Maria Antonietta meets Moschino: il backstage beauty & hair della sfilata AI 2020/21

 

Parrucche altissime, traboccanti di boccoli, tinte di nuance naturali o di un tripudio di cromie candy: sono il leitmotiv dell’ hairstyle della sfilata Autunno Inverno 2020/2021 di Moschino  e Maria Antonietta le avrebbe adorate. L’ allure è settecentesca, intrigante e seduttiva, il volume oversize in puro stile Versailles; non c’è bisogno di dire che il beauty look del défilé sia interamente focalizzato sull’ acconciatura. Per realizzarla, l’ hairstylist Paul Hanlon e lo staff ghd si sono avvalsi di parrucche che hanno richiesto tre giorni di lavorazione ciascuna, ma il risultato teatrale e iper scenografico conferma che ne è proprio valsa la pena. Una miriade di capelli è stata applicata su una struttura verticale imbottita e rigida quanto basta, fissata sul capo delle modelle grazie a un tessuto adesivo che il make up ha sapientemente cammuffato. La palette cromatica delle chiome include le sfumature più disparate: dal biondo platino al glicine, dal cioccolato al rame, passando per tonalità pastello come il menta, il pesca, il blu polvere, il rosa, il lilla; tutte colorazioni esaltate dalla massa di onde e boccoli che hanno ornato le parrucche una volta indossate. Bigodini, ferro arricciacapelli e phon sono stati gli strumenti utilizzati per “movimentarle”, per rifinirle con la massima accuratezza. L’ effetto è mozzafiato, un hairlook torreggiante e rococò che ci immerge nelle atmosfere raffinatamente giocose della corte di Luigi XVI.

 

 

Riguardo al make up, però, niente “eau d’ange” (l’ essenza che regalava la pelle immacolata molto in voga all’ epoca): il make up artist Tom Pecheux per MAC Cosmetics ha evidenziato le guance con dosi massicce di blush rosa in crema che, per contrasto, è stato abbinato a un tratto deciso di eyeliner allungato verso la tempia. Lo sguardo ha immediatamente acquistato un mood grintoso e magnetico, coniugando la contemporaneità signature di Moschino con suggestioni d’altri tempi, ma dal fascino sempre vivo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Do you remember New Romantic? Il backstage beauty & hair PE 2020 di Alexander McQueen

 

Chi è stato/a un/a teen negli anni ’80 ricorda molto bene il New Romantic, uno stile che fondeva suggestioni punk con reminiscenze vittoriane e si ispirava al look degli antichi pirati. Le band inglesi dell’ epoca erano emblemi viventi di quel trend: basti pensare ai Duran Duran, agli Spandau Ballet, ai Visage, agli Adam & The Ants…e, in Italia, a una Bertè che nel video di “Ninna nanna” sfoggiava una mise corsara molto cool. Oggi, il New Romantic continua ad intrigare il fashion world. E un brand modernamente romantico, profondamente British come Alexander McQueen non poteva non prenderlo come riferimento. E’ il top hairstylist Guido Palau, Global Director di Redken, a farlo rivivere in passerella: il beauty look della sfilata Primavera Estate 2020 è uno splendido tributo agli Adam & The Ants e allo stile pirata. Un dettaglio risalta su tutti, il trait d’union che connette il make up con i gioielli e con l’hairstyle. Tendenza chiave di stagione (come vedremo nei prossimi giorni), accomuna svariati backstage beauty. Ma che tipo di connubio unisce esattamente quella triade? Lo scopriremo subito.

 

 

Palau realizza un hairstyle cosparso qua e là di treccine, ma con un denominatore comune: la treccina sulla fronte. L’ ispirazione attinge ai pirati dell’ era vittoriana e agli Adam & The Ants per quanto riguarda la treccina frontale, poichè Adam esibiva spesso un look che la includeva. L’ hairstylist “sigilla” infine le treccine attorcigliando del nastro dorato attorno ad ognuna, un particolare che accentua il mood d’antan, e crea un “mix and match” di gioielli assai selvaggio ma molto chic. Gli orecchini sono spaiati e multipli per ogni lobo, le collane impreziosite da ciondoli antichi. A fare da fil rouge è l’oro, che si lega sia al nastro utilizzato sui capelli che al make up ideato da Lucia Pieroni. Per plasmare l’hairstyle delle modelle, Guido Palau si serve di dosi massicce di mousse spray Redken Guts 10. Una volta realizzate le trecce, poi, le vaporizza con Redken Shine Flash 02: l’ effetto bagnato rende ancora più suggestiva la pettinatura e la fa brillare sotto i riflettori.

