Il “Cantico delle Creature”: ricordando Francesco di Assisi nell’ottavo centenario della sua morte

Johann Anton Ramboux, “San Francesco predica agli uccelli” (1808)

 

Domani, 4 Ottobre, ricorrono ottocento anni dalla morte di San Francesco d’Assisi, una delle figure più luminose della spiritualità cristiana. Uomo di pace, di fraternità e di profonda umiltà, Francesco seppe guardare il mondo con occhi capaci di cogliere in ogni creatura un riflesso dell’amore di Dio. Fu proprio negli ultimi anni della sua vita che compose il Cantico delle Creature, noto anche come Cantico di Frate Sole, uno dei testi più amati della nostra tradizione spirituale e letteraria. Le fonti francescane collocano la stesura del Cantico nel 1225, presso il monastero di San Damiano ad Assisi. In queste parole non troviamo soltanto una preghiera, ma uno sguardo pieno di meraviglia verso il creato. Il sole, la luna, le stelle, l’acqua, il fuoco e la terra diventano fratelli e sorelle dell’uomo, perché tutti provengono dallo stesso Padre. Per Francesco la natura non è qualcosa da possedere o dominare, ma un dono da contemplare con gratitudine. Nel creato egli riconosce la presenza e la bontà del Creatore, e per questo ogni elemento della natura diventa motivo di lode. A distanza di otto secoli, il Cantico, composto in volgare umbro, conserva intatta la sua forza. È un invito alla semplicità, alla riconoscenza e a quella fraternità universale che Francesco seppe vivere e testimoniare con tutta la sua esistenza. Per commemorare il patrono d’Italia, riporto il testo in italiano allo scopo di facilitarne la lettura.

 

Altissimo, Onnipotente Buon Signore, tue sono le lodi, la gloria, l’onore e ogni benedizione.

A te solo, o Altissimo, si addicono e nessun uomo è degno di menzionarti.

Lodato tu sia, mio Signore, per tutte le tue creazioni, specialmente per il fratello sole, il quale è la luce del giorno e tu tramite lui ci illumini: è bello e raggiante con grande splendore e di te, Altissimo, porta il segno.

 

 

Lodato tu sia, o mio Signore, per sorella luna e le stelle: in cielo le hai create, chiare preziose e belle.

 

 

Lodato tu sia, mio Signore, per fratello vento, e per l’aria e per il cielo; per quello nuvoloso e per quello sereno, per ogni stagione tramite la quale alle creature dai sostentamento.

 

 

Lodato tu sia, mio Signore, per sorella acqua, la quale è molto utile e umile, preziosa e pura.

 

 

Lodato tu sia, mio Signore, per fratello fuoco, attraverso il quale illumini la notte. Egli è bello, giocondo, robusto e forte.

 

 

Lodato tu sia, mio Signore, per nostra sorella madre terra, la quale ci sostiene e ci governa: produce diversi frutti, con fiori variopinti ed erba.

 

 

Lodato tu sia, mio Signore, per quelli che perdonano in nome del tuo amore, e sopportano dolori e malattie.

Beati quelli che li sopporteranno serenamente, perché da te, Altissimo, avran corona.

Lodato tu sia, mio Signore, per la nostra sorella morte corporale, dalla quale nessun uomo che vive può scappare; guai a quelli che moriranno mentre sono in peccato mortale.

 

 

Beati quelli che troveranno la morte mentre rispettano le tue volontà. In questo caso la morte spirituale non farà loro alcun male.

 

 

Lodate e benedite il mio Signore, ringraziatelo e servitelo con grande umiltà.

 

(foto via Unsplash)

Equinozio d’Autunno: il giorno in cui la luce si fa equilibrio

 

L’autunno ha più oro in tasca rispetto a tutte le altre stagioni.
(Jim Bishop)

 

L’Equinozio d’Autunno è avvenuto stamattina presto, alle 02:04, quando il Sole ha attraversato il punto d’equilibrio tra luce e ombra entrando nell’emisfero celeste meridionale. In quell’istante giorno e notte hanno avuto la stessa durata, come due respiri che si incontrano. È stato un passaggio astronomico, certo, ma anche un simbolo potentissimo: la luce si è inclinata, l’aria ha cambiato tono, la natura ha rallentato. L’autunno è cominciato davvero.

