema sia per la sopravvivenza del raccolto, che degli animali; un anno di duro lavoro può essere reso vano da qualche settimana di arsura. L’estate, in sintesi, era un periodo dell’anno estremamente importante per le comunità rurali; la stagione che evidenziava maggiormente il profondo legame tra  l’esistenza delle popolazioni agresti e i cicli naturali.

 

 

Chi canta d’estate balla d’inverno.

 

 

L’estate è la madre dei poveri.

 

 

Chi imita la formica durante l’estate, non va a chieder pane in prestito durante l’inverno.

 

 

Se l’estate non estateggia l’inverno non inverneggia.

 

 

Sereno d’inverno e nuvolo d’estate duran quanto le serve ritornate.

 

 

L’estate produce e l’inverno consuma.

 

 

Nel bel mezzo dell’estate, state lontani dalle donne e dai cani arrabbiati.

 

 

D’inverno il pazzo aspetta le rose e d’estate il savio le coglie.

 

 

L’estate per lavorare e l’inverno per dormire.

 

 

L’estate di santa Caterina, dura dalla sera alla mattina.

 

 

D’inverno a letto o al fuoco, d’estate a spasso e al gioco.

 

 

Non c’è estate senza mosche.

 

 

Chi vuol provar le pene dell’inferno faccia il fornaio d’estate e il muratore d’inverno.

 

 

Calda e umida l’estate, fredda e asciutta l’invernata.

 

 

A quattro cose non prestar fede: sole d’inverno, nuvole d’estate, amor di donna e discrezione di frate.

 

 

Triste quell’estate, che ha saggina e rape.

 

 

Il prudente compra d’estate il suo cappotto per l’inverno.

 

 

D’inverno piove sempre e d’estate quando Dio la manda.

 

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Sangria: l’aperitivo ideale delle sere d’estate

 

Combina l’inebriante gusto del vino con le proprietà salutari della frutta: la sangria è una bevanda che concentra in sé l’atmosfera dell’estate. Conosciamola meglio e scopriamo perché potrebbe essere l’aperitivo ideale di questa stagione. Tutti sappiamo, innanzitutto, che le sue origini sono spagnole. Mentre in tutte le regioni della penisola iberica, però, viene preparata con il vino rosso, in Catalogna prevalgono il bianco e il “frizzantino”. Il nome stesso “sangria”, derivando da “sangre”, ci indica tuttavia qual è la versione canonica, o comunque più tradizionale, della tipica bevanda della Spagna.

 

 

Qualche cenno storico

Nell’antichità, la pratica di rendere più dolce il vino rosso era molto comune. Gli antichi romani utilizzavano il miele, ma venivano impiegate anche erbe e spezie particolari. Secoli orsono, infatti, il vino rosso risultava maggiormente aspro rispetto a quello che oggi siamo abituati a conoscere. E se i romani iniziarono a miscelarlo con il miele, dando origine a una bevanda chiamata “mulsum”, nel Medioevo prese piede l’“ippocrasso”, dove miele e spezie venivano aggiunti dopo aver lasciato fermentare il vino. A quell’epoca, in un’area della Spagna detta Regno di León, cominciò a diffondersi la tradizione di bere “limonada de vino” nei giorni della Settimana Santa: si trattava di vino aromatizzato con limoni, arance, spezie e zucchero. La limonada de vino viene reputata il prototipo dell’attuale sangria, la cui ricetta fu perfezionata tra il XIX e il XX secolo. Originariamente era una bevanda comune soprattutto tra gli agricoltori e molto apprezzata anche in Portogallo. Grazie all’Expo tenutasi nel 1964 a New York, la sangria divenne celebre a livello mondiale. Secondo altre versioni, la paternità della sangria sarebbe invece inglese: per alcuni venne ideata dai marinai della Royal Navy, che, tra il XVIII e il XIX secolo, cominciarono ad aggiungere frutta, spezie e rum al vino ispirandosi al té nero aromatizzato orientale. A dire di altri studiosi, l’antenato della sangria sarebbe il sangaree: questa bevanda, sempre di origini inglesi, era un mix di sherry, brandy, acqua, spezie e succo di limone. Il sangaree, presente già nel XVII secolo, si diffuse dapprima nelle isole dei Caraibi e in Nord America, poi nella penisola iberica. Le radici della sangria, dunque, sono a tutt’oggi piuttosto dibattute.  Tuttavia, secondo una normativa del 2014 dell’Unione Europea, può essere definita sangria solo la bevanda prodotta in Spagna e Portogallo che possiede una gradazione alcolica inclusa tra il 4,5% e il 12%.