 

 

La make up artist Lucia Pieroni completa il look con un trucco naturale, ma “spolverato” d’oro. Le sopracciglia sono folte, ben definite, le palpebre rivestite di una calda sfumatura dorata. Sulle labbra, color nude,  viene passato un velo di gloss che ne evidenzia la lucentezza e la polposità. I gioielli che fanno da cornice al volto si integrano alla perfezione con il make up, instaurando quasi una simbiosi. L’oro, in qualsiasi modo lo si declini (hairstyle, gioielleria, trucco), è il leitmotiv che dà vita a un beauty look luminoso, radioso e all’ insegna di una preziosità inedita.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un tripudio di fiocchi di neve sul divino Himalaya: il backstage beauty & hair PE 2020 di Guo Pei

 

Tra i beauty look più applauditi dei recenti défilé di Haute Couture parigini, rientra a pieno titolo quello che Guo Pei ha mandato in scena con la sua collezione “Himalaya”. Il tema mistico, lo stile opulento, l’ allure incantata fanno da leitmotiv a ogni creazione e ben si coniugano con un trucco che dona loro una forza impattante aggiuntiva. Il make up artist Dominic Skinner, in collaborazione con il MAC Pro Team, ha puntato tutto sulla potenza evocativa dell’ Himalaya. Il suo nome, “dimora delle nevi” in sanscrito, è indicativo. L’imponente catena montuosa asiatica include le vette più spettacolari del globo e non è un caso che, da sempre, sia impregnata di una maestosa aura sacrale: ammirata in lontananza ricorda il fior di loto, un importante emblema buddhista, e le leggende che la circondano sono innumerevoli. Skinner è rimasto affascinato dalla sua spiritualità, ampiamente riflessa nei preziosi abiti di Guo Pei, ed ha pensato a un beauty look che, per tradurla, si concentra sulla magia della neve. L’ Himalaya non offre vie di mezzo: alterna il torrido sole estivo al freddo polare invernale, è solenne e “perentorio” anche dal punto di vista climatico. Il make up artist, quindi, posiziona un tripudio di (falsi) fiocchi di neve tra le sopracciglia e sulle ciglia delle modelle, creando una meravigliosa apoteosi di biancore ravvivata da tocchi di rosso intenso. Per ottenere questo capolavoro, stende sulle sopracciglia uno strato di correttore e con la colla per ciglia finte fissa i fiocchi. La stessa procedura (correttore a parte) viene ripetuta per le ciglia, dove  la neve si posa a miriadi. Sul viso, invece, Dominic Skinner crea un rossore a contrasto mescolando due rossetti MAC, “E for Effortless” e “Shamelessy Vain”, realizzando un vistoso alone che coinvolge guance e zigomi. Come “final touch” aggiunge del gloss scarlatto che utilizza anche per le labbra, alternando il candore ad accenti rutilanti di grande effetto. Il risultato? Decisamente magnetico, perfettamente in linea con la collezione di Guo Pei. In una parola…Magico. E scusate se mi ripeto.

 

 

 

 

 

Per quanto riguarda l’hairstyle, Beppe D’Elia per Beautick ha dato ampio spazio agli hair accessories sacrali abbinati agli outfit, raccogliendo le chiome in code basse attorcigliate su se stesse ed avvolgendole in un tessuto candido: un richiamo all’ immacolato fascino della neve che risalta, sparsa in abbondanti fiocchi, anche sul capo delle modelle.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alta Moda PE 2020: flash dalle sfilate di Parigi (parte 5)

 

