La Pasqua e i suoi proverbi


 

Per la civiltà agreste, Pasqua non è mai stata solo una festività religiosa: rappresentava un momento di svolta, il passaggio dall’inverno alla primavera. La bella stagione arrivava e la terra rinasceva, ritrovava la sua fecondità. Molti erano i rituali dedicati alla fertilità dei campi; il torpore invernale era ormai un ricordo e un nuovo ciclo agricolo poteva iniziare. Le comunità rurali conferivano un’estrema importanza al periodo pasquale. I frutti della terra costituivano il loro sostentamento e il risveglio della natura coincideva con un momento fondamentale: il ritorno della vita, della luce, del clima mite che favoriva la rigenerazione del suolo. Il terreno ricominciava a produrre e tutti i lavori agricoli puntavano a un obiettivo comune, ottenere un buon raccolto. Anche le uova consumate a Pasqua erano associate a una simbologia particolare: l’uovo rappresenta la vita che si rinnova, la trasformazione. Per questo donare uova era così importante; veniva considerato un gesto beneaugurante che propiziava la fertilità. I proverbi popolari riflettono in parte questo aspetto, in parte quello meteorologico, essenziale per generare un’effettiva rinascita primaverile.

 

 

Se piove per la Pasqua, la susina si imborzacchia.

 

 

Venga Pasqua quando si voglia, la vien con la frasca o con la foglia.

 

 

Chi fa il Ceppo al sole, fa la Pasqua al fuoco.

 

 

A Natale, mezzo pane; a Pasqua, mezzo vino.

 

 

Pasqua, voglia o non voglia non fu mai senza foglia.

 

 

Non è bella la Pasqua se non gocciola la frasca.

 

 

Per Pasqua e per Natale, nessun lasci il suo casale.

 

 

Pasqua in giove vendi la cappa e gettala a’ buoi.

 

 

L’agnello è buono anche dopo Pasqua.

 

 

Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi.

 

 

Pasqua tanto desiata, in un giorno è passata.

 

 

Quando San Giorgio viene in Pasqua, per il mondo c’è gran burrasca.

 

 

Non si può veder Pasqua, né dopo San Marco, né prima di San Benedetto.

 

 

Carnevale a casa d’altri, Pasqua a casa tua, Natale in corte.

 

 

Carnevale al sole, Pasqua molle.

 

 

Pasqua di Befana, la rapa perde l’anima.

 

 

Tra Pasqua e Pasqua non è vigilia fatta.

 

 

Chi vuole il malanno, abbia il mal’anno e la mala Pasqua.

 

Foto via Unsplash

 


Le leggende sulla margherita, il fiore più amato di Marzo

 

Il mese di Marzo coincide con il picco della sua fioritura. Non è un caso che la margheritina (nome botanico “Bellis Perennis”), anche detta pratolina, venga considerata uno dei fiori più caratteristici della Primavera. In Italia è diffusissima. Nasce abitualmente tra l’erba; è comune vederla proliferare nei prati, nei parchi e nei giardini. Chi non la ricorda quando, sbocciata con il primo sole, cospargeva le aiuole che ospitavano i giochi della nostra infanzia? E’ un fiore talmente amato da essere circondato da innumerevoli leggende.

La leggenda di Margherita di Provenza

Pensiamo a un gioco, il famoso “m’ama, non m’ama”: alle sue origini c’è un mito che riguarda nientemeno che Margherita di Provenza, sposata al re Luigi IX di Francia. Si narra che, nel 1248, il re fu catturato dai Saraceni nel corso della settima crociata. Mentre era prigioniero in Egitto, il fratello della regina consorte donò a quest’ultima una margherita: le suggerì di strappare giorno dopo giorno i suoi petali accompagnando ad ognuno una preghiera; sarebbe stato un potente gesto di devozione e fedeltà nei confronti del re. Margherita seguì il suo consiglio e, al ritorno di Luigi IX dall’Egitto, mostrò al marito la cesta di petali raccontandogli delle sue orazioni. Il re accolse la notizia con estrema gioia, dopodichè ordinò di apporre sullo stemma della sua dinastia, quella dei Capetingi, tre margherite argentate in onore della moglie.

