Vacanze su un’isola: perché piacciono tanto

Alicudi

 

Dev’esserci un’isola più a sud,
una corda più tesa e più vibrante,
un altro mare che nuota in altro blu.

(José Saramago)

 

Le mete più gettonate dell’estate 2026 sono state le isole. Ma non parliamo di atolli tropicali, di arcipelaghi esotici situati all’altro capo del mondo. Gli italiani hanno scelto isole molto più a portata di mano, raggiungibili con voli brevi e pochi minuti di traghetto. I mari che le ospitano? Principalmente, lo Ionio e il Mediterraneo. Il motivo è molto semplice: coniuga una distanza abbordabile con spiagge splendide, mare cristallino e una buona dose di praticità. Secondo i sondaggi, tra le isole più frequentate rientrano la greca Corfù (dove Madonna ha festeggiato da poco il suo compleanno) e le Cicladi, seguite da Ibiza e Formentera, Malta, le isole Canarie, soprattutto Lanzarote. In Italia, destinazioni come la Sardegna, Capri, l’isola d’Elba e la Sicilia hanno registrato il massimo afflusso di turisti. Ma al di là dei nomi più noti, il boom ha riguardato anche piccoli gioielli collocati nei mari del nostro Paese: basti pensare, ad esempio, a Pantelleria, o alle incantevoli isole Eolie, omaggiate da registi leggendari del cinema italiano e internazionale. Ma perché le isole piacciono tanto? Proviamo a scoprirlo insieme.

 

Capri

La sensazione di libertà

Il fatto che l’isola sia circondata dal mare dona la sensazione di staccare completamente con il tran tran quotidiano, con la vita di città. E’ come se quel mare fungesse da barriera tra la vacanza e lo stress della routine che ci intrappola giornalmente.

Il mare turchese

Non c’è bisogno di arrivare ai Caraibi per trovare un mare da sogno, trasparente e dove praticare molteplici sport acquatici: nuoto, sci nautico, snorkeling, surf, immersioni subacquee, barca a vela…

 

Creta

L’elogio della lentezza

Sulle isole i ritmi sono rallentati, rilassanti, a misura d’uomo. L’impressione è quella di trovarsi in un’oasi paradisiaca in cui il relax viene messo al primo posto.

La natura selvaggia

Le coste delle isole sono spesso frastagliate, ricche di baie, calette e spiagge nascoste, dove la vegetazione si alterna a scogli e rocce. Il paesaggio selvaggio e il clima ventilato, favorito dall’assenza di barriere naturali, esercitano un forte fascino su chiunque si trovi a visitare quelle zone.

 

Sardegna

Divertimento e relax, un’accoppiata vincente

Pensate a Ibiza, un’isola con una doppia anima: di notte, la regina dei club più esclusivi; di giorno, natura incontaminata, fincas (i tipici casali bianchi delle aree rurali) e piante di fichi, ulivi e carrubi nella campagna assolata.

 

Formentera

La forza delle tradizioni

Le comunità insulari sono un “mondo a parte”: le tradizioni sono molto sentite, così come la propria identità culturale. Non è raro assistere a eventi o manifestazioni di grande importanza e suggestività, gustare prodotti enogastronomici particolari, scoprire i capolavori dell’artigianato locale. Quest’atmosfera speciale, dai forti connotati distintivi, riesce a coinvolgere e ad entusiasmare.

 

Pantelleria

Un’isola per ogni esigenza

Esistono isole modaiole, pensate a Mykonos o Santorini; isole per il turismo di lusso, come la Sardegna o Capri; isole dai paesaggi spettacolari, ad esempio le Eolie, che sfoggiano panorami vulcanici e marini imperdibili e sono diventate Patrimonio dell’Umanità Unesco. In breve, c’è un’isola per tutti i gusti. Ognuno può scegliere l’isola che più gli si confà, che più lo aggrada. Anche un’isola incontaminata e meno battuta dal turismo, volendo: tipo Capraia o Giannutri. Ogni isola ha la sua peculiare identità.

 

Isola d’Elba

Sempre in movimento

Le isole offrono molteplici attività di svago: con le mani in mano non si sta. Vengono organizzate gite, percorsi di trekking, escursioni, degustazioni enogastronomiche, corsi di sport d’acqua…c’è solo l’imbarazzo della scelta.

 

Sicilia

Un viaggio di scoperta

Sulle isole, soprattutto quelle più grandi, c’è molto da scoprire. Si esplorano città, scenari naturali, culture, tipicità locali…e si assapora il fascino potente della storia. L’esempio più calzante è la Sicilia, crocevia di civiltà, con la sua natura prorompente, le città d’arte, il mare cristallino e le coste straordinarie, la potenza dell’Etna e l’unicità della sua identità culturale.

 

Santorini

 

E voi, amate le isole? Avete trascorso le vacanze su un’isola? Qual è la vostra isola preferita? Scrivetelo nei commenti.

 

Mykonos

Foto via Pexels e Unsplash

 

Ferragosto in campagna

 

Quando da bimbi si è vissuto in campagna e calpestato l’erba dei prati, dormito nei boschi, sorpreso l’uccello nel nido e bevuto nelle giumelle le acque vive e correnti, si è profumati di poesia per tutti gli anni che ci restano.

(M. F. Sauvage)

 

Trascorrere l’estate in campagna, evitando il caos ferragostano dei lidi vacanzieri: più che un’idea, un’opportunità. La campagna offre molteplici occasioni per potersi ritemprare sia nel corpo che nello spirito. Innanzitutto l’aria pura, del tutto priva di smog. E poi una full immersion nella natura, dove a regnare è un silenzio rotto solo dai suoni tipici delle aree rurali: il cinguettio degli uccelli, il sussurro delle foglie che ondeggiano al ritmo della brezza, il canto incessante dei grilli e delle cicale. I colori, in campagna, sono più accesi; il cielo più terso, i sapori più intensi. L’alba e il tramonto segnano l’inizio e la fine di ogni giornata. La campagna si vive con tutti i cinque sensi; dall’olfatto che capta gli aromi della terra, il profumo dei fiori e delle piante bagnate di rugiada, al gusto, che si rigenera attraverso i tipici sapori locali.

