Il luogo: vacanze a Ostuni, la “Città Bianca”

 

Ostuni è la città bianca, di quel bianco accecante che si trova solo in Puglia. Perché è bianca? Alcuni dicono che fu dipinta di bianco perché la luce del sole accecasse i nemici provenienti dal mare e perché donasse luce ai vicoli bui. Ma anche perché la calce era facile da reperire e in periodo di epidemie e carestie evitava il contagio.

(Fabrizio Caramagna)

 

Guardando queste foto potremmo pensare di trovarci in Grecia, o in uno dei caratteristici “pueblos blancos” andalusi di cui abbiamo parlato la scorsa estate. Invece siamo in Italia, precisamente a Ostuni, detta non a caso “la Città Bianca”: oggi viaggeremo insieme nell’Alto Salento, una delle aree più suggestive del profondo Sud. Ostuni si trova in Puglia, dista 8 km dal mare Adriatico ed è arroccata su tre colli della Murgia situati lungo il “tacco” dello Stivale. E’ talmente pittoresca da essere stata ribattezzata anche “la Città Presepe”. La circondano verdeggianti distese di uliveti e di vigneti. Il centro storico, medievale,  si sviluppa in un vero e proprio labirinto di vicoli, scalette e torrioni, 15 in tutto: questi ultimi furono innalzati nel XV secolo  per scoraggiare l’avanzata dei Turchi. La zona antica della città, adagiata sul colle più alto, risalta per il tipico colore delle case, rigorosamente bianche: si tratta di dimore che vennero imbiancate a calce per garantire la massima luminosità nelle viuzze tortuose. Ma il bianco aveva anche una funzione difensiva; nel XVII secolo, con l’inarrestabile diffusione della peste, gli ostunesi si avvalsero delle proprietà disinfettanti e antibatteriche della calce per proteggersi dal contagio.

 

 

Cosa vedere nella città bianca

Esplorare i suoi vicoletti vale decisamente la pena: Ostuni è ricca di edifici risalenti al Barocco, al tardo Gotico, e di splendide chiese come la Cattedrale. Dedicato a Santa Maria dell’Assunzione, il duomo fu costruito nel XV secolo e domina tutto il borgo antico. Sulla sua facciata tardo-gotica campeggia un maestoso rosone a 24 raggi preziosamente intagliato.

 

 

Nella piazza principale è tassativa una visita al Palazzo Vescovile e al Palazzo del Seminario. I due edifici sono uniti dall’iconica loggia sospesa, in stile Barocco, dell’Arco Scoppa: fu costruito dapprima in legno e successivamente in pietra, nel 1750. Per realizzarlo ci si ispirò al Ponte dei Sospiri di Venezia. In Piazza della Libertà spicca invece un obelisco Barocco di 20 metri di altezza sulla cui cima troneggia la statua di Sant’Oronzo, patrono della città. Il Santo, che impedì che Ostuni fosse invasa dalla peste, viene celebrato con grandi festeggiamenti il 26 Agosto. La Colonna di Sant’Oronzo fu edificata nel XVIII secolo dallo scultore locale Giuseppe Greco.

 

 

Nei vicoletti di Ostuni potete trovare innumerevoli botteghe artigianali. Predominano i prodotti in ceramica e terracotta, come i piatti e le tazze minuziosamente dipinti a mano, affiancati dai tradizionali fischietti: sfoggiano le forme più disparate e un tripudio di colori vibranti. Anche i sandali e le borse in cuoio sono caratteristici dell’artigianato locale; un motivo in più per perdersi tra le intricate viuzze del centro storico.

 

 

Il mare e le spiagge

Ma a Ostuni si va anche per andare al mare: siamo nel Salento, il che equivale a dire acque cristalline e splendide spiagge che alternano tratti di sabbia finissima a rocce, calette e macchia mediterranea. La Riserva Naturale di Torre Guaceto, dove una torre cinquecentesca sovrasta uno straordinario mix di dune, spiagge sabbiose e aree di macchia, ospita specie di uccelli innumerevoli e variegate. Il litorale si snoda per circa 20 km e offre svariate opzioni di scelta.

 

Torre Guaceto (foto di Carovale3, CC BY-SA 4.0 via Wikimedia)

 

A pochi chilometri dal borgo antico, ad esempio, c’è la Costa Merlata, così chiamata perché le sue calette frastagliate rievocano i merli di un castello. Sulla Costa Merlata i promontori rocciosi si avvicendano alle scogliere basse e a spiaggette di sabbia bianca affacciate sul mare turchese. La Spiaggia di Gorgognolo è una spiaggia “selvatica”, incastonata tra gli scogli e ricca di insenature. A Torre Pozzelle le rocce e le calette sono punteggiate da folti gineprai e ginestreti. Quarto di Monte è una delle spiagge predilette dagli ostunesi: si trova nei paraggi della località di Monticelli ed è molto frequentata. All’interno del Parco Regionale Dune Costiere è situato Lido Morelli, una spiaggia di dune di sabbia che sembra ricoperta d’oro fino. Il mare è limpido, i ginepri abbondano. Nelle vicinanze, lungo la foce del fiume Morelli, si moltiplicano specchi d’acqua ricchi di pesci e frequentati dagli uccelli migratori. Lido Morelli, Riserva Naturale Regionale, è stato riconosciuto come SIC (Sito di Importanza Comunitaria) dalla Comunità Europea, in quanto considerato un territorio essenziale per la salvaguardia della biodiversità e degli uccelli migratori.

 

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Il luogo: tra i vicoletti di Mdina, “Città del Silenzio” e antica capitale di Malta

 

Quando si nomina Malta vengono subito in mente le sue spiagge, le baie della celebre Laguna Blu, le spettacolari grotte marine nei pressi di Zurrieq. Ma quest’isola del Mediterraneo possiede un patrimonio sconosciuto ai più: sto parlando di Mdina, l’antica capitale, detta “La città del Silenzio”. Situata su una collina a 15 km da La Valletta, dalla quale la separano vasti oliveti e piantagioni di fichi, Mdina è una città fortificata, un  autentico museo a cielo aperto ricco di testimonianze architettoniche medievali e barocche. Per visitarla, però, non potete avvalervi dell’auto: Mdina è un concentrato di vicoletti e palazzi in pietra calcarea dove l’accesso ai veicoli a quattro ruote è consentito solo ai residenti. La posizione della città, a quasi 200 metri di altezza sul livello del mare, la rende un luogo perfetto per ammirare i panorami di Malta. Ma perchè l’appellativo di “Città del Silenzio”? Il motivo è molto semplice. Mdina è un’oasi tranquilla, composta da vicoli e piazzette in cui abitualmente risuonano soltanto i passi dei turisti o dei suoi abitanti. Inoltre, pare che oggi vi risiedano circa 300 persone: un numero piuttosto esiguo che tuttavia non fa che accrescere il suo fascino prezioso. Non è un caso, infatti, che la maestosa porta d’accesso alla città, la Porta di Mdina, edificata nel 1724, sia apparsa nella prima stagione della serie TV “Il Trono di Spade”.

