La frutta essiccata: delizia d’Inverno e must della tavola natalizia

 

La frutta essiccata, ovvero disidratata, è onnipresente sulla tavola natalizia: una tradizione antica, nata dall’atavica necessità di conservare la frutta durante i mesi freddi. La frutta sottoposta a disidratazione può essere consumata a fine pasto, abbinata a piatti ben precisi oppure gustata in dolci tipici delle feste quali il panpepato del Centro Italia, il panforte di Siena, il pandolce genovese, il buccellato siciliano e lo zelten del Trentino-Alto Adige. Ma non solo; la frutta essiccata, soprattutto le arance, viene spesso usata anche per decorare la casa o l’albero di Natale. Vediamo allora come si ottiene e quale frutta è possibile essiccare. Essiccare la frutta significa, innanzitutto, privarla di una buona parte dell’acqua che contiene; ciò viene effettuato tramite un processo di disidratazione che può essere naturale, lasciando cioè essiccare la frutta sotto il sole estivo, o meccanico, attraverso l’utilizzo di uno speciale essiccatore.

 

 

Che tipo di frutta viene disidratata, generalmente? Oltre alle arance, già menzionate, troviamo i datteri, l’uvetta, i fichi, le albicocche, le pere, le mele, le prugne, i kiwi e i cachi.

Le sue proprietà 

Ovviamente, le virtù della frutta essiccata non sono le stesse della frutta fresca. Le differenze derivano proprio dal processo di essiccazione, che determina grandi mutazioni rispetto alla distribuzione dei nutrienti. A subire le conseguenze di questo iter sono più che altro le vitamine, che ad alte temperature si deteriorano. Diversamente, i minerali, gli antiossidanti e le fibre beneficiano della disidratazione, raggiungendo una maggior concentrazione. Un’altra caratteristica della frutta essiccata è che contiene un elevato livello di zuccheri: fornisce dunque una notevole quantità di energia, ma anche un apporto calorico non indifferente. Tuttavia, è stato rilevato che nutrienti inorganici come i minerali risultano di gran lunga più numerosi nella frutta disidratata.

 

 

Prepararla o acquistarla già pronta?

Se scegliete il “fai da te”, sappiate che avete a disposizione due metodi: utilizzare l’essiccatore o essiccare la frutta al sole durante i mesi estivi. Naturalmente, anche la verdura può essere sottoposta a questo tipo di  procedimento. L’essiccatore migliore, in primis, non dovrebbe oltrepassare i 40 gradi per salvaguardare le proprietà della frutta o verdura in oggetto. Ma attenzione: il processo potrebbe durare, in media, fino a 15 o 20 ore.  Chi opta per l’essiccazione naturale, invece, dovrà effettuarla in piena estate: la frutta o la verdura, in fette sottilissime, verranno esposte su un tavolo sufficientemente ampio da interporre una certa distanza tra gli alimenti. Il tavolo, posizionato all’aperto, dovrà essere lambito dai raggi del sole e sfiorato dal vento. Un panno con cui coprire la frutta (o verdura che dir si voglia) sarà d’obbligo per proteggerla dall’umidità della notte. Questo procedimento ha una durata che potrebbe includere poche ore o una manciata di giorni. Va da sè che temperature elevate e accompagnate da un basso tasso di umidità si rivelano la condizione ideale per realizzare l’essiccatura perfetta. Il processo potrà dirsi concluso solo quando gli alimenti saranno totalmente disidratati; a quel punto, se si vuol conservare la frutta per le feste natalizie, basterà riporla in dei capienti barattoli di vetro.

 

 

Se non avete tempo o voglia di eseguire l’essiccazione “fai da te”, potete comodamente acquistare la frutta disidratata al supermercato, nei negozi bio o in determinati siti web. Puntate sulle confezioni prive di zucchero – la frutta essiccata ne è già ricca abbastanza – per porre un limite all’apporto di calorie.

