Ferragosto in campagna

 

Quando da bimbi si è vissuto in campagna e calpestato l’erba dei prati, dormito nei boschi, sorpreso l’uccello nel nido e bevuto nelle giumelle le acque vive e correnti, si è profumati di poesia per tutti gli anni che ci restano.

(M. F. Sauvage)

 

Trascorrere l’estate in campagna, evitando il caos ferragostano dei lidi vacanzieri: più che un’idea, un’opportunità. La campagna offre molteplici occasioni per potersi ritemprare sia nel corpo che nello spirito. Innanzitutto l’aria pura, del tutto priva di smog. E poi una full immersion nella natura, dove a regnare è un silenzio rotto solo dai suoni tipici delle aree rurali: il cinguettio degli uccelli, il sussurro delle foglie che ondeggiano al ritmo della brezza, il canto incessante dei grilli e delle cicale. I colori, in campagna, sono più accesi; il cielo più terso, i sapori più intensi. L’alba e il tramonto segnano l’inizio e la fine di ogni giornata. La campagna si vive con tutti i cinque sensi; dall’olfatto che capta gli aromi della terra, il profumo dei fiori e delle piante bagnate di rugiada, al gusto, che si rigenera attraverso i tipici sapori locali.

 

 

La campagna è un’oasi di relax, un’ode alle piccole cose che ci riempiono di stupore. Il rapporto con il tempo si modifica, i minuti si dilatano. Si riscoprono piaceri come il mangiare insieme all’aria aperta, una passeggiata in cerca di more, un libro letto davanti al tramonto mentre si è distesi su un prato. Il sorgere del sole è annunciato dal canto del gallo, che invita a vivere seguendo nuovi ritmi e una nuova consapevolezza. Le uscite notturne non contemplano luci al neon, ma un cielo cosparso di stelle.

 

 

In campagna non c’è traffico, non si fanno file, scompare la baraonda cittadina. Lo sguardo spazia tra l’azzurro del cielo e il verde circostante, soffermandosi su una gamma infinita di colori: il rosso dei papaveri, il viola della lavanda, l’oro del grano…La natura la fa da padrone.

 

 

L’atmosfera idilliaca favorisce la riconnessione con se stessi e amplifica le emozioni. La campagna, dunque, rappresenta una meta estiva ideale: per chi rifugge dal chiasso, dalle località alla moda, dalle spiagge sovraffollate. Per chi punta a riscoprire la gioia di assaporare cibi genuini, seguire ritmi lenti e ripristinare il valore della convivialità con la comunità locale.

 

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Lavanda, il colore di Maggio

 

Lavanda blu,
lavanda verdolina
quando sarò re,
tu sarai regina.
(Filastrocca)

 

E’ un colore che rimanda ai campi sconfinati della Provenza, a quelle vaste distese in fiore che colleghiamo subito alla bella stagione. Il lavanda è il colore di Maggio, e di Maggio possiede tutte le caratteristiche: simboleggia la rigogliosità della natura, la spiritualità, la serenità, la raffinatezza. Si dice che il suo profumo sia un calmante naturale, che la sua vista favorisca la meditazione. Osservare un campo di lavanda, non a caso, è un po’ come ammirare l’infinito. Legata al chakra del terzo occhio, la lavanda stimola l’intuito, il raccoglimento e l’ispirazione. Da sempre viene associata all’eleganza e alla femminilità, ma per gli antichi popoli aveva anche un vantaggio speciale: era un fiore di buon auspicio, che attirava la fortuna e allontanava la negatività. Per il linguaggio dei fiori, la lavanda è un emblema di devozione e di purezza: profumato di lavanda, infatti, era l’intero corredo della sposa. Nelle serate più inoltrate di Maggio, al tramonto, persino il cielo può assumere delle splendide sfumature color lavanda, una tonalità piuttosto fredda e quasi magica di viola.