 

 

La storia della città

Le origini di Mdina sono molto antiche. Furono i Fenici a fortificarla; correva l’anno 1000 a.C. e ritennero che la sua altitudine, la sua posizione nel cuore dell’isola di Malta, fossero altamente strategiche. Successivamente, Mdina entrò a far parte dell’Impero Romano e prese il nome di Melite. Nel 60 a.C. anche San Paolo approdò a Mdina, dove rimase per tre mesi in seguito a un naufragio occorso mentre viaggiava verso Roma. A dare l’impronta alla città, però, furono gli Arabi, che conquistarono Malta nell’870 d.C. Gli Arabi ribattezzarono Mdina, ovvero “città fortificata”, l’antica Melite romana, e modificarono il suo assetto urbanistico costruendo il labirinto di vicoletti e le massicce mura, oltre che il fossato che la separa da Rabat. Nel 1091 d.C., l’arrivo dei Normanni pose fine al dominio arabo e Mdina entrò a far parte del Regno di Sicilia. La città rimase capitale dell’isola fino al 1530, quando l’imperatore Carlo V cedette l’arcipelago maltese ai Cavalieri dell’Ordine di San Giovanni, che poi presero il nome di Cavalieri di Malta. Proprio durante la supremazia di questi ultimi, nel 1693, Mdina fu colpita da un forte terremoto che distrusse alcuni dei monumenti più importanti della città. Tuttavia, grazie a una solerte opera di restauro, oggi possiamo continuare ad ammirare sia tutti i suoi edifici che le sue mura.

 

 

Cosa vedere

Le Mura. Sono la caratteristica della città, restaurate dall’architetto Charles- François de Mondion dopo il tremendo terremoto del 1693. Nella zona alta di Mdina, poi, è possibile godere di stupefacenti scorci panoramici.

La Cattedrale di San Paolo. In puro stile Barocco, si contraddistingue per i due campanili annessi alla facciata. Su di essi compaiono due orologi: il primo indica l’ora, il secondo i mesi e i giorni dell’anno; secondo una leggenda, il secondo orologio sarebbe servito per raggirare il demonio. Non mancate di visitare il Museo della Cattedrale, ricco di dipinti e di cimeli di arte sacra.

Palazzo Vilhena. Un altro imponente edificio Barocco che risale al 1730. Ospita il Museo di Scienze Naturali, dove è possibile ammirare, tra l’altro, una grande quantità di minerali e di riproduzioni della fauna autoctona. Lateralmente al Palazzo si staglia la Torre dello Stendardo, incastonata nelle mura di Mdina.

Palazzo Falson. Edificato nel 1495, fu residenza di molte famiglie aristocratiche. Al suo interno, il cortile ospita una spettacolare fontana. Nelle 17 stanze visitabili si rimane incantati esaminando le splendide collezioni degli antichi proprietari del Palazzo, come quella di libri storici.

I vicoletti. Sono imperdibili, altamente suggestivi e costellati di botteghe artigianali dove si esegue la lavorazione del vetro.

 

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La Death Valley, il luogo più caldo del mondo che Antonioni immortalò nel film “Zabriskie Point”

 

Il caldo torrido che in questi giorni sta opprimendo l’Europa, mi ha spinto a fare alcune ricerche: volevo individuare il luogo più rovente della Terra in assoluto. La mia scoperta non ha lasciato adito a dubbi. Il record della temperatura massima dell’aria mai registrata in tutto il pianeta appartiene alla Death Valley, la Valle della Morte, un’area arida e desertica situata nella California sud-orientale e (sebbene in parte minima) nel Nevada. Il 10 Luglio del 1913 si raggiunse un picco di calore di ben 56.7 °C, e le temperature medie attuali si assestano attorno ai 47°C. Negli Stati Uniti non esiste un luogo più arido. L’eccezionale calura di questa valle è spiegabile anche grazie alla sua collocazione: il bacino di Badwater, un immenso lago preistorico oggi prosciugato, è ubicato a 86 metri sotto il livello del mare. Il nome Death Valley, d’altronde, è significativo. Le sue caratteristiche climatiche e ambientali non permettono a buona parte della flora e della fauna di sopravvivere; pare che esista anche una leggenda che narra le strazianti privazioni patite da un gruppo di cercatori d’oro rimasti “intrappolati” nella valle, percorsa dal Parco Nazionale che porta il suo stesso nome. La Death Valley, che dista tre ore di macchina da Las Vegas, si snoda per 225 km ed ha una larghezza media di 40 km. Il suo paesaggio ha sembianze lunari: spiccano catene montuose come quella delle Black Mountains, composte di rocce dalle surreali sfumature cromatiche, il bacino di sale di Badwater, fiumi e laghi evaporati a causa del calore. E poi, naturalmente, c’è il deserto: è lì che Michelangelo Antonioni ha girato alcune scene di Zabriskie Point, il film in cui, nel 1970, attraverso la love story di Mark e Daria raccontò la controcultura giovanile dell’epoca.

 

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Il luogo: viaggio a Spello, il borgo umbro dei fiori

 

Se lo chiamano “il borgo dei fiori” un motivo c’è, e non è difficile scoprirlo: la caratteristica di Spello, comune umbro di 8.200 abitanti adagiato ai piedi del Monte Subasio, è il tripudio di fiori che riempiono i vicoletti del centro storico, decorando le finestre, le porte e i balconi. Situato a circa 12 km da Assisi, Spello è un piccolo gioiello dell’Appennino Umbro-Marchigiano. Sorse per merito degli Umbri prima di passare sotto il dominio dei romani; non è un caso che, tuttora, venga definito “Splendidissima Colonia Julia” in omaggio al nome che gli assegnò Giulio Cesare. Dopo un periodo glorioso, Spello fu devastato dai barbari e si riprese solo in età comunale, quando divenne libero Comune. Dal 1516 al 1648 appartenne alla nobile casata perugina dei Baglioni, alla quale Papa Leone X la concesse in feudo. Oggi, Hispellum (questo il suo nome latino) è un antico borgo dagli scorci incantevoli frequentatissimo da turisti di tutto il mondo.

 

 

Finestre, Balconi e Vicoli Fioriti

Conosciuta per la lavorazione del lino e per la suggestività, Spello è una delle punte di diamante dell’Associazione I Borghi Più Belli d’Italia e dell’Associazione Nazionale Città dell’Olio, che riunisce i luoghi eccellenti della produzione dell’olio extravergine d’oliva. Tuttavia, la fama di questo pittoresco borgo umbro deriva soprattutto dai suoi fiori: passeggiando per le viuzze del centro storico, completamente edificato in pietra del Monte Subasio, è possibile ammirarli ovunque, e a profusione. Strabordano dai vasi in terracotta, si inerpicano sulle scalinate e le facciate delle case, attirando l’occhio in un vortice di colori e profumi inebrianti. Ma perchè questa esplosione floreale? Tutto è dovuto a una competizione locale, “Finestre, Balconi e Vicoli Fioriti”, arrivata alla sua XXII edizione. L’iniziativa, promossa dalla Pro Loco Spello in sinergia con il Comune di Spello, i dipartimenti di Scienze Agrarie, Alimentari e Ambientali dell’Università degli Studi di Perugia e le associazioni I Borghi Più Belli d’Italia, Infiorate di Spello e Cine Foto Amatori Hispellum, viene lanciata a Maggio per poi concludersi ad Agosto con la premiazione dei residenti che hanno realizzato gli allestimenti floreali più belli. L’obiettivo, come recita il sito della Pro Loco, è quello di incentivare e valorizzare gli aspetti estetici, ambientali e turistici della città, uno scopo a cui tutti gli spellani concorrono con un prorompente entusiasmo.

