Un universo surreale e variopinto come realtà parallela: intervista con Sasha Frolova, icona della Inflatable Art

 

Se dovesse descrivere la propria arte con un aggettivo,  la definirebbe (come dichiara in questa intervista) “miracolosa/affascinante”. Io aggiungerei “ipnotica”, in omaggio all’ assoluto magnetismo delle sue opere: utilizzando il latex gonfiabile, Sasha Frolova realizza sculture spettacolari e avveniristiche, giocose e al tempo stesso surreali, concepite sia per l’ esposizione che come leitmotiv di performance mozzafiato. Classe 1984, nata a Mosca, Sasha ha conquistato il pubblico internazionale con la sua “inflatable art”. Il fashion system, poi, la adora. Per fare solo qualche esempio, non è sfuggita all’ attenzione di VOGUE, Dolce & Gabbana hanno concluso la sfilata di Alta Sartoria a Villa Olmo con una delle sue performance e W Magazine, la patinata rivista statunitense, ha pubblicato un photoshoot di Tim Walker dove celebri star hollywoodiane (inclusa Nicole Kidman) posano tra le creazioni dell’ artista moscovita. Scultura e performance art, nell’ opera di Sasha Frolova, si fondono in un meraviglioso amalgama che le sovrappone e le identifica. Le perfomance prendono vita da sculture in movimento (gli “inflatable costume”, una volta indossati, possono essere definiti tali), mentre queste ultime danno vita alle performance in un gioco di reciprocità continua, con le imponenti e variopinte forme del latex gonfiabile a fare da fil rouge.  E proprio il latex evidenzia un contrasto che suscita stupore: associato per eccellenza al Fetish, ma anche ai giocattoli per bambini, è un materiale controverso. L’uso che Sasha ne fa nelle sue opere contribuisce a spiazzare lo spettatore, incerto se collocarle in un contesto erotico o prettamente naïf. Questo dualismo, con tutte le interrogazioni che esso suscita, rappresenta un elemento di spicco nei lavori della performer russa. Si è più propensi, tuttavia, a scongiurare qualsiasi valenza ambigua a favore del fiabesco, dell’ onirico e del fumettistico, considerati anche i molti riferimenti ai comics ed all’ intento, sottolineato da Sasha Frolova stessa, di creare una realtà parallela orientata alla positività: da qui, un’arte disseminata di accenti pop che le permette di calarsi in svariati personaggi, dalla Cyberprincess Marie-Antoinette – esibitasi lo scorso Agosto al Castello di Gradara – alla sgargiante music star Aquaaerobika, che sfoggia sul palco la sua lunga chioma in latex ed utilizza enormi lollipop come microfono.  Affascinata da questa artista straordinaria, innovativa e pluripremiata (finalista, tra gli altri, del Premio Arte Laguna 12.13 e vincitrice del premio speciale “Personal Exhibition”, è stata incoronata The Alternative Miss World 2014 al contest di Londra), ho fortissimamente voluto incontrarla per un’ intervista incentrata sul suo iter e sulle sue sbalorditive opere.

Qual è stato il tuo percorso prima di diventare un’artista?

Fin da bambina, il mio sogno era quello di diventare un’artista. Anche mia madre era un’artista, ma non è mai riuscita a trovare lavoro in Unione Sovietica e si preoccupava per me: non voleva che mi toccasse la stessa sorte. All’inizio l’ho accontentata, e dalla scuola d’Arte sono mi sono trasferita al college di Medicina. Ma dopo la laurea ho capito che l’unica cosa che volevo era essere un’ artista. Forse non sarebbe stato possibile capire cosa volevo davvero, cosa mi piaceva, se non avessi provato a capire cosa non mi piaceva. A volte, per capire cosa vuoi, devi prima capire cos’è che non vuoi. E oggi sono grata a mia madre per quella esperienza.

Quando e come hai deciso di dedicarti all’arte?

Pochi mesi prima della laurea in Medicina ho incontrato il mio insegnante, Andrey Bartenev, un famoso artista russo. Da quel giorno la mia vita è cambiata. Ho iniziato ad aiutarlo nelle sue esibizioni e a dedicarmi all’arte a mia volta. Volevo sperimentare. Mi è sempre piaciuto improvvisare, mi piace il risultato imprevedibile che ne scaturisce. A un certo punto mi sono resa conto che volevo dedicarmi all’arte e che non potevo vivere senza. Ho realizzato di essere un’artista quando sono diventata l’assistente di Bartenev. Mi sono cimentata in qualsiasi campo creativo, in diversi generi: creavo scenografie, inviti e illustrazioni, facevo la costumista per il cinema, mi esibivo in folli performance, lavoravo come stylist, make up artist e molte altre cose ancora. Alla fine, mi sono separata da Andrey e ho trovato la mia strada, diramandola in due direzioni: la scultura e la performance.

 

 

Cosa rappresenta l’arte, per te?

Il futuro dell’arte lo vedo nella sintesi. Mi piace lavorare su generi diversi, combinarli, per realizzare un compendio di qualcosa di nuovo. Credo che gli artisti incentivino il progresso umano, inventino e creino il futuro. E l’obiettivo dell’artista è la creazione del nuovo – nuove forme, nuove idee, nuovi generi, la creazione di ciò che non è mai esistito prima. Per “artista” intendo non tanto una persona munita di un cavalletto e di una tela, ma piuttosto un sognatore e un visionario, con delle idee audaci e in anticipo sui tempi. È interessante dare vita al nuovo, creare qualcosa che non esiste e che nessuno ha mai fatto prima di te, essere unici. Penso che l’arte dovrebbe essere positiva e bella. È molto più facile diventare popolari quando ti appelli ad un contesto negativo, ai problemi politici e sociali, ma tutto questo non mi interessa. Penso che l’arte dovrebbe essere “gentile”. Tutte le mie sculture veicolano un messaggio positivo e si mantengono in bilico tra l’infantilità e il naif, ma in modo consapevole. L’arte che fa appello alla positività è ancora rara, però ultimamente questa tendenza sta guadagnando popolarità ed è sempre più richiesta. Al giorno d’oggi, l’informazione è satura di negatività e lo spettatore ha bisogno di un’arte infantilmente semplice e comprensibile, che causi gioia ed emozioni vivide, che sferzi la coscienza sia attraverso l’apparenza che l’interazione e il gioco. Lavorando nella direzione del linguaggio visivo post-pop, sto cercando di trovare il mio personale approccio alla creazione della forma utilizzando astrazioni geometriche biomorfiche, liquide e semplificate. Voglio che la mia arte sia il più possibile astratta, non collegata a nulla. Meno è connessa con la realtà, meglio è: secondo me, l’arte è una negazione delle leggi fisiche e delle leggi della realtà. E’ il loro rovesciamento. In questo senso, l’arte è un miracolo, la manifestazione della presenza del miracoloso nell’universo. Quindi, cerco di dare allo spettatore l’opportunità di dimenticare almeno per mezz’ora che di trova ad una mostra, di dimenticare la realtà di quel momento e di offrirgliene un’altra, parallela, fatta di altre forme e di diversi colori; una realtà a sé stante e con le proprie leggi, le leggi della fantasia. Penso che l’arte debba essere bella come durante l’epoca Rinascimentale. La bellezza è l’obiettivo principale e la funzione dell’arte, è il canale per connettersi con Dio. La bellezza restituisce pezzi di paradiso al nostro pianeta, come i tasselli di un enorme puzzle perduto. Il senso della bellezza è qualcosa di molto gentile, puro e innocente. La bellezza è immortale, e l’arte è un modo per raggiungere l’immortalità attraverso la bellezza: l’arte è una nuova religione, è il modo di salvare il nostro mondo.

 

Performance a Villa Olmo (Como)  in occasione della sfilata Alta Sartoria di Dolce & Gabbana (2018)

Come nascono le tue opere di “inflatable art”?