 

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Celeste, il colore di Marzo

 

Il celeste è il colore della semplicità, che illumina ciò che più s’avvicina all’essenziale.
(Fabrizio Caramagna)

Il colore di Marzo è il celeste, una tonalità primaverile che rispecchia quella del cielo terso nelle prime giornate assolate. I pittori lo ottengono mescolando il bianco a una minima quantità di blu, intensificando quest’ultimo fino a raggiungere la sfumatura desiderata. Ma il celeste di cui sto parlando, che vira all’azzurro polvere ed è una cromia fredda e intrisa di fascino, viene creato aggiungendo una punta di lavanda, o violetto di cobalto, al bianco e al blu oltremare: la sua preparazione già ne anticipa l’incanto. Che cosa simboleggia il celeste? E’ un colore che si associa alla serenità, alla calma, alla purezza, ma anche alla spiritualità: non è un caso che la religione cattolica l’abbia scelto come tonalità emblematica della Vergine Maria; il celeste rappresenta la trascendenza, l’infinito, la divinità. Anche gli angeli sono simbolicamente legati al celeste, e così il Paradiso, definito infatti “la Casa Celeste”. Questo colore esprime un senso di pace e favorisce la meditazione. Per la cromoterapia è in grado di ridurre lo stress, contrastando l’ansia e l’insonnia. Nel mondo, non sono poche le culture che collegano il celeste alla fortuna e alla purificazione. Potremmo considerarlo una tonalità “interiore”, associata all’intuito, all’empatia e all’armonia che viene da dentro. A Marzo, inoltre, sbocciano molti fiori di un celeste più o meno intenso: basti pensare al myosotis, conosciuto come “nontiscordardime”, al giacinto (la variante celeste è quella che fiorisce per prima), all’iris, alla bellevalia dubia, all’anemone blanda blue. Dulcis in fundo, anche la moda elegge il celeste, o meglio l’azzurro polvere, a colore di tendenza in assoluto della Primavera 2026.

 

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Lilla, il colore di Aprile

 

Lilla è il colore del mese di Aprile. Forse perchè ad Aprile sboccia il fiore da cui nel 1775 ha preso il nome, il Syringa Vulgaris, comunemente chiamato lillà: la sua è una fioritura spettacolare, pannocchie di piccoli fiori che rapiscono sia lo sguardo che l’olfatto. Ma a quale significato si associa il color lilla? Innanzitutto all’amore, o meglio all’innamoramento giovanile: rievoca un corteggiamento d’altri tempi, ricco di piccoli gesti pregni di significato e di struggenti emozioni. Nella Grecia antica, i ragazzi erano soliti regalare fiori di lillà alle giovani che avrebbero voluto prendere in moglie. Il lilla è gentilezza, nostalgia, sensibilità. Non è un caso che venga collegato alla sfera emotiva, al femminile, ai languori adolescenziali. Ad avvalorare questo nesso c’è un’antica leggenda, quella della ninfa Siringa e del dio Pan. Si narra che Pan, il dio greco delle montagne, della vita agreste e della fertilità, si innamorò a prima vista di Siringa, splendida ninfa dell’acqua e figlia di Ladone, il dio dei fiumi. Quando Pan incontrò Siringa in un bosco, cominciò a corteggiarla pesantemente; ma Siringa, che non gradiva le sue attenzioni, per sfuggirgli si tramutò in un arbusto di lillà. Questa leggenda ispirò anche il nome botanico del lillà, Syringa vulgaris. Durante l’età vittoriana, il lilla venne associato al lutto: le vedove indossavano abiti di questo colore e ricevevano in regalo fiori di lillà per commemorare il caro estinto. La simbologia del lilla si ribaltò completamente nel secondo millennio; gli anni ’20, con il fenomeno delle flapper, videro imporsi una nuova figura femminile, più ribelle e padrona di se stessa. Il lilla, a quell’epoca, divenne un colore di gran moda per il make up. Nel periodo del boom economico, invece, la voga del lilla coinvolse l’architettura d’interni, e più recentemente, soprattutto a partire dagli anni ’80, il lilla cominciò a furoreggiare anche nel mondo della moda. Alcuni tendono a confondere il lilla con il lavanda, che però ha un sottotono più freddo; per avere un’idea precisa di questa nuance, è sufficiente sapere che viene ottenuta da un mix di rosso e blu con l’aggiunta di una pennellata di bianco: è proprio grazie al bianco che il lilla assume la sua caratteristica e inconfondibile tonalità pastello.