 

 

La leggenda della ninfa Belide

Questa leggenda è incentrata su Belide, una bellissima ninfa dei boschi. Un giorno Vertumno, il dio etrusco-romano delle stagioni, dei frutti e dei giardini, la vide e si invaghì perdutamente di lei. Decise che l’avrebbe sedotta grazie alle metamorfosi di cui si avvaleva spesso, in quanto dio del ciclo vegetativo, ma Belide lo detestava e aveva a cuore la sua virtù. Per sfuggire al corteggiamento inopportuno di Vertumno, quindi, chiese aiuto agli dei. Costoro accolsero la sua supplica e la tramutarono in una pratolina; è proprio da Belide che deriva il nome botanico di questo splendido fiore, Bellis Perennis, associato alla purezza e all’umiltà.

 

 

La leggenda dei fioretti

Secondo una leggenda di matrice cristiana, un angelo racchiuse in un sacco tutti i fioretti fatti dai bimbi buoni. Mentre era in volo per portarli a Gesù, all’improvviso il sacco si aprì lasciandoli volteggiare sul suolo. Da tutti quei fioretti nacque un tripudio di margheritine.

 

 

La leggenda del fiocco di neve

Un’altra leggenda racconta la storia di un fiocco di neve. Un  giorno la Primavera, seguita dal suo corteo di fiori, approdò sulla Terra. L’Inverno non ne voleva sapere di andarsene e il paesaggio era ancora tutto ammantato di neve; ma quando la lepre pasquale lo fece presente alla Primavera, quest’ultima chiese aiuto al Sole e il gelo si dileguò in un batter d’occhio. La luce era tornata, il clima era mite; gli animali e gli umani gioivano di contentezza. Però, a un tratto, si udì uno strano pianto. La lepre di Pasqua andò nella sua direzione e vide un fiocco di neve disperato: si struggeva perchè non voleva sciogliersi come era già avvenuto al ghiaccio. La lepre lo prese con sè e lo portò dalla Primavera per avere un consiglio. La Primavera, così, gli regalò un piccolo seme incantato e disse alla lepre di seguire alla lettera le sue istruzioni: avrebbe dovuto posare il fiocco sul suolo e ricoprirlo con una manciata di terra; non doveva aver paura, si trattava di un letargo dalla durata di una settimana. La lepre fece come la Primavera disse, e quando, dopo una settimana, andò a svegliare il fiocco di neve, notò che si era trasformato in una preziosa margherita.

 

Foto di Daiga Ellaby via Unsplash +

 

Marzo e i proverbi sulla donna

 

 

Dal momento che i proverbi di Marzo li abbiamo approfonditi un anno fa (rileggili qui), in vista dell’International Women’s Day ho pensato di focalizzarmi sui proverbi dedicati alla donna dalla saggezza popolare. Sono proverbi antichi, nati per la maggior parte nell’ambito della cultura agreste, perciò vi invito a non meravigliarvi se incapperete in stereotipi o in una visione tutto fuorchè contemporanea della figura femminile. Avendo radici in epoche lontane, molti di questi detti esprimono un’immagine della donna che oscilla tra la donna angelo e la tentatrice, i due cliché più noti a cui secoli orsono veniva associata. Il proverbio “Chi dice donna dice danno” pare fosse riferito a Olimpia Maidalchina, la cognata di Papa Innocenzo X: se così fosse, avrebbe una matrice storica ben precisa. In sintesi, possiamo guardare ai proverbi qui di seguito come alle testimonianze di una società remota nel tempo, che ha lasciato le sue tracce, ma è stata ormai completamente soppiantata dalla modernità. Niente di più e niente di meno. Lasciamo da parte concetti come il maschilismo o la misoginia. Per rappresentare in modo giocoso il contesto in cui nascono i detti che riporto, ho scelto solo immagini che immortalano la donna in ambientazioni rurali. Si tratta di foto  assolutamente attuali, a parte il dipinto in copertina, ma rigorosamente inserite in scenari di vita agreste.

 

 

Donna e buoi dei paesi tuoi.

 

 

Donna e fuoco, toccali poco.

 

 

Donna iraconda, mare senza sponda.

 

 

A giovane assennato, la donna a lato. 

 

 

Abbi donna di te minore, se vuoi essere signore.

 

 

Casa mia, donna mia, pane e aglio vita mia.

 

 

Chi bella donna vuol parere, la pelle del viso gli convien dolere. 

 

 

Donna che piange, ovver che dolce canti, son due diversi, ambo possenti incanti.

 

 

Donna che sa il latino è rara cosa, ma guardati dal prenderla in isposa.

 

 

Donna si lagna, donna si duole, donna s’ammala quando lo vuole.