 

Foto: Jocelyn Erskine-Kellie, CC BY-SA 2.0 da Wikimedia Commons 

Grazie a questo progetto, Spello si tramuta ogni anno in un borgo dalla scenografia incantata: fiori e verde in ogni angolo delle sue viuzze medievali lastricate in ciottoli e pietra locale. E’ una sorta di perenne Primavera che cattura lo sguardo con il suo splendore.

Le infiorate del Corpus Domini

Ma un simile spettacolo a cielo aperto lo si ritrova anche in un’altra iniziativa, quella delle infiorate artistiche del Corpus Domini. Si tratta di una tradizione antica, risalente ai primi anni del 1900. Inizialmente consisteva nella creazione di un tappeto di fiori ininterrotto che coincideva con il percorso del Corpo di Cristo portato in processione, ma in anni più recenti si è imposta l’usanza di realizzare grandi “tappeti” singoli sparsi in diverse aree della città. Le infiorate sono dei veri e propri capolavori artistici composti da petali di fiori; vengono eseguite con una tecnica impeccabile che coniuga lo spunto religioso-filosofico alla grande perizia artigianale. A Spello, l’Associazione Infiorate di Spello se ne occupa dal 2002, organizzando parallelamente un concorso che premia i lavori più spettacolari.

 

Foto: Leinfioratedispello, CC BY-SA 3.0 via Wikimedia Commons

Le infiorate sono allestite annualmente in concomitanza con la solennità del Corpus Domini. Quest’anno la manifestazione, denominata Notte dei Fiori, si svolgerà tra il 6 e il 7 Giugno. Realizzare l’opera sul suolo di ciottoli richiede un’abilità particolarmente spiccata;  il lavoro, inoltre, dev’essere terminato entro l’inizio della processione del Corpus Domini. Lo scenario è quello del centro storico, dove gli infioratori gareggiano rappresentando due diverse categorie: tappeti figurativi e tappeti geometrici. Esiste anche una sezione dedicata agli under anni 14, un’iniziativa che premia i giovanissimi intenzionati a perpetuare la tradizione. Le opere vengono valutate da una giuria composta da esperti nel campo dell’arte, della storia e della teologia. Sul podio salgono i tre gruppi che hanno allestito le infiorate migliori. Nel 2025, ad aggiudicarsi il trofeo Properzio è stato il gruppo Aisa, autore dell’infiorata dal titolo “Disarmare le parole”.

 

 

Alcuni must-see di Spello

E per il resto, cosa vedere a Spello? Ecco qualche spunto.

La cinta muraria romana

Le antiche mura di Spello sono le vestigia della dominazione romana. Costruite nel I secolo d.C., durante l’età augustea, circondano il borgo e si snodano all’incirca per 2 km. Bisogna sottolineare che, a quell’epoca, Hispellum si trovava in una posizione cruciale di passaggio e rivestiva un ruolo molto importante dal punto di vista commerciale. Le porte della città sono superbe: Porta Consolare vanta le origini più remote e si apre direttamente sulla via Flaminia, l’arteria strategica dell’Impero Romano che collegava Roma a Rimini. Porta Venere sorprende per le imponenti torri che si innalzano ai suoi lati. Porta Urbica, invece, era una via d’accesso alternativa. Ma il dettaglio più interessante è rappresentato dalle mura stesse: curiosamente, le case del centro storico ne incorporano diverse parti.

 

 

La Cappella Baglioni

Si trova nella collegiata di Santa Maria Maggiore, in pieno centro storico, ed è famosa perchè contiene una grande quantità di affreschi di Bernardino di Betto Betti detto Pinturicchio. Colpiscono l’uso del colore e la preziosità delle opere, dove è possibile ammirare la prospettiva lineare geometrica tipicamente rinascimentale.

La Pinacoteca Civica

E’ adiacente alla Chiesa di Santa Maria Maggiore. Qui vengono esposti numerosi dipinti, ma soprattutto affreschi risalenti al Medioevo che provengono da svariate chiese del territorio. Tra i loro autori risaltano nomi del calibro del Perugino, del Pinturicchio e di Andrea d’Assisi, che il Vasari considera uno degli allievi più validi del Perugino.

 

 

Il Belvedere della Posterula

Un punto panoramico imperdibile. Collocato nella parte superiore di Spello, è una sorta di terrazza affacciata sul “cuore verde d’Italia”. Da qui si possono ammirare la rigogliosità della natura circostante, gli sconfinati terreni coltivati a olivi, le immense vigne, e scorgere Montefalco e Assisi in lontananza.

La Villa dei Mosaici

E’ un suggestivo museo situato in zona Sant’Anna, all’esterno delle antiche mura. La sua storia è singolare: questa Villa strabiliante, risalente all’età augustea, venne scoperta casualmente mentre era in corso una serie di lavori pubblici. La Villa sfoggia pavimenti  interamente realizzati in mosaico, visitabili percorrendo speciali passerelle sopraelevate, e pareti cosparse di resti di affreschi e antichi stucchi. Ognuna delle dieci stanze presenta diversi motivi di pavimentazione: le composizioni in mosaico raffigurano figure geometriche, scene di flora e fauna (anche fantastica), dei cicli delle stagioni, del vino alla mescita. Proprio quest’ultima rappresentazione ha fatto presupporre che il proprietario della Villa dei Mosaici si dedicasse alla viticoltura e alla produzione del vino. Eh già, perchè a chi appartenesse la Villa è tuttora un mistero. Quel che è certo è che, considerando la sua maestosità, vi risiedesse la famiglia di un uomo potente e facoltoso.

 

 

Una parentesi dedicata al gusto

Il labirinto di vicoletti offre anche la possibilità di scoprire le tipicità culinarie del borgo dei fiori. Nelle viuzze e sulle piazzette si apre un gran numero di botteghe, locali e ristoranti che propongono varie delizie gastronomiche locali: in primis la bruschetta, preparata con l’aglio e con il pregiato olio extravergine di oliva di Spello. Il tartufo nero è un’altra specialità umbra: decretato Prodotto Agroalimentare Tradizionale (PAT) è stato definito, non a caso, il “diamante nero della cucina”. Per chi preferisce i cibi dolci, ecco il miele millefiori. I vini, invece, includono il tradizionale Grechetto, un vitigno autoctono umbro, alternato al Merlot e al Sangiovese.

 

Foto: User: (WT-shared) Davidx di wts wikivoyage, CC BY-SA 4.0 , da Wikimedia Commons

Foto: Jocelyn Erskine-Kellie, CC BY-SA 2.0 , da Wikimedia Commons

Foto: Jocelyn Erskine-Kellie from London, UK, CC BY-SA 2.0 , da Wikimedia Commons

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Spello

 

I fitti impegni di questi giorni mi impediscono di dedicare troppo tempo al blog e di postare gli articoli di approfondimento che tanto amo. Ma continuate a seguirmi, anche perchè molto presto andremo insieme a Spello, nel cuore dell’Umbria: il “borgo dei fiori”, famoso per le decorazioni floreali dei suoi vicoletti oltre che per le infiorate del Corpus Domini, è inserito nel circuito de I borghi più belli d’Italia e vi stupirà con la sua bellezza pittoresca. Stay tuned!

 

Foto: Georges Jansoone (JoJan), CC BY 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/3.0>, da Wikimedia Commons

Cartoline dall’Europa

Berlino, Germania

Cartoline dall’Europa, rigorosamente a tema natalizio: quelle cartoline che ormai non si usano più, soppiantate da foto e selfie vari postati sui social. Sono cartoline che catturano e ritraggono il mood, gli scorci e l’atmosfera del periodo più magico dell’anno. A fare da sfondo, una serie di città europee; non sempre le più note, le più turistiche. Perchè per respirare aria di Natale basta un dettaglio: il contrasto tra buio e luce, una nevicata improvvisa, uno scintillio che ammanta di fiaba il grigiore invernale. E voi, quale cartolina preferite?

