Dolci agli agrumi parade: un omaggio goloso di fine inverno

 

Carrellata dedicata agli agrumi, la frutta più tipicamente invernale, mentre l’inverno sta per finire. Questa gallery rappresenta un tributo alle arance, i mandarini, i pompelmi, i limoni e i cedri, tutti ricchissimi di vitamina C, che potenziano la nostra energia e sostengono il nostro sistema immunitario nei mesi più gelidi dell’anno. Ogni scatto li vede protagonisti sotto forma di gustosi dolci: torte, biscotti, plumcake, creme, creme gelato, croissant…Un omaggio goloso che li celebra in una delle loro versioni migliori; un’ode alla loro voluttuosa bontà.

 

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I baranki, le tradizionali ciambelle russe simbolo del Sole

 

Vi ricordate della foto qui sotto? Una decina di giorni fa, l’ho pubblicata su MyVALIUM per illustrare l’articolo che vi linko qui. E siccome il mio blog è anche fatto di rimandi e associazioni, oggi parlerò delle ciambelle che vedete in quell’immagine. Che cosa sono, come si chiamano? Si tratta dei tipici baranki russi, anelli di pane dalla consistenza dura e croccante che nascondono un cuore morbido. Vengono consumati in sostituzione del pane o rappresentano un goloso spuntino da abbinare al tè o al caffè. La loro storia è molto affascinante; adesso scopriremo il perchè.

 

 

Un simbolo del Sole

Nel XVII secolo, in Russia, i prodotti da forno dalla forma arrotondata venivano considerati un simbolo del Sole: così li descrivevano le leggende di origine pagana. Per questo motivo, comporre ghirlande di baranki per decorare la propria casa rappresentava un gesto di buon auspicio e foriero di prosperità. Il Sole, supremo emblema di  fertilità e rinascita, era associato alla ricchezza. Una dimora ornata di baranki, dunque, avrebbe avuto il potere di attrarre opulenza e buona sorte. Dal XVIII al XIX secolo, si cominciò a utilizzare le ghirlande di baranki come veri e propri monili: i venditori ambulanti russi li esibivano a mò di lunghe collane.

 

 

Le origini

La caratteristica principale dei baranki, innanzitutto, è relativa alla preparazione. Dopo una lunga lievitazione, vengono bolliti; soltanto dopo la successiva essiccatura si passa alla cottura in forno. Una curiosità: questo procedimento risultava talmente complesso da richiedere l’intervento di una persona esperta, il baranochnik, in quanto il panettiere non sempre era in grado di svolgerlo correttamente. Riguardo al nome baranki, gli studiosi hanno rinvenuto due possibili derivazioni. La prima lo riconduce al verbo slavo “obvariti”, in italiano “sbollentare”, la seconda lo associa al sostantivo “baran”, in italiano “montone”, facendo leva su una presunta somiglianza delle ciambelle russe con il corno del maschio della pecora. Oggi diffusissimi in Russia, Bielorussia e Ucraina, i baranki vantano un preciso luogo di nascita: secondo i ricercatori sarebbe collocato a Smorgon, in Bielorussia, una città divenuta celebre per l’addestramento degli orsi.

 

 

I prodotti simili:  suški e bubliki. Come distinguerli dai baranki?

In Russia, però, esistono alcuni prodotti da forno che, a un occhio poco esperto, potrebbero risultare indistinguibili dai baranki. I dettagli che li accomunano a questi ultimi sono la forma ad anello, la superficie lucida, la consistenza dura ma molto soffice all’interno. Di quali prodotti si tratta?Essenzialmente sono due:

I suški: dai baranki li differenziano le dimensioni, molto più piccole. Oppure, se le dimensioni sono rilevanti, la forma dei  suški è ovoidale. Qualcuno paragona la prima versione ai taralli pugliesi.

I bubliki: i baranki possono essere consumati fino ad oltre un mese dall’acquisto, mentre i bubliki vanno gustati al momento. La differenza tra i due, dunque, risiede nei tempi di conservazione.

 

 

Nella foto qui sotto, invece, insieme ai baranki potete ammirare un tipico dolce russo: le vatrushki, deliziose focaccine alla ricotta.

