I baranki, le tradizionali ciambelle russe simbolo del Sole

 

Vi ricordate della foto qui sotto? Una decina di giorni fa, l’ho pubblicata su MyVALIUM per illustrare l’articolo che vi linko qui. E siccome il mio blog è anche fatto di rimandi e associazioni, oggi parlerò delle ciambelle che vedete in quell’immagine. Che cosa sono, come si chiamano? Si tratta dei tipici baranki russi, anelli di pane dalla consistenza dura e croccante che nascondono un cuore morbido. Vengono consumati in sostituzione del pane o rappresentano un goloso spuntino da abbinare al tè o al caffè. La loro storia è molto affascinante; adesso scopriremo il perchè.

 

 

Un simbolo del Sole

Nel XVII secolo, in Russia, i prodotti da forno dalla forma arrotondata venivano considerati un simbolo del Sole: così li descrivevano le leggende di origine pagana. Per questo motivo, comporre ghirlande di baranki per decorare la propria casa rappresentava un gesto di buon auspicio e foriero di prosperità. Il Sole, supremo emblema di  fertilità e rinascita, era associato alla ricchezza. Una dimora ornata di baranki, dunque, avrebbe avuto il potere di attrarre opulenza e buona sorte. Dal XVIII al XIX secolo, si cominciò a utilizzare le ghirlande di baranki come veri e propri monili: i venditori ambulanti russi li esibivano a mò di lunghe collane.

 

 

Le origini

La caratteristica principale dei baranki, innanzitutto, è relativa alla preparazione. Dopo una lunga lievitazione, vengono bolliti; soltanto dopo la successiva essiccatura si passa alla cottura in forno. Una curiosità: questo procedimento risultava talmente complesso da richiedere l’intervento di una persona esperta, il baranochnik, in quanto il panettiere non sempre era in grado di svolgerlo correttamente. Riguardo al nome baranki, gli studiosi hanno rinvenuto due possibili derivazioni. La prima lo riconduce al verbo slavo “obvariti”, in italiano “sbollentare”, la seconda lo associa al sostantivo “baran”, in italiano “montone”, facendo leva su una presunta somiglianza delle ciambelle russe con il corno del maschio della pecora. Oggi diffusissimi in Russia, Bielorussia e Ucraina, i baranki vantano un preciso luogo di nascita: secondo i ricercatori sarebbe collocato a Smorgon, in Bielorussia, una città divenuta celebre per l’addestramento degli orsi.

 

 

I prodotti simili:  suški e bubliki. Come distinguerli dai baranki?

In Russia, però, esistono alcuni prodotti da forno che, a un occhio poco esperto, potrebbero risultare indistinguibili dai baranki. I dettagli che li accomunano a questi ultimi sono la forma ad anello, la superficie lucida, la consistenza dura ma molto soffice all’interno. Di quali prodotti si tratta?Essenzialmente sono due:

I suški: dai baranki li differenziano le dimensioni, molto più piccole. Oppure, se le dimensioni sono rilevanti, la forma dei  suški è ovoidale. Qualcuno paragona la prima versione ai taralli pugliesi.

I bubliki: i baranki possono essere consumati fino ad oltre un mese dall’acquisto, mentre i bubliki vanno gustati al momento. La differenza tra i due, dunque, risiede nei tempi di conservazione.

 

 

Nella foto qui sotto, invece, insieme ai baranki potete ammirare un tipico dolce russo: le vatrushki, deliziose focaccine alla ricotta.

 

 

Abbiamo esaminato le differenze tra i baranki, i suški e i bubliki, ma è tassativo citare un dettaglio che li accomuna: la loro superficie lucente può essere impreziosita da semi di sesamo, papavero o cumino, oppure spalmata di senape, burrovaniglia e delizie varie. Lo scopo? Renderli ancora più golosi. Per scoprire la ricetta dei baranki, cliccate qui.

 

 

Citati nella letteratura russa

Nei loro libri, dei baranki hanno parlato autori del calibro di Aleksandr Sergeevič Puškin e Aleksandr Nikolaevič Radiščev. Molto tempo fa, questi caratteristici prodotti da forno venivano preparati esclusivamente in casa e le ricette erano molteplici, poichè ogni famiglia ne elaborava una. Attualmente, invece, sono acquistabili anche nei supermercati e nelle botteghe di alimentari. Un buon motivo per assaggiarli, oltre a quelli già elencati? I baranki sono sani, del tutto privi di grassi, e contengono zucchero in quantità minima. Vale proprio la pena di farne incetta.

