I baranki, le tradizionali ciambelle russe simbolo del Sole

 

Vi ricordate della foto qui sotto? Una decina di giorni fa, l’ho pubblicata su MyVALIUM per illustrare l’articolo che vi linko qui. E siccome il mio blog è anche fatto di rimandi e associazioni, oggi parlerò delle ciambelle che vedete in quell’immagine. Che cosa sono, come si chiamano? Si tratta dei tipici baranki russi, anelli di pane dalla consistenza dura e croccante che nascondono un cuore morbido. Vengono consumati in sostituzione del pane o rappresentano un goloso spuntino da abbinare al tè o al caffè. La loro storia è molto affascinante; adesso scopriremo il perchè.

 

 

Un simbolo del Sole

Nel XVII secolo, in Russia, i prodotti da forno dalla forma arrotondata venivano considerati un simbolo del Sole: così li descrivevano le leggende di origine pagana. Per questo motivo, comporre ghirlande di baranki per decorare la propria casa rappresentava un gesto di buon auspicio e foriero di prosperità. Il Sole, supremo emblema di  fertilità e rinascita, era associato alla ricchezza. Una dimora ornata di baranki, dunque, avrebbe avuto il potere di attrarre opulenza e buona sorte. Dal XVIII al XIX secolo, si cominciò a utilizzare le ghirlande di baranki come veri e propri monili: i venditori ambulanti russi li esibivano a mò di lunghe collane.

 

 

Le origini

La caratteristica principale dei baranki, innanzitutto, è relativa alla preparazione. Dopo una lunga lievitazione, vengono bolliti; soltanto dopo la successiva essiccatura si passa alla cottura in forno. Una curiosità: questo procedimento risultava talmente complesso da richiedere l’intervento di una persona esperta, il baranochnik, in quanto il panettiere non sempre era in grado di svolgerlo correttamente. Riguardo al nome baranki, gli studiosi hanno rinvenuto due possibili derivazioni. La prima lo riconduce al verbo slavo “obvariti”, in italiano “sbollentare”, la seconda lo associa al sostantivo “baran”, in italiano “montone”, facendo leva su una presunta somiglianza delle ciambelle russe con il corno del maschio della pecora. Oggi diffusissimi in Russia, Bielorussia e Ucraina, i baranki vantano un preciso luogo di nascita: secondo i ricercatori sarebbe collocato a Smorgon, in Bielorussia, una città divenuta celebre per l’addestramento degli orsi.

 

 

I prodotti simili:  suški e bubliki. Come distinguerli dai baranki?

In Russia, però, esistono alcuni prodotti da forno che, a un occhio poco esperto, potrebbero risultare indistinguibili dai baranki. I dettagli che li accomunano a questi ultimi sono la forma ad anello, la superficie lucida, la consistenza dura ma molto soffice all’interno. Di quali prodotti si tratta?Essenzialmente sono due:

I suški: dai baranki li differenziano le dimensioni, molto più piccole. Oppure, se le dimensioni sono rilevanti, la forma dei  suški è ovoidale. Qualcuno paragona la prima versione ai taralli pugliesi.

I bubliki: i baranki possono essere consumati fino ad oltre un mese dall’acquisto, mentre i bubliki vanno gustati al momento. La differenza tra i due, dunque, risiede nei tempi di conservazione.

 

 

Nella foto qui sotto, invece, insieme ai baranki potete ammirare un tipico dolce russo: le vatrushki, deliziose focaccine alla ricotta.

 

 

Abbiamo esaminato le differenze tra i baranki, i suški e i bubliki, ma è tassativo citare un dettaglio che li accomuna: la loro superficie lucente può essere impreziosita da semi di sesamo, papavero o cumino, oppure spalmata di senape, burrovaniglia e delizie varie. Lo scopo? Renderli ancora più golosi. Per scoprire la ricetta dei baranki, cliccate qui.

 

 

Citati nella letteratura russa

Nei loro libri, dei baranki hanno parlato autori del calibro di Aleksandr Sergeevič Puškin e Aleksandr Nikolaevič Radiščev. Molto tempo fa, questi caratteristici prodotti da forno venivano preparati esclusivamente in casa e le ricette erano molteplici, poichè ogni famiglia ne elaborava una. Attualmente, invece, sono acquistabili anche nei supermercati e nelle botteghe di alimentari. Un buon motivo per assaggiarli, oltre a quelli già elencati? I baranki sono sani, del tutto privi di grassi, e contengono zucchero in quantità minima. Vale proprio la pena di farne incetta.