 

 

La preparazione

In Spagna vengono soprattutto utilizzati i vini a bacca nera della Rioja, aromatizzati con fette e spicchi sottili di pesche, arance, limoni e una mela verde. Ad essi si aggiungono due/tre cucchiai di zucchero, una manciata di chiodi di garofano, una stecca di cannella e una piccola quantità di brandy o rum. Il vino, versato in una brocca, va conservato al fresco nelle ore notturne e servito con soda e alcuni cubetti di ghiaccio. Una curiosità: in Messico, il rum o il brandy vengono sostituiti dalla tipica tequila.

 

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Alla scoperta del Ciauscolo, un’eccellenza dell’entroterra marchigiano

 

Il Ciauscolo: innanzitutto, che cos’è? Per chi non lo conoscesse, si tratta di un tipico salame umbro-marchigiano. Le sue radici affondano nella cultura agreste: gli agricoltori, una volta ultimate le fatiche nei campi, erano soliti preparare questo insaccato con i rimasugli della carne suina. Si utilizzavano in particolare la pancetta, il prosciutto, il lardo, il lombo e la spalla, che, impastati tra loro, venivano infine aromatizzati con agliopepe e del buon vino bianco. Il risultato era, ed è tutt’oggi, un salame morbido e spalmabile dal sapore che non ha eguali. Il suo nome, Ciauscolo, pare che derivi da “ci(a)busculum”, in latino “piccolo cibo”. Il Ciauscolo, in effetti,  nacque come una merenda, una pausa appetitosa che gli agricoltori si concedevano dopo ore di duro lavoro. I primi documenti che attestano l’esistenza di questo prodotto risalgono al XVII e XVIII secolo. Lo ritroviamo in un elenco di prezzi del 1696 conservato nell’Archivio di Stato di Macerata, a Belforte del Chienti, ma anche nella lista di alimenti messi in vendita da un pizzicagnolo; l’inventario, stilato nel 1727, viene custodito nell’Archivio di Stato di Camerino.

 

 

Una caratteristica del Ciauscolo è quella di essere prodotto nelle zone interne delle Marche. Il territorio di produzione, nello specifico, coincide con le province di Ancona, Macerata, Fermo e Ascoli Piceno, in gran parte nell’area dei Monti Sibillini. L’ entroterra di questi distretti viene coinvolto in toto, considerando che il Ciauscolo è anche un’eccellenza della vicina Umbria.

Il Ciauscolo: come si presenta

L’aspetto è quello di un classico salame dalla forma cilindrica, lungo più o meno 30 cm. Il colore è rosato, la morbidezza è la sua caratteristica principale: il Ciauscolo può essere spalmato sul pane come un paté. La stagionatura può avere una durata che va dai 15 giorni a una manciata di mesi, dipende dalla morbidezza che si vuole conferire al prodotto. L’insacco viene svolto utilizzando budella di maiale o, in alternativa, di vitello. Per  la legatura ci si serve, invece, di uno spago in canapa.

 

 

I prestigiosi riconoscimenti ottenuti

Per la sua tipicità e le sue caratteristiche, il Ciauscolo si è guadagnato non pochi riconoscimenti. Il 3 Novembre del 2006 è stato decretato Ciauscolo IGP, Indicazione Geografica Protetta nazionale, un marchio che sancisce ufficialmente il suo legame con il territorio di provenienza. L’11 Agosto del 2009, inoltre, il salame marchigiano ha ottenuto la certificazione IGP europea, che l’Unione Europea assegna ai prodotti alimentari contraddistinti da una particolare qualità associata all’area geografica di origine. Questi riconoscimenti prestigiosi hanno fatto sì che il Ciauscolo possa venire etichettato come “Prodotto della Montagna”.

 

 

Le città del Ciauscolo

Ma quali sono, esattamente, le zone in cui il Ciauscolo viene prodotto? Sono quattro le province marchigiane coinvolte, e comprendono una serie di Comuni. Ne citerò alcuni qui di seguito.