 

 

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Gli scialli di Pavlovo-Posad, eccellenza artigianale e simbolo della Russia nel mondo

 

Come una ragazza russa nel gelo della Taiga siberiana: proteggersi dal freddo è un’arte che mixa funzionalità e stile. A risaltare è un accessorio iconico, lo scialle russo tradizionale di Pavlovo-Posad, in lana e ornato di vibranti stampe floreali. Le sue origini risalgono ad oltre due secoli orsono, quando lo si produceva artigianalmente a Pavlovo-Posad, una cittadina a 78 km da Mosca. Fu Ivan Labzin, un abitante del luogo, a fondare la fabbrica nel 1795; inizialmente avviò una produzione di scialli in seta di modeste proporzioni, ma un secolo dopo, nel 1860, la manifattura divenne azienda leader nel settore grazie a Yakov Labzin, nipote di Ivan, che alla produzione di scialli in seta affiancò quella degli ormai celebri scialli in lana decorati. Con la Rivoluzione d’Ottobre, l’impresa fu nazionalizzata e all’epoca della Seconda Guerra Mondiale si dedicò principalmente alla realizzazione dei tessuti per le divise dell’Armata Rossa. La partecipazione all’Esposizionale Universale di Parigi nel 1937 segnò un punto di svolta per la fabbrica, che si fece conoscere in tutto il mondo; all’Esposizione Mondiale di Bruxelles del 1958, gli scialli di Pavlovo-Posad ricevettero addirittura la Gran Medaglia d’Oro: da quel momento in poi, vennero inclusi nel patrimonio culturale russo divenendone un potente emblema identitario. Ma come sono fatti, esattamente, gli scialli Pavlovo? L’ispirazione attinge al folklore russo, alla sua arte e alla sua cultura. Il materiale che predomina è la lana, alternata alla seta e al misto cotone. Le dimensioni sono molto ampie, i colori vivaci; il loro “marchio di fabbrica” è costituito dalle elaborate stampe floreali, con disegni tuttora realizzati a mano (su sfondo prevalentemente scuro) prima che vengano impressi sul tessuto. Anche le frange sono applicate in modo manuale. Le tonalità e la ricchezza dei motivi ornamentali rappresentano le caratteristiche principali degli scialli di Pavlovo-Posad, un prodotto artigianale di alta qualità tramutatosi in un simbolo della Russia nel mondo.

N.B.: le immagini sono state reperite in una piattaforma foto e non rappresentano necessariamente gli scialli Pavlovo-Posad.

 

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Gennaio e i suoi proverbi

 

I proverbi di Gennaio si focalizzano prevalentemente sulle condizioni meteo: un nuovo anno è cominciato, ma la terra è ancora assopita. Neve, pioggia e gelo intenso ostacolano il percorso verso la rinascita. L’agricoltura si concentra sui lavori di potatura e di preparazione del terreno, come la concimazione e la vangatura; il raccolto si riduce agli agrumi e ai tipici ortaggi invernali (radicchio, cavoli, finocchi, cicoria…). La saggezza popolare unisce spesso Gennaio e Febbraio, in termini di detti: sono piuttosto simili e, secondo superstizioni varie, determinanti nel prevedere l’andamento dei mesi successivi. Anche la luna ricorre di frequente, nei proverbi; si dice che risplenda in modo particolare, con un probabile riferimento alla Luna Piena del Lupo. Il freddo è un altro elemento molto presente. Ma mentre il gelo viene visto come la norma in questo ciclo della natura, della primavera anzitempo si diffida, perchè “infida” e “malandrina”.

 

 

Gennaio e Febbraio, empie o vuota il granaio.

 

 

Felice il bottaio che pota in Gennaio.

 

 

A Gennaio: sotto la neve pane, sotto la pioggia fame.

 

 

Gennaio e Febbraio mettiti il tabarro.

 

 

Non v’è gallina o gallinaccia che di Gennaio uova non faccia. 

 

 

Chi vuole un buon agliaio, lo ponga di Gennaio.

 

 

San Vincenzo, l’inverno mette i denti.

 

 

La luna di Gennaio fa luce come giorno chiaro.

 

 

Primavera di Gennaio reca sempre un grande guaio.

 

 

Gennaio: dopo la neve, buon tempo viene.

 

 

Gennaio ingenera, Febbraio intenera.

 

 

Gennaio secco, lo villan ricco.

 

 

Gennaio forte, tutti i vecchi si augurano la morte.

 

 

Gennaio bello, Febbraio in mantello.

 

 

Se Gennaio sta in camicia, Marzo scoppia dalle risa.

 

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La Befana e la sua simbologia

 

“Così che la Vecchia, nella sua connotazione di Befana, riassume in sè la raffigurazione sia della Madre Terra nel tempo invernale sia dei defunti, anch’essi soggetti a una situazione in apparenza “statica” e all’attesa della rinascita, del rinnovamento vitale. (…) perchè sia i semi sia i trapassati sono sepolti nella terra per addivenire a nuova vita. (…)  Ai primi di gennaio, non appena superata la crisi solstiziale, la Befana chiede devozione e sostentamento agli uomini e ai loro riti (ad esempio con le queste della Pasquella), e qualcosa , come promessa del tempo che si rinnova, della vegetazione e dei raccolti che torneranno, della protezione degli Antenati sulla vita degli umani  (con i doni che porta nelle case, ecc.).”