 

Malaga, Spagna

Monschau, Germania

Tallinn, Estonia

Breslavia, Polonia

San Pietroburgo, Russia

Lisbona, Portogallo

Arad, Romania

Jičín, Repubblica Ceca

Lovanio, Belgio

Brema, Germania

Quedlinburg, Germania

Varsavia, Polonia

Seghedino, Ungheria

Oberwiesenthal, Germania

Helsinki, Finlandia

Rochefort-en-Terre, Francia

Amsterdam, Paesi Bassi

Roma, Italia

Valle Gran Rey, La Gomera, Isole Canarie

 

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Il luogo: a Monaco di Baviera per l’Oktoberfest, la festa della birra più famosa al mondo

 

Un Equinozio d’Autunno all’insegna della birra e della festa più sfrenata: quale potrebbe essere il miglior luogo in cui fare questa esperienza? Senza dubbio la Germania, e più precisamente Monaco di Baviera, dove dal 20 Settembre al 5 Ottobre avrà luogo l’Oktoberfest. Comiciamo subito con alcuni dati. Considerata la più maestosa fiera del globo, l’Oktoberfest ospita annualmente oltre 7 milioni di avventori: un numero superato solo da quello dei boccali di birra utilizzati. La data di inizio, ogni anno, è sempre la stessa: il penultimo sabato di Settembre. La conclusione ingloba invece il primo weekend di Ottobre terminando la domenica alle 23.30. Nel 2025, l’Oktoberfest giunge alla sua 190esima edizione; era il 1810 quando il re Massimiliano I Giuseppe di Baviera lo fondò a Monaco. La grande “festa della birra” bavarese si tiene nell’ampio spazio (42 ettari) denominato Theresienwiese, “il prato di Teresa”, un nome non di certo scelto a caso: l’Oktoberfest, infatti, nacque con l’intento di rendere ancora più spettacolari i festeggiamenti in onore del matrimonio tra Ludovico di Baviera, figlio del re Massimiliano Giuseppe, e la principessa Teresa di Sassonia-Hildburghausen. Ma andiamo subito a scoprire le caratteristiche di questa celebrazione famosissima in tutto il mondo.

 

 

All’interno del Theresienwiese si trovano il gigantesco Luna Park, diventato ormai un’icona della manifestazione, e gli stand dove si beve birra e si pasteggia; la birra servita all’Oktoberfest viene rigorosamente prodotta da sei marchi prestigiosi del “made in Monaco”: Löwenbräu, Spaten, Paulaner, Hofbräu, Hacker-Pschorr e Augustiner. Gli stand sono in grado di accogliere fino a 10.000 persone. Ovviamente, all’Oktoberfest non si va solo per mangiare e bere: oltre al Luna Park, sono presenti attrazioni musicali in ogni singolo tendone. Mentre si è riuniti attorno alle tavolate, infatti, è possibile assistere all’esibizione dei gruppi più rappresentativi dello Schlager, un genere musicale (composto perlopiù da ballate) diffuso nella Mitteleuropa così come nei Paesi Bassi, in Scandinavia e nei paesi balcanici. Tutti gli stand, nessuno escluso, vantano un palco dove hanno luogo le performance dei cantanti e musicisti.

 

 

L’inizio

La festa prende il via con 12 spari di mortaretti; al termine di questo esordio scoppiettante, il sindaco di Monaco di Baviera spilla la prima botte di birra. “O’zapft is!”, “è stappata”, è la frase rituale che il primo cittadino pronuncia dopo aver compiuto l’operazione; poi, offre un boccale di birra al Presidente della Baviera. La cerimonia viene preceduta da una processione a cui prendono parte il sindaco e i titolari dei birrifici: si tratta di una vera e propria parata, realizzata in abiti tradizionali bavaresi,  lungo le vie della città. Quando i festeggiamenti hanno inizio si beve un’unica birra, la märzen; i sei birrifici locali si premurano di fornirla in quantità industriali a tutti gli stand. Ma che cos’è la märzen, esattamente? Con questo nome si indica una birra bavarese a bassa fermentazione che i mastri birrai crearono nel XVII secolo. Il caratteristico sapore della bevanda, più alcolica di una birra comune, evidenzia un potente aroma di luppolo. E’ fondamentale sapere, inoltre, che all’Oktoberfest è concesso bere solo birra bavarese: l’ordinanza che lo sancisce è datata nientemeno che 1850.

 

 

I Bierzelte

E’ questo il nome tedesco degli stand. Bierzelt significa più o meno “tendone dove si beve e vende birra”, e all’Oktoberfest, naturalmente, i Berzelte abbondano: danno vita a una struttura mastodontica che comincia ad essere montata due mesi prima dell’inizio della festa.

La cucina

Nei Bierzelte non si beve solo birra: si mangia anche, e molto! Il focus è chiaramente incentrato sulla cucina tradizionale bavarese, che include piatti piuttosto noti a livello internazionale. Troviamo innanzitutto una grande quantità di insaccati e di carne cucinati nei modi più disparati: i classici Wurstel alla griglia si alternano al Weiss Wurst, il wurstel bianco, una salciccia a base di carne di vitello; il Leberkaese, invece, è un “fratello” più saporito del Wurstel, ma non è affumicato. I più celebri piatti di carne includono lo Schweinhaxe, stinco di maiale con patate, le costine di maiale e l‘Hendl, un pollo arrosto croccante all’esterno ma molto tenero internamente (questa caratteristica lo accomuna allo Schweinhaxe).

 

 

Alla voce “salato” troviamo molti piatti e alimenti prelibati: gli Spätzle sono enormi gnocchi generalmente conditi con speck e rucola o con panna e prosciutto; l’Obatzda è un gustoso formaggio spalmabile abbinato ai Bretzel e a una manciata di ravanelli; il Sauerkraut (crauti), ovvero il cavolo fermentato, è inconfondibile per il suo accento acido, mentre la senape, soprattutto quella dolce, abbonda sui Wurstel e in particolare sul Weiss Wurst. Poi abbiamo le patate, grandi protagoniste della cucina bavarese: sono onnipresenti e cucinate in diversi modi, anche fritte. Non possiamo tralasciare il Bretzel, pane salato bavarese dalla forma che ricorda un nodo, cosparso di sale grosso persino all’esterno; pare che l’abbondanza di sale sia stata pensata ad hoc per accentuare la sete (e quindi spronare al consumo della birra). Tra i dolci più gettonati troviamo l’Apfelkuchen, una deliziosa torta di mele, i Dampfnudel, dei morbidi gnocchi di pane serviti con salsa alla vaniglia, e i celebri Lebkuchen, biscotti al pan di zenzero a forma di cuore, spesso ricoperti di cioccolato o glassa e decorati con scritte che parlano d’amore.

