
Lampada per i miei passi è la tua parola,
luce sul mio cammino.

Il blog di Silvia Ragni

Lampada per i miei passi è la tua parola,
luce sul mio cammino.

Benvenuti a una nuova puntata della rubrica “Il luogo”, lo spazio dedicato ai viaggi, ai borghi incantati e alle località che meritano di essere scoperti e vissuti. Oggi vi porto in Calabria, precisamente a Scilla: un comune di poco più di 4000 abitanti affacciato sul mar Tirreno, dove la bellezza si mescola con la leggenda e ogni angolo vibra di storia e di magia. Scilla è arroccata su un promontorio che guarda lo Stretto di Messina, e già il suo nome richiama l’antico mito della ninfa trasformata in creatura marina dalla gelosia della maga Circe. Il Castello Ruffo, che sovrasta il borgo, sembra ancora vegliare sulle acque e sui segreti che esse custodiscono. Scilla è una gemma incastonata sulla Costa Viola, un tratto di litorale dal nome poetico, nato da un incantesimo naturale: al tramonto, il mare si tinge di riflessi purpurei, grazie alla luce che danza fra i fondali e alghe sottili che donano alle acque tonalità fiabesche; uno spettacolo che affascina ogni sera come fosse sempre la prima. Ma questa non sarà una puntata come le altre. A raccontarci Scilla sarà Domenica Fontana, un’amica speciale che è nata proprio qui, tra le onde e le pietre di questo luogo incantato. Domenica ne conosce ogni angolo, ogni profumo, ogni storia. E soprattutto, lo ama profondamente. Ho conosciuto Domenica grazie a un Master organizzato dall’Università degli Studi di Urbino, “Insegnare Italiano a Stranieri”, che entrambe stiamo terminando di frequentare. Con lei ho condiviso un percorso bellissimo fatto di lavori di gruppo (noi facciamo parte del mitico Gruppo 1), “studio matto e disperatissimo” (un omaggio a Leopardi, e le colleghe sanno il perchè!) e nuove sfide, tutte gravitanti nell’orbita dell’insegnamento dell’Italiano L2. Essendo da sempre innamorata di Scilla, ho chiesto a Domenica (che vedete nella foto qui sotto) se le sarebbe piaciuto accompagnarci a conoscerla: lei ne è stata entusiasta. Preparatevi a lasciarvi incantare da un racconto che profuma di salsedine, tradizione e meraviglia.

Domenica, come ti presenteresti ai lettori di MyVALIUM?
Ho cinquant’anni. Sono nata a Scilla e ci ho vissuto per circa vent’ anni. Poi mi sono trasferita nella vicina città di Reggio Calabria, dove ancora oggi vivo e lavoro. Sono mamma di due ragazzi meravigliosi, Erica ed Antonino. Sono pigra, ma faccio lunghe camminate terapeutiche chiacchierando insieme alle mie amiche, di cui apprezzo anche le eccellenti doti culinarie. Avrete dedotto che ho delle amiche speciali!
Stai per concludere un Master, “Insegnare Italiano a Stranieri” organizzato dalla prestigiosa Università di Urbino, che rivela la tua passione per il mondo e le sue molteplici culture. Cosa ti lega, invece, alle tue radici? Alla magnifica Scilla dalla storia secolare e leggendaria?
Prima di risponderti vorrei soffermarmi sul Master. È stata una sfida con me stessa che ho vinto. Ne serberò un ricordo speciale per le conoscenze che mi ha fornito e per le persone che mi ha fatto incontrare, come te Silvia. Essere nata in un luogo incantevole come Scilla lo reputo un privilegio. Sono innamorata del mio paese e credo lo siano tutti gli scillesi. Ora non ci abito più, ma tutte le volte che ci torno il mio cuore impazzisce di gioia e rimango sempre affascinata dalla bellezza del suo territorio. Non so spiegarlo meglio. È un continuo colpo di fulmine.

Scilla è stata descritta come un luogo a metà tra uno scoglio e un’isola: come commenteresti questa immagine così evocativa?
Uno scoglio e un’isola dici? La rocca imponente a strapiombo sul mare, che in cima ospita il castello Ruffo di Calabria, effettivamente sembra una piccola isola, se vista dall’alto. A proposito del castello, che ovviamente non può mancare in un giro turistico, quando siete arrivati alla fine della salita che porta al suo ingresso, voltatevi e avrete uno sguardo d’insieme di Scilla con i suoi tre quartieri principali: Marina Grande, Chianalea e San Giorgio. E mentre fissate rapiti il paesaggio, immaginate di trovarvi sulla testa di un’aquila e di osservare il suo corpo adagiato sul mare (San Giorgio), con le ali ancora spiegate (Marina Grande e Chianalea). Se foste vicino a me, vi direi di chiudere gli occhi adesso e di ascoltare una delle leggende sulla nascita di Scilla: “Un giorno due aquilotti disturbano il sonno di Zeus con i loro volteggi e schiamazzi. Il Dio si sveglia furioso e scaglia contro i piccoli una saetta. Mamma aquila, che da lontano aveva visto la scena, prende il volo disperata e con il suo corpo fa da scudo agli aquilotti. Viene colpita e cade esanime in mare, ma all’improvviso risorge come uno scoglio adagiato sulle acque.” Ora aprite gli occhi e guardate l’aquila.