Mi sono sempre piaciuti gli oggetti gonfiabili, cercavo un modo per utilizzarli artisticamente. Ho visitato diverse fabbriche di giocattoli gonfiabili, ho approfondito l’argomento tramite lo studio. Dapprima ho cominciato a creare sculture e costumi, stupefacenti giocattoli gonfiabili assemblati in svariate, enormi strutture con del nastro adesivo e del cartone, inoltre ho scritto versi e mi sono esibita in performance di poesia … Ho sperimentato molto. Poi, un giorno, sono stata invitata ad esibirmi a MTV Russia, dove ho visto una conduttrice che indossava un abito in latex e mi sono innamorata di questo materiale. Ha un’estetica visuale potente, è impressionante, lucente. Quindi, insieme a un’ azienda che produce abiti in latex, ho iniziato a realizzare costumi e sculture e la mia idea ha poco a poco preso forma. La mia prima scultura in latex si chiama Lyubolet. L’ho creata nel 2008 per una mostra dedicata agli alieni e tutto ciò che è extraterrestre. Lyubolet è una fantasia sul tema di come un’astronave sarebbe apparsa se l’energia dell’amore fosse diventata il suo combustibile. L’astronave è progettata per due astronauti e può volare solo con l’assoluta reciprocità e simmetria dei loro sentimenti. Insieme alla scultura, ho creato due tute spaziali e una performance. Non sono ancora riuscita a decollare, ma continuo a cercare un partner e credo che in futuro ci riuscirò! Questa scultura ha dato origine ad una serie di oggetti chiamati Psionics – sculture pseudo-macchine che utilizzano l’energia della coscienza e la psiche umana come motore. I miei lavori sono concentrati principalmente sulla forma, la forma è molto importante per me. E mi piace moltissimo il modo di modellare che l’aria offre, è assolutamente diverso dal tagliare il marmo o dallo scolpire il gesso. L’aria allunga la forma, adoro il suo linguaggio. E’ il materiale stesso a creare la forma e sono affascinata da questa co-creazione: non sai mai come si svilupperà il rigonfiamento del latex, provi sempre ad intuirlo…è un processo molto interessante.

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

 

Seduta sulla sua scultura boudoir-trampoline a Les Jardins d’Etretat, in Normandia (2018)

Quali materiali sei solita utilizzare per le tue opere?

Ho scelto due direzioni principali, per la mia arte: la scultura e la performance. Ma definisco le mie performance “sculture in movimento” e i miei costumi “sculture indossabili dal vivo”. Lavoro con diversi materiali e tecniche, ma sono nota soprattutto perché lavoro – da circa 11 anni – con il latex. Il latex è il mio materiale preferito. Lo uso per creare costumi, sculture e installazioni su larga scala. Il latex è un materiale molto delicato, difficile da manipolare: si altera con i raggi UVA e teme il passar del tempo. Ma mi piacciono la sua natura effimera, la sua ariosità, la sua morbidezza, la sua levigatezza. Le sculture in latex sembrano vive, però purtroppo sono temporanee come tutte le cose viventi. Il latex può rimanere intatto al massimo sei mesi, un anno. Tratto le mie sculture con cura e non le espongo per più di due mesi, ma anche in questo modo non sopravvivono oltre cinque-dieci anni. I miei oggetti in latex sono spesso costituiti da moduli gonfiabili separati, incollati insieme in una sola forma oppure fissati ad un telaio di metallo o di plastica. Un’altra cosa importante, per me, è la collisione tra il contesto naif e il contesto sessuale che evoca il latex. Questo conflitto sortisce un effetto disturbante sullo spettatore, che non sa come percepirlo e inizia a interrogarsi su ciò che sta vedendo. E’ quello che voglio ottenere: coinvolgere lo spettatore emotivamente, ipnotizzarlo ed eccitarlo. Oggi faccio sculture non solo di latex; è un materiale adatto per gli interni, però non funziona all’aria aperta in quanto è molto fragile e sensibile alle condizioni esterne. Ma voglio andare avanti e progredire verso un nuovo livello. Voglio muovermi nella direzione dell’architettura gonfiabile, dell’architettura tessile, per realizzare progetti di arte gonfiabile pubblica su larga scala. L’estate scorsa ho realizzato delle vibranti sculture su larga scala, Air Island (13 m di lunghezza e 8 m di larghezza), le più grandi della mia carriera. E vorrei proseguire in questa direzione.

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

 

Mi colpisce molto questo uso del colore, che al bianco e al nero alterna tonalità vivacissime, luminose o trasparenti grazie al PVC. C’è un filo conduttore, dietro alla tua ricerca cromatica?

Il colore è uno strumento potente e una parte importante del mio linguaggio visivo: una chiave per raggiungere i miei obiettivi artistici. La mia arte è incentrata sulla ricerca di ciò che è perfetto, ideale, lucido, luminoso, soprannaturale, fantastico, qualcosa di estremamente raro nella nostra realtà; su un certo super-mondo, dove tutte le proprietà e le sensazioni sono iperboliche, i colori più luminosi. Ogni artista, secondo me, crea il suo mondo parallelo, la sua realtà, secondo le leggi del proprio linguaggio visivo. E attraverso la sua arte, invita gli spettatori ad addentrarsi in questa realtà. Io voglio creare una mia realtà artistica parallela, voglio invitare gli spettatori in una sorta di spazio ideale che esiste secondo leggi diverse e del tutto proprie. Vorrei che le persone fossero deliziate e affascinate dalla mia arte, e l’uso del colore in questo senso mi aiuta. Voglio che la mia arte dia gioia e ispirazione quando la si guarda, come se si guardasse a qualcosa di incredibile. Voglio che la mia arte sposti la prospettiva, sproni lo spettatore a guardare alle cose ordinarie in modo nuovo.

 

 

A proposito di colore, alla Biennale di Venezia ti sei esibita nella variopinta performance Aquaaerobika, dove le tue sculture viventi hanno danzato al ritmo della musica elettronica ed inneggiato a un mood avveniristico. Cosa puoi raccontarci di questo spettacolare show?

Per me scultura e performance sono un tutt’uno. Il mio progetto di musica pop Aquaaerobika è una sintesi di musica elettronica e performance, uno show musicale di pop art con costumi gonfiabili e decorazioni. In realtà, considero questo spettacolo come una scultura dal vivo in movimento. Questo è il filone del mio insegnante Andrey Bartenev, che l’ ha percorso negli anni Novanta ed ha creato performance incredibili con i suoi costumi scultorei in cartapesta. Poiché sono stata una sua studente, vado anch’ io in questa direzione ma in modo diverso. Aquaaerobika è una performance dal format pop grazie al quale posso lavorare per un pubblico più ampio, esibirmi non solo nei musei e nelle gallerie d’arte ma anche nei club, ai festival, negli spazi pubblici. E’ uno show con musica originale, tutti i brani sono scritti appositamente per lo spettacolo e io canto dal vivo; cantare avvolta nel latex non è facile, ma l’impatto visivo giustifica tutte le difficoltà. I costumi e le scenografie si ispirano ai simboli della pop art, dell’op art, dell’estetica fantascientifica, alle anime giapponesi ed ai costumi di Oskar Schlemmer per “The Triadic Ballet”. Puoi riconoscere Betty Boop, Barbarella ed i protagonisti di un fumetto, nel mio personaggio. Mi sforzo di creare un’immagine universale super femminile e di giocare con immagini di donne di epoche e stili diversi, mescolandoli e creando qualcosa di nuovo. Mi attrae anche giocare con il bidimensionale e il tridimensionale, come dimostrano i miei costumi e i miei scenari. A un certo punto, lo show diventa una sorta di cartone animato. Mi piace immaginarmi al suo interno, è sempre divertente: la neve cade in un modo così favoloso e irrealistico, i colori sono così luminosi e le ombre così grafiche che sembra di essere entrati in un film d’animazione di Miyazaki o in un vecchio cartoon sovietico. Natura e arte spesso competono tra loro in straordinarietà e non si è in grado di distinguere dove finisce la natura e dove inizia l’arte … A volte, è difficile capire cosa ti emoziona di più.

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

 

Sasha e uno scorcio della sua installazione Air Island

Non era la prima volta che venivi a Venezia. Tra l’altro, lo scorso Carnevale hai fatto una entrée trionfale, insieme al Principe Maurice, in total look “inflatable” settecentesco. Come ricordi quell’ esperienza?

