Cartoline dall’Europa

Berlino, Germania

Cartoline dall’Europa, rigorosamente a tema natalizio: quelle cartoline che ormai non si usano più, soppiantate da foto e selfie vari postati sui social. Sono cartoline che catturano e ritraggono il mood, gli scorci e l’atmosfera del periodo più magico dell’anno. A fare da sfondo, una serie di città europee; non sempre le più note, le più turistiche. Perchè per respirare aria di Natale basta un dettaglio: il contrasto tra buio e luce, una nevicata improvvisa, uno scintillio che ammanta di fiaba il grigiore invernale. E voi, quale cartolina preferite?

 

Malaga, Spagna

Monschau, Germania

Tallinn, Estonia

Breslavia, Polonia

San Pietroburgo, Russia

Lisbona, Portogallo

Arad, Romania

Jičín, Repubblica Ceca

Lovanio, Belgio

Brema, Germania

Quedlinburg, Germania

Varsavia, Polonia

Seghedino, Ungheria

Oberwiesenthal, Germania

Helsinki, Finlandia

Rochefort-en-Terre, Francia

Amsterdam, Paesi Bassi

Roma, Italia

Valle Gran Rey, La Gomera, Isole Canarie

 

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Il luogo: a Monaco di Baviera per l’Oktoberfest, la festa della birra più famosa al mondo

 

Un Equinozio d’Autunno all’insegna della birra e della festa più sfrenata: quale potrebbe essere il miglior luogo in cui fare questa esperienza? Senza dubbio la Germania, e più precisamente Monaco di Baviera, dove dal 20 Settembre al 5 Ottobre avrà luogo l’Oktoberfest. Comiciamo subito con alcuni dati. Considerata la più maestosa fiera del globo, l’Oktoberfest ospita annualmente oltre 7 milioni di avventori: un numero superato solo da quello dei boccali di birra utilizzati. La data di inizio, ogni anno, è sempre la stessa: il penultimo sabato di Settembre. La conclusione ingloba invece il primo weekend di Ottobre terminando la domenica alle 23.30. Nel 2025, l’Oktoberfest giunge alla sua 190esima edizione; era il 1810 quando il re Massimiliano I Giuseppe di Baviera lo fondò a Monaco. La grande “festa della birra” bavarese si tiene nell’ampio spazio (42 ettari) denominato Theresienwiese, “il prato di Teresa”, un nome non di certo scelto a caso: l’Oktoberfest, infatti, nacque con l’intento di rendere ancora più spettacolari i festeggiamenti in onore del matrimonio tra Ludovico di Baviera, figlio del re Massimiliano Giuseppe, e la principessa Teresa di Sassonia-Hildburghausen. Ma andiamo subito a scoprire le caratteristiche di questa celebrazione famosissima in tutto il mondo.

 

 

All’interno del Theresienwiese si trovano il gigantesco Luna Park, diventato ormai un’icona della manifestazione, e gli stand dove si beve birra e si pasteggia; la birra servita all’Oktoberfest viene rigorosamente prodotta da sei marchi prestigiosi del “made in Monaco”: Löwenbräu, Spaten, Paulaner, Hofbräu, Hacker-Pschorr e Augustiner. Gli stand sono in grado di accogliere fino a 10.000 persone. Ovviamente, all’Oktoberfest non si va solo per mangiare e bere: oltre al Luna Park, sono presenti attrazioni musicali in ogni singolo tendone. Mentre si è riuniti attorno alle tavolate, infatti, è possibile assistere all’esibizione dei gruppi più rappresentativi dello Schlager, un genere musicale (composto perlopiù da ballate) diffuso nella Mitteleuropa così come nei Paesi Bassi, in Scandinavia e nei paesi balcanici. Tutti gli stand, nessuno escluso, vantano un palco dove hanno luogo le performance dei cantanti e musicisti.

 

 

L’inizio

La festa prende il via con 12 spari di mortaretti; al termine di questo esordio scoppiettante, il sindaco di Monaco di Baviera spilla la prima botte di birra. “O’zapft is!”, “è stappata”, è la frase rituale che il primo cittadino pronuncia dopo aver compiuto l’operazione; poi, offre un boccale di birra al Presidente della Baviera. La cerimonia viene preceduta da una processione a cui prendono parte il sindaco e i titolari dei birrifici: si tratta di una vera e propria parata, realizzata in abiti tradizionali bavaresi,  lungo le vie della città. Quando i festeggiamenti hanno inizio si beve un’unica birra, la märzen; i sei birrifici locali si premurano di fornirla in quantità industriali a tutti gli stand. Ma che cos’è la märzen, esattamente? Con questo nome si indica una birra bavarese a bassa fermentazione che i mastri birrai crearono nel XVII secolo. Il caratteristico sapore della bevanda, più alcolica di una birra comune, evidenzia un potente aroma di luppolo. E’ fondamentale sapere, inoltre, che all’Oktoberfest è concesso bere solo birra bavarese: l’ordinanza che lo sancisce è datata nientemeno che 1850.

 

 

I Bierzelte

E’ questo il nome tedesco degli stand. Bierzelt significa più o meno “tendone dove si beve e vende birra”, e all’Oktoberfest, naturalmente, i Berzelte abbondano: danno vita a una struttura mastodontica che comincia ad essere montata due mesi prima dell’inizio della festa.

La cucina

Nei Bierzelte non si beve solo birra: si mangia anche, e molto! Il focus è chiaramente incentrato sulla cucina tradizionale bavarese, che include piatti piuttosto noti a livello internazionale. Troviamo innanzitutto una grande quantità di insaccati e di carne cucinati nei modi più disparati: i classici Wurstel alla griglia si alternano al Weiss Wurst, il wurstel bianco, una salciccia a base di carne di vitello; il Leberkaese, invece, è un “fratello” più saporito del Wurstel, ma non è affumicato. I più celebri piatti di carne includono lo Schweinhaxe, stinco di maiale con patate, le costine di maiale e l‘Hendl, un pollo arrosto croccante all’esterno ma molto tenero internamente (questa caratteristica lo accomuna allo Schweinhaxe).

 

 

Alla voce “salato” troviamo molti piatti e alimenti prelibati: gli Spätzle sono enormi gnocchi generalmente conditi con speck e rucola o con panna e prosciutto; l’Obatzda è un gustoso formaggio spalmabile abbinato ai Bretzel e a una manciata di ravanelli; il Sauerkraut (crauti), ovvero il cavolo fermentato, è inconfondibile per il suo accento acido, mentre la senape, soprattutto quella dolce, abbonda sui Wurstel e in particolare sul Weiss Wurst. Poi abbiamo le patate, grandi protagoniste della cucina bavarese: sono onnipresenti e cucinate in diversi modi, anche fritte. Non possiamo tralasciare il Bretzel, pane salato bavarese dalla forma che ricorda un nodo, cosparso di sale grosso persino all’esterno; pare che l’abbondanza di sale sia stata pensata ad hoc per accentuare la sete (e quindi spronare al consumo della birra). Tra i dolci più gettonati troviamo l’Apfelkuchen, una deliziosa torta di mele, i Dampfnudel, dei morbidi gnocchi di pane serviti con salsa alla vaniglia, e i celebri Lebkuchen, biscotti al pan di zenzero a forma di cuore, spesso ricoperti di cioccolato o glassa e decorati con scritte che parlano d’amore.