 

 

I divertimenti

Il Luna Park rappresenta uno dei punti di forza dell’Oktoberfest. Molte di queste giostre, o attrazioni, hanno oltre un secolo di vita. Nel Theresienwiese troneggia una ruota panoramica che sfiora i 48 metri; simbolo iconico della festa della birra, comparve per la prima volta al festival nel 1880. La Ruota del Diavolo, presente sin dal 1910, è un disco che aumenta progressivamente la sua velocità di rotazione. Chi sale sul disco deve riuscire a mantenersi ben saldo sulla pedana per il maggior tempo possibile, nonostante il movimento rotatorio indiavolato (è il caso di dirlo) e i “dispetti” di alcuni personaggi assoldati come guastafeste. La Krinoline, che ha esordito all’Oktoberfest negli anni ’20, è la classica giostra della tradizione. Il Taboga, il cui primo esemplare venne costruito nel 1906, è uno scivolo che trascina i corpi dei visitatori a velocità supersonica. L’Altalena delle Streghe, un’attrazione storica, è apparsa all’Oktoberfest nel 1984: si compone di una gigantesca altalena corredata di due sedili per otto persone l’uno. Il dondolio sfrenato dell’altalena fa sì che i visitatori, terrorizzati, temano di ribaltarsi da un momento all’altro. Il Pitts Todeswand è un cilindro dall’altezza di otto metri e dal diametro di dodici. Dentro il cilindro vengono eseguite acrobazie mirabolanti: motociclisti che rombano sulle pareti con le loro moto, saltimbanchi che si esibiscono in virtuosismi funambolici…Il pubblico, posizionato all’estremità superiore dell’attrazione, osserva tutto dall’alto. Lo Schichtl è uno spazio dove si svolgono siparietti umoristici e giochi di prestigio. Il numero più celebre riguarda la “decapitazione” con ghigliottina: un componente del pubblico viene invitato a sottoporsi al ghigliottinamento; il presentatore indossa un costume tradizionale bavarese stravolto in chiave bizzarra. Lo Schichtl si trova all’Oktoberfest dal 1869. Un’altra attrazione divenuta emblematica della manifestazione è l’Olympia Looping: queste montagne russe, annoverate  tra le più grandi del mondo, sono dotate di ben cinque giri della morte.

 

 

L’edizione 2025

L’Oktoberfest 2025 di Monaco di Baviera si conferma come un appuntamento imperdibile, dove la tradizione bavarese incontra una rinnovata attenzione all’esperienza del visitatore. L’apertura ufficiale alle 12 del 20 settembre, con il celebre “O’zapft is!” pronunciato dal sindaco Dieter Reiter, darà il via a due settimane di festa, folklore e convivialità. Tra le novità di quest’anno spiccano i miglioramenti strutturali nei tendoni storici e un programma culturale sempre più ricco, con sfilate folcloristiche, concerti all’aperto e iniziative dedicate alle famiglie. Monaco si prepara ad accogliere milioni di visitatori da tutto il mondo, celebrando con orgoglio le sue radici e il suo spirito festoso, sotto il segno della birra e della condivisione.

 

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Il luogo: in Andalusia, lungo la “ruta de los pueblos blancos”

 

Dell’ Andalusia, su MyVALIUM, avete già conosciuto Tarifa e la Feria de Abril di Siviglia. Oggi, invece, ci addentreremo in un percorso più inesplorato ma non meno caratteristico e affascinante: la “ruta de los pueblos blancos”, l’itinerario dei villaggi bianchi. Il perchè di questo nome è evidente; si tratta di 19 villaggi rurali (e parlo solo di quelli maggiormente conosciuti a livello turistico e culturale) situati, in gran parte, nelle province di Malaga e di Cadice, la cui caratteristica principale è costituita dalle tipiche case dipinte di bianco. Un vezzo? Tutt’altro. E’ il modo che gli andalusi  adottarono per difendersi dal sole rovente, che in estate, credetemi, picchia davvero forte; il bianco della calce riflette i raggi solari  provocando una sorta di “rimbalzo” che impedisce al calore di infiltrarsi all’interno delle dimore. I paesini, principalmente di origine araba, sono arroccati sulle montagne e sulle colline. Li circonda uno scenario a dir poco meraviglioso: boschi, rocce, torrenti, valli, sentieri, parchi naturali…La loro collocazione strategica offriva ai “Mori” la possibilità di difendersi dagli attacchi dei nemici. Visitando i pueblos blancos, dunque, possiamo imbatterci in un fitto intreccio di vicoli inerpicati sulle alture, e insieme ai vicoli ammiriamo le numerose piazzette, i castelli, gli angoli panoramici, le chiese che costellano ogni villaggio. Una serie di lampioni antichi, rigorosamente in ferro battuto, accresce il fascino di questi luoghi donando loro una suggestività incomparabile. Tutte le casette bianche, come se non bastasse, sono adornate da un pittoresco tripudio di fiori colorati.

 

 

Ma quali sono i pueblos blancos che compongono l’itinerario? La “ruta” maggiormente percorsa, che conta 235 km, oltre ai 19 paesini di cui vi accennavo include Ronda, spettacolare, posizionata a strapiombo sul canyon El Tajo e sul fiume Guadalevín (che ha plasmato il canyon). Ronda non è esattamente un paesino, ha dimensioni più grandi, e vale proprio la pena di visitarla: vi basti dire che era adorata da intellettuali del calibro di  Ernest Hemingway, James Joyce, Juan Ramón Jiménez, Luis Borges e Rainer Maria Rilke. Dista circa 100 km da Malaga e la sua Ciudad, ovvero il centro storico risalente al periodo moresco, è assolutamente imperdibile. Vi consiglio di non percorrere la “ruta” in un unico giorno. Ai villaggi va dedicato il tempo che meritano; soltanto così potrete assaporare appieno la loro atmosfera incantata.

 

 

Vi troverete, a questo punto, indecisi su quali pueblos blancos visitare. Ognuno ha una personale lista dei più belli, la scelta non è facile. L’artista e fashion photographer Diego Diaz Marín, ad esempio, ci consiglia di vedere Nerja, Frigiliana, Comares e Cómpeta: sono tutti situati nella Axarquìa, la regione della Costa del Sol in cui vive. Tra i villaggi più belli vengono spesso segnalati anche Alcalá del Valle, Arcos de la Frontera, Grazalema, Olvera, Setenil de las Bodegas e Ubrique. Andiamo subito a scoprire cosa potrete ammirare in questi pueblos.

 

 

Alcalá del Valle, adagiato in una valle verdeggiante, è noto perchè ospita il sito megalitico dei Dólmenes de Tomillos, tre dolmen (antichissimi monumenti funerari) antecedenti al 2000 a.C. E’ presente anche un mehir, roccioso, che mozza il fiato con la sua imponenza. Non perdetevi, poi, il Monastero de Caños Santos, una secolare meta di pellegrinaggi, la cappella dell’Eremo del Señor de la Misericordia e la chiesa barocca di Santa María del Valle (la patrona del pueblo), dove vengono conservati un fonte battesimale e diverse opere d’arte del 1600.

 

 

Ad Arcos de la Frontera, che si innalza sulla collina rocciosa della Peña De Arcos (sovrastante il lago di Arcos e il fiume Guadalete), non mancate di visitare il Castello de Los Arcos, l’antico castello arabo, all’interno delle cui mura si sviluppa la città vecchia con le sue tortuose viuzze. In Plaza del Cabildo è possibile ammirare una vista panoramica mozzafiato, mentre nei pressi del Callejón de las Monjas bar e ristoranti spuntano come funghi. A proposito di ristoranti, ho dimenticato di dirvi che i pueblos blancos sono celebri anche per la squisita cucina tradizionale, che include stufati a base di carne o pesce oltre che la tipica alboronia, il pisto andaluso con verdure, legumi e spezie.