 

Foto via Pexels e Unsplash

 

La frutta secca a guscio: proprietà e benefici di un alimento tipicamente autunnale

 

L’Autunno è la stagione della frutta secca, ed è una buona notizia. Oltre ad essere squisita, infatti, la frutta secca è ricca di proprietà: contiene vitamine, minerali, fibre, grassi insaturi (i cosiddetti “grassi buoni”), e consumarla apporta dei grandi vantaggi per la nostra salute. Cominciamo innanzitutto con il conoscerla meglio. La frutta secca può essere “a guscio” o “polposa”. La prima abbonda di grassi (sempre quelli buoni) e scarseggia di zuccheri, la seconda contiene zuccheri in quantità e un numero esiguo di grassi; a differenza della frutta secca a guscio, inoltre, passa attraverso un processo di disidratazione o essiccazione. Oggi ci concentreremo sulla frutta secca a guscio, rimandando ai prossimi giorni un approfondimento sulla frutta polposa.

Caratteristiche e proprietà della frutta secca a guscio

A questo genere appartengono le noci, le mandorle, le nocciole, i pinoli, le castagne, le arachidi e i pistacchi. Noi ci soffermeremo, però, solo sulla frutta secca tipicamente autunnale. La frutta secca a guscio viene anche detta “frutta oleosa”, perchè contiene il 90% dei grassi; trattandosi tuttavia di grassi insaturi e polinsaturi, apportano esclusivamente benefici. Per esempio riducono la colesterolemia, contrastando l’insorgere di svariate patologie cardiovascolari. A tal proposito, si consiglia di non tostare mai la frutta secca a guscio per non rischiare che i grassi svaniscano con il calore. Questo tipo di frutta secca contiene una quantità minima di acqua e di zuccheri. In compenso è ricca di proteine, vitamine e sali minerali. Nello specifico abbonda di vitamina B e E, dalle note virtù antiossidanti, e di minerali quali il calcio, il potassio, il magnesio, il ferro e il fosforo. Le fibre, molto efficaci per regolarizzare l’intestino e rallentare l’assorbimento degli zuccheri, rappresentano un altro punto di forza della frutta secca a guscio. Un lato apparentemente no, invece? L’elevato apporto calorico (a 100 grammi di frutto corrispondono 600 calorie), che non è però stato valutato negativamente dai nutrizionisti. Anzi, le calorie renderebbero ancora più completi questi alimenti e non scalfirebbero in alcun modo le loro preziose proprietà.

Le noci

Super eclettiche in cucina, le noci (oltre ai benefici già descritti in questo articolo) rafforzano il sistema immunitario, tengono sotto controllo la glicemia e potenziano le abilità cognitive. Contengono, inoltre, potassio, ferro, magnesio, calcio, zinco e fosforo in quantità e molte vitamine del gruppo B.

Le nocciole

Sono degli efficaci antiossidanti e un toccasana per la salute del cuore, ma hanno anche la capacità di abbassare il colesterolo LDL. Contengono vitamina E, flavonoidi e polifenoli che contrastano l’azione dannosa dei radicali liberi. Abbondano di vitamine del gruppo B e di minerali come il potassio, il ferro, il fosforo, il magnesio, il calcio e il rame.

Le castagne

Data la massiccia presenza di amido, possono essere considerate una miniera di energia. Le fibre regolarizzano il transito intestinale e tengono sotto controllo il colesterolo; la vitamina C e le vitamine del gruppo B potenziano le difese immunitarie e favoriscono il metabolismo. I minerali contenuti nelle castagne sono il potassio, il manganese, il fosforo, il magnesio e il rame.

Le arachidi

Abbondano di proprietà nutritive. Contengono proteine, vitamine come la vitamina E e quelle del gruppo B, sali minerali quali il magnesio, il potassio, lo zinco, il ferro, il fosforo e il selenio. Sono un’ottima fonte di fibre e dei potenti antiossidanti, la cui azione è supportata dai composti fenolici e dalla vitamina E.

