I proverbi sulla mamma in occasione della sua Festa (che cadrà domenica prossima)

 

Proverbi sulla mamma in occasione della Festa della Mamma. La saggezza popolare ha sempre celebrato la donna che ci dà la vita, un pilastro dell’esistenza. La mamma è un perno emotivo e sociale, il suo amore è incondizionato. Ci porta nella pancia per nove mesi, ci nutre, ci accudisce. E’ il primo contatto che abbiamo con il mondo esterno, quando siamo piccoli garantisce la  nostra sopravvivenza. Esiste un proverbio, forse il più noto, che spicca su tutti: di mamma ce n’è una sola. E non si può che essere d’accordo.

 

 

Chi dice mamma, non s’inganna

 

 

Casa mia, mamma mia

 

 

Chi ha la mamma non pianga

 

 

Mamma, mamma: chi l’ha la chiama, chi non l’ha la brama

 

 

Qual la madre, tal la figlia

 

 

La mamma dei cretini è sempre incinta

 

 

Aver cura dei putti, non è da tutti

 

 

A tutte le madri paion belli i loro figli

 

 

Chi fa più di mamma, certo m’inganna

 

 

Dove sono i pulcini, è l’occhio della chioccia

 

 

Vede più una buona madre con un occhio, che il padre con dieci

 

 

Tre cose poco valgono: un mulino che non va, un forno che non scalda, e una madre che non sta in casa

 

 

Sempre, sempre, mamma mia, ricca o povera che sia

 

 

Ognun dà pane, ma non come mamma

 

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Buon 1 Maggio, Festa del Lavoro

 

È sempre stato uno dei miei mantra: concentrazione e semplicità. La semplicità può essere più difficile della complessità: devi lavorare sodo per pensare in maniera pulita e creare qualcosa di semplice. Ma ne vale la pena, perché quando ci riesci puoi spostare le montagne.

(Steve Jobs)

 

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Giornata Internazionale della Danza 2026

 

“Cos’è la danza? Se riesci a dare una risposta, non sei attendibile. Ma fammi provare, in ogni caso: la danza è pensare con il corpo. E’ necessario pensare con il tuo corpo? Non per la sopravvivenza, ma per vivere. Ci sono così tanti pensieri che solo il corpo è in grado di pensare. Altre cose, come la pace, potrebbero essere più importanti della danza. Ma allora noi avremo bisogno di danzare per celebrare la pace. E per esorcizzare i demoni della guerra, come fece Nijinsky. L’anarchica Emma Goldman è stata probabilmente colei che l’ha espresso meglio di qualsiasi altra persona: una rivoluzione che non mi consente di danzare, è una rivoluzione per la quale non vale la pena di lottare. Il dio Shiva creò l’universo con la sua danza. Ma la danza è l’opposto di tutte le pretese divine. La danza è un tentativo eterno, come scrivere sull’acqua. La danza non è vita, ma mantiene in vita tutte le piccole cose di cui la grande cosa è composta.”

(Mats Ek, danzatore e coreografo svedese)

 

“25 Aprile”, una poesia di Giuseppe “Pino” Bartoli

 

L’importante è non rompere lo stelo 
della ginestra che protende 
oltre la siepe dei giorni il suo fiore. 
C’é un fremito antico in noi 
che credemmo nella voce del cuore 
piantando alberi della libertà 
sulle pietre arse e sulle croci. 
Oggi non osiamo alzare bandiere 
alziamo solo stinti medaglieri 
ricamati di timide stelle dorate 
come il pudore delle primule: 
noi che viviamo ancora di leggende 
incise sulla pelle umiliata 
dalla vigliaccheria degli immemori 
Quando fummo nel sole 
e la giovinezza fioriva 
come il seme nella zolla 
sfidammo cantando l’infinito 
con un senso dell’Eterno 
e con mani colme di storia 
consapevoli del prezzo pagato 
Sentivamo il domani sulle ferite 
e un sogno impalpabile di pace 
immenso come il profumo del pane 
E sui monti che videro il nostro passo 
colmo di lacrime e fatica 
non resti dissecato 
quel fiore che si nutrì di sangue 
e di rugiada in un aprile stupendo 
quando il mondo trattenne il respiro 
davanti al vento della libertà 
portato dai figli della Resistenza.