 

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La notte di San Giovanni e le sue erbe magiche

 

“La notte di San Giovanni, ogni erba nasconde inganni”

(Proverbio Popolare)

 

Notte di San Giovanni, la più magica e affascinante dell’estate. Non è raro che, in moltissimi luoghi, le tradizioni e i rituali solstiziali si sovrappongano a quelli della solennnità di San Giovanni Battista: ciò ebbe inizio con l’avvento del Cristianesimo, quando la Chiesa, per arginare le credenze pagane associate al Solstizio, sostituì le celebrazioni della “festa del Sole” con la commemorazione della nascita del Santo che battezzò Gesù nelle acque del Giordano. La notte tra il 23 e il 24 Giugno è sempre stata intrisa di mistero. Persisteva l’usanza dei falò con tutte le valenze ad essi associate, ma si pensava che, al calar del buio, le streghe volassero a Benevento per partecipare a un sabba sotto il celebre noce. Anche le erbe rivestono un ruolo importante, in questa notte incantata: sin da tempi remotissimi, si soleva raccoglierne diverse per bruciarle nei falò tradizionali. Secondo le credenze popolari, le erbe della notte di San Giovanni erano impregnate di poteri portentosi che la rugiada accentuava. Ma come venivano utilizzate? In vari modi. Ad esempio, per proteggersi dagli incantesimi. In questo caso se ne legavano alcuni mazzetti a una corda contenente sette nodi, poi la corda si fissava ai portoni delle case. Oppure, insieme a dei fiori spontanei, si usavano per preparare la celebre “acqua di San Giovanni”: la raccolta veniva effettuava nella notte, dopodichè la misticanza di erbe e fiori si immergeva in un recipiente pieno di acqua lasciato all’aperto fino all’alba affinchè potesse godere dei potenti influssi della rugiada. La mattina del 24 Giugno, lavarsi con quell’acqua propiziava la fortuna, la salute e l’arrivo dell’ amore o l’armonia della coppia. Tra le erbe di San Giovanni (oltre a molte altre) sono inclusi l’iperico, la lavanda, l’artemisia, la ruta, la verbena, il rosmarino. Scopriamo perchè venivano privilegiate quelle erbe e qual era il loro significato simbolico.

 

 

L’iperico. I suoi fiori color giallo brillante, raccolti in infiorescenze, sono ricchi di un pigmento rosso chiamato ipericina. E’ proprio questo dettaglio che ha fatto sì che l’iperico venisse rinbattezzato “erba di San Giovanni”: la tonalità dell’ ipericina rievocava il sangue che il primo santo e ultimo profeta versò a causa della sua decapitazione (richiesta a Erode da Salomé). L’ iperico, detto comunemente scacciadiavoli, aveva il potere di neutralizzare i malefici delle streghe e delle entità malvagie. Secoli orsono era considerato un’erba curativa efficace contro le malattie respiratorie, il diabete e la depressione, ma si era rivelato anche un ottimo cicatrizzante: in particolare, nel Medioevo se ne faceva largo uso per sanare in fretta le ferite da punta e taglio.

 

 

La lavanda. Questo magnifico fiore dal colore che spazia tra l’azzurro e il viola aveva la funzione di proteggere dalle streghe. Per allontanarle, durante la notte di San Giovanni si fissavano dei mazzi di lavanda sui portoni: se si fossero trovate nei paraggi, non sarebbero potute entrare in una casa senza prima aver contato tutti i fiori e le foglie di lavanda collocati sulla porta d’ingresso. A furia di contare, però, sarebbe spuntata l’alba e il sorgere del sole avrebbe obbligato le streghe alla fuga. I fiori di lavanda, così come quelli di iperico, hanno notevoli proprietà medicamentose: combattono i reumatismi, gli spasmi muscolari, le infezioni. Inoltre, favoriscono la diuresi e hanno funzione sedativa.