 

 

La campagna è un’oasi di relax, un’ode alle piccole cose che ci riempiono di stupore. Il rapporto con il tempo si modifica, i minuti si dilatano. Si riscoprono piaceri come il mangiare insieme all’aria aperta, una passeggiata in cerca di more, un libro letto davanti al tramonto mentre si è distesi su un prato. Il sorgere del sole è annunciato dal canto del gallo, che invita a vivere seguendo nuovi ritmi e una nuova consapevolezza. Le uscite notturne non contemplano luci al neon, ma un cielo cosparso di stelle.

 

 

In campagna non c’è traffico, non si fanno file, scompare la baraonda cittadina. Lo sguardo spazia tra l’azzurro del cielo e il verde circostante, soffermandosi su una gamma infinita di colori: il rosso dei papaveri, il viola della lavanda, l’oro del grano…La natura la fa da padrone.

 

 

L’atmosfera idilliaca favorisce la riconnessione con se stessi e amplifica le emozioni. La campagna, dunque, rappresenta una meta estiva ideale: per chi rifugge dal chiasso, dalle località alla moda, dalle spiagge sovraffollate. Per chi punta a riscoprire la gioia di assaporare cibi genuini, seguire ritmi lenti e ripristinare il valore della convivialità con la comunità locale.

 

Foto via Pexels e Unsplash

 

Il luogo: vacanze a Ostuni, la “Città Bianca”

 

Ostuni è la città bianca, di quel bianco accecante che si trova solo in Puglia. Perché è bianca? Alcuni dicono che fu dipinta di bianco perché la luce del sole accecasse i nemici provenienti dal mare e perché donasse luce ai vicoli bui. Ma anche perché la calce era facile da reperire e in periodo di epidemie e carestie evitava il contagio.

(Fabrizio Caramagna)

 

Guardando queste foto potremmo pensare di trovarci in Grecia, o in uno dei caratteristici “pueblos blancos” andalusi di cui abbiamo parlato la scorsa estate. Invece siamo in Italia, precisamente a Ostuni, detta non a caso “la Città Bianca”: oggi viaggeremo insieme nell’Alto Salento, una delle aree più suggestive del profondo Sud. Ostuni si trova in Puglia, dista 8 km dal mare Adriatico ed è arroccata su tre colli della Murgia situati lungo il “tacco” dello Stivale. E’ talmente pittoresca da essere stata ribattezzata anche “la Città Presepe”. La circondano verdeggianti distese di uliveti e di vigneti. Il centro storico, medievale,  si sviluppa in un vero e proprio labirinto di vicoli, scalette e torrioni, 15 in tutto: questi ultimi furono innalzati nel XV secolo  per scoraggiare l’avanzata dei Turchi. La zona antica della città, adagiata sul colle più alto, risalta per il tipico colore delle case, rigorosamente bianche: si tratta di dimore che vennero imbiancate a calce per garantire la massima luminosità nelle viuzze tortuose. Ma il bianco aveva anche una funzione difensiva; nel XVII secolo, con l’inarrestabile diffusione della peste, gli ostunesi si avvalsero delle proprietà disinfettanti e antibatteriche della calce per proteggersi dal contagio.

 

 

Cosa vedere nella città bianca

Esplorare i suoi vicoletti vale decisamente la pena: Ostuni è ricca di edifici risalenti al Barocco, al tardo Gotico, e di splendide chiese come la Cattedrale. Dedicato a Santa Maria dell’Assunzione, il duomo fu costruito nel XV secolo e domina tutto il borgo antico. Sulla sua facciata tardo-gotica campeggia un maestoso rosone a 24 raggi preziosamente intagliato.

 

 

Nella piazza principale è tassativa una visita al Palazzo Vescovile e al Palazzo del Seminario. I due edifici sono uniti dall’iconica loggia sospesa, in stile Barocco, dell’Arco Scoppa: fu costruito dapprima in legno e successivamente in pietra, nel 1750. Per realizzarlo ci si ispirò al Ponte dei Sospiri di Venezia. In Piazza della Libertà spicca invece un obelisco Barocco di 20 metri di altezza sulla cui cima troneggia la statua di Sant’Oronzo, patrono della città. Il Santo, che impedì che Ostuni fosse invasa dalla peste, viene celebrato con grandi festeggiamenti il 26 Agosto. La Colonna di Sant’Oronzo fu edificata nel XVIII secolo dallo scultore locale Giuseppe Greco.

 

 

Nei vicoletti di Ostuni potete trovare innumerevoli botteghe artigianali. Predominano i prodotti in ceramica e terracotta, come i piatti e le tazze minuziosamente dipinti a mano, affiancati dai tradizionali fischietti: sfoggiano le forme più disparate e un tripudio di colori vibranti. Anche i sandali e le borse in cuoio sono caratteristici dell’artigianato locale; un motivo in più per perdersi tra le intricate viuzze del centro storico.

 

 

Il mare e le spiagge

Ma a Ostuni si va anche per andare al mare: siamo nel Salento, il che equivale a dire acque cristalline e splendide spiagge che alternano tratti di sabbia finissima a rocce, calette e macchia mediterranea. La Riserva Naturale di Torre Guaceto, dove una torre cinquecentesca sovrasta uno straordinario mix di dune, spiagge sabbiose e aree di macchia, ospita specie di uccelli innumerevoli e variegate. Il litorale si snoda per circa 20 km e offre svariate opzioni di scelta.