 

 

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Gli scialli di Pavlovo-Posad, eccellenza artigianale e simbolo della Russia nel mondo

 

Come una ragazza russa nel gelo della Taiga siberiana: proteggersi dal freddo è un’arte che mixa funzionalità e stile. A risaltare è un accessorio iconico, lo scialle russo tradizionale di Pavlovo-Posad, in lana e ornato di vibranti stampe floreali. Le sue origini risalgono ad oltre due secoli orsono, quando lo si produceva artigianalmente a Pavlovo-Posad, una cittadina a 78 km da Mosca. Fu Ivan Labzin, un abitante del luogo, a fondare la fabbrica nel 1795; inizialmente avviò una produzione di scialli in seta di modeste proporzioni, ma un secolo dopo, nel 1860, la manifattura divenne azienda leader nel settore grazie a Yakov Labzin, nipote di Ivan, che alla produzione di scialli in seta affiancò quella degli ormai celebri scialli in lana decorati. Con la Rivoluzione d’Ottobre, l’impresa fu nazionalizzata e all’epoca della Seconda Guerra Mondiale si dedicò principalmente alla realizzazione dei tessuti per le divise dell’Armata Rossa. La partecipazione all’Esposizionale Universale di Parigi nel 1937 segnò un punto di svolta per la fabbrica, che si fece conoscere in tutto il mondo; all’Esposizione Mondiale di Bruxelles del 1958, gli scialli di Pavlovo-Posad ricevettero addirittura la Gran Medaglia d’Oro: da quel momento in poi, vennero inclusi nel patrimonio culturale russo divenendone un potente emblema identitario. Ma come sono fatti, esattamente, gli scialli Pavlovo? L’ispirazione attinge al folklore russo, alla sua arte e alla sua cultura. Il materiale che predomina è la lana, alternata alla seta e al misto cotone. Le dimensioni sono molto ampie, i colori vivaci; il loro “marchio di fabbrica” è costituito dalle elaborate stampe floreali, con disegni tuttora realizzati a mano (su sfondo prevalentemente scuro) prima che vengano impressi sul tessuto. Anche le frange sono applicate in modo manuale. Le tonalità e la ricchezza dei motivi ornamentali rappresentano le caratteristiche principali degli scialli di Pavlovo-Posad, un prodotto artigianale di alta qualità tramutatosi in un simbolo della Russia nel mondo.

N.B.: le immagini sono state reperite in una piattaforma foto e non rappresentano necessariamente gli scialli Pavlovo-Posad.

 

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La stella moraviana, dalla Germania alla Svezia: la storia di una delle più celebri decorazioni natalizie

 

Vi è mai capitato, viaggiando in alcune regioni tedesche o in Svezia, di vedere una stella dalle molteplici punte (in teoria dovrebbero essere 110) utilizzata come decorazione natalizia? Bene: si tratta della stella moraviana, in Germania detta Herrnhuter Stern, ed è una rappresentazione in chiave stilizzata della Stella di Betlemme.

La storia della stella moraviana

Nasce in Sassonia nel 1821: quell’anno, il collegio moraviano di Niesky si accinge a festeggiare i suoi primi 50 anni di attività. Prima di continuare, un chiarimento su chi siano i moraviani. Stiamo parlando di una congregazione religiosa cristiana sorta in Boemia tra il 1457 e il 1462: questo gruppo si formò ispirandosi al movimento cristiano riformista degli Ussiti, e con il nome originario di Fratelli Boemi diede vita a una comunità di fede protestante che anticipò la Riforma di Martin Lutero. I Fratelli Boemi divennero Fratelli Moravi nel XVIII secolo; oggi sono un gruppo cristiano riconosciuto internazionalmente, ma non hanno mai scisso il legame che li unisce alle radici boeme. Torniamo dunque al 1821, un anno di grandi festeggiamenti nel collegio di Niesky. In onore del 50simo della scuola, uno studente progetta una stella di carta con ben 110 punte e la propone come simbolo ornamentale dell’anniversario. La stella viene adottata immediatamente: da quel momento in poi, sarà la decorazione ufficiale del mezzo secolo del collegio.

 

 

Passa il tempo e la stella furoreggia anche tra i cittadini comuni; tutti la ammirano, tutti la vogliono. Non molti anni dopo, qualcuno fiuta l’affare: Peter Verbeek, diplomatosi proprio al collegio di Niesky, decide di aprire una libreria e di mettere in vendita delle stelle moraviane; naturalmente, allega un libretto di istruzioni per l’assemblaggio dei vari pezzi. Il risultato? Le stelle moraviane vanno letteralmente a ruba. In Germania vengono ribattezzate Herrnuter Stern, stelle di Herrnhut, in omaggio agli Herrnhuter Brüder (Fratelli di Herrnhut), un altro nome che indica i moraviani.

 

 

L’approdo in Svezia

La stella moraviana, come abbiamo già visto, è molto famosa anche in Svezia. In terra svedese approda negli ultimi anni del XIX secolo, quando viene regalata alla Cattedrale di Västerås. Tuttavia, comincia a spopolare dal 1910 in poi: il merito va a Julia Aurelius, una donna tedesca sposata a un pastore protestante del Regno di Svezia. Julia, trasferitasi dalla Germania alla città di Lund dopo il matrimonio, ha portato con lei una stella da usare come decorazione natalizia. I cittadini di Lund si innamorano della stella di Herrnhut, e, imitando la signora Aurelius, appendono diverse stelle alla finestra nel periodo dell’Avvento.

 

Uno scorcio della città di Lund, in Svezia

Anche in questo caso, come è già avvenuto in Germania, un grossista specializzato in articoli in carta intuisce l’enorme potenziale economico delle stelle moraviane. Si dedica, quindi, a una massiccia importazione di stelle dalla Germania, ma punta più che altro su un particolare: la scelta di stelle dev’essere vasta il più possibile, dunque offrire una gamma eterogenea di colori, materiali, grandezze e strutture. Distribuite in tutta la Svezia, le stelle moraviane si tramutano in una delle più celebri decorazioni natalizie del paese scandinavo.