 

 

Abbiamo esaminato le differenze tra i baranki, i suški e i bubliki, ma è tassativo citare un dettaglio che li accomuna: la loro superficie lucente può essere impreziosita da semi di sesamo, papavero o cumino, oppure spalmata di senape, burrovaniglia e delizie varie. Lo scopo? Renderli ancora più golosi. Per scoprire la ricetta dei baranki, cliccate qui.

 

 

Citati nella letteratura russa

Nei loro libri, dei baranki hanno parlato autori del calibro di Aleksandr Sergeevič Puškin e Aleksandr Nikolaevič Radiščev. Molto tempo fa, questi caratteristici prodotti da forno venivano preparati esclusivamente in casa e le ricette erano molteplici, poichè ogni famiglia ne elaborava una. Attualmente, invece, sono acquistabili anche nei supermercati e nelle botteghe di alimentari. Un buon motivo per assaggiarli, oltre a quelli già elencati? I baranki sono sani, del tutto privi di grassi, e contengono zucchero in quantità minima. Vale proprio la pena di farne incetta.

 

 

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Arriva la Befana: un excursus sui suoi dolci tipici in Italia

 

L’Epifania è alle porte: la fine del magico periodo natalizio si avvicina. Della Befana ho parlato molte volte, esplorando le sue origini e le sue tradizioni, e così dei Re Magi. E’ la prima volta, però, che mi addentro in un excursus sui dolci tipici del 6 Gennaio in alcune regioni italiane. Iniziamo, dunque, questo percorso all’insegna delle golosità tradizionali; tutto sommato, dopo l’ennesima scorpacciata, mettersi a dieta potrebbe rientrare tra i buoni propositi dell’anno nuovo.

Lombardia

I dolci più tipici di questa regione sono i cammelli di pasta sfoglia di Varese, dolcetti che riproducono i cammelli dei Re Magi: possono essere privi di farcitura oppure riempiti di crema, panna, marmellata, cioccolato o frutta.

Piemonte

Nell’area di Cuneo, molto celebre è la Fugassa (focaccia) d’la Befana: una torta soffice, dorata e rotondeggiante che pare sia nata molto prima del panettone. La tradizione voleva che all’interno della torta si nascondessero una fava bianca e una fava nera; chi si imbatteva nella fava bianca era tenuto a pagare la focaccia, chi in quella nera doveva pagare il vino.

 

 

Veneto

Nella regione della Serenissima predomina la “pinza”: la Pinza Venessiana della Befana si prepara con farina gialla e dosi massicce di frutta secca; la Pinza Marantega, tradizionale in tutto il Triveneto, è una sorta di pane dolce farcito con fichi secchi, canditi, uvetta, pinoli e un filo di Grappa.

 

 

Liguria

Come in molte altre regioni, troviamo diversi dolci tipici dell’Epifania: gli anicini, biscotti all’aroma di anice gustati con vin dolce,  si alternano alla Ciambella del Re Magi, tradizionale anche in Spagna, e alla torta di pistacchi, molto popolare a Genova.

 

 

Toscana

In terra toscana vincono i Befanini, biscotti in varie forme natalizie (stelle, renne, alberi di Natale) “spruzzati” di confettini colorati. Molto noti sono anche i Cavallucci di Siena, dolcetti estremamente morbidi riempiti di spezie, noci e canditi. I Cavallucci sono tipici non solo di Siena, bensì anche di Lucca e Viareggio.

 

 

Marche

Nelle Marche, molto diffuse sono le paste della Befana, simili ai Befanini, e le Pecorelle, caratteristiche di Genga: si presentano come dolcetti simili a cornetti ripieni di marmellata e frutta secca e ricoperti di zucchero a velo.

 

 

Abruzzo

Anche qui troviamo la Pinza della Befana, ma non solo: i Pepatelli sono forse il dolce più celebre, persino in Molise. Somigliano un po’ ai Cantucci e vengono preparati con farina, miele e mandorle aggiungendo il caratteristico pepe nero macinato che dà il nome al dolce.

 

 

Puglia

Nel Salento spicca un dolce, i Purcedduzzi, che somiglia molto alla Cicerchiata carnevalesca diffusa nelle Marche, in Umbria, Abruzzo e Molise e agli Struffoli del Sud Italia. La sua ricetta, però, non include le uova, mentre abbonda di olio extravergine d’oliva. I Purcidduzzi vengono tradizionalmente ricoperti di miele e innaffiati di Limoncello.