 

Torre Guaceto (foto di Carovale3, CC BY-SA 4.0 via Wikimedia)

 

A pochi chilometri dal borgo antico, ad esempio, c’è la Costa Merlata, così chiamata perché le sue calette frastagliate rievocano i merli di un castello. Sulla Costa Merlata i promontori rocciosi si avvicendano alle scogliere basse e a spiaggette di sabbia bianca affacciate sul mare turchese. La Spiaggia di Gorgognolo è una spiaggia “selvatica”, incastonata tra gli scogli e ricca di insenature. A Torre Pozzelle le rocce e le calette sono punteggiate da folti gineprai e ginestreti. Quarto di Monte è una delle spiagge predilette dagli ostunesi: si trova nei paraggi della località di Monticelli ed è molto frequentata. All’interno del Parco Regionale Dune Costiere è situato Lido Morelli, una spiaggia di dune di sabbia che sembra ricoperta d’oro fino. Il mare è limpido, i ginepri abbondano. Nelle vicinanze, lungo la foce del fiume Morelli, si moltiplicano specchi d’acqua ricchi di pesci e frequentati dagli uccelli migratori. Lido Morelli, Riserva Naturale Regionale, è stato riconosciuto come SIC (Sito di Importanza Comunitaria) dalla Comunità Europea, in quanto considerato un territorio essenziale per la salvaguardia della biodiversità e degli uccelli migratori.

 

Foto via Pexels e Unsplash

 

Il luogo: tra i vicoletti di Mdina, “Città del Silenzio” e antica capitale di Malta

 

Quando si nomina Malta vengono subito in mente le sue spiagge, le baie della celebre Laguna Blu, le spettacolari grotte marine nei pressi di Zurrieq. Ma quest’isola del Mediterraneo possiede un patrimonio sconosciuto ai più: sto parlando di Mdina, l’antica capitale, detta “La città del Silenzio”. Situata su una collina a 15 km da La Valletta, dalla quale la separano vasti oliveti e piantagioni di fichi, Mdina è una città fortificata, un  autentico museo a cielo aperto ricco di testimonianze architettoniche medievali e barocche. Per visitarla, però, non potete avvalervi dell’auto: Mdina è un concentrato di vicoletti e palazzi in pietra calcarea dove l’accesso ai veicoli a quattro ruote è consentito solo ai residenti. La posizione della città, a quasi 200 metri di altezza sul livello del mare, la rende un luogo perfetto per ammirare i panorami di Malta. Ma perchè l’appellativo di “Città del Silenzio”? Il motivo è molto semplice. Mdina è un’oasi tranquilla, composta da vicoli e piazzette in cui abitualmente risuonano soltanto i passi dei turisti o dei suoi abitanti. Inoltre, pare che oggi vi risiedano circa 300 persone: un numero piuttosto esiguo che tuttavia non fa che accrescere il suo fascino prezioso. Non è un caso, infatti, che la maestosa porta d’accesso alla città, la Porta di Mdina, edificata nel 1724, sia apparsa nella prima stagione della serie TV “Il Trono di Spade”.

 

 

La storia della città

Le origini di Mdina sono molto antiche. Furono i Fenici a fortificarla; correva l’anno 1000 a.C. e ritennero che la sua altitudine, la sua posizione nel cuore dell’isola di Malta, fossero altamente strategiche. Successivamente, Mdina entrò a far parte dell’Impero Romano e prese il nome di Melite. Nel 60 a.C. anche San Paolo approdò a Mdina, dove rimase per tre mesi in seguito a un naufragio occorso mentre viaggiava verso Roma. A dare l’impronta alla città, però, furono gli Arabi, che conquistarono Malta nell’870 d.C. Gli Arabi ribattezzarono Mdina, ovvero “città fortificata”, l’antica Melite romana, e modificarono il suo assetto urbanistico costruendo il labirinto di vicoletti e le massicce mura, oltre che il fossato che la separa da Rabat. Nel 1091 d.C., l’arrivo dei Normanni pose fine al dominio arabo e Mdina entrò a far parte del Regno di Sicilia. La città rimase capitale dell’isola fino al 1530, quando l’imperatore Carlo V cedette l’arcipelago maltese ai Cavalieri dell’Ordine di San Giovanni, che poi presero il nome di Cavalieri di Malta. Proprio durante la supremazia di questi ultimi, nel 1693, Mdina fu colpita da un forte terremoto che distrusse alcuni dei monumenti più importanti della città. Tuttavia, grazie a una solerte opera di restauro, oggi possiamo continuare ad ammirare sia tutti i suoi edifici che le sue mura.

 

 

Cosa vedere

Le Mura. Sono la caratteristica della città, restaurate dall’architetto Charles- François de Mondion dopo il tremendo terremoto del 1693. Nella zona alta di Mdina, poi, è possibile godere di stupefacenti scorci panoramici.

La Cattedrale di San Paolo. In puro stile Barocco, si contraddistingue per i due campanili annessi alla facciata. Su di essi compaiono due orologi: il primo indica l’ora, il secondo i mesi e i giorni dell’anno; secondo una leggenda, il secondo orologio sarebbe servito per raggirare il demonio. Non mancate di visitare il Museo della Cattedrale, ricco di dipinti e di cimeli di arte sacra.

Palazzo Vilhena. Un altro imponente edificio Barocco che risale al 1730. Ospita il Museo di Scienze Naturali, dove è possibile ammirare, tra l’altro, una grande quantità di minerali e di riproduzioni della fauna autoctona. Lateralmente al Palazzo si staglia la Torre dello Stendardo, incastonata nelle mura di Mdina.

Palazzo Falson. Edificato nel 1495, fu residenza di molte famiglie aristocratiche. Al suo interno, il cortile ospita una spettacolare fontana. Nelle 17 stanze visitabili si rimane incantati esaminando le splendide collezioni degli antichi proprietari del Palazzo, come quella di libri storici.

I vicoletti. Sono imperdibili, altamente suggestivi e costellati di botteghe artigianali dove si esegue la lavorazione del vetro.