Il tempo dell’equilibrio

L’equinozio è il momento in cui luce e ombra si guardano negli occhi e si riconoscono. È un punto di bilanciamento in cui ciò che appartiene al passato può scivolare via con naturalezza, mentre ciò che desidera accompagnarci nel nuovo ciclo trova spazio per emergere. Non c’è separazione, solo un movimento lento e armonioso che permette alla vita di riorganizzarsi.

 

 

Il ciclo della natura

L’autunno è la stagione della raccolta interiore, il tempo in cui la terra mostra che ogni cosa può trasformarsi senza fretta. Le foglie che scendono non rappresentano una fine, ma un ritorno alla terra che le accoglie per generare nuova forza. È un gesto silenzioso che ricorda come anche noi possiamo lasciare andare ciò che non serve più, permettendo al nostro cammino di diventare più leggero.

 

 

La porta dell’introspezione

Con l’Equinozio si apre un periodo di ascolto e chiarificazione. L’energia si fa più calma, più profonda, e invita a ritrovare la propria centratura. È la stagione delle lanterne interiori, dei passi misurati, delle decisioni che nascono dal cuore e non dall’impulso. L’autunno diventa così un invito a tornare a sé, a riconoscere ciò che rimane e a lasciar fluire ciò che si dissolve.

 

 

Come celebrare l’Equinozio d’Autunno (anche in modo semplice): 5 spunti

 

 

1. Il rito della luce morbida

Accendi una candela color miele o ambra. Non per illuminare, ma per accompagnare. È il simbolo della luce che resta, anche mentre il mondo si fa più scuro.

 

 

2.Il gesto del raccolto

Scrivi su un foglio tre cose che hai raccolto quest’anno: esperienze, insegnamenti, cambiamenti. Poi piega il foglio e conservalo in un luogo tranquillo. È il tuo raccolto spirituale.

 

 

3.Il piccolo dono alla terra

Se puoi, esci un momento e raccogli una foglia caduta. Portala a casa e mettila vicino alla candela. È un simbolo di trasformazione: ciò che cade non muore, si rinnova.

 

 

4.La promessa del nuovo ciclo

Scegli una sola intenzione per l’autunno, qualcosa che vuoi coltivare: calma, studio, ordine, guarigione, creatività. Scrivila e tienila con te fino al Solstizio d’Inverno.

 

 

5.Il rito del silenzio

Cinque minuti di quiete, senza telefono, senza rumore. È il modo più antico di entrare in una stagione nuova.

 

 

Oggi la Terra ha compiuto il suo gesto di equilibrio e l’autunno è entrato silenziosamente nelle nostre ore, come una carezza che non chiede attenzione ma la ottiene lo stesso. La luce del mattino porta ancora il ricordo dell’istante in cui giorno e notte si sono sfiorati, e mentre il Sole sale nel cielo di Settembre, tutto sembra invitare a un passo più lento, più consapevole. L’Equinozio non è soltanto un evento astronomico: è una soglia sottile, un respiro che cambia direzione, un invito a lasciare che ciò che pesa scivoli via e che ciò che chiama trovi finalmente spazio. In questo primo giorno d’autunno possiamo accogliere la stagione come una compagna gentile, pronta a guidarci verso un tempo più raccolto, più intimo, più luminoso nella sua quiete. È un nuovo ciclo che si apre, e possiamo entrarvi con la grazia delle foglie che cadono, custodendo ciò che conta e permettendo al resto di trasformarsi con naturalezza.

 

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21 Settembre, Equinozio d’Autunno. O forse no?

 

Ma l’autunno non avrebbe dovuto iniziare oggi, il 21 Settembre? Facciamo chiarezza. Se anche voi siete cresciuti con la certezza incrollabile che l’autunno inizi tassativamente il 21 Settembre…preparatevi a guardare il calendario con occhi diversi. Quest’anno la natura ha deciso di fare un piccolo strappo alla regola che ci insegnavano a scuola. L’ Equinozio d’Autunno avrà luogo ufficialmente mercoledì 23 Settembre alle ore 02:05 (ora italiana). Ma com’è possibile questo slittamento? No, il calendario non è impazzito. La colpa (o il merito) è tutta della matematica e dell’astronomia.