(dalla raccolta “Il fiore della libertà. Poesia e Resistenza”)

 

20 Marzo, Equinozio di Primavera

 

Primavera dintorno
brilla nell’aria, e per li campi esulta,
sì ch’a mirarla intenerisce il core.
(Giacomo Leopardi, da “Il passero solitario”)

Sta arrivando la Primavera, la gioia è nell’aria. La bella stagione entrerà ufficialmente alle 15.46. Oggi, come succede ad ogni Equinozio, le ore di luce e quelle di buio avranno pari durata. Ma a poco a poco la luce avrà la meglio e le giornate saranno sempre più lunghe. Nell’armonia odierna, in questo equilibrio perfetto di chiarore e oscurità, c’è una nuova promessa: la natura si risveglia, il clima si fa mite, gli animali escono dal letargo. E anche noi cominciamo a trascorrere più tempo all’aria aperta, complice il ritorno del sole. La Primavera è una stagione di apertura, porta con sè l’ebbrezza e il senso di libertà dopo i rigori invernali. I fiori sbocciano, la campagna si riempie di colori e di profumi. L’intimità e l’introspezione tipiche della stagione fredda lasciano spazio all’allegria, alla voglia di rinascita. C’è il desiderio di aprirsi al mondo, di rinnovare la propria vita, di innamorarsi…La Primavera si lega all’alba, quando il sorgere del sole e il cielo luminoso sconfiggono le tenebre e sanciscono il preludio di un nuovo inizio. Buon Equinozio di Primavera a tutt* voi.

 

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Donna è bello. Giornata Internazionale della Donna 2026

 

“Essere dalla parte delle donne non significa sognare un mondo in cui i rapporti di dominio possano finalmente capovolgersi per far subire all’uomo ciò che la donna ha subito per secoli. Essere dalla parte delle donne vuol dire lottare per costruire una società egualitaria, in cui essere uomo o donna sia «indifferente», non abbia alcuna rilevanza. Non perché essere uomo o donna sia la stessa cosa, ma perché sia gli uomini sia le donne sono esseri umani che condividono il meglio e il peggio della condizione umana. L’obiettivo della donna non è quello di dominare l’uomo, dopo essere stata dominata per secoli, ma di lottare perché si esca progressivamente da questa logica di dominio, senza dimenticare che, nonostante tutto, l’essere umano è (e resterà sempre) profondamente ambivalente.”

(Michela Marzano)

 

Chi ha vissuto il femminismo degli anni ’70, quello della cosiddetta “seconda ondata”, ricorda bene il suo approccio impetuoso e radicale. Chi ha lottato in prima persona, o ha semplicemente assistito al suo evolversi, magari perchè, come nel mio caso, era ancora una bambina, ha impressi nella mente la sua forza, il suo impatto travolgente. Il focus era incentrato sulla liberazione della donna, sulle battaglie per un’autonoma gestione del proprio corpo e della propria vita, su un privato che diventava politico e puntava a un concreto coinvolgimento di tutta la società. In quest’ondata femminista, gli slogan hanno rivestito un’enorme importanza: erano provocatori, incisivi, potenti. “Tremate, tremate, le streghe son tornate” rimane indelebilmente scolpito nell’immaginario collettivo e riassume un po’ lo spirito della protesta. Ma ce n’erano molti altri ancora. Ne riporto alcuni insieme a questa gallery, alternandoli a diverse citazioni sul femminismo: perchè nessuno dimentichi le sfide e le rivendicazioni delle donne che ci hanno precedute.

