Ottobre, pura meraviglia

 

Sono così felice di vivere in un mondo in cui c’è Ottobre. 

(Lucy Maud Montgomery)

 

Sono d’accordo con Lucy Maud Montgomery: Ottobre è pura meraviglia. Dove trovate un altro mese con i suoi colori, il suo fascino, la sua magia, le sue atmosfere misteriose? Ad Ottobre, la natura ci regala un tripudio di cromie spettacolari: il rosso, l’arancio, il giallo di cui si tinge il fogliame. Le primizie di Ottobre sono molteplici, tutte assai ghiotte e salutari: dalle castagne alle zucche, dalle mele ai funghi, dai cachi alle melagrane. La magia di Halloween è nell’aria, pronta a ricordarci che la morte, anche se fa paura, è solo una tappa del ciclo di rinnovamento della vita. Come si fa a non amare il mese di Ottobre? E’ uno dei mesi più intensi, l’ emblema di una profonda trasformazione. Per omaggiarlo, per celebrarlo così come merita, ho voluto dedicargli questa nuova photostory.

 

Ottobre è la foglia caduta, ma è anche un vasto e chiaro orizzonte.
(Hal Borland)
Ciò che desidero davvero dalla musica: che sia lieta e profonda come un pomeriggio di ottobre.
(Friedrich Nietzsche)
Ottobre, fresco, nebbioso, dorato ottobre, quando la luce è dolce e grave.
(Angela Carter)
Poi venne ottobre, pieno di raggiante delizia.
(Edmund Spenser)
Ottobre è una sinfonia di permanenza e cambiamento.
(Bonaro Wilkinson Overstreet)
Ottobre è il mese della gloria, della maturità.
(Henry Ward Beecher)
L’anno è prossimo alla fine. Ottobre è il suo cielo al tramonto, novembre il tardo crepuscolo.
      (Henry David Thoreau)
Foto via Unsplash

“Ma se il tramonto”, una poesia di Attilio Bertolucci

 

Ma se il tramonto dura sulle cime
degli alberi che chiudono la pianura
soffocata da brume estive, il cielo
è una leggera arida spoglia inerte.

Eterno giorno, che cos’è la morte
quando sui visi radianti si posa
la maschera lucente
del tramonto lentissimo di luglio?

Non c’è memoria più, non c’è speranza
nel transito fatale del tempo.

(da “Le poesie”. Milano, Garzanti, 2014)

 

A mio padre

Io e mio padre negli anni ’70

Sono passati quasi due anni da quel tristissimo 18 Settembre del 2024. Due anni, eppure sembra solo ieri. Quel dolore straziante è ancora vivo. Prima di allora, non avevo mai avuto un incontro così ravvicinato con la morte. Ricordo di averti tenuto tra le braccia chiamandoti, accarezzandoti il viso, mentre tu eri inerme. Quasi non potevo, o non volevo credere che te ne fossi andato via per sempre. Che non mi avresti più risposto, che non avremmo più scherzato insieme…Che non sarei più scesa di sotto ogni notte, nel tuo appartamento, per misurarti la saturazione e controllare se andava tutto bene. Ma oggi, nel giorno della Festa del Papà, voglio pensare a te nei tuoi anni migliori. Quelli felici della giovinezza, della famiglia, dei sogni e delle passioni. Ho decine di video dove ti intervistavo e tu, già centenario, mi raccontavi della tua infanzia, dei lunghi mesi passati in Brasile, di una Fabriano che non esiste più. Posso sintetizzare la tua vita in frammenti di ricordi, in un pot-pourri di forti emozioni: la mamma, Emilia, che hai perso quando avevi solo 5 anni (lei ne aveva 27), un dolore che ti ha accompagnato per tutta la vita e ha tramutato tua madre in una figura mitica, una sorta di dea.