 

 

La stella moraviana oggi

A contribuire al suo successo, molti anni dopo, sarà anche il celebre imprenditore Erling Persson, fondatore del brand H&M, che incrementa a dismisura la popolarità della stella. Attualmente, durante il periodo natalizio, la stella di carta  – in Svezia chiamata Adventsstjärna – affianca la tipica capra in paglia, l’albero di Natale e il candelabro dell’Avvento in tutte le case svedesi.

 

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La capra di Yule, una delle più antiche tradizioni natalizie scandinave

 

Se siete stati in Scandinavia nel periodo natalizio, avrete sicuramente notato una singolare decorazione: la capra di paglia. Ne trovate molte, in varie dimensioni; le capre più piccole vengono appese all’albero di Natale, le più grandi sono monumentali, vere e proprie attrazioni turistiche. La capra di paglia, tradizionalmente, viene chiamata “capra di Yule” o “capra di Natale” (il nome Yule, di derivazione germanica, indica l’antica festa pagana del Solstizio d’Inverno); nelle lingue della penisola scandinava è stata battezzata julebukk in Norvegia, joulupukki in Finlandia e julbock in Svezia. Vi chiederete: ma cosa c’entra la capra con il Natale? A questa domanda va data una risposta approfondita.

 

 

Gli inizi, l’evoluzione e la simbologia

Per esplorare le origini della capra di Natale dobbiamo riferirci, innanzitutto, alla mitologia norrena. Cominciamo subito col dire che il carro di Thor, dio del fulmine figlio di Odino e della gigantessa Jord, era trainato da due capre magiche, Tanngnjóstr e Tanngrisnir . Pare che Thor se ne cibasse a cena e le ricomponesse con il suo martello, il Mjöllnir, la mattina dopo. Nel mito nordico, inoltre, esistevano diverse divinità che esibivano sembianze caprine. La capra rappresentava anche ciò che in Italia rappresenta il maiale: in Scandinavia, a Natale, una scorpacciata di carne caprina era tassativa. La figura della capra divenne ben presto simbolica del periodo della Natività. Dal XVII secolo si impose l’usanza dello Julebukking, un rito molto simile al Wassailing inglese. Durante le 12 notti che intercorrono tra Natale e l’Epifania, considerate incantate, i giovani erano soliti travestirsi e vagare, tra canti e scherzi, lungo le vie dei centri abitati. Il travestimento da capra di Yule non mancava mai. Queste scorribande erano associate a uno specifico rituale: i giovani in maschera, gli Julebukkers,  bussavano di casa in casa e sfidavano gli abitanti a scoprire la loro identità, oppure effettuavano una questua di dolci intonando cori natalizi; la tradizione prevedeva anche che un membro della famiglia ospitante si fosse unito al corteo degli Julebukkers.

 

 

Nel XIX secolo, come attesta una testimonianza del 1870, erano più che altro i bambini a dedicarsi allo Julebukking; un membro del gruppo, rigorosamente travestito da capra di paglia, conferiva un’aria a metà tra il giocoso e l’inquietante alla questua. Questa usanza si propagò al punto tale da diffondersi persino negli Stati Uniti d’America: a divulgarla furono gli immigrati norvegesi nel Midwest. Con la capra si facevano scherzi. Ad esempio, ci si divertiva a nascondere una capra di paglia nel giardino dei vicini di casa. Ma perchè questa valenza scherzosa, che diventava orrorifica non di rado?

 

 

Le antiche leggende scandinave descrivevano la capra in modo controverso. In alcune era una figura demoniaca, celata nei boschi montani durante la stagione calda e presente nel periodo dell’Avvento, quando scendeva a valle e cominciava ad addentrarsi nei villaggi. La sera della vigilia di Natale, la capra era solita entrare nelle case dei paesani. Ma le sue finalità non erano malvagie: lo faceva come portatrice di doni, un ruolo che poi toccò, più di recente, a Babbo Natale. Tuttavia, alcuni attribuivano alla capra caratteristiche sinistre e spaventose. Cominciarono a circolare voci secondo cui la capra di paglia di una ragazza si tramutò nel diavolo in persona. L’alone di negatività che circondava questa icona del Natale divenne sempre più marcato: nel 1731, il governo svedese si vide costretto a emanare un decreto dove proibiva ogni rappresentazione della capra durante le feste natalizie.

 

 

E’ più che giusto chiedersi che ruolo rivesta la paglia nella figura della capra di Yule. Le sue origini pagane la associano sia al dio Thor, come abbiamo visto, che allo spirito del grano. Perciò, se da un lato la capra si ricollega al culto di Thor, in quanto il carro del dio del fulmine era trainato dalle due capre magiche di cui sopra, dall’altro viene identificata con lo spirito del grano. Gli svedesi, infatti, erano convinti che l’ultimo covone di grano del raccolto possedesse delle virtù portentose: racchiudeva lo spirito del raccolto e lo si custodiva gelosamente prima di ripristinarlo per i festeggiamenti di Yule. Tale spirito prendeva sembianze animali che variavano a seconda della posizione geografica. Se era una capra, veniva chiamato Julbocken. Lo spirito, invisibile a tutti, si manifestava nel periodo natalizio per verificare che le famiglie si preparassero a celebrare il Natale in modo adeguato. Ed è proprio in questo stesso periodo che imperversava la burla della capra di Yule: l’introduzione, di soppiatto, di una capra di paglia nei giardini o nelle case del vicinato. Le vittime avrebbero potuto sbarazzarsi del fantoccio soltanto ripetendo a loro volta le modalità dello scherzo: nascondendo, cioè, la capra di paglia in un’altra dimora o giardino del quartiere.