 

 

Io sono mia.

 

 

“Il femminismo non ha bisogno di essere giustificato. Riguarda la giustizia”

(Gloria Steinem)

 

 

Il corpo è mio e lo gestisco io.

 

 

Il personale è politico.

 

 

Donna è bello.

 

 

“Per tutti questi secoli le donne hanno funto da specchi dotati della magica e deliziosa proprietà di riflettere la figura dell’uomo a grandezza doppia di quella naturale.”

(Virginia Woolf)

 

 

La strada si conquista con la lotta femminista.

 

 

Non più puttane, non più madonne, finalmente donne.

 

 

“Ogni volta che una donna lotta per se stessa, lotta per tutte le donne.”

(Maya Angelou)

 

 

Per ogni donna stuprata e offesa siamo tutte parte lesa.

 

 

Non siamo belle, non siamo brutte, siamo arrabbiate.

 

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La Befana e la sua simbologia

 

“Così che la Vecchia, nella sua connotazione di Befana, riassume in sè la raffigurazione sia della Madre Terra nel tempo invernale sia dei defunti, anch’essi soggetti a una situazione in apparenza “statica” e all’attesa della rinascita, del rinnovamento vitale. (…) perchè sia i semi sia i trapassati sono sepolti nella terra per addivenire a nuova vita. (…)  Ai primi di gennaio, non appena superata la crisi solstiziale, la Befana chiede devozione e sostentamento agli uomini e ai loro riti (ad esempio con le queste della Pasquella), e qualcosa , come promessa del tempo che si rinnova, della vegetazione e dei raccolti che torneranno, della protezione degli Antenati sulla vita degli umani  (con i doni che porta nelle case, ecc.).”

(“La Vecchia, la Befana”, da “Tenebroso Natale. Il lato oscuro della Grande Festa”, di Eraldo Baldini e Giuseppe Bellosi, Società Editrice Il Ponte Vecchio, 2025)

 

 

La Befana, come tutti i personaggi del folklore natalizio, è una figura altamente simbolica. E cosa simboleggia ce lo spiega più che bene la citazione che ho riportato in apertura di questo articolo, tratta da un libro che ho cominciato a leggere proprio durante l’Avvento. Ma che rappresentano i molti altri elementi legati all’arrivo della Befana e ai doni che porta? Scopriamolo insieme.

 

 

Le scarpe rotte

La Befana arriva dopo un lungo e faticoso percorso durato 12 mesi: è la fine di Dicembre e l’anno, consumato, vecchio e logoro, sta per concludersi. E’ un anno che, dopo aver dispensato i suoi ultimi frutti, simboleggiati dai doni della Befana, sia avvia alla rinascita che porta con sè l’anno nuovo.

La scopa

Simboleggia la purificazione e il rinnovamento. La scopa spazza via la negatività e tutti i mali dell’anno appena trascorso, inoltre rimanda ad alcune antiche figure, o divinità, femminili (Perchta e le dee della mitologia romana Diana, Satia e Abundia, tra le altre), che usavano volare sui campi dopo la semina per propiziare l’abbondanza dei raccolti. La scopa, in questo caso, ha la facoltà di cacciare gli spiriti maligni dai terreni per dare a questi ultimi la possibilità di nascere a nuova vita.

 

 

La discesa dal camino

Per le culture arcaiche, il camino rappresentava un canale di comunicazione privilegiato tra il Cielo e la Terra. Questa linea verticale che connetteva i due mondi veniva detto “axis mundi”, ovvero “asse cosmico”. La discesa lungo il camino compiuta dalla Befana, dunque, simboleggia la volontà della “Vecchia” di dare il giusto verso all’asse cosmico ripristinandone il corretto posizionamento.