(“La Vecchia, la Befana”, da “Tenebroso Natale. Il lato oscuro della Grande Festa”, di Eraldo Baldini e Giuseppe Bellosi, Società Editrice Il Ponte Vecchio, 2025)

 

 

La Befana, come tutti i personaggi del folklore natalizio, è una figura altamente simbolica. E cosa simboleggia ce lo spiega più che bene la citazione che ho riportato in apertura di questo articolo, tratta da un libro che ho cominciato a leggere proprio durante l’Avvento. Ma che rappresentano i molti altri elementi legati all’arrivo della Befana e ai doni che porta? Scopriamolo insieme.

 

 

Le scarpe rotte

La Befana arriva dopo un lungo e faticoso percorso durato 12 mesi: è la fine di Dicembre e l’anno, consumato, vecchio e logoro, sta per concludersi. E’ un anno che, dopo aver dispensato i suoi ultimi frutti, simboleggiati dai doni della Befana, sia avvia alla rinascita che porta con sè l’anno nuovo.

La scopa

Simboleggia la purificazione e il rinnovamento. La scopa spazza via la negatività e tutti i mali dell’anno appena trascorso, inoltre rimanda ad alcune antiche figure, o divinità, femminili (Perchta e le dee della mitologia romana Diana, Satia e Abundia, tra le altre), che usavano volare sui campi dopo la semina per propiziare l’abbondanza dei raccolti. La scopa, in questo caso, ha la facoltà di cacciare gli spiriti maligni dai terreni per dare a questi ultimi la possibilità di nascere a nuova vita.

 

 

La discesa dal camino

Per le culture arcaiche, il camino rappresentava un canale di comunicazione privilegiato tra il Cielo e la Terra. Questa linea verticale che connetteva i due mondi veniva detto “axis mundi”, ovvero “asse cosmico”. La discesa lungo il camino compiuta dalla Befana, dunque, simboleggia la volontà della “Vecchia” di dare il giusto verso all’asse cosmico ripristinandone il corretto posizionamento.

I doni 

Anticamente, nel suo sacco la Befana stipava arance e mandarini in quantità, noci e frutta secca, monete di cioccolato, carbone. Questi doni avevano un significato simbolico legato all’abbondanza, alla prosperità; propiziavano fecondità. Erano un augurio di lunga vita e opulenza per il futuro raccolto. Le monete di cioccolato, invece, rimandavano all’oro portato a Gesù Bambino dai Re Magi: un auspicio di benessere e ricchezza.

 

 

Il carbone

Era direttamente associato agli antichi riti dei falò solstiziali, che si accendevano per favorire e alimentare la potenza del Sole. Ma il carbone è anche il redisuo del “vecchio” che viene bruciato per fare spazio al “nuovo”, un significato che si ricollega ai falò di fine anno tipici di molte regioni italiane. Diversi anni orsono, il carbone e la cenere dei falò venivano sparsi sui campi per propiziare la fertilità del terreno. Il carbone aveva dunque una valenza beneaugurante, ma il Cristianesimo lo tramutò in un regalo punitivo per i cosiddetti “bambini cattivi”. Oggi, il carbon dolce ha ovviato a tale accezione conferendo un tocco di delizia anche a questo tipico dono della Befana.

La calza e le scarpe dei bimbi

Sono state date molteplici interpretazioni della calza, ma anche delle scarpe dei bambini, che venivano posizionate accanto al focolare affinchè la Befana le riempisse di doni. Per alcuni studiosi, sia la calza che le scarpe sono emblemi di fertilità, in quanto associate a una potente simbologia sessuale (basti pensare al piede che si insinua al loro interno). Rappresentano, dunque, un auspicio di fecondità, non a caso l’Epifania era considerata una ricorrenza ideale per il corteggiamento o annunciare una nuova unione. Altri studiosi associano la calza a dispensatori di abbondanza come la cornucopia, ma contemporaneamente risaltano il suo valore in qualità di oggetto della quotidianità. Altri ancora la riconnettono al lavoro della filatura, diretto da divinità apposite e ricco di profondi significati mitologici. Le scarpe dei bimbi sono anche viste come un simbolo del cammino che il nuovo anno, e il nuovo sole, si accingono a compiere: un anno e un sole “fanciulli”, appunto.

 

 

L’invisibilità

Quante volte, da bambini, abbiamo cercato di spiare l’arrivo della Befana alzandoci a notte fonda? Eppure, la Befana non si faceva mai vedere. Da un lato, perchè all’ora in cui arriva i bambini sono soliti dormire, dall’altro perchè, secondo antiche leggende, chi incontrava la Befana, o la vedeva soltanto, avrebbe subito delle spiacevoli conseguenze. Tutto ciò sembra rientrare nel quadro delle usanze del periodo natalizio, quando diventa implicito che – folkloristicamente parlando –  gli umani si rapportino ad ogni manifestazione del sacro o del soprannaturale mantenendo la giusta distanza.