Potresti raccontarci qualcosa della famosa leggenda di Scilla e Cariddi?
Qualcosa? Mi inviti a nozze. Intanto sappiate che di versioni del mito di Scilla ce ne sono tante. La più famosa è ovviamente quella descritta da Omero nell’Odissea. Pensa che i bambini scillesi, fin dalla scuola materna studiano e recitano questa parte dell’Odissea e tutte le leggende mitologiche sul paese. La parte raccontata nell’Odissea non ve la dico, potete andare a leggerla. Vi racconto gli antefatti, ovvero come e perché una bellissima ninfa di nome Scilla è stata trasformata nel mostro famelico a sei teste che divorerà, tra i tanti marinai, anche l’intero equipaggio di Ulisse. È una storia vecchia come il mondo, i cui ingredienti principali sono la bellezza, l’amore, la gelosia, il potere e il sopruso, e i cui protagonisti sono sempre loro tre: Scilla, Glauco e la maga Circe. Scilla, la bellissima ninfa, in alcune versioni ricambia l’amore del bel marinaio Glauco, ma suscita la gelosia e l’invidia di Circe, in altre invece lo rifiuta perché Glauco è descritto come un essere marino, metà pesce e metà uomo, e sarà lui in questo caso a chiedere alla maga di essere vendicato. Scilla in ogni caso non potrà evitare il suo inesorabile destino di essere trasformata in mostro: «I piedi son dodici, tutti invisibili: / e sei colli ha, lunghissimi: e su ciascuno una testa / da fare spavento; in bocca su tre file i denti, / fitti e serrati, pieni di nera morte» (Odissea, XII canto).
Quali sono i monumenti che a Scilla è imprescindibile vedere?
Il Castello dei Ruffo di Calabria, come vi dicevo, simbolo di Scilla che la rende riconoscibile in tutto il mondo. Le chiese, una delle quali, quella dello Spirito Santo di fronte la spiaggia principale, risale al 1700 ed è sopravvissuta ai tanti terremoti e ai bombardamenti della seconda guerra mondiale. Poi le fontane e i Palazzi storici, come quello Scategna del 1500, che oggi è un albergo e ristorante (visitabile). E poi le bellezze che ci regala la natura, tra cui il belvedere sullo stretto di Messina, da dove si possono ammirare le incantevoli isole Eolie che al tramonto si stagliano sullo sfondo rosso-violaceo dell’orizzonte.

La città è famosa per i suoi vicoli che si aprono sul mare…
È il quartiere di Chianalea, soprannominato per l’appunto “la piccola Venezia” con le sue case a picco sul mare. In molte di queste case, il piano terra è ancora utilizzato come rimesse per le piccole imbarcazioni che durante i mesi invernali vengono messe al sicuro dalla forza del mare in tempesta. Invece da molti dei balconi si può addirittura pescare. A Chianalea oggi ci abitano pochi scillesi. Le abitazioni sono state trasformate in ristoranti, pizzerie, bar, locali di ritrovo, negozietti di prodotti tipici e souvenir, alberghi e b&B. Ciononostante la vocazione di questo quartiere per la pesca non è scomparsa. Ancora ci sono barche e pescatori che anche se solo per hobby (pochi infatti vivono di pesca) portano avanti le tradizioni dei loro antenati, e insieme a queste, anche i riti e le superstizioni.
Si perché il vero pescatore non ti rivela i suoi segreti e le sue conoscenze conquistate a forza di fatica e sudore. E non ti dirà mai se e quanto ha pescato. Il pesce va nascosto ben bene all’interno della barca e tirato fuori solo quando tutti sono andati via. Questo succede anche con la pesca del pescespada che attira molti turisti al porto di Scilla al tramonto, quando le passarelle, imbarcazioni utilizzate oggi per pescare il pesce spada, rientrano dopo una lunga giornata in mare e mostrano solo un pesce spada alla gente, sul quale praticano il rito della “cardata della croce” ovvero incidono la pelle del pesce con un segno simbolico, misto di pagano e cristiano, che viene fatto con le unghie di quattro dita a mo’ di croce. In verità di pesci spada ne hanno pescati più di uno ma li hanno fatti scendere dalla passerella prima dell’arrivo in porto, utilizzando piccole barche che li portano via dagli occhi indiscreti che potrebbero influenzare negativamente il pescato futuro.

Che spiagge consiglieresti a chi vorrebbe passare l’estate in questo magico luogo?
La spiaggia principale, ovviamente, il lido delle sirene, le sirene che cercarono di ammaliare Ulisse. La cosa strana è che oggi Scilla inganna gli stranieri, come se ci fossero davvero le sirene che con il loro canto attirano a sé le persone, non per divorarle, ma per conquistarle per sempre. Ti dico questo perché molti turisti che viaggiano in auto diretti in Sicilia, spesso, sono tratti in inganno dall’uscita in autostrada per la città di Scilla. Le due parole infatti sono quasi simili e facilmente confondibili ad alta velocità. Quando si accorgono dell’errore è troppo tardi: sono già stati rapiti dalla sua bellezza e non possono non fermarsi almeno una notte.


Che suggerimenti ci dai sui negozi e sui locali (ristoranti, bar, pub e quant’altro) che bisogna assolutamente visitare?
Di locali dove mangiare ce ne sono tanti e di tutti i gusti (bar, pub, pizzerie, ristoranti, gelaterie) ovunque a Scilla. In quanto scillese, non sarebbe corretto per me indicarvene alcuni rispetto ad altri. Pertanto vi dico che si mangia bene un po’ ovunque e se volete maggiori dettagli sui singoli locali sbirciate le valutazioni degli altri clienti sui siti online. Posso però consigliarvi di non perdere l’occasione di mangiare su una palafitta sul mare a Chianalea, a pranzo o a cena; non sarete delusi né dal cibo e né dalle emozioni instragrammabili che vi regaleranno il mare cristallino, gli scogli e i pesci che si radunano sotto la palafitta in attesa che qualcosa cada dall’alto.


E in quanto a vita notturna, a movida, Scilla com’è?
Cavoli, la movida. E chi se la ricorda più! Da ragazza c’era e come. Discoteche nei lidi in spiaggia, nelle piazze e nei locali. Si ballava ovunque. Oggi tutta la movida notturna si è spostata a Reggio Calabria, la vicina città metropolitana distante solo una ventina di chilometri. Se cercate quindi divertimento fino alle piccole ore del mattino è lì che dovete recarvi, agli incantevoli lidi sulla spiaggia di fronte al mare dello Stretto di Messina, la dimora della Fata Morgana. E magari se rimanete fino all’alba potreste essere così fortunati da vederla. Se invece cercate passeggiate tranquille, accompagnate dal dolce rumore delle onde del mare e dal suo profumo intenso, magari dopo una cena romantica su una pedana a palafitta sul mare, allora rimanete a Scilla. Di notte con i suoi locali e vicoli illuminati, rischiate davvero di innamorarvi, e non del paese intendo.
Qual è il periodo migliore per soggiornare sul Promontorio Scillèo?
Io adoro Scilla d’estate, ma vi suggerirei di venire a giugno e settembre per vivere il paese senza le calche di luglio e agosto. Per chi adora il mare d’inverno, invece, allora deve venire a Scilla nei mesi di gennaio e febbraio quando gli impetuosi venti di libeccio scatenano delle mareggiate così violente che sembrano voler inghiottire l’intero quartiere di Marina Grande e il Castello. Con i cambiamenti climatici in corso però è facile che l’estate inizi già dal mese di maggio e si prolunghi per tutto ottobre, e qualche giornata calda potreste addirittura beccarla a dicembre. Quindi, perché no?, Scilla è da visitare in qualunque momento dell’anno.