L’ingresso in costume in Piazza San Marco è una delle suggestioni più ineguagliabili che io abbia mai provato in vita mia! Prova a immaginare: una folla di persone, la magica Cattedrale di San Marco davanti a te, il sole splende, fa freddo, l’atmosfera è eccitante, sei circondata da creature meravigliose in incantevoli costumi … In quel momento ho sentito un’incredibile connessione con l’anima di Venezia, ho sentito Venezia dentro di me, avevo la pelle d’oca! Sebbene sia stata un’apparizione molto breve, di fatto pochi secondi, quei momenti sono ancora vividi nella mia mente, ed emanano uno splendore tale da farmi provare un’immensa gratitudine nei confronti della vita e del Principe Maurice (rileggi qui la puntata di “Sulle tracce del Principe Maurice” dedicata al Carnevale di Venezia) che mi ha permesso di vivere questa esperienza. Conserverò tra i miei ricordi quei preziosi brividi per tutta la vita.

 

L’ ingresso in piazza San Marco con il Principe Maurice al Carnevale di Venezia 2019

Quale aggettivo adopereresti, solo uno, per definire la tua arte?

Miracolosa / affascinante?

 

Photo by Ermakov Roman

A quali progetti ti stai dedicando, al momento? E’ possibile avere qualche anticipazione?

Spero di lavorare di più per il teatro e per l’opera, mi piace lavorare con del materiale classico e ripensarlo. L’anno scorso ho realizzato i costumi per il “Flauto magico” di Mozart messo in scena al Teatro dell’Opera Helikon di Mosca, è stata un’esperienza straordinaria che mi è piaciuta molto. Tra i miei progetti c’è una grande personale a Mosca il prossimo anno, al Museo d’Arte Moderna, ed ho intenzione di concentrarmi su questo.

 

Nicole Kidman nel photoshoot che inneggia all’ inflatable art di Sasha Frolova scattato da Tim Walker per W Magazine (styling by Sarah Moonves)

Questo slideshow richiede JavaScript.

 

Come descriveresti l’attuale panorama artistico russo?

Abbiamo molti artisti di talento, davvero unici. La scena artistica in Russia si sviluppa rapidamente, ci sono stati tanti cambiamenti positivi e c’è una potente energia. Forse non è un panorama molto vario, ma è davvero interessante ed ha del potenziale.

Vorrei concludere questa intervista chiedendoti quali sono gli artisti contemporanei che, al momento, consideri maggiormente interessanti e innovativi.

Ad esempio, c’è l’artista e scultrice giapponese Mariko Mori, che crea progetti molto interessanti legati allo spazio. Mi piace anche Anish Kapoor, soprattutto il modo in cui lavora con la forma, con le dimensioni. Sono sempre deliziata dal suo lavoro, dal livello tecnologico delle sue opere: le guardi e semplicemente non capisci come abbiano potuto essere realizzate.  Allo stesso tempo, le sue forme appaiono come metafore poetiche. Mi piacciono anche gli artisti che lavorano con l’inflatable. C’è un collettivo, il FriendsWithYou di Miami. Sono una grande fan delle loro opere intrise di felicità e di positività. Realizzano enormi installazioni gonfiabili e mercatini di oggetti gonfiabili sulle spiagge di Miami. Sono degli artisti fantastici! Sono davvero ispirata dagli artisti superproduttivi e polistrumentali che lavorano su una vasta varietà di media, così come dagli artisti che fanno delle loro stesse vite un’opera d’arte. Considero miei mentori diversi artisti – prima di tutto Andrey Bartenev, ma anche lo scultore Andrew Logan ed il famoso clown Slava Polunin: è molto importante incontrare persone che ti ispirano ed acquisire da loro la conoscenza e l’esperienza.

 

 

Altri due momenti della performance a Villa Olmo realizzata per la sfilata di Alta Sartoria di Dolce & Gabbana (2018)

ICECREAMIZER, inflatable sculpture (2010)

SPECULUM, inflatable sculpture (2016)

Questo slideshow richiede JavaScript.

 

TWIRL, Pink edition (2016). Inflatable latex sculpture

Questo slideshow richiede JavaScript.

 

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

 

 

 

Photo courtesy of Sasha Frolova

 

 

“The Origins”: il mito di Memorabilia rinasce a nuova vita

Cirillo dj e il Principe Maurice, i due headliner del progetto

In attesa di ritrovare il Principe Maurice nella prossima puntata della rubrica che VALIUM gli dedica, “Sulle tracce del Principe Maurice”, ho il piacere – oltre che l’ onore – di anticiparvi un progetto che i suoi fan, e tutti i fan di Memorabilia, adoreranno. Signore e signori, rullo di tamburi per “The Origins”: un nuovo format, una nuova iniziativa che vedrà Maurice nelle sue vesti più leggendarie, quelle di icona della notte e del Teatro Notturno. Il luogo in cui debutterà questo inedito concept non poteva essere che Riccione, patria dell’ indimenticabile Cocoricò. Come in un cerchio che si chiude per ricrearsi subito dopo, “The Origins” riflette la natura ciclica delle cose: ad ogni fine succede un inizio, e così via all’ infinito. Ma partiamo innanziutto dall’ evento, che vi descrivo prendendo in prestito le parole del comunicato stampa ufficiale.

Sabato 19 Ottobre la collina di Riccione ospiterà la première del format più autentico riferito alla memoria techno degli anni ’90, diretta derivazione con i protagonisti storici del mito di Memorabilia: “The Origins”. Al Prince si ritroveranno coloro che hanno dettato le regole e definito l’immaginario diventando icone assolute per generazioni di techno lovers:  Cirillo, Saccoman, Ricci Jr., Cek saranno l’orchestra e il Principe Maurice, con la sua compagnia, il Teatro Notturno. Proprio come allora, più di allora: ORA!

Ma qual è la filosofia che sottostà al progetto? E’ presto detto. Se Memorabilia è la celebrazione del fenomeno musicale e performativo techno che ha segnato un’ epoca fondamentale per il mondo della notte, per la sua valenza artistica e storica, “The Origins” nasce dall’ esigenza di proseguirne il percorso emotivo  andando propriamente alla fonte di quel movimento che aveva trovato nella Piramide il suo straordinario habitat. Il mito e il rito vengono così celebrati proprio dai protagonisti di allora, che sentono l’esigenza di proporre un viaggio che riporta alle radici di un successo senza tempo. Il luogo, più che fisico, diventa mentale, in un coinvolgimento sensoriale totale e travolgente. “The Origins” non è “figlia” di Memorabilia, ma probabilmente la “madre” che si rivela finalmente quale matrice senza limiti di tempo e spazio per la potente energia che ha generato e che continua a nutrire con libertà, dignità e amore un mondo di suono, creatività e passione.

 

 

A pochi giorni dall’ esordio di un progetto così speciale, naturalmente, ho contattato il Principe Maurice per saperne di più. Ecco cosa mi ha raccontato su “The Origins” :

” Con tutti i protagonisti dell’ epoca d’oro della Piramide ci siamo confrontati e abbiamo pensato che fosse necessario reagire allo shock e all’ empasse per la chiusura del Cocoricò, riunendoci a corte per reagire anche alla confusione di format riferiti alla memoria storica del movimento giovanile musicale, artistico e sociale più importante degli ultimi decenni. Da qui è nata l’idea di tornare alle origini del tutto, ma chiudendo il cerchio (simbolo del progetto) e proponendo anche una nuova visione che dia il senso del passato che si trasforma, senza soluzione di continuità, in nuove sperimentazioni dei suoni e delle visioni. Insomma qualcosa, in attesa degli sviluppi non facili e immediati della situazione riccionese, che ribadisca i valori, la professionalità e la creatività necessari per mantenere vivo il lavoro svolto finora da tutti noi. E’ bello che tutto questo ricominci dalla collina magica, in un posto che mi è sempre piaciuto e che è stato rinnovato totalmente per l’occasione: il Prince. Ci crediamo molto e il feedback da parte del nostro pubblico è già altissimo! “

Il 19 Ottobre, quindi, tutti al Prince di Riccione per partecipare al nuovo, affascinante rituale che vi trascinerà in un vortice di atmosfere techno “primordiali”: un’ autentica esperienza sensoriale, un viaggio agli albori di Memorabilia che coinvolgerà in toto le vostre emozioni. Con “The Origins”, inizia un percorso che va a ritroso nel tempo per tracciare un futuro completamente da scoprire. “Tutto muta, nulla perisce”, disse Ovidio. E miti come la Piramide, si sa…non muoiono mai.