 

 

I divertimenti

Il Luna Park rappresenta uno dei punti di forza dell’Oktoberfest. Molte di queste giostre, o attrazioni, hanno oltre un secolo di vita. Nel Theresienwiese troneggia una ruota panoramica che sfiora i 48 metri; simbolo iconico della festa della birra, comparve per la prima volta al festival nel 1880. La Ruota del Diavolo, presente sin dal 1910, è un disco che aumenta progressivamente la sua velocità di rotazione. Chi sale sul disco deve riuscire a mantenersi ben saldo sulla pedana per il maggior tempo possibile, nonostante il movimento rotatorio indiavolato (è il caso di dirlo) e i “dispetti” di alcuni personaggi assoldati come guastafeste. La Krinoline, che ha esordito all’Oktoberfest negli anni ’20, è la classica giostra della tradizione. Il Taboga, il cui primo esemplare venne costruito nel 1906, è uno scivolo che trascina i corpi dei visitatori a velocità supersonica. L’Altalena delle Streghe, un’attrazione storica, è apparsa all’Oktoberfest nel 1984: si compone di una gigantesca altalena corredata di due sedili per otto persone l’uno. Il dondolio sfrenato dell’altalena fa sì che i visitatori, terrorizzati, temano di ribaltarsi da un momento all’altro. Il Pitts Todeswand è un cilindro dall’altezza di otto metri e dal diametro di dodici. Dentro il cilindro vengono eseguite acrobazie mirabolanti: motociclisti che rombano sulle pareti con le loro moto, saltimbanchi che si esibiscono in virtuosismi funambolici…Il pubblico, posizionato all’estremità superiore dell’attrazione, osserva tutto dall’alto. Lo Schichtl è uno spazio dove si svolgono siparietti umoristici e giochi di prestigio. Il numero più celebre riguarda la “decapitazione” con ghigliottina: un componente del pubblico viene invitato a sottoporsi al ghigliottinamento; il presentatore indossa un costume tradizionale bavarese stravolto in chiave bizzarra. Lo Schichtl si trova all’Oktoberfest dal 1869. Un’altra attrazione divenuta emblematica della manifestazione è l’Olympia Looping: queste montagne russe, annoverate  tra le più grandi del mondo, sono dotate di ben cinque giri della morte.

 

 

L’edizione 2025

L’Oktoberfest 2025 di Monaco di Baviera si conferma come un appuntamento imperdibile, dove la tradizione bavarese incontra una rinnovata attenzione all’esperienza del visitatore. L’apertura ufficiale alle 12 del 20 settembre, con il celebre “O’zapft is!” pronunciato dal sindaco Dieter Reiter, darà il via a due settimane di festa, folklore e convivialità. Tra le novità di quest’anno spiccano i miglioramenti strutturali nei tendoni storici e un programma culturale sempre più ricco, con sfilate folcloristiche, concerti all’aperto e iniziative dedicate alle famiglie. Monaco si prepara ad accogliere milioni di visitatori da tutto il mondo, celebrando con orgoglio le sue radici e il suo spirito festoso, sotto il segno della birra e della condivisione.

 

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Il luogo: in Andalusia, lungo la “ruta de los pueblos blancos”

 

Dell’ Andalusia, su MyVALIUM, avete già conosciuto Tarifa e la Feria de Abril di Siviglia. Oggi, invece, ci addentreremo in un percorso più inesplorato ma non meno caratteristico e affascinante: la “ruta de los pueblos blancos”, l’itinerario dei villaggi bianchi. Il perchè di questo nome è evidente; si tratta di 19 villaggi rurali (e parlo solo di quelli maggiormente conosciuti a livello turistico e culturale) situati, in gran parte, nelle province di Malaga e di Cadice, la cui caratteristica principale è costituita dalle tipiche case dipinte di bianco. Un vezzo? Tutt’altro. E’ il modo che gli andalusi  adottarono per difendersi dal sole rovente, che in estate, credetemi, picchia davvero forte; il bianco della calce riflette i raggi solari  provocando una sorta di “rimbalzo” che impedisce al calore di infiltrarsi all’interno delle dimore. I paesini, principalmente di origine araba, sono arroccati sulle montagne e sulle colline. Li circonda uno scenario a dir poco meraviglioso: boschi, rocce, torrenti, valli, sentieri, parchi naturali…La loro collocazione strategica offriva ai “Mori” la possibilità di difendersi dagli attacchi dei nemici. Visitando i pueblos blancos, dunque, possiamo imbatterci in un fitto intreccio di vicoli inerpicati sulle alture, e insieme ai vicoli ammiriamo le numerose piazzette, i castelli, gli angoli panoramici, le chiese che costellano ogni villaggio. Una serie di lampioni antichi, rigorosamente in ferro battuto, accresce il fascino di questi luoghi donando loro una suggestività incomparabile. Tutte le casette bianche, come se non bastasse, sono adornate da un pittoresco tripudio di fiori colorati.

 

 

Ma quali sono i pueblos blancos che compongono l’itinerario? La “ruta” maggiormente percorsa, che conta 235 km, oltre ai 19 paesini di cui vi accennavo include Ronda, spettacolare, posizionata a strapiombo sul canyon El Tajo e sul fiume Guadalevín (che ha plasmato il canyon). Ronda non è esattamente un paesino, ha dimensioni più grandi, e vale proprio la pena di visitarla: vi basti dire che era adorata da intellettuali del calibro di  Ernest Hemingway, James Joyce, Juan Ramón Jiménez, Luis Borges e Rainer Maria Rilke. Dista circa 100 km da Malaga e la sua Ciudad, ovvero il centro storico risalente al periodo moresco, è assolutamente imperdibile. Vi consiglio di non percorrere la “ruta” in un unico giorno. Ai villaggi va dedicato il tempo che meritano; soltanto così potrete assaporare appieno la loro atmosfera incantata.

 

 

Vi troverete, a questo punto, indecisi su quali pueblos blancos visitare. Ognuno ha una personale lista dei più belli, la scelta non è facile. L’artista e fashion photographer Diego Diaz Marín, ad esempio, ci consiglia di vedere Nerja, Frigiliana, Comares e Cómpeta: sono tutti situati nella Axarquìa, la regione della Costa del Sol in cui vive. Tra i villaggi più belli vengono spesso segnalati anche Alcalá del Valle, Arcos de la Frontera, Grazalema, Olvera, Setenil de las Bodegas e Ubrique. Andiamo subito a scoprire cosa potrete ammirare in questi pueblos.

 

 

Alcalá del Valle, adagiato in una valle verdeggiante, è noto perchè ospita il sito megalitico dei Dólmenes de Tomillos, tre dolmen (antichissimi monumenti funerari) antecedenti al 2000 a.C. E’ presente anche un mehir, roccioso, che mozza il fiato con la sua imponenza. Non perdetevi, poi, il Monastero de Caños Santos, una secolare meta di pellegrinaggi, la cappella dell’Eremo del Señor de la Misericordia e la chiesa barocca di Santa María del Valle (la patrona del pueblo), dove vengono conservati un fonte battesimale e diverse opere d’arte del 1600.

 

 

Ad Arcos de la Frontera, che si innalza sulla collina rocciosa della Peña De Arcos (sovrastante il lago di Arcos e il fiume Guadalete), non mancate di visitare il Castello de Los Arcos, l’antico castello arabo, all’interno delle cui mura si sviluppa la città vecchia con le sue tortuose viuzze. In Plaza del Cabildo è possibile ammirare una vista panoramica mozzafiato, mentre nei pressi del Callejón de las Monjas bar e ristoranti spuntano come funghi. A proposito di ristoranti, ho dimenticato di dirvi che i pueblos blancos sono celebri anche per la squisita cucina tradizionale, che include stufati a base di carne o pesce oltre che la tipica alboronia, il pisto andaluso con verdure, legumi e spezie.

 

 

Grazalema è forse il pueblo più battuto dai turisti, non a caso straripa di hotel, bed and breakfast e ristoranti. Sicuramente, viene considerato il più piovoso: eppure, con le temperature infuocate dell’estate andalusa, questo dettaglio rappresenta un punto di forza. Grazalema è ricco di angoli panoramici che regalano una vista spettacolare sulle montagne, e nel 1967 ha ricevuto il Premio Nazionale del Turismo per l’Abbellimento e il Miglioramento dei Villaggi di Spagna. I must-see del pueblo sono il Museo dell’Artigianato Tessile, arte in cui Grazalema eccelle, insieme alle chiese di Nuestra Señora de la Aurora e di La Encarnación, risalenti rispettivamente al XVIII e al XVII-XIX secolo.