I doni 

Anticamente, nel suo sacco la Befana stipava arance e mandarini in quantità, noci e frutta secca, monete di cioccolato, carbone. Questi doni avevano un significato simbolico legato all’abbondanza, alla prosperità; propiziavano fecondità. Erano un augurio di lunga vita e opulenza per il futuro raccolto. Le monete di cioccolato, invece, rimandavano all’oro portato a Gesù Bambino dai Re Magi: un auspicio di benessere e ricchezza.

 

 

Il carbone

Era direttamente associato agli antichi riti dei falò solstiziali, che si accendevano per favorire e alimentare la potenza del Sole. Ma il carbone è anche il redisuo del “vecchio” che viene bruciato per fare spazio al “nuovo”, un significato che si ricollega ai falò di fine anno tipici di molte regioni italiane. Diversi anni orsono, il carbone e la cenere dei falò venivano sparsi sui campi per propiziare la fertilità del terreno. Il carbone aveva dunque una valenza beneaugurante, ma il Cristianesimo lo tramutò in un regalo punitivo per i cosiddetti “bambini cattivi”. Oggi, il carbon dolce ha ovviato a tale accezione conferendo un tocco di delizia anche a questo tipico dono della Befana.

La calza e le scarpe dei bimbi

Sono state date molteplici interpretazioni della calza, ma anche delle scarpe dei bambini, che venivano posizionate accanto al focolare affinchè la Befana le riempisse di doni. Per alcuni studiosi, sia la calza che le scarpe sono emblemi di fertilità, in quanto associate a una potente simbologia sessuale (basti pensare al piede che si insinua al loro interno). Rappresentano, dunque, un auspicio di fecondità, non a caso l’Epifania era considerata una ricorrenza ideale per il corteggiamento o annunciare una nuova unione. Altri studiosi associano la calza a dispensatori di abbondanza come la cornucopia, ma contemporaneamente risaltano il suo valore in qualità di oggetto della quotidianità. Altri ancora la riconnettono al lavoro della filatura, diretto da divinità apposite e ricco di profondi significati mitologici. Le scarpe dei bimbi sono anche viste come un simbolo del cammino che il nuovo anno, e il nuovo sole, si accingono a compiere: un anno e un sole “fanciulli”, appunto.

 

 

L’invisibilità

Quante volte, da bambini, abbiamo cercato di spiare l’arrivo della Befana alzandoci a notte fonda? Eppure, la Befana non si faceva mai vedere. Da un lato, perchè all’ora in cui arriva i bambini sono soliti dormire, dall’altro perchè, secondo antiche leggende, chi incontrava la Befana, o la vedeva soltanto, avrebbe subito delle spiacevoli conseguenze. Tutto ciò sembra rientrare nel quadro delle usanze del periodo natalizio, quando diventa implicito che – folkloristicamente parlando –  gli umani si rapportino ad ogni manifestazione del sacro o del soprannaturale mantenendo la giusta distanza.

 

Foto via Unsplash, Befana via Pixabay

 

Felice Anno Nuovo

 

Buon Capodanno. S’alza il sipario…
Via il primo foglio del calendario!
Sui tuoi foglietti scritto che hai,
Anno che sorgi? Letizia o guai,
giornate bianche; giornate nere?..
No, i tuoi segreti non vo’ sapere;
sopra ogni pagina che Iddio mi dona
io voglio scrivere: – giornata buona.

(“Poesia di Capodanno”, Lina Schwarz)

 

La Notte di San Silvestro: storia, tradizioni e il fascino antico del Capodanno

 

La notte del 31 dicembre è un confine sottile, un ponte sospeso tra ciò che lasciamo e ciò che speriamo. È una soglia che attraversiamo ogni anno, spesso con un misto di nostalgia e desiderio, senza forse ricordare che questa data porta con sé una storia lunga e stratificata, fatta di riti antichi, tradizioni popolari e memorie religiose. Il suo nome, “Notte di San Silvestro”, ci riporta a un tempo lontano, quando la figura di un Papa del IV secolo, Silvestro I, si intrecciò con il calendario civile, lasciando un’impronta che ancora oggi accompagna il nostro passaggio all’anno nuovo.