Provincia di Ancona: si spazia da Fabriano a Cerreto d’Esi, da Jesi a Cupramontana, senza disdegnare l’area collinare e quella della costa. La produzione del Ciauscolo vede infatti protagoniste anche città come Osimo, Ancona e Castelfidardo.

Provincia di Macerata: la zona dei Monti Sibillini viene storicamente reputata la culla del Ciauscolo. Include Comuni quali Camerino, Visso, Tolentino, San Ginesio, Macerata, San Severino Marche e Belforte del Chienti.

Provincia di Fermo: il territorio della media e alta valle del fiume Tenna predomina. Tra le città coinvolte troviamo Amandola, Petritoli, Fermo e Montegiorgio.

Provincia di Ascoli Piceno: associate al Ciauscolo sono l’area appenninica e la media valle del Tronto.

Per quanto riguarda invece l’Umbria, il Ciauscolo viene principalmente prodotto in Comuni della provincia di Perugia tipo Spoleto, Norcia, e Poggiodomo.

 

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Sposarsi a Maggio…e negli altri mesi dell’anno. Tra tradizione e superstizione popolare

 

Vi siete mai chiesti perchè Maggio viene considerato il “mese degli sposi”? Secondo le statistiche, infatti, questo periodo è uno dei più gettonati da chi sta progettando le proprie nozze. I motivi sono perlopiù da ricondursi al clima e agli scenari che caratterizzano il quinto mese dell’anno: le temperature sono miti, non ancora troppo calde, favorendo i ricevimenti all’aperto; il verde rigoglioso e l’ampia scelta di fiori offrono la possibilità di contare su delle splendide scenografie naturali. Il fatto che Maggio sia anche il mese mariano, inoltre, gli dà una marcia in più: per i credenti, la Vergine Maria benedice e protegge le coppie che dicono sì nel mese a lei dedicato. Eppure, andando a ritroso nei secoli, la situazione si presenta nettamente diversa. Gli antichi romani pensavano che sposarsi nel mese in cui si celebravano i Lemuria, riti consacrati ai defunti, fosse di cattivo auspicio. Nel Medioevo, invece, a Maggio si riprendeva a vivere in società e i matrimoni tornarono ad essere numerosi, ma per un motivo tutt’altro che romantico: questo mese, complici le temperature tiepide, era il primo in cui era possibile  lavarsi il corpo; una tappa che rendeva i contatti umani quasi obbligatori. Ma sul mese di Maggio continua tuttora a gravare l’ombra della superstizione. Come recita un proverbio, “sposa maggiolina presto vedovina”: l’antica saggezza popolare, in questo caso, riesce a tenere alla larga una notevole quantità di persone (“Non è vero…ma ci credo”, Peppino De Filippo docet). E per quanto riguarda gli altri mesi dell’anno, che situazioni e credenze si evidenziano riguardo ai matrimoni? Scopriamolo insieme.

 

 

Gennaio: un mese freddo, forse il più gelido dell’anno. Tuttavia, sposarsi a Gennaio è sinonimo di fedeltà e garanzia di un matrimonio duraturo: dire sì il primo mese dell’anno significa affrontare i rimanenti mesi insieme, quindi risulta di buon auspicio.

Febbraio: chi sceglie il mese di San Valentino lo fa per accentuare l’aspetto romantico della cerimonia. C’è il desiderio di suggellare la propria vita da innamorati con il fatidico “sì”. E se son rose, fioriranno.

 

 

Marzo: in pochi optano per il mese di Marzo. Troppo “pazzerello”, troppo volubile meteorologicamente. La pioggia ancora incombe, il freddo è intermittente. Questo periodo offre poche garanzie.

Aprile: la natura si risveglia, gli alberi sono in fiore. La Primavera è una stagione appetibile per le coppie di sposi,  che possono avvalersi di meravigliosi scenari floreali.

 

 

Maggio: superstizione a parte, insieme a Giugno e a Settembre continua ad essere uno dei mesi preferiti dagli sposi.