 

Foto via Pexels e Unsplash

 

La Death Valley, il luogo più caldo del mondo che Antonioni immortalò nel film “Zabriskie Point”

 

Il caldo torrido che in questi giorni sta opprimendo l’Europa, mi ha spinto a fare alcune ricerche: volevo individuare il luogo più rovente della Terra in assoluto. La mia scoperta non ha lasciato adito a dubbi. Il record della temperatura massima dell’aria mai registrata in tutto il pianeta appartiene alla Death Valley, la Valle della Morte, un’area arida e desertica situata nella California sud-orientale e (sebbene in parte minima) nel Nevada. Il 10 Luglio del 1913 si raggiunse un picco di calore di ben 56.7 °C, e le temperature medie attuali si assestano attorno ai 47°C. Negli Stati Uniti non esiste un luogo più arido. L’eccezionale calura di questa valle è spiegabile anche grazie alla sua collocazione: il bacino di Badwater, un immenso lago preistorico oggi prosciugato, è ubicato a 86 metri sotto il livello del mare. Il nome Death Valley, d’altronde, è significativo. Le sue caratteristiche climatiche e ambientali non permettono a buona parte della flora e della fauna di sopravvivere; pare che esista anche una leggenda che narra le strazianti privazioni patite da un gruppo di cercatori d’oro rimasti “intrappolati” nella valle, percorsa dal Parco Nazionale che porta il suo stesso nome. La Death Valley, che dista tre ore di macchina da Las Vegas, si snoda per 225 km ed ha una larghezza media di 40 km. Il suo paesaggio ha sembianze lunari: spiccano catene montuose come quella delle Black Mountains, composte di rocce dalle surreali sfumature cromatiche, il bacino di sale di Badwater, fiumi e laghi evaporati a causa del calore. E poi, naturalmente, c’è il deserto: è lì che Michelangelo Antonioni ha girato alcune scene di Zabriskie Point, il film in cui, nel 1970, attraverso la love story di Mark e Daria raccontò la controcultura giovanile dell’epoca.

 

Foto via Pexels e Unsplash

 

Il luogo: viaggio a Spello, il borgo umbro dei fiori

 

Se lo chiamano “il borgo dei fiori” un motivo c’è, e non è difficile scoprirlo: la caratteristica di Spello, comune umbro di 8.200 abitanti adagiato ai piedi del Monte Subasio, è il tripudio di fiori che riempiono i vicoletti del centro storico, decorando le finestre, le porte e i balconi. Situato a circa 12 km da Assisi, Spello è un piccolo gioiello dell’Appennino Umbro-Marchigiano. Sorse per merito degli Umbri prima di passare sotto il dominio dei romani; non è un caso che, tuttora, venga definito “Splendidissima Colonia Julia” in omaggio al nome che gli assegnò Giulio Cesare. Dopo un periodo glorioso, Spello fu devastato dai barbari e si riprese solo in età comunale, quando divenne libero Comune. Dal 1516 al 1648 appartenne alla nobile casata perugina dei Baglioni, alla quale Papa Leone X la concesse in feudo. Oggi, Hispellum (questo il suo nome latino) è un antico borgo dagli scorci incantevoli frequentatissimo da turisti di tutto il mondo.

 

 

Finestre, Balconi e Vicoli Fioriti

Conosciuta per la lavorazione del lino e per la suggestività, Spello è una delle punte di diamante dell’Associazione I Borghi Più Belli d’Italia e dell’Associazione Nazionale Città dell’Olio, che riunisce i luoghi eccellenti della produzione dell’olio extravergine d’oliva. Tuttavia, la fama di questo pittoresco borgo umbro deriva soprattutto dai suoi fiori: passeggiando per le viuzze del centro storico, completamente edificato in pietra del Monte Subasio, è possibile ammirarli ovunque, e a profusione. Strabordano dai vasi in terracotta, si inerpicano sulle scalinate e le facciate delle case, attirando l’occhio in un vortice di colori e profumi inebrianti. Ma perchè questa esplosione floreale? Tutto è dovuto a una competizione locale, “Finestre, Balconi e Vicoli Fioriti”, arrivata alla sua XXII edizione. L’iniziativa, promossa dalla Pro Loco Spello in sinergia con il Comune di Spello, i dipartimenti di Scienze Agrarie, Alimentari e Ambientali dell’Università degli Studi di Perugia e le associazioni I Borghi Più Belli d’Italia, Infiorate di Spello e Cine Foto Amatori Hispellum, viene lanciata a Maggio per poi concludersi ad Agosto con la premiazione dei residenti che hanno realizzato gli allestimenti floreali più belli. L’obiettivo, come recita il sito della Pro Loco, è quello di incentivare e valorizzare gli aspetti estetici, ambientali e turistici della città, uno scopo a cui tutti gli spellani concorrono con un prorompente entusiasmo.

 

Foto: Jocelyn Erskine-Kellie, CC BY-SA 2.0 da Wikimedia Commons 

Grazie a questo progetto, Spello si tramuta ogni anno in un borgo dalla scenografia incantata: fiori e verde in ogni angolo delle sue viuzze medievali lastricate in ciottoli e pietra locale. E’ una sorta di perenne Primavera che cattura lo sguardo con il suo splendore.

Le infiorate del Corpus Domini

Ma un simile spettacolo a cielo aperto lo si ritrova anche in un’altra iniziativa, quella delle infiorate artistiche del Corpus Domini. Si tratta di una tradizione antica, risalente ai primi anni del 1900. Inizialmente consisteva nella creazione di un tappeto di fiori ininterrotto che coincideva con il percorso del Corpo di Cristo portato in processione, ma in anni più recenti si è imposta l’usanza di realizzare grandi “tappeti” singoli sparsi in diverse aree della città. Le infiorate sono dei veri e propri capolavori artistici composti da petali di fiori; vengono eseguite con una tecnica impeccabile che coniuga lo spunto religioso-filosofico alla grande perizia artigianale. A Spello, l’Associazione Infiorate di Spello se ne occupa dal 2002, organizzando parallelamente un concorso che premia i lavori più spettacolari.