 

 

Olvera, attorniato da boschi e immensi uliveti, presenta molteplici tracce delle sue origini arabe. L’antica fortezza moresca e la chiesa della Encarnación, in stile neoclassico, vengono considerati i suoi monumenti simbolo. Sono entrambi maestosi, e si ergono in cima alla collina attorno alla quale il pueblo si abbarbica. L’olio d’oliva è il prodotto caratteristico di Olvera. Va assaggiato senza se e senza ma: assaporatelo con dei crostini, è del tutto irresistibile.

 

 

Setenil de las Bodegas è un pueblo particolarissimo, sembra fagocitato dalla roccia. Questo villaggio, infatti, non si inerpica sulle pendici di una montagna o di una collina come gli altri: situato nel canyon scavato dal fiume Guadalporcún, è stato letteramente incastonato nelle rocce della gola. Le case spuntano da ogni cavità rocciosa, oppure la roccia le incornicia, dando vita a una magia unica nel suo genere. Non avete idea di cosa stia parlando? Osservate le foto qui sotto per capire meglio.

 

 

Anche a Setenil abbondano le viuzze, le botteghe (da qui il suo nome) e i ristoranti. Le sue case scavate nella – o costruite sulla – roccia, neanche a dirlo, sono l’attrazione principale del pueblo, ma vale anche la pena di approfondire la curiosità del nome Setenil: pare che derivi da “septem nihil”, ovvero “sette volte no”. Quando i cristiani tentarono di riprendersi il villaggio all’epoca della Reconquista, infatti, gli arabi fecero fallire i loro sforzi per ben sette volte.

 

 

Ubrique è collocato esattamente a metà tra la Sierra di Ubrique e la Sierra di Grazalema. Questo pueblo è celebre per l’artigianato del pellame, un’attività che localmente si sviluppò secoli orsono, ma anche per aver dato i natali a toreri di grande fama. Un nome su tutti?Jesús Janeiro Bazán, in pensione ormai da tempo, detto Jesulín de Ubrique. Perciò, se visiterete Ubrique, non tralasciate il Museo del Pellame situato nel seicentesco convento barocco dei Cappuccini, oppure chiese come Nuestra Señora de la O, Gesù Nazareno e Sant’Antonio (tutte datate dal XVI al XIX secolo), ma non dimenticate di ammirare il monumento e il museo, nell’arena della corrida, che il pueblo di Ubrique ha dedicato al mitico Jesulìn, torero stravagante e poliedrico che tra gli anni 90 e i primi anni del 2000 fu più volte protagonista della cronaca rosa.

 

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Il luogo: alla scoperta di Scilla con Domenica Fontana

 

Benvenuti a una nuova puntata della rubrica “Il luogo”, lo spazio dedicato ai viaggi, ai borghi incantati e alle località che meritano di essere scoperti e vissuti. Oggi vi porto in Calabria, precisamente a Scilla: un comune di poco più di 4000 abitanti affacciato sul mar Tirreno, dove la bellezza si mescola con la leggenda e ogni angolo vibra di storia e di magia. Scilla è arroccata su un promontorio che guarda lo Stretto di Messina, e già il suo nome richiama l’antico mito della ninfa trasformata in creatura marina dalla gelosia della maga Circe. Il Castello Ruffo, che sovrasta il borgo, sembra ancora vegliare sulle acque e sui segreti che esse custodiscono. Scilla è una gemma incastonata sulla Costa Viola, un tratto di litorale dal nome poetico, nato da un incantesimo naturale: al tramonto, il mare si tinge di riflessi purpurei, grazie alla luce che danza fra i fondali e alghe sottili che donano alle acque tonalità fiabesche;  uno spettacolo che affascina ogni sera come fosse sempre la prima. Ma questa non sarà una puntata come le altre. A raccontarci Scilla sarà Domenica Fontana, un’amica speciale che è nata proprio qui, tra le onde e le pietre di questo luogo incantato. Domenica ne conosce ogni angolo, ogni profumo, ogni storia. E soprattutto, lo ama profondamente. Ho conosciuto Domenica grazie a un Master organizzato dall’Università degli Studi di Urbino, “Insegnare Italiano a Stranieri”, che entrambe stiamo terminando di frequentare. Con lei ho condiviso un percorso bellissimo fatto di lavori di gruppo (noi facciamo parte del mitico Gruppo 1), “studio matto e disperatissimo” (un omaggio a Leopardi, e le colleghe sanno il perchè!) e nuove sfide, tutte gravitanti nell’orbita dell’insegnamento dell’Italiano L2. Essendo da sempre innamorata di Scilla, ho chiesto a Domenica (che vedete nella foto qui sotto) se le sarebbe piaciuto accompagnarci a conoscerla: lei ne è stata entusiasta. Preparatevi a lasciarvi incantare da un racconto che profuma di salsedine, tradizione e meraviglia.

 

Domenica, come ti presenteresti ai lettori di MyVALIUM?

Ho cinquant’anni. Sono nata a Scilla e ci ho vissuto per circa vent’ anni. Poi mi sono trasferita nella vicina città di Reggio Calabria, dove ancora oggi vivo e lavoro. Sono mamma di due ragazzi meravigliosi, Erica ed Antonino. Sono pigra, ma faccio lunghe camminate terapeutiche chiacchierando insieme alle mie amiche, di cui apprezzo anche le eccellenti doti culinarie. Avrete dedotto che ho delle amiche speciali!

Stai per concludere un Master, “Insegnare Italiano a Stranieri” organizzato dalla prestigiosa Università di Urbino, che rivela la tua passione per il mondo e le sue molteplici culture. Cosa ti lega, invece, alle tue radici? Alla magnifica Scilla dalla storia secolare e leggendaria?

Prima di risponderti vorrei soffermarmi sul Master. È stata una sfida con me stessa che ho vinto. Ne serberò un ricordo speciale per le conoscenze che mi ha fornito e per le persone che mi ha fatto incontrare, come te Silvia. Essere nata in un luogo incantevole come Scilla lo reputo un privilegio. Sono innamorata del mio paese e credo lo siano tutti gli scillesi. Ora non ci abito più, ma tutte le volte che ci torno il mio cuore impazzisce di gioia e rimango sempre affascinata dalla bellezza del suo territorio. Non so spiegarlo meglio. È un continuo colpo di fulmine.

 

 

Scilla è stata descritta come un luogo a metà tra uno scoglio e un’isola: come commenteresti questa immagine così evocativa?

Uno scoglio e un’isola dici? La rocca imponente a strapiombo sul mare, che in cima ospita il castello Ruffo di Calabria, effettivamente sembra una piccola isola, se vista dall’alto. A proposito del castello, che ovviamente non può mancare in un giro turistico, quando siete arrivati alla fine della salita che porta al suo ingresso, voltatevi e avrete uno sguardo d’insieme di Scilla con i suoi tre quartieri principali: Marina Grande, Chianalea e San Giorgio. E mentre fissate rapiti il paesaggio, immaginate di trovarvi sulla testa di un’aquila e di osservare il suo corpo adagiato sul mare (San Giorgio), con le ali ancora spiegate (Marina Grande e Chianalea). Se foste vicino a me, vi direi di chiudere gli occhi adesso e di ascoltare una delle leggende sulla nascita di Scilla: “Un giorno due aquilotti disturbano il sonno di Zeus con i loro volteggi e schiamazzi. Il Dio si sveglia furioso e scaglia contro i piccoli una saetta. Mamma aquila, che da lontano aveva visto la scena, prende il volo disperata e con il suo corpo fa da scudo agli aquilotti. Viene colpita e cade esanime in mare, ma all’improvviso risorge come uno scoglio adagiato sulle acque.” Ora aprite gli occhi e guardate l’aquila.

 

 

Potresti raccontarci qualcosa della famosa leggenda di Scilla e Cariddi?