Il “ritardo” della Terra

Il nostro calendario civile conta esattamente 365 giorni all’anno. Peccato che la Terra, per fare un giro completo intorno al Sole, ci impieghi un po’ di più: di preciso 365 giorni, 5 ore, 48 minuti e 46 secondi. Quelle quasi 6 ore che “avanzano” ogni anno non svaniscono nel nulla, ma si accumulano, facendo slittare in avanti l’orario e il giorno esatto in cui il Sole si trova perfettamente perpendicolare all’equatore (il momento, cioè, in cui avviene l’equinozio).

A cosa servono gli anni bisestili?

Se lasciassimo correre questo ritardo, nel giro di qualche secolo ci troveremmo a festeggiare il Natale in piena estate. Per evitare il caos, di conseguenza, ogni quattro anni aggiungiamo il 29 Febbraio. L’anno bisestile serve proprio a questo: è una specie di “freno a mano” che riallinea il nostro calendario al viaggio reale della Terra nello spazio. Ecco perché la data dell’Equinozio d’Autunno ondeggia costantemente tra il 21 e il 24 Settembre. Quindi, se avete già tirato fuori la cioccolata calda e i primi maglioni di lana, sappiate che dal punto di vista astronomico l’estate resisterà ancora per un paio di giorni. E voi sapevate che la data degli equinozi cambia ogni anno? Fatemelo sapere nei commenti.

24 Giugno, San Giovanni Battista: l’acqua di San Giovanni e la leggenda della rugiada

 

Mele e locuste furon le vivande | che nodriro il Batista nel diserto; | per ch’elli è glorïoso e tanto grande | quanto per lo Vangelio v’è aperto. 

(Dante Alighieri, da “Divina Commedia”)

 

La ricorrenza di San Giovanni Battista, che ha inizio con la notte più magica dell’estate, si apre con un rituale antichissimo: lavarsi con l’acqua di San Giovanni, preparata con erbe e fiori raccolti la sera prima ed esposti per tutta la notte all’influsso benefico della rugiada. Tra i fiori troviamo l’iperico (anche detta “erba di San Giovanni”), la rosa, la ginestra, la malva, il papavero, la margherita, accompagnati da piante aromatiche quali la salvia, l’alloro, il rosmarino, la menta, il timo, la maggiorana, il basilico e molte altre ancora. L’acqua di San Giovanni viene reputata portentosa: si dice che abbia proprietà terapeutiche, che faccia bene alla pelle, che propizi salute, buona sorte e prosperità. Tutto è dovuto alla magica influenza che la rugiada esercita proprio nella notte tra il 23 e il 24 Giugno. La rugiada della vigilia di San Giovanni, secondo le credenze popolari, ha sempre posseduto virtù particolari: la principale era quella di favorire la fertilità. Non a caso, se una donna desiderava avere una prole numerosa, la notte di San Giovanni doveva distendersi o rotolarsi nuda sull’erba bagnata di rugiada. Esiste, poi, una leggenda molto singolare. Gli antichi popoli ritenevano che, quella notte, gli dei assegnassero alla Terra i neonati: ognuno dei piccoli assumeva le sembianze di una goccia di rugiada. La rugiada, supremo simbolo lunare, era dunque magia, energia miracolosa e  vita ai suoi albori.

 

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21 Giugno, Solstizio d’Estate: i proverbi che la cultura agreste ha dedicato alla stagione calda

 

Il sole, il vento leggero, il candore degli asfodeli, l’azzurro crudo del cielo, tutto lascia immaginare l’estate, la dorata gioventù che copre allora la spiaggia, le lunghe ore sulla sabbia e la dolcezza improvvisa delle sere.

(Albert Camus)

 

Domani, alle 10.24, l’estate farà il suo ingresso ufficiale. Sarà il giorno più lungo dell’anno. Con il Solstizio d’Estate, il Sole sancisce il suo trionfo: raggiunge il massimo splendore, la somma luminosità. Il termine “solstizio” deriva da solstĭtĭum, che in latino fonde “sol” (sole) con “sistere” (fermarsi). L’estate ha inizio proprio quando l’astro infuocato, nel Tropico del Cancro, giunge allo zenit, dove culmina: il punto di declinazione massima nel suo percorso apparente lungo l’ellittica. Gli antichi popoli hanno sempre celebrato la potenza solare, attribuendole la capacità di creare dei campi energetici sulla superficie terrestre e laddove sorgevano complessi megalitici come Stonehenge. Anche i tipici falò del Solstizio venivano accesi per incrementare la forza del Sole: fuochi, ruote infuocate fatte rotolare giù per le colline e fiaccolate rappresentano tradizioni che accomunano molte culture. Il fuoco purificava, allontanava le entità maligne e la mala sorte; essendo il Solstizio una fase di transizione, il velo tra il mondo tangibile e quello soprannaturale si squarciava lasciando libero accesso agli spiriti dell’oscurità. Per approfondire queste e molte altre usanze legate all’arrivo dell’estate, vi rimando a questo link. Oggi vorrei soffermarmi, invece, sui proverbi dedicati alla stagione calda.