GUO PEI. 1

Guo Pei ci porta sull’ Himalaya, sacra residenza degli dei nella fede buddista. L’ imponente catena montuosa asiatica – il cui nome, in sanscrito, significa “dimora delle nevi” – ispira una collezione che ne rievoca l’aura maestosa e, soprattutto, densa di misticismo: stoffe antichissime richiamano le sue eterne vette, preziosi “Thangka” inneggiano alla sua spritualità con ricami dorati sul broccato delle stole e delle maestose mantelle imperiali. Guo Pei utilizza l’obi giapponese per dar vita a splendidi decori, una scelta non casuale dato che le linee kimono sono ricorrenti e si alternano a quelle più marcatamente tibetane. Le “dee della neve” della designer sfoggiano look che alternano un tripudio d’oro sacrale a un candore profuso sia nei dettagli che negli abiti, voluminosi e incorporei come nuvole. Ad adornare questi ultimi sono piume e perle finissime, a plasmarli multistrati di organza “dilatati” da ricami floreali in 3D. Minuscole rose in tulle impreziosiscono anche la fodera dei capispalla: l’effetto è fiabesco, rievoca una miriade di fiocchi di neve. Le gonne adottano le mini lunghezze di vaporosi tutù oppure orli rasoterra, sontuosamente teatrali, le maniche sono perlopiù tubolari e si allungano fino a sfiorare il suolo. Perle, piume, broccati, pietre preziose e oro in abbondanza costituiscono il fil rouge di creazioni a dir poco divine: non potrebbe esistere aggettivo migliore, parlando del sacro Himalaya a cui si ispira Guo Pei (e da cui prende il nome la sua collezione).

 

GUO PEI. 2

GUO PEI. 3

 

YUIMA NAKAZATO. 1

“Cosmos”, la settima collezione Couture che Yuima Nakazato fa sfilare a Parigi, vede protagonista l’ Araba Fenice. Ispirarsi a questa mitologica figura significa, innanzitutto, celebrare l’armonia e il valore della vita. Sulla leggendaria fenice che risorge sempre dalle sue ceneri sono incentrati racconti, miti e narrazioni risalenti a tempi remotissimi: Nakazato li interiorizza per elaborare la sua contemporanea concezione di bellezza, e manda in scena look all’ insegna dell’ avanguardia tecnologica più avanzata. Nello specifico si avvale della tecnologia Biosmocking, focalizzata su tessuti digitalmente rielaborati, che offre la possibilità di modellare a piacimento i materiali e di realizzare creazioni uniche, completamente su misura. Abiti e accessori si declinano in Brewed Protein, stoffa-cardine del Biosmocking, attraverso un processo eco-sostenibile che scongiura gli sprechi e minimizza l’impatto ambientale. Niente ago e filo, dunque: la resina ecologica permette di plasmare la forma e le dimensioni dei capi per adattarli perfettamente al corpo, mentre fermagli metallici assemblano le diverse porzioni di tessuto. Il Biosmocking, inoltre, possiede qualità tridimensionali, aggiungendo un ulteriore atout al metodo di creazione utilizzato da Yuima Nakazato. Ne derivano abiti, fluidi ma scultorei al tempo stesso, che sfoggiano tutte le tonalità del fuoco: dal rosso al giallo passando per il ruggine, eccetto qualche look in cui predomina l’ azzurro cielo. Risaltano ampie mantelle dall’ effetto plissettato che sembrano instaurare un connubio onirico tra tridimensionalità e trompe-l’oeil. Straordinario l’hairstyle firmato da Hirofumi Kera, letteralmente fiammeggiante.

 

YUIMA NAKAZATO. 2

YUIMA NAKAZATO. 3

 

 

 

Alta Moda PE 2020: flash dalle sfilate di Parigi (parte 4) – Speciale Jean-Paul Gaultier

 