 

 

Campania

In Campania non può mancare la Pastiera, la prima dell’anno. Molto famosi sono anche gli Struffoli, un tripudio di palline di pasta dolce che vengono servite fritte e ricoperte di miele, canditi e zuccherini colorati.

 

 

Sicilia

Nell’ isola mediterranea i dolci della Befana abbondano: Buccellati, Mustazzoli, Cubbaita, Torrone di Mandorle, Cassatelle di Ricotta, Carbone Dolce, sono solo alcune delle tipicità consumate il 6 Gennaio. Tra i dessert più iconici troviamo i Cucciddati, dolcetti di pasta frolla farciti con un mix di fichi secchi, cioccolato, miele, spezie, frutta secca come mandorle e noci, e ricoperti di glassa bianca e confettini colorati. Dei Cucciddati, tuttavia, esistono innumerevoli varianti locali.

 

 

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Foto della Pinza (Veneto): Paolo Piscolla from Bologna, CC BY-SA 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0>, via Wikimedia Commons

Foto dei Purcedduzzi (Puglia): Matteo Amorino, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons

Foto dei Cucciddati (Sicilia): Gagz135, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, da Wikimedia Commons

 

Gingerbread Wonderland

 

“Se avessi un solo quattrino al mondo, te lo darei per comperarti pan di zenzero!” 

(William Shakespeare, da “Pene d’amor perdute”)

 

Omaggio al pan di zenzero, l’ingrediente supremo dei più iconici biscotti di Natale. MyVALIUM ne ha parlato tante volte, se vi va date un’occhiata qui e qui. Oggi celebreremo il gingerbread, adorato nel mondo anglosassone e nel Nord Europa, in modalità puramente visiva, senza aggiungere parole che potrebbero risultare superflue: la delizia speziata di questi noti biscottini, d’altronde, non ha bisogno di commenti. Osservateli, ammirateli, e…cercate la loro ricetta in rete, per esempio cliccando su questo link.

 

Foto: Margaret Jaszowska e Monika Grabkowskavia Unsplash

 

La frutta essiccata: delizia d’Inverno e must della tavola natalizia

 

La frutta essiccata, ovvero disidratata, è onnipresente sulla tavola natalizia: una tradizione antica, nata dall’atavica necessità di conservare la frutta durante i mesi freddi. La frutta sottoposta a disidratazione può essere consumata a fine pasto, abbinata a piatti ben precisi oppure gustata in dolci tipici delle feste quali il panpepato del Centro Italia, il panforte di Siena, il pandolce genovese, il buccellato siciliano e lo zelten del Trentino-Alto Adige. Ma non solo; la frutta essiccata, soprattutto le arance, viene spesso usata anche per decorare la casa o l’albero di Natale. Vediamo allora come si ottiene e quale frutta è possibile essiccare. Essiccare la frutta significa, innanzitutto, privarla di una buona parte dell’acqua che contiene; ciò viene effettuato tramite un processo di disidratazione che può essere naturale, lasciando cioè essiccare la frutta sotto il sole estivo, o meccanico, attraverso l’utilizzo di uno speciale essiccatore.

 

 

Che tipo di frutta viene disidratata, generalmente? Oltre alle arance, già menzionate, troviamo i datteri, l’uvetta, i fichi, le albicocche, le pere, le mele, le prugne, i kiwi e i cachi.

Le sue proprietà 

Ovviamente, le virtù della frutta essiccata non sono le stesse della frutta fresca. Le differenze derivano proprio dal processo di essiccazione, che determina grandi mutazioni rispetto alla distribuzione dei nutrienti. A subire le conseguenze di questo iter sono più che altro le vitamine, che ad alte temperature si deteriorano. Diversamente, i minerali, gli antiossidanti e le fibre beneficiano della disidratazione, raggiungendo una maggior concentrazione. Un’altra caratteristica della frutta essiccata è che contiene un elevato livello di zuccheri: fornisce dunque una notevole quantità di energia, ma anche un apporto calorico non indifferente. Tuttavia, è stato rilevato che nutrienti inorganici come i minerali risultano di gran lunga più numerosi nella frutta disidratata.

 

 

Prepararla o acquistarla già pronta?