 

 

Donna io conosco, ch’è una santa a messa e che in casa è un’orribil diavolessa.

 

 

Donna e vino ubriaca il grande e il piccolino.

 

 

Donna adorna, tardi esce e tardi torna.

 

 

Donna savia e bella è preziosa anche in gonnella.

 

 

Donna prudente, gioia eccellente.

 

 

Donne, danno, fanno gli uomini e li disfanno.

 

 

Donna nobil per natura è un tesor che sempre dura.

 

Foto via Unsplash

Immagine di copertina: dipinto “Ritorno dai campi” di Jules Breton (1871) via Unsplash

 

Febbraio e i proverbi del Carnevale

 

Quest’anno, il Carnevale è imminente: lo festeggeremo a partire dalla prossima settimana. Il periodo carnevalesco è uno dei più straordinariamente ricchi di proverbi, se ne contano a bizzeffe. Il Carnevale, infatti, è una festa antichissima. Durante il Medioevo, quando iniziò ad assumere un aspetto piuttosto simile a quello attuale, era una ricorrenza all’insegna del “riso popolare”, un lasso di tempo liberatorio privo di regole e gerarchie sociali. A Carnevale ogni persona era uguale all’altra, non esistevano titoli, ricchezze o professioni prestigiose. Ciò che contava era divertirsi. Anche per questo, il popolo attendeva con gioia che arrivasse Febbraio: la festa più pazza dell’anno dava modo di sfogarsi, sbloccare i freni inibitori, ridere, trasgredire, scherzare. Senza contare poi che il Carnevale, che precedeva la Quaresima, era un’occasione per mangiare a ruota libera, allestendo pantagruelici banchetti prima del digiuno penitenziale. A Carnevale ci si dedicava a balli sfrenati e si assisteva a spettacoli di strada in un clima di ebbrezza totale. Si dimenticavano le fatiche e le ristrettezze della quotidianità, ogni follia diventava lecita. Tutto questo, senza ombra di dubbio, ha contribuito a far sì che nascessero tanti proverbi in onore del Carnevale e della sua carica irriverente.

 

 

A Carnevale ogni scherzo vale, ma che sia uno scherzo che sa di sale.

 

 

Carnevale guarisce ogni male.

 

 

Chi s’imbroncia nel Carnevale, ha in capo poco sale.

 

 

Amore nato a Carnevale, muore a Quaresima. 

 

 

Carnevale a casa d’altri, Pasqua a casa tua, Natale in corte.

 

 

Chi si marita male non fa mai Carnevale.

 

 

Carnevale col sole, Pasqua molle.

 

 

I frutti di Carnevale si raccolgono in Quaresima.

 

 

A Carnevale tutto il mondo è bello, anche i brutti. 

 

 

Da san Luca (18 ottobre) a Natale, tutti studiano uguale; da Carnevale a Pasqua, chi studia e chi studiacchia.

 

 

Chi non gioca a Natale, chi non balla a Carnevale, chi non beve a san Martino, è un amico malandrino.

 

 

E’ come un cardo senza sale, far col marito il Carnevale.

 

 

Se pensi sempre male, buonanotte al Carnevale.

 

 

Tutti i cibi in Quaresima fan male, a chi abusò di tutti in Carnevale.

 

Foto via Pexels e Unsplash

 

I baranki, le tradizionali ciambelle russe simbolo del Sole

 

Vi ricordate della foto qui sotto? Una decina di giorni fa, l’ho pubblicata su MyVALIUM per illustrare l’articolo che vi linko qui. E siccome il mio blog è anche fatto di rimandi e associazioni, oggi parlerò delle ciambelle che vedete in quell’immagine. Che cosa sono, come si chiamano? Si tratta dei tipici baranki russi, anelli di pane dalla consistenza dura e croccante che nascondono un cuore morbido. Vengono consumati in sostituzione del pane o rappresentano un goloso spuntino da abbinare al tè o al caffè. La loro storia è molto affascinante; adesso scopriremo il perchè.

 

 

Un simbolo del Sole

Nel XVII secolo, in Russia, i prodotti da forno dalla forma arrotondata venivano considerati un simbolo del Sole: così li descrivevano le leggende di origine pagana. Per questo motivo, comporre ghirlande di baranki per decorare la propria casa rappresentava un gesto di buon auspicio e foriero di prosperità. Il Sole, supremo emblema di  fertilità e rinascita, era associato alla ricchezza. Una dimora ornata di baranki, dunque, avrebbe avuto il potere di attrarre opulenza e buona sorte. Dal XVIII al XIX secolo, si cominciò a utilizzare le ghirlande di baranki come veri e propri monili: i venditori ambulanti russi li esibivano a mò di lunghe collane.