 

Papà da bambino circondato dalle donne, tutte riunite attorno a una macchina da cucire. Ci sono anche la zia Pina (la seconda da sinistra) e la mamma Emilia (la seconda da destra)

Poi la vita in famiglia, cresciuto da tuo padre, allora troppo indaffarato con gli affari, ma soprattutto da sua sorella Giuseppina, che era poco più di un’adolescente. E il viaggio in Brasile, raggiunto in nave dopo non so quanti giorni, in cerca di una vita diversa e più appagante: avevi pressappoco 20 anni e la testa piena di sogni e di speranze giovanili. Però, non molto tempo dopo, la nostalgia ti ha catturato e sei voluto ritornare in Italia: dalla terra dei carioca hai portato dei piccoli coccodrilli imbalsamati, una lingua (il portoghese) che sembra cantata e il ricordo di un amore che non ha potuto seguirti. Non hai mai dimenticato il suo nome.

 

 

Caro papà, figlio dei ruggenti anni ’20 che adorava la musica, il tip-tap e i film con Ginger Rogers e Fred Astaire…Disciplinato e al tempo stesso un po’ viveur, eri giovanissimo quando è scoppiata la Seconda Guerra Mondiale e ti sei dato anima e corpo alla famiglia dopo aver sposato mia madre, che aveva dodici anni meno di te.

 

Papà nel giorno del suo matrimonio (è quello con gli occhiali scuri). In primo piano la sposa, mia madre, a braccetto con il padre Marino

Ma a quei tempi ti sei dedicato anche alla tua più grande passione, l’insegnamento: non è un caso che, in città, tutti ti conoscano ancora come “il maestro”. Era l’epoca in cui raggiungevi le scuole di campagna in Vespa, poi con la tua leggendaria 500 bianca;  l’epoca in cui hai iniziato a insegnare nel collegio del Monastero di San Silvestro, sul Monte Fano, un’esperienza che hai custodito nel cuore fino agli ultimi giorni di vita.

 

Papà diretto al Monastero di San Silvestro con la sua mitica 500 bianca (sullo sfondo).

Ti ricordo affettuoso e protettivo durante la mia infanzia, a volte un po’ collerico, ma incapace di portar rancore; sensibile, amante della cultura e della bellezza. Nei miei anni “teen” gli scontri tra noi erano frequenti: dopotutto, quella è l’età in cui per la psicanalisi vanno “uccisi” simbolicamente i propri genitori. Non accettavi le mie scelte, il mio percorso di studi, anche se oggi realizzo che avevi ragione. Un flashback: noi due insieme in campagna, ai “Monticelli”, con l’immancabile radio per ascoltare la musica che amavi tanto. Una passeggiata lungo un sentiero prima di arrivare a una radura che ai miei occhi, avrò avuto 4 anni, era il salone di un meraviglioso castello dove i principi e le principesse organizzavano un ballo spettacolare.

 

Io durante la passeggiata ai Monticelli. La foto è stata scattata da mio padre. 

Quella mattina siamo stati benissimo: scherzavi, mi hai scattato tante foto, eravamo sereni. C’era un’armonia tra noi che con il tempo, con il passar degli anni, non è mai svanita. La dimostrazione di un affetto che a volte non coglievo appieno a causa del tuo rigore. Ma ho capito ben presto che è proprio grazie ai tuoi insegnamenti, alla resilienza e al senso della disciplina che mi hai inculcato, che io sono qui, fiduciosa  e stoica nonostante tutte le battaglie della vita.  Caro papà, ti voglio tanto bene.

 

 

La Befana e la sua simbologia

 

“Così che la Vecchia, nella sua connotazione di Befana, riassume in sè la raffigurazione sia della Madre Terra nel tempo invernale sia dei defunti, anch’essi soggetti a una situazione in apparenza “statica” e all’attesa della rinascita, del rinnovamento vitale. (…) perchè sia i semi sia i trapassati sono sepolti nella terra per addivenire a nuova vita. (…)  Ai primi di gennaio, non appena superata la crisi solstiziale, la Befana chiede devozione e sostentamento agli uomini e ai loro riti (ad esempio con le queste della Pasquella), e qualcosa dà, come promessa del tempo che si rinnova, della vegetazione e dei raccolti che torneranno, della protezione degli Antenati sulla vita degli umani  (con i doni che porta nelle case, ecc.).”