Crediti foto
Domenica Fontana, Pexels, Pixabay, Unsplash
Foto di copertina: JanaZbunka, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons
Castello Ruffo al tramonto (sesta foto dall’alto): Cesare Barillà, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons
Marina Grande (decima foto dall’alto): Cirimbillo, CC BY-SA 3.0 via Wikimedia Commons
Castello Ruffo di notte (22esima foto dall’alto): Cirimbillo, CC BY-SA 3.0 via Wikimedia Commons

Della maschera, elemento fondante del Carnevale e di tutti i riti alla sua origine, MyVALIUM ha già parlato; soffermandosi, però, sulle maschere del Carnevale veneziano (rileggi qui l’articolo). In questo post, invece, focalizzeremo la nostra attenzione sull’utilizzo della maschera nelle celebrazioni “carnascialesche” e nella tradizione marchigiana. Come nasce, innanzitutto, la maschera? Partiamo dall’etimologia: il nome “maschera” contiene una radice indoeuropea, “masca”, la cui traduzione riconduce a “fuliggine” o a (in senso figurato) “fantasma nero”. Secondo alcuni studiosi, tuttavia, “masca” deriverebbe dal latino medievale e significherebbe “strega”: esistono svariate testimonianze scritte al riguardo, come l’editto di Rotari, dove quel termine viene citato. Non è un caso, inoltre, che nel dialetto ligure e piemontese il sostantivo “masca” identifichi proprio la strega (rileggi qui l’articolo che ho dedicato alle streghe delle regioni italiane). L’associazione tra maschera e magia, d’altronde, ha radici che affondano nella notte dei tempi; i riti che connettevano il mondo dei vivi con quello dei morti venivano eseguiti con il volto celato da una maschera sin dall’epoca preistorica. La maschera aveva la funzione di annullare l’identità di colui che la indossava, doveva riprodurre i lineamenti dello spirito evocato. Intorno al I secolo a.C., nell’antico Egitto e nell’antica Grecia apparvero le prime maschere funerarie: quella di Tutankhamon, interamente in oro e smalto, rimane celebre. Il teatro greco utilizzò le maschere sin dagli albori, affinchè i personaggi fossero caratterizzati, ben visibili e ben udibili durante le rappresentazioni. Nei culti misterici del mondo ellenico, la maschera divenne anche l’emblema della “morte iniziatica”; la Roma dell’età imperiale, al contrario, conferiva alla maschera un’accezione più che mai giocosa e caricaturiale.

Secoli orsono, le prime maschere di Carnevale erano a dir poco spaventose: nel periodo dell’anno dedicato al caos e all’inversione dei ruoli, raffiguravano gli spiriti che emergevano dagli Inferi per catapultarsi nel mondo dei vivi. C’erano quindi i demoni, che avevano la funzione di importunare e sbeffeggiare chiunque capitasse loro a tiro. Tra balli, baldorie e fustigazioni, l’atmosfera che aleggiava era assai angosciante. Nell’antica tradizione marchigiana ritroviamo la maschera del diavolo, spesso affiancata da quella della morte; sono figure esorcizzanti, dalla valenza apotropaica, alle quali si affiancavano altre maschere tipiche: la sposa, il dottore, il sacerdote, il gobbo e personaggi riferiti alla realtà locale. Si racconta che a Carnevale, nella valle del Metauro, un folto gruppo di maschere si spostasse di casa in casa per esibirsi al suon di fisarmonica in divertenti sketch. Subito dopo, partiva la questua di uova e carne di maiale. Esistono diverse testimonianze, inoltre, di maschere svanite nei meandri del tempo, come “lu Zaravaju” dei Monti Sibillini: chiassoso, simpatico, ribelle e spirito libero per definizione, si ispirava a una persona realmente esistita. I suoi segni distintivi erano i campanacci e le cravatte coloratissime che abbinava ad abiti molto a buon mercato. Ancora una volta ritornano il baccano, lo sberleffo e l’“anarchia”, probabilmente retaggi di riti arcaici dalla profonda valenza simbolica.

Nel XVI secolo, con la nascita della Commedia dell’Arte (da notare che la maschera che gli Zanni indossano si ispira, non a caso, al volto del demonio così com’era rappresentato tra il 1400 e il 1500), ogni maschera ha una sua connotazione ben precisa. C’è Arlecchino, Balanzone, Pulcinella, Gianduja, Colombina, Gioppino, Pantalone, Rosaura, Giangurgolo…e ognuno vanta le proprie peculiarità estetiche e caratteriali. Anche nelle Marche, nel corso dei secoli, hanno preso vita personaggi che caratterizzano determinate province o città. A Pesaro abbiamo Rabachén (baccano) e Cagnèra (litigio), una coppia di coniugi apparsa per la prima volta nel 1874. Rabachén è il re del Carnevale: indossa un cappotto a coda di rondine rosso sgargiante, una tuba nera dall’altezza vertiginosa e una fusciacca bianca e rossa, i colori di Pesaro. Cagnèra è una donna tarchiata agghindata con nastri, pizzi, fiori e fiocchi. L’antichissimo Carnevale di Fano ha come protagonista El Vulòn, una maschera inventata nel 1951 da Rino Fucci (artista e dirigente della Società Carnevalesca cittadina). Il nome El Vulòn si riferisce probabilmente al “Nous voulons” con cui esordiva il banditore di editti durante la dominazione napoleonica, e inizialmente si associava a una maschera saccente, arrogante e con la puzza sotto il naso. Con il tempo, poi, El Vulòn passò ad impersonare in modo satirico le celebrità del momento.

Anche Ancona ha le sue maschere: Papagnoco e Burlandoto risalgono alla metà del 1800. Le creò un burattinaio locale rendendole protagoniste del suo teatrino, ma agli anconetani piacquero talmente tanto da diventare delle maschere del cosiddetto “Carnevalò”. Papagnoco è un campagnolo gretto e rissoso approdato in città, Burlandoto una guardia papalina che non brilla per sagacia. Nel 1999 è stato introdotto Mosciolino, inventato dal grafico Andrea Goroni. Il suo nome si ispira al “mosciolo”, le cozze selvatiche che abbondano lungo la Riviera del Conero, mentre il suo aspetto è quello di una sorta di elfo dei mari. A Macerata la maschera più popolare è Ciafrì, un contadino astuto e irruente che parla solo nel dialetto del suo villaggio. Nel fermano, invece, si è imposto Mengone Torcicolli: marionetta ideata da Andrea Longino Cardinali nel 1816, si tramutò in una maschera dopo mezzo secolo di esibizioni teatrali. Mengone è un personaggio bonario, astuto e dall’aspetto sgradevole a dir poco. Il suo punto di forza è la schiettezza, ed è probabilmente questa stessa dote ad avergli permesso di prender moglie: Lisetta, la sua sposa, lo conosce dopo una vita avventurosa e accetta subito di farsi impalmare. Mengone è ritornato a far parte del Carnevale fermano nel 2019, e non ha mancato di portare con sé la sua Lisetta.
