 

 

Per la cultura agreste, i mesi estivi erano cruciali: rappresentavano il periodo di punta del raccolto, quello in cui la natura raggiunge l’apice della rigogliosità. In estate si miete il grano, si raccoglie un’abbondante quantità di frutta e di verdura. Ma in estate fa anche molto caldo, un dettaglio che nei proverbi non viene tralasciato. L’afa, nei detti popolari, è presente sotto un duplice aspetto: da un lato la libertà di fare a meno del fuoco e della legna per scaldarsi, dall’altro il malessere causato dal caldo intenso, che toglie le forze e impedisce di “faticare” nei campi. Naturalmente, il rischio della siccità non è di poco conto. La mancanza di piogge rappresenta un gran problema sia per la sopravvivenza del raccolto, che degli animali; un anno di duro lavoro può essere reso vano da qualche settimana di arsura. L’estate, in sintesi, era un periodo dell’anno estremamente importante per le comunità rurali; la stagione che evidenziava maggiormente il profondo legame tra  l’esistenza delle popolazioni agresti e i cicli naturali.

 

 

Chi canta d’estate balla d’inverno.

 

 

L’estate è la madre dei poveri.

 

 

Chi imita la formica durante l’estate, non va a chieder pane in prestito durante l’inverno.

 

 

Se l’estate non estateggia l’inverno non inverneggia.

 

 

Sereno d’inverno e nuvolo d’estate duran quanto le serve ritornate.

 

 

L’estate produce e l’inverno consuma.

 

 

Nel bel mezzo dell’estate, state lontani dalle donne e dai cani arrabbiati.

 

 

D’inverno il pazzo aspetta le rose e d’estate il savio le coglie.

 

 

L’estate per lavorare e l’inverno per dormire.

 

 

L’estate di santa Caterina, dura dalla sera alla mattina.

 

 

D’inverno a letto o al fuoco, d’estate a spasso e al gioco.

 

 

Non c’è estate senza mosche.

 

 

Chi vuol provar le pene dell’inferno faccia il fornaio d’estate e il muratore d’inverno.

 

 

Calda e umida l’estate, fredda e asciutta l’invernata.

 

 

A quattro cose non prestar fede: sole d’inverno, nuvole d’estate, amor di donna e discrezione di frate.

 

 

Triste quell’estate, che ha saggina e rape.

 

 

Il prudente compra d’estate il suo cappotto per l’inverno.

 

 

D’inverno piove sempre e d’estate quando Dio la manda.

 

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I proverbi sulla mamma in occasione della sua Festa (che cadrà domenica prossima)

 

Proverbi sulla mamma in occasione della Festa della Mamma. La saggezza popolare ha sempre celebrato la donna che ci dà la vita, un pilastro dell’esistenza. La mamma è un perno emotivo e sociale, il suo amore è incondizionato. Ci porta nella pancia per nove mesi, ci nutre, ci accudisce. E’ il primo contatto che abbiamo con il mondo esterno, quando siamo piccoli garantisce la  nostra sopravvivenza. Esiste un proverbio, forse il più noto, che spicca su tutti: di mamma ce n’è una sola. E non si può che essere d’accordo.

 

 

Chi dice mamma, non s’inganna

 

 

Casa mia, mamma mia

 

 

Chi ha la mamma non pianga

 

 

Mamma, mamma: chi l’ha la chiama, chi non l’ha la brama

 

 

Qual la madre, tal la figlia

 

 

La mamma dei cretini è sempre incinta

 

 

Aver cura dei putti, non è da tutti

 

 

A tutte le madri paion belli i loro figli

 

 

Chi fa più di mamma, certo m’inganna

 

 

Dove sono i pulcini, è l’occhio della chioccia

 

 

Vede più una buona madre con un occhio, che il padre con dieci

 

 

Tre cose poco valgono: un mulino che non va, un forno che non scalda, e una madre che non sta in casa

 

 

Sempre, sempre, mamma mia, ricca o povera che sia

 

 

Ognun dà pane, ma non come mamma

 

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Buon 1 Maggio, Festa del Lavoro

 

È sempre stato uno dei miei mantra: concentrazione e semplicità. La semplicità può essere più difficile della complessità: devi lavorare sodo per pensare in maniera pulita e creare qualcosa di semplice. Ma ne vale la pena, perché quando ci riesci puoi spostare le montagne.