I pistacchi

Grazie al potassio sono un toccasana per l’apparato cardiovascolare e la pressione sanguigna. La vitamina E e i carotenoidi possiedono notevoli virtù antiossidanti, mentre le fibre mantengono in salute l’intestino e favoriscono la digestione. I lipidi, le proteine e i carboidrati fanno sì che i pistacchi siano un alimento potentemente energetico. Altri minerali contenuti in questo frutto sono il magnesio, il calcio, il ferro, il fosforo, lo zinco e il rame; le vitamine includono quelle del gruppo B affiancate dalla vitamina A, C e E (già menzionata).

 

Foto via Unsplash

 

Dolcetto o scherzetto?

 

Una pausa giocosa e golosa prima di tornare ad affrontare argomenti più “gotici”: Halloween è anche la festa dei dolci, leccornie che ruotano attorno al tema del macabro con profonda ironia. Torte, biscotti e dolcetti prendono la forma degli scheletri, dei fantasmi e dei mostri che emergono dalle tenebre del 31 Ottobre per renderli più appetibili (è il caso di dirlo) e convertire la paura in un ghiotto connubio di brio e spensieratezza. E’ così che i teschi, gli spettri, i vampiri e le dita mozzate perdono l’aura orrorifica tramutandosi in irresistibili delizie per il palato.

 

Foto via Pexels e Unsplash

 

La vellutata di zucca, il piatto tipico più gustoso di Ottobre

 

Con i primi freddi, è un piacere ritrovarsi a cena davanti al focolare. E i piatti tipici di stagione rendono quei momenti ancora più preziosi, oltre che gustosi. Pensate, ad esempio, alla vellutata di zucca: è cremosa, calda, saporita, una delizia per il palato. E ha lo stesso colore dell’ortaggio più osannato del mese di Ottobre, la zucca appunto, protagonista assoluta dei festeggiamenti halloweeniani. Va detto subito che questo piatto apporta anche molti benefici per la salute: la zucca, ricca di vitamina C, betacarotene e svariati antiossidanti, rafforza il sistema immunitario e contrasta il colesterolo poichè contiene una discreta quantità di fibre, che garantiscono – tra l’altro – un buon funzionamento intestinale. In più, scongiura la ritenzione dei liquidi e mantiene la pelle in salute.

 

 

Veniamo ora alla vellutata in quanto pietanza. Secondo alcuni, la zucca su cui puntare per la preparazione di zuppe e minestroni è la varietà butternut. Una volta scelta la vostra zucca, eliminate accuratamente la buccia esterna e suddividete la polpa in tanti piccoli cubetti. Poi, versate i cubetti in un tegame dove avrete messo a soffriggere una cipolla tritata; potete aggiungere anche delle patate, circa 200 gr, sempre tagliate a cubetti. Il tegame dovrebbe avere bordi abbastanza alti da contenere 1 litro di brodo vegetale, che va lasciato cuocere a fuoco lento per 15-20 minuti insieme a tutti gli ingredienti. Mescolate di tanto in tanto, e per insaporire il tutto aggiungete un pizzico di sale, pepe e noce moscata; accompagnateli a due o tre cucchiai di panna fresca per donare una consistenza cremosa alla vellutata. Dopo la cottura, frullate il contenuto del tegame. Se preferite una vellutata liquida, versate dell’altro brodo vegetale. Il piatto può essere servito con pezzi di pane integrale abbrustolito, un filo d’olio d’oliva e un po’ di rosmarino. Questa è la ricetta della vellutata classica, ma nulla ci vieta di realizzare varianti persino più golose.

 

 

Potremmo, per esempio, sostituire i crostini di pane con delle spezie dall’intenso aroma: peperoncino, zenzero, paprika, cannella. Oppure, aggiungere una manciata di cipollotti e pomodori secchi; oppure ancora, arricchirla con le castagne arrosto, i funghi,  le mandorle. Molti optano per i semi di zucca tostati, croccanti al punto giusto, che donano un tocco di squisitezza extra alla vellutata. Se poi amate i crostacei, non esitate a insaporire la vellutata con dei gamberi.