Chi era San Silvestro?

San Silvestro I fu Papa dal 314 al 335, un periodo cruciale per la storia del cristianesimo. Era l’epoca dell’imperatore Costantino, il sovrano che pose fine alle persecuzioni e concesse libertà di culto ai cristiani. Silvestro non fu un Papa guerriero né un politico aggressivo: viene tradizionalmente ricordato come un uomo mite, prudente, capace di guidare la Chiesa in un momento di grande trasformazione. A lui sono legate alcune delle prime grandi basiliche romane, come San Giovanni in Laterano e San Pietro, che sotto il suo pontificato iniziarono a prendere forma come luoghi di culto monumentali. Morì il 31 dicembre del 335, ed è per questo che la sua memoria liturgica si celebra proprio nell’ultimo giorno dell’anno.

 

 

Nel corso dei secoli, la sua figura è stata avvolta da leggende: una delle più note racconta la sua vittoria sul drago, simbolo del male, e la conversione dell’imperatore Costantino. Sono storie che appartengono più alla devozione popolare che alla storia documentata, ma che testimoniano quanto la sua figura fosse amata e percepita come protettrice e beneaugurante.

 

 

Le origini antiche del Capodanno

Molto prima del Cristianesimo, il passaggio da un anno all’altro era vissuto come un momento sacro da molti popoli. Gli antichi Romani, già dal 153 a.C., avevano fissato l’inizio dell’anno al 1° gennaio dedicandolo a Giano, il dio bifronte che guarda contemporaneamente al passato e al futuro. Era un periodo di riti di purificazione, scambi di doni, auspici di prosperità e banchetti che celebravano la luce che lentamente tornava a crescere dopo il Solstizio d’Inverno.

 

 

Nel mondo germanico e celtico, il periodo delle Dodici Notti — quelle sospese tra Natale ed Epifania — era considerato un tempo fuori dal tempo, in cui il velo tra i mondi si assottigliava. Si accendevano falò per proteggere le comunità, si praticavano riti per scacciare gli spiriti maligni e si invocava la luce per accompagnare il nuovo ciclo dell’anno.

 

 

Anche nel Mediterraneo antico il Capodanno era legato ai cicli agricoli e ai culti della fertilità: in Grecia, ad esempio, le feste dionisiache celebravano l’abbondanza, la rinascita e la vitalità che la natura avrebbe riportato con la primavera.

 

 

Tradizioni moderne: un’eredità che continua

Oggi la Notte di San Silvestro è una festa globale, ma conserva tracce evidenti di queste antiche radici. In Italia, lenticchie e cotechino sono simboli di prosperità; in Spagna si mangiano dodici chicchi d’uva allo scoccare della mezzanotte; in Giappone i templi risuonano di 108 rintocchi che segnano il distacco dalle impurità dell’anno passato; in Brasile si offrono fiori bianchi al mare come gesto di gratitudine e speranza. Ogni tradizione, pur diversa, racconta la stessa cosa: il desiderio umano di iniziare un nuovo ciclo con un gesto di luce. Per saperne di più sulle tradizioni italiane della Notte di San Silvestro, clicca qui.

 

 

Il significato profondo della notte del 31 dicembre

La Notte di San Silvestro non è soltanto un momento di festa: è un rito di passaggio. È il tempo in cui si ringrazia per ciò che è stato e si immagina ciò che verrà, in cui si chiude una porta e se ne apre un’altra. È una notte che invita alla memoria e al desiderio, alla gratitudine e alla speranza. Forse è proprio per questo che continua a emozionarci: perché ci ricorda che ogni fine contiene già un inizio, e che ogni anno nuovo porta con sé la possibilità di ricominciare.