Dopo 50 anni di carriera, Jean-Paul Gaultier  dice addio alla moda e mette in scena uno show travolgente, scoppiettante ma significativo. Uno “show”, attenzione, non un “défilé”, perchè di autentico spettacolo si tratta. I protagonisti? Una parata di oltre 200 tra capi cult e celebri leitmotiv delle sue collezioni. Ad indossarli non sono solo le maggiori top in circolazione, bensì mannequin che hanno fatto la storia della Maison e – last but not least – la “grande famiglia Gaultier“, composta dagli amici di lunga data dello stilista: in passerella sfilano (tanto per fare qualche nome) Dita Von Teese, Béatrice Dalle, Kiddy Smile, Mylène Farmer, Rossy de Palma e una sfolgorante Amanda Lear con tanto di toy boy al seguito. Dopo un’apertura “cinematografica” riferita al film del ’66 “Qui êtes-vous, Polly Maggoo?di William Klein, lo show ha inizio con un tableau vivant ispirato alla scena del funerale. Da una bara su cui spiccano due grandi coni metallici (un rimando a quelli dei celeberrimi corsetti di Gaultier) fuoriesce una “cara estinta” che estinta non lo è affatto: si catapulta in passerella in un look total white composto da baby doll bamboleggiante e calze in tinta, seguita poi da un vero e proprio circo Couture (e con la C maiuscola). L’ Alta Moda di Gaultier, decifrando la metafora, rinasce a nuova vita ed anzi, è più viva che mai! Non è un caso che nel sito del brand gli innumerevoli look proposti siano suddivisi in tre capitoli esplicativi. Nel primo risaltano giacche e camicie “fluttuanti” nella parte frontale dei top, gonne ricavate affiancando centinaia di opera glove o di collant, cravatte assemblate a forgiare bodysuit maschili (non dimentichiamo che negli anni ’70 Gaultier aveva già abbattuto le frontiere del gender) e una miriade di look costruiti sui basic della lingerie: reggicalze e bustier a profusione, tra i quali non passa inosservato il modello che alterna cinghie e lacci  sfoggiato da Dita Von Teese. La femminilità diventa consapevole, la donna si fa protagonista del gioco seduttivo e dona un twist personale, del tutto inedito e giocoso, anche al classico outfit che abbina top + gonna.

 

 

 

 

Il secondo capitolo punta sulla “francesità” e la rllegge secondo l’ iconografia Gaultier: lo inaugura un abito danzante nei colori della bandiera d’oltralpe, prima di lasciar spazio all’ iconico stile marinaio dove cappelli a tema e strisce bianche e blu la fanno da padroni – ovviamente in versione rivista e corretta. Un esempio? Il tipico top rigato viene ripensato in un’ organza plissé che delinea miriadi di ruche circolari, oppure a ventaglio. E poi, ci sono jeans (rigorosamente riciclati, altra intuizione anticipatrice del designer) in svariate fogge, dalle crinoline al modello cropped passando per quello a vita altissima, con semi-pattina e le bretelle di una salopette. Gli abbinamenti optano per un oro molto Barocco, coinvolgono il pizzo nero, un bolero in denim in stile torero viene esibito da un modello che sfila sulle punte.

 

 

 

Il terzo capitolo inneggia al Gaultier più iconoclasta, rielaborando il classico suit nero (unisex, of course) con camicia bianca. Gonne maschili indossate sui pantaloni, squarci improvvisi sulle maniche delle giacche e asimmetrie spiazzanti stravolgono l’ allure rendendola irriverente. Poco a poco, il nero dei completi si accosta all’oro e diventa sexy, evidenziando outfit da odalisca che alternano bustier “metallici” con coppe a cono, trasparenze inaspettate e veli a profusione. Per concludere, una serie di look dalla vaga ispirazione ethno-folk: l’ispirazione attinge ai Celti e punta sulla loro venerazione per la natura. Predominano enormi mantelle con strascico, coat oversize riccamente decorati, frange e piume, pattern in simil-tartan. La palette si fa mimetica e abbraccia le più svariate tonalità di verde, che combina soprattutto con il marrone: i colori della terra.

 

 

 

 

 

Se questo show fantasmagorico mette la parola fine sulla carriera di Jean-Paul Gaultier, al tempo stesso celebra una Couture sempiterna. Il potente estro del designer francese, il suo genio precursore, l’ irriverenza che gli ha fatto guadagnare il soprannome di “enfant terrible”, impregnano creazioni del tutto senza tempo. Destinate a rimanere negli annali della storia della moda, certo, ma soprattutto a vivere tra la gente, tra le celeb,  in una realtà privilegiata forse, ma concreta. Quella di Gaultier si potrebbe definire una Couture “in movimento”, ironica, che inneggia a un luxury mai fané o fine a se stesso. E’ innovativa, vibrante, esuberante, oggi come ieri: dunque, immortale. Sia per la sua iconicità sia perchè fa ormai parte, a pieno titolo (basti pensare al bustier con coppe a cono che Madonna rese un cult durante il suo “Blonde ambition tour”), dell’ immaginario collettivo.