 

Foto via Unsplash

 

La crostata: storia e segni particolari di un dolce tipicamente italiano

 

Il mattino ha una fetta di crostata alle more in bocca.
(Fabrizio Caramagna)

 

E’ uno dei dolci autunnali per eccellenza: la crostata, un’antichissima torta italiana, potrebbe essere descritta come un delizioso connubio di pasta frolla e confettura (sostituita talvolta dalla crema, la cioccolata o la frutta fresca). La sua particolarità sono le strisce di pasta frolla che la guarniscono, rigorosamente intrecciate. A queste si aggiunge un bordo che circonda, o meglio “incornicia”, il dolce, dalla forma tonda anche se non mancano varianti rettangolari. In Italia, infatti, la tradizione vuole che esistano crostate diverse a seconda della regione di appartenenza. Nelle Marche, come pure nel Lazio, è molto diffusa la crostata di visciole. A Sermoneta, in prossimità di Latina, la crostata contiene cannella, ricotta e un liquore aromatico per dolci. In Veneto, tra Treviso e Belluno, la crostata si farcisce con la confettura di marroni, mentre una versione lombarda del dolce lo insaporisce con una manciata di tortelli cremaschi. Nel centro Italia e nell’Italia del Sud esiste una crostata, detta “alla romana”, con ricotta e uvetta. Tornando in  Veneto, è divenuta celebre una variante a base di amaretti, zucca e canditi. In Calabria, infine, la crostata è un tripudio di inebrianti sapori: combina la confettura di peperoncini con la marmellata di arance e le mandorle tritate. Il suo nome? Crostata del diavolo, e non poteva essere altrimenti.

 

 

Il nome e le origini

Ma come nasce il nome “crostata”? In latino, crustāta indicava sia la crosta, detta crusta, che il participio passato del verbo crustāre, letteralmente “incrostare”. Al termine “crostata” vero e proprio si arriva nel 1600, precisamente nel 1612: è questo l’anno in cui venne riportato nel Vocabolario degli Accademici della Crusca. Cinque anni dopo, nel 1617, Giacomo Pergamino lo incluse ne “Il memoriale della lingua italiana”. La crostata sancì in questo modo il suo ingresso ufficiale tra le tipologie di dolci.

 

 

Le radici antiche

Si ritiene che, all’epoca dell’antica Roma,  gli “obleidos” fossero gli antenati dell’attuale crostata. Gli obleidos erano un tipico cibo da strada: delle cialde preparate con miele, farina e pezzi di frutta che a loro volta discendevano dalle “obleias” dell’antica Grecia e da certi dolcetti egizi. Tuttavia, sembra che la crostata abbia radici persino più remote nel tempo. L’Accademia Barilla ha individuato le sue origini nella pastiera napoletana, datando la sua nascita nell’epoca paleocristiana (dagli inizi del Cristianesimo al VI secolo d.C.). La pastiera, infatti, viene considerata molto simile alla crostata in quanto consta di pasta frolla farcita. Nell’alto Medioevo, la crostata era il dolce presente durante i banchetti: tra i suoi ingredienti annoverava le spezie, il miele, il formaggio e una manciata di canditi. Con il passar dei secoli, il gusto della crostata divenne sempre più dolce. Bartolomeo Scappi, un noto cuoco italiano vissuto nel XVI secolo, la inserì in molteplici ricette del suo libro “Opera dell’arte del cucinare”, pubblicato nel 1570. Non si limitò, però, a quelle che esaltano la dolcezza di questa torta, e incluse anche svariate ricette di crostate salate. Tra le crostate dolci predominano le ricette di crostate alla frutta, in particolare mele cotogne e amarene. Piuttosto sorprendenti, invece, risultano le crostate salate, che si avvalgono di ingredienti come funghi, formaggio e carne di maiale. Oggi non riusciremmo proprio a definirle “crostate”: si avvicinano più alle tipiche torte salate della cucina inglese.

