Donna è bello. Giornata Internazionale della Donna 2026

 

“Essere dalla parte delle donne non significa sognare un mondo in cui i rapporti di dominio possano finalmente capovolgersi per far subire all’uomo ciò che la donna ha subito per secoli. Essere dalla parte delle donne vuol dire lottare per costruire una società egualitaria, in cui essere uomo o donna sia «indifferente», non abbia alcuna rilevanza. Non perché essere uomo o donna sia la stessa cosa, ma perché sia gli uomini sia le donne sono esseri umani che condividono il meglio e il peggio della condizione umana. L’obiettivo della donna non è quello di dominare l’uomo, dopo essere stata dominata per secoli, ma di lottare perché si esca progressivamente da questa logica di dominio, senza dimenticare che, nonostante tutto, l’essere umano è (e resterà sempre) profondamente ambivalente.”

(Michela Marzano)

 

Chi ha vissuto il femminismo degli anni ’70, quello della cosiddetta “seconda ondata”, ricorda bene il suo approccio impetuoso e radicale. Chi ha lottato in prima persona, o ha semplicemente assistito al suo evolversi, magari perchè, come nel mio caso, era ancora una bambina, ha impressi nella mente la sua forza, il suo impatto travolgente. Il focus era incentrato sulla liberazione della donna, sulle battaglie per un’autonoma gestione del proprio corpo e della propria vita, su un privato che diventava politico e puntava a un concreto coinvolgimento di tutta la società. In quest’ondata femminista, gli slogan hanno rivestito un’enorme importanza: erano provocatori, incisivi, potenti. “Tremate, tremate, le streghe son tornate” rimane indelebilmente scolpito nell’immaginario collettivo e riassume un po’ lo spirito della protesta. Ma ce n’erano molti altri ancora. Ne riporto alcuni insieme a questa gallery, alternandoli a diverse citazioni sul femminismo: perchè nessuno dimentichi le sfide e le rivendicazioni delle donne che ci hanno precedute.

 

 

Io sono mia.

 

 

“Il femminismo non ha bisogno di essere giustificato. Riguarda la giustizia”

(Gloria Steinem)

 

 

Il corpo è mio e lo gestisco io.

 

 

Il personale è politico.

 

 

Donna è bello.

 

 

“Per tutti questi secoli le donne hanno funto da specchi dotati della magica e deliziosa proprietà di riflettere la figura dell’uomo a grandezza doppia di quella naturale.”

(Virginia Woolf)

 

 

La strada si conquista con la lotta femminista.

 

 

Non più puttane, non più madonne, finalmente donne.

 

 

“Ogni volta che una donna lotta per se stessa, lotta per tutte le donne.”

(Maya Angelou)

 

 

Per ogni donna stuprata e offesa siamo tutte parte lesa.

 

 

Non siamo belle, non siamo brutte, siamo arrabbiate.

 

Foto via Pexels e Unsplash

 

La Befana e la sua simbologia

 

“Così che la Vecchia, nella sua connotazione di Befana, riassume in sè la raffigurazione sia della Madre Terra nel tempo invernale sia dei defunti, anch’essi soggetti a una situazione in apparenza “statica” e all’attesa della rinascita, del rinnovamento vitale. (…) perchè sia i semi sia i trapassati sono sepolti nella terra per addivenire a nuova vita. (…)  Ai primi di gennaio, non appena superata la crisi solstiziale, la Befana chiede devozione e sostentamento agli uomini e ai loro riti (ad esempio con le queste della Pasquella), e qualcosa , come promessa del tempo che si rinnova, della vegetazione e dei raccolti che torneranno, della protezione degli Antenati sulla vita degli umani  (con i doni che porta nelle case, ecc.).”

(“La Vecchia, la Befana”, da “Tenebroso Natale. Il lato oscuro della Grande Festa”, di Eraldo Baldini e Giuseppe Bellosi, Società Editrice Il Ponte Vecchio, 2025)

 

 

La Befana, come tutti i personaggi del folklore natalizio, è una figura altamente simbolica. E cosa simboleggia ce lo spiega più che bene la citazione che ho riportato in apertura di questo articolo, tratta da un libro che ho cominciato a leggere proprio durante l’Avvento. Ma che rappresentano i molti altri elementi legati all’arrivo della Befana e ai doni che porta? Scopriamolo insieme.