 

Foto via Unsplash, Befana via Pixabay

 

La stella moraviana, dalla Germania alla Svezia: la storia di una delle più celebri decorazioni natalizie

 

Vi è mai capitato, viaggiando in alcune regioni tedesche o in Svezia, di vedere una stella dalle molteplici punte (in teoria dovrebbero essere 110) utilizzata come decorazione natalizia? Bene: si tratta della stella moraviana, in Germania detta Herrnhuter Stern, ed è una rappresentazione in chiave stilizzata della Stella di Betlemme.

La storia della stella moraviana

Nasce in Sassonia nel 1821: quell’anno, il collegio moraviano di Niesky si accinge a festeggiare i suoi primi 50 anni di attività. Prima di continuare, un chiarimento su chi siano i moraviani. Stiamo parlando di una congregazione religiosa cristiana sorta in Boemia tra il 1457 e il 1462: questo gruppo si formò ispirandosi al movimento cristiano riformista degli Ussiti, e con il nome originario di Fratelli Boemi diede vita a una comunità di fede protestante che anticipò la Riforma di Martin Lutero. I Fratelli Boemi divennero Fratelli Moravi nel XVIII secolo; oggi sono un gruppo cristiano riconosciuto internazionalmente, ma non hanno mai scisso il legame che li unisce alle radici boeme. Torniamo dunque al 1821, un anno di grandi festeggiamenti nel collegio di Niesky. In onore del 50simo della scuola, uno studente progetta una stella di carta con ben 110 punte e la propone come simbolo ornamentale dell’anniversario. La stella viene adottata immediatamente: da quel momento in poi, sarà la decorazione ufficiale del mezzo secolo del collegio.

 

 

Passa il tempo e la stella furoreggia anche tra i cittadini comuni; tutti la ammirano, tutti la vogliono. Non molti anni dopo, qualcuno fiuta l’affare: Peter Verbeek, diplomatosi proprio al collegio di Niesky, decide di aprire una libreria e di mettere in vendita delle stelle moraviane; naturalmente, allega un libretto di istruzioni per l’assemblaggio dei vari pezzi. Il risultato? Le stelle moraviane vanno letteralmente a ruba. In Germania vengono ribattezzate Herrnuter Stern, stelle di Herrnhut, in omaggio agli Herrnhuter Brüder (Fratelli di Herrnhut), un altro nome che indica i moraviani.

 

 

L’approdo in Svezia

La stella moraviana, come abbiamo già visto, è molto famosa anche in Svezia. In terra svedese approda negli ultimi anni del XIX secolo, quando viene regalata alla Cattedrale di Västerås. Tuttavia, comincia a spopolare dal 1910 in poi: il merito va a Julia Aurelius, una donna tedesca sposata a un pastore protestante del Regno di Svezia. Julia, trasferitasi dalla Germania alla città di Lund dopo il matrimonio, ha portato con lei una stella da usare come decorazione natalizia. I cittadini di Lund si innamorano della stella di Herrnhut, e, imitando la signora Aurelius, appendono diverse stelle alla finestra nel periodo dell’Avvento.

 

Uno scorcio della città di Lund, in Svezia

Anche in questo caso, come è già avvenuto in Germania, un grossista specializzato in articoli in carta intuisce l’enorme potenziale economico delle stelle moraviane. Si dedica, quindi, a una massiccia importazione di stelle dalla Germania, ma punta più che altro su un particolare: la scelta di stelle dev’essere vasta il più possibile, dunque offrire una gamma eterogenea di colori, materiali, grandezze e strutture. Distribuite in tutta la Svezia, le stelle moraviane si tramutano in una delle più celebri decorazioni natalizie del paese scandinavo.

 

 

La stella moraviana oggi

A contribuire al suo successo, molti anni dopo, sarà anche il celebre imprenditore Erling Persson, fondatore del brand H&M, che incrementa a dismisura la popolarità della stella. Attualmente, durante il periodo natalizio, la stella di carta  – in Svezia chiamata Adventsstjärna – affianca la tipica capra in paglia, l’albero di Natale e il candelabro dell’Avvento in tutte le case svedesi.

 

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La Notte di San Silvestro: storia, tradizioni e il fascino antico del Capodanno

 

La notte del 31 dicembre è un confine sottile, un ponte sospeso tra ciò che lasciamo e ciò che speriamo. È una soglia che attraversiamo ogni anno, spesso con un misto di nostalgia e desiderio, senza forse ricordare che questa data porta con sé una storia lunga e stratificata, fatta di riti antichi, tradizioni popolari e memorie religiose. Il suo nome, “Notte di San Silvestro”, ci riporta a un tempo lontano, quando la figura di un Papa del IV secolo, Silvestro I, si intrecciò con il calendario civile, lasciando un’impronta che ancora oggi accompagna il nostro passaggio all’anno nuovo.

Chi era San Silvestro?

San Silvestro I fu Papa dal 314 al 335, un periodo cruciale per la storia del cristianesimo. Era l’epoca dell’imperatore Costantino, il sovrano che pose fine alle persecuzioni e concesse libertà di culto ai cristiani. Silvestro non fu un Papa guerriero né un politico aggressivo: viene tradizionalmente ricordato come un uomo mite, prudente, capace di guidare la Chiesa in un momento di grande trasformazione. A lui sono legate alcune delle prime grandi basiliche romane, come San Giovanni in Laterano e San Pietro, che sotto il suo pontificato iniziarono a prendere forma come luoghi di culto monumentali. Morì il 31 dicembre del 335, ed è per questo che la sua memoria liturgica si celebra proprio nell’ultimo giorno dell’anno.