Qualcosa? Mi inviti a nozze. Intanto sappiate che di versioni del mito di Scilla ce ne sono tante. La più famosa è ovviamente quella descritta da Omero nell’Odissea. Pensa che i bambini scillesi, fin dalla scuola materna studiano e recitano questa parte dell’Odissea e tutte le leggende mitologiche sul paese. La parte raccontata nell’Odissea non ve la dico, potete andare a leggerla. Vi racconto gli antefatti, ovvero come e perché una bellissima ninfa di nome Scilla è stata trasformata nel mostro famelico a sei teste che divorerà, tra i tanti marinai, anche l’intero equipaggio di Ulisse. È una storia vecchia come il mondo, i cui ingredienti principali sono la bellezza, l’amore, la gelosia, il potere e il sopruso, e i cui protagonisti sono sempre loro tre: Scilla, Glauco e la maga Circe. Scilla, la bellissima ninfa, in alcune versioni ricambia l’amore del bel marinaio Glauco, ma suscita la gelosia e l’invidia di Circe, in altre invece lo rifiuta perché Glauco è descritto come un essere marino, metà pesce e metà uomo, e sarà lui in questo caso a chiedere alla maga di essere vendicato. Scilla in ogni caso non potrà evitare il suo inesorabile destino di essere trasformata in mostro: «I piedi son dodici, tutti invisibili: / e sei colli ha, lunghissimi: e su ciascuno una testa / da fare spavento; in bocca su tre file i denti, / fitti e serrati, pieni di nera morte» (Odissea, XII canto).

 

 

Quali sono i monumenti che a Scilla è imprescindibile vedere?

Il Castello dei Ruffo di Calabria, come vi dicevo, simbolo di Scilla che la rende riconoscibile in tutto il mondo. Le chiese, una delle quali, quella dello Spirito Santo di fronte la spiaggia principale, risale al 1700 ed è sopravvissuta ai tanti terremoti e ai bombardamenti della seconda guerra mondiale. Poi le fontane e i Palazzi storici, come quello Scategna del 1500, che oggi è un albergo e ristorante (visitabile). E poi le bellezze che ci regala la natura, tra cui il belvedere sullo stretto di Messina, da dove si possono ammirare le incantevoli  isole Eolie che al tramonto si stagliano sullo sfondo rosso-violaceo dell’orizzonte.

 

 

La città è famosa per i suoi vicoli che si aprono sul mare

È il quartiere di Chianalea, soprannominato per l’appunto “la piccola Venezia” con le sue case a picco sul mare. In molte di queste case, il piano terra è ancora utilizzato come rimesse per le piccole imbarcazioni che durante i mesi invernali vengono messe al sicuro dalla forza del mare in tempesta. Invece da molti dei balconi si può addirittura pescare. A Chianalea oggi ci abitano pochi scillesi. Le abitazioni sono state trasformate in ristoranti, pizzerie, bar, locali di ritrovo, negozietti di prodotti tipici e souvenir, alberghi e b&B. Ciononostante la vocazione di questo quartiere per la pesca non è scomparsa. Ancora ci sono barche e pescatori che anche se solo per hobby (pochi infatti vivono di pesca) portano avanti le tradizioni dei loro antenati, e insieme a queste, anche i riti e le superstizioni.

 

 

Si perché il vero pescatore non ti rivela i suoi segreti e le sue conoscenze conquistate a forza di fatica e sudore. E non ti dirà mai se e quanto ha pescato. Il pesce va nascosto ben bene all’interno della barca e tirato fuori solo quando tutti sono andati via. Questo succede anche con la pesca del pescespada che attira molti turisti al porto di Scilla al tramonto, quando le passarelle, imbarcazioni utilizzate oggi per pescare il pesce spada, rientrano dopo una lunga giornata in mare e mostrano solo un pesce spada alla gente, sul quale praticano il rito della “cardata della croce” ovvero incidono la pelle del pesce con un segno simbolico, misto di pagano e cristiano, che viene fatto con le unghie di quattro dita a mo’ di croce. In verità di pesci spada ne hanno pescati più di uno ma li hanno fatti scendere dalla passerella prima dell’arrivo in porto, utilizzando piccole barche che li portano via dagli occhi indiscreti che potrebbero influenzare negativamente il pescato futuro.

 

 

Che spiagge consiglieresti a chi vorrebbe passare l’estate in questo magico luogo?

La spiaggia principale, ovviamente, il lido delle sirene, le sirene che cercarono di ammaliare Ulisse. La cosa strana è che oggi Scilla inganna gli stranieri, come se ci fossero davvero le sirene che con il loro canto attirano a sé le persone, non per divorarle, ma per conquistarle per sempre. Ti dico questo perché molti turisti che viaggiano in auto diretti in Sicilia, spesso, sono tratti in inganno dall’uscita in autostrada per la città di Scilla. Le due parole infatti sono quasi simili e facilmente confondibili ad alta velocità. Quando si accorgono dell’errore è troppo tardi: sono già stati rapiti dalla sua bellezza e non possono non fermarsi almeno una notte.

 

 

Che suggerimenti ci dai sui negozi e sui locali (ristoranti, bar, pub e quant’altro) che bisogna assolutamente visitare?

Di locali dove mangiare ce ne sono tanti e di tutti i gusti (bar, pub, pizzerie, ristoranti, gelaterie) ovunque a Scilla. In quanto scillese, non sarebbe corretto per me indicarvene alcuni rispetto ad altri. Pertanto vi dico che si mangia bene un po’ ovunque e se volete maggiori dettagli sui singoli locali sbirciate le valutazioni degli altri clienti sui siti online. Posso però consigliarvi di non perdere l’occasione di mangiare su una palafitta sul mare a Chianalea, a pranzo o a cena; non sarete delusi né dal cibo e né dalle emozioni instragrammabili che vi regaleranno il mare cristallino, gli scogli e i pesci che si radunano sotto la palafitta in attesa che qualcosa cada dall’alto.

 

 

E in quanto a vita notturna, a movida, Scilla com’è?

Cavoli, la movida. E chi se la ricorda più! Da ragazza c’era e come. Discoteche nei lidi in spiaggia, nelle piazze e nei locali. Si ballava ovunque. Oggi tutta la movida notturna si è spostata a Reggio Calabria, la vicina città metropolitana distante solo una ventina di chilometri. Se cercate quindi divertimento fino alle piccole ore del mattino è lì che dovete recarvi, agli incantevoli lidi sulla spiaggia di fronte al mare dello Stretto di Messina, la dimora della Fata Morgana. E magari se rimanete fino all’alba potreste essere così fortunati da vederla. Se invece cercate passeggiate tranquille, accompagnate dal dolce rumore delle onde del mare e dal suo profumo intenso, magari dopo una cena romantica su una pedana a palafitta sul mare, allora rimanete a Scilla. Di notte con i suoi locali e vicoli illuminati, rischiate davvero di innamorarvi, e non del paese intendo.

 

 

Qual è il periodo migliore per soggiornare sul Promontorio Scillèo?

Io adoro Scilla d’estate, ma vi suggerirei di venire a giugno e settembre per vivere il paese senza le calche di luglio e agosto. Per chi adora il mare d’inverno, invece, allora deve venire a Scilla nei mesi di gennaio e febbraio quando gli impetuosi venti di libeccio scatenano delle mareggiate così violente che sembrano voler inghiottire l’intero quartiere di Marina Grande e il Castello. Con i cambiamenti climatici in corso però è facile che l’estate inizi già dal mese di maggio e si prolunghi per tutto ottobre, e qualche giornata calda potreste addirittura beccarla a dicembre. Quindi, perché no?, Scilla è da visitare in qualunque momento dell’anno.