(“La Vecchia, la Befana”, da “Tenebroso Natale. Il lato oscuro della Grande Festa”, di Eraldo Baldini e Giuseppe Bellosi, Società Editrice Il Ponte Vecchio, 2025)

 

 

La Befana, come tutti i personaggi del folklore natalizio, è una figura altamente simbolica. E cosa simboleggia ce lo spiega più che bene la citazione che ho riportato in apertura di questo articolo, tratta da un libro che ho cominciato a leggere proprio durante l’Avvento. Ma che rappresentano i molti altri elementi legati all’arrivo della Befana e ai doni che porta? Scopriamolo insieme.

 

 

Le scarpe rotte

La Befana arriva dopo un lungo e faticoso percorso durato 12 mesi: è la fine di Dicembre e l’anno, consumato, vecchio e logoro, sta per concludersi. E’ un anno che, dopo aver dispensato i suoi ultimi frutti, simboleggiati dai doni della Befana, sia avvia alla rinascita che porta con sè l’anno nuovo.

La scopa

Simboleggia la purificazione e il rinnovamento. La scopa spazza via la negatività e tutti i mali dell’anno appena trascorso, inoltre rimanda ad alcune antiche figure, o divinità, femminili (Perchta e le dee della mitologia romana Diana, Satia e Abundia, tra le altre), che usavano volare sui campi dopo la semina per propiziare l’abbondanza dei raccolti. La scopa, in questo caso, ha la facoltà di cacciare gli spiriti maligni dai terreni per dare a questi ultimi la possibilità di nascere a nuova vita.

 

 

La discesa dal camino

Per le culture arcaiche, il camino rappresentava un canale di comunicazione privilegiato tra il Cielo e la Terra. Questa linea verticale che connetteva i due mondi veniva detto “axis mundi”, ovvero “asse cosmico”. La discesa lungo il camino compiuta dalla Befana, dunque, simboleggia la volontà della “Vecchia” di dare il giusto verso all’asse cosmico ripristinandone il corretto posizionamento.

I doni 

Anticamente, nel suo sacco la Befana stipava arance e mandarini in quantità, noci e frutta secca, monete di cioccolato, carbone. Questi doni avevano un significato simbolico legato all’abbondanza, alla prosperità; propiziavano fecondità. Erano un augurio di lunga vita e opulenza per il futuro raccolto. Le monete di cioccolato, invece, rimandavano all’oro portato a Gesù Bambino dai Re Magi: un auspicio di benessere e ricchezza.

 

 

Il carbone

Era direttamente associato agli antichi riti dei falò solstiziali, che si accendevano per favorire e alimentare la potenza del Sole. Ma il carbone è anche il redisuo del “vecchio” che viene bruciato per fare spazio al “nuovo”, un significato che si ricollega ai falò di fine anno tipici di molte regioni italiane. Diversi anni orsono, il carbone e la cenere dei falò venivano sparsi sui campi per propiziare la fertilità del terreno. Il carbone aveva dunque una valenza beneaugurante, ma il Cristianesimo lo tramutò in un regalo punitivo per i cosiddetti “bambini cattivi”. Oggi, il carbon dolce ha ovviato a tale accezione conferendo un tocco di delizia anche a questo tipico dono della Befana.