 

 

Grazalema è forse il pueblo più battuto dai turisti, non a caso straripa di hotel, bed and breakfast e ristoranti. Sicuramente, viene considerato il più piovoso: eppure, con le temperature infuocate dell’estate andalusa, questo dettaglio rappresenta un punto di forza. Grazalema è ricco di angoli panoramici che regalano una vista spettacolare sulle montagne, e nel 1967 ha ricevuto il Premio Nazionale del Turismo per l’Abbellimento e il Miglioramento dei Villaggi di Spagna. I must-see del pueblo sono il Museo dell’Artigianato Tessile, arte in cui Grazalema eccelle, insieme alle chiese di Nuestra Señora de la Aurora e di La Encarnación, risalenti rispettivamente al XVIII e al XVII-XIX secolo.

 

 

Olvera, attorniato da boschi e immensi uliveti, presenta molteplici tracce delle sue origini arabe. L’antica fortezza moresca e la chiesa della Encarnación, in stile neoclassico, vengono considerati i suoi monumenti simbolo. Sono entrambi maestosi, e si ergono in cima alla collina attorno alla quale il pueblo si abbarbica. L’olio d’oliva è il prodotto caratteristico di Olvera. Va assaggiato senza se e senza ma: assaporatelo con dei crostini, è del tutto irresistibile.

 

 

Setenil de las Bodegas è un pueblo particolarissimo, sembra fagocitato dalla roccia. Questo villaggio, infatti, non si inerpica sulle pendici di una montagna o di una collina come gli altri: situato nel canyon scavato dal fiume Guadalporcún, è stato letteramente incastonato nelle rocce della gola. Le case spuntano da ogni cavità rocciosa, oppure la roccia le incornicia, dando vita a una magia unica nel suo genere. Non avete idea di cosa stia parlando? Osservate le foto qui sotto per capire meglio.

 

 

Anche a Setenil abbondano le viuzze, le botteghe (da qui il suo nome) e i ristoranti. Le sue case scavate nella – o costruite sulla – roccia, neanche a dirlo, sono l’attrazione principale del pueblo, ma vale anche la pena di approfondire la curiosità del nome Setenil: pare che derivi da “septem nihil”, ovvero “sette volte no”. Quando i cristiani tentarono di riprendersi il villaggio all’epoca della Reconquista, infatti, gli arabi fecero fallire i loro sforzi per ben sette volte.

 

 

Ubrique è collocato esattamente a metà tra la Sierra di Ubrique e la Sierra di Grazalema. Questo pueblo è celebre per l’artigianato del pellame, un’attività che localmente si sviluppò secoli orsono, ma anche per aver dato i natali a toreri di grande fama. Un nome su tutti?Jesús Janeiro Bazán, in pensione ormai da tempo, detto Jesulín de Ubrique. Perciò, se visiterete Ubrique, non tralasciate il Museo del Pellame situato nel seicentesco convento barocco dei Cappuccini, oppure chiese come Nuestra Señora de la O, Gesù Nazareno e Sant’Antonio (tutte datate dal XVI al XIX secolo), ma non dimenticate di ammirare il monumento e il museo, nell’arena della corrida, che il pueblo di Ubrique ha dedicato al mitico Jesulìn, torero stravagante e poliedrico che tra gli anni 90 e i primi anni del 2000 fu più volte protagonista della cronaca rosa.

 

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Il luogo: alla scoperta di Scilla con Domenica Fontana

 

Benvenuti a una nuova puntata della rubrica “Il luogo”, lo spazio dedicato ai viaggi, ai borghi incantati e alle località che meritano di essere scoperti e vissuti. Oggi vi porto in Calabria, precisamente a Scilla: un comune di poco più di 4000 abitanti affacciato sul mar Tirreno, dove la bellezza si mescola con la leggenda e ogni angolo vibra di storia e di magia. Scilla è arroccata su un promontorio che guarda lo Stretto di Messina, e già il suo nome richiama l’antico mito della ninfa trasformata in creatura marina dalla gelosia della maga Circe. Il Castello Ruffo, che sovrasta il borgo, sembra ancora vegliare sulle acque e sui segreti che esse custodiscono. Scilla è una gemma incastonata sulla Costa Viola, un tratto di litorale dal nome poetico, nato da un incantesimo naturale: al tramonto, il mare si tinge di riflessi purpurei, grazie alla luce che danza fra i fondali e alghe sottili che donano alle acque tonalità fiabesche;  uno spettacolo che affascina ogni sera come fosse sempre la prima. Ma questa non sarà una puntata come le altre. A raccontarci Scilla sarà Domenica Fontana, un’amica speciale che è nata proprio qui, tra le onde e le pietre di questo luogo incantato. Domenica ne conosce ogni angolo, ogni profumo, ogni storia. E soprattutto, lo ama profondamente. Ho conosciuto Domenica grazie a un Master organizzato dall’Università degli Studi di Urbino, “Insegnare Italiano a Stranieri”, che entrambe stiamo terminando di frequentare. Con lei ho condiviso un percorso bellissimo fatto di lavori di gruppo (noi facciamo parte del mitico Gruppo 1), “studio matto e disperatissimo” (un omaggio a Leopardi, e le colleghe sanno il perchè!) e nuove sfide, tutte gravitanti nell’orbita dell’insegnamento dell’Italiano L2. Essendo da sempre innamorata di Scilla, ho chiesto a Domenica (che vedete nella foto qui sotto) se le sarebbe piaciuto accompagnarci a conoscerla: lei ne è stata entusiasta. Preparatevi a lasciarvi incantare da un racconto che profuma di salsedine, tradizione e meraviglia.

 

Domenica, come ti presenteresti ai lettori di MyVALIUM?

Ho cinquant’anni. Sono nata a Scilla e ci ho vissuto per circa vent’ anni. Poi mi sono trasferita nella vicina città di Reggio Calabria, dove ancora oggi vivo e lavoro. Sono mamma di due ragazzi meravigliosi, Erica ed Antonino. Sono pigra, ma faccio lunghe camminate terapeutiche chiacchierando insieme alle mie amiche, di cui apprezzo anche le eccellenti doti culinarie. Avrete dedotto che ho delle amiche speciali!

Stai per concludere un Master, “Insegnare Italiano a Stranieri” organizzato dalla prestigiosa Università di Urbino, che rivela la tua passione per il mondo e le sue molteplici culture. Cosa ti lega, invece, alle tue radici? Alla magnifica Scilla dalla storia secolare e leggendaria?

Prima di risponderti vorrei soffermarmi sul Master. È stata una sfida con me stessa che ho vinto. Ne serberò un ricordo speciale per le conoscenze che mi ha fornito e per le persone che mi ha fatto incontrare, come te Silvia. Essere nata in un luogo incantevole come Scilla lo reputo un privilegio. Sono innamorata del mio paese e credo lo siano tutti gli scillesi. Ora non ci abito più, ma tutte le volte che ci torno il mio cuore impazzisce di gioia e rimango sempre affascinata dalla bellezza del suo territorio. Non so spiegarlo meglio. È un continuo colpo di fulmine.

 

 

Scilla è stata descritta come un luogo a metà tra uno scoglio e un’isola: come commenteresti questa immagine così evocativa?