 

 

Nel corso dei secoli, la sua figura è stata avvolta da leggende: una delle più note racconta la sua vittoria sul drago, simbolo del male, e la conversione dell’imperatore Costantino. Sono storie che appartengono più alla devozione popolare che alla storia documentata, ma che testimoniano quanto la sua figura fosse amata e percepita come protettrice e beneaugurante.

 

 

Le origini antiche del Capodanno

Molto prima del Cristianesimo, il passaggio da un anno all’altro era vissuto come un momento sacro da molti popoli. Gli antichi Romani, già dal 153 a.C., avevano fissato l’inizio dell’anno al 1° gennaio dedicandolo a Giano, il dio bifronte che guarda contemporaneamente al passato e al futuro. Era un periodo di riti di purificazione, scambi di doni, auspici di prosperità e banchetti che celebravano la luce che lentamente tornava a crescere dopo il Solstizio d’Inverno.

 

 

Nel mondo germanico e celtico, il periodo delle Dodici Notti — quelle sospese tra Natale ed Epifania — era considerato un tempo fuori dal tempo, in cui il velo tra i mondi si assottigliava. Si accendevano falò per proteggere le comunità, si praticavano riti per scacciare gli spiriti maligni e si invocava la luce per accompagnare il nuovo ciclo dell’anno.

 

 

Anche nel Mediterraneo antico il Capodanno era legato ai cicli agricoli e ai culti della fertilità: in Grecia, ad esempio, le feste dionisiache celebravano l’abbondanza, la rinascita e la vitalità che la natura avrebbe riportato con la primavera.

 

 

Tradizioni moderne: un’eredità che continua

Oggi la Notte di San Silvestro è una festa globale, ma conserva tracce evidenti di queste antiche radici. In Italia, lenticchie e cotechino sono simboli di prosperità; in Spagna si mangiano dodici chicchi d’uva allo scoccare della mezzanotte; in Giappone i templi risuonano di 108 rintocchi che segnano il distacco dalle impurità dell’anno passato; in Brasile si offrono fiori bianchi al mare come gesto di gratitudine e speranza. Ogni tradizione, pur diversa, racconta la stessa cosa: il desiderio umano di iniziare un nuovo ciclo con un gesto di luce. Per saperne di più sulle tradizioni italiane della Notte di San Silvestro, clicca qui.

 

 

Il significato profondo della notte del 31 dicembre

La Notte di San Silvestro non è soltanto un momento di festa: è un rito di passaggio. È il tempo in cui si ringrazia per ciò che è stato e si immagina ciò che verrà, in cui si chiude una porta e se ne apre un’altra. È una notte che invita alla memoria e al desiderio, alla gratitudine e alla speranza. Forse è proprio per questo che continua a emozionarci: perché ci ricorda che ogni fine contiene già un inizio, e che ogni anno nuovo porta con sé la possibilità di ricominciare.

 

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La Christmas cake: quando il Natale è delizioso

 

Il Natale è appena trascorso, ma la voglia di leccornie natalizie rimane intatta. Ed è proprio in omaggio al connubio tra il periodo delle feste e la golosità che i britannici e gli irlandesi hanno ideato la Christmas cake, un dolce tradizionale a base di frutta e liquore.  La Christmas cake, che ha ormai definitivamente preso il posto della King Cake vittoriana (oggi molto nota in Francia con il nome di Galette des Rois), nel corso dei secoli ha subito una continua evoluzione. L’unico punto in comune con la cake originaria è costituito dal fatto che sia a base di frutta; basti pensare che la sua forma iniziale coincideva addirittura con un porridge di prugne. Poi, è diventata un dolce dall’aroma a metà tra l’alcolico e fruttato: i suoi ingredienti includono il ribes di Zante, una varietà di uva dagli acini minuscoli e priva di semi proveniente dall’isola di Zakynthos, l’uvetta e l’uva sultanina. Questa frutta viene precedentemente inzuppata in liquori come il whisky, il rum, il brandy o lo Sherry.

 

 

La pasta di mandorle, stesa generalmente in più strati, accentua e intensifica la delizia della Christmas cake; non può mancare, poi,  la glassa bianca, il must che le conferisce “carattere” e riconoscibilità. Ma a renderla davvero inconfondibile sono le decorazioni che la adornano, un vero e proprio tripudio di emblemi natalizi: alberi di Natale, stelle, pupazzi di neve, rametti di agrifoglio, biscotti al pan di zenzero in tutte le forme possibili e immaginabili. L’importante è abbondare. Dopotutto, Natale arriva una volta all’anno!