 

Foto: Leinfioratedispello, CC BY-SA 3.0 via Wikimedia Commons

Le infiorate sono allestite annualmente in concomitanza con la solennità del Corpus Domini. Quest’anno la manifestazione, denominata Notte dei Fiori, si svolgerà tra il 6 e il 7 Giugno. Realizzare l’opera sul suolo di ciottoli richiede un’abilità particolarmente spiccata;  il lavoro, inoltre, dev’essere terminato entro l’inizio della processione del Corpus Domini. Lo scenario è quello del centro storico, dove gli infioratori gareggiano rappresentando due diverse categorie: tappeti figurativi e tappeti geometrici. Esiste anche una sezione dedicata agli under anni 14, un’iniziativa che premia i giovanissimi intenzionati a perpetuare la tradizione. Le opere vengono valutate da una giuria composta da esperti nel campo dell’arte, della storia e della teologia. Sul podio salgono i tre gruppi che hanno allestito le infiorate migliori. Nel 2025, ad aggiudicarsi il trofeo Properzio è stato il gruppo Aisa, autore dell’infiorata dal titolo “Disarmare le parole”.

 

 

Alcuni must-see di Spello

E per il resto, cosa vedere a Spello? Ecco qualche spunto.

La cinta muraria romana

Le antiche mura di Spello sono le vestigia della dominazione romana. Costruite nel I secolo d.C., durante l’età augustea, circondano il borgo e si snodano all’incirca per 2 km. Bisogna sottolineare che, a quell’epoca, Hispellum si trovava in una posizione cruciale di passaggio e rivestiva un ruolo molto importante dal punto di vista commerciale. Le porte della città sono superbe: Porta Consolare vanta le origini più remote e si apre direttamente sulla via Flaminia, l’arteria strategica dell’Impero Romano che collegava Roma a Rimini. Porta Venere sorprende per le imponenti torri che si innalzano ai suoi lati. Porta Urbica, invece, era una via d’accesso alternativa. Ma il dettaglio più interessante è rappresentato dalle mura stesse: curiosamente, le case del centro storico ne incorporano diverse parti.

 

 

La Cappella Baglioni

Si trova nella collegiata di Santa Maria Maggiore, in pieno centro storico, ed è famosa perchè contiene una grande quantità di affreschi di Bernardino di Betto Betti detto Pinturicchio. Colpiscono l’uso del colore e la preziosità delle opere, dove è possibile ammirare la prospettiva lineare geometrica tipicamente rinascimentale.

La Pinacoteca Civica

E’ adiacente alla Chiesa di Santa Maria Maggiore. Qui vengono esposti numerosi dipinti, ma soprattutto affreschi risalenti al Medioevo che provengono da svariate chiese del territorio. Tra i loro autori risaltano nomi del calibro del Perugino, del Pinturicchio e di Andrea d’Assisi, che il Vasari considera uno degli allievi più validi del Perugino.

 

 

Il Belvedere della Posterula

Un punto panoramico imperdibile. Collocato nella parte superiore di Spello, è una sorta di terrazza affacciata sul “cuore verde d’Italia”. Da qui si possono ammirare la rigogliosità della natura circostante, gli sconfinati terreni coltivati a olivi, le immense vigne, e scorgere Montefalco e Assisi in lontananza.

La Villa dei Mosaici

E’ un suggestivo museo situato in zona Sant’Anna, all’esterno delle antiche mura. La sua storia è singolare: questa Villa strabiliante, risalente all’età augustea, venne scoperta casualmente mentre era in corso una serie di lavori pubblici. La Villa sfoggia pavimenti  interamente realizzati in mosaico, visitabili percorrendo speciali passerelle sopraelevate, e pareti cosparse di resti di affreschi e antichi stucchi. Ognuna delle dieci stanze presenta diversi motivi di pavimentazione: le composizioni in mosaico raffigurano figure geometriche, scene di flora e fauna (anche fantastica), dei cicli delle stagioni, del vino alla mescita. Proprio quest’ultima rappresentazione ha fatto presupporre che il proprietario della Villa dei Mosaici si dedicasse alla viticoltura e alla produzione del vino. Eh già, perchè a chi appartenesse la Villa è tuttora un mistero. Quel che è certo è che, considerando la sua maestosità, vi risiedesse la famiglia di un uomo potente e facoltoso.

 

 

Una parentesi dedicata al gusto

Il labirinto di vicoletti offre anche la possibilità di scoprire le tipicità culinarie del borgo dei fiori. Nelle viuzze e sulle piazzette si apre un gran numero di botteghe, locali e ristoranti che propongono varie delizie gastronomiche locali: in primis la bruschetta, preparata con l’aglio e con il pregiato olio extravergine di oliva di Spello. Il tartufo nero è un’altra specialità umbra: decretato Prodotto Agroalimentare Tradizionale (PAT) è stato definito, non a caso, il “diamante nero della cucina”. Per chi preferisce i cibi dolci, ecco il miele millefiori. I vini, invece, includono il tradizionale Grechetto, un vitigno autoctono umbro, alternato al Merlot e al Sangiovese.

 

Foto: User: (WT-shared) Davidx di wts wikivoyage, CC BY-SA 4.0 , da Wikimedia Commons

Foto: Jocelyn Erskine-Kellie, CC BY-SA 2.0 , da Wikimedia Commons

Foto: Jocelyn Erskine-Kellie from London, UK, CC BY-SA 2.0 , da Wikimedia Commons

Foto via Pexels, Pixabay e Unsplash

 

Spello

 

I fitti impegni di questi giorni mi impediscono di dedicare troppo tempo al blog e di postare gli articoli di approfondimento che tanto amo. Ma continuate a seguirmi, anche perchè molto presto andremo insieme a Spello, nel cuore dell’Umbria: il “borgo dei fiori”, famoso per le decorazioni floreali dei suoi vicoletti oltre che per le infiorate del Corpus Domini, è inserito nel circuito de I borghi più belli d’Italia e vi stupirà con la sua bellezza pittoresca. Stay tuned!

 

Foto: Georges Jansoone (JoJan), CC BY 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/3.0>, da Wikimedia Commons

Cartoline dall’Europa

Berlino, Germania

Cartoline dall’Europa, rigorosamente a tema natalizio: quelle cartoline che ormai non si usano più, soppiantate da foto e selfie vari postati sui social. Sono cartoline che catturano e ritraggono il mood, gli scorci e l’atmosfera del periodo più magico dell’anno. A fare da sfondo, una serie di città europee; non sempre le più note, le più turistiche. Perchè per respirare aria di Natale basta un dettaglio: il contrasto tra buio e luce, una nevicata improvvisa, uno scintillio che ammanta di fiaba il grigiore invernale. E voi, quale cartolina preferite?