 

 

Lo scintillio dei cristalli per un hairstyle gioiello: il backstage beauty & hair AI 2019/20 di Area NYC

 

Brillare per respirare tutto l’ anno aria di festa, non solo a Natale: ormai è un leitmotiv di VALIUM. Sfavillare, abbagliare, sfolgorare sono degli imperativi, i must che ci donano luce H24, quando il grigiore predomina e viene rischiarato unicamente dal biancore della neve. Se a tale scopo cercate un’ alternativa all’ outfit o al make up “sparkling”, date un’ occhiata all’ hair look di Area NYC: il défilé della collezione Autunno Inverno 2019/2020 è stato tutto un rilucere di cristalli, di bagliori profusi e rigorosamente in pendant con i decori degli abiti. Ma attenzione, questo splendore non somiglia a nulla di quanto abbiate mai visto prima. E’ associato a qualcosa di raro, a un lusso principesco e d’altri tempi: l’ hairstylist Jawara ha concentrato sul capo i suoi punti luce, adornando la scriminatura e il resto della chioma, raccolta, con fili in maglie di cristalli simili a diademi esotici. I capelli, legati in una coda bassa che potremmo definire “minimal”,  evidenziano una allure ethno sulla scriminatura, sottolineata da una treccina che la percorre in tutta la sua lunghezza. Jawara ha esaltato accenti quasi tribali, intrecciando perle e cristalli intorno ai “bantu knots” che esibiscono alcune modelle ed ottenendo, inoltre, effetti di grande spettacolarità grazie alle maschere scintillanti che coprono il loro volto. La luminosità opulenta, non associata al make up in quanto appena accennato, scaturisce piuttosto dagli hair jewels e dai monili che, molteplici e vistosi, adornano collo, braccia e orecchie delle top in passerella. Le nuance, tutte abbinate tra loro, spaziano dall’ oro all’ argento passando per il platino e il multicolor. Il risultato finale? Un look affascinante, evocativo di terre e di epoche lontane. Un capolavoro luxury che coniuga preziosismi e hairstyle, avvalendosi della valenza simbolica – oltre che decorativa – che il gioiello ha sempre rivestito nella storia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Poesia into the dark: il backstage beauty & hair AI 2019/20 della Haute Couture di Dior

 

Sarà che Halloween è dietro l’angolo, ma l’ atmosfera si fa sempre più oscura. Il nero regna sovrano e coinvolge in toto il look: è un nero raffinatissimo, quasi d’altri tempi, vagamente gotico. Il make up se ne appropria per donare intensi accenti al volto, sfoggiando zone d’ombra ad alto tasso di suggestività e di mistero. In passerella, il beauty look della sfilata AI 2019/20 di Dior Haute Couture ha evidenziato questi input attraverso un maquillage che difficilmente si farà dimenticare. L’autore è Peter Phillips, il Creative and Image Director di Dior Make Up: ispirato dalla tenebrosa palette della collezione, Phillips ha optato per un focus dark sugli occhi, uno smoky eye talmente scuro e denso da risaltare persino dietro le fitte trame a rete delle velette indossate dalle modelle. Per realizzarlo ha utilizzato il profondo nero della Diorshow Tri(o)blique 035 Smoky Canvas Palette sulla palpebra superiore e su tutto il contorno dell’ occhio, ma ha evitato il mascara per scongiurare un effetto troppo seduttivo a discapito del coté poetico del make up. Allo scopo di intensificare l’ alone scuro dello sguardo, poi, ha steso una riga di khol e ha rimarcato le sopracciglia con Diorshow Brow Styler e Diorshow Pump’n’Brow. La pelle del viso è rimasta quasi al naturale. Phillips ha voluto uniformarla e illuminarla, rendola traslucida: i prodotti di cui si è servito sono il Dior Backstage Face & Body Primer e il Dior Backstage Face & Body Foundation, che ha applicato in un velo sottile prima di fissare con la cipria in polvere Dior Forever & Ever Control Invisible Loose Powder. Nessun contouring nè punto di luce, solo una pelle puramente luminosa. Anche le labbra hanno esibito un look nude, sottolineate da pochi tocchi di Dior Addict Lip Maximizer Plumping Gloss.