 

 

Le origini

La caratteristica principale dei baranki, innanzitutto, è relativa alla preparazione. Dopo una lunga lievitazione, vengono bolliti; soltanto dopo la successiva essiccatura si passa alla cottura in forno. Una curiosità: questo procedimento risultava talmente complesso da richiedere l’intervento di una persona esperta, il baranochnik, in quanto il panettiere non sempre era in grado di svolgerlo correttamente. Riguardo al nome baranki, gli studiosi hanno rinvenuto due possibili derivazioni. La prima lo riconduce al verbo slavo “obvariti”, in italiano “sbollentare”, la seconda lo associa al sostantivo “baran”, in italiano “montone”, facendo leva su una presunta somiglianza delle ciambelle russe con il corno del maschio della pecora. Oggi diffusissimi in Russia, Bielorussia e Ucraina, i baranki vantano un preciso luogo di nascita: secondo i ricercatori sarebbe collocato a Smorgon, in Bielorussia, una città divenuta celebre per l’addestramento degli orsi.

 

 

I prodotti simili:  suški e bubliki. Come distinguerli dai baranki?

In Russia, però, esistono alcuni prodotti da forno che, a un occhio poco esperto, potrebbero risultare indistinguibili dai baranki. I dettagli che li accomunano a questi ultimi sono la forma ad anello, la superficie lucida, la consistenza dura ma molto soffice all’interno. Di quali prodotti si tratta?Essenzialmente sono due:

I suški: dai baranki li differenziano le dimensioni, molto più piccole. Oppure, se le dimensioni sono rilevanti, la forma dei  suški è ovoidale. Qualcuno paragona la prima versione ai taralli pugliesi.

I bubliki: i baranki possono essere consumati fino ad oltre un mese dall’acquisto, mentre i bubliki vanno gustati al momento. La differenza tra i due, dunque, risiede nei tempi di conservazione.

 

 

Nella foto qui sotto, invece, insieme ai baranki potete ammirare un tipico dolce russo: le vatrushki, deliziose focaccine alla ricotta.

 

 

Abbiamo esaminato le differenze tra i baranki, i suški e i bubliki, ma è tassativo citare un dettaglio che li accomuna: la loro superficie lucente può essere impreziosita da semi di sesamo, papavero o cumino, oppure spalmata di senape, burrovaniglia e delizie varie. Lo scopo? Renderli ancora più golosi. Per scoprire la ricetta dei baranki, cliccate qui.

 

 

Citati nella letteratura russa

Nei loro libri, dei baranki hanno parlato autori del calibro di Aleksandr Sergeevič Puškin e Aleksandr Nikolaevič Radiščev. Molto tempo fa, questi caratteristici prodotti da forno venivano preparati esclusivamente in casa e le ricette erano molteplici, poichè ogni famiglia ne elaborava una. Attualmente, invece, sono acquistabili anche nei supermercati e nelle botteghe di alimentari. Un buon motivo per assaggiarli, oltre a quelli già elencati? I baranki sono sani, del tutto privi di grassi, e contengono zucchero in quantità minima. Vale proprio la pena di farne incetta.

 

 

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Gli scialli di Pavlovo-Posad, eccellenza artigianale e simbolo della Russia nel mondo

 