 

Malaga, Spagna

Monschau, Germania

Tallinn, Estonia

Breslavia, Polonia

San Pietroburgo, Russia

Lisbona, Portogallo

Arad, Romania

Jičín, Repubblica Ceca

Lovanio, Belgio

Brema, Germania

Quedlinburg, Germania

Varsavia, Polonia

Seghedino, Ungheria

Oberwiesenthal, Germania

Helsinki, Finlandia

Rochefort-en-Terre, Francia

Amsterdam, Paesi Bassi

Roma, Italia

Valle Gran Rey, La Gomera, Isole Canarie

 

Foto via Pexels e Unsplash

 

Il luogo: a Monaco di Baviera per l’Oktoberfest, la festa della birra più famosa al mondo

 

Un Equinozio d’Autunno all’insegna della birra e della festa più sfrenata: quale potrebbe essere il miglior luogo in cui fare questa esperienza? Senza dubbio la Germania, e più precisamente Monaco di Baviera, dove dal 20 Settembre al 5 Ottobre avrà luogo l’Oktoberfest. Comiciamo subito con alcuni dati. Considerata la più maestosa fiera del globo, l’Oktoberfest ospita annualmente oltre 7 milioni di avventori: un numero superato solo da quello dei boccali di birra utilizzati. La data di inizio, ogni anno, è sempre la stessa: il penultimo sabato di Settembre. La conclusione ingloba invece il primo weekend di Ottobre terminando la domenica alle 23.30. Nel 2025, l’Oktoberfest giunge alla sua 190esima edizione; era il 1810 quando il re Massimiliano I Giuseppe di Baviera lo fondò a Monaco. La grande “festa della birra” bavarese si tiene nell’ampio spazio (42 ettari) denominato Theresienwiese, “il prato di Teresa”, un nome non di certo scelto a caso: l’Oktoberfest, infatti, nacque con l’intento di rendere ancora più spettacolari i festeggiamenti in onore del matrimonio tra Ludovico di Baviera, figlio del re Massimiliano Giuseppe, e la principessa Teresa di Sassonia-Hildburghausen. Ma andiamo subito a scoprire le caratteristiche di questa celebrazione famosissima in tutto il mondo.

 

 

All’interno del Theresienwiese si trovano il gigantesco Luna Park, diventato ormai un’icona della manifestazione, e gli stand dove si beve birra e si pasteggia; la birra servita all’Oktoberfest viene rigorosamente prodotta da sei marchi prestigiosi del “made in Monaco”: Löwenbräu, Spaten, Paulaner, Hofbräu, Hacker-Pschorr e Augustiner. Gli stand sono in grado di accogliere fino a 10.000 persone. Ovviamente, all’Oktoberfest non si va solo per mangiare e bere: oltre al Luna Park, sono presenti attrazioni musicali in ogni singolo tendone. Mentre si è riuniti attorno alle tavolate, infatti, è possibile assistere all’esibizione dei gruppi più rappresentativi dello Schlager, un genere musicale (composto perlopiù da ballate) diffuso nella Mitteleuropa così come nei Paesi Bassi, in Scandinavia e nei paesi balcanici. Tutti gli stand, nessuno escluso, vantano un palco dove hanno luogo le performance dei cantanti e musicisti.

 

 

L’inizio

La festa prende il via con 12 spari di mortaretti; al termine di questo esordio scoppiettante, il sindaco di Monaco di Baviera spilla la prima botte di birra. “O’zapft is!”, “è stappata”, è la frase rituale che il primo cittadino pronuncia dopo aver compiuto l’operazione; poi, offre un boccale di birra al Presidente della Baviera. La cerimonia viene preceduta da una processione a cui prendono parte il sindaco e i titolari dei birrifici: si tratta di una vera e propria parata, realizzata in abiti tradizionali bavaresi,  lungo le vie della città. Quando i festeggiamenti hanno inizio si beve un’unica birra, la märzen; i sei birrifici locali si premurano di fornirla in quantità industriali a tutti gli stand. Ma che cos’è la märzen, esattamente? Con questo nome si indica una birra bavarese a bassa fermentazione che i mastri birrai crearono nel XVII secolo. Il caratteristico sapore della bevanda, più alcolica di una birra comune, evidenzia un potente aroma di luppolo. E’ fondamentale sapere, inoltre, che all’Oktoberfest è concesso bere solo birra bavarese: l’ordinanza che lo sancisce è datata nientemeno che 1850.

 

 

I Bierzelte

E’ questo il nome tedesco degli stand. Bierzelt significa più o meno “tendone dove si beve e vende birra”, e all’Oktoberfest, naturalmente, i Berzelte abbondano: danno vita a una struttura mastodontica che comincia ad essere montata due mesi prima dell’inizio della festa.

La cucina

Nei Bierzelte non si beve solo birra: si mangia anche, e molto! Il focus è chiaramente incentrato sulla cucina tradizionale bavarese, che include piatti piuttosto noti a livello internazionale. Troviamo innanzitutto una grande quantità di insaccati e di carne cucinati nei modi più disparati: i classici Wurstel alla griglia si alternano al Weiss Wurst, il wurstel bianco, una salciccia a base di carne di vitello; il Leberkaese, invece, è un “fratello” più saporito del Wurstel, ma non è affumicato. I più celebri piatti di carne includono lo Schweinhaxe, stinco di maiale con patate, le costine di maiale e l‘Hendl, un pollo arrosto croccante all’esterno ma molto tenero internamente (questa caratteristica lo accomuna allo Schweinhaxe).