Giugno: la luce splendida, il caldo, il buio che cala solo a tarde ore, fanno sì che venga scelto da molte coppie. Per gli antichi romani, inoltre, Giugno era il mese consacrato a Giunone, divinità veneratissima della Triade Capitolina. Giunone, sposa di Giove, era la protettrice del matrimonio e del parto, e proprio a lei i romani dedicavano i Matronalia.

 

 

Luglio e Agosto: sono i mesi estivi più caldi, il top per le coppie che optano per un matrimonio “outdoor”. Ci si può sposare in aperta campagna, in riva al mare e in tutte le località più incantevoli senza temere sconvolgimenti meteo dell’ultimo minuto. Agosto, essendo il mese che nell’antica Roma veniva dedicato all’imperatore Ottaviano Augusto, era considerato foriero di grandi mutamenti. La piena Estate, comunque, rimane un periodo da valutare attentamente: molti invitati potrebbero essere in vacanza.

 

 

Settembre: è un mese molto gettonato. Gli ospiti sono tornati dalle ferie, la baldoria ferragostana è ormai alle spalle, colori e luci virano già a un preludio autunnale. Secondo antiche superstizioni, sposarsi a Settembre favorirebbe la prosperità economica.

 

 

Ottobre: in Italia le temperature sono ancora miti. I colori sono caldi e avvolgenti, gli scenari autunnali esaltano lo spettacolo del foliage. La data del matrimonio, però, non dovrebbe allontanarsi troppo dai primi giorni del mese: Halloween incombe e il suo mood potrebbe impregnare di note grottesche la cerimonia.

Novembre: è il mese dedicato ai morti; possibilmente, da evitare.

 

 

Dicembre: un mese scelto da chi ama la magia del Natale e vuole portarla nelle sue nozze. Tra luminarie, riunioni familiari e neve che cade copiosamente, la suggestività è assicurata. E’ un periodo insolito per il matrimonio, ma può renderlo indimenticabile.

 

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I proverbi sulla mamma in occasione della sua Festa (che cadrà domenica prossima)

 

Proverbi sulla mamma in occasione della Festa della Mamma. La saggezza popolare ha sempre celebrato la donna che ci dà la vita, un pilastro dell’esistenza. La mamma è un perno emotivo e sociale, il suo amore è incondizionato. Ci porta nella pancia per nove mesi, ci nutre, ci accudisce. E’ il primo contatto che abbiamo con il mondo esterno, quando siamo piccoli garantisce la  nostra sopravvivenza. Esiste un proverbio, forse il più noto, che spicca su tutti: di mamma ce n’è una sola. E non si può che essere d’accordo.

 

 

Chi dice mamma, non s’inganna

 

 

Casa mia, mamma mia

 

 

Chi ha la mamma non pianga

 

 

Mamma, mamma: chi l’ha la chiama, chi non l’ha la brama

 

 

Qual la madre, tal la figlia

 

 

La mamma dei cretini è sempre incinta

 

 

Aver cura dei putti, non è da tutti

 

 

A tutte le madri paion belli i loro figli

 

 

Chi fa più di mamma, certo m’inganna

 

 

Dove sono i pulcini, è l’occhio della chioccia

 

 

Vede più una buona madre con un occhio, che il padre con dieci

 

 

Tre cose poco valgono: un mulino che non va, un forno che non scalda, e una madre che non sta in casa

 

 

Sempre, sempre, mamma mia, ricca o povera che sia

 

 

Ognun dà pane, ma non come mamma

 

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La Pasqua e i suoi proverbi


 

Per la civiltà agreste, Pasqua non è mai stata solo una festività religiosa: rappresentava un momento di svolta, il passaggio dall’inverno alla primavera. La bella stagione arrivava e la terra rinasceva, ritrovava la sua fecondità. Molti erano i rituali dedicati alla fertilità dei campi; il torpore invernale era ormai un ricordo e un nuovo ciclo agricolo poteva iniziare. Le comunità rurali conferivano un’estrema importanza al periodo pasquale. I frutti della terra costituivano il loro sostentamento e il risveglio della natura coincideva con un momento fondamentale: il ritorno della vita, della luce, del clima mite che favoriva la rigenerazione del suolo. Il terreno ricominciava a produrre e tutti i lavori agricoli puntavano a un obiettivo comune, ottenere un buon raccolto. Anche le uova consumate a Pasqua erano associate a una simbologia particolare: l’uovo rappresenta la vita che si rinnova, la trasformazione. Per questo donare uova era così importante; veniva considerato un gesto beneaugurante che propiziava la fertilità. I proverbi popolari riflettono in parte questo aspetto, in parte quello meteorologico, essenziale per generare un’effettiva rinascita primaverile.