 

 

Crediti foto

Domenica Fontana, Pexels, Pixabay, Unsplash

Foto di copertina: JanaZbunka, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons

Castello Ruffo al tramonto (sesta foto dall’alto): Cesare Barillà, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons

Marina Grande (decima foto dall’alto): Cirimbillo, CC BY-SA 3.0 via Wikimedia Commons

Castello Ruffo di notte (22esima foto dall’alto): Cirimbillo, CC BY-SA 3.0 via Wikimedia Commons

 

Il luogo: volare a Keukenhof, nei Paesi Bassi, per il Festival dei Tulipani

 

In ogni piana ove è un giardino di tulipani,
quei tulipani sbocciano dal sangue di un re
(Omar Khayyam)

 

Dove ammirare appieno le rigogliose fioriture della Primavera? Nei Paesi Bassi, per esempio. Fino all’11 Maggio, nel meraviglioso parco botanico di Keukenhof, potrete assistere all’edizione 2025 del Festival dei Tulipani: il Parco si trova nei paraggi di Lisse, una cittadina a sud di Amsterdam dalla quale dista 35 chilometri. Keukenhof, il più grande giardino di fiori a bulbo a livello mondiale, è una meta molto nota agli appassionati di botanica, ma anche ai semplici turisti. Sulla sua superficie di ben 32 ettari, sette milioni di bulbi fanno bella mostra di sè; tra questi, quattro milioni e mezzo sono tulipani, i fiori della cultura nederlandese. I loro colori sono straordinari: il rosso, il viola, il giallo, il rosa, il lilla, il fucsia, il bianco e l’arancio si alternano e mescolano tra loro formando un’incredibile tavolozza cromatica. Accanto ai tulipani spiccano i muscari, i narcisi, i giacinti. I 2500 alberi presenti nel Parco si suddividono in 87 differenti specie, mentre i tulipani esibiscono nientemeno che 100 varietà. Il Parco di Keukenhof, oltre a evidenziare una spettacolare scenografia dove ogni fiore è stato posizionato cura, viene arricchito da elementi caratteristici come un mulino a vento, un lago e svariati canali e fontane zampillanti. E poi, naturalmente, ci sono i padiglioni didattici: il Willem-Alexander è dedicato ai tulipani, gli altri a determinate specie floreali; nel Padiglione Beatrix, per esempio, è presente un’estesa e magnifica collezione di orchidee. In ordine sparso, inoltre, nel Parco sono collocate molteplici sculture e installazioni.

 

 

La nascita del Parco di Keukenhof

Era il 1949 quando il sindaco di Lisse, insieme a un gruppo di perspicaci agricoltori, pensò di organizzare una mostra completamente incentrata sui fiori. Venne allestita “open air”, e riscosse un successo tale da essere ripetuta ogni anno. Le origini del Parco affondano nel 1400, quando era di proprietà della contessa Jacoba Van Beierené. Al suo interno sorgeva il castello di Teylingen, appartenente alla contessa, e la natura era selvaggia e incontaminata. Il territorio veniva sfruttato essenzialmente per soddisfare i bisogni culinari degli abitanti del castello: la riserva di caccia e la grande quantità di erbe aromatiche rifornivano le sue ampie cucine; da qui il nome del Parco, Keukenhof, che in nederlandese ha il significato di “corte della cucina”. L’aspetto del Parco prese le sembianze di quello odierno solo nel 1800, secolo in cui una coppia di facoltosi commercianti di sangue blu, il barone e la baronessa Van Pallandt, tramutarono la tenuta in un maestoso giardino in stile inglese grazie all’opera degli architetti Jan David e Louis Paul Zocher, che “firmarono” anche il verdeggiante Vondelpark di Amsterdam.

 

 

Arriviamo dunque al 1949, anno in cui il sindaco di Lisse e gli agricoltori organizzarono proprio a Keukenhof la grande esposizione di specie floreali tipiche dei Paesi Bassi. L’anno dopo, quando la kermesse fu aperta al pubblico, attirò oltre 200.000 visitatori. Da allora, il cosiddetto Festival dei Tulipani è un appuntamento fisso per migliaia di avventori provenienti da tutto il mondo.

 

 

Il Festival dei Tulipani

Se pensiamo ai tulipani, ci vengono immediatamente in mente i Paesi Bassi. Lì l’arrivo della Primavera coincide con la fioritura del fiore-simbolo del paese: il Parco di Keukenhof è, senza alcun dubbio, il luogo in cui ammirare i tulipani al meglio. Le coloratissime distese di fiori del Parco, le sue fontane, il suggestivo mulino a vento lo rendono una delle più celebri attrazioni nederlandesi. Quest’anno il Festival è iniziato il 20 Marzo e, come vi ho già detto, proseguirà fino all’11 Maggio. La kermesse prevede una serie di eventi collaterali, tra cui una partecipatissima sfilata floreale. In questo periodo, visitare Keukenhof, Amsterdam e gli sconfinati campi di tulipani significa godere a 360 gradi delle meraviglie della Primavera: non dimentichiamo, infatti, che anche Amsterdam “fiorisce” grazie al bulbo nazionale, e i tulipani impreziosiscono molti angoli di strada oltre che le rive dei suoi canali.

 

 

Se state programmando un viaggio per le vacanze pasquali, non potreste pensare a una soluzione migliore: chi ci è già stato, consiglia di visitare Keukenhof dalla seconda metà di Aprile in poi, perchè è il periodo in cui raggiunge il massimo dello splendore. L’importante, dati i molti turisti che decidono di ammirare il Parco, è procurarsi i biglietti con un certo anticipo; per il resto, se vi trovate ad Amsterdam, raggiungerlo è facilissimo: basta salire su un autobus che collega la capitale dei Paesi Bassi a Keukenhof in 25 minuti. Il Parco è aperto ogni giorno dalle 8.00 alle 19.30, con orario continuato. E considerando che dal 30 Marzo tornerà l’ora legale, avremo anche l’opportunità di contemplare il sontuoso giardino floreale dei Paesi Bassi sempre alla luce del giorno.

 

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Scenari lapponi

 

“Vieni con me?
Ho una mappa che porta in Lapponia, una bussola che indica tutte le meraviglie e una slitta pronta a partire in direzione dell’incanto.”
(Fabrizio Caramagna)

Questa photostory ci riporta in Lapponia, dandoci l’opportunità di esplorare, ma soprattutto di ammirare, le sue lande più incontaminate: boschi innevati a perdita d’occhio, panorami mozzafiato, i colori del crepuscolo polare e il mare che si scorge in lontananza. L’Inverno è una delle stagioni ideali per visitare quegli straordinari luoghi, per incantarsi davanti all’aurora boreale. Iniziamo l’avvincente viaggio nella terra dei Sami seguendo, passo passo, questo racconto per immagini. Gli onirici scenari lapponi ritratti nelle foto sono stati catturati dall’obiettivo della fotografa finlandese Henniina Salomäki.

 

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La Lapponia e il fenomeno del Crepuscolo Polare

 

Quante sono le ore di buio, in Lapponia, durante l’Inverno? Chiunque stia progettando un viaggio nel Grande Nord, sicuramente se lo sarà chiesto. Alcuni temono che l’oscurità sia presente 24 ore su 24. Il fenomeno della Notte Polare, però, riguarda  solo le zone situate al di sopra del Circolo Polare Artico e al di sotto del Circolo Polare Antartico. Al Polo Nord e nelle isole Svalbard, ad esempio, per tre mesi all’anno le tenebre non hanno mai fine. Per quanto riguarda la Lapponia, che delle lande artiche rappresenta l’area più meridionale, il Sole si mantiene ininterrottamente sotto l’orizzonte con un’angolazione compresa tra 0 gradi e -6 gradi: in questo caso si parla di Crepuscolo Polare, un fenomeno in base al quale l’astro infuocato, pur non essendo visibile, diffonde una luce simile a quella di un crepuscolo che dura una manciata di ore. Il cielo esplora sfumature variabili, spaziando dalle tonalità dell’alba e del tramonto per poi sprofondare nell’azzurro della cosiddetta “ora blu”; in quegli istanti, il paesaggio è avvolto in una luce sospesa. Non è giorno, ma non è neanche notte: ci troviamo di fronte, appunto, a un lungo crepuscolo. La meraviglia è totale.

 

 

La luce irradiata dal Sole negli strati più alti dell’atmosfera, esaltata dal chiarore della Luna e delle stelle,  fa sì che il buio, in Lapponia, non sia mai assoluto. Due ulteriori elementi contribuiscono ad accentuare questa luminosità soffusa: le spettacolari luci dell’aurora boreale e la neve. Già, proprio la neve, che grazie al suo candore riflette e amplifica l’azzurro crepuscolare. Si può ribadire, quindi, che la Notte Polare (che i finlandesi chiamano “Kaamos”) non avvolge mai le terre lapponi nella completa oscurità. Da Novembre a metà Gennaio, certo, le ore di luce sono poche, e diminuiscono andando verso Nord. Il fenomeno è graduale: intorno alla metà di Novembre il Sole è ancora visibile quotidianamente, ma per circa tre ore. Dal 4 Dicembre al 10 Gennaio sparisce sotto l’orizzonte dando origine al Crepuscolo Polare e alle sue incantate atmosfere. Le ore di luce, come ho già accennato, possono variare a seconda della latitudine: si riducono nelle località settentrionali aumentando in quelle situate a Sud.