 

 

Alla voce “salato” troviamo molti piatti e alimenti prelibati: gli Spätzle sono enormi gnocchi generalmente conditi con speck e rucola o con panna e prosciutto; l’Obatzda è un gustoso formaggio spalmabile abbinato ai Bretzel e a una manciata di ravanelli; il Sauerkraut (crauti), ovvero il cavolo fermentato, è inconfondibile per il suo accento acido, mentre la senape, soprattutto quella dolce, abbonda sui Wurstel e in particolare sul Weiss Wurst. Poi abbiamo le patate, grandi protagoniste della cucina bavarese: sono onnipresenti e cucinate in diversi modi, anche fritte. Non possiamo tralasciare il Bretzel, pane salato bavarese dalla forma che ricorda un nodo, cosparso di sale grosso persino all’esterno; pare che l’abbondanza di sale sia stata pensata ad hoc per accentuare la sete (e quindi spronare al consumo della birra). Tra i dolci più gettonati troviamo l’Apfelkuchen, una deliziosa torta di mele, i Dampfnudel, dei morbidi gnocchi di pane serviti con salsa alla vaniglia, e i celebri Lebkuchen, biscotti al pan di zenzero a forma di cuore, spesso ricoperti di cioccolato o glassa e decorati con scritte che parlano d’amore.

 

 

I divertimenti

Il Luna Park rappresenta uno dei punti di forza dell’Oktoberfest. Molte di queste giostre, o attrazioni, hanno oltre un secolo di vita. Nel Theresienwiese troneggia una ruota panoramica che sfiora i 48 metri; simbolo iconico della festa della birra, comparve per la prima volta al festival nel 1880. La Ruota del Diavolo, presente sin dal 1910, è un disco che aumenta progressivamente la sua velocità di rotazione. Chi sale sul disco deve riuscire a mantenersi ben saldo sulla pedana per il maggior tempo possibile, nonostante il movimento rotatorio indiavolato (è il caso di dirlo) e i “dispetti” di alcuni personaggi assoldati come guastafeste. La Krinoline, che ha esordito all’Oktoberfest negli anni ’20, è la classica giostra della tradizione. Il Taboga, il cui primo esemplare venne costruito nel 1906, è uno scivolo che trascina i corpi dei visitatori a velocità supersonica. L’Altalena delle Streghe, un’attrazione storica, è apparsa all’Oktoberfest nel 1984: si compone di una gigantesca altalena corredata di due sedili per otto persone l’uno. Il dondolio sfrenato dell’altalena fa sì che i visitatori, terrorizzati, temano di ribaltarsi da un momento all’altro. Il Pitts Todeswand è un cilindro dall’altezza di otto metri e dal diametro di dodici. Dentro il cilindro vengono eseguite acrobazie mirabolanti: motociclisti che rombano sulle pareti con le loro moto, saltimbanchi che si esibiscono in virtuosismi funambolici…Il pubblico, posizionato all’estremità superiore dell’attrazione, osserva tutto dall’alto. Lo Schichtl è uno spazio dove si svolgono siparietti umoristici e giochi di prestigio. Il numero più celebre riguarda la “decapitazione” con ghigliottina: un componente del pubblico viene invitato a sottoporsi al ghigliottinamento; il presentatore indossa un costume tradizionale bavarese stravolto in chiave bizzarra. Lo Schichtl si trova all’Oktoberfest dal 1869. Un’altra attrazione divenuta emblematica della manifestazione è l’Olympia Looping: queste montagne russe, annoverate  tra le più grandi del mondo, sono dotate di ben cinque giri della morte.

 

 

L’edizione 2025

L’Oktoberfest 2025 di Monaco di Baviera si conferma come un appuntamento imperdibile, dove la tradizione bavarese incontra una rinnovata attenzione all’esperienza del visitatore. L’apertura ufficiale alle 12 del 20 settembre, con il celebre “O’zapft is!” pronunciato dal sindaco Dieter Reiter, darà il via a due settimane di festa, folklore e convivialità. Tra le novità di quest’anno spiccano i miglioramenti strutturali nei tendoni storici e un programma culturale sempre più ricco, con sfilate folcloristiche, concerti all’aperto e iniziative dedicate alle famiglie. Monaco si prepara ad accogliere milioni di visitatori da tutto il mondo, celebrando con orgoglio le sue radici e il suo spirito festoso, sotto il segno della birra e della condivisione.

 

Foto via Unsplash

 

Il luogo: in Andalusia, lungo la “ruta de los pueblos blancos”

 

Dell’ Andalusia, su MyVALIUM, avete già conosciuto Tarifa e la Feria de Abril di Siviglia. Oggi, invece, ci addentreremo in un percorso più inesplorato ma non meno caratteristico e affascinante: la “ruta de los pueblos blancos”, l’itinerario dei villaggi bianchi. Il perchè di questo nome è evidente; si tratta di 19 villaggi rurali (e parlo solo di quelli maggiormente conosciuti a livello turistico e culturale) situati, in gran parte, nelle province di Malaga e di Cadice, la cui caratteristica principale è costituita dalle tipiche case dipinte di bianco. Un vezzo? Tutt’altro. E’ il modo che gli andalusi  adottarono per difendersi dal sole rovente, che in estate, credetemi, picchia davvero forte; il bianco della calce riflette i raggi solari  provocando una sorta di “rimbalzo” che impedisce al calore di infiltrarsi all’interno delle dimore. I paesini, principalmente di origine araba, sono arroccati sulle montagne e sulle colline. Li circonda uno scenario a dir poco meraviglioso: boschi, rocce, torrenti, valli, sentieri, parchi naturali…La loro collocazione strategica offriva ai “Mori” la possibilità di difendersi dagli attacchi dei nemici. Visitando i pueblos blancos, dunque, possiamo imbatterci in un fitto intreccio di vicoli inerpicati sulle alture, e insieme ai vicoli ammiriamo le numerose piazzette, i castelli, gli angoli panoramici, le chiese che costellano ogni villaggio. Una serie di lampioni antichi, rigorosamente in ferro battuto, accresce il fascino di questi luoghi donando loro una suggestività incomparabile. Tutte le casette bianche, come se non bastasse, sono adornate da un pittoresco tripudio di fiori colorati.