Se scegliete il “fai da te”, sappiate che avete a disposizione due metodi: utilizzare l’essiccatore o essiccare la frutta al sole durante i mesi estivi. Naturalmente, anche la verdura può essere sottoposta a questo tipo di  procedimento. L’essiccatore migliore, in primis, non dovrebbe oltrepassare i 40 gradi per salvaguardare le proprietà della frutta o verdura in oggetto. Ma attenzione: il processo potrebbe durare, in media, fino a 15 o 20 ore.  Chi opta per l’essiccazione naturale, invece, dovrà effettuarla in piena estate: la frutta o la verdura, in fette sottilissime, verranno esposte su un tavolo sufficientemente ampio da interporre una certa distanza tra gli alimenti. Il tavolo, posizionato all’aperto, dovrà essere lambito dai raggi del sole e sfiorato dal vento. Un panno con cui coprire la frutta (o verdura che dir si voglia) sarà d’obbligo per proteggerla dall’umidità della notte. Questo procedimento ha una durata che potrebbe includere poche ore o una manciata di giorni. Va da sè che temperature elevate e accompagnate da un basso tasso di umidità si rivelano la condizione ideale per realizzare l’essiccatura perfetta. Il processo potrà dirsi concluso solo quando gli alimenti saranno totalmente disidratati; a quel punto, se si vuol conservare la frutta per le feste natalizie, basterà riporla in dei capienti barattoli di vetro.

 

 

Se non avete tempo o voglia di eseguire l’essiccazione “fai da te”, potete comodamente acquistare la frutta disidratata al supermercato, nei negozi bio o in determinati siti web. Puntate sulle confezioni prive di zucchero – la frutta essiccata ne è già ricca abbastanza – per porre un limite all’apporto di calorie.

 

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La frutta secca a guscio: proprietà e benefici di un alimento tipicamente autunnale

 

L’Autunno è la stagione della frutta secca, ed è una buona notizia. Oltre ad essere squisita, infatti, la frutta secca è ricca di proprietà: contiene vitamine, minerali, fibre, grassi insaturi (i cosiddetti “grassi buoni”), e consumarla apporta dei grandi vantaggi per la nostra salute. Cominciamo innanzitutto con il conoscerla meglio. La frutta secca può essere “a guscio” o “polposa”. La prima abbonda di grassi (sempre quelli buoni) e scarseggia di zuccheri, la seconda contiene zuccheri in quantità e un numero esiguo di grassi; a differenza della frutta secca a guscio, inoltre, passa attraverso un processo di disidratazione o essiccazione. Oggi ci concentreremo sulla frutta secca a guscio, rimandando ai prossimi giorni un approfondimento sulla frutta polposa.

Caratteristiche e proprietà della frutta secca a guscio

A questo genere appartengono le noci, le mandorle, le nocciole, i pinoli, le castagne, le arachidi e i pistacchi. Noi ci soffermeremo, però, solo sulla frutta secca tipicamente autunnale. La frutta secca a guscio viene anche detta “frutta oleosa”, perchè contiene il 90% dei grassi; trattandosi tuttavia di grassi insaturi e polinsaturi, apportano esclusivamente benefici. Per esempio riducono la colesterolemia, contrastando l’insorgere di svariate patologie cardiovascolari. A tal proposito, si consiglia di non tostare mai la frutta secca a guscio per non rischiare che i grassi svaniscano con il calore. Questo tipo di frutta secca contiene una quantità minima di acqua e di zuccheri. In compenso è ricca di proteine, vitamine e sali minerali. Nello specifico abbonda di vitamina B e E, dalle note virtù antiossidanti, e di minerali quali il calcio, il potassio, il magnesio, il ferro e il fosforo. Le fibre, molto efficaci per regolarizzare l’intestino e rallentare l’assorbimento degli zuccheri, rappresentano un altro punto di forza della frutta secca a guscio. Un lato apparentemente no, invece? L’elevato apporto calorico (a 100 grammi di frutto corrispondono 600 calorie), che non è però stato valutato negativamente dai nutrizionisti. Anzi, le calorie renderebbero ancora più completi questi alimenti e non scalfirebbero in alcun modo le loro preziose proprietà.

Le noci

Super eclettiche in cucina, le noci (oltre ai benefici già descritti in questo articolo) rafforzano il sistema immunitario, tengono sotto controllo la glicemia e potenziano le abilità cognitive. Contengono, inoltre, potassio, ferro, magnesio, calcio, zinco e fosforo in quantità e molte vitamine del gruppo B.