La calza e le scarpe dei bimbi

Sono state date molteplici interpretazioni della calza, ma anche delle scarpe dei bambini, che venivano posizionate accanto al focolare affinchè la Befana le riempisse di doni. Per alcuni studiosi, sia la calza che le scarpe sono emblemi di fertilità, in quanto associate a una potente simbologia sessuale (basti pensare al piede che si insinua al loro interno). Rappresentano, dunque, un auspicio di fecondità, non a caso l’Epifania era considerata una ricorrenza ideale per il corteggiamento o annunciare una nuova unione. Altri studiosi associano la calza a dispensatori di abbondanza come la cornucopia, ma contemporaneamente risaltano il suo valore in qualità di oggetto della quotidianità. Altri ancora la riconnettono al lavoro della filatura, diretto da divinità apposite e ricco di profondi significati mitologici. Le scarpe dei bimbi sono anche viste come un simbolo del cammino che il nuovo anno, e il nuovo sole, si accingono a compiere: un anno e un sole “fanciulli”, appunto.

 

 

L’invisibilità

Quante volte, da bambini, abbiamo cercato di spiare l’arrivo della Befana alzandoci a notte fonda? Eppure, la Befana non si faceva mai vedere. Da un lato, perchè all’ora in cui arriva i bambini sono soliti dormire, dall’altro perchè, secondo antiche leggende, chi incontrava la Befana, o la vedeva soltanto, avrebbe subito delle spiacevoli conseguenze. Tutto ciò sembra rientrare nel quadro delle usanze del periodo natalizio, quando diventa implicito che – folkloristicamente parlando –  gli umani si rapportino ad ogni manifestazione del sacro o del soprannaturale mantenendo la giusta distanza.

 

Foto via Unsplash, Befana via Pixabay

 

“E’ mite il ghirigoro (pensato in disparte)”, una poesia di Mario Luzi

 

È mite il ghirigoro
                                   d’aria e luce
che accompagna
                            al suolo
la resa delle foglie
sui viali lungo il fiume.
perché rompo, persona,
il muto canto?
                                         Sarebbe
senza me uniforme,
pieno, invasato della propria inopia,
festoso.
                        Così scende
la vita, scende incontrastato,
pare, il suo sfacelo
a rigenerarsi nella morte
per il dopo, per il principio.

(da “Sotto specie umana”, Garzanti, 1999)

 

Buona Pasqua

 

“La risurrezione del nostro Signore Gesù Cristo segna la nuova vita di quanti credono in Cristo; e questo mistero della morte e risurrezione voi lo dovete conoscere in profondità e riprodurlo nella vostra vita.”
(Agostino d’Ippona)

 

La maschera carnevalesca: storia, origini e tradizione marchigiana

 

Della maschera, elemento fondante del Carnevale e di tutti i riti alla sua origine, MyVALIUM ha già parlato; soffermandosi, però, sulle maschere del Carnevale veneziano (rileggi qui l’articolo). In questo post, invece, focalizzeremo la nostra attenzione sull’utilizzo della maschera nelle celebrazioni “carnascialesche” e nella tradizione marchigiana. Come nasce, innanzitutto, la maschera? Partiamo dall’etimologia: il  nome “maschera” contiene una radice indoeuropea, “masca”, la cui traduzione riconduce a “fuliggine” o a (in senso figurato) “fantasma nero”. Secondo alcuni studiosi, tuttavia, “masca” deriverebbe dal latino medievale e significherebbe “strega”: esistono svariate testimonianze scritte al riguardo, come l’editto di Rotari, dove quel termine viene citato. Non è un caso, inoltre, che nel dialetto ligure e piemontese il sostantivo “masca” identifichi proprio la strega (rileggi qui l’articolo che ho dedicato alle streghe delle regioni italiane). L’associazione tra maschera e magia, d’altronde, ha radici che affondano nella notte dei tempi; i riti che connettevano il mondo dei vivi con quello dei morti venivano eseguiti con il volto celato da una maschera sin dall’epoca preistorica. La maschera aveva la funzione di annullare l’identità di colui che la indossava, doveva riprodurre i lineamenti dello spirito evocato. Intorno al I secolo a.C., nell’antico Egitto e nell’antica Grecia apparvero le prime maschere funerarie: quella di Tutankhamon, interamente in oro e smalto, rimane celebre. Il teatro greco utilizzò le maschere sin dagli albori, affinchè i personaggi fossero caratterizzati, ben visibili e ben udibili durante le rappresentazioni. Nei culti misterici del mondo ellenico, la maschera divenne anche l’emblema della “morte iniziatica”; la Roma dell’età imperiale, al contrario, conferiva alla maschera un’accezione più che mai giocosa e caricaturiale.