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

I dj protagonisti dell’ iniziativa

 

 

 

Photo courtesy of Maurizio Agosti

 

Tarocchi, cosmo e mistero: arriva MAC x Pony Park, la make up collection più esoterica di MAC

 

Esiste un mese più magico di Ottobre? Forse no, dato che una festa come Halloween lo conclude in gran bellezza. Dall’ esoterismo halloweeniano ai Tarocchi il passo è breve: non a caso, proprio in questi giorni MAC presenta la sua nuovissima collezione, creata in collaborazione con la make up artist coreana Pony Park (al secolo, Park Hye Min) dalla quale prende il nome. Un’ aria di mistero spira sin dal packaging dei prodotti di MAC x Pony Park, nero e impreziosito da una riproduzione dorata dei Tarocchi dedicati alla luna, al sole, alle stelle…Simboli tanto emblematici quanto celestiali. Il che non stupisce, data la passione nutrita da Pony Park per gli Arcani Maggiori e per la loro iconografia, ma anche per i cristalli: questa collezione, quindi, non poteva che essere un fatato e sofisticato omaggio al cielo stellato. MAC l’ ha appena lanciata sia on line, che nei suoi store disseminati in tutto il mondo, ammaliandoci con il mood incantevolmente enigmatico che emana.

 

Pony Park nell’ad della collezione

MAC x Pony Park, in limited edition, include due highliter, una palette occhi, una serie di lipstick liquidi dai colori ipnotici, un gloss “plumping” dedicato alle labbra, pennelli e ciglia finte oltre che, dulcis in fundo, uno spray adibito al fissaggio del trucco.  Seguitate a leggere, se volete addentrarvi nei più magici meandri del suo universo.

 

 

Lo sguardo si ammanta di tutto l’ incanto possibile con Eyeshadow x 8: Hocus Pocus, una palette di  otto ombretti declinati in un’ affascinante gamma di rosa, oro e bronzo-dorati. Per caratterizzarla, Pony Park ha scelto il Tarocco della Luna. Simbolo degli aspetti più reconditi della mente, l’inconscio e la memoria, l’astro d’argento si associa al lato onirico, intuitivo e fantasioso dell’ animo umano. Gli ombretti di Hocus Pocus (il nome rimanda ad una sorta di “Abracadabra”) riflettono questi indizi tramite cromie avvolgenti e al tempo stesso delicate, ad alto tasso di pigmenti: sono Brownie Points (un rosa duochrome), Lie Low (un marrone-oro che vira al pesca), LaDiDa (un bronzo che vira al rosso perlato), Lo and Behold (un prugna vagamente rossiccio), All in All (un oro che vira al bronzo perlato), Carboncopy (un beige-rosa che vira al ghiaccio perlato), Blanche Cloud Nine (un marrone chiaro che vira al rosa) e Touch Wood (un marrone-rossastro perlato).

 

 

Gli illuminanti inclusi nella limited edition non potevano che essere “lunari”. Ne sono presenti due, gli Extra Dimension Skinfinish Highlighter: entrambi vantano un finish satinato ed olografico che riveste la pelle di riflessi. Sono disponibili nelle tonalità Sky’s the Limit (un oro chiaro platinato) e Cold Comfort (un lavanda pallido e bluastro). Il Sole e le Stelle rappresentano i Tarocchi a cui si associano: il primo, emblema della luce che risplende nell’ anima, il secondo, allegoria del contatto con il cosmo, della speranza e del destino.

 

 

Il clou della collezione è senza dubbio costituito dai Matte Lip Mousse, nove lipstick a dir poco stellari (è il caso di dirlo). La loro texture è in realtà una mousse iper soave, a lunga durata e dalla coprenza che può essere modulata a proprio piacimento. Il finish matte, ma oltremodo soffice, ne intensifica la colorazione e le proprietà idratanti. Le nuance dei Matte Lip Mousse esplorano diverse gradazioni di rosa e di rosso: i loro nomi? My Better Half (un rosso intenso), Moot Point (un vinaccia avvolgente), Cordon Bleu (un rosa vivace), One-Hit Sharp Cookie (un nude dai toni caldi), Off the Record (rosso vino), Love is Blind (un fucsia freddo e vibrante), Stone’s Throw (burgundy), Beck and Call (un rosa freddo e delicato) e Privacy Please (un corallo vivido che vira al rosa). A contraddistinguere i Matte Lip Mousse sono i Tarocchi delle Stelle. Per chi ama dar volume alle proprie labbra, rimpolpandole a dovere, c’è invece Lip-Plumping Lip Gloss, un gloss lucidissimo e tinto di rosa tenue.

La limited edition MAC x Pony Park si conclude, infine, con una rivisitazione dello spray fissante per il make up Prep+Prime Fix+, un cult del brand, che attraverso microperle luminose mantiene il trucco inalterato e dona al volto un magnifico aspetto glowy. Due pennelli con le setole di diversa consistenza, Face Powder Brush e Duo Fibre Eye Shader Brush (l’uno dedicato alla stesura delle polveri, l’altro ideale per le sfumature), completano la collezione insieme a False Lashes, un paio di ciglia finte: tutti strumenti che accentuano ulteriormente il fascino di una collezione intrisa di seduttività cosmica.

 

 

 

Paris Fashion Week: 10 +1 flash dalle sfilate PE 2020

BALENCIAGA – Abiti come uniformi, look rivelatori di una professione o di uno status symbol; naturalmente, il tutto “rivisto e corretto” secondo lo stile di Demna Gvasalia. Il womenswear della collezione risalta abiti, trench e giacche tipicamente anni ’80 sia nelle forme che nei pattern, come alcuni maculati che rievocano il boom dell’ animalier ai suoi albori. Ma sono le spalline enormi, maestose e squadratissime a sancire il trionfo di un’estetica “alla Dinasty”, almeno fino a quando non entra in scena una serie di long dress lineari, amplificati dalle crinoline e tinti di un monocolor vibrante: un omaggio a Cristòbal Balenciaga ed ai suoi inizi di carriera.

Quarto ed ultimo appuntamento con le Fashion Week delle capitali mondiali della moda: il nostro tour si conclude con Parigi, dove le sfilate delle collezioni Primavera Estate 2020 hanno chiuso i battenti il 1 Ottobre. Nella Ville Lumière si è assistito ad uno sfolgorante connubio di chic parisien, stravaganza ragionata e coscienziosità eco-sostenibile. La natura, il mondo vegetale, l’ambiente hanno fatto da leitmotiv a svariate collezioni ed ai rispettivi fashion show, (basti pensare a quelli di Dior e di Marine Serre), di conseguenza il tema “floral” è risultato vincente sia nei pattern che nei motivi ornamentali. Tra i materiali, il denim  ha fatto la sua riapparizione declinandosi in versione délavé e riciclata, in linea con le tematiche eco, mentre le silhouette hanno evidenziato una fluidità pressochè umanime, scolpita di frequente dal plissé. Per le spalline anni ’80 è stato un boom anche a Parigi, dove l’ ispirazione è andata a ritroso nel tempo in molteplici occasioni: i decenni dei ’70 e dei ’90 sono riaffiorati in più d’una collezione, ma alcune griffe si sono spinte persino oltre, facendo rivivere epoche come quella di Marie Antoinette e la Belle Epoque. Dal punto di vista cromatico si è registrato, invece, un predominio di colori vivaci, non di rado sconfinanti nel fluo (vedi Valentino). Qualche colpo di scena? Gli abiti – coloratissimi e plissettati – scesi come paracaduti sui corpi delle modelle durante lo show di Issey Miyake, allestito nel centro culturale Le Centquatre, Naomi Campbell che ha chiuso il défilé di Saint Laurent, un autentico tripudio di luci sullo sfondo della Torre Eiffel, la surreale intrusione alla sfilata di Chanel della YouTuber “Marie S’Infiltre”, prontamente allontanata da Gigi Hadid: “Paris est toujours Paris”, come recitava il titolo di un vecchio film.

 

DIOR – La donna giardiniera di Maria Grazia Chiuri è una figura doppiamente emblematica: si ispira a Catherine Dior, sorella di Monsieur Christian, appassionata di botanica e coraggiosa attivista durante la Seconda Guerra Mondiale, e al tempo stesso rimanda alla natura e all’arte di prendersene cura. Non è un caso che alla scenografia del défilé abbia collaborato Coloco, un gruppo di architetti che esalta il giardinaggio in quanto strumento di inclusività; piante eterogenee e provenienti da località diverse convivono armoniosamente, favorite da un progetto che coniuga la botanica con l’etica e con la responsabilità. I look della collezione, ricchi di decori e applicazioni tratti dal mondo vegetale, esaltano colori intensi in dégradé e sfoggiano preziose lavorazioni a base di rafia, pizzo e tulle.