(Steve Jobs)

 

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Giornata Internazionale della Danza 2026

 

“Cos’è la danza? Se riesci a dare una risposta, non sei attendibile. Ma fammi provare, in ogni caso: la danza è pensare con il corpo. E’ necessario pensare con il tuo corpo? Non per la sopravvivenza, ma per vivere. Ci sono così tanti pensieri che solo il corpo è in grado di pensare. Altre cose, come la pace, potrebbero essere più importanti della danza. Ma allora noi avremo bisogno di danzare per celebrare la pace. E per esorcizzare i demoni della guerra, come fece Nijinsky. L’anarchica Emma Goldman è stata probabilmente colei che l’ha espresso meglio di qualsiasi altra persona: una rivoluzione che non mi consente di danzare, è una rivoluzione per la quale non vale la pena di lottare. Il dio Shiva creò l’universo con la sua danza. Ma la danza è l’opposto di tutte le pretese divine. La danza è un tentativo eterno, come scrivere sull’acqua. La danza non è vita, ma mantiene in vita tutte le piccole cose di cui la grande cosa è composta.”

(Mats Ek, danzatore e coreografo svedese)

 

“25 Aprile”, una poesia di Giuseppe “Pino” Bartoli

 

L’importante è non rompere lo stelo 
della ginestra che protende 
oltre la siepe dei giorni il suo fiore. 
C’é un fremito antico in noi 
che credemmo nella voce del cuore 
piantando alberi della libertà 
sulle pietre arse e sulle croci. 
Oggi non osiamo alzare bandiere 
alziamo solo stinti medaglieri 
ricamati di timide stelle dorate 
come il pudore delle primule: 
noi che viviamo ancora di leggende 
incise sulla pelle umiliata 
dalla vigliaccheria degli immemori 
Quando fummo nel sole 
e la giovinezza fioriva 
come il seme nella zolla 
sfidammo cantando l’infinito 
con un senso dell’Eterno 
e con mani colme di storia 
consapevoli del prezzo pagato 
Sentivamo il domani sulle ferite 
e un sogno impalpabile di pace 
immenso come il profumo del pane 
E sui monti che videro il nostro passo 
colmo di lacrime e fatica 
non resti dissecato 
quel fiore che si nutrì di sangue 
e di rugiada in un aprile stupendo 
quando il mondo trattenne il respiro 
davanti al vento della libertà 
portato dai figli della Resistenza.

(dalla raccolta “Il fiore della libertà. Poesia e Resistenza”)

 

20 Marzo, Equinozio di Primavera

 

Primavera dintorno
brilla nell’aria, e per li campi esulta,
sì ch’a mirarla intenerisce il core.
(Giacomo Leopardi, da “Il passero solitario”)

Sta arrivando la Primavera, la gioia è nell’aria. La bella stagione entrerà ufficialmente alle 15.46. Oggi, come succede ad ogni Equinozio, le ore di luce e quelle di buio avranno pari durata. Ma a poco a poco la luce avrà la meglio e le giornate saranno sempre più lunghe. Nell’armonia odierna, in questo equilibrio perfetto di chiarore e oscurità, c’è una nuova promessa: la natura si risveglia, il clima si fa mite, gli animali escono dal letargo. E anche noi cominciamo a trascorrere più tempo all’aria aperta, complice il ritorno del sole. La Primavera è una stagione di apertura, porta con sè l’ebbrezza e il senso di libertà dopo i rigori invernali. I fiori sbocciano, la campagna si riempie di colori e di profumi. L’intimità e l’introspezione tipiche della stagione fredda lasciano spazio all’allegria, alla voglia di rinascita. C’è il desiderio di aprirsi al mondo, di rinnovare la propria vita, di innamorarsi…La Primavera si lega all’alba, quando il sorgere del sole e il cielo luminoso sconfiggono le tenebre e sanciscono il preludio di un nuovo inizio. Buon Equinozio di Primavera a tutt* voi.

 

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