 

 

Secoli orsono, le prime maschere di Carnevale erano a dir poco spaventose: nel periodo dell’anno dedicato al caos e all’inversione dei ruoli, raffiguravano gli spiriti che emergevano dagli Inferi per catapultarsi nel mondo dei vivi. C’erano quindi i demoni, che avevano la funzione di importunare e sbeffeggiare chiunque capitasse loro a tiro. Tra balli, baldorie e fustigazioni, l’atmosfera che aleggiava era assai angosciante. Nell’antica tradizione marchigiana ritroviamo la maschera del diavolo, spesso affiancata da quella della morte; sono figure esorcizzanti, dalla valenza apotropaica, alle quali si affiancavano altre maschere tipiche: la sposa, il dottore, il sacerdote, il gobbo e personaggi riferiti alla realtà locale. Si racconta che a Carnevale, nella valle del Metauro, un folto gruppo di maschere si spostasse di casa in casa per esibirsi al suon di fisarmonica in divertenti sketch. Subito dopo, partiva la questua di uova e carne di maiale. Esistono diverse testimonianze, inoltre, di maschere svanite nei meandri del tempo, come “lu Zaravaju” dei Monti Sibillini: chiassoso, simpatico, ribelle e spirito libero per definizione, si ispirava a una persona realmente esistita. I suoi segni distintivi erano i campanacci e le cravatte coloratissime che abbinava ad abiti molto a buon mercato. Ancora una volta ritornano il baccano, lo sberleffo e l’“anarchia”, probabilmente retaggi di riti arcaici dalla profonda valenza simbolica.

 

 

Nel XVI secolo, con la nascita della Commedia dell’Arte (da notare che la maschera che gli Zanni indossano si ispira, non a caso, al volto del demonio così com’era rappresentato tra il 1400 e il 1500), ogni maschera ha una sua connotazione ben precisa. C’è Arlecchino, Balanzone, Pulcinella, Gianduja, Colombina, Gioppino, Pantalone, Rosaura, Giangurgolo…e ognuno vanta le proprie peculiarità estetiche e caratteriali. Anche nelle Marche, nel corso dei secoli, hanno preso vita personaggi che caratterizzano determinate province o città. A Pesaro abbiamo Rabachén (baccano) e Cagnèra (litigio), una coppia di coniugi apparsa per la prima volta nel 1874. Rabachén è il re del Carnevale: indossa un cappotto a coda di rondine rosso sgargiante, una tuba nera dall’altezza vertiginosa e una fusciacca bianca e rossa, i colori di Pesaro. Cagnèra è una donna tarchiata agghindata con nastri, pizzi, fiori e fiocchi. L’antichissimo Carnevale di Fano ha come protagonista El Vulòn, una maschera inventata nel 1951 da Rino Fucci (artista e dirigente della Società Carnevalesca cittadina). Il nome El Vulòn si riferisce probabilmente al “Nous voulons” con cui esordiva il banditore di editti durante la dominazione napoleonica, e inizialmente si associava a una maschera saccente, arrogante e con la puzza sotto il naso. Con il tempo, poi, El Vulòn passò ad impersonare in modo satirico le celebrità del momento.