 

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Santa Lucia nella cultura agreste: la festa della luce che ritorna

 

La ricorrenza di Santa Lucia, celebrata il 13 dicembre, è una delle più antiche e suggestive del calendario invernale. Nella civiltà contadina, profondamente legata ai ritmi della natura e alla luce del giorno, questa festa assumeva un significato particolare: rappresentava il momento in cui, nel cuore dell’inverno, si intravedeva il primo segno del ritorno del sole.

Il giorno più corto dell’anno: una soglia simbolica

Per secoli, prima della riforma del calendario, il 13 dicembre cadeva in prossimità del Solstizio d’Inverno. Non sorprende, quindi, che la tradizione popolare abbia conservato il proverbio: “Santa Lucia, il giorno più corto che ci sia.” Nelle campagne, dove la luce naturale regolava ogni attività, questo giorno segnava il culmine del buio. Ma proprio per questo era vissuto come una soglia di speranza: da quel momento, si diceva, le giornate avrebbero ricominciato ad allungarsi, anche se impercettibilmente. Santa Lucia diventava così la messaggera del ritorno della luce, come ricordano molte tradizioni europee legate ai riti luminosi.

 

 

Riti domestici e simboli di luce

Nelle case rurali, la notte tra il 12 e il 13 dicembre era illuminata da piccoli fuochi, candele e lumini posti alle finestre. Non erano semplici decorazioni: erano gesti rituali, modi per proteggere la casa dal buio e per accogliere simbolicamente la luce che tornava. La luce di Santa Lucia era considerata una benedizione: proteggeva gli animali nelle stalle, custodiva i raccolti conservati per l’inverno, portava serenità nelle famiglie, e ricordava che nessuna notte è eterna.

 

 

Una festa profondamente contadina

Nella cultura agreste, Santa Lucia era legata anche alla protezione del lavoro dei campi. In molte regioni del Sud la festa assumeva un carattere devozionale e comunitario, con riti gastronomici come la cuccìa, un piatto a base di grano bollito e crema dolce che ancora oggi viene preparato in Sicilia in segno di gratitudine e memoria. Nel Nord Italia, invece, la tradizione si intrecciava con il mondo infantile: Santa Lucia portava piccoli doni ai bambini, spesso accompagnata dal suo asinello, in una notte che univa sacro e popolare. Anche questo rito, in un certo senso, conservava un nucleo estremamente genuino: il dono della luce, della bontà, della speranza nel cuore dell’inverno.

 

 

La santa che “vede” oltre il buio

Santa Lucia è anche la protettrice della vista. Nella civiltà contadina, questo significato era interpretato in modo simbolico: la santa aiutava a “vedere” oltre il buio dell’inverno, la paura della scarsità, le difficoltà della stagione fredda. Era la santa che portava visione, non solo luce.

 

 

Il significato profondo per le comunità rurali

Per le comunità agricole, la festa di Santa Lucia era molto più di una ricorrenza religiosa: era un rito cosmico, un momento in cui la natura e la spiritualità si incontravano. Rappresentava: la resistenza al buio, la fiducia nel ritorno del sole; la certezza che la vita, anche quando sembra immobile, sta già ricominciando. Era la festa della speranza minima ma certa, quella che nasce quando tutto sembra fermo e invece, silenziosamente, qualcosa riprende a crescere. Non posso che concludere citando alcuni proverbi che la saggezza popolare ha dedicato alla Santa della Luce: li trovate qui di seguito.

 

 

Santa Lucia, il giorno più corto che ci sia.

 

 

Da Santa Lucia a Natale, il dì allunga un passo di cane.

 

 

Per Santa Lucia il giorno corre via.

 

 

Da Santa Lucia il freddo si mette in via.

 

 

 

Santa Lucia con il fango, Natale all’asciutto.

 

 

Per Santa Lucia e per Natale, il contadino ammazza il maiale.

 

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