 

 

Prendendo a riferimento Rovaniemi, capoluogo della Lapponia e città di Babbo Natale, notiamo che le ore di luce ammontano a tre o quattro la prima metà di Gennaio e diventano cinque o sei durante la seconda metà. A Febbraio avremo dalle sei alle otto ore di luce le prime due settimane e dalle otto alle nove nella seconda parte del mese. A Marzo le ore di luce arriveranno a dieci e se ne aggiungeranno tre a fine mese. Per consultare un calendario delle ore di luce in Lapponia, vi rimando ai tanti che potete trovare in rete. Nel frattempo, pensate al Crepuscolo Polare e incominciate a sognare

 

Foto via Piqsels, Pexels e Unsplash

 

Viaggio in Lapponia

 

Re delle tende, sbanditi,
dispersi nel tempo e avvolti nel mistero,
vivono i lapponi nella luce della palude;
non coltivano terra, non innalzano dimore,
ma gregge, esodi, incantesimi e magie
verso lo sfolgorante azzurro
dell’eterna sera boreale.
(Anders Österling, da “Lapponi”*)

 

Come ha affermato lo scrittore, giornalista e documentarista Paco Nadal, “La Lapponia è il Natale”. Distese di ghiaccio sconfinate, la luce del giorno che svanisce dopo appena quattro ore, temperature che sfiorano i 25 gradi sotto zero…tutti elementi che rappresentano la norma, quando ci si trova oltre il circolo polare artico. Siamo vicini al “Tetto del Mondo”, alle porte del Polo Nord. Suddivisa tra le regioni più settentrionali di stati quali la Norvegia, la Svezia, la Finlandia e la Russia, la Lapponia è il regno della magia invernale. La neve predomina, le foreste sono sterminate, l’aria è tersa, e nel cielo divampano i colori dell’aurora boreale. C’è chi parla di “mal d’Artico”, un senso di profonda nostalgia che assale chi quelle lande le ha raggiunte e non può fare a meno di tornarci, fosse anche una sola volta all’anno. Perchè l’incanto della terra dei Sami, l’unico popolo indigeno europeo, quando ti rapisce non ti lascia più. E sei disposto a viverlo in full immersion, passo dopo passo, assaporando ogni dettaglio delle sue straordinarie meraviglie naturali. Approfondiremo prestissimo l’argomento con un post. Intanto, voglio dedicare la nuova photostory di MyVALIUM a un viaggio in solitaria intriso di fascino e infinito stupore.

 

Foto di Yaroslav Shuraev via Pexels

* contenuta inPoesia svedese”, a cura di Giacomo Oreglia, Casa Editrice Italica, Stockholm-Roma

 

Speciale “Il Luogo”: 5 città fiabesche da visitare a Natale

 

“A Natale tutte le strade conducono a casa.”

(Marjorie Holmes)

Eh, già, a Natale tutte le strade conducono a casa; il calore familiare è un elemento imprescindibile della festa più amata dell’anno. Eppure, non è raro che si desideri conoscere, esplorare altri modi di vivere la Natività, immergersi in atmosfere natalizie mai assaporate prima d’ora. Quale idea migliore, dunque, di un viaggio nei luoghi dove le festività assumono un aspetto fiabesco e sommamente magico? In diverse città europee, Natale è una ricorrenza incantata: palazzi che sembrano usciti da un racconto dei fratelli Grimm, mercatini affollatissimi, fiocchi di neve vorticosi e viuzze impregnate di storia si fondono con un caleidoscopio di luci e di colori. Vi propongo cinque capitali del Vecchio Continente dove potrete godervi appieno lo spirito del Natale: Amburgo, Praga, Salisburgo, Stoccolma e Strasburgo (in ordine rigorosamente alfabetico). Avete già fatto le valigie? Oggi le visiteremo insieme.

 

Amburgo

 

In Germania esistono delle vere e proprie “città del Natale”: Amburgo è una di queste. Basti pensare alla tradizione dei mercatini, che ha radici antichissime; il mercatino natalizio dello Striezelmarkt, a Dresda, è stato il primo al mondo ad essere definito tale. Nella cosiddetta “città sull’acqua”, il fiume Elba costituisce uno scenario di primaria importanza. Gli alberi di Natale galleggianti sono la norma, scintillanti luminarie lampeggiano sui moli  e sulle banchine del porto, l’Elbphilarmonie (Filarmonica dell’Elba), simile a una gigantesca onda in vetro, sprigiona bagliori cristallini. Anche il Rickmer Rickmers, uno splendido veliero del 1896 adibito a museo, si veste a festa, creando un suggestivo gioco di luci nel quartiere St.Pauli. In questo rione potete visitare uno degli incantevoli mercatini natalizi di Amburgo, ricco di eccellenze alimentari. La città, di mercatini, ne ospita più d’una trentina: è d’obbligo raggiungere quello di Piazza del Municipio, dai connotati di un’antica fiaba, per scoprire le meraviglie dell’artigianato locale e le prelibatezze gastronomiche stagionali. L’albero di Natale sul lago di Alster, che riflette le sue luci abbaglianti sullo specchio d’acqua, è un altro imperdibile must-see insieme al quartiere di Neuer Wall, incorniciato dai canali della zona nord di Amburgo; qui è possibile dedicarsi allo shopping di lusso tra miriadi di ghirlande, luminarie e addobbi.

 

 

Praga

 

Con le sue guglie gotiche e i suoi splendidi edifici, costruiti nei più disparati stili architettonici, Praga a Natale raggiunge il picco della suggestività. Anche perchè il freddo è intenso, e nevica spessissimo: il centro storico, di conseguenza, appare ancora più magico quando è ammantato di neve. Le viuzze acciottolate sono costeggiate di caffè e di lampioni a gas che generano un’atmosfera d’altri tempi. I mercatini rappresentano un punto di forza della Praga natalizia; quello della Città Vecchia, su cui incombe l’Orologio Astronomico Medievale, è il più celebre. Le bancarelle sono disseminate in tutta la piazza, dove regna un imponente albero di Natale, e propongono sia specialità dolciarie tradizionali (tra le altre, i biscotti e i cannoli alla cannella) che eccellenze artigianali locali come i cristalli di Boemia e le famosissime marionette ceche. Altri mercatini da non perdere sono il mercatino delle pulci del Castello di Praga, il mercatino di Piazza Venceslao e il mercato Havel, in puro stile medievale. Nel quartiere del Castello è tassativo visitare il Vicolo dell’Oro: fiabesco e ammantato di neve, era abitato dagli alchimisti della città; lo impreziosiscono antichi lampioni in ferro battuto e un tripudio di decorazioni in vischio sui portoni delle case.

 

 

Salisburgo

 

La Salisburgo natalizia, immancabilmente innevata, è uno splendore naturale e architettonico. La città di Wolfgang Amadeus Mozart concentra in sè tutto lo spirito del Natale. Si comincia a inizio Dicembre con la tradizionale parata dei Krampus, dove sfila un nutrito gruppo di demoni del folklore subalpino: abbiamo già conosciuto Krampus nelle vesti di aiutante di San Nicola; è lui lo spaventoso essere che accompagna il Santo e punisce i bambini cattivi. Il centro storico della città, ricco di palazzi storici, mercatini e antiche chiese, è meravigliosamente decorato e pullula di cantori. Risalta un albero di Natale dalle dimensioni enormi, imponente come il Duomo barocco del XVIII secolo; la spettacolare Residenzplatz, che alterna lo stile barocco a quello medievale, è stata incoronata Patrimonio Mondiale Unesco. La musica è il fiore all’occhiello di Salisburgo e dei suoi dintorni. E’ qui che, la notte di Natale del 1818, fu intonato per la prima volta il canto “Silent Night”: venne eseguito nella suggestiva Cappella di Obendorf, a pochi chilometri da Salisburgo. Visitandola durante la vigilia di Natale, vivrete la magia di una messa a lume di candela che si conclude con il famoso canto. Non mancate, poi, di visitare la casa dove nacque Mozart in Getreidegasse, e la fortezza di Hohensalzburg, un autentico simbolo della città.