 

SAINT LAURENT – La location è il Trocadero, illuminato da un tripudio di spettacolari fasci di luce. Sullo sfondo della Torre Eiffel sfila una parata di look che celebra, a un tempo, lo stile “rock anni ’70” di Vaccarello e l’heritage della Maison: il nero predomina e viene coniugato con una miriade di minishort, bluse trasparenti, coat trequarti, giacche da smoking. Ed è proprio lo smoking, un cult di Yves Saint Laurent, a trionfare nei look di chiusura. Decilnato in versione scintillante, in velluto o in un prezioso satin, si abbina ai calzoncini così come ai bermuda e ai pantaloni, ma ma con l’ orlo rigorosamente alla caviglia. Naomi Campbell conclude la sfilata sfoggiando un tuxedo in total black che irradia bagliori: un’icona senza tempo per un capo senza tempo che non cesserà mai di affascinare.

 

BALMAIN – Geometrie optical in black and white delineano abiti che sembrano tagliati seguendo la sagoma delle loro forme. Squarci inaspettati, scolli off the shoulders abbinati a maniche extralong, pantaloni asimmetrici privi di una gamba predominano insieme alle spalline extrasize. Dal bianco e nero si passa poi a una palette vivacissima: il giallo, il blu elettrico, il rosa, l’arancio e il verde mela ravvivano suit in denim con microtop e una serie di evening dress scolpiti da un plissé spettacolare o cosparsi di piume. L’ ispirazione è anni ’90, ma a muse come Beyoncé, le Destiny Child e Britney Spears Olivier Rousteing affianca una Grace Jones più che mai al top, rievocata da fascianti tute con cappuccio incorporato.

 

CELINE – Gli anni ’70, un trademark della cifra stilistica di Slimane, ammantati di una allure tipicamente parigina: per la Primavera Estate 2020 Hedi Slimane rimane fedele ai suoi stilemi, spingendosi ancora oltre nell’ esplorazione di un’ estetica che contribuì a consolidare il “discreto fascino della borghesia” francese: gonne pantalone, jeans délavé a profusione, bluse con collo a fiocco o con jabot si accompagnano a giacche scamosciate, shearling e pellicce a pelo lungo, ma sono soprattutto gli accessori a definire i look. Gli occhiali da sole a goccia, alternati a lunghi stivali ed a cappelli simili a turbanti, sono i puntini sulle i che contribuiscono a rievocare un decennio quasi mitico, omaggiato anche nell’ abito plissettato e scintillante (una transizione dall’ Hippie style a quello di matrice “Studio 54”) che chiude la sfilata.

 

THOM BROWNE – I cardini dello stile WASP incontrano quelli della Francia pre-rivoluzione: il risultato è una collezione che fonde il preppy con le crinoline. Browne racconta questo mix in maniera surreale, genialmente eccentrica, ma avvalendosi di un’ accuratissima sartorialità. Risaltano il trompe-l’oeil profuso e un tocco ironico, soprattutto negli outfit simili a divise dell’ high school abbinati a zeppe tanto playful quanto vertiginose, oppure nelle crinoline indossate sulle gambe nude. Il seersucker fa da tessuto-leitmotiv a silhouette svasate, arricchite da gonfie gonne multistrato o sorprendenti culotte d’antan. Il tocco iconico? Le acconciature torreggianti, in puro stile Marie-Antoinette, su cui si posano veli che ricoprono anche il volto.

 

VALENTINO – Pierpaolo Piccioli parte da splendide rivisitazioni di un capo basic, la camicia bianca, per sviluppare una collezione – come sempre – da standing ovation. Voluminose maniche a sbuffo, ruches, gorgiere e colletti stilizzati ricorrono nei look in total white che aprono la sfilata, mentre il colore comincia ad avanzare sotto forma di stampe e, poco a poco, esplode in una serie di evening dress tinti di nuance al neon. Non mancano accenti di matrice Rinascimentale, un trademark della “new era” di Valentino. Piume, paillettes, pizzi e volants impreziosiscono abiti che non lesinano incursioni nel nero, ma il bianco riemerge nel look di chiusura: uno spettacolare long dress ornato da una miriade di ruches scultoree.

 

GIVENCHY – Rivisitazioni del minimalismo americano anni ’90 coniugato con gli anni ’90 francesi, stilisticamente intrisi di residui “barocchi” del decennio precedente: potrebbe essere, in sintesi, il nucleo attorno al quale ruota questa collezione. Clare Waight Keller privilegia linee pulite, ma fluttuanti, di tanto in tanto arricchite da forme a sbuffo o movimentati drappeggi. Colpiscono i materiali: ai top, ai trench e agli abiti in pelle si alterna un denim a dosi massicce e rigorosamente riciclato, un’ode alla sostenibilità, che si declina in jeans squarciati o in abiti bicolor composti da due toni differenti di tessuto délavé. Silhouette più morbide contraddistinguono i numerosi long dress dall’ imprinting floreale, che puntano sul monospalla o su scolli a V vertiginosi ingentiliti da ampie puff sleeves.

 

STELLA MCCARTNEY – La collezione più sostenibile mai realizzata da Stella McCartney, che ha usato più del 75% di materiali eco-friendly per ribadire il suo messaggio: la designer, ormai da anni, esorta ad uno shopping responsabile e ad una moda in linea con le esigenze ambientali. Avvalendosi di una palette “discreta”, ma illuminata da squarci di arancio, turchese e color giada, McCartney dà vita a look disinvolti e freschi, che esaltano una silhouette generalmente ristretta nel fondo e con maniche svasate per contrasto. Spicca un motivo decorativo, una sorta di bordatura a zig-zag arrotondato, che appare sulla maggior parte degli abiti, delle tute e dei capispalla come a sottolinearne l’allure fluida, e non mancano le stampe floral: un omaggio alla natura.

 

LOUIS VUITTON – Ispirazione Belle Epoque per Nicholas Guesquière, che manda in scena una collezione-tributo ad una delle più importanti epoche della storia francese: un periodo contrassegnato dai primi accenni di emancipazione femminile e dalla nascita della griffe Louis Vuitton, fondata nel 1854 sulla scia della voga del viaggio. Gli stilemi che Guesquière privilegia non potevano tralasciare il Liberty, presente nelle stampe e nei motivi ornamentali, mentre bagliori Déco, profusi sui tipici pattern geometrici, si affiancano ai colletti arrotondati ed alle maniche a sbuffo. Anche dettagli come gli stivaletti stringati e lo chignon morbido, citano l’era memorabile dell’ Exposition Universelle parigina. Tuttavia, a sorpresa, a fare da fil rouge sono miniskirt e gonne portafoglio, capi contemporanei che il connubio con il Déco rende vagamente “Biba style”.

 

MAISON MARGIELA – Presentata con la collezione Artisanal l’estate scorsa, la Snatched Bag è una borsa no-gender. John Galliano l’ha riproposta sulle passerelle parigine in occasione delle sfilate di Ready-to-Wear, dove non è passata inosservata: non è un caso che il suo nome, in slang, significhi più o meno “terrific”. La Snatched bag sfoggia un aspetto inedito, assolutamente unico, che conquista all’ istante. E’ geometrica, “spigolosa” ma accattivante, e può essere indossata sia a tracolla che a mano, oppure ancora come un marsupio. Ulteriori suoi punti di forza sono i colori, un’ ampia gamma a partire dal bianco (come quella nella foto), ed i formati maxi e mini che la contraddistinguono. Cos’altro dire di questa borsa, se non che concentra tutto lo spirito iconoclasta di Galliano?