 

 

Gli omaggi artistici e letterari

L’artista e illustratrice svedese Jenny Nyström ha spesso ritratto la capra di Yule, insieme agli onnipresenti jultomte (gnomi e folletti natalizi scandinavi), nelle sue iconiche cartoline di Natale. Lo scrittore finlandese Zacharias Topelius, noto per le sue celebri fiabe, ha dedicato alla capra un racconto fantastico dal titolo Julebocken. Anche la compositrice svedese Alice Tegnér subì il fascino dalla leggenda della capra di Yule: in suo onore scrisse una poesia, En jul när mor var liten, che nel 1913 divenne un canto natalizio intitolato Julbocken.

 

 

La gigantesca Capra di Gävle

 

L’imponente capra di Yule realizzata a Gävle, nella Svezia centrale, riappare ogni Dicembre. Composta interamente di paglia, è alta 13 metri e pesa 3,5 tonnellate. Ormai è diventata un vero e proprio emblema natalizio svedese. Purtroppo, però, la Capra di Gävle è anche celebre per i numerosi atti di vandalismo di cui è vittima: la città deve costantemente difenderla da chi tenta di incendiarla.

 

Thor e le sue due capre, Tanngnjóstr e Tanngrisnir

 

Immagini

Foto di copertina: illustrazione di John Bauer

Cartoline natalizie di Jenny Nÿstrom

Illustrazione in bianco e nero raffigurante il “Vecchio Natale” che cavalca una capra di Yule di Robert Seymour, 1836, Public Domain via Wikimedia Commons

Foto della capra di paglia davanti a una vetrina di Stoccolma di Lachy from Paris, France, CC BY 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/2.0>, da Wikimedia Commons

Foto della Capra di Gävle di Baltica at English Wikipedia, Public domain, via Wikimedia Commons

Illustrazione di Thor e le sue capre di Carl Emil Doepler, 1882, Public domain, da Wikimedia Commons

 

Le candele scandinave: un’ode allo Yuletide e all’Hygge

 

“[…] E io parlo della terra a una candela; di te e di noi, di noi soli, creati.”

(Milo De Angelis)

La Scandinavia è l’area geografica in cui il numero delle candele vendute è il più alto del mondo. Pilastri dello stile Hygge (rileggi qui l’articolo che MyVALIUM gli ha dedicato) e del lungo periodo che ingloba l’Avvento e le feste natalizie, le candele sono presenti in tutte le case danesi, svedesi, finlandesi e norvegesi: è raro trovarne una che ne sia priva. E quando arriva l’Autunno, con il buio che cala intorno alle 14.30, le loro fiammelle baluginano dietro ai vetri di ogni finestra. Le candele costituiscono un elemento decorativo imprescindibile, in grado di creare un’atmosfera confortevole e accogliente. La loro luce soffusa dona un tocco di magia a qualsiasi ambiente. Nei confronti delle candele, gli scandinavi provano un amore vero e proprio: alla sua origine si ricollegano rituali antichissimi e mai sopiti. Le candele, non a caso, riappaiono ad ogni ricorrenza chiave dei mesi freddi. Basti pensare alla festa di Santa Lucia in Svezia, dove le giovani donne sfilano con una corona di candele accese: un potente emblema della luce che sconfigge l’oscurità. Oppure alla corona dell’Avvento, molto popolare nei paesi Scandinavi: prendendo ancora come esempio la Svezia, notiamo che ha sia la forma di un candelabro con sette candele (oggi dotate di luce elettrica), che quella di un candeliere che ne contiene quattro, posizionato rigorosamente sul davanzale della finestra.
La tradizione prevede che si accenda una candela durante le quattro domeniche di Avvento; ognuna ha un significato simbolico ben preciso: la prima è dedicata all’attesa, la seconda alla gioia del Natale, la terza alla pace e la quarta all’amore. Yuletide a parte, le candele sono fondamentali per creare il senso di intimità che permea la filosofia Hygge. E’ impensabile trascorrere delle ore di relax o convivialità nella propria casa senza la suggestiva atmosfera originata dalle candele accese. Prova ne è il fatto che i popoli nordici non solo le acquistano per sé, ma sono soliti regalarne in quantità: al di là dell’aspetto puramente ornamentale, le candele possono essere considerate un autentico emblema della cultura scandinava.