 

 

A curare l’ hairstyle è stato un altro guru del settore: Guido Palau, Global Creative Director di Redken, che ha pensato ad una crocchia circondata da miriadi di treccine. Per donare un aspetto “satinato” allo chignon si è avvalso della lozione Satinwear 04 Heat Protectant Blow Dry di Redken, mentre le trecce sono state create con l’ausilio della Redken Rough Paste 12, una pasta ad hoc per plasmare e definire  qualsiasi tipo di acconciatura. In questo caso, il prodotto ha garantito la texture ruvida ideale su cui imbastire l’ intreccio. Il look, nel suo complesso, è apparso stupefacente: valorizzato da grandi mono orecchini pendenti, choker raffinatissimi e collier con preziosi ciondoli (tutti con perle opalescenti a fare da leitmotiv), hanno arricchito di iconicità pura le riflessioni sulla funzione degli abiti che Maria Grazia Chiuri ha elaborato ispirandosi all’ architetto Bernard Rudofsky.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“The Dawn of Romanity”, lo straordinario tributo di Fendi a Karl Lagerfeld

 

Il 19 Luglio scorso, ricorrevano cinque mesi dalla scomparsa di Karl Lagerfeld. In suo ricordo, ed in omaggio dei 54 anni di collaborazione che hanno legato il leggendario designer alla Maison Fendi, il brand capitanato da Silvia Venturini Fendi ha organizzato una sfilata di haute couture AI 2019/20 potentemente suggestiva. La collezione, dal significativo titolo di “The Dawn of Romanity” (“l’alba della Romanità”), include in tutto 54 look – ognuno a celebrare il connubio tra Herr Lagerfeld e la Maison – ed è stata presentata il 4 Luglio in un’ incantevole location di Roma, il Colle Palatino, con la splendida visuale del Tempio di Venere, del Colosseo e dei Fori Imperiali. Siamo nella culla della Città Eterna, esattamente nei pressi di uno dei templi più estesi dell’ Urbe; sorse in onore delle dee Venus Felix e Roma Aeterna, e Fendi si è avvalsa del suo imponente scenario per far sfilare silhouette inneggianti alle creazioni d’archivio di Karl Lagerfeld ed al periodo storico che entrambi hanno condiviso. Risaltano gli anni ’70, così fervidi e ricchi di creatività innovativa, ma l’ ispirazione spazia ad ampio spettro: dalla magnificenza dei marmi romani agli accenti mitologici, dagli artisti della secessione viennese a “Gruppo di famiglia in un interno”, il film che Luchino Visconti ambientò in un sontuoso palazzo patrizio di Roma e che vede come protagonista una Silvana Mangano in total look Fendi. Ma torniamo al défilé al Tempio di Venere. Mentre la luna effonde la sua luminosità in un cielo sempre più buio, l’ evento ha inizio. Apre la sfilata un suit pantalone bianco dalla sartorialità ineccepibile; spalline squadrate, ampi rever, maniche a sbuffo chiuse da eleganti polsini: l’allure è più che mai Seventies, il glamour ricorda Bianca Jagger. Ad hoc anche la scelta di acconciare la chioma delle modelle nel tipico caschetto dell’ epoca, con tanto di frangia e punte arrotondate all’ insotto, declinandolo in svariati colori.

 

 