 

 

 

 

Givenchy Le Rouge, Le Rouge Deep Velvet e Le Rouge Night Noir, una triade di rossetti che omaggia la Couture di Clare Waight Keller

 

Givenchy, ovvero Couture nella moda nonché nel make up, dove i prodotti della Maison fanno sfoggio di lussuose qualità sensoriali. Per l’Autunno, le labbra si vestono di uno chic del tutto speciale grazie a tre linee di rossetto appena lanciate: si chiamano Le Rouge, Le Rouge Deep Velvet e Le Rouge Night Noir. La triade, un sofisticato omaggio agli stilemi di Clare Waight Keller, è composta da lipstick che sono il complemento ideale delle creazioni della designer, da due anni al timone creativo di Givenchy, e vanta un look impeccabile persino nella confezione. Basti pensare che Le Rouge, Le Rouge Deep Velvet e Le Rouge Night Noir sfoggiano, rispettivamente, astucci di vera pelle, di sontuoso velluto rosso e scintillanti su base “noir”, questi ultimi a richiamare la collezione Autunno Inverno 2018/19 da cui i rossetti prendono il nome (Night  Noir, appunto). Preziosa è anche la palette cromatica delle tre linee, che spazia dai colori più intensi ad un connubio di nero e di nuance sfavillanti: denominatore comune, una texture morbida che scivola sulle labbra e le dota di un tocco di eleganza pura, esaltandole di volta in volta con un finish matte, poudré oppure madreperlato.  La Couture di Clare Waight Keller, non c’è dubbio, nella triade dei Le Rouge ha trovato il suo perfetto pendant.

 

 

LE ROUGE – Segni particolari? E’ matt, luminoso, ad alta copertura e a lunga durata: il suo colore rimane intatto per almeno 12 ore. Si avvale di una formula che combina l’acido ialuronico con i fiori di Acmelia oleracea, garantendo un potente effetto nutriente e rimpolpante. Leviga le labbra e le avvolge in un comfort estremo, straordinariamente luxury. Le nuance in cui si declina sono ben 22, tra cui le nuovissime N. 333 L’ Interdit (un rosso “ricco” e intenso), N. 218 Violet Audacieux (viola prugna), N.316 Orange Absolu (un arancio esplosivo) e N.334 Grenat Volontaire  (rosso granata). Ecco invece le rimanenti tonalità: N. 102 Beige Plume (un nude rosato), N.103 Brun Créateur (un rosa antico scuro), N. 105 Brun Vintage (un rosa antico molto scuro), N. 106 Nude Guipure (un nude rosato intenso), N. 201 Rose Taffetas (un rosa caldo ed avvolgente), N. 202 Rose Dressing (un rosa caldo scuro), N. 204 Rose Boudoir (un rosa che vira vagamente al carminio), N. 209 Rose Perfecto (un fucsia elettrico), N. 303 Corail Décolleté (rosso corallo), N. 304 Mandarine Boléro (un rosso corallo che vira all’ arancio), N. 306 Carmin Escarpin (rosso carminio), N. 307 Grenat Initié (un rosso granata chiaro), N. 315 Framboise Velours (rosso fragola), N. 317 Corail Signature (corallo), N. 323 Framboise Couture (un rosso fragola che vira al fucsia), N. 324 Corail Backstage (un corallo che vira al rosa), N. 325 Rouge Fétiche (rosso) e N. 326 Pourpre Edgy (un rosso porpora scuro).

 

L’astuccio in vera pelle di Le Rouge

 

LE ROUGE DEEP VELVET – Il suo nome è tutto un programma: vellutato, poudré e pigmentato al punto giusto da risultare cromaticamente vibrante, avvolge le labbra in una pellicola matte che le riveste per 12 ore. Il finish opaco viene arricchito dal burro di mango incluso nella sua formula, che accentua la morbidezza e la colorazione del rossetto. Sofisticato e confortevole al tempo stesso, è disponibile in sei nuance: N. 14 Rose Boisé (rosa antico), N. 25 Fuchsia Vibrant (fucsia), N. 33 Orange Sable (un arancio che vira al rosa oro), N. 37 Rouge Grainé (rosso granata), N. 42 Violet Velours (viola scuro) ed il nuovissimo N. 10 Beige Nu, un rosa nude ultrachic.

 

L’astuccio in velluto rosso di Le Rouge Deep Velvet

LE ROUGE NIGHT NOIR – Magnetico, enigmatico, scintillante: questi i tre aggettivi che meglio lo descrivono. Si ispira a Night Noir, la collezione che Clare Waight Keller dedicò all’ Autunno Inverno 2018/19, e ne riflette l’allure iconica. Coniuga una base nera madreperlata con nuance misteriose che rievocano le cromie d’ Autunno più squisitamente raffinate, e vanta una formula a base di acido ialuronico e fiori di Acmelia oleracea. Il suo punto di forza sono i bagliori che emana, mirabilmente espressi in sei shade sfavillanti: N. 1 Night in Light (un nero “esoterico” e carico di charme), N.2 Night in Red (un profondo burgundy), N.3 Night in Gold (bronzo), N. 4 Night in Blue (un blu cobalto scuro), N. 5 Night in Plum (un vivace viola prugna) e N. 6 Night in Gray (un argento scuro).

 

L’astuccio luccicante di Le Rouge Night Noir

 

 

 

 

Glitter People

 

” Quando ero una bambina, pensavo che il successo significasse felicità. Ho sbagliato, la felicità è come una farfalla che appare e ci delizia per un breve momento, ma presto fugge via. “

Anna Pavlova

 

 

Foto: Anna Pavlova ne “La morte del cigno” di Fokine/Saint-Saëns, San Pietroburgo, 1905

 

 

 

Milano Fashion Week: 10 +1 flash dalle sfilate PE 2020

GUCCI – La moda contro ogni forma di imposizione, anche quella del vestire: fedele ai propri principi, Alessandro Michele ribadisce il suo concetto di stile come consacrazione della diversità e dell’ autodeterminazione. Va in scena quindi una collezione lontana da qualsiasi stilema avvistato nei suoi quasi cinque anni alla direzione creativa di Gucci, e tuttavia permeata  – al pari della Gucci Cruise 2020 – dall’ ispirazione Seventies: ma in questo caso si tratta dei Seventies reinterpretati dalla stessa Maison, precisamente quelli dell’ “era Tom Ford”. Michele li rivisita attraverso un processo di Guccification che mixa sensualità, linee nette e un seducente color block. L’ accessorio clou? Un alto choker in vernice nera dal vago sapore fetish.

Il nostro iter dedicato alle Fashion Week delle collezioni Primavera Estate 2020, oggi ci porta a Milano. Nella capitale meneghina la parola d’ordine sembra essere “portabilità”: senza rinunciare agli sperimentalismi, le creazioni privilegiano look indossabilissimi nella vita quotidiana. Tornano alla grande le spalline anni ’80, con i loro maxivolumi, le linee si fanno più essenziali coniugandosi con una lavorazione ricercata e con un’ eccentricità attentamente calibrata. Dal punto di vista cromatico, ritroviamo il binomio rosa-arancio al top di stagione (vedi London Fashion Week) e una “golosa” palette pastello, ma, soprattutto, si registra l’avanzata del menta, del giada e di un’ azzurro tendente al giada già candidati a nuance chiave del 2020. Predominano, poi, le stampe: fantasie jungle, tropicali e floral si alternano al batik ed a psichedelie all’ insegna del colore. Gli accessori sono più che mai “scolpiti” ed adottano, di volta in volta, dimensioni maxi o mini. Sul versante calzature predominano i tacchi massicci, svasati sul fondo, oppure rasoterra, e la punta si affila. Le borse sono sempre più di design (la Whitney Bag di Max Mara porta addirittura la firma di Renzo Piano), ed i modelli in miniatura svettano al top, mentre tra i cappelli si segnala il boom dei cappellini con visiera, che hanno tutta l’ intenzione di soppiantare falde larghe e cloche. La Fashion Week milanese ci ha sbalordito con degli incredibili colpi di scena: Jennifer Lopez ha concluso la sfilata di Versace sfilando nell’iconico Jungle Dress che rese celebre nel 2000, mentre Moschino ha mandato in passerella una collezione, cubista e spettacolare, completamente dedicata a Picasso. In attesa di partire insieme per Parigi, godetevi quindi la selezione di look + un accessorio che VALIUM vi propone!

 

PRADA – E’ un inno allo stile individuale, alla personalità – più che agli abiti di per sé – quello che che manda in scena Miuccia Prada. Le silhouette sono all’ insegna del “less is more” eppure ricercatissime, profuse di accenti anni ’50. Prevalgono giacche e cappotti trequarti con grandi bottoni, longuette sia sotto forma di gonna che di abiti, forme che vanno a restringersi nel fondo. La palette “discreta”, composta perlopiù dal bianco, dal nero ravvivati dall’ arancio e da gradazioni di marrone e verde bosco, è impreziosita da motivi ornamentali vagamente Déco che riproducono felci dorate.