 

 

Se piove per la Pasqua, la susina si imborzacchia.

 

 

Venga Pasqua quando si voglia, la vien con la frasca o con la foglia.

 

 

Chi fa il Ceppo al sole, fa la Pasqua al fuoco.

 

 

A Natale, mezzo pane; a Pasqua, mezzo vino.

 

 

Pasqua, voglia o non voglia non fu mai senza foglia.

 

 

Non è bella la Pasqua se non gocciola la frasca.

 

 

Per Pasqua e per Natale, nessun lasci il suo casale.

 

 

Pasqua in giove vendi la cappa e gettala a’ buoi.

 

 

L’agnello è buono anche dopo Pasqua.

 

 

Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi.

 

 

Pasqua tanto desiata, in un giorno è passata.

 

 

Quando San Giorgio viene in Pasqua, per il mondo c’è gran burrasca.

 

 

Non si può veder Pasqua, né dopo San Marco, né prima di San Benedetto.

 

 

Carnevale a casa d’altri, Pasqua a casa tua, Natale in corte.

 

 

Carnevale al sole, Pasqua molle.

 

 

Pasqua di Befana, la rapa perde l’anima.

 

 

Tra Pasqua e Pasqua non è vigilia fatta.

 

 

Chi vuole il malanno, abbia il mal’anno e la mala Pasqua.

 

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Le leggende sulla margherita, il fiore più amato di Marzo

 

Il mese di Marzo coincide con il picco della sua fioritura. Non è un caso che la margheritina (nome botanico “Bellis Perennis”), anche detta pratolina, venga considerata uno dei fiori più caratteristici della Primavera. In Italia è diffusissima. Nasce abitualmente tra l’erba; è comune vederla proliferare nei prati, nei parchi e nei giardini. Chi non la ricorda quando, sbocciata con il primo sole, cospargeva le aiuole che ospitavano i giochi della nostra infanzia? E’ un fiore talmente amato da essere circondato da innumerevoli leggende.

La leggenda di Margherita di Provenza

Pensiamo a un gioco, il famoso “m’ama, non m’ama”: alle sue origini c’è un mito che riguarda nientemeno che Margherita di Provenza, sposata al re Luigi IX di Francia. Si narra che, nel 1248, il re fu catturato dai Saraceni nel corso della settima crociata. Mentre era prigioniero in Egitto, il fratello della regina consorte donò a quest’ultima una margherita: le suggerì di strappare giorno dopo giorno i suoi petali accompagnando ad ognuno una preghiera; sarebbe stato un potente gesto di devozione e fedeltà nei confronti del re. Margherita seguì il suo consiglio e, al ritorno di Luigi IX dall’Egitto, mostrò al marito la cesta di petali raccontandogli delle sue orazioni. Il re accolse la notizia con estrema gioia, dopodichè ordinò di apporre sullo stemma della sua dinastia, quella dei Capetingi, tre margherite argentate in onore della moglie.

 

 

La leggenda della ninfa Belide

Questa leggenda è incentrata su Belide, una bellissima ninfa dei boschi. Un giorno Vertumno, il dio etrusco-romano delle stagioni, dei frutti e dei giardini, la vide e si invaghì perdutamente di lei. Decise che l’avrebbe sedotta grazie alle metamorfosi di cui si avvaleva spesso, in quanto dio del ciclo vegetativo, ma Belide lo detestava e aveva a cuore la sua virtù. Per sfuggire al corteggiamento inopportuno di Vertumno, quindi, chiese aiuto agli dei. Costoro accolsero la sua supplica e la tramutarono in una pratolina; è proprio da Belide che deriva il nome botanico di questo splendido fiore, Bellis Perennis, associato alla purezza e all’umiltà.

 

 

La leggenda dei fioretti

Secondo una leggenda di matrice cristiana, un angelo racchiuse in un sacco tutti i fioretti fatti dai bimbi buoni. Mentre era in volo per portarli a Gesù, all’improvviso il sacco si aprì lasciandoli volteggiare sul suolo. Da tutti quei fioretti nacque un tripudio di margheritine.