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“Buon anno a tutte le cose: al mondo! al mare! alle foreste! Buon anno a tutte le rose che l’inverno prepara in segreto. Buon anno a tutti coloro che mi amano e stanno ad ascoltarmi… E buon anno, nonostante tutto, anche a tutti coloro che non mi amano.”
(Rosemonde Gérard)
Capodanno: botti e brindisi, oro e argento, balli sfrenati e fuochi d’artificio. Ma come nasce la tradizione dei botti, così dannosa per i nostri amici a quattro zampe? Per scoprirlo, dobbiamo ritornare indietro nel tempo. Precisamente al 191 a.C., quando, nell’antica Roma, il pontefice massimo spostò il Capodanno al 1 Gennaio; prima di allora, infatti, l’anno terminava a Marzo. Il “pontifex maximus”, attuando questo cambiamento, si ispirò a quanto aveva originariamente stabilito il secondo re di Roma Numa Pompilio. Non era un caso che i romani avessero dedicato il mese di Gennaio a Giano, il dio Bifronte, che guarda contemporaneamente al passato e al futuro. Tuttavia, quando l’anno volgeva al termine, i Saturnali celebravano Saturno con tutti gli onori: l’imperatore Domiziano decretò che si svolgessero dal 17 al 23 Dicembre. Questo periodo di festività era contraddistinto da banchetti, sacrifici e da un’immensa sfarzosità, ma soprattutto dall’inversione dei ruoli. Gli schiavi potevano assaporare il piacere della libertà e farsi servire dai padroni, ma non solo: l’elezione di un princeps, che indossava abiti di un rosso sgargiante (la tonalità caratteristica degli dei) e una maschera grottesca, mirava a mettere in ridicolo la nobiltà. Al princeps venivano conferiti pieni poteri, e poteva impersonare sia Saturno che altre divinità. I Saturnali erano stati istituiti con un duplice scopo. La trasgressione delle regole e il sovvertimento delle classi sociali venivano reputati fondamentali affinchè l’ordine fosse ripristinato dopo il caos più totale; inoltre, i romani identificavano l’Inverno con il periodo in cui gli dei, emersi dalle viscere del sottosuolo, girovagavano sulla terra: allo scopo di ingraziarseli, e di propiziare i raccolti futuri, la popolazione istituiva feste a loro dedicate e li omaggiava con dei doni.

Le celebrazioni erano, anzi, dovevano essere, eccessive, smodate, “rumorose”, tant’è vero che i Saturnalia sono stati paragonati alle odierne feste di Carnevale. Arrivando ai nostri giorni, possiamo facilmente constatare che quel tipo di caos (pur con le dovute variazioni) è parte integrante dei festeggiamenti dell’ultima notte dell’anno: oggi i petardi, i fuochi pirotecnici e d’artificio la fanno da padrone. Persino al ristorante, oppure a casa o al veglione, stappare lo spumante con il botto trionfa su ogni regola di bon ton. Viene spontaneo chiedersi perchè i botti di Capodanno ci piacciano così tanto. La risposta è semplice: in tempi molto antichi, il frastuono o rimbombo prodotto da determinati strumenti musicali veniva utilizzato per allontanare gli spiriti maligni. Un rumore secco il più possibile, come può esserlo uno scoppio, metteva in fuga i demoni, i vampiri, le entità malvagie provenienti dall’aldilà; ciò era valido in tutte le culture. Un botto, insomma, poteva scacciare qualsiasi ombra si facesse largo nel buio dell’Inverno. Persino in Cina, tanto per fare un esempio, l’esplosione dei petardi e dei fuochi d’artificio è un must imprescindibile del Capodanno.

E poi c’è il ballo, che la notte del 31 Dicembre è sfrenatissimo. Le danze rituali, fin dalla notte dei tempi, sono state un denominatore comune di qualsiasi civiltà: danzando si inneggia al prossimo ciclo stagionale, al risveglio della terra, alla fertilità della natura (ma anche degli esseri umani). A Capodanno, l’euforia e l’ebbrezza regnano sovrane, e in quest’atmosfera lo spumante gioca un ruolo essenziale. Lo stesso cenone, interminabile, ricco di cibi e di bevande, ci riporta ai banchetti che gli antichi popoli organizzavano per propiziare l’abbondanza dei frutti della nuova stagione. Tornando ai balli e alla Roma antica, potremmo menzionare i Salii, un collegio sacerdotale istituito dal re Numa Pompilio: i Salii si esibivano in una danza che includeva dei salti al ritmo della musica. Se i salti dei Salii fossero risultati molto alti, avrebbero favorito un’elevata crescita del grano.

Anno nuovo vita nuova


Chi mangia lenticchie il primo dell’anno, tocca i soldi tutto l’anno


Anno bisesto, anno funesto



L’anno vecchio se ne va e mai più tornerà


Anno di neve, anno bene



Chiara notte di Capodanno, dà slancio a un buon anno

Chi lavora a Capodanno, lavora tutto l’anno


Capodanno senza luna, sette nevi sopra una



Per l’anno nuovo, tutte le galline fanno l’uovo


Sono i giorni più belli dell’anno. Vendemmiare, sfogliare, torchiare non sono neanche lavori; caldo non fa più, freddo non ancora; c’è qualche nuvola chiara, si mangia il coniglio con la polenta e si va per funghi.
(Cesare Pavese)























In Svezia, come ho già accennato nell’articolo dedicato al Solstizio d’Estate, la Midsommar, o festa di Mezza Estate, è la più celebrata dopo il Natale. Si svolge nel weekend che segue il Solstizio ed è salutata da un’euforia generale: solitamente viene festeggiata in campagna, in mezzo alla natura, per sancire il ritrovato connubio tra l’uomo e il creato dopo i rigori invernali. Nelle città, le location sono invece rappresentate dai grandi parchi svedesi; a Stoccolma, per esempio, la Midsommar si celebra al parco Skansen, il museo all’aperto più antico al mondo. Imprescindibile è la presenza del midsommarstång, il nostro “albero del Maggio”, che viene ornato di fiori, foglie, piante rampicanti, ghirlande floreali e decorazioni simboliche. Attorno al palo si danza, si canta: sono riti ancestrali che propiziano la fertilità della terra e un copioso raccolto autunnale. Gli svedesi si riuniscono con le loro famiglie, i parenti e gli amici per organizzare gioiose tavolate all’aria aperta. Eh già, perchè la Midsommar è una festa conviviale; si mangia e si beve insieme in abbondanza, approfittando del ritorno della luce per assaporare le più tipiche delizie svedesi.