 

 

Anche Ancona ha le sue maschere: Papagnoco e Burlandoto risalgono alla metà del 1800. Le creò un burattinaio locale rendendole protagoniste del suo teatrino, ma agli anconetani piacquero talmente tanto da diventare delle maschere del cosiddetto “Carnevalò”. Papagnoco è un campagnolo gretto e rissoso approdato in città, Burlandoto una guardia papalina che non brilla per sagacia. Nel 1999 è stato introdotto Mosciolino, inventato dal grafico Andrea Goroni. Il suo nome si ispira al “mosciolo”, le cozze selvatiche che abbondano lungo la Riviera del Conero, mentre il suo aspetto è quello di una sorta di elfo dei mari. A Macerata la maschera più popolare è Ciafrì, un contadino astuto e irruente che parla solo nel dialetto del suo villaggio. Nel fermano, invece, si è imposto Mengone Torcicolli: marionetta ideata da Andrea Longino Cardinali nel 1816, si tramutò in una maschera dopo mezzo secolo di esibizioni teatrali. Mengone è un personaggio bonario, astuto e dall’aspetto sgradevole a dir poco. Il suo punto di forza è la schiettezza, ed è probabilmente questa stessa dote ad avergli permesso di prender moglie: Lisetta, la sua sposa, lo conosce dopo una vita avventurosa e accetta subito di farsi impalmare. Mengone è ritornato a far parte del Carnevale fermano nel 2019, e non ha mancato di portare con sé la sua Lisetta.

 

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Gennaio e i suoi proverbi

 

Gennaio e la saggezza popolare: come possiamo immaginare, sono moltissimi i proverbi riferiti al cuore dell’Inverno. Nel periodo di riposo della terra, quando la neve cade copiosa e il gelo cristallizza la natura in scheletrici arabeschi, si arresta qualsiasi attività agricola. Il suolo, ricoperto di ghiaccio, diventa una distesa arida e priva di vita. In un simile contesto è comprensibile che, anticamente, le popolazioni agresti identificassero l’Inverno con la morte: i mesi freddi trascorrevano in attesa della rinascita primaverile. Da questa condizione sono scaturiti proverbi per la maggior parte  inerenti alla produzione agricola e a tutti gli elementi che potessero influenzarla, sia nel bene che nel male. Non è un caso che tali detti fossero impregnati di superstizione: concentravano in pochi versi, ma di forte impatto, gli ammonimenti per l’intera comunità. Ne riporto alcuni qui di seguito.

 

 

Freddo e asciutto di Gennaio, empiono il granaio

 

 

A mezzo Gennaio, mezzo pane e mezzo pagliaio

 

 

Il buon Gennaio fa ricco il massaio

 

 

Felice il bottaio che pota in Gennaio

 

 

Non v’è gallina o gallinaccia che di Gennaio uova non faccia

 

 

A Gennaio: sotto la neve pane, sotto la pioggia fame

 

 

Primavera di Gennaio reca sempre un grande guaio

 

 

Gennaio fa il ponte e febbraio lo rompe

 

 

A Gennaio tutti i gatti nel gattaio

 

 

Quando canta il pigozzo (picchio) di Gennaio, tieni a mano il pagliaio

 

 

Freddo di gennaio, gela la pentola nel focolaio

 

 

Se Gennaio sta in camicia, marzo scoppia dalle risa

 

 

Chi vuole un buon agliaio, lo ponga di Gennaio

 

 

Gennaio ingenera, febbraio intenera

 

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Novembre

 

L’anno è prossimo alla fine. Ottobre è il suo cielo al tramonto, novembre il tardo crepuscolo.