Le nocciole

Sono degli efficaci antiossidanti e un toccasana per la salute del cuore, ma hanno anche la capacità di abbassare il colesterolo LDL. Contengono vitamina E, flavonoidi e polifenoli che contrastano l’azione dannosa dei radicali liberi. Abbondano di vitamine del gruppo B e di minerali come il potassio, il ferro, il fosforo, il magnesio, il calcio e il rame.

Le castagne

Data la massiccia presenza di amido, possono essere considerate una miniera di energia. Le fibre regolarizzano il transito intestinale e tengono sotto controllo il colesterolo; la vitamina C e le vitamine del gruppo B potenziano le difese immunitarie e favoriscono il metabolismo. I minerali contenuti nelle castagne sono il potassio, il manganese, il fosforo, il magnesio e il rame.

Le arachidi

Abbondano di proprietà nutritive. Contengono proteine, vitamine come la vitamina E e quelle del gruppo B, sali minerali quali il magnesio, il potassio, lo zinco, il ferro, il fosforo e il selenio. Sono un’ottima fonte di fibre e dei potenti antiossidanti, la cui azione è supportata dai composti fenolici e dalla vitamina E.

I pistacchi

Grazie al potassio sono un toccasana per l’apparato cardiovascolare e la pressione sanguigna. La vitamina E e i carotenoidi possiedono notevoli virtù antiossidanti, mentre le fibre mantengono in salute l’intestino e favoriscono la digestione. I lipidi, le proteine e i carboidrati fanno sì che i pistacchi siano un alimento potentemente energetico. Altri minerali contenuti in questo frutto sono il magnesio, il calcio, il ferro, il fosforo, lo zinco e il rame; le vitamine includono quelle del gruppo B affiancate dalla vitamina A, C e E (già menzionata).

 

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Dolcetto o scherzetto?

 

Una pausa giocosa e golosa prima di tornare ad affrontare argomenti più “gotici”: Halloween è anche la festa dei dolci, leccornie che ruotano attorno al tema del macabro con profonda ironia. Torte, biscotti e dolcetti prendono la forma degli scheletri, dei fantasmi e dei mostri che emergono dalle tenebre del 31 Ottobre per renderli più appetibili (è il caso di dirlo) e convertire la paura in un ghiotto connubio di brio e spensieratezza. E’ così che i teschi, gli spettri, i vampiri e le dita mozzate perdono l’aura orrorifica tramutandosi in irresistibili delizie per il palato.

 

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La vellutata di zucca, il piatto tipico più gustoso di Ottobre

 

Con i primi freddi, è un piacere ritrovarsi a cena davanti al focolare. E i piatti tipici di stagione rendono quei momenti ancora più preziosi, oltre che gustosi. Pensate, ad esempio, alla vellutata di zucca: è cremosa, calda, saporita, una delizia per il palato. E ha lo stesso colore dell’ortaggio più osannato del mese di Ottobre, la zucca appunto, protagonista assoluta dei festeggiamenti halloweeniani. Va detto subito che questo piatto apporta anche molti benefici per la salute: la zucca, ricca di vitamina C, betacarotene e svariati antiossidanti, rafforza il sistema immunitario e contrasta il colesterolo poichè contiene una discreta quantità di fibre, che garantiscono – tra l’altro – un buon funzionamento intestinale. In più, scongiura la ritenzione dei liquidi e mantiene la pelle in salute.

 

 

Veniamo ora alla vellutata in quanto pietanza. Secondo alcuni, la zucca su cui puntare per la preparazione di zuppe e minestroni è la varietà butternut. Una volta scelta la vostra zucca, eliminate accuratamente la buccia esterna e suddividete la polpa in tanti piccoli cubetti. Poi, versate i cubetti in un tegame dove avrete messo a soffriggere una cipolla tritata; potete aggiungere anche delle patate, circa 200 gr, sempre tagliate a cubetti. Il tegame dovrebbe avere bordi abbastanza alti da contenere 1 litro di brodo vegetale, che va lasciato cuocere a fuoco lento per 15-20 minuti insieme a tutti gli ingredienti. Mescolate di tanto in tanto, e per insaporire il tutto aggiungete un pizzico di sale, pepe e noce moscata; accompagnateli a due o tre cucchiai di panna fresca per donare una consistenza cremosa alla vellutata. Dopo la cottura, frullate il contenuto del tegame. Se preferite una vellutata liquida, versate dell’altro brodo vegetale. Il piatto può essere servito con pezzi di pane integrale abbrustolito, un filo d’olio d’oliva e un po’ di rosmarino. Questa è la ricetta della vellutata classica, ma nulla ci vieta di realizzare varianti persino più golose.