Come una ragazza russa nel gelo della Taiga siberiana: proteggersi dal freddo è un’arte che mixa funzionalità e stile. A risaltare è un accessorio iconico, lo scialle russo tradizionale di Pavlovo-Posad, in lana e ornato di vibranti stampe floreali. Le sue origini risalgono ad oltre due secoli orsono, quando lo si produceva artigianalmente a Pavlovo-Posad, una cittadina a 78 km da Mosca. Fu Ivan Labzin, un abitante del luogo, a fondare la fabbrica nel 1795; inizialmente avviò una produzione di scialli in seta di modeste proporzioni, ma un secolo dopo, nel 1860, la manifattura divenne azienda leader nel settore grazie a Yakov Labzin, nipote di Ivan, che alla produzione di scialli in seta affiancò quella degli ormai celebri scialli in lana decorati. Con la Rivoluzione d’Ottobre, l’impresa fu nazionalizzata e all’epoca della Seconda Guerra Mondiale si dedicò principalmente alla realizzazione dei tessuti per le divise dell’Armata Rossa. La partecipazione all’Esposizionale Universale di Parigi nel 1937 segnò un punto di svolta per la fabbrica, che si fece conoscere in tutto il mondo; all’Esposizione Mondiale di Bruxelles del 1958, gli scialli di Pavlovo-Posad ricevettero addirittura la Gran Medaglia d’Oro: da quel momento in poi, vennero inclusi nel patrimonio culturale russo divenendone un potente emblema identitario. Ma come sono fatti, esattamente, gli scialli Pavlovo? L’ispirazione attinge al folklore russo, alla sua arte e alla sua cultura. Il materiale che predomina è la lana, alternata alla seta e al misto cotone. Le dimensioni sono molto ampie, i colori vivaci; il loro “marchio di fabbrica” è costituito dalle elaborate stampe floreali, con disegni tuttora realizzati a mano (su sfondo prevalentemente scuro) prima che vengano impressi sul tessuto. Anche le frange sono applicate in modo manuale. Le tonalità e la ricchezza dei motivi ornamentali rappresentano le caratteristiche principali degli scialli di Pavlovo-Posad, un prodotto artigianale di alta qualità tramutatosi in un simbolo della Russia nel mondo.

N.B.: le immagini sono state reperite in una piattaforma foto e non rappresentano necessariamente gli scialli Pavlovo-Posad.

 

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Gennaio e i suoi proverbi

 

I proverbi di Gennaio si focalizzano prevalentemente sulle condizioni meteo: un nuovo anno è cominciato, ma la terra è ancora assopita. Neve, pioggia e gelo intenso ostacolano il percorso verso la rinascita. L’agricoltura si concentra sui lavori di potatura e di preparazione del terreno, come la concimazione e la vangatura; il raccolto si riduce agli agrumi e ai tipici ortaggi invernali (radicchio, cavoli, finocchi, cicoria…). La saggezza popolare unisce spesso Gennaio e Febbraio, in termini di detti: sono piuttosto simili e, secondo superstizioni varie, determinanti nel prevedere l’andamento dei mesi successivi. Anche la luna ricorre di frequente, nei proverbi; si dice che risplenda in modo particolare, con un probabile riferimento alla Luna Piena del Lupo. Il freddo è un altro elemento molto presente. Ma mentre il gelo viene visto come la norma in questo ciclo della natura, della primavera anzitempo si diffida, perchè “infida” e “malandrina”.

 

 

Gennaio e Febbraio, empie o vuota il granaio.

 

 

Felice il bottaio che pota in Gennaio.

 

 

A Gennaio: sotto la neve pane, sotto la pioggia fame.

 

 

Gennaio e Febbraio mettiti il tabarro.

 

 

Non v’è gallina o gallinaccia che di Gennaio uova non faccia. 

 

 

Chi vuole un buon agliaio, lo ponga di Gennaio.

 

 

San Vincenzo, l’inverno mette i denti.

 

 

La luna di Gennaio fa luce come giorno chiaro.

 

 

Primavera di Gennaio reca sempre un grande guaio.

 

 

Gennaio: dopo la neve, buon tempo viene.

 

 

Gennaio ingenera, Febbraio intenera.

 

 

Gennaio secco, lo villan ricco.

 

 

Gennaio forte, tutti i vecchi si augurano la morte.

 

 

Gennaio bello, Febbraio in mantello.

 

 

Se Gennaio sta in camicia, Marzo scoppia dalle risa.

 

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La Befana e la sua simbologia

 

“Così che la Vecchia, nella sua connotazione di Befana, riassume in sè la raffigurazione sia della Madre Terra nel tempo invernale sia dei defunti, anch’essi soggetti a una situazione in apparenza “statica” e all’attesa della rinascita, del rinnovamento vitale. (…) perchè sia i semi sia i trapassati sono sepolti nella terra per addivenire a nuova vita. (…)  Ai primi di gennaio, non appena superata la crisi solstiziale, la Befana chiede devozione e sostentamento agli uomini e ai loro riti (ad esempio con le queste della Pasquella), e qualcosa , come promessa del tempo che si rinnova, della vegetazione e dei raccolti che torneranno, della protezione degli Antenati sulla vita degli umani  (con i doni che porta nelle case, ecc.).”