 

 

L’artemisia. Era considerata l’erba della dea Diana, ovvero Artemide, poichè a lei se ne attribuiva la scoperta. I druidi utilizzavano l’artemisia abbondantemente: facevano seccare con cura i suoi rami prima di bruciarla nei falò del Solstizio. L’artemisia proteggeva dagli incantesimi, in particolare da quelli lanciati contro il bestiame. A questo scopo, si realizzavano grandi ghirlande con questa pianta che avrebbero tenuto a distanza le entità malvagie. Persino Plinio Il Vecchio menzionò l’artemisia nella “Naturalis Historia“: ne esaltava le virtù e incoraggiava a portarla con sè durante i lunghi viaggi a piedi, poichè avrebbe alleviato la stanchezza ed attirato la fortuna. Le proprietà medicamentose della pianta erano leggendarie. Si diceva che, nella notte di San Giovanni, le radici dell’artemisia sprigionassero una polvere nera, un portentoso antidoto contro l’epilessia e la peste che teneva anche i fulmini a debita distanza.

 

 

La ruta. I suoi fiori gialli possiedono generalmente quattro petali e hanno la forma di una croce, il che la rendeva un simbolo divino. Proprio per questo veniva adoperata per scacciare gli spiriti maligni, ma anche per proteggersi dalle streghe: bastava indossare una collana con un ciondolo che racchiudesse le sue foglie essiccate, oppure custodire queste ultime in un sacchetto da portare accanto al petto. La Chiesa si era dimostrata in linea con tali credenze; le famiglie potevano esibire la ruta sui davanzali delle finestre o fissarla alla porta d’ingresso, ma prima avrebbe dovuto essere benedetta. La ruta sconfiggeva la paura ed eliminava il malocchio. Le sue virtù impedivano anche che in casa si intrufolassero vipere, insetti molesti o roditori. Gli alchimisti la ritenevano in grado di padroneggiare la mente e di volgere in positivo la negatività.

 

 

Il rosmarino. Ha fiori violetti ed è noto per le sue proprietà benefiche sin da tempi antichissimi. Era considerato innanzitutto un potente antisettico, perciò, soprattutto quando cominciò a imperversare la peste, si usava per purificare l’aria ed evitare il contagio: in casa ne venivano bruciati i rametti allo scopo di disinfettare l’ambiente. Ma il rosmarino svolgeva un’azione benefica anche per la digestione, combatteva il dolore, eliminava l’ansia, rafforzava la memoria, regolarizzava l’intestino e favoriva la diuresi. In più, per avere un sonno privo di incubi, bastava posizionarlo sotto il proprio cuscino. Persino il legno del rosmarino vantava miracolose virtù. Un cucchiaio in quel materiale era efficacissimo per combattere il veleno, mentre un pettine scongiurava la calvizie. Nell’antichità, il rosmarino veniva reputato un rimedio per ogni male, impossibile citarli tutti. Gli si attribuivano finanche virtù ringiovanenti, portentose per la memoria e per i travasi di bile. Nel 1300, composti a base di rosmarino e altri ingredienti si utilizzavano per preparare la Pece Greca, un disinfettante che, bruciando, purificava gli ambienti chiusi (e qui torniamo al discorso delle pandemie).

 

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Florigrafia: i fiori e il loro intrigante linguaggio

 

Che anche i fiori parlino, è risaputo. Il noto slogan “Ditelo con i fiori”, a tal proposito, è indicativo: ogni fiore veicola un messaggio, comunica qualcosa. Si associa, cioè, a un determinato significato simbolico. E attraverso la florigrafia, una disciplina diffusissima nell’ Ottocento, può sostituire le parole tramite l’accezione che viene data al suo colore e alla sua specie. I fiori sono stati collegati a specifici concetti sin dall’ epoca dell’antica Roma: esistevano tipologie di fiori con cui onorare le divinità, allontanare la sfortuna e propiziare la buona sorte. Durante il Medioevo e il Rinascimento, quella consuetudine andò evolvendosi e cominciò a identificarsi con nozioni morali da attribuire a ogni pianta. Il linguaggio dei fiori così come lo conosciamo oggi è stato introdotto in Europa da Mary Wortley Montagu, la consorte dell’ ambasciatore britannico a Costantinopoli. In alcune sue lettere date alle stampe nel 1763, Lady Mary Wortley Montagu raccontava di una tradizione turca denominata “selam”: i turchi, infatti, erano soliti associare una valenza emblematica a svariati fiori e frutti e agli arnesi più disparati. Ciò ha suscitato un immediato interesse nei confronti della suddetta usanza, che nell’età vittoriana ha conosciuto un vero e proprio boom.