 

 

La leggenda del fiocco di neve

Un’altra leggenda racconta la storia di un fiocco di neve. Un  giorno la Primavera, seguita dal suo corteo di fiori, approdò sulla Terra. L’Inverno non ne voleva sapere di andarsene e il paesaggio era ancora tutto ammantato di neve; ma quando la lepre pasquale lo fece presente alla Primavera, quest’ultima chiese aiuto al Sole e il gelo si dileguò in un batter d’occhio. La luce era tornata, il clima era mite; gli animali e gli umani gioivano di contentezza. Però, a un tratto, si udì uno strano pianto. La lepre di Pasqua andò nella sua direzione e vide un fiocco di neve disperato: si struggeva perchè non voleva sciogliersi come era già avvenuto al ghiaccio. La lepre lo prese con sè e lo portò dalla Primavera per avere un consiglio. La Primavera, così, gli regalò un piccolo seme incantato e disse alla lepre di seguire alla lettera le sue istruzioni: avrebbe dovuto posare il fiocco sul suolo e ricoprirlo con una manciata di terra; non doveva aver paura, si trattava di un letargo dalla durata di una settimana. La lepre fece come la Primavera disse, e quando, dopo una settimana, andò a svegliare il fiocco di neve, notò che si era trasformato in una preziosa margherita.

 

Foto di Daiga Ellaby via Unsplash +

 

Marzo e i proverbi sulla donna

 

 

Dal momento che i proverbi di Marzo li abbiamo approfonditi un anno fa (rileggili qui), in vista dell’International Women’s Day ho pensato di focalizzarmi sui proverbi dedicati alla donna dalla saggezza popolare. Sono proverbi antichi, nati per la maggior parte nell’ambito della cultura agreste, perciò vi invito a non meravigliarvi se incapperete in stereotipi o in una visione tutto fuorchè contemporanea della figura femminile. Avendo radici in epoche lontane, molti di questi detti esprimono un’immagine della donna che oscilla tra la donna angelo e la tentatrice, i due cliché più noti a cui secoli orsono veniva associata. Il proverbio “Chi dice donna dice danno” pare fosse riferito a Olimpia Maidalchina, la cognata di Papa Innocenzo X: se così fosse, avrebbe una matrice storica ben precisa. In sintesi, possiamo guardare ai proverbi qui di seguito come alle testimonianze di una società remota nel tempo, che ha lasciato le sue tracce, ma è stata ormai completamente soppiantata dalla modernità. Niente di più e niente di meno. Lasciamo da parte concetti come il maschilismo o la misoginia. Per rappresentare in modo giocoso il contesto in cui nascono i detti che riporto, ho scelto solo immagini che immortalano la donna in ambientazioni rurali. Si tratta di foto  assolutamente attuali, a parte il dipinto in copertina, ma rigorosamente inserite in scenari di vita agreste.

 

 

Donna e buoi dei paesi tuoi.

 

 

Donna e fuoco, toccali poco.

 

 

Donna iraconda, mare senza sponda.

 

 

A giovane assennato, la donna a lato. 

 

 

Abbi donna di te minore, se vuoi essere signore.

 

 

Casa mia, donna mia, pane e aglio vita mia.

 

 

Chi bella donna vuol parere, la pelle del viso gli convien dolere. 

 

 

Donna che piange, ovver che dolce canti, son due diversi, ambo possenti incanti.

 

 

Donna che sa il latino è rara cosa, ma guardati dal prenderla in isposa.

 

 

Donna si lagna, donna si duole, donna s’ammala quando lo vuole.

 

 

Donna io conosco, ch’è una santa a messa e che in casa è un’orribil diavolessa.

 

 

Donna e vino ubriaca il grande e il piccolino.

 

 

Donna adorna, tardi esce e tardi torna.

 

 

Donna savia e bella è preziosa anche in gonnella.

 

 

Donna prudente, gioia eccellente.

 

 

Donne, danno, fanno gli uomini e li disfanno.

 

 

Donna nobil per natura è un tesor che sempre dura.

 

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Immagine di copertina: dipinto “Ritorno dai campi” di Jules Breton (1871) via Unsplash