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I fantasmi: chi sono e come sono nati

 

I fantasmi.
Prendono forma al chiaro di luna,
si materializzano nei sogni.
Ombre. Sagome
di ciò che non è più.
(Ellen Hopkins)

 

Tutti sappiamo cosa sono i fantasmi. Ma com’è nata, in realtà, questa figura da sempre ancorata nell’immaginario collettivo? Cominciamo dal nome. Il termine “fantasma” deriva dal latino “phantasma”, che a sua volta affonda le radici nel greco “φάντασμα”, da “ϕαντάζω” e “ϕαντάζομαι”, rispettivamente “mostrare” e “apparire”: un significato che, più o meno, si riconduce a quello di “apparizione soprannaturale”. Il fantasma viene anche detto “spettro” e rappresenta l’anima di un defunto che torna di frequente nel mondo dei vivi. Lo si dipinge come un’entità eterea, impalpabile, ammantata di un lenzuolo bianco che la ricopre dalla testa ai piedi. Da secoli ormai remoti, le leggende sui fantasmi si moltiplicano e si tramandano di generazione in generazione: sono un cardine del folklore di tutto il globo. In questo post approfondiremo una delle figure che più ha abitato le paure della nostra infanzia. Benvenuti nello Speciale Halloween di MyVALIUM, che come ogni anno vi accompagnerà, passo dopo passo, nel viaggio verso il 31 Ottobre.

 

 

I fantasmi: dal mondo antico in poi

Nell’antica Grecia e nell’antica Roma, i fantasmi erano anime in pena che vagavano nel mondo dei vivi, tormentandoli, per rimediare a un torto subito: poteva essere una morte violenta, una tumulazione non alla loro altezza, una sofferenza inflitta e immeritata. Mentre nell’Ellade tutti i fantasmi rientravano in questa categoria, nell’antica Roma venivano suddivisi in diverse tipologie. Le Larve, condannati ad errare senza pace, erano gli spiriti dei malvagi, di coloro che in vita si erano macchiati di terribili crudeltà; a causa della loro condizione, si rivelavano i più pericolosi e inquieti. I Lemuri, come le Larve, erano stati estremamente spietati durante la vita terrena, ma erano morti violentemente: i loro spettri perseguitavano i vivi e li conducevano alla pazzia. Per tenerli a bada, gli antichi romani effettuavano rituali di purificazione nel corso dei Lemuria, una ricorrenza celebrata a Maggio. Poi esistevano fantasmi “buoni”, che vegliavano sulla famiglia, i viveri e la casa: i Lari e i Penati; costoro venivano venerati e ricevevano svariate offerte.  Il Cristianesimo associava la figura dei fantasmi alle anime in pena non riuscite ad entrare in Paradiso. Condannati a “stazionare” in Purgatorio o castigati da Dio, apparivano nel mondo dei vivi per far richiesta di preghiere e di indulgenze. Con il passar del tempo, tuttavia, queste credenze si modificarono totalmente: per il Cristianesimo non esistono anime erranti, si tende a considerare manifestazioni demoniache i fenomeni più inquietanti e inspiegabili.

 

 

I fantasmi nel mondo

Un veloce giro di ricognizione intorno al mondo ci permette di scoprire come vengono considerati i fantasmi nei paesi più disparati. In Cina e in Giappone, ad esempio, agli antenati e ai loro spiriti si guarda con estremo rispetto. In Cina vengono chiamati éguǐ (饿鬼)  i fantasmi che non sono stati venerati adeguatamente dopo il trapasso. Tale condizione ha comportato conseguenze terribili: gli éguǐ vagano senza sosta in giro per il mondo. A queste anime, i cinesi hanno dedicato il Festival dei Fantasmi Affamati: si celebra il quindicesimo giorno del settimo mese del Calendario Lunare ed è ricco di usanze molto particolari, come la creazione di altarini con cibo e incenso per placare la fame degli éguǐ e il rito in cui si bruciano oggetti di carta raffiguranti beni materiali per offrirli agli spiriti.In Giappone i fantasmi sono un tema ricorrente nelle opere del teatro Kabuki; il loro nome è yūrei e appaiono prevalentemente per vendicarsi di torti subiti in vita.

 

 

In Nigeria e in Nuova Zelanda, invece, i fantasmi hanno essenzialmente la funzione di proteggere la comunità dei vivi, rappresentando un elemento di continuità tra il passato e il presente e un importante strumento di coesione sociale. In questi paesi, il culto degli antenati è molto sentito; i fantasmi nigeriani hanno la facoltà di orientare le deliberazioni e castigare chi non rispetta le regole, mentre gli spiriti dei Māori vegliano costantemente sui loro discendenti e ai luoghi del riposo eterno viene tributata una grande venerazione

 

 

Categorie di fantasmi

I più famosi sono i poltergeist, avvezzi a fare un gran baccano: sbattono le porte, muovono gli oggetti (ma talvolta li rompono), bisbigliano e causano rumori apparentemente inspiegabili. Altri fantasmi si presentano in modo puntuale, sempre nello stesso luogo e alla stessa ora, come il fantasma di Lucia che, con un candelabro in mano, percorre i corridoi di Palazzo Anchisi ne “Il segno del comando”. Altri ancora, appaiono in posti cruciali della loro vita passata: più di frequente, dove hanno trovato la morte o dove sono stati felici. Alcuni si manifestano ai moribondi; di solito sono genitori o parenti che già dimorano nell’aldilà, e sembrano voler guidare chi è in fin di vita nel momento del trapasso. Esistono, poi, fantasmi che infestano case o castelli, rendendoli la loro tipicità. Qualche esempio? Il fantasma di Anna Bolena nella Torre di Londra o quello di Azzurrina nel Castello di Montebello, in provincia di Rimini. Si definiscono “ectoplasmi” le figure spettrali che prendono forma durante la trance del medium, nelle sedute spiritiche. Approdando in Irlanda (ma anche in Scozia e nel Galles) possiamo incontrare la Banshee, un celebre spirito femminile appartenente al Piccolo Popolo (rileggi qui l’articolo che le ho dedicato), mentre in America Latina non è difficile imbattersi nella Llorona, anche detta “la donna che piange”: uno spettro condannato a vagare di notte lungo i fiumi. Potrete riconoscerla dal pianto accorato intervallato da urla terrificanti, dalla veste bianca che indossa e dai lunghi capelli sciolti sulle spalle. Secondo la leggenda, la Llorona è il fantasma di una donna che, dopo aver scoperto di essere stata tradita dal padre dei suoi figli, li ha uccisi annegandoli in un fiume e poi si è suicidata.