 

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Le Dodici Notti: il tempo sospeso tra un anno e l’altro

 

Si racconta che, quando il sole cala sulla Vigilia di Natale, una porta invisibile si apra tra il mondo degli uomini e quello degli spiriti antichi. Da quella soglia entra un’aria diversa, più silenziosa, più profonda. È un’aria che sa di neve che non è ancora caduta, di legna che arde piano, di passi lontani nel buio. È l’inizio delle Dodici Notti, un tempo che non appartiene più all’anno vecchio e non ancora a quello nuovo. Un tempo in cui il cielo si riempie di presenze, i sogni parlano più forte, e il destino sembra farsi più morbido, come neve appena caduta. Chi conosce questo segreto sa che non sono notti qualunque: sono un cammino.

 

 

La prima notte arriva in silenzio, al tramonto del 24 dicembre. Non fa rumore: apre appena una fessura nel tempo, e da quella soglia il mondo entra in un ritmo diverso. Le case sembrano trattenere il respiro, come se riconoscessero un ospite che torna una volta l’anno. Da quel momento, fino alla notte del 5 gennaio, il tempo ordinario si ritira, lasciando spazio a un intervallo sospeso, fragile, prezioso. Le origini di questo intervallo affondano in un’antica discrepanza tra calendari: quello solare romano e quello lunare germanico non coincidevano, e tra i due rimanevano dodici notti “in eccesso”, un tempo che non apparteneva a nessuno. Fu proprio questo scarto a diventare, nel sentire popolare, un territorio liminale, un varco in cui tutto poteva accadere. Le comunità contadine osservavano il cielo, il vento, i sogni: ogni notte era un presagio, un indizio del mese corrispondente nell’anno che stava per nascere. Il tempo non era più una linea, ma un cerchio che si apriva e si lasciava leggere.

 

 

In questo spazio sospeso si muovevano figure potenti e misteriose. Nelle terre del Nord, il protagonista era Odino, il viandante dagli occhi profondi, che guidava la Caccia Selvaggia: un corteo di spiriti, cavalli furiosi, cani dalle fauci luminose. Si diceva che attraversasse i cieli nelle notti più ventose, e che chi lo avesse incontrato avrebbe portato con sé un segno, un dono o una ferita. Le famiglie lasciavano cibo fuori dalla porta, spegnevano le luci, chiudevano le finestre: non per paura, ma per rispetto. La Caccia Selvaggia non era un pericolo, era un passaggio cosmico, un rinnovarsi del mondo. Accanto a Odino, nelle tradizioni alpine e germaniche, agivano figure femminili altrettanto antiche: Perchta, la Splendente, che vegliava sul focolare e sul destino; Frau Holle, che scuoteva i cuscini del cielo per far cadere la neve; e, nelle nostre terre, la Befana, erede lontana di queste dee invernali che portavano doni, ammonimenti e purificazione. Erano spiriti del giudizio e della rinascita, custodi del ritmo naturale, della casa, del lavoro ben fatto. Durante le Dodici Notti, si diceva che passassero a controllare che tutto fosse in ordine, che il focolare fosse acceso, che la famiglia fosse unita.

 

 

Ma le Dodici Notti non erano soltanto un tempo sospeso: erano un cammino interiore. Ogni notte rappresentava un passaggio, un varco, un gesto simbolico che l’uomo compiva insieme al mondo naturale. Si credeva che in queste notti il destino fosse più malleabile, come se il filo degli eventi potesse essere toccato, annodato, sciolto. L’anno vecchio, con il suo peso di errori, fatiche e memorie, veniva lasciato andare notte dopo notte, mentre l’anno nuovo si avvicinava come un ospite timido che attende di essere accolto. Ogni notte era un invito a guardare indietro senza paura e avanti senza fretta, a riconoscere ciò che meritava di essere portato con sé e ciò che invece poteva restare nel buio. Chi desidera vivere davvero le Dodici Notti oggi può farlo senza cerimonie complesse, senza rituali rigidi. Basta un po’ di silenzio, un po’ di ascolto, un po’ di spazio lasciato al mistero. Ogni notte può diventare un piccolo approdo, un luogo in cui fermarsi e guardare ciò che accade dentro e fuori di sé. Si può cominciare accendendo una luce — una candela, una lanterna, un lume discreto — e lasciarla brillare per qualche minuto. Quella fiamma diventa un centro, un punto fermo attorno al quale il pensiero si raccoglie.

 

 

Molti trovano utile dedicare ogni notte a un tema: un ricordo, un desiderio, una paura, un ringraziamento. Non per analizzarli, ma per lasciarli emergere. Le Dodici Notti sono un tempo di rivelazione gentile: ciò che deve salire alla superficie lo farà, se gli si concede spazio. Si può anche tenere un piccolo diario, annotando un’immagine, un sogno, una frase ascoltata durante il giorno. Gli antichi credevano che i sogni di queste notti fossero messaggeri, e che ogni notte parlasse del mese corrispondente dell’anno nuovo. Non è necessario crederci alla lettera: basta ascoltare. Chi ama la natura può uscire per qualche minuto, anche solo sulla soglia di casa, e respirare l’aria fredda. L’inverno, in queste notti, ha un suono diverso: è più profondo, più lento, più antico. Guardare il cielo, ascoltare il vento, osservare il silenzio sono modi per ricordarsi che il mondo non è solo ciò che vediamo di giorno. E poi c’è il gesto più importante: lasciare andare. Ogni notte può diventare un’occasione per deporre un peso, sciogliere un nodo, chiudere una porta con gratitudine.