Ogni mise che appare in passerella è un’ ode al savoir faire più squisito. Abbondano le pelliccie (anche in versione “alternativa”), fantasie marmoree ornano long dress e suit amalgamandosi a geometrie moderniste oppure agli ornamenti della Roma antica. Trasparenze, tessuti translucidi o marcatamente scultorei si alternano, sfoggiando di volta in volta una florealità bucolica ricca di spighe, intagli, grafismi klimtiani o pattern che rievocano stilizzati decorativismi d’antan. Gli abiti somigliano a preziose opere di architettura, dove l’effetto marmo, per contrasto, si affianca all’ impalpabilità del tulle; nell’ insieme, tuttavia, la collezione ostenta un’ allure – seppur soave, iper femminile e fluida  – altamente strutturale. La palette la esalta con toni in cui predominano il beige, il panna e il grigio, ma anche il nero, sobrie tonalità pastello e un oro “liquido” non passano inosservati. Una serie di vestiti impalpabili, con lunghe maniche a sbuffo ed adornati di spighe e fiori, accentua il mood idilliaco che fa da trait d’union tra il mondo antico e l’ audace modernità. La spettacolarità della location rientra inoltre nel grande progetto di restauro che Fendi dedica, dal 2013, alle meraviglie romane: dopo la Fontana di Trevi, il Palazzo della Civiltà Italiana e Fendi for Fountains ( l’iniziativa di “restyling” destinata alle fontane del Gianicolo, del Mosè, del Ninfeo e del Peschiera), la Maison devolverà 2 milioni e mezzo di euro al restauro del Tempio di Venere. L’ amore di Fendi per Roma è ormai sancito a pieno titolo, ed è un amore ricambiato. Gli scenari unici, i monumenti arcaici, i preziosi reperti della capitale  rappresentano lo sfondo perfetto per evidenziare e raccontare, a un tempo, le radici e lo straordinario savoir faire della casa di moda fondata da Adele Casagrande e da Edoardo Fendi nel 1925.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Foto del Tempio di Venere di Anthony Majanlahti via Flickr, CC BY 2.0

 

 

Alta Moda AI 2019-20: flash dalle sfilate di Parigi (parte 2)

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Continua l’excursus di VALIUM sui défilé parigini di Haute Couture. In questa seconda ed ultima puntata ci inoltreremo nei meandri di creazioni da sogno come quelle di Valentino, Viktor & Rolf, Maison Margiela Artisanal e Jean-Paul Gaultier.

 

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3.  MAISON MARGIELA ARTISANAL – John Galliano, il rapporto tra social e società, la sperimentazione sartoriale. Autodefinendosi “anarchico e impulsivo”, il designer traduce l’era di Instagram in stampe che proiettano immagini e pattern sugli outfit e si lancia a briglia sciolta in una rivoluzione che dona funzioni inedite (e assolutamente no gender) ai basic del guardaroba: i pantaloni diventano abiti con tanto di bustino, mentre i look da uomo ostentano giarrettiere “sadomaso” in pelle nera.

 

 

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3. JEAN-PAUL GAULTIER – Una collezione che punta verso l’alto: ispirato dall’ idea di un cappuccio a forma conica, Gaultier eleva sopra il capo abiti e capispalla, ma innalza anche i colli e le spalline di chiara matrice anni ’80. Le pellicce leopardate in fake fur sfoggiano revers rivolti al cielo, così come gran parte dei look vi si staglia assumendo linee “cone-shaped”. Non mancano rivisitazioni dei cult del designer accanto a pattern psichedelici, piume, paillettes e rifiniture arcobaleno.

 

 

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3. VIKTOR & ROLF – Magia ed incantesimi per una collezione all’ insegna dello “Spiritual Glamour”. Viktor & Rolf inneggiano alla notte, alla natura, a un glamour intriso dell’ incanto di un sortilegio, optando per tonalità buie che esplorano varie declinazioni del nero notte: l’artista e designer tessile olandese Claudy Jongstra le ottiene grazie a un sapiente uso dei pigmenti vegetali e ricerca la “formula alchemica” del Burgundian Black, il mitico nero originato da una mistura di ingredienti antichissimi. Le forme sono ampie, di volta in volta a uovo o svasatissime, e donano una allure inconfondibile alle “streghe” del 2000.

 

 

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3. VALENTINO – Ancora una volta Pierpaolo Piccioli ci regala una collezione che è spettacolarità pura e raffinatissima: un viaggio in lande esotiche che lasciano molteplici tracce sia dal punto di vista stilistico che negli stupefacenti colori. Ecco allora risaltare svariate nuance di giallo, il viola, il lilla, l’azzurro, il fucsia, il rosa, il verde mela, senza tralasciare – ovviamente – il leggendario “rosso Valentino”. Il savoir faire sartoriale è minuziosissimo, degno del plauso generale alla fine della sfilata; i volumi scultorei, modellati sul taffetà, si alternano a forme più fluide a base di chiffon. Un tripudio di spessi fili in lana ornamentali accentua il tocco folk, così come i copricapi in stile mongolo o marcatamente marocchino.