 

 

Le scarpe rotte

La Befana arriva dopo un lungo e faticoso percorso durato 12 mesi: è la fine di Dicembre e l’anno, consumato, vecchio e logoro, sta per concludersi. E’ un anno che, dopo aver dispensato i suoi ultimi frutti, simboleggiati dai doni della Befana, sia avvia alla rinascita che porta con sè l’anno nuovo.

La scopa

Simboleggia la purificazione e il rinnovamento. La scopa spazza via la negatività e tutti i mali dell’anno appena trascorso, inoltre rimanda ad alcune antiche figure, o divinità, femminili (Perchta e le dee della mitologia romana Diana, Satia e Abundia, tra le altre), che usavano volare sui campi dopo la semina per propiziare l’abbondanza dei raccolti. La scopa, in questo caso, ha la facoltà di cacciare gli spiriti maligni dai terreni per dare a questi ultimi la possibilità di nascere a nuova vita.

 

 

La discesa dal camino

Per le culture arcaiche, il camino rappresentava un canale di comunicazione privilegiato tra il Cielo e la Terra. Questa linea verticale che connetteva i due mondi veniva detto “axis mundi”, ovvero “asse cosmico”. La discesa lungo il camino compiuta dalla Befana, dunque, simboleggia la volontà della “Vecchia” di dare il giusto verso all’asse cosmico ripristinandone il corretto posizionamento.

I doni 

Anticamente, nel suo sacco la Befana stipava arance e mandarini in quantità, noci e frutta secca, monete di cioccolato, carbone. Questi doni avevano un significato simbolico legato all’abbondanza, alla prosperità; propiziavano fecondità. Erano un augurio di lunga vita e opulenza per il futuro raccolto. Le monete di cioccolato, invece, rimandavano all’oro portato a Gesù Bambino dai Re Magi: un auspicio di benessere e ricchezza.

 

 

Il carbone

Era direttamente associato agli antichi riti dei falò solstiziali, che si accendevano per favorire e alimentare la potenza del Sole. Ma il carbone è anche il redisuo del “vecchio” che viene bruciato per fare spazio al “nuovo”, un significato che si ricollega ai falò di fine anno tipici di molte regioni italiane. Diversi anni orsono, il carbone e la cenere dei falò venivano sparsi sui campi per propiziare la fertilità del terreno. Il carbone aveva dunque una valenza beneaugurante, ma il Cristianesimo lo tramutò in un regalo punitivo per i cosiddetti “bambini cattivi”. Oggi, il carbon dolce ha ovviato a tale accezione conferendo un tocco di delizia anche a questo tipico dono della Befana.

La calza e le scarpe dei bimbi

Sono state date molteplici interpretazioni della calza, ma anche delle scarpe dei bambini, che venivano posizionate accanto al focolare affinchè la Befana le riempisse di doni. Per alcuni studiosi, sia la calza che le scarpe sono emblemi di fertilità, in quanto associate a una potente simbologia sessuale (basti pensare al piede che si insinua al loro interno). Rappresentano, dunque, un auspicio di fecondità, non a caso l’Epifania era considerata una ricorrenza ideale per il corteggiamento o annunciare una nuova unione. Altri studiosi associano la calza a dispensatori di abbondanza come la cornucopia, ma contemporaneamente risaltano il suo valore in qualità di oggetto della quotidianità. Altri ancora la riconnettono al lavoro della filatura, diretto da divinità apposite e ricco di profondi significati mitologici. Le scarpe dei bimbi sono anche viste come un simbolo del cammino che il nuovo anno, e il nuovo sole, si accingono a compiere: un anno e un sole “fanciulli”, appunto.

 

 

L’invisibilità

Quante volte, da bambini, abbiamo cercato di spiare l’arrivo della Befana alzandoci a notte fonda? Eppure, la Befana non si faceva mai vedere. Da un lato, perchè all’ora in cui arriva i bambini sono soliti dormire, dall’altro perchè, secondo antiche leggende, chi incontrava la Befana, o la vedeva soltanto, avrebbe subito delle spiacevoli conseguenze. Tutto ciò sembra rientrare nel quadro delle usanze del periodo natalizio, quando diventa implicito che – folkloristicamente parlando –  gli umani si rapportino ad ogni manifestazione del sacro o del soprannaturale mantenendo la giusta distanza.