 

 

E così, quando la Dodicesima Notte si avvicina, qualcosa nel mondo sembra cambiare di nuovo. Non è un rumore, non è un segno evidente: è un movimento sottile, come quando il vento smette di soffiare e la neve resta sospesa nell’aria. È il momento in cui il tempo ricomincia a camminare, piano, come se avesse appena ricordato la strada. Molti, nelle campagne di un tempo, lasciavano una lanterna accesa fino all’alba dell’Epifania. Dicevano che quella luce fosse un ponte tra ciò che era stato e ciò che stava per nascere, un modo per accompagnare l’anno nuovo mentre entrava nella casa.

 

 

Forse è questo che le Dodici Notti ci insegnano ancora oggi: che la trasformazione non ha bisogno di clamore, che la rinascita non arriva con un tuono, ma con un bagliore discreto. Che basta una luce piccola, custodita con cura, per attraversare l’inverno senza perdersi. Che ogni inizio richiede un po’ di buio, un po’ di silenzio, un po’ di ascolto. Quando l’alba del 6 gennaio arriva, non porta via la magia: la lascia dentro di noi, come una brace che continuerà a scaldare i giorni futuri. Le Dodici Notti finiscono, ma il loro dono rimane. Rimane nel modo in cui guardiamo il mondo, nel modo in cui ascoltiamo i nostri sogni, nel modo in cui accendiamo una luce quando la notte sembra troppo lunga. Perché, in fondo, le Dodici Notti non sono un tempo da ricordare: sono un tempo da vivere. E ogni anno tornano, puntuali, per ricordarci che il mondo è più grande di ciò che vediamo, e che dentro ogni inverno c’è già il seme della primavera.

 

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La capra di Yule, una delle più antiche tradizioni natalizie scandinave

 

Se siete stati in Scandinavia nel periodo natalizio, avrete sicuramente notato una singolare decorazione: la capra di paglia. Ne trovate molte, in varie dimensioni; le capre più piccole vengono appese all’albero di Natale, le più grandi sono monumentali, vere e proprie attrazioni turistiche. La capra di paglia, tradizionalmente, viene chiamata “capra di Yule” o “capra di Natale” (il nome Yule, di derivazione germanica, indica l’antica festa pagana del Solstizio d’Inverno); nelle lingue della penisola scandinava è stata battezzata julebukk in Norvegia, joulupukki in Finlandia e julbock in Svezia. Vi chiederete: ma cosa c’entra la capra con il Natale? A questa domanda va data una risposta approfondita.

 

 

Gli inizi, l’evoluzione e la simbologia

Per esplorare le origini della capra di Natale dobbiamo riferirci, innanzitutto, alla mitologia norrena. Cominciamo subito col dire che il carro di Thor, dio del fulmine figlio di Odino e della gigantessa Jord, era trainato da due capre magiche, Tanngnjóstr e Tanngrisnir . Pare che Thor se ne cibasse a cena e le ricomponesse con il suo martello, il Mjöllnir, la mattina dopo. Nel mito nordico, inoltre, esistevano diverse divinità che esibivano sembianze caprine. La capra rappresentava anche ciò che in Italia rappresenta il maiale: in Scandinavia, a Natale, una scorpacciata di carne caprina era tassativa. La figura della capra divenne ben presto simbolica del periodo della Natività. Dal XVII secolo si impose l’usanza dello Julebukking, un rito molto simile al Wassailing inglese. Durante le 12 notti che intercorrono tra Natale e l’Epifania, considerate incantate, i giovani erano soliti travestirsi e vagare, tra canti e scherzi, lungo le vie dei centri abitati. Il travestimento da capra di Yule non mancava mai. Queste scorribande erano associate a uno specifico rituale: i giovani in maschera, gli Julebukkers,  bussavano di casa in casa e sfidavano gli abitanti a scoprire la loro identità, oppure effettuavano una questua di dolci intonando cori natalizi; la tradizione prevedeva anche che un membro della famiglia ospitante si fosse unito al corteo degli Julebukkers.

 

 

Nel XIX secolo, come attesta una testimonianza del 1870, erano più che altro i bambini a dedicarsi allo Julebukking; un membro del gruppo, rigorosamente travestito da capra di paglia, conferiva un’aria a metà tra il giocoso e l’inquietante alla questua. Questa usanza si propagò al punto tale da diffondersi persino negli Stati Uniti d’America: a divulgarla furono gli immigrati norvegesi nel Midwest. Con la capra si facevano scherzi. Ad esempio, ci si divertiva a nascondere una capra di paglia nel giardino dei vicini di casa. Ma perchè questa valenza scherzosa, che diventava orrorifica non di rado?