 

 

Il linguaggio dei fiori, detto florigrafia, all’epoca iniziava ad essere legato ai sentimenti. Nell’Ottocento hanno cominciato a propagarsi i “flower books”, libri specificamente dedicati a quella disciplina, la cui grafica era un capolavoro di eleganza: incisioni, illustrazioni e litografie impreziosivano ogni pubblicazione, fornendo una sorta di validità scientifica alle convinzioni popolari che circondavano il mondo delle piante. In Europa era esplosa la passione per la florigrafia, e i libri a tema proliferavano letteralmente. Le opere più conosciute rimangono Abécédaire de flore, ou language des fleurs (1811) e Flowers: their Use and Beauty, in Language and Sentiment (1818), che hanno visto la luce rispettivamente in Francia e in Inghilterra. Il volume che ha però raggiunto una fama straordinaria è Les Language des Fleurs di Charlotte de Latour, dato alle stampe nel 1819. Pare che il nome dell’autrice fosse l’alias di Louise Cortambert, moglie di un noto bibliotecario parigino. Del libro, ricco di litografie botaniche ad opera dell’artista Pancrace Bessa, sono state realizzate molteplici ristampe e il successo che ha riscosso è stato enorme.

 

 

Oggi, alla florigrafia non si guarda più con molto interesse. Il linguaggio dei fiori è una disciplina conosciuta solo da pochi esperti. Eppure, soprattutto al momento di regalare un bouquet floreale, parecchi di noi si pongono il quesito del significato di quei fiori: alcuni sono piuttosto noti, altri meno, ma di solito un fioraio è in grado di fugare i nostri dubbi. Le rose, ad esempio, rimangono il fiore più ricco di significati simbolici. In molti sappiamo che la rosa rossa è un emblema di passione, la rosa rosa di amicizia e soavità, la rosa gialla di gelosia e quella bianca di purezza. Del significato di tantissimi altri fiori, invece, purtroppo non tutti sono a conoscenza. Ne cito qualcuno in ordine sparso: la lavanda indica sfiducia, il girasole solarità, il narciso amore non corrisposto, il myosotis (comunemente noto come nontiscordardime) vero amore, il bucaneve speranza, l’orchidea completa dedizione amorosa e il glicine amicizia. Sarebbe bello ricominciare ad appropriarsi delle valenze che si associano a ogni fiore, e iniziare a comunicare attraverso il linguaggio dei fiori tutte le volte che vogliamo: i messaggi sottili e raffinati che la florigrafia veicola risulterebbero, senza dubbio, molto più intriganti di qualsiasi contatto via web.

 

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Profumo di Primavera

 

Gli Dei creano gli odori, gli uomini fabbricano i profumi
(Jean Giono)

 

Con la Primavera arriva una folata di odori e aromi all’insegna di una briosa leggerezza. I profumi caldi, molto dolci, sono svaniti insieme all’Inverno; adesso è tempo di freschezza, di un nuovo vigore associato al risveglio. E la bella stagione ci offre un tripudio di note olfattive per calarci appieno nelle sue atmosfere: sono note inebrianti, gioiose, eteree, un vero e proprio iter sensoriale. Ma quali possono essere considerati i profumi tipici della Primavera? Innanzitutto, il profumo dei fiori. In questo periodo le rose, le violette, i gelsomini, le fresie, le gardenie, la magnolia, la lavanda, le peonie e i lillà ci rapiscono con i loro colori e i loro aromi. Ognuno di quei fiori emana una fragranza irresistibile, potentemente raffinata, che è un emblema di rinascita e un’ode all’eleganza a un tempo.

 

 

Alcuni, come la lavanda e il gelsomino, hanno la dote di incrementare il buonumore; altri, la rosa per citarne solo uno, possiedono virtù rilassanti e fungono da sedativi naturali.