 

Foto via Unsplash, Befana via Pixabay

 

Felice Anno Nuovo

 

Buon Capodanno. S’alza il sipario…
Via il primo foglio del calendario!
Sui tuoi foglietti scritto che hai,
Anno che sorgi? Letizia o guai,
giornate bianche; giornate nere?..
No, i tuoi segreti non vo’ sapere;
sopra ogni pagina che Iddio mi dona
io voglio scrivere: – giornata buona.

(“Poesia di Capodanno”, Lina Schwarz)

 

La Notte di San Silvestro: storia, tradizioni e il fascino antico del Capodanno

 

La notte del 31 dicembre è un confine sottile, un ponte sospeso tra ciò che lasciamo e ciò che speriamo. È una soglia che attraversiamo ogni anno, spesso con un misto di nostalgia e desiderio, senza forse ricordare che questa data porta con sé una storia lunga e stratificata, fatta di riti antichi, tradizioni popolari e memorie religiose. Il suo nome, “Notte di San Silvestro”, ci riporta a un tempo lontano, quando la figura di un Papa del IV secolo, Silvestro I, si intrecciò con il calendario civile, lasciando un’impronta che ancora oggi accompagna il nostro passaggio all’anno nuovo.

Chi era San Silvestro?

San Silvestro I fu Papa dal 314 al 335, un periodo cruciale per la storia del cristianesimo. Era l’epoca dell’imperatore Costantino, il sovrano che pose fine alle persecuzioni e concesse libertà di culto ai cristiani. Silvestro non fu un Papa guerriero né un politico aggressivo: viene tradizionalmente ricordato come un uomo mite, prudente, capace di guidare la Chiesa in un momento di grande trasformazione. A lui sono legate alcune delle prime grandi basiliche romane, come San Giovanni in Laterano e San Pietro, che sotto il suo pontificato iniziarono a prendere forma come luoghi di culto monumentali. Morì il 31 dicembre del 335, ed è per questo che la sua memoria liturgica si celebra proprio nell’ultimo giorno dell’anno.

 

 

Nel corso dei secoli, la sua figura è stata avvolta da leggende: una delle più note racconta la sua vittoria sul drago, simbolo del male, e la conversione dell’imperatore Costantino. Sono storie che appartengono più alla devozione popolare che alla storia documentata, ma che testimoniano quanto la sua figura fosse amata e percepita come protettrice e beneaugurante.

 

 

Le origini antiche del Capodanno

Molto prima del Cristianesimo, il passaggio da un anno all’altro era vissuto come un momento sacro da molti popoli. Gli antichi Romani, già dal 153 a.C., avevano fissato l’inizio dell’anno al 1° gennaio dedicandolo a Giano, il dio bifronte che guarda contemporaneamente al passato e al futuro. Era un periodo di riti di purificazione, scambi di doni, auspici di prosperità e banchetti che celebravano la luce che lentamente tornava a crescere dopo il Solstizio d’Inverno.

 

 

Nel mondo germanico e celtico, il periodo delle Dodici Notti — quelle sospese tra Natale ed Epifania — era considerato un tempo fuori dal tempo, in cui il velo tra i mondi si assottigliava. Si accendevano falò per proteggere le comunità, si praticavano riti per scacciare gli spiriti maligni e si invocava la luce per accompagnare il nuovo ciclo dell’anno.

 

 

Anche nel Mediterraneo antico il Capodanno era legato ai cicli agricoli e ai culti della fertilità: in Grecia, ad esempio, le feste dionisiache celebravano l’abbondanza, la rinascita e la vitalità che la natura avrebbe riportato con la primavera.