(“La Vecchia, la Befana”, da “Tenebroso Natale. Il lato oscuro della Grande Festa”, di Eraldo Baldini e Giuseppe Bellosi, Società Editrice Il Ponte Vecchio, 2025)

 

 

La Befana, come tutti i personaggi del folklore natalizio, è una figura altamente simbolica. E cosa simboleggia ce lo spiega più che bene la citazione che ho riportato in apertura di questo articolo, tratta da un libro che ho cominciato a leggere proprio durante l’Avvento. Ma che rappresentano i molti altri elementi legati all’arrivo della Befana e ai doni che porta? Scopriamolo insieme.

 

 

Le scarpe rotte

La Befana arriva dopo un lungo e faticoso percorso durato 12 mesi: è la fine di Dicembre e l’anno, consumato, vecchio e logoro, sta per concludersi. E’ un anno che, dopo aver dispensato i suoi ultimi frutti, simboleggiati dai doni della Befana, sia avvia alla rinascita che porta con sè l’anno nuovo.

La scopa

Simboleggia la purificazione e il rinnovamento. La scopa spazza via la negatività e tutti i mali dell’anno appena trascorso, inoltre rimanda ad alcune antiche figure, o divinità, femminili (Perchta e le dee della mitologia romana Diana, Satia e Abundia, tra le altre), che usavano volare sui campi dopo la semina per propiziare l’abbondanza dei raccolti. La scopa, in questo caso, ha la facoltà di cacciare gli spiriti maligni dai terreni per dare a questi ultimi la possibilità di nascere a nuova vita.

 

 

La discesa dal camino

Per le culture arcaiche, il camino rappresentava un canale di comunicazione privilegiato tra il Cielo e la Terra. Questa linea verticale che connetteva i due mondi veniva detto “axis mundi”, ovvero “asse cosmico”. La discesa lungo il camino compiuta dalla Befana, dunque, simboleggia la volontà della “Vecchia” di dare il giusto verso all’asse cosmico ripristinandone il corretto posizionamento.

I doni 

Anticamente, nel suo sacco la Befana stipava arance e mandarini in quantità, noci e frutta secca, monete di cioccolato, carbone. Questi doni avevano un significato simbolico legato all’abbondanza, alla prosperità; propiziavano fecondità. Erano un augurio di lunga vita e opulenza per il futuro raccolto. Le monete di cioccolato, invece, rimandavano all’oro portato a Gesù Bambino dai Re Magi: un auspicio di benessere e ricchezza.

 

 

Il carbone

Era direttamente associato agli antichi riti dei falò solstiziali, che si accendevano per favorire e alimentare la potenza del Sole. Ma il carbone è anche il redisuo del “vecchio” che viene bruciato per fare spazio al “nuovo”, un significato che si ricollega ai falò di fine anno tipici di molte regioni italiane. Diversi anni orsono, il carbone e la cenere dei falò venivano sparsi sui campi per propiziare la fertilità del terreno. Il carbone aveva dunque una valenza beneaugurante, ma il Cristianesimo lo tramutò in un regalo punitivo per i cosiddetti “bambini cattivi”. Oggi, il carbon dolce ha ovviato a tale accezione conferendo un tocco di delizia anche a questo tipico dono della Befana.

La calza e le scarpe dei bimbi

Sono state date molteplici interpretazioni della calza, ma anche delle scarpe dei bambini, che venivano posizionate accanto al focolare affinchè la Befana le riempisse di doni. Per alcuni studiosi, sia la calza che le scarpe sono emblemi di fertilità, in quanto associate a una potente simbologia sessuale (basti pensare al piede che si insinua al loro interno). Rappresentano, dunque, un auspicio di fecondità, non a caso l’Epifania era considerata una ricorrenza ideale per il corteggiamento o annunciare una nuova unione. Altri studiosi associano la calza a dispensatori di abbondanza come la cornucopia, ma contemporaneamente risaltano il suo valore in qualità di oggetto della quotidianità. Altri ancora la riconnettono al lavoro della filatura, diretto da divinità apposite e ricco di profondi significati mitologici. Le scarpe dei bimbi sono anche viste come un simbolo del cammino che il nuovo anno, e il nuovo sole, si accingono a compiere: un anno e un sole “fanciulli”, appunto.

 

 

L’invisibilità

Quante volte, da bambini, abbiamo cercato di spiare l’arrivo della Befana alzandoci a notte fonda? Eppure, la Befana non si faceva mai vedere. Da un lato, perchè all’ora in cui arriva i bambini sono soliti dormire, dall’altro perchè, secondo antiche leggende, chi incontrava la Befana, o la vedeva soltanto, avrebbe subito delle spiacevoli conseguenze. Tutto ciò sembra rientrare nel quadro delle usanze del periodo natalizio, quando diventa implicito che – folkloristicamente parlando –  gli umani si rapportino ad ogni manifestazione del sacro o del soprannaturale mantenendo la giusta distanza.