I cibi tradizionali includono le aringhe in salamoia cucinate in svariati modi (buonissime quelle con panna ed erba cipollina), il salmone marinato, le patate novelle e fragole svedesi in quantità, particolarmente dolci. Bere è un must, in quanto sottolinea l’atmosfera di giubilo per l’arrivo dell’estate: i brindisi di grappa speziata si susseguono accompagnati dagli snapsvisor, caratteristici ritornelli scandinavi che inneggiano alla bontà della bevanda. Potremmo definirli dei versi messi in musica, quasi degli stornelli, che precedono ogni shot di grappa.

I fiori di campo la fanno da padrone sia sul midsommarstång che come elementi ornamentali della festa. Uno su tutti? Le coroncine di fiori che le giovani donne sfoggiano, intrecciate rigorosamente a mano. Una tradizione prevede che le ragazze raccolgano fiori di campo e che ne posizionino, quella stessa notte, sette diverse specie sotto il cuscino: potranno vedere in sogno il loro futuro marito. La Mezza Estate, in Svezia, è una festa nazionale. Le città si svuotano, molte attività chiudono i battenti e chi può, come ho già detto, si riversa nelle località agresti. All’aperto si organizzano giochi, ci si bagna nei fiumi, si accendono gli immancabili falò in prossimità delle acque se non sull’acqua addirittura. Ma soprattutto ci si corteggia, si imbastiscono flirt, ci si innamora: pare che in Svezia, intorno a Marzo e Aprile, si verifichi un picco delle nascite. Non è un caso che questi neonati siano stati ribattezzati “Midsommar barn”, ovvero “bambini di Mezza Estate”.

Il dolce più noto della Midsommar è senza dubbio la Jordgubbstårta: si tratta di una golosissima torta di pan di spagna guarnita con deliziosa crema pasticcera, panna, meringhe, fragole e granella. La torta, molto soffice, può essere stratificata e farcita con le fragole a pezzetti affiancate dalla chantilly e dalla panna montata; le fragole intere, le meringhe e dosi massicce di panna montata abbonderanno, poi, sulla superficie della Jordgubbstårta. Inutile dire che un dolce del genere fa salire alle stelle l’entusiasmo che impregna la festa di Mezza Estate…









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“La notte di San Giovanni, ogni erba nasconde inganni”
(Proverbio Popolare)
Notte di San Giovanni, la più magica e affascinante dell’estate. Non è raro che, in moltissimi luoghi, le tradizioni e i rituali solstiziali si sovrappongano a quelli della solennnità di San Giovanni Battista: ciò ebbe inizio con l’avvento del Cristianesimo, quando la Chiesa, per arginare le credenze pagane associate al Solstizio, sostituì le celebrazioni della “festa del Sole” con la commemorazione della nascita del Santo che battezzò Gesù nelle acque del Giordano. La notte tra il 23 e il 24 Giugno è sempre stata intrisa di mistero. Persisteva l’usanza dei falò con tutte le valenze ad essi associate, ma si pensava che, al calar del buio, le streghe volassero a Benevento per partecipare a un sabba sotto il celebre noce. Anche le erbe rivestono un ruolo importante, in questa notte incantata: sin da tempi remotissimi, si soleva raccoglierne diverse per bruciarle nei falò tradizionali. Secondo le credenze popolari, le erbe della notte di San Giovanni erano impregnate di poteri portentosi che la rugiada accentuava. Ma come venivano utilizzate? In vari modi. Ad esempio, per proteggersi dagli incantesimi. In questo caso se ne legavano alcuni mazzetti a una corda contenente sette nodi, poi la corda si fissava ai portoni delle case. Oppure, insieme a dei fiori spontanei, si usavano per preparare la celebre “acqua di San Giovanni”: la raccolta veniva effettuava nella notte, dopodichè la misticanza di erbe e fiori si immergeva in un recipiente pieno di acqua lasciato all’aperto fino all’alba affinchè potesse godere dei potenti influssi della rugiada. La mattina del 24 Giugno, lavarsi con quell’acqua propiziava la fortuna, la salute e l’arrivo dell’ amore o l’armonia della coppia. Tra le erbe di San Giovanni (oltre a molte altre) sono inclusi l’iperico, la lavanda, l’artemisia, la ruta, la verbena, il rosmarino. Scopriamo perchè venivano privilegiate quelle erbe e qual era il loro significato simbolico.

L’iperico. I suoi fiori color giallo brillante, raccolti in infiorescenze, sono ricchi di un pigmento rosso chiamato ipericina. E’ proprio questo dettaglio che ha fatto sì che l’iperico venisse rinbattezzato “erba di San Giovanni”: la tonalità dell’ ipericina rievocava il sangue che il primo santo e ultimo profeta versò a causa della sua decapitazione (richiesta a Erode da Salomé). L’ iperico, detto comunemente scacciadiavoli, aveva il potere di neutralizzare i malefici delle streghe e delle entità malvagie. Secoli orsono era considerato un’erba curativa efficace contro le malattie respiratorie, il diabete e la depressione, ma si era rivelato anche un ottimo cicatrizzante: in particolare, nel Medioevo se ne faceva largo uso per sanare in fretta le ferite da punta e taglio.

La lavanda. Questo magnifico fiore dal colore che spazia tra l’azzurro e il viola aveva la funzione di proteggere dalle streghe. Per allontanarle, durante la notte di San Giovanni si fissavano dei mazzi di lavanda sui portoni: se si fossero trovate nei paraggi, non sarebbero potute entrare in una casa senza prima aver contato tutti i fiori e le foglie di lavanda collocati sulla porta d’ingresso. A furia di contare, però, sarebbe spuntata l’alba e il sorgere del sole avrebbe obbligato le streghe alla fuga. I fiori di lavanda, così come quelli di iperico, hanno notevoli proprietà medicamentose: combattono i reumatismi, gli spasmi muscolari, le infezioni. Inoltre, favoriscono la diuresi e hanno funzione sedativa.