 

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La Festa di Mezz’Autunno o Festa della Luna cinese: una ricorrenza intrisa di fascino e leggende

 

Quest’anno è caduta il 6 Ottobre, perciò ce la siamo già lasciata alle spalle. Ma voglio parlare ugualmente della zhōngqiūjié 中秋节 cinese, ovvero “Festa di Mezz’Autunno”. E’ anche detta “Festa della Luna” ed è una delle celebrazioni tradizionali di spicco del paese della Grande Muraglia. La sua data è fissata al quindicesimo giorno dell’ottavo mese lunare, quando la luna si trova più lontana dalla terra: quella notte, il plenilunio risplende come non mai. Il periodo in cui si colloca la festa, nel Calendario Gregoriano, supera di una manciata di giorni l’Equinozio d’Autunno. La Festa della Luna, infatti, viene celebrata a cavallo tra Settembre e Ottobre.

Il significato della festa

Un’altro appellativo della festa è “Festa della Riunione Familiare”, e questa definizione dice tutto: la contemplazione della luna, le offerte che a lei si dedicano, sono una parte preponderante delle celebrazioni. Ma sono attività che non si compiono da soli, bensì con la propria famiglia. Quella notte, riunirsi in famiglia è tassativo. Non importa quali sono le distanze che separano ciascun membro familiare, ciò che conta è ritornare a casa, ritrovarsi, trascorrere la sera al chiar di luna: ci si siede attorno a un tavolo sul terrazzo, tutti insieme, per ammirare la luna piena e lasciarsi lambire dal suo chiarore. Esiste un’usanza specifica anche riguardo ai pasti. La Festa di Mezz’Autunno prevede che si consumino le celebri tortine lunari, il dolce tradizionale legato a questa importante data. Le tortine lunari hanno una forma tonda o quadrata, ma più comunemente tonda, come la luna, e sulla loro superficie sono incisi sinogrammi beneaugurali. Può essere presente anche la simbologia legata alla festa, come il coniglio, Chang’e (la dea cinese della luna) , i fiori e dei rametti di vite. Al loro interno, le tortine contengono un soffice ripieno di pasta di semi di loto, oppure tuorli d’uovo che simboleggiano il plenilunio. Questo dolce si accompagna a frutta dalla forma rigorosamente rotonda; l’uva, le melagrane, le giuggiole (i datteri cinesi), i cachi, le mele e il pomelo, grazie all’aspetto tondeggiante sono in grado di rievocare la luna piena, ma non solo: il cerchio è anche il simbolo dell’unità familiare.

 

 

Fino a non molto tempo fa, tutti questi cibi di posizionavano anche su un tavolinetto che fungeva da piccolo altare, dove, mentre l’incenso bruciava e ardevano alcune candele, venivano offerti alla luna. Tale tradizione, sfortunatamente, si è molto affievolita con il passar del tempo.

 

 

La storia

Le origini della Festa della Luna sono antichissime. Alcune fonti la fanno risalire all’epoca dell’Imperatore Wu Di, appartenente alla dinastia Han e vissuto tra il 156 e l’87 a.C. L’Imperatore era solito celebrare il plenilunio d’Autunno dedicandogli tre giornate celebrative: “Guardando la luna sulla Terrazza del Rospo”, questo il nome della festa, era un omaggio alla luna comprendente svaghi e banchetti. Secondo altre teorie, la Festa della Luna sarebbe iniziata sotto il dominio della dinastia Shang (1600-1100 a.C.): gli Imperatori, come pure il popolo, in Autunno veneravano la luna piena per ringraziarla del raccolto e invocare i suoi auspici per quello a venire. In futuro, più precisamente all’epoca della dinastia Tang (618-907 d.C.), i festeggiamenti in onore della luna si diffusero anche presso le classi benestanti, desiderose di seguire l’esempio degli Imperatori. Nel corso di queste feste, si brindava alla luna mentre impazzavano i balli e le esibizioni musicali. A quei tempi, le celebrazioni iniziarono a coinvolgere il popolo in un crescendo inarrestabile: i giardini si riempivano di lanterne, il suono dei gong si alternava al ritmo sfrenato battuto dai tamburi. Le offerte alla luna erano associate a rituali di volta in volta più spettacolari. Molto comune, per esempio, era concludere il rito con la prostrazione delle donne della famiglia prima di appiccare il fuoco ai dipinti collocati sull’altare. Tra il 960 e il 1279 d.C., con la dinastia dei Song Settentrionali, la Festa della Luna diventò ufficialmente una festa tradizionale e venne fissata una data ben precisa per le celebrazioni: come vi ho già anticipato, il quindicesimo giorno dell’ottavo mese lunare. Bisogna considerare, infatti, che per il Calendario Cinese l’Autunno è compreso tra il settimo e il nono mese dell’anno.