 

Foto via Unsplash, Befana via Pixabay

 

La stella moraviana, dalla Germania alla Svezia: la storia di una delle più celebri decorazioni natalizie

 

Vi è mai capitato, viaggiando in alcune regioni tedesche o in Svezia, di vedere una stella dalle molteplici punte (in teoria dovrebbero essere 110) utilizzata come decorazione natalizia? Bene: si tratta della stella moraviana, in Germania detta Herrnhuter Stern, ed è una rappresentazione in chiave stilizzata della Stella di Betlemme.

La storia della stella moraviana

Nasce in Sassonia nel 1821: quell’anno, il collegio moraviano di Niesky si accinge a festeggiare i suoi primi 50 anni di attività. Prima di continuare, un chiarimento su chi siano i moraviani. Stiamo parlando di una congregazione religiosa cristiana sorta in Boemia tra il 1457 e il 1462: questo gruppo si formò ispirandosi al movimento cristiano riformista degli Ussiti, e con il nome originario di Fratelli Boemi diede vita a una comunità di fede protestante che anticipò la Riforma di Martin Lutero. I Fratelli Boemi divennero Fratelli Moravi nel XVIII secolo; oggi sono un gruppo cristiano riconosciuto internazionalmente, ma non hanno mai scisso il legame che li unisce alle radici boeme. Torniamo dunque al 1821, un anno di grandi festeggiamenti nel collegio di Niesky. In onore del 50simo della scuola, uno studente progetta una stella di carta con ben 110 punte e la propone come simbolo ornamentale dell’anniversario. La stella viene adottata immediatamente: da quel momento in poi, sarà la decorazione ufficiale del mezzo secolo del collegio.

 

 

Passa il tempo e la stella furoreggia anche tra i cittadini comuni; tutti la ammirano, tutti la vogliono. Non molti anni dopo, qualcuno fiuta l’affare: Peter Verbeek, diplomatosi proprio al collegio di Niesky, decide di aprire una libreria e di mettere in vendita delle stelle moraviane; naturalmente, allega un libretto di istruzioni per l’assemblaggio dei vari pezzi. Il risultato? Le stelle moraviane vanno letteralmente a ruba. In Germania vengono ribattezzate Herrnuter Stern, stelle di Herrnhut, in omaggio agli Herrnhuter Brüder (Fratelli di Herrnhut), un altro nome che indica i moraviani.

 

 

L’approdo in Svezia

La stella moraviana, come abbiamo già visto, è molto famosa anche in Svezia. In terra svedese approda negli ultimi anni del XIX secolo, quando viene regalata alla Cattedrale di Västerås. Tuttavia, comincia a spopolare dal 1910 in poi: il merito va a Julia Aurelius, una donna tedesca sposata a un pastore protestante del Regno di Svezia. Julia, trasferitasi dalla Germania alla città di Lund dopo il matrimonio, ha portato con lei una stella da usare come decorazione natalizia. I cittadini di Lund si innamorano della stella di Herrnhut, e, imitando la signora Aurelius, appendono diverse stelle alla finestra nel periodo dell’Avvento.

 

Uno scorcio della città di Lund, in Svezia

Anche in questo caso, come è già avvenuto in Germania, un grossista specializzato in articoli in carta intuisce l’enorme potenziale economico delle stelle moraviane. Si dedica, quindi, a una massiccia importazione di stelle dalla Germania, ma punta più che altro su un particolare: la scelta di stelle dev’essere vasta il più possibile, dunque offrire una gamma eterogenea di colori, materiali, grandezze e strutture. Distribuite in tutta la Svezia, le stelle moraviane si tramutano in una delle più celebri decorazioni natalizie del paese scandinavo.

 

 

La stella moraviana oggi

A contribuire al suo successo, molti anni dopo, sarà anche il celebre imprenditore Erling Persson, fondatore del brand H&M, che incrementa a dismisura la popolarità della stella. Attualmente, durante il periodo natalizio, la stella di carta  – in Svezia chiamata Adventsstjärna – affianca la tipica capra in paglia, l’albero di Natale e il candelabro dell’Avvento in tutte le case svedesi.