L’artemisia. Era considerata l’erba della dea Diana, ovvero Artemide, poichè a lei se ne attribuiva la scoperta. I druidi utilizzavano l’artemisia abbondantemente: facevano seccare con cura i suoi rami prima di bruciarla nei falò del Solstizio. L’artemisia proteggeva dagli incantesimi, in particolare da quelli lanciati contro il bestiame. A questo scopo, si realizzavano grandi ghirlande con questa pianta che avrebbero tenuto a distanza le entità malvagie. Persino Plinio Il Vecchio menzionò l’artemisia nella “Naturalis Historia“: ne esaltava le virtù e incoraggiava a portarla con sè durante i lunghi viaggi a piedi, poichè avrebbe alleviato la stanchezza ed attirato la fortuna. Le proprietà medicamentose della pianta erano leggendarie. Si diceva che, nella notte di San Giovanni, le radici dell’artemisia sprigionassero una polvere nera, un portentoso antidoto contro l’epilessia e la peste che teneva anche i fulmini a debita distanza.

La ruta. I suoi fiori gialli possiedono generalmente quattro petali e hanno la forma di una croce, il che la rendeva un simbolo divino. Proprio per questo veniva adoperata per scacciare gli spiriti maligni, ma anche per proteggersi dalle streghe: bastava indossare una collana con un ciondolo che racchiudesse le sue foglie essiccate, oppure custodire queste ultime in un sacchetto da portare accanto al petto. La Chiesa si era dimostrata in linea con tali credenze; le famiglie potevano esibire la ruta sui davanzali delle finestre o fissarla alla porta d’ingresso, ma prima avrebbe dovuto essere benedetta. La ruta sconfiggeva la paura ed eliminava il malocchio. Le sue virtù impedivano anche che in casa si intrufolassero vipere, insetti molesti o roditori. Gli alchimisti la ritenevano in grado di padroneggiare la mente e di volgere in positivo la negatività.

Il rosmarino. Ha fiori violetti ed è noto per le sue proprietà benefiche sin da tempi antichissimi. Era considerato innanzitutto un potente antisettico, perciò, soprattutto quando cominciò a imperversare la peste, si usava per purificare l’aria ed evitare il contagio: in casa ne venivano bruciati i rametti allo scopo di disinfettare l’ambiente. Ma il rosmarino svolgeva un’azione benefica anche per la digestione, combatteva il dolore, eliminava l’ansia, rafforzava la memoria, regolarizzava l’intestino e favoriva la diuresi. In più, per avere un sonno privo di incubi, bastava posizionarlo sotto il proprio cuscino. Persino il legno del rosmarino vantava miracolose virtù. Un cucchiaio in quel materiale era efficacissimo per combattere il veleno, mentre un pettine scongiurava la calvizie. Nell’antichità, il rosmarino veniva reputato un rimedio per ogni male, impossibile citarli tutti. Gli si attribuivano finanche virtù ringiovanenti, portentose per la memoria e per i travasi di bile. Nel 1300, composti a base di rosmarino e altri ingredienti si utilizzavano per preparare la Pece Greca, un disinfettante che, bruciando, purificava gli ambienti chiusi (e qui torniamo al discorso delle pandemie).















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Quando il grano è nei campi, è di Dio e dei Santi.
(antico proverbio agreste)
Si avvicinano i giorni della mietitura del grano, che si effettua tra la fine di Giugno e la metà di Luglio: un momento cruciale per la vita agreste, decisivo al fine di scandire i suoi ritmi; una pratica dalle origini antichissime che, nel corso dei secoli, si è arricchita di significati simbolici che spaziano dalla fede alla cultura. La raccolta dei cereali, una delle principali fonti di nutrimento per l’organismo umano, rappresentava un evento importantissimo nel mondo contadino. L’organizzazione che lo precedeva era perfetta: si spalmava il lavoro su un tot numero di giornate, si riordinavano gli attrezzi, ci si approvvigionava di cibi e bevande per festeggiare il raccolto con pranzi conviviali. La mietitura, infatti, coinvolgeva un numero incalcolabile di persone: le famiglie coloniche si aiutavano tra loro, dando vita a vere e proprie comunità, e i salariati (i lavoranti esterni retribuiti per la loro prestazione) erano moltissimi. Tutti partecipavano alla grande festa del raccolto, anche i bambini, e a ognuno veniva affidato un incarico ben preciso. L’evento chiave dell’ annata agraria vedeva all’opera l’intera collettività. Non è un caso che fosse una sorta di rituale in cui il folklore giocava un ruolo preponderante; danze, stornelli, canti e usanze propiziatorie per la raccolta e lo stoccaggio ne erano parte integrante.

Un tempo, quando l’utilizzo della mietitrebbia era una realtà ancora molto lontana, il grano veniva mietuto con la falce. Il suo nome varia a seconda delle località e delle regioni: falcinella e falciola erano due degli appellativi più comuni. Gli antichi romani, che già se ne servivano, l’avevano battezzata “falx messoria”. In qualsiasi modo la si chiamasse, comunque, rimane il fatto che fosse uno strumento estremamente tagliente; per questo i mietitori erano soliti proteggersi le dita della mano sinistra con degli anelli d’alluminio. Il grano, dopo essere stato falciato, veniva posato sul terreno e ai giovani spettava il compito di raccoglierlo per ammucchiarlo e comporre i covoni, dei grandi fasci di spighe legate insieme. Solitamente, i covoni si posizionavano verticalmente per accelerare l’essiccazione del grano.

Dopodichè avveniva la battitura, la separazione, cioè, del grano dalla spiga. Il grano si spargeva sull’aia e veniva fatto calpestare da asini o da buoi bendati (se non lo fossero stati, si sarebbero cibati del frumento) che effettuavano il lavoro con i loro zoccoli. Gli uomini, intanto, contribuivano all’opera battendo il grano con dei pali.