Uno scoglio e un’isola dici? La rocca imponente a strapiombo sul mare, che in cima ospita il castello Ruffo di Calabria, effettivamente sembra una piccola isola, se vista dall’alto. A proposito del castello, che ovviamente non può mancare in un giro turistico, quando siete arrivati alla fine della salita che porta al suo ingresso, voltatevi e avrete uno sguardo d’insieme di Scilla con i suoi tre quartieri principali: Marina Grande, Chianalea e San Giorgio. E mentre fissate rapiti il paesaggio, immaginate di trovarvi sulla testa di un’aquila e di osservare il suo corpo adagiato sul mare (San Giorgio), con le ali ancora spiegate (Marina Grande e Chianalea). Se foste vicino a me, vi direi di chiudere gli occhi adesso e di ascoltare una delle leggende sulla nascita di Scilla: “Un giorno due aquilotti disturbano il sonno di Zeus con i loro volteggi e schiamazzi. Il Dio si sveglia furioso e scaglia contro i piccoli una saetta. Mamma aquila, che da lontano aveva visto la scena, prende il volo disperata e con il suo corpo fa da scudo agli aquilotti. Viene colpita e cade esanime in mare, ma all’improvviso risorge come uno scoglio adagiato sulle acque.” Ora aprite gli occhi e guardate l’aquila.

 

 

Potresti raccontarci qualcosa della famosa leggenda di Scilla e Cariddi?

Qualcosa? Mi inviti a nozze. Intanto sappiate che di versioni del mito di Scilla ce ne sono tante. La più famosa è ovviamente quella descritta da Omero nell’Odissea. Pensa che i bambini scillesi, fin dalla scuola materna studiano e recitano questa parte dell’Odissea e tutte le leggende mitologiche sul paese. La parte raccontata nell’Odissea non ve la dico, potete andare a leggerla. Vi racconto gli antefatti, ovvero come e perché una bellissima ninfa di nome Scilla è stata trasformata nel mostro famelico a sei teste che divorerà, tra i tanti marinai, anche l’intero equipaggio di Ulisse. È una storia vecchia come il mondo, i cui ingredienti principali sono la bellezza, l’amore, la gelosia, il potere e il sopruso, e i cui protagonisti sono sempre loro tre: Scilla, Glauco e la maga Circe. Scilla, la bellissima ninfa, in alcune versioni ricambia l’amore del bel marinaio Glauco, ma suscita la gelosia e l’invidia di Circe, in altre invece lo rifiuta perché Glauco è descritto come un essere marino, metà pesce e metà uomo, e sarà lui in questo caso a chiedere alla maga di essere vendicato. Scilla in ogni caso non potrà evitare il suo inesorabile destino di essere trasformata in mostro: «I piedi son dodici, tutti invisibili: / e sei colli ha, lunghissimi: e su ciascuno una testa / da fare spavento; in bocca su tre file i denti, / fitti e serrati, pieni di nera morte» (Odissea, XII canto).

 

 

Quali sono i monumenti che a Scilla è imprescindibile vedere?

Il Castello dei Ruffo di Calabria, come vi dicevo, simbolo di Scilla che la rende riconoscibile in tutto il mondo. Le chiese, una delle quali, quella dello Spirito Santo di fronte la spiaggia principale, risale al 1700 ed è sopravvissuta ai tanti terremoti e ai bombardamenti della seconda guerra mondiale. Poi le fontane e i Palazzi storici, come quello Scategna del 1500, che oggi è un albergo e ristorante (visitabile). E poi le bellezze che ci regala la natura, tra cui il belvedere sullo stretto di Messina, da dove si possono ammirare le incantevoli  isole Eolie che al tramonto si stagliano sullo sfondo rosso-violaceo dell’orizzonte.

 

 

La città è famosa per i suoi vicoli che si aprono sul mare

È il quartiere di Chianalea, soprannominato per l’appunto “la piccola Venezia” con le sue case a picco sul mare. In molte di queste case, il piano terra è ancora utilizzato come rimesse per le piccole imbarcazioni che durante i mesi invernali vengono messe al sicuro dalla forza del mare in tempesta. Invece da molti dei balconi si può addirittura pescare. A Chianalea oggi ci abitano pochi scillesi. Le abitazioni sono state trasformate in ristoranti, pizzerie, bar, locali di ritrovo, negozietti di prodotti tipici e souvenir, alberghi e b&B. Ciononostante la vocazione di questo quartiere per la pesca non è scomparsa. Ancora ci sono barche e pescatori che anche se solo per hobby (pochi infatti vivono di pesca) portano avanti le tradizioni dei loro antenati, e insieme a queste, anche i riti e le superstizioni.

 

 

Si perché il vero pescatore non ti rivela i suoi segreti e le sue conoscenze conquistate a forza di fatica e sudore. E non ti dirà mai se e quanto ha pescato. Il pesce va nascosto ben bene all’interno della barca e tirato fuori solo quando tutti sono andati via. Questo succede anche con la pesca del pescespada che attira molti turisti al porto di Scilla al tramonto, quando le passarelle, imbarcazioni utilizzate oggi per pescare il pesce spada, rientrano dopo una lunga giornata in mare e mostrano solo un pesce spada alla gente, sul quale praticano il rito della “cardata della croce” ovvero incidono la pelle del pesce con un segno simbolico, misto di pagano e cristiano, che viene fatto con le unghie di quattro dita a mo’ di croce. In verità di pesci spada ne hanno pescati più di uno ma li hanno fatti scendere dalla passerella prima dell’arrivo in porto, utilizzando piccole barche che li portano via dagli occhi indiscreti che potrebbero influenzare negativamente il pescato futuro.

 

 

Che spiagge consiglieresti a chi vorrebbe passare l’estate in questo magico luogo?

La spiaggia principale, ovviamente, il lido delle sirene, le sirene che cercarono di ammaliare Ulisse. La cosa strana è che oggi Scilla inganna gli stranieri, come se ci fossero davvero le sirene che con il loro canto attirano a sé le persone, non per divorarle, ma per conquistarle per sempre. Ti dico questo perché molti turisti che viaggiano in auto diretti in Sicilia, spesso, sono tratti in inganno dall’uscita in autostrada per la città di Scilla. Le due parole infatti sono quasi simili e facilmente confondibili ad alta velocità. Quando si accorgono dell’errore è troppo tardi: sono già stati rapiti dalla sua bellezza e non possono non fermarsi almeno una notte.

 

 

Che suggerimenti ci dai sui negozi e sui locali (ristoranti, bar, pub e quant’altro) che bisogna assolutamente visitare?

Di locali dove mangiare ce ne sono tanti e di tutti i gusti (bar, pub, pizzerie, ristoranti, gelaterie) ovunque a Scilla. In quanto scillese, non sarebbe corretto per me indicarvene alcuni rispetto ad altri. Pertanto vi dico che si mangia bene un po’ ovunque e se volete maggiori dettagli sui singoli locali sbirciate le valutazioni degli altri clienti sui siti online. Posso però consigliarvi di non perdere l’occasione di mangiare su una palafitta sul mare a Chianalea, a pranzo o a cena; non sarete delusi né dal cibo e né dalle emozioni instragrammabili che vi regaleranno il mare cristallino, gli scogli e i pesci che si radunano sotto la palafitta in attesa che qualcosa cada dall’alto.

 

 

E in quanto a vita notturna, a movida, Scilla com’è?