 

 

Ma quali sono i pueblos blancos che compongono l’itinerario? La “ruta” maggiormente percorsa, che conta 235 km, oltre ai 19 paesini di cui vi accennavo include Ronda, spettacolare, posizionata a strapiombo sul canyon El Tajo e sul fiume Guadalevín (che ha plasmato il canyon). Ronda non è esattamente un paesino, ha dimensioni più grandi, e vale proprio la pena di visitarla: vi basti dire che era adorata da intellettuali del calibro di  Ernest Hemingway, James Joyce, Juan Ramón Jiménez, Luis Borges e Rainer Maria Rilke. Dista circa 100 km da Malaga e la sua Ciudad, ovvero il centro storico risalente al periodo moresco, è assolutamente imperdibile. Vi consiglio di non percorrere la “ruta” in un unico giorno. Ai villaggi va dedicato il tempo che meritano; soltanto così potrete assaporare appieno la loro atmosfera incantata.

 

 

Vi troverete, a questo punto, indecisi su quali pueblos blancos visitare. Ognuno ha una personale lista dei più belli, la scelta non è facile. L’artista e fashion photographer Diego Diaz Marín, ad esempio, ci consiglia di vedere Nerja, Frigiliana, Comares e Cómpeta: sono tutti situati nella Axarquìa, la regione della Costa del Sol in cui vive. Tra i villaggi più belli vengono spesso segnalati anche Alcalá del Valle, Arcos de la Frontera, Grazalema, Olvera, Setenil de las Bodegas e Ubrique. Andiamo subito a scoprire cosa potrete ammirare in questi pueblos.

 

 

Alcalá del Valle, adagiato in una valle verdeggiante, è noto perchè ospita il sito megalitico dei Dólmenes de Tomillos, tre dolmen (antichissimi monumenti funerari) antecedenti al 2000 a.C. E’ presente anche un mehir, roccioso, che mozza il fiato con la sua imponenza. Non perdetevi, poi, il Monastero de Caños Santos, una secolare meta di pellegrinaggi, la cappella dell’Eremo del Señor de la Misericordia e la chiesa barocca di Santa María del Valle (la patrona del pueblo), dove vengono conservati un fonte battesimale e diverse opere d’arte del 1600.

 

 

Ad Arcos de la Frontera, che si innalza sulla collina rocciosa della Peña De Arcos (sovrastante il lago di Arcos e il fiume Guadalete), non mancate di visitare il Castello de Los Arcos, l’antico castello arabo, all’interno delle cui mura si sviluppa la città vecchia con le sue tortuose viuzze. In Plaza del Cabildo è possibile ammirare una vista panoramica mozzafiato, mentre nei pressi del Callejón de las Monjas bar e ristoranti spuntano come funghi. A proposito di ristoranti, ho dimenticato di dirvi che i pueblos blancos sono celebri anche per la squisita cucina tradizionale, che include stufati a base di carne o pesce oltre che la tipica alboronia, il pisto andaluso con verdure, legumi e spezie.

 

 

Grazalema è forse il pueblo più battuto dai turisti, non a caso straripa di hotel, bed and breakfast e ristoranti. Sicuramente, viene considerato il più piovoso: eppure, con le temperature infuocate dell’estate andalusa, questo dettaglio rappresenta un punto di forza. Grazalema è ricco di angoli panoramici che regalano una vista spettacolare sulle montagne, e nel 1967 ha ricevuto il Premio Nazionale del Turismo per l’Abbellimento e il Miglioramento dei Villaggi di Spagna. I must-see del pueblo sono il Museo dell’Artigianato Tessile, arte in cui Grazalema eccelle, insieme alle chiese di Nuestra Señora de la Aurora e di La Encarnación, risalenti rispettivamente al XVIII e al XVII-XIX secolo.

 

 

Olvera, attorniato da boschi e immensi uliveti, presenta molteplici tracce delle sue origini arabe. L’antica fortezza moresca e la chiesa della Encarnación, in stile neoclassico, vengono considerati i suoi monumenti simbolo. Sono entrambi maestosi, e si ergono in cima alla collina attorno alla quale il pueblo si abbarbica. L’olio d’oliva è il prodotto caratteristico di Olvera. Va assaggiato senza se e senza ma: assaporatelo con dei crostini, è del tutto irresistibile.

 

 

Setenil de las Bodegas è un pueblo particolarissimo, sembra fagocitato dalla roccia. Questo villaggio, infatti, non si inerpica sulle pendici di una montagna o di una collina come gli altri: situato nel canyon scavato dal fiume Guadalporcún, è stato letteramente incastonato nelle rocce della gola. Le case spuntano da ogni cavità rocciosa, oppure la roccia le incornicia, dando vita a una magia unica nel suo genere. Non avete idea di cosa stia parlando? Osservate le foto qui sotto per capire meglio.

 

 

Anche a Setenil abbondano le viuzze, le botteghe (da qui il suo nome) e i ristoranti. Le sue case scavate nella – o costruite sulla – roccia, neanche a dirlo, sono l’attrazione principale del pueblo, ma vale anche la pena di approfondire la curiosità del nome Setenil: pare che derivi da “septem nihil”, ovvero “sette volte no”. Quando i cristiani tentarono di riprendersi il villaggio all’epoca della Reconquista, infatti, gli arabi fecero fallire i loro sforzi per ben sette volte.

 

 

Ubrique è collocato esattamente a metà tra la Sierra di Ubrique e la Sierra di Grazalema. Questo pueblo è celebre per l’artigianato del pellame, un’attività che localmente si sviluppò secoli orsono, ma anche per aver dato i natali a toreri di grande fama. Un nome su tutti?Jesús Janeiro Bazán, in pensione ormai da tempo, detto Jesulín de Ubrique. Perciò, se visiterete Ubrique, non tralasciate il Museo del Pellame situato nel seicentesco convento barocco dei Cappuccini, oppure chiese come Nuestra Señora de la O, Gesù Nazareno e Sant’Antonio (tutte datate dal XVI al XIX secolo), ma non dimenticate di ammirare il monumento e il museo, nell’arena della corrida, che il pueblo di Ubrique ha dedicato al mitico Jesulìn, torero stravagante e poliedrico che tra gli anni 90 e i primi anni del 2000 fu più volte protagonista della cronaca rosa.

 

Foto via Pexels e Unsplash