Infine, il grano veniva pesato e suddiviso in due parti: una spettava al proprietario terriero, l’altra all’agricoltore. Tale mansione, che abbisognava di una grande forza fisica, era svolta dai giovani uomini vigorosi e “gagliardi”, che ne approfittavano per sfoggiare i muscoli davanti alle ragazze occupate a pulire i chicchi dalla pula. Per questo tipo di operazione, sempre effettuata sull’aia, si preferivano le giornate di vento: le spighe battute venivano alzate in aria con l’ausilio dei forconi affinchè la pula, leggera come una piuma, si librasse nell’aria, mentre i chicchi cadevano a terra a causa del loro peso. La preparazione del pagliaio, ovvero la sistemazione del fieno attorno allo stollo (un palo di legno conficcato nel suolo), spettava invece agli uomini e alle donne più maturi. Ogni fase del processo di mietitura e trebbiatura era accompagnata da battute, racconti, stornelli improvvisati sotto forma di botta e risposta, finchè arrivava l’ora del pranzo. I pasti erano abbondanti, rigorosamente genuini e a base di frutti della natura: a gustosi primi piatti seguivano il bollito e una miriade di verdure, dolci fatti a mano e caffè con l’anice. Il vino si manteneva al fresco calandolo in un pozzo dal quale veniva estratto con una carrucola.

Spesso non esisteva neppure una tavolata. I lavoranti e le lavoranti si sistemavano sotto le fronde ombrose delle querce, si sedevano sull’erba e consumavano i pasti su una lunga tovaglia distesa sul suolo. La gioia di stare insieme, l’euforia estiva prevalevano, nonostante la fatica: si rideva, si scherzava, ci si corteggiava con arguzia. Non era raro che sbocciassero nuovi amori, favoriti dalla complicità e dal lavoro collettivo svolto sotto i cocenti raggi del sole.

Ma quali tradizioni si accompagnavano alla mietitura? Abbiamo già visto che rivestiva un ruolo carico di significati per la cultura agreste. Il grano, nei vari stadi che accompagnavano il suo ciclo vitale, era associato a rituali che propiziavano l’abbondanza del raccolto. Si pensava, ad esempio, che le ultime spighe di grano mietute o l’ultimo covone realizzato fossero pregni di una potente valenza simbolica: rappresentavano lo “spirito del grano” e avevano un’importanza decisiva per determinare le sorti delle messi future. Anticamente, in molte civiltà europee, vigeva l’usanza di gettare l’ultimo covone in un fiume o di bruciarlo; l’acqua del fiume era un emblema della pioggia che avrebbe favorito un buon raccolto, mentre la cenere del fuoco, sparpagliata sui campi, avrebbe auspicato la loro fecondità. Altre tradizioni prevedevano che il contadino che mieteva le ultime spighe fosse legato a queste ultime con una corda e che, dopo essere stato condotto nel villaggio, venisse bastonato e poi buttato in acqua.

La parte finale della mietitura aveva una valenza fondamentale in svariati luoghi. La tradizione detta incannata, tipicamente campana, prevedeva che il passante che transitava in un campo a mietitura quasi ultimata venisse insultato dai mietitori; al che, costui avrebbe dovuto rispondere con espressioni gioiose. Ma che significato si celava dietro a questa usanza? Gli insulti avevano una funzione protettiva: salvaguardavano il raccolto dagli influssi negativi che il passante avrebbe potuto esercitare. L’ultimo covone, poi, doveva essere dimenticato sul campo o tramutato in un fantoccio che rappresentava la cosiddetta “madre del grano”. Riallacciandoci al proverbio che apre questo articolo, è d’obbligo dire che la religione era sempre presente, quando si trattava di mietitura. Gli agricoltori invocavano la protezione di Dio, di Maria e di diversi Santi per garantire l’abbondanza delle messi e la buona riuscita dei lavori agricoli. E non solo: esistevano speciali orazioni che assicuravano la tutela degli strumenti utilizzati. Anche i canti e gli stornelli erano di buon auspicio, se non altro perchè incrementavano l’energia e lo spirito di squadra.

L’argomento potrebbe essere approfondito ulteriormente, specie nelle sue declinazioni spirituali e religiose. Però ho deciso di fermarmi qui, focalizzandomi sui significati e sui riti della mietitura nella cultura agreste. Valenze di tipo più mistico meriterebbero un articolo a parte. Concludo quindi questo post sulla scia dell’atmosfera inebriante e rurale che aleggia sull’evento più atteso del mondo campestre.

“Per la santa Candelora, se nevica o se plora, dell’inverno siamo fora; ma se l’è sole o solicello siamo sempre a mezzo inverno”
(Proverbio popolare)
Un tripudio di luci, fiammelle di candele che baluginano nella buia sera di Febbraio: è la festa della Candelora, che celebra la Presentazione di Gesù al Tempio di Gerusalemme. E come prevede la tradizione, durante la Messa si benedicono le candele simbolo di Cristo, definito da Simeone “luce per illuminare le genti”. In tempi molto antichi la Candelora si festeggiava il 14 Febbraio, la stessa data in cui i romani, durante i Lupercali, organizzavano lunghe fiaccolate in onore della dea Febris (detta anche Iuno Februata) a scopo purificatorio: le torce accese erano un emblema della luce che squarcia l’oscurità propiziando il fertile risveglio della natura. Quando Papa Gelasio I abolì i Lupercali tra il 492 e il 496, la solennità cristiana della Candelora andò a sostituire quei festeggiamenti pagani. Fu però l’Imperatore Giustiniano I il Grande, nel VI secolo, ad anticipare le celebrazioni al 2 Febbraio. Il concetto di “purificazione” accomuna, tuttavia, entrambe le festività. Se i romani consacravano i loro riti purificatori a Iuno Februata (dal latino “februare” ovvero “purificare”), i cristiani celebravano la Purificazione della Beata Vergine Maria: le leggi ebraiche ritenevano il primogenito maschio offerto a Dio e bisognava riscattarlo con un’offerta; al tempo stesso, la madre veniva considerata impura nei 40 giorni successivi al parto. Maria e Giuseppe, quindi, si recarono al Tempio 40 giorni dopo la nascita di Gesù. Quando Simeone vide il Bambinello, riconobbe subito in lui il Messia venuto a illuminare il mondo e le persone. Gesù è la luce del mondo, e per simbolizzare il suo fulgore ogni anno, il 2 Febbraio, si benedicono le candele prima di distribuirle ai fedeli. Da qui il termine “Candelora”, derivante da “candelorum” che significa, appunto, “benedizione delle candele”; ed è a questo suggestivo oltre che sacro rito che dedico la nuova photostory di VALIUM. Buona Festa della Candelora a tutti.




