 

 

Le antiche leggende scandinave descrivevano la capra in modo controverso. In alcune era una figura demoniaca, celata nei boschi montani durante la stagione calda e presente nel periodo dell’Avvento, quando scendeva a valle e cominciava ad addentrarsi nei villaggi. La sera della vigilia di Natale, la capra era solita entrare nelle case dei paesani. Ma le sue finalità non erano malvagie: lo faceva come portatrice di doni, un ruolo che poi toccò, più di recente, a Babbo Natale. Tuttavia, alcuni attribuivano alla capra caratteristiche sinistre e spaventose. Cominciarono a circolare voci secondo cui la capra di paglia di una ragazza si tramutò nel diavolo in persona. L’alone di negatività che circondava questa icona del Natale divenne sempre più marcato: nel 1731, il governo svedese si vide costretto a emanare un decreto dove proibiva ogni rappresentazione della capra durante le feste natalizie.

 

 

E’ più che giusto chiedersi che ruolo rivesta la paglia nella figura della capra di Yule. Le sue origini pagane la associano sia al dio Thor, come abbiamo visto, che allo spirito del grano. Perciò, se da un lato la capra si ricollega al culto di Thor, in quanto il carro del dio del fulmine era trainato dalle due capre magiche di cui sopra, dall’altro viene identificata con lo spirito del grano. Gli svedesi, infatti, erano convinti che l’ultimo covone di grano del raccolto possedesse delle virtù portentose: racchiudeva lo spirito del raccolto e lo si custodiva gelosamente prima di ripristinarlo per i festeggiamenti di Yule. Tale spirito prendeva sembianze animali che variavano a seconda della posizione geografica. Se era una capra, veniva chiamato Julbocken. Lo spirito, invisibile a tutti, si manifestava nel periodo natalizio per verificare che le famiglie si preparassero a celebrare il Natale in modo adeguato. Ed è proprio in questo stesso periodo che imperversava la burla della capra di Yule: l’introduzione, di soppiatto, di una capra di paglia nei giardini o nelle case del vicinato. Le vittime avrebbero potuto sbarazzarsi del fantoccio soltanto ripetendo a loro volta le modalità dello scherzo: nascondendo, cioè, la capra di paglia in un’altra dimora o giardino del quartiere.

 

 

Gli omaggi artistici e letterari

L’artista e illustratrice svedese Jenny Nyström ha spesso ritratto la capra di Yule, insieme agli onnipresenti jultomte (gnomi e folletti natalizi scandinavi), nelle sue iconiche cartoline di Natale. Lo scrittore finlandese Zacharias Topelius, noto per le sue celebri fiabe, ha dedicato alla capra un racconto fantastico dal titolo Julebocken. Anche la compositrice svedese Alice Tegnér subì il fascino dalla leggenda della capra di Yule: in suo onore scrisse una poesia, En jul när mor var liten, che nel 1913 divenne un canto natalizio intitolato Julbocken.

 

 

La gigantesca Capra di Gävle

 

L’imponente capra di Yule realizzata a Gävle, nella Svezia centrale, riappare ogni Dicembre. Composta interamente di paglia, è alta 13 metri e pesa 3,5 tonnellate. Ormai è diventata un vero e proprio emblema natalizio svedese. Purtroppo, però, la Capra di Gävle è anche celebre per i numerosi atti di vandalismo di cui è vittima: la città deve costantemente difenderla da chi tenta di incendiarla.

 

Thor e le sue due capre, Tanngnjóstr e Tanngrisnir

 

Immagini

Foto di copertina: illustrazione di John Bauer

Cartoline natalizie di Jenny Nÿstrom

Illustrazione in bianco e nero raffigurante il “Vecchio Natale” che cavalca una capra di Yule di Robert Seymour, 1836, Public Domain via Wikimedia Commons

Foto della capra di paglia davanti a una vetrina di Stoccolma di Lachy from Paris, France, CC BY 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/2.0>, da Wikimedia Commons

Foto della Capra di Gävle di Baltica at English Wikipedia, Public domain, via Wikimedia Commons

Illustrazione di Thor e le sue capre di Carl Emil Doepler, 1882, Public domain, da Wikimedia Commons

 

Gingerbread Wonderland

 

“Se avessi un solo quattrino al mondo, te lo darei per comperarti pan di zenzero!” 

(William Shakespeare, da “Pene d’amor perdute”)

 

Omaggio al pan di zenzero, l’ingrediente supremo dei più iconici biscotti di Natale. MyVALIUM ne ha parlato tante volte, se vi va date un’occhiata qui e qui. Oggi celebreremo il gingerbread, adorato nel mondo anglosassone e nel Nord Europa, in modalità puramente visiva, senza aggiungere parole che potrebbero risultare superflue: la delizia speziata di questi noti biscottini, d’altronde, non ha bisogno di commenti. Osservateli, ammirateli, e…cercate la loro ricetta in rete, per esempio cliccando su questo link.

 

Foto: Margaret Jaszowska e Monika Grabkowskavia Unsplash