 

 

Potremmo, per esempio, sostituire i crostini di pane con delle spezie dall’intenso aroma: peperoncino, zenzero, paprika, cannella. Oppure, aggiungere una manciata di cipollotti e pomodori secchi; oppure ancora, arricchirla con le castagne arrosto, i funghi,  le mandorle. Molti optano per i semi di zucca tostati, croccanti al punto giusto, che donano un tocco di squisitezza extra alla vellutata. Se poi amate i crostacei, non esitate a insaporire la vellutata con dei gamberi.

 

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La crostata: storia e segni particolari di un dolce tipicamente italiano

 

Il mattino ha una fetta di crostata alle more in bocca.
(Fabrizio Caramagna)

 

E’ uno dei dolci autunnali per eccellenza: la crostata, un’antichissima torta italiana, potrebbe essere descritta come un delizioso connubio di pasta frolla e confettura (sostituita talvolta dalla crema, la cioccolata o la frutta fresca). La sua particolarità sono le strisce di pasta frolla che la guarniscono, rigorosamente intrecciate. A queste si aggiunge un bordo che circonda, o meglio “incornicia”, il dolce, dalla forma tonda anche se non mancano varianti rettangolari. In Italia, infatti, la tradizione vuole che esistano crostate diverse a seconda della regione di appartenenza. Nelle Marche, come pure nel Lazio, è molto diffusa la crostata di visciole. A Sermoneta, in prossimità di Latina, la crostata contiene cannella, ricotta e un liquore aromatico per dolci. In Veneto, tra Treviso e Belluno, la crostata si farcisce con la confettura di marroni, mentre una versione lombarda del dolce lo insaporisce con una manciata di tortelli cremaschi. Nel centro Italia e nell’Italia del Sud esiste una crostata, detta “alla romana”, con ricotta e uvetta. Tornando in  Veneto, è divenuta celebre una variante a base di amaretti, zucca e canditi. In Calabria, infine, la crostata è un tripudio di inebrianti sapori: combina la confettura di peperoncini con la marmellata di arance e le mandorle tritate. Il suo nome? Crostata del diavolo, e non poteva essere altrimenti.

 

 

Il nome e le origini

Ma come nasce il nome “crostata”? In latino, crustāta indicava sia la crosta, detta crusta, che il participio passato del verbo crustāre, letteralmente “incrostare”. Al termine “crostata” vero e proprio si arriva nel 1600, precisamente nel 1612: è questo l’anno in cui venne riportato nel Vocabolario degli Accademici della Crusca. Cinque anni dopo, nel 1617, Giacomo Pergamino lo incluse ne “Il memoriale della lingua italiana”. La crostata sancì in questo modo il suo ingresso ufficiale tra le tipologie di dolci.

 

 

Le radici antiche

Si ritiene che, all’epoca dell’antica Roma,  gli “obleidos” fossero gli antenati dell’attuale crostata. Gli obleidos erano un tipico cibo da strada: delle cialde preparate con miele, farina e pezzi di frutta che a loro volta discendevano dalle “obleias” dell’antica Grecia e da certi dolcetti egizi. Tuttavia, sembra che la crostata abbia radici persino più remote nel tempo. L’Accademia Barilla ha individuato le sue origini nella pastiera napoletana, datando la sua nascita nell’epoca paleocristiana (dagli inizi del Cristianesimo al VI secolo d.C.). La pastiera, infatti, viene considerata molto simile alla crostata in quanto consta di pasta frolla farcita. Nell’alto Medioevo, la crostata era il dolce presente durante i banchetti: tra i suoi ingredienti annoverava le spezie, il miele, il formaggio e una manciata di canditi. Con il passar dei secoli, il gusto della crostata divenne sempre più dolce. Bartolomeo Scappi, un noto cuoco italiano vissuto nel XVI secolo, la inserì in molteplici ricette del suo libro “Opera dell’arte del cucinare”, pubblicato nel 1570. Non si limitò, però, a quelle che esaltano la dolcezza di questa torta, e incluse anche svariate ricette di crostate salate. Tra le crostate dolci predominano le ricette di crostate alla frutta, in particolare mele cotogne e amarene. Piuttosto sorprendenti, invece, risultano le crostate salate, che si avvalgono di ingredienti come funghi, formaggio e carne di maiale. Oggi non riusciremmo proprio a definirle “crostate”: si avvicinano più alle tipiche torte salate della cucina inglese.