 

 

Tradizioni moderne: un’eredità che continua

Oggi la Notte di San Silvestro è una festa globale, ma conserva tracce evidenti di queste antiche radici. In Italia, lenticchie e cotechino sono simboli di prosperità; in Spagna si mangiano dodici chicchi d’uva allo scoccare della mezzanotte; in Giappone i templi risuonano di 108 rintocchi che segnano il distacco dalle impurità dell’anno passato; in Brasile si offrono fiori bianchi al mare come gesto di gratitudine e speranza. Ogni tradizione, pur diversa, racconta la stessa cosa: il desiderio umano di iniziare un nuovo ciclo con un gesto di luce. Per saperne di più sulle tradizioni italiane della Notte di San Silvestro, clicca qui.

 

 

Il significato profondo della notte del 31 dicembre

La Notte di San Silvestro non è soltanto un momento di festa: è un rito di passaggio. È il tempo in cui si ringrazia per ciò che è stato e si immagina ciò che verrà, in cui si chiude una porta e se ne apre un’altra. È una notte che invita alla memoria e al desiderio, alla gratitudine e alla speranza. Forse è proprio per questo che continua a emozionarci: perché ci ricorda che ogni fine contiene già un inizio, e che ogni anno nuovo porta con sé la possibilità di ricominciare.

 

Foto via Pixabay e Unsplash

 

Santa Lucia nella cultura agreste: la festa della luce che ritorna

 

La ricorrenza di Santa Lucia, celebrata il 13 dicembre, è una delle più antiche e suggestive del calendario invernale. Nella civiltà contadina, profondamente legata ai ritmi della natura e alla luce del giorno, questa festa assumeva un significato particolare: rappresentava il momento in cui, nel cuore dell’inverno, si intravedeva il primo segno del ritorno del sole.

Il giorno più corto dell’anno: una soglia simbolica

Per secoli, prima della riforma del calendario, il 13 dicembre cadeva in prossimità del Solstizio d’Inverno. Non sorprende, quindi, che la tradizione popolare abbia conservato il proverbio: “Santa Lucia, il giorno più corto che ci sia.” Nelle campagne, dove la luce naturale regolava ogni attività, questo giorno segnava il culmine del buio. Ma proprio per questo era vissuto come una soglia di speranza: da quel momento, si diceva, le giornate avrebbero ricominciato ad allungarsi, anche se impercettibilmente. Santa Lucia diventava così la messaggera del ritorno della luce, come ricordano molte tradizioni europee legate ai riti luminosi.

 

 

Riti domestici e simboli di luce

Nelle case rurali, la notte tra il 12 e il 13 dicembre era illuminata da piccoli fuochi, candele e lumini posti alle finestre. Non erano semplici decorazioni: erano gesti rituali, modi per proteggere la casa dal buio e per accogliere simbolicamente la luce che tornava. La luce di Santa Lucia era considerata una benedizione: proteggeva gli animali nelle stalle, custodiva i raccolti conservati per l’inverno, portava serenità nelle famiglie, e ricordava che nessuna notte è eterna.

 

 

Una festa profondamente contadina

Nella cultura agreste, Santa Lucia era legata anche alla protezione del lavoro dei campi. In molte regioni del Sud la festa assumeva un carattere devozionale e comunitario, con riti gastronomici come la cuccìa, un piatto a base di grano bollito e crema dolce che ancora oggi viene preparato in Sicilia in segno di gratitudine e memoria. Nel Nord Italia, invece, la tradizione si intrecciava con il mondo infantile: Santa Lucia portava piccoli doni ai bambini, spesso accompagnata dal suo asinello, in una notte che univa sacro e popolare. Anche questo rito, in un certo senso, conservava un nucleo estremamente genuino: il dono della luce, della bontà, della speranza nel cuore dell’inverno.

 

 

La santa che “vede” oltre il buio

Santa Lucia è anche la protettrice della vista. Nella civiltà contadina, questo significato era interpretato in modo simbolico: la santa aiutava a “vedere” oltre il buio dell’inverno, la paura della scarsità, le difficoltà della stagione fredda. Era la santa che portava visione, non solo luce.