 

ALBERTA FERRETTI – L’estate di Alberta Ferretti è coloratissima e pervasa da un mood “boho”: l’ispirazione anni ’70 è potente, esalta uno chic informale ma soprattutto un glamour che rivisita, in puro stlle Ferretti, uno dei decenni più fertili e creativamente innovativi. Pantaloni che scoprono l’ ombelico, top sfrangiati, caftani in maxilunghezze e in versione minidress abbondano, sfoggiando di volta in volta stampe esotiche o all’ insegna del batik e del dégradé. I look in nero e bluette che chiudono la sfilata fanno pendant con il fondale, una video installazione raffigurante una cascata ideata dall’artista Fabrizio Plessi.

 

FENDI – Molto beige, molto ocra, molto marrone per una collezione in cui Silvia Venturini Fendi inneggia al fascino insito nella quotidianità. Lunghezze mini, oppure lunghe e fluttanti, contraddistinguono look portabilissimi, ma non certo privi di stile: capispalla scamosciati, coat-vestaglia in stampa check, gonne e t-shirt in crochet a rete si alternano ad abiti see-through con lunghe maniche a sbuffo, inserti trasparenti su giacche abbottonatissime e vistose stampe floreali. Risaltano dettagli come i calzini indossati con i sandali e con le décolleté, mentre, dal punto di vista sartoriale, lo straordinario savoir faire della Maison si riconferma tale.

 

VIVETTA – Ispirazione vacanze in Grecia per Vivetta Ponti; o meglio, sull’ isola greca di Skorpios, dove Aristotele Onassis approdava con gli sciccosissimi ospiti del suo yacht. Pensando al guardaroba di quell’ equipaggio femminile, la designer si sbizzarrisce nella creazione di capi ladylike ma in versione “fiabesca”, com’è nel suo stile: maniche a sbuffo, drappeggi, orli di piume, cuori e grandi fiocchi ornamentali sono i leitmotiv di look in cui il satin lucente si alterna a un tulle pervaso di pizzi e di applicazioni floreali. “Femminilità” potrebbe essere la parola d’ordine dell’ intera collezione.

 

MOSCHINO – Jeremy Scott omaggia Picasso e dà vita ad una collezione a dir poco incredibile. I look, spettacolari, citano le muse dell’ artista e i suoi soggetti ricorrenti, inscenando una parata “cubista” difficile da dimenticare: con un mood Spanish a far da filo conduttore, i ritratti del Maestro si traducono in abiti eccentrici dove trionfano i grafismi, le asimmetrie ed un trompe-l’oeil davvero mozzafiato. Enormi maniche a sbuffo sono una costante, sia in versione “classica” che  in stile trompe-l’oeil, la figura del torero troneggia (coronata da un copricapo-maschera, firmato Stephen Jones,  che riproduce un toro cubista) e durante la sfilata si possono scorgere sia il celebre Arlecchino di Picasso che la “Donna con mandolino”, uno strumento che Scott plasma prodigiosamente sugli abiti.

 

MARNI – Una collezione all’ insegna della sostenibilità, un’ ode ai materiali riciclati,  un tema eco che ricorre persino nell’ ispirazione: tutti elementi che hanno spronato Francesco Risso ad immaginare una “jungle fever” tangibile, suggestioni e brividi suscitati da look che rimandano costantemente alla natura. Completi drappeggiati, abiti a palloncino, full skirt e giacche-kimono sono contraddistinti da asimmetrie costanti, cromie verde foglia e “pitture” floreali multicolor che non di rado si tramutano in autentiche fantasie psichedeliche. Predominano le maxilunghezze ed i giacconi esibiscono ampie maniche squadrate.

 

MARCO DE VINCENZO – Una sfilata a cielo aperto, sotto il sole della Darsena: la prima in assoluto, a Milano, allestita in questa location. E’ qui che prende vita l’arcobaleno di Marco De Vincenzo, che presenta una serie di look monocromatici arricchiti da eccezionali lavorazioni. I colori per cui opta – a partire dal nero e dal check iniziali – sono il celeste, l’azzurro, il turchese, il giada, il grigio perla, il bianco, il panna, il giallo, il rosa, il rosso e il fucsia, declinati in abiti dalle trame in 3D ed adornati con frange o bordature di tulle increspato. Ed è sempre il tulle a forgiare l’ accessorio più iconico della collezione: un foulard annodato sotto il mento e in rigoroso pendant cromatico con gli outfit.

 

VERSACE – Abbandonando i vibranti colori della collezione AI 2019/20, Donatella Versace torna al nero e ad un’estetica fortemente anni ’90. Ma la pulizia delle linee non intacca certo la seduttività delle mise, contraddistinte da minilunghezze o da una silhouette affusolata: nel primo caso, i sandali alla schiava con tacco a stiletto accentuano l’ allure sofisticata. Al nero si alternano le nuance al neon di alcuni look, ma soprattutto una stampa jungle nei toni del verde e del rosa. La stessa stampa riprodotta sul Jungle Dress, l’iconico abito della Maison, sfoggiato in chiusura del défilé da una statuaria Jennifer Lopez: fu proprio lei a renderlo celebre nel 2000, indossandolo ai Grammy Awards. Per l’occasione, JLo ne ha indossata una versione “aggiornata” ancora più sensuale, sleeveless e con un vertiginoso spacco frontale, che ha mandato in visibilio in pubblico. Non è un caso che fu proprio il Jungle Dress ad ispirare la creazione di Google immagini, dove la ricerca dell’ abito divenne la più popolare di sempre.

 

GIORGIO ARMANI – In “Terra”, questo il nome della collezione, si avvicendano i capi signature del più recente Giorgio Armani: pantaloni ampl e fluttuanti, giacche nehru, lunghi abiti impalpabili, gliet che impreziosiscono gli outfit. L’ ispirazione privilegia l’ ambiente naturale, affiancando le stampe floral-vegetali a pattern paillettati che delineano farfalle, applicazioni di rose in tessuto, sciccosi boa di frange e ruches che rievocano gli agglomerati cristallini. E se i colori greige, blu e marrone rimandano ad un’idea emblematica di “terra”, il rosa, il lilla ed un celeste delicatissimo – spesso accesi di bagliori – ne sottolineano le risorse più eteree. Accessori come collane a cascata e grandi orecchini lavorati a cerchio sembrano esaltare, invece, accenti marcatamente tribali.

 

MAX MARA – Un agente segreto che non rinuncia alla propria seduttività: è questa la donna della Primavera Estate 2020 di Max Mara, che ispirandosi alla serie TV “Killing Eve” tinge di tenui nuance pastello capi ed accessori di stampo militare. Il monocolor predomina, bermuda e camicie multitasche si abbinano rigorosamente alla cravatta, le giacche hanno spalline squadrate come le t-shirt; linee sobrie si affiancano, per contrasto, a pantaloni da paracadutista cosparsi di ruches. Ma sono i dettagli a definire la personalità della musa ispiratrice di Ian Griffiths: in passerella, le modelle sfoggiano un paio di treccine ed indossano i gambaletti con le gonne ed i bermuda. Una menzione speciale va al képi, tipico cappello della Gendarmerie francese. Declinandosi nelle identiche tonalità di celeste, lilla e giallo pastello, viene abbinato persino con i long dress sinuosi e fruscianti che chiudono la sfilata, a dimostrazione di come un copricapo iper-spartano possa tramutarsi in un simbolo di femminilità: non vi sembra un motivo sufficiente per sceglierlo come accessorio della Milano Fashion Week?