 

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I dolci italiani della vendemmia: 5 tipicità regionali

 

Dopo la schiacciata con l’uva (rileggi qui l’articolo che MyVALIUM le ha dedicato), è il momento di conoscere gli altri dolci tradizionali della vendemmia italiana. Ogni regione, ogni area della nostra penisola ha il suo: si tratta di dolci “poveri” ma buoni, rigorosamente preparati con i chicchi d’uva e il mosto di Settembre. Come la schiacciata d’uva, venivano (o vengono tuttora) consumati durante le sagre autunnali, e le loro radici affondano nella cultura agreste. Passiamoli in rassegna uno per uno.

 

Il pane, le ciambelle e i biscotti di mosto

 

Sono tipici del centro Italia, in particolare delle Marche e del Lazio. L’impasto si prepara con il mosto fresco; il prodotto finale risulta soffice, voluminoso e dolcemente aromatico. Il biscotto di mosto, in realtà, del biscotto non ha nulla: è una brioche in pasta di pane dalla caratteristica forma a treccia. Ciò che rende inconfondibili questi dolci è il sapore di semi di anice con cui vengono arricchiti.

 

Il sugolo

 

Originario di regioni quali l‘Emilia Romagna e la Lombardia, il sugolo è una specie di budino che tra i suoi ingredienti, un tempo, annoverava solo mosto e farina. Oggi è molto più zuccherato, ma ugualmente delizioso. Viene servito caldo, dopo una cottura che segue alla pigiatura. Nel 2021, il sugolo ha ottenuto la certificazione De.Co. (Denominazione Comunale di Origine) dal Comune di Gonzaga.

 

La torta Bertolina

 

Proviene dal cremasco, e pare che abbia origini ottocentesche: viene guarnita infatti con l’uva fragola, che proprio in quel periodo fu importata dall’America. A Crema esiste addirittura una sagra che ha preso il suo nome, la Sagra della Bertolina, dove ogni anno, nel mese di Settembre, è possibile degustare la torta. Questo dolce della vendemmia, inoltre, è stato riconosciuto come P.A.T., Prodotto Agroalimentare Tradizionale Italiano.

 

La sapa

 

E’ uno sciroppo d’uva caratteristico dell’area che comprende l’Emilia Romagna, le Marche, l’Umbria, l’Abruzzo, la Sicilia, la Calabria e la Sardegna. Il mosto viene cotto a fuoco lento affinchè consegua una consistenza estremamente densa, dopodichè, dato il suo sapore zuccherino, è comune utilizzarlo come dolcificante. La sapa, dal colore molto scuro, si versa sulle torte e sui biscotti, ma accompagna anche piatti quali la polenta o lo gnocco fritto, oppure si spalma sui formaggi.

 

La mostarda d’uva

 

In Piemonte, sua terra d’origine, viene chiamata comunemente Cugnà, ed ha radici antichissime. Si preparava nei giorni della vendemmia perchè il mosto non andasse sprecato. Al mosto d’uva, rigorosamente cotto, veniva aggiunto un tripudio di spezie e di frutta fresca: noci, nocciole, fichi secchi, mele cotogne, mele, pere, arance, zucche, scorza d’arancia…Ne risultava una sorta di marmellata dalla consistenza densa e dall’aroma a metà tra il dolce e lo speziato. Oggi, la mostarda d’uva è considerata uno storico prodotto del Monferrato. Può essere spalmata sia sul pane o sui biscotti che sulla carne o sui formaggi stagionati: manterrà intatta la sua delizia.

Foto

Torta Bertolina di Cremasco, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0>, via Wikimedia Commons

Sapa di Saba san giacomo.JPG, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0>, via Wikimedia Commons