 

Foto via Pexels e Unsplash

 

I dolci italiani della vendemmia: 5 tipicità regionali

 

Dopo la schiacciata con l’uva (rileggi qui l’articolo che MyVALIUM le ha dedicato), è il momento di conoscere gli altri dolci tradizionali della vendemmia italiana. Ogni regione, ogni area della nostra penisola ha il suo: si tratta di dolci “poveri” ma buoni, rigorosamente preparati con i chicchi d’uva e il mosto di Settembre. Come la schiacciata d’uva, venivano (o vengono tuttora) consumati durante le sagre autunnali, e le loro radici affondano nella cultura agreste. Passiamoli in rassegna uno per uno.

 

Il pane, le ciambelle e i biscotti di mosto

 

Sono tipici del centro Italia, in particolare delle Marche e del Lazio. L’impasto si prepara con il mosto fresco; il prodotto finale risulta soffice, voluminoso e dolcemente aromatico. Il biscotto di mosto, in realtà, del biscotto non ha nulla: è una brioche in pasta di pane dalla caratteristica forma a treccia. Ciò che rende inconfondibili questi dolci è il sapore di semi di anice con cui vengono arricchiti.

 

Il sugolo

 

Originario di regioni quali l‘Emilia Romagna e la Lombardia, il sugolo è una specie di budino che tra i suoi ingredienti, un tempo, annoverava solo mosto e farina. Oggi è molto più zuccherato, ma ugualmente delizioso. Viene servito caldo, dopo una cottura che segue alla pigiatura. Nel 2021, il sugolo ha ottenuto la certificazione De.Co. (Denominazione Comunale di Origine) dal Comune di Gonzaga.

 

La torta Bertolina

 

Proviene dal cremasco, e pare che abbia origini ottocentesche: viene guarnita infatti con l’uva fragola, che proprio in quel periodo fu importata dall’America. A Crema esiste addirittura una sagra che ha preso il suo nome, la Sagra della Bertolina, dove ogni anno, nel mese di Settembre, è possibile degustare la torta. Questo dolce della vendemmia, inoltre, è stato riconosciuto come P.A.T., Prodotto Agroalimentare Tradizionale Italiano.

 

La sapa

 

E’ uno sciroppo d’uva caratteristico dell’area che comprende l’Emilia Romagna, le Marche, l’Umbria, l’Abruzzo, la Sicilia, la Calabria e la Sardegna. Il mosto viene cotto a fuoco lento affinchè consegua una consistenza estremamente densa, dopodichè, dato il suo sapore zuccherino, è comune utilizzarlo come dolcificante. La sapa, dal colore molto scuro, si versa sulle torte e sui biscotti, ma accompagna anche piatti quali la polenta o lo gnocco fritto, oppure si spalma sui formaggi.

 

La mostarda d’uva

 

In Piemonte, sua terra d’origine, viene chiamata comunemente Cugnà, ed ha radici antichissime. Si preparava nei giorni della vendemmia perchè il mosto non andasse sprecato. Al mosto d’uva, rigorosamente cotto, veniva aggiunto un tripudio di spezie e di frutta fresca: noci, nocciole, fichi secchi, mele cotogne, mele, pere, arance, zucche, scorza d’arancia…Ne risultava una sorta di marmellata dalla consistenza densa e dall’aroma a metà tra il dolce e lo speziato. Oggi, la mostarda d’uva è considerata uno storico prodotto del Monferrato. Può essere spalmata sia sul pane o sui biscotti che sulla carne o sui formaggi stagionati: manterrà intatta la sua delizia.