 

 

Un altro odore tipicamente primaverile è quello dell’erba bagnata, della terra umida che segue a un acquazzone. Profumi più intensi provengono dalle piante aromatiche di stagione: la maggiorana, la salvia, la menta, il timo, il rosmarino, l’origano…solitamente le utilizziamo in cucina, ma sono ricche di proprietà salutari di cui possiamo beneficiare anche grazie agli oli essenziali che da esse si estraggono. La salvia, ad esempio, facilita la digestione ed è un efficace balsamo espettorante. Secoli orsono, inoltre, veniva utilizzata per sbiancare i denti e purificare l’alito. Il timo, oltre ad essere un balsamo, svolge un’azione depurativa e favorisce il processo digestivo. Il rosmarino disintossica, purifica, e disinfetta le vie respiratorie. Olfattivamente parlando, le piante aromatiche sprigionano un’intensa freschezza. Più calde e avvolgenti risultano, invece, la vaniglia e la cannella, due spezie evergreen che sarebbe un peccato relegare al Natale.

 

 

In Primavera, non mancano i profumi della frutta di stagione: gli agrumi risaltano per le loro note frizzanti, per il mood travolgente, per la luminosità che irradiano. Il bergamotto, l’arancia, il limone e il mandarino ci permettono di sperimentare esperienze sensoriali affini, all’insegna della vitalità e del rinnovamento. Il fico, al contrario, ha un imprinting più “introspettivo”: rievoca aree verdi e segrete, giardini delle meraviglie nascosti dietro alte siepi; ha accenti vagamente legnosi, è un connubio di aria e terra che combina la freschezza con una profonda dolcezza. Risulta inebriante, ma sempre con una punta di mistero.

 

 

A proposito di agrumi, il fiore d’arancio è proverbiale per la sua fragranza da secoli utilizzata in profumeria. Si tratta del fiore dell’arancio amaro, una pianta molto diffusa nei paesi del Mediterraneo: il suo aroma è dolce, vagamente agrumato. Nei profumi viene incluso sotto forma di estratto, il Neroli e l’assoluta di fiori d’arancio. Il Neroli è un olio essenziale dai sentori eleganti e freschi, l’assoluta di fiori d’arancio una fragranza più persistente, voluttuosa e sensuale. Una curiosità? Il fiore d’arancio veniva usato sin dai tempi dell’ antico Egitto: era considerato l’optimum per rigenerare il corpo dopo i rigori invernali.

 

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Fiori d’estate: un tripudio di profumi e di benessere

 

Gli aromi floreali dell’estate: inebrianti, travolgenti, un inno alla vita e alla meraviglia della natura. I fiori effondono profumi talmente ammalianti da tramutarsi negli ingredienti di punta di fragranze irresistibili, ma non solo. Dai loro estratti si ricava un’ampia gamma di cosmetici, dalle creme alle lozioni, dagli oli alle emulsioni e via dicendo. Grazie ai fiori e alle loro proprietà, possiamo garantire il benessere della pelle e dei capelli con effetti positivi anche sulla nostra psiche. Secondo l’aromaterapia, infatti, gli oli essenziali sono un toccasana per l’intero orgamismo: apportano benefici alla mente e al corpo senza distinzione. Scopriamo subito quali sono i fiori che, in estate, contribuiscono  a riportare armonia nella nostra vita.

 

 

Il fiore di tiglio

Ha un profumo intensissimo, ipnotico e gioioso, che può essere “captato” anche a lunga distanza. La pianta del tiglio, in effetti, viene da sempre considerata una delle più profumate. L’olio essenziale di fiore di tiglio, a livello aromaterapico, svolge un’ efficace azione rilassante. Dalle foglie e dai fiori si ricava un estratto ricco di virtù antinfiammatorie, antiossidanti, sedative e astringenti. Il fiore abbonda di flavonoidi, in particolare di quercetina, e di glicosidi: possiede quindi delle spiccate proprietà antiossidanti e combatte la ritenzione idrica anche grazie alla presenza dei tannini. I cosmetici a base di fiore di tiglio si rivelano ottimi per rigenerare e tonificare la pelle, ma altresì per sconfiggere qualsiasi tipo di gonfiore.