 

 

Il significato profondo per le comunità rurali

Per le comunità agricole, la festa di Santa Lucia era molto più di una ricorrenza religiosa: era un rito cosmico, un momento in cui la natura e la spiritualità si incontravano. Rappresentava: la resistenza al buio, la fiducia nel ritorno del sole; la certezza che la vita, anche quando sembra immobile, sta già ricominciando. Era la festa della speranza minima ma certa, quella che nasce quando tutto sembra fermo e invece, silenziosamente, qualcosa riprende a crescere. Non posso che concludere citando alcuni proverbi che la saggezza popolare ha dedicato alla Santa della Luce: li trovate qui di seguito.

 

 

Santa Lucia, il giorno più corto che ci sia.

 

 

Da Santa Lucia a Natale, il dì allunga un passo di cane.

 

 

Per Santa Lucia il giorno corre via.

 

 

Da Santa Lucia il freddo si mette in via.

 

 

 

Santa Lucia con il fango, Natale all’asciutto.

 

 

Per Santa Lucia e per Natale, il contadino ammazza il maiale.

 

Foto via Unsplash

 

San Martino, le oche e l’oca arrosto: tra leggenda e realtà

San Martino con l’oca in una statua della Chiesa di San Martino a Jona, in Svizzera, vicino al lago di Zurigo

 

“Chi no magna oca a San Martin, no’l fa el beco de un quatrin”

(Proverbio Veneto)

 

Di San Martino e della sua festa, MyVALIUM ha già parlato diverse volte. Ma oggi, data in cui ricorre la solennità del Santo, voglio approfondire un’altra famosa leggenda che lo riguarda: quella delle oche. Si narra che Martino, un monaco estremamente umile, quando seppe di essere stato nominato vescovo corse a rifugiarsi in una stalla. Non ambiva a grandi incarichi; avrebbe preferito rimanere un monaco, così si nascose sperando che nessuno lo ritrovasse. Qualcosa, però, mandò a monte il suo piano: le oche che gironzolavano nella stalla iniziarono a starnazzare facendo un gran baccano, e i paesani accorsero scoprendo il suo nascondiglio. Martino, di conseguenza, dovette accettare la nomina suo malgrado, e divenne il vescovo di Tours. A questo punto la storia, il folklore e la leggenda si intrecciano in modo tale che non è più possibile capire dove finisce l’una e inizia l’altro. Va detto, innanzitutto, che l’11 Novembre era una data cruciale per la cultura agreste: si concludevano i contratti agricoli e i contadini, se non veniva rinnovato il loro rapporto di lavoro, dovevano cercare un altro proprietario terriero per cui svolgere le proprie mansioni. Inoltre, il digiuno avventizio iniziava esattamente il 12 Novembre, giorno successivo alla festa di San Martino; San Martino era quindi una ricorrenza importante: rappresentava l’ultima occasione per dedicarsi alle grandi abbuffate. Non è un caso che fosse considerata una sorta di Capodanno agreste, sulla cui tavola la carne d’oca abbondava. Mangiare oca, un animale che – insieme al maiale – forniva grassi e proteine in quantità, era reputato un lusso (da qui il proverbio veneto che apre l’articolo) per gli agricoltori, abituati a cibarsi più che altro di polenta e cereali. Ma rappresentava anche il nutrimento ideale per affrontare il clima rigido dell’Inverno.

 

 

Tra l’oca e la leggenda di San Martino si stabilì una connessione che, da secoli, interseca il mito con la realtà. La tradizione del pasto dell’11 Novembre a base di oca era particolarmente diffuso nelle regioni del Nord Italia, dove lo è tutt’oggi: soprattutto in Veneto, per essere più precisi nel Padovano e nel Trevigiano, così come in FriuliEmilia Romagna e Lombardia.

 

 

Ma come viene cucinata, l’oca di San Martino? La sua preparazione varia da regione a regione; principalmente, però, si gusta al forno, arrosto accompagnata da mele e castagne, oppure in umido abbinata alla verza e alla polenta. La versione più tradizionale si concentra comunque sull’oca arrosto, farcita con noci, mele e castagne. Il giorno di San Martino, viene consumata insieme al vino novello e a una buona dose di caldarroste, che di sicuro non mancano mai.