 

 

Stoccolma

 

Gli addobbi ornano la città sin dal 13 Novembre: miriadi di luci a LED forgiano angeli, renne e piante tradizionali del Natale. Il nostro tour comincia dal Gamla Stan, la Città Vecchia, un intreccio di viuzze medievali che si aprono su piazzette mozzafiato. Qui si trovano i mercatini più caratteristici, pieni zeppi di delizie dolciarie e gastronomiche tradizionali, decorazioni natalizie e prodotti artigianali come giocattoli, maglioni e oggetti in vetro soffiato. Il glögg, versione scandinava del nostro vin brulé, non manca mai; una regola valida anche per i lussebullar o lussekatter, i tipici dolcetti allo zafferano di Santa Lucia. A Stoccolma, i mercatini natalizi abbondano: vale la pena di scoprirli tutti. Kungsträdgården è molto famoso per la sua pista di pattinaggio sul ghiaccio, mentre il mercatino di Skansen, situato sull’ isola di Djurgården, è quello di dimensioni maggiori nell’intera Svezia. Si trova, appunto, a Skansen, un museo a cielo aperto incentrato sulla storia e la cultura svedese dal 1700 ad oggi. Il mercatino vanta ben 150 bancarelle, o casette, dove è possibile acquistare tipicità gastronomiche e artigianato tradizionale assistendo a coinvolgenti performance folkloristiche.

 

 

Strasburgo

 

Il capoluogo dell’Alsazia, regione francese confinante con la Svizzera e la Germania, vanta tradizioni natalizie risalenti nientemeno che al 1500. Le celebrazioni iniziano già a fine Novembre e proseguono di evento in evento, con la magia che fa da filo conduttore. Le decorazioni, ricche e scintillanti, mozzano il fiato; per quanto riguarda i mercatini, Strasburgo vanta uno dei più antichi al mondo che è anche il più antico della Francia: nato nel XVI secolo, è stato battezzato Christkindelsmärik e si tiene in Place Broglie. Qui potete trovare una vasta gamma di articoli che spazia dall’artigianato tipico alle prelibatezze alimentari; il Christkindelsmärik è anche il mercatino ideale per la scelta dei regali natalizi. L’evento di punta della Natività strasburghese si identifica senz’altro con l’accensione dell’albero di Natale installato in Place Kléber: con i suoi trenta metri, è uno degli alberi di Natale più alti del pianeta. L’albero proviene dai boschi dell’Alsazia e viene addobbato sontuosamente. Secondo una tradizione pluriennale, i benestanti strasburghesi solevano depositare doni per i più poveri ai piedi dell’albero. Attualmente, invece, Place Kléber pullula di bancarelle associate a svariati enti di beneficenza. L’arte gotica che predomina nella piazza, tra lo splendore delle luminarie e degli addobbi, contribuisce a donare al mercatino un’atmosfera di fiaba. A Strasburgo, inoltre, è d’obbligo visitare il quartiere Patrimonio Unesco della Petite France, con il tripudio di case a graticcio e di canali della Grande Île, ma se viaggiate nei dintorni non mancate di raggiungere Colmar, una magica città medievale contraddistinta, anch’essa, dalle tipiche costruzioni a graticcio dell’Alsazia.

 

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Il luogo: Gotland, il fascino nordico dell’isola vichinga delle rose

 

Abbiamo già esplorato le isole del Mediterraneo (rileggi qui l’articolo), adesso è tempo di ritornare nel Grande Nord. Precisamente a Gotland, un’isola situata nel mar Baltico, al largo delle coste svedesi sud-orientali: appartenente alla Svezia, dista quaranta minuti di aereo da Stoccolma ed è ricca di storia, cultura, bellezze architettoniche e naturali. Le sue origini antichissime (risalgono al 5000 a.C.) sono circondate da affascinanti leggende; una di queste descrive Gotland come una terra che, generata dal mar Baltico, torna negli abissi ogni sera al tramonto. L’alone mitico che la ammanta si intreccia a doppio filo con la storia dell’isola, che vede protagoniste svariate popolazioni vichinghe: Gotland fu abitata dai Gotlandi, dai Geati e dai Goti, che poi si spinsero a Sud abbandonando la Scandinavia. L’isola ebbe un ruolo molto importante nel commercio tra il Nord Europa e l’Oriente. La sua posizione strategica sul mar Baltico, infatti, la fece entrare di diritto nella Lega Anseatica, che dal 1358 al 1862 detenne il predominio commerciale nell’ Europa Settentrionale e nel mare collocato tra la penisola scandinava e il continente. Non è un caso che il Medioevo, epoca in cui si costituì la storica alleanza, sia uno dei periodi che ha lasciato maggiori tracce architettoniche sull’isola: ne è un esempio Visby, la capitale di Gotland, circondata da imponenti mura fortificate e decretata Patrimonio dell’Umanità Unesco. Ma lasciando da parte il passato, che cosa rappresenta Gotland oggi? Alcuni la chiamano la “Capri del Nord”: le sue spiagge, le scogliere rocciose della sua costa, gli splendidi paesaggi e gli edifici di design, un connubio di stile tipicamente hygge e pura raffinatezza, la rendono oltremodo speciale. Ma Gotland non è solo questo. E’un’isola verdeggiante, ricca di reperti archeologici, e, su tutto, la patria di un’ottima cucina. Viene considerata, non senza una ragione, la capitale culinaria della Svezia.

 

 

Un altro dei suoi punti di forza è il clima mite. Qui, le rose fioriscono anche in Inverno: un particolare che è valso a Gotland l’appellativo di “isola delle rose”. La secolare isola vichinga appartiene a un arcipelago che comprende isolette come Fårö (dove il regista Ingmar Bergman visse e ambientò molti suoi capolavori),  Karlsö e Gotska Sandön. Vantando una superficie di 2994 km quadri, Gotland è la più grande isola svedese situata nel mar Baltico e la seconda isola, in quanto a estensione, dopo la danese Selandia. Abitata da circa 60.000 persone in tutto, l'”isola delle rose” è rimasta splendidamente selvaggia: alberi in via di estinzione come gli abeti rossi e l’antichissima specie equina dei Pony Gotland, che risale all’Età della Pietra, sopravvivono ancora nelle sue lande incontaminate.

 

 

Dal momento che ha radici così remote nel tempo, ospita numerosi resti archeologici che spaziano dal Paleolitico all’Età del Bronzo, dall’Era dei Vichinghi al Medioevo. Cosa visitare, dunque, in questa suggestiva località del mar Baltico? Non si può che iniziare con il capoluogo, Visby, raggiungibile dalla Svezia (partendo da Oskarshamn) in circa tre ore di traghetto. Visby è una città medievale fortificata che, come vi ho già detto, venne inclusa nella Lega Anseatica: la sua appartenenza a quell’importante alleanza commerciale è compresa tra il XII e il XIV secolo. Nel 1995, omaggiando la sua pittoresca bellezza, l’Unesco ha dichiarato Visby Patrimonio Mondiale dell’Umanità. Il centro storico è percorso da un intrico di viuzze fiancheggiate da case in colori pastello e dai tetti a punta; risaltano le guglie della cattedrale, le chiese e gli edifici sorti all’epoca dei Vichinghi, le torri che intramezzano le mura. Potete visitare la città in tutta calma, a piedi, o decidere – in puro stile nordico – di effettuare i vostri spostamenti in bicicletta.