 

 

La lavanda

Ha un profumo inconfondibile, speciale come le enormi distese viola a cui dà origine dopo la fioritura. Nell’antica Roma era impiegata per detergere, igienizzare e profumare oggetti e ambienti, oggi è l’ingrediente base di un gran numero di fragranze e viene utilizzata nei cosmetici dedicati alla cura della pelle: il suo fiore possiede virtù antisettiche e antibatteriche, ma al tempo stesso leviga, idrata e rigenera l’epidermide. Si usa in particolar modo per le pelli sensibili, sotto forma di creme e detergenti, poichè attenua le infiammazioni e rende la cute compatta, spianando le rughe di espressione.

 

 

I fiori d’arancio

Il loro profumo viene definito “mieloso”, radioso e molto simile a quello del gelsomino. Non a caso, sono utilizzatissimi per la creazione di fragranze e acque floreali. Dai fiori d’ arancio si ricavano un olio essenziale e un idrolato molto pregiati, ma anche svariati prodotti finalizzati alla detersione e alla cura della pelle del viso e del corpo. L’acqua di fiori d’arancio ha la capacità di rigenerare, lenire la cute e di idratarla in modo ideale; l’idroterapia, dal canto suo, si avvale dei fiori d’arancio per conseguire un effetto rilassante e di benessere estremo.

 

 

Il gelsomino

Inebriante, seducente, ma potentemente floreale: il profumo del gelsomino è decisamente unico. Al suo magnetismo è associata un’affascinante leggenda che racconta sia nato dalle stelle cadute sulla terra. Inoltre, il gelsomino sprigiona la sua potente scia olfattiva con il buio e viene quindi affiancato alla Luna e a Venere, due astri legati alla notte e al femminile. L’essenza e l’olio di gelsomino, pregiatissimi, si ottengono con un complesso procedimento di lavorazione. Dal momento che di notte il fiore raggiunge l’apice del suo profumo, è tassativo innanzitutto raccoglierlo all’alba…I benefici apportati dal gelsomino sono innumerevoli: idrata la pelle e al tempo stesso tiene a bada il sebo, è ricco di antiossidanti e contribuisce alla rigenerazione dell’ epidermide. L’estratto del fiore è anche noto per le sue proprietà afrodisiache;  il gelsomino è in grado di donare un benessere puro che coinvolge la sfera dei cinque sensi.

 

 

La camomilla

Ha un profumo delicato che ricorda quello della mela renetta; non sorprende che in spagnolo il suo nome sia “manzanilla” (da “manzana”, ovvero “mela”). Si usa sotto forma di estratto e olio di camomilla, che hanno la proprietà di alleviare le infiammazioni della pelle oltre che di mantenerla morbida e ben levigata. L’olio di camomilla risulta ottimo utilizzato come doposole, per decongestionare l’epidermide: possiede proprietà emollienti, antinfiammatorie e lenitive. Sono ben note, poi, le virtù digestive e rilassanti di questo fiore. Basti pensare che la tisana alla camomilla rimane uno dei rimedi più diffusi per favorire il sonno.

 

 

La rosa

Chi non conosce il profumo superbo, opulento della “regina dei fiori”? Oggi le fragranze tendono ad avvalersi della rosa damascena, che emana una scia olfattiva raffinata, dolcissima e super femminile. Per la cura della pelle, la rosa è essenziale. Si usa prevalentemente sotto forma di olio, crema, acqua di rosa, e vanta un numero incalcolabile di proprietà: la rosa abbonda di vitamina C (un potente antiossidante naturale), ha un ruolo di spicco nel rafforzamento dei vasi sanguigni, possiede delle straordinarie virtù idratanti. L’ olio di rosa, nello specifico, è un prodotto che apporta benefici a svariati tipi di pelle. Ricco di minerali, vitamine e antiossidanti, le sue virtù emollienti risultano ottime per la cute secca o di persone in età avanzata, mentre l’effetto astringente e antinfiammatorio che esercita lo rendono perfetto per le pelli acneiche e arrossate. In aromaterapia, l’olio di rosa è un efficace anti-stress e promuove uno stato d’animo sereno e rilassato.

 

 

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