(Henry David Thoreau)

 

Caratteristiche

Novembre è il mese delle brume, dei primi freddi, della notte che arriva sempre più presto. I colori straordinari del foliage hanno lasciato il posto al nero dei rami scheletrici. L’Autunno è in dirittura di arrivo, pronto a dissolversi tra poco più di un mese. Composto da trenta giorni, Novembre esordisce con la solennità di Ognissanti e della Commemorazione dei Defunti.  E’ conosciuto come “mese dei morti” proprio per questa ricorrenza, celebrata il 2 Novembre, ma anche per le sue cupe atmosfere: la natura si assopisce profondamente, obbedendo al ciclo di morte e di rinascita che la contraddistingue; l’oscurità predomina, preparandosi a raggiungere il suo apice con il Solstizio d’Inverno. In un simile contesto di grigiore si inserisce, inaspettatamente, l’“estate di San Martino”, una serie di giornate tiepide e assolate che precedono l’11 Novembre, data della festa dedicata a Martino di Tours.

Storia

Il suo nome deriva da November, che in latino ha le sue origini in novem: nel Calendario Romano, che iniziava a Marzo, Novembre era infatti il nono mese dell’anno.

Segni zodiacali

Lo Scorpione domina la scena fino al 22 Novembre, poi è la volta del Sagittario, che viene seguito dal Capricorno il 22 Dicembre.

Ricorrenze

Novembre si apre con la solennità di Ognissanti. Il 2 viene celebrata la Commemorazione dei Defunti, l’11 la festa di San Martino, vescovo di Tours: questa ricorrenza, detta anche “festa dei cornuti” in virtù di alcune antiche usanze popolari (rileggi qui l’articolo che VALIUM le ha dedicato), coincide tradizionalmente con la degustazione del vino novello, che viene abbinato a tipici piatti autunnali.

Colore

Il colore di Novembre è il viola, intenso e mistico, perfetto per rispecchiare la suggestività di questo mese.

Pietra Preziosa

Non una, bensì due pietre sono associate al mese di Novembre: il topazio e il citrino. La prima, declinata in un’innumerevole varietà di colori, aveva il potere di allontanare gli incantesimi; la seconda, contraddistinta da una nuance di giallo a metà tra il giallo oro e il giallo limone, era una sorta di scudo contro i pensieri negativi.

 

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Memento mori: la consapevolezza della morte per cogliere il senso della vita

 

“Memento mori”, “ricordati che devi morire”: è una frase latina che molti di noi hanno sentito pronunciare spesso. Una frase che può turbare, suonare vagamente inquietante. Che non lascia indifferenti. Eppure, contiene una profonda verità: la morte rappresenta l’inevitabile epilogo della vita umana e tutto risulta transitorio ed effimero, al suo cospetto. Ma come è nata questa locuzione? Le sue origini affondano nell’antica Roma. A quei tempi era in uso che un generale, dopo un importante trionfo bellico sui nemici, sfilasse lungo le vie dell’Urbe su un “cocchio aurato” mentre veniva acclamato e onorato dalla folla. Questa cerimonia veniva chiamata “Trionfo” e il primo a ricevere tale onore fu Romolo, che sconfisse il re dei Cenicensi. Per evitare che la boria, l’orgoglio e l’altezzosità si impossessassero del generale, a uno schiavo spettava il compito di bisbigliargli all’orecchio la frase “Respice post te. Hominem te memento” (“Guarda dietro a te. Ricordati che sei un uomo”): lo testimonia Tertulliano in uno dei suoi scritti. Era un modo per ricondurre le personalità del tempo ai reali valori della vita, per ricordare loro la fugacità di ogni cosa. Era anche un monito contro la superbia, le manie di grandezza, la propensione alla sopraffazione, considerate una mancanza di rispetto contro la Patria stessa oltre che nei confronti dei propri simili. Dell’esistenza vanno godute le piccole gioie, i sentimenti puri, suggeriva quella locuzione; la morte potrebbe arrivare da un giorno all’altro e nessuno sarebbe in grado di eluderla.