 

 

Un giro turistico non può prescindere dalle mura della città. Innalzate tra il XIII e il XIV secolo, sono lunghe 3,44 km e completamente edificate in pietra calcarea. Le intervallano trenta torri che oltrepassano i venti metri di altezza; torri ammantate, peraltro, di una potente aura di leggenda: in una di esse, la Torre della Fanciulla, si narra che fu murata viva la figlia di un orefice innamoratasi del re danese Valdemar Atterdag; ciò fu considerato un tradimento nei confronti della città; nella feritoia di un’altra torre, la Sankt Goransporten, è rimasta incastrata una pietra risalente alla guerra civile duecentesca. Dopo la costruzione delle mura, Vilby fu suddivisa in due aree ben distinte. All’interno delle fortificazioni si trovavano gli artigiani e i mercanti, che potevano commerciare con l’estero, all’esterno i pescatori e gli agricoltori, abilitati solamente al commercio interno. Alcuni spazi delle mura, oggi, sono stati adibiti a punti panoramici da cui ammirare lo splendore di Vilby e dei suoi dintorni.

 

 

Il Gotlands Museum è un altro must see: una vera meraviglia per tutti gli appassionati della civiltà vichinga. La fondazione della struttura risale al 1875. Al suo interno, il Museo ospita permanentemente reperti archeologici compresi in un arco di tempo che va dall’Età della Pietra all’Era dei Vichinghi. Accanto ad essi spiccano fossili rinvenuti nel mar Baltico, pietre runiche, e nella sezione dedicata ai secoli più recenti la ricostruzione di una fattoria settecentesca fa bella mostra di sè. Nel Museo viene anche custodito il tesoro vichingo più vasto del mondo: una ricchissima collezione di manufatti e monete in argento e bronzo.

 

 

La Cattedrale è famosa per le sue guglie, un dettaglio inconfondibile e iconico che simboleggia la città di Visby. Destinata ai mercanti tedeschi della Lega Anseatica, la chiesa fu inaugurata nel 1190. Nel 1125 venne dedicata a due tipologie di fedeli, gli abitanti di Gotland e i forestieri; a officiare la messa erano ministri di culto differenti. Nel 1500 le fu conferito lo status di Cattedrale. Questa maestosa chiesa medievale, che nel tempo ha conosciuto molte modifiche, viene tuttora utilizzata. Gli stili predominanti nella sua architettura sono il romanico e il gotico. A Visby esiste circa una decina di ulteriori chiese medievali, ma di esse rimangono solo le rovine. Le più rappresentative sono quelle delle chiese di San Nicola, San Clemente e Santa Caterina.

 

 

Nel Botaniska Tradgarden, il giardino botanico, è possibile effettuare una full immersion nella natura. Sorto nel 1855, si trova nei paraggi del mare; lo contraddistingue un vero e proprio tripudio di verde, piante e fiori esotici, prati tenuti in modo impeccabile. All’interno del giardino sono situate le suggestive rovine della chiesa di Sankt Olof.

 

 

Se siete appassionati del senso del mistero e della cultura ancestrale di quest’isola svedese, non mancate di visitare i suoi labirinti. Si trovano nei pressi della città di Vilby, e nella riserva naturale di Galberget è collocato il più celebre. I labirinti, denominati Trojaborg, sono stati costruiti in tempi remotissimi formando linee quasi circoncentriche con una serie di massi e pietre posati sulla terra. Ma a cosa servivano questi labirinti di sassi? Lo scopo era quello di farvi rimanere intrappolate la sfortuna e le entità malvagie. La maggior parte dei Trojaborg risale al Medioevo, e un buon numero di essi venne realizzato in prossimità delle aree costiere: i pescatori avevano l’abitudine di entrare in un labirinto poco prima di salpare, per propiziarsi una pesca fruttuosa e le migliori condizioni di navigazione; appena finivano di percorrerlo, correvano in tutta fretta sulla loro barca affinchè i troll, le entità malvagie e la malasorte rimanessero imprigionati nel labirinto. Il Trojaborg della riserva naturale di Galberget è stato scoperto nel 1740 e si pensa che sia stato realizzato nel Tardo Medioevo.

 

 

Accanto ai labirinti, a Gotland troviamo anche le navi di pietra, monumenti funerari tipicamente scandinavi dell’Età del Bronzo. All’interno di questi spazi composti da pietre conficcate nel terreno che riproducono la forma di una nave, si seppellivano i notabili della comunità. La forma del monumento serviva a garantire una buona traversata verso l’altra dimensione. Sull’isola, potrete ammirare le navi di pietra nei dintorni di Gnisvärd: una quarantina di case, tradizionali e coloratissime, abitate dai pescatori. Gnisvärd, villaggio estremamente suggestivo, è diventato celebre anche per la prosperosa pesca di aringhe.

 

 

Spostandoci verso la costa, incontriamo un altro tipo di roccia: i raukar, formazioni calcaree dalle forme alquanto bizzarre. Sull’isola di Fårö, di cui vi ho già accennato, si trovano le più spettacolari. Somigliano a colossi di pietra, e la leggenda vuole che il loro sguardo sia costantemente rivolto a Thor, figlio di Odino, divinità norrena del tuono e del fulmine. Fårö conta solo cinquecento abitanti, ma possiede un fascino unico: è selvaggia, incontaminata, vanta un mare cristallino, spiagge con dune di sabbia e un’esplosione di verde rigoglioso. Qui vivono le tipiche pecore di Gotland, che sfoggiano un riccioluto pelo grigio, e i rami degli alberi sembrano torcersi con il vento. Non è un caso che questa sorprendente isoletta sia stata scelta da Ingmar Bergman come location di molti suoi film: ricordiamo ad esempio “Persona” (1966), “L’ora del lupo” (1968) e il famosissimo “Scene da un matrimonio” (1973). Innamorato di Fårö, Bergman decise di viverci fino alla sua morte. Sull’ isola, in suo onore, è sorto il Bergman Center. La struttura include un cinema, una biblioteca interamente incentrata su Ingmar Bergman, e al regista svedese vengono dedicate mostre che celebrano il suo rapporto con Fårö. Esiste anche la possibilità di svolgere dei workshop creativi.

 

 

Tornando a Gotland, vale la pena di fare una visita a Villa Villacolle: è la casa dove venne ambientato il celebre telefilm “Pippi Calzelunghe”, ispirato al personaggio creato negli anni ’40 dalla scrittrice svedese Astrid Lindgren. Villa Villacolle si trova a una manciata di chilometri da Visby, precisamente all’interno del Kneippbyn Resort, un parco dei divertimenti per bambini che comprende un campeggio, un parco acquatico, piscine, scivoli d’acqua e giochi vari. C’è anche la possibilità di praticare windsurf, dato che il mare è a pochi passi dal Resort. Pippi Calzelunghe, in questo luogo, viene omaggiata con numerose e costanti pièce teatrali.

 

 

Veniamo ora a una delle eccellenze di Gotland: la buona cucina. Gotland straripa di ristoranti e bistrot, e nel 2013 è stata addirittura nominata Capitale Culinaria della Svezia. Il clima temperato dell’isola, infatti, rende il suolo particolarmente fertile. Proliferano la verdura, la frutta, le mele in particolare: il maggior produttore di sidro di tutta la Svezia, Halfvede Musteri, non a caso si trova proprio a Gotland. Ma soprattutto, Gotland è un autentico paradiso dei tartufi. Tutti gli anni ne vengono raccolti tra i sette e gli otto quintali, e pare che a Stoccolma siano richiestissimi. Sull’isola sono presenti anche diversi vigneti, e si produce il vino più a nord del mondo. Ma anche la birra non scherza: Gotland vanta la maggior densità di birrifici per abitanti di tutta l’Europa. E siccome in Svezia le bevande contenenti alcol in una percentuale maggiore al 3,5% sono proibite, un birrificio ha lanciato la Sleepy Bulldog, birra analcolica dal gusto squisito. Se adorate i dolci non perdetevi la saffranspannkaka, una torta-pancake allo zafferano tipica dell’isola: viene servita con panna montata e marmellata di more, ed è a dir poco irresistibile.

 

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Foto del Trojaborg di Arkland, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0>, via Wikimedia Commons

Foto della nave di pietra di Jürgen Howaldt, CC BY-SA 2.0 DE <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0/de/deed.en>, da Wikimedia Commons

Foto della Saffranspannkaka di Toyah, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0>, via Wikimedia Commons