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Le parole dell’anno trascorso appartengono al linguaggio dell’anno trascorso e le parole dell’anno a venire attendono un’altra voce.
(T.S. Eliot)
Capodanno non è mai stato così magico come lo era in epoca Vittoriana. Fu la Regina Vittoria in persona ad estendere le celebrazioni per il nuovo anno in Inghilterra: prima si festeggiava sontuosamente solo in Scozia, dove il 31 Dicembre era stato ribattezzato Hogmanay. Gli scozzesi solevano dedicarsi a una serie di riti che non di rado duravano fino al 2 Gennaio, e la Regina era rimasta altamente intrigata da queste usanze. La passione per l’esoterismo tipica dell’età vittoriana ben si sposava con la data di Capodanno, impregnata di suggestioni incantate in quanto situata proprio a metà dei 12 giorni che intercorrono tra Natale e il 6 Gennaio: in un’epoca in cui lo spiritismo e la preveggenza la facevano da padrone, l’interesse per i riti propiziatori e divinatori dell’ultima notte dell’anno raggiunse proporzioni straordinarie. Le superstizioni associate al Capodanno proliferavano, si arrivò persino a pensare che tutto ciò che accadeva il 1 Gennaio sarebbe stato una sorta di “anteprima” sull’andamento dell’anno nuovo. La divinazione, di conseguenza, divenne un vero e proprio leitmotiv della notte del 31 Dicembre. Libri e manuali consigliavano di trascorrere il Capodanno in famiglia o con gli amici più cari: il modo ideale per dedicarsi tutti insieme alla chiaroveggenza.

La notte di Capodanno, legata a doppio filo a un nuovo inizio, veniva considerata la notte magica per eccellenza. Non erano necessari grandi strumenti per compiere riti divinatori: bastavano un po’ d’acqua, qualche guscio di noce, un numero indeterminato di candele e via dicendo. Le previsioni più richieste riguardavano il nuovo anno e quello che avrebbe portato con sè, oppure i dettagli sul futuro partner, un argomento dall’enorme appeal per le giovani donne in età da marito. Erano moltissime, poi, le usanze propiziatorie. Prima che scoccasse la mezzanotte, innanzitutto, il caminetto andava svuotato di tutta la cenere: l’anno che stava per iniziare sarebbe stato foriero di molte novità. Molte tradizioni riprendevano quelle dell’ Hogmanay scozzese. Eccone qualcuna.

Le visite
Il “primo passo” aveva inizio subito dopo mezzanotte. La prima persona da cui si riceveva una visita avrebbe dovuto portare con sè vari doni. Bevande e cibarie erano i benvenuti, dato che sarebbero stati distribuiti a tutti gli ospiti presenti. Così il visitatore si muniva di whisky, sale, carbone, frutta e dolci tipici, in particolare torte e biscotti. Il cerimoniale dello scambio di regali era interminabile, talvolta durava fino al giorno seguente. Si considerava di buon auspicio ricevere la prima visita dell’anno da un uomo scuro di capelli; i biondi non erano ben visti e spesso veniva loro impedito di varcare la soglia.
Le visite divennero un cardine del Capodanno vittoriano: uscire e andare a far visita agli amici era beneaugurante. Per il principio secondo cui ciò che si fa a Capodanno lo si fa per l’anno intero, fare vita sociale propiziava un anno intenso e pieno di opportunità. Chi rimaneva a casa correva il rischio di passare l’anno tra le proprie quattro mura, magari perchè costretto da una malattia.

A varcare le soglie delle case, tuttavia, erano esclusivamente individui di sesso maschile. Alle donne spettava il compito di ricevere, e i bambini che non avevano ancora compiuto il decimo anno rimanevano con loro. Nelle case, a Capodanno, era tutto un viavai di visite e visitatori: ci si presentava con un biglietto e si entrava subito a far parte della baraonda familiare. Molti fidanzamenti iniziarono proprio grazie alle visite di Capodanno. I giovani uomini e le giovani donne potevano conoscersi, incontrarsi, intrecciare liasons approfittando dell’andirivieni incessante. Le dimore dei benestanti si tramutarono nel punto di riferimento per chi puntava a un pasto luculliano: i loro rinfreschi erano memorabili così come le bevande che erano soliti offrire agli ospiti.
Intorno alla fine dell’800 le visite impazzavano. Si giunse a un punto di non ritorno quando divennero una sorta di competizione: tra gli uomini “vinceva” chi effettuava il maggior numero di visite, mentre le donne gareggiavano a colpi di biglietti da visita ricevuti. Ad imporre una svolta di tipo etico fu la morigeratezza tipica della società vittoriana. Le visite cominciarono a ridursi e si lasciò spazio a tradizioni più “innocue”.

I riti di buono e cattivo auspicio
Alcune azioni, a Capodanno, dovevano essere evitate assolutamente perchè di cattivo auspicio. Ad esempio pulire la casa e fare il bucato, oppure uscire portandosi dietro una lanterna: il fuoco doveva ardere esclusivamente nel camino per non attirare la mala sorte. Foriero di sventura era anche indossare un abito nuovo di zecca, mentre per i giovani uomini uscire con una manciata di monete nelle tasche avrebbe propiziato un prospero anno nuovo. Ascoltare una campana che suonava era un’altro indizio beneaugurale. Esisteva poi una tradizione molto particolare per scongiurare la fame: si usava prendere una torta e lanciarla contro una porta; il nuovo anno non avrebbe fatto mancare le provviste.

I canti di Capodanno
In questa tradizione rientra “Auld Lang Syne”, un’antica canzone scozzese che in Italia conosciamo con il nome di “Valzer delle Candele”: veniva (e viene tuttora) cantata nei paesi anglosassoni per congedarsi dall’ anno vecchio e, in generale, in ogni situazione che implichi una separazione (per esempio quando si termina il liceo e si consegue il diploma). Le parole del canto inneggiano ai bei momenti trascorsi con gli amici e al ricordo grato di quel periodo idilliaco.
In epoca vittoriana, inoltre, a Capodanno si diffuse l’usanza di spedire a parenti e amici delle bellissime cartoline di auguri illustrate, quelle che ammiriamo ancora oggi. Tra i soggetti predominavano bimbi o putti raffiguranti il nuovo anno e personaggi del folklore come i folletti e gli immancabili maiali, senza alcun dubbio emblemi di abbondanza e floridezza.
Illustrazioni
Immagine di copertina via Royce Bar from Flickr, CC BY-NC-ND 2.0 DEED
Immagine n.5 e n.6 dall’alto SMU Central University Libraries, No restrictions, via Wikimedia Commons
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