 

 

Le leggende

Esistono due leggende, in particolare, legate alla Festa della Luna: quella del coniglio lunare e quella della dea Chang’e. Il coniglio è una figura mitologica ricorrente nell’Estremo Oriente; lo ritroviamo in Cina, Corea e Giappone. In Cina viene anche chiamato “coniglio d’oro” o “coniglio di Giada”; le sue origini affondano in una nota fiaba del Buddhismo Indiano. La fiaba narra che Buddha, un giorno, si fermò a meditare in una meravigliosa radura. Dopo aver recitato i sutra, l’Illuminato si tramutò in un bramino e rivolse un appello agli animali del bosco affinchè lo aiutassero, perchè aveva fame e sete. Gli animali accorsero, ognuno con un’offerta per il povero bramino: la lontra gli offrì sette pesci, lo sciacallo la sua preda. Poi arrivò il coniglio, che cibandosi di erbe disse al Buddha che avrebbe potuto offrirgli solo se stesso. Così, tolse dalla sua pelliccia alcuni insetti per non sacrificarli e si gettò tra le fiamme di un fuoco. Buddha rimase talmente colpito dal gesto del coniglio che, per ricompensarlo del suo sacrificio, incastonò le sue sembianze nella luna, dove si dice che fabbrichi l’elisir di lunga vita per la dea Chang’e. Chang’e, la dea cinese della luna, è la protagonista di un’altra leggenda che viene tramandata di padre in figlio durante la Festa di Mezz’Autunno. Chang’e era la moglie di Hou Yi, un valoroso arciere al servizio dell’Imperatore Yao. Un giorno, l’Imperatore gli ordinò di eliminare con le sue frecce 9 dei 10 soli che erano improvvisamente comparsi nel cielo causando un calore e una siccità insopportabili. Hou Yi riuscì nella sua impresa e la Regina Madre, per ricompensarlo, gli regalò la pillola dell’immortalità. Ma lo pregò di non ingerirla immediatamente: avrebbe dovuto prepararsi per dodici mesi pregando e non toccando cibo. Appena tornò a casa, Hou Yi nascose la pillola in un luogo sicuro. Quando venne chiamato per una nuova missione, però, sua moglie Chang’e si accorse della pillola e volle subito ingoiarla. Pochi secondi dopo, il suo corpo si sollevò magicamente da terra e prese il volo verso la luna. Non fece neanche in tempo a posare i piedi sulla sua superficie, che per l’affanno sputò la pillola e quest’ultima si trasformò in un coniglio lunare, mentre Chang’e prese le sembianze di un rospo a tre zampe. Hou Yi, nel frattempo, l’aveva inseguita sulla luna e cominciò a bersagliarla con mille frecce. Chang’e rimase a vivere sulla luna, mentre Hou Yi scelse il sole come sua dimora. Secondo la leggenda, Hou Yi e Chang’e si incontrano regolarmente ogni mese, esattamente il 15, e simboleggiano il sole e la luna: ecco che tornano i principi dello yin e yang dell’antica filosofia cinese, emblemi della dualità dell’universo. Hou Yi e Chang’e sono sole e luna, maschile e femminile, nero e bianco, oscurità e luminosità…due poli opposti, ma rigorosamente dipendenti l’uno dall’altro.

 

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Omaggio al Black Issue di VOGUE Italia

 

Ricordate il leggendario Black Issue che nel 2008 VOGUE Italia dedicò alle modelle di colore? A tutt’oggi rimane iconico, una pietra miliare. Quel memorabile numero, uscito nel Luglio di 17 anni orsono, rapppresentava una sfida a tutti gli standard di bellezza tradizionale. Celebrando l’inclusività, il Black Issue sancì definitivamente il connubio tra il mondo della moda e la società multietnica e multiculturale; la black beauty a cui inneggiava divenne una sorta di prototipo, un elemento emblematico. In passerella, nei photo shoot e sulle copertine dei fashion magazine le protagoniste sarebbero state, di lì a poco, modelle provenienti da ogni angolo del globo. Fu Franca Sozzani, l’indimenticata direttrice di VOGUE Italia, a lanciare l’iniziativa del Black Issue. A lei va il merito di aver promosso un concetto importante: rappresentare la moda oltrepassando tutte le barriere, tutti i confini, ed abbracciando tutte le etnie, anche quelle che, fino ad allora, erano state meno presenti. Ed è proprio allo straordinario progetto di Franca Sozzani che voglio dedicare la nuova photostory di MyVALIUM.