Foto

Torta Bertolina di Cremasco, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0>, via Wikimedia Commons

Sapa di Saba san giacomo.JPG, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0>, via Wikimedia Commons

 

I dolci italiani della vendemmia: la schiacciata con l’uva della tradizione toscana

 

Di nuovo un post dedicato all’uva? Certo, è tempo di vendemmia (rileggi qui il post che ho dedicato a questo antichissimo rituale) ed è un argomento che non va trascurato. Stavolta, però, lo approfondiremo dal punto di vista della gola: sapevate che la tradizione agreste pullula di dolci tipici della raccolta dell’uva? Sono dolci a base di mosto o di acini succosi, molto semplici ma a dir poco irresistibili. Era comune prepararli in occasione delle sagre e per allietare le serate autunnali, talvolta persino natalizie: basti pensare, ad esempio, alla mostarda d’uva abruzzese, abitualmente consumata durante le feste di fine anno. Oggi scopriremo il dolce più famoso, la schiacciata con l’uva, e nei prossimi giorni esploreremo tutti i restanti manicaretti della vendemmia.

 

 

La schiacciata con l’uva nasce in Toscana, nei vigneti che circondano Firenze e Prato. Questo dolce è diffuso anche nel grossetano, dove però prende il nome di “schiaccia con l’uva”. La schiacciata è in realtà una focaccia, ma una focaccia dolce; alcuni la definiscono “pane dolce” senza tanti giri di parole. Prepararla è semplicissimo: basta munirsi di pasta da pane, zucchero, olio extravergine e uva canaiola, una varietà contraddistinta da acini di piccole dimensioni che abbondano di semi. L’uva canaiola, scarsamente idonea per essere degustata sotto forma di vino, si rivela ottimale per dare alla schiacciata sapore e gusto. La focaccia toscana veniva consumata in periodo di vendemmia, durante le sagre; tra Settembre e Ottobre era presente in tutte le case, e offrirla agli ospiti era considerato un gesto estremamente conviviale.

 

 

L’esiguo numero degli ingredienti che la compongono è sempre valso alla schiacciata la definizione di “piatto povero”. Povero, ma certamente non privo di dolcezza: l’uva canaiola, d’altronde, è celebre per il sapore zuccherino dei suoi chicchi. La tradizione toscana prevede che i molteplici semi contenuti in questa varietà d’uva rimangano rigorosamente intatti. Secondo alcune testimonianze, la ricetta della schiacciata con l’uva risalirebbe nientemeno che ai tempi degli Etruschi. La famosa focaccia si prepara con la pasta del pane già lievitata: quando il primo impasto viene steso sulla spianatoia, si aggiungono quattro cucchiai d’olio extravergine e 50 grammi di zucchero prima di lavorarlo una seconda volta. Dall’impasto vengono ricavate due sfoglie; dopo averne inserita una in una teglia oliata, sullo strato di pasta si versano un tripudio di acini d’uva, due cucchiai d’olio d’oliva e un cucchiaio di zucchero. La seconda sfoglia servirà per ricoprire il tutto, e sarà sormontata da numerosi chicchi di canaiola. Due ulteriori cucchiai d’olio e un’abbondante spolverata di zucchero completano l’opera; poi, la focaccia viene lasciata cuocere per circa un’ora in un forno che ha già raggiunto la temperatura di 180 gradi.

Foto della schiacciata via Flickr, dall’alto verso il basso:

Sara Gambarelli, CC BY-NC-SA 2.0

Mei Man Ren Sheng, CC BY-NC-ND 2.0

 

Still life d’autunno a tavola

 

 

Uva, mele, pere, zucche, castagne, melagrane, patate, cavoli, funghi, carote, fichi…l’Autunno, a tavola, è un tripudio di sapori. A Settembre, in particolare, il periodo di transizione fa sì che i prodotti tipicamente autunnali si “incrocino” con la frutta e gli ortaggi di fine Estate. Ciò che contraddistingue i cibi d’Autunno è la versatilità estrema. Basti pensare alle mele, ottime da consumare fresche ma anche cotte al forno o sotto forma di torte deliziose. Mi fermo qui, le parole non servono a molto: quando si tratta di food, è sempre la vista a solleticare l’ispirazione.