 

Illustrazioni via Pixabay, foto delle oche via Unsplash

Foto di San Martino: Roland zh, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0>, da Wikimedia Commons

 

Notte di San Giovanni: i proverbi della notte più magica dell’estate

 

E’ la notte più magica dell’estate, un tripudio di usanze, tradizioni e credenze popolari; la notte di San Giovanni viene celebrata in diversi paesi del mondo (Spagna, Portogallo, Regno Unito, Sudamerica, paesi scandinavi…), ma ovunque mantiene intatta la propria suggestività.  Intrisa di elementi che mescolano religione, cultura agreste e rituali pagani,  anticamente coincideva con i festeggiamenti per il Solstizio d’Estate. Tra i riti che la contraddistinguono troviamo le pratiche divinatorie (basti pensare a quelle, a base di cardi, piombo e torli d’uovo, effettuate dalle giovani in età da marito), la tradizione dell’acqua di San Giovanni, i bagni di rugiada per propiziare la fertilità, il salto del falò, i poteri magici attribuiti alle erbe, e molti altri ancora. Avendo esplorato questo tema molte volte, oggi ci concentreremo su un aspetto altrettanto affascinante: i proverbi, che rispecchiano mirabilmente le atmosfere incantate della notte di San Giovanni.

 

 

La guazza di Santo Gioanno fa guarir da ogni malanno

 

 

Chi nasce la notte di San Giovanni non vede streghe e non sogna fantasmi

 

 

La notte di San Giovanni, ogni erba nasconde inganni

 

 

Per San Giovanni si svellon le cipolle e gli agli

 

 

San Giovanni non vuole inganni

 

 

La notte di San Giovanni destina il mosto, i matrimoni, il grano e il granturco

 

 

A San Marco nato, a San Giovanni assettato

 

 

Per le guazze di San Giovanni si miete

 

 

A San Giovanni l’alveare spande, a San Martino l’alveare è pieno

 

 

San Giovanni ci fa vedere l’inganno

 

 

Quando la lavanda sente arrivare San Giovanni vuole fiorire

 

 

San Giovanni mietitore, San Pietro legatore

 

 

A San Giovanni l’alveare spande, a San Martino l’alveare è pieno

 

 

La notte di San Giovanni il granoturco inizia a fare il grano

 

 

La vigilia di San Giovanni, piove tutti gli anni

 

 

Vale di più San Giovanni da solo che tutt i santi insieme 

 

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La Liberazione compie 80 anni: buon 25 Aprile

 

Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia.

(Antonio Gramsci)

 

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22 Aprile, Giornata Mondiale della Terra 2025: “Il nostro potere, il nostro pianeta”

 

“O vasto globo, che per lo spazio salpi, | tutto coperto di visibile forza e di bellezza, | che la luce del giorno con la feconda tenebra spirituale alterni, | indicibili, alte processioni di sole, luna, stelle incalcolabili lassù, | sotto, la multiforme erba, le acque, gli animali, gli alberi, le montagne, | a scopi imperscrutabili, qualche celata intenzione profetica, | per la prima volta mi pare che il mio pensiero cominci ad abbracciarti.”

(Walt Whitman , da “Foglie d’erba”, I Meridiani Mondadori 2017)

Per celebrare il 55simo anniversario della Giornata Mondiale della Terra, oggi pubblico una photostory che inneggia alle meraviglie della natura e alla rinascita primaverile. Il tema che fa da filo conduttore al World Earth Day 2025 è “Our Power, Our Planet”, “Il nostro potere, il nostro pianeta”: un appello, un’esortazione, un monito che chiama in causa chiunque, a livello globale, con il fine di spronarlo ad attuare il mutamento necessario per proteggere e salvare il globo terrestre. In particolare, questa edizione sarà incentrata sulle fonti di energia rinnovabili, in grado di diminuire la quantità di anidride carbonica rilasciata da combustibili fossili come il petrolio, il carbone e il gas naturale. Buona Giornata Mondiale della Terra a tutti, dunque. E che ognuno di noi si impegni in prima persona a mantenere in salute la Terra, la nostra casa.
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Buona Pasqua

 

“La risurrezione del nostro Signore Gesù Cristo segna la nuova vita di quanti credono in Cristo; e questo mistero della morte e risurrezione voi lo dovete conoscere in profondità e riprodurlo nella vostra vita.”
(Agostino d’Ippona)