 

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Fujimi, ovvero “ammirare il glicine”: il Giappone non è solo Hanami

 

In Giappone non esiste solo la contemplazione dei ciliegi in fiore. Tra Aprile e Maggio, nel Sol Levante, è anche tempo di Fujimi: un termine che deriva da “fuji” (glicine) e “mi” (guardare, ammirare). Avete capito bene, Fujimi significa “ammirare il glicine”, un fiore che in quanto a bellezza e spettacolarità non ha nulla da invidiare al sakura. Le sue cascate di fiori a grappoli in colori che spaziano dal viola al bianco, dal lilla al rosa, seducono all’istante. La loro tonalità più caratteristica è il viola, e sono in grado di creare magiche “tettoie profumate” grazie a strutture ad hoc. Le Wisteria (questo il nome botanico del glicine), infatti, sono piante rampicanti che si avviluppano a qualsiasi tipo di sostegno e possono raggiungere un’altezza nientemeno che di 20 metri. Non è un caso che il Wisteria Tunnel del Giardino Kawashi Fuji, situato nella città giapponese di Kitakyushu, sia diventato famoso in tutto il mondo. Addentrandosi in quella galleria, si passeggia sotto incantevoli “arcate” di glicine viola; il parco include 150 piante di Wisteria declinate in più di 20 specie.

 

 

Ma dove avviene, esattamente, il Fujimi? Il luogo di riferimento è l’Ashikaga Flower Park di Tochigi, a un paio d’ore di distanza da Tokyo. Qui ogni anno si tiene il Great Wisteria Festival, che inizia a metà Aprile per concludersi alla fine di Maggio. Quest’anno è cominciato il 12 Aprile e chiuderà i battenti il 18 Maggio, perciò affrettatevi se non volete perdervi un’esperienza che si rivelerà straordinaria a tutti gli effetti. Nell’Ashikaga Flower Park si possono ammirare 350 piante di glicine millenarie appartenenti a una ventina di specie: un’esplosione di fiori da rimanere senza fiato. I giapponesi accorrono al parco in massa per contemplare questo meraviglioso spettacolo: a conquistare sono soprattutto gli 80 metri di glicine che compongono un tunnel indimenticabile. Nel tunnel si cammina mano nella mano, si fotografa, ma più che altro si respira un’atmosfera fatata e profondamente romantica.

 

 

Il glicine del parco di Ashikaga è antichissimo, e le piante che lo circondano non sono da meno. Molti altri alberi pluricentenari, infatti, sono stati dichiarati patrimonio naturale del Giappone. A Ashikaga spicca un glicine che in molti ritengono abbia ispirato “L’ Albero della Vita” apparso nello sci-fi “Avatar”: la sua nuvola di fiori si espande per ben 1800 metri quadri.

 

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Takatalvi: una parentesi d’Inverno nel bel mezzo della Primavera

 

La Primavera è arrivata anche in Finlandia, un paese che nei mesi scorsi abbiamo visitato spesso. Ad Aprile, mentre in Lapponia si scia sotto il sole e le aurore boreali sono sempre più rare, nel sud del paese iniziano le prime fioriture. Le differenze climatiche sono notevoli, data la vastità della cosiddetta “terra dei mille laghi”: a nord, le temperature scendono ancora sottozero. Nell’area meridionale della Finlandia, in particolare lungo la costa e dalle parti di Helsinski, oltrepassano invece i 10 gradi. La neve si scioglie, le ore di luce aumentano ogni giorno che passa, i fiori si schiudono…Ma non solo. Quando i prati diventano grandi distese fiorite, per i volatili è tempo di migrazione. La maggior parte vola in direzione dell’Artico, e un gran numero di persone si prepara ad osservare il loro volo. Non è un caso che, in Finlandia, il birdwatching sia una delle attività più praticate: esistono quasi 500 specie di uccelli, molti dei quali vivono esclusivamente entro i confini del paese.

 

 

Sono molteplici gli animali che in questo periodo escono dal letargo; la stagione degli amori è appena cominciata, proliferano i rituali di corteggiamento. Chi pensa che in Scandinavia regnino il buio e il freddo 365 giorni all’anno, insomma, dovrà ricredersi. La rinascita primaverile, lì, viene celebrata con tutti i crismi. Eppure, esiste un fenomeno singolarissimo che è in grado di riportare l’Inverno in un batter d’occhio: quel fenomeno si chiama “takatalvi”, ovvero “Inverno che torna”.  Si verifica nel cuore della Primavera, quando il risveglio è nel suo pieno. Un giorno il sole brilla, gli uccelli cinguettano e l’aria si impregna del profumo dei fiori, e il giorno dopo impazza una bufera di neve. E’ come tornare indietro nel tempo, così, all’improvviso. In poche ore il paesaggio diventa irriconoscibile, tutto si copre di un bianco abbagliante. Da Pasqua si torna a Natale: vento, gelo, fiocchi di neve che vorticano nel cielo. La cosa più incredibile è che takatalvi si esaurisce in un baleno. Se di mattina nevica come se non ci fosse un domani, di pomeriggio torna a splendere il sole.

 

 

Takatalvi è un fenomeno passeggero. L’Inverno torna, ma solo per un breve lasso di tempo. E’ quasi uno scherzo, un capriccio della natura. Che si infuria e si imbianca per un momento, ripristina un’altra stagione, però poi cede alle lusinghe della Primavera. E dopo qualche ora la neve sparisceun e gli uccelli ricominciano a cinguettare. I finlandesi ci sono abituati, gli italiani che vivono in Finlandia hanno imparato ad accettare takatalvi. Per loro è come fare una scommessa: che stagione sarà, domani?… e si lasciano coinvolgere dal gioco della natura.

 

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