Cavoli, la movida. E chi se la ricorda più! Da ragazza c’era e come. Discoteche nei lidi in spiaggia, nelle piazze e nei locali. Si ballava ovunque. Oggi tutta la movida notturna si è spostata a Reggio Calabria, la vicina città metropolitana distante solo una ventina di chilometri. Se cercate quindi divertimento fino alle piccole ore del mattino è lì che dovete recarvi, agli incantevoli lidi sulla spiaggia di fronte al mare dello Stretto di Messina, la dimora della Fata Morgana. E magari se rimanete fino all’alba potreste essere così fortunati da vederla. Se invece cercate passeggiate tranquille, accompagnate dal dolce rumore delle onde del mare e dal suo profumo intenso, magari dopo una cena romantica su una pedana a palafitta sul mare, allora rimanete a Scilla. Di notte con i suoi locali e vicoli illuminati, rischiate davvero di innamorarvi, e non del paese intendo.

 

 

Qual è il periodo migliore per soggiornare sul Promontorio Scillèo?

Io adoro Scilla d’estate, ma vi suggerirei di venire a giugno e settembre per vivere il paese senza le calche di luglio e agosto. Per chi adora il mare d’inverno, invece, allora deve venire a Scilla nei mesi di gennaio e febbraio quando gli impetuosi venti di libeccio scatenano delle mareggiate così violente che sembrano voler inghiottire l’intero quartiere di Marina Grande e il Castello. Con i cambiamenti climatici in corso però è facile che l’estate inizi già dal mese di maggio e si prolunghi per tutto ottobre, e qualche giornata calda potreste addirittura beccarla a dicembre. Quindi, perché no?, Scilla è da visitare in qualunque momento dell’anno.

 

 

Crediti foto

Domenica Fontana, Pexels, Pixabay, Unsplash

Foto di copertina: JanaZbunka, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons

Castello Ruffo al tramonto (sesta foto dall’alto): Cesare Barillà, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons

Marina Grande (decima foto dall’alto): Cirimbillo, CC BY-SA 3.0 via Wikimedia Commons

Castello Ruffo di notte (22esima foto dall’alto): Cirimbillo, CC BY-SA 3.0 via Wikimedia Commons

 

Il luogo: volare a Keukenhof, nei Paesi Bassi, per il Festival dei Tulipani

 

In ogni piana ove è un giardino di tulipani,
quei tulipani sbocciano dal sangue di un re
(Omar Khayyam)

 

Dove ammirare appieno le rigogliose fioriture della Primavera? Nei Paesi Bassi, per esempio. Fino all’11 Maggio, nel meraviglioso parco botanico di Keukenhof, potrete assistere all’edizione 2025 del Festival dei Tulipani: il Parco si trova nei paraggi di Lisse, una cittadina a sud di Amsterdam dalla quale dista 35 chilometri. Keukenhof, il più grande giardino di fiori a bulbo a livello mondiale, è una meta molto nota agli appassionati di botanica, ma anche ai semplici turisti. Sulla sua superficie di ben 32 ettari, sette milioni di bulbi fanno bella mostra di sè; tra questi, quattro milioni e mezzo sono tulipani, i fiori della cultura nederlandese. I loro colori sono straordinari: il rosso, il viola, il giallo, il rosa, il lilla, il fucsia, il bianco e l’arancio si alternano e mescolano tra loro formando un’incredibile tavolozza cromatica. Accanto ai tulipani spiccano i muscari, i narcisi, i giacinti. I 2500 alberi presenti nel Parco si suddividono in 87 differenti specie, mentre i tulipani esibiscono nientemeno che 100 varietà. Il Parco di Keukenhof, oltre a evidenziare una spettacolare scenografia dove ogni fiore è stato posizionato cura, viene arricchito da elementi caratteristici come un mulino a vento, un lago e svariati canali e fontane zampillanti. E poi, naturalmente, ci sono i padiglioni didattici: il Willem-Alexander è dedicato ai tulipani, gli altri a determinate specie floreali; nel Padiglione Beatrix, per esempio, è presente un’estesa e magnifica collezione di orchidee. In ordine sparso, inoltre, nel Parco sono collocate molteplici sculture e installazioni.

 

 

La nascita del Parco di Keukenhof

Era il 1949 quando il sindaco di Lisse, insieme a un gruppo di perspicaci agricoltori, pensò di organizzare una mostra completamente incentrata sui fiori. Venne allestita “open air”, e riscosse un successo tale da essere ripetuta ogni anno. Le origini del Parco affondano nel 1400, quando era di proprietà della contessa Jacoba Van Beierené. Al suo interno sorgeva il castello di Teylingen, appartenente alla contessa, e la natura era selvaggia e incontaminata. Il territorio veniva sfruttato essenzialmente per soddisfare i bisogni culinari degli abitanti del castello: la riserva di caccia e la grande quantità di erbe aromatiche rifornivano le sue ampie cucine; da qui il nome del Parco, Keukenhof, che in nederlandese ha il significato di “corte della cucina”. L’aspetto del Parco prese le sembianze di quello odierno solo nel 1800, secolo in cui una coppia di facoltosi commercianti di sangue blu, il barone e la baronessa Van Pallandt, tramutarono la tenuta in un maestoso giardino in stile inglese grazie all’opera degli architetti Jan David e Louis Paul Zocher, che “firmarono” anche il verdeggiante Vondelpark di Amsterdam.

 

 

Arriviamo dunque al 1949, anno in cui il sindaco di Lisse e gli agricoltori organizzarono proprio a Keukenhof la grande esposizione di specie floreali tipiche dei Paesi Bassi. L’anno dopo, quando la kermesse fu aperta al pubblico, attirò oltre 200.000 visitatori. Da allora, il cosiddetto Festival dei Tulipani è un appuntamento fisso per migliaia di avventori provenienti da tutto il mondo.

 

 

Il Festival dei Tulipani

Se pensiamo ai tulipani, ci vengono immediatamente in mente i Paesi Bassi. Lì l’arrivo della Primavera coincide con la fioritura del fiore-simbolo del paese: il Parco di Keukenhof è, senza alcun dubbio, il luogo in cui ammirare i tulipani al meglio. Le coloratissime distese di fiori del Parco, le sue fontane, il suggestivo mulino a vento lo rendono una delle più celebri attrazioni nederlandesi. Quest’anno il Festival è iniziato il 20 Marzo e, come vi ho già detto, proseguirà fino all’11 Maggio. La kermesse prevede una serie di eventi collaterali, tra cui una partecipatissima sfilata floreale. In questo periodo, visitare Keukenhof, Amsterdam e gli sconfinati campi di tulipani significa godere a 360 gradi delle meraviglie della Primavera: non dimentichiamo, infatti, che anche Amsterdam “fiorisce” grazie al bulbo nazionale, e i tulipani impreziosiscono molti angoli di strada oltre che le rive dei suoi canali.

 

 

Se state programmando un viaggio per le vacanze pasquali, non potreste pensare a una soluzione migliore: chi ci è già stato, consiglia di visitare Keukenhof dalla seconda metà di Aprile in poi, perchè è il periodo in cui raggiunge il massimo dello splendore. L’importante, dati i molti turisti che decidono di ammirare il Parco, è procurarsi i biglietti con un certo anticipo; per il resto, se vi trovate ad Amsterdam, raggiungerlo è facilissimo: basta salire su un autobus che collega la capitale dei Paesi Bassi a Keukenhof in 25 minuti. Il Parco è aperto ogni giorno dalle 8.00 alle 19.30, con orario continuato. E considerando che dal 30 Marzo tornerà l’ora legale, avremo anche l’opportunità di contemplare il sontuoso giardino floreale dei Paesi Bassi sempre alla luce del giorno.

 

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