 

Foto via Unsplash

 

5 creme spalmabili e benefiche tutte da provare

 

Si avvicina il cambio di stagione e torna la voglia dello spuntino di metà pomeriggio. Per saziare quel languorino, niente di meglio che una crema da spalmare sul pane: ne esiste un assortimento tale da soddisfare qualsiasi gusto. Ma c’è di più. Oltre che deliziose, le creme spalmabili sono anche benefiche: abbondano di vitamine e di acidi grassi sani, che combattono il colesterolo LDL (il cosiddetto colesterolo “cattivo”) e svolgono un’azione protettiva nei confronti dell’apparato cardiocircolatorio. La maggior parte di esse è a base di frutta secca o di semi oleosi. Due aggettivi per definirle? Energetiche e gustose. Andiamo a scoprirne cinque insieme.

 

La crema di nocciole

 

 

E’ forse la più conosciuta. Molto simile a una crema al cacao, vanta però un gusto più intenso e quasi “boschivo” (non è un caso che il nocciolo sia ampiamente diffuso nei boschi e nelle macchie). Ha una consistenza cremosissima e corposa, ma oltre ad essere squisita è anche un toccasana per l’organismo: le nocciole contengono acidi grassi monoinsaturi come l’acido oleico, in grado di ridurre il colesterolo LDL, e acidi grassi polinsaturi come gli Omega-3 e gli Omega-6, che contribuiscono a preservare le membrane cellulari, svolgono un’azione benefica per la pressione sanguigna e il metabolismo e contrastano gli effetti nocivi dei radicali liberi. Sono inoltre ricche di vitamine (in particolare di vitamina E, C, A e del gruppo B) e di sali minerali (tra cui il potassio, il fosforo e il magnesio). Le sue molteplici proprietà conferiscono alla crema di nocciole un alto valore energetico.

 

La crema di arachidi

 

 

Nasce dai semi di arachidi macinati e tostati, ma con il burro di arachidi (ricco di zuccheri e grassi saturi) non ha niente in comune. Abbonda di grassi monoinsaturi e polinsaturi, proteine vegetali, fibre e vitamine, in particolare la vitamina E e quelle del gruppo B, ma contiene anche un discreto numero di sali minerali: tra questi spiccano il potassio, il magnesio, l’acido folico, il fosforo e lo zinco. Le arachidi, inoltre, hanno delle potenti proprietà antiossidanti, tengono sotto controllo il colesterolo “cattivo” e mantengono in salute il sistema nervoso e cardiovascolare. Estremamente energetica, la crema di arachidi viene consumata soprattutto dagli sportivi.

 

La crema di sesamo

 

 

Si ricava dai semi di sesamo e viene anche detta “tahina”. Il suo punto di forza è la versatilità: può essere gustata sia in versione dolce che salata e si presta a svariati abbinamenti culinari. Ha un alto valore nutrizionale ed è quindi un alimento, al pari delle creme che già abbiamo esaminato, molto energetico. Oltre ad essere ricca di vitamina E e B, proteine, acidi grassi benefici come gli Omega-3 e gli Omega-6 e svariati minerali, contiene fibre benefiche antiossidanti chiamate sesamina e sesamolina, altamente salutari per il fegato ed efficaci contro il colesterolo LDL.

 

La crema di mandorle

 

 

E’ una crema ricca di sostanze benefiche e principi nutritivi. Contiene vitamina E, dalle spiccate proprietà antiossidanti, e grassi buoni che contribuiscono a salvaguardare la pelle dai deleteri effetti dei radicali liberi. Minerali quali il fosforo, il calcio e il magnesio, di cui le mandorle abbondano, mantengono in salute le ossa, mentre le fibre garantiscono un buon funzionamento dell’intestino. Le mandorle sono inoltre ottime per il sistema cardiovascolare e contrastano il colesterolo LDL. Un altro punto di forza di questo tipo di frutta secca è l’alto effetto saziante, che gioca un ruolo fondamentale nella perdita di peso.