 

Foto via Pixabay Unsplash

 

La Notte di San Silvestro: storia, tradizioni e il fascino antico del Capodanno

 

La notte del 31 dicembre è un confine sottile, un ponte sospeso tra ciò che lasciamo e ciò che speriamo. È una soglia che attraversiamo ogni anno, spesso con un misto di nostalgia e desiderio, senza forse ricordare che questa data porta con sé una storia lunga e stratificata, fatta di riti antichi, tradizioni popolari e memorie religiose. Il suo nome, “Notte di San Silvestro”, ci riporta a un tempo lontano, quando la figura di un Papa del IV secolo, Silvestro I, si intrecciò con il calendario civile, lasciando un’impronta che ancora oggi accompagna il nostro passaggio all’anno nuovo.

Chi era San Silvestro?

San Silvestro I fu Papa dal 314 al 335, un periodo cruciale per la storia del cristianesimo. Era l’epoca dell’imperatore Costantino, il sovrano che pose fine alle persecuzioni e concesse libertà di culto ai cristiani. Silvestro non fu un Papa guerriero né un politico aggressivo: viene tradizionalmente ricordato come un uomo mite, prudente, capace di guidare la Chiesa in un momento di grande trasformazione. A lui sono legate alcune delle prime grandi basiliche romane, come San Giovanni in Laterano e San Pietro, che sotto il suo pontificato iniziarono a prendere forma come luoghi di culto monumentali. Morì il 31 dicembre del 335, ed è per questo che la sua memoria liturgica si celebra proprio nell’ultimo giorno dell’anno.

 

 

Nel corso dei secoli, la sua figura è stata avvolta da leggende: una delle più note racconta la sua vittoria sul drago, simbolo del male, e la conversione dell’imperatore Costantino. Sono storie che appartengono più alla devozione popolare che alla storia documentata, ma che testimoniano quanto la sua figura fosse amata e percepita come protettrice e beneaugurante.

 

 

Le origini antiche del Capodanno

Molto prima del Cristianesimo, il passaggio da un anno all’altro era vissuto come un momento sacro da molti popoli. Gli antichi Romani, già dal 153 a.C., avevano fissato l’inizio dell’anno al 1° gennaio dedicandolo a Giano, il dio bifronte che guarda contemporaneamente al passato e al futuro. Era un periodo di riti di purificazione, scambi di doni, auspici di prosperità e banchetti che celebravano la luce che lentamente tornava a crescere dopo il Solstizio d’Inverno.

 

 

Nel mondo germanico e celtico, il periodo delle Dodici Notti — quelle sospese tra Natale ed Epifania — era considerato un tempo fuori dal tempo, in cui il velo tra i mondi si assottigliava. Si accendevano falò per proteggere le comunità, si praticavano riti per scacciare gli spiriti maligni e si invocava la luce per accompagnare il nuovo ciclo dell’anno.

 

 

Anche nel Mediterraneo antico il Capodanno era legato ai cicli agricoli e ai culti della fertilità: in Grecia, ad esempio, le feste dionisiache celebravano l’abbondanza, la rinascita e la vitalità che la natura avrebbe riportato con la primavera.

 

 

Tradizioni moderne: un’eredità che continua

Oggi la Notte di San Silvestro è una festa globale, ma conserva tracce evidenti di queste antiche radici. In Italia, lenticchie e cotechino sono simboli di prosperità; in Spagna si mangiano dodici chicchi d’uva allo scoccare della mezzanotte; in Giappone i templi risuonano di 108 rintocchi che segnano il distacco dalle impurità dell’anno passato; in Brasile si offrono fiori bianchi al mare come gesto di gratitudine e speranza. Ogni tradizione, pur diversa, racconta la stessa cosa: il desiderio umano di iniziare un nuovo ciclo con un gesto di luce. Per saperne di più sulle tradizioni italiane della Notte di San Silvestro, clicca qui.

 

 

Il significato profondo della notte del 31 dicembre

La Notte di San Silvestro non è soltanto un momento di festa: è un rito di passaggio. È il tempo in cui si ringrazia per ciò che è stato e si immagina ciò che verrà, in cui si chiude una porta e se ne apre un’altra. È una notte che invita alla memoria e al desiderio, alla gratitudine e alla speranza. Forse è proprio per questo che continua a emozionarci: perché ci ricorda che ogni fine contiene già un inizio, e che ogni anno nuovo porta con sé la possibilità di ricominciare.

 

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