 

Ignacio de Ries, “L’albero della vita”, olio su tela, 1653

Artisticamente, il concetto del Momento Mori si diffuse a macchia d’olio in epoca medievale. Ai tempi della peste nera, che tra il 1346 e il 1353 decimò la popolazione europea, l’iconografia della morte era ampiamente presente. Pensiamo solo al tema della “Danza macabra”: affreschi che, raffigurando una danza tra gli scheletri (personificazioni della morte) e gli esponenti di tutte le categorie sociali del periodo (dall’agricoltore all’artigiano, dal principe al prelato, dall’imperatore al Papa), ribadivano la supremazia della morte sull’intero genere umano, nessuno escluso. Il cristianesimo, attraverso le rappresentazioni del Giudizio Universale ma anche grazie alle reliquie dei Santi e all’edificazione di numerose chiese, cattedrali e cimiteri, dava un’interpretazione in chiave sacra del Memento Mori: la morte è sovrana, vigila costantemente sul destino dell’uomo. Essendo la morte il fine ultimo dell’esistenza, la vita, che doveva essere virtuosa,  diventava uno “strumento” tramite il quale guadagnarsi il riposo eterno. I luoghi della sepoltura, architettonicamente, cominciarono a diventare sempre più elaborati e ad arricchirsi di decorazioni.

 

Cornelis de Bryer, “Allegory of Vanitas”, 1658

Negli anni della Controriforma, il Memento Mori fece da filo conduttore sia all’arte ecclesiastica cattolica che ai dipinti Barocchi. I simbolismi si moltiplicarono, inoltrandosi in un secolo opulento ed enfatico come lo fu  il Seicento: in pittura si affermarono le Vanitas e la natura morta, dove a elementi che incarnavano la vita venivano accostati gli emblemi tipici del Memento Mori. Ecco allora che a beni materiali quali i fiori, la frutta, i libri e gli strumenti musicali, l’artista affiancava un simbolico teschio. Non di rado appariva un orologio, oppure una clessidra, per sottolineare la nozione del “tempus fugit” (“il tempo fugge”). “Sed fugit interea fugit irreparabile tempus” (“Ma fugge intanto, fugge irreparabilmente il tempo”), scrisse Virgilio nelle Giorgiche: un invito al “carpe diem”, a cogliere l’attimo come antidoto contro l’inesorabile scorrere del tempo. Le Vanitas stupivano e, al tempo stesso, spronavano a riflettere sulla caducità dell’esistenza. Persino tra simboli di abbondanza come la frutta e la verdura rigogliose, suggerivano, si insinuavano gli indizi della morte. Nel Seicento, a causa della guerra dei trent’anni e del susseguirsi dei contagi dovuti alla peste, la familiarità con il trapasso era una costante.

 

Hyacinthe Rigaud, “Ritratto di Armand Jean Le Bouthillier de Rancé” (1626-1700 ca.)

I monaci dell’Ordine Trappista, fondato nel 1664 da Armand Jean Le Bouthillier de Rancé, si appropriarono del Memento Mori rendendolo il loro motto: “Fratello, ricordati che devi morire” era il saluto che si scambiavano abitualmente, mentre ognuno si impegnava a scavare ogni giorno quella che sarebbe diventata la sua fossa. La consapevolezza della morte, e quindi della fine della vita, non li abbandonava neppure un momento. Era una sorta di ammonimento, un modo per cogliere il significato dell’esistenza. Ma che accezione potrebbe avere, oggi, il concetto del Memento Mori? Nell’epoca contemporanea, almeno fino a qualche anno fa, la morte è stata considerata quasi un tabù: qualcosa da rimuovere, da abolire, mentre si rincorre la giovinezza eterna grazie alle conquiste della chirurgia estetica. Più di recente, le guerre e i conflitti che si combattono nel mondo hanno riportato la morte sotto i nostri occhi. Anche le star, sui social o durante le interviste, parlano apertamente dei mali incurabili che le affliggono: un gesto di condivisione con il proprio pubblico, oltre che un invito alla prevenzione. Alla luce di tutto ciò, che significato può assumere per voi, attualmente, il Memento Mori?