 

La crema di semi di zucca

 

 

E’ ricca di aminoacidi e acidi grassi essenziali; in più, contiene dosi massicce di vitamina K, E e C oltre a quelle del gruppo B. Tra i minerali presenti nei semi di zucca troviamo il selenio, il magnesio, il fosforo e lo zinco, che contribuiscono ad accrescere il loro valore nutrizionale. Le proprietà alcalinizzanti di questi semi facilitano il processo digestivo ed eliminano l’acidità gastrica, mentre il triptofano contenuto nella zucca garantisce un buon sonno. L’acido linoleico presente nel frutto (perchè la zucca è propriamente un frutto, anche se viene utilizzata come una verdura) svolge un’efficace azione antinfiammatoria, mentre gli steroli vegetali costituiscono un valido aiuto per ridurre il colesterolo LDL. La zucca, inoltre, è notoriamente benefica per il sistema cardiovascolare (grazie agli acidi grassi Omega-3 di cui abbonda) e per l’apparato urinario.

Foto via Unsplash

 

Estate 2025: è caramello salato mania

 

Il gusto dell’estate 2025? Senza dubbio, il caramello salato. Ed eccoci arrivati a un altro tormentone estivo: ma che cos’è, esattamente, il caramello salato? Diciamo subito che, a differenza del caramello che tutti conosciamo, il caramello salato ha una consistenza cremosissima e fonde i due sapori, il dolce e il salato, in un autentico tripudio di golosità. Il caramello salato non solidifica, ha un sapore inconfondibile e può arricchire i dolci e i cibi più disparati. La sua cremosità è dovuta alle dosi massicce di burro e panna che, insieme allo zucchero e al sale, sono necessarie per prepararlo. L’eclettismo che lo contraddistingue non ha eguali, in pasticceria: con il caramello salato possiamo realizzare la cheesecake, la panna cotta, il semifreddo, i macaron, i cupcake, decorare torte (ad esempio quella alle pere e al cioccolato), biscotti, persino i popcorn. Un po’ di caramello salato nella cioccolata calda la rende una leccornia, e c’è chi lo usa anche per donare un gusto irresistibile al caffè. Ma la vera ossessione dell’estate 2025 è il gelato al caramello salato; che si tratti di gelato artigianale o confezionato, l’ingrediente must dei mesi caldi è sempre lui.

 

 

Tutti lo vogliono, tutti lo cercano, E noi proviamo a capire perchè piace così tanto. In primis, a vincere è l’invitante connubio tra dolce e salato: due sapori contrastanti, ma che potremmo definire complementari. La dolcezza estrema del caramello viene mitigata dalla nota salata, che ne bilancia il gusto evitando che risulti troppo stucchevole. Un altro punto di forza del caramello salato è la consistenza cremosa, che ingolosisce soltanto a guardarla. Il gusto che si ottiene da questo mix di caratteristiche è appagante, irresistibile al palato per la sua unicità. Senza dimenticare, poi, che il caramello salato può essere aggiunto ad alimenti a non finire: dal gelato alla frutta, dalle torte ai biscotti, dal cioccolato alla frutta secca.

 

 

Attualmente, il caramello salato è un alimento al top sia in pasticceria che in gelateria, e sta spopolando sui social media. Quindi, ricapitolando: conquista per il modo totalmente armonico con cui combina il dolce e il salato, per la sua versatilità e per l’occasione che ci offre di creare, di volta in volta, manicaretti dolciari sempre nuovi e originali. In sostanza, il caramello salato delizia il palato con la sua unicità, ma è in grado di arricchire un numero illimitato di ingredienti.

 

Foto via Unsplash