 

 

 

 

L’ inarrestabile ascesa del Duo Bellavista-Soglia

Raffaello Bellavista e Michele Soglia insieme a Alessandro Cecchi Paone (foto di Luca Concas)

“Two stars are born”: niente di meglio che parafrasare il titolo del noto film, per descrivere la carriera del Duo Bellavista-Soglia. Dopo pochi mesi dall’ ultima intervista che hanno concesso a VALIUM (rileggila qui), l’ascesa all’ Olimpo musicale di Raffaello Bellavista e Michele Soglia prosegue inarrestabile: il Festival estivo “Suoni e Parole. Un simposio informale tra le Pietre di Luna”, organizzato dal Duo alla Cava Marana di Brisighella, ha accolto ospiti illustri quali – per citarne solo alcuni – Ivano Marescotti, Lorenzo Kruger (il frontman della indie band Nobraino), Alessandro Cecchi Paone  e il Principe Maurice, registrando un en plein di pubblico senza precedenti. Ma non è finita qui. L’ Autunno è appena iniziato e si preannuncia già di fuoco, per i due talentuosissimi musicisti romagnoli. A partire dal 28 Settembre, giorno in cui si esibiranno al vernissage del pittore faentino Enrico Versari, Raffaello e Michele saranno coinvolti in un vortice di progetti talmente irrefrenabile da lasciare sbalorditi. Impossibile citarli tutti; vi anticipo solo, dandovi un’idea della loro portata, che il 5 Ottobre potrete applaudire il Duo Bellavista-Soglia al MEI (Meeting delle Etichette Indipendenti) di Faenza, il Festival della musica emergente, dove prenderà parte al concerto in programma a Piazza del Popolo dalle 19.45. Qualche nome relativo agli artisti che quella sera saranno sul palco? Morgan, i Negrita, Pietro Tredici, se possono bastare. Per approfondire il fortunato iter del Duo, ho intervistato Raffaello e Michele: il risultato è una conversazione che esplora a tutto campo il loro universo musicale. Sappiate, ad esempio, che l’ anima Crossover insita in entrambi potrebbe condurli nientepopodimeno che a Sanremo

La vostra estate è stata ben poco all’ insegna delle vacanze, ma fitta di performance musicali: “Suoni e Parole, un simposio informale tra le Pietre di Luna”, la seconda edizione del Festival che organizzate alla Cava Marana di Brisighella, ha visto alternarsi ospiti d’eccezione come Ivano Marescotti, Alessandro Cecchi Paone e il Principe Maurizio Agosti. Cosa ci raccontate di quelle straordinarie serate?

Il Duo Bellavista-Soglia ha creato l’Accademia del Melo Silvestre che si occupa di gestire due Festival, uno al Cardello di Casola Valsenio durante il mese di Maggio e l’altro a Brisighella, all’interno della Cava Marana, tra Agosto e Settembre. Quest’anno le presenze sono andate oltre ogni aspettativa, portando persone da ogni parte d’Italia per assistere a questi simposi. La formula è ormai consolidata: forti del nostro crescente consenso in ambito musicale, ci teniamo a portare quelle che sono le personalità dell’alta cultura italiana sul territorio per creare assieme a noi serate esclusive, valorizzando così quelle che sono le peculiarità dei nostri luoghi. Il primo incontro, incentrato sull’Inferno Dantesco, vedeva il celebre attore  Ivano Marescotti assieme a Franco Costantini dialogare in un connubio perfetto tra alta cultura e riferimenti alla cultura romagnola. Gli interventi letterari si alternavano alle musiche del Duo Bellavista-Soglia, che per l’occasione ha presentato brani in affinità con i temi trattati. La seconda serata è stata dedicata alla musica Indie e Crossover classica:  il Duo Bellavista-Soglia  ha presentato in chiave colta celebri brani come “Heroes” di Bowie, “Enjoy the silence” dei Depeche Mode, “Arrivederci” di Bindi… Ospite d’onore, il  cantautore Lorenzo Kruger, frontman dei Nobraino, che è stato intervistato  dal  patron del MEI Giordano Sangiorgi. La terza serata, incentrata su Ulisse, simbolo della ricerca della conoscenza, vedeva sul palco il noto giornalista televisivo e scrittore Alessandro Cecchi Paone, che ha letteralmente stregato il pubblico alternando momenti di altissima cultura ad altri di umorismo, in un perfetto connubio che ha reso fruibile ed interessante lo spettacolo ad un pubblico estremamente eterogeneo. Il Duo Bellavista -Soglia ha interagìto in perfetta affinità con il celebre accademico italiano, che ha mostrato grande interesse per questa formazione musicale. L’ultima serata era incentrata sulla figura di Carlo Goldoni, che fu più volte ospite della famiglia Spada a Faenza. Un ruolo del genere poteva essere affidato solamente ad un attore come il Principe Maurizio Agosti, che ha calzato i panni del più grande commediografo italiano: il veneziano Goldoni. L’incontro era moderato dal giornalista Pietro Caruso. Interessante è stato il percorso musicale che affiancava quello storico letterario, in quanto durante la serata si sono alternate celebri arie di Mozart e brani del Novecento legati al tema delle maschere.

 

La locandina del Festival “Suoni e Parole”, che si è tenuto alla Cava Marana di Brisighella

State vivendo un vero e proprio boom e, di conseguenza, anche la nuova stagione vi vedrà impegnatissimi. Il 28 Settembre sarete gli artefici del “commento musicale” al vernissage di Enrico Versari, un giovane ma già affermato pittore di Faenza, mentre il 5 Ottobre prenderete parte al MEI, il Meeting delle Etichette Indipendenti che (sempre a Faenza) celebrerà il suo 25mo con una tre giorni di concerti a cui parteciperanno artisti del calibro di Morgan, dei Negrita e dei Marlene Kuntz. Con quali aspettative e quale state d’animo state affrontando questo momento di gloria?

Sicuramente le aspettative sono alte, in quanto, io e Raffaello stiamo lavorando a ritmi serrati sia come concertisti che come direttori artistici di questi importanti eventi. Questi due aspetti sono in realtà facce della stessa medaglia:i Festival sono da noi considerati dei veri e propri laboratori creativi che alimentano la nostra sete di conoscenza, permettendoci di sperimentare e di mettere in atto il concetto di sinestesia unendo in un unico filo conduttore un messaggio culturale ed artistico trasversale. Logicamente sono situazioni importanti, sia dal punto di vista musicale che umano, poiché tutte queste esperienze ci permettono di venire a contatto con persone di spicco dell’alta cultura e di valorizzare il nostro territorio, dando lustro a palcoscenici naturali ancora poco noti al grande pubblico. Siamo entusiasti del percorso che stiamo facendo, perché la ricerca artistica svolta durante queste manifestazioni alimenta il nostro bagaglio culturale, arricchendo anche le nostre performance in giro per il mondo. Ne deriva che, proprio per questa indole eclettica, veniamo invitati ad esibirci anche in situazioni non convenzionali quali il vernissage di Enrico Versari, che sarà moderato da noi, ed anche il concerto del MEI del 5 Ottobre. Proprio quest’ultimo appuntamento sarà una situazione molto Crossover ed una sfida non indifferente, perché ci metterà a contatto con un pubblico molto vasto: per l’occasione abbiamo preparato alcune chicche che per il momento non vogliamo rivelare, una su tutte la rielaborazione colta di “Enjoy the Silence” dei Depeche Mode.

 

Il Duo insieme al poeta Franco Costantini e a Ivano Marescotti

Che rapporto avete con la fama? Vi state facendo strada velocemente e potreste prestissimo diventare delle celebrità a livello nazionale. Pensate che il successo vi cambierebbe?

Credo che il successo non ci cambierebbe…Rimarremmo sempre i soliti Raffaello e Michele che vogliono ottenere una cosa e lottano con tutte le forze per conseguirla. Certo è che dobbiamo stare attenti alle “malelingue” che, come è già capitato, ci attaccano per invidia o chissà che altro. Noi adoriamo il nostro pubblico, che ad ogni concerto è sempre più numeroso e caloroso e ci dà una grande energia per continuare a lottare per la nostra causa, ovvero portare la cultura musicale su larga scala. Concludiamo dicendo che il successo è sicuramente una condizione alla quale aspirare, ma non si deve a nostro avviso fare l’errore di sedersi sugli allori, perdendo quella tensione creativa alla base di ogni manifestazione artistica.

Qual è la vostra opinione riguardo i talent musicali? Li ritenete delle vetrine efficaci per i giovani?

I talent possono avere una duplice connotazione. Da un lato rappresentano una grande possibilità per portare il proprio talento su una piattaforma che dà una visibilità molto alta, dall’altro però bisogna fare attenzione a non caderne vittima, oppure ad esserne strumentalizzati. Mi spiego meglio. Un artista deve prima di tutto pensare al proprio messaggio, a quello che vuole trasmettere: a volte capita che alcuni, soprattutto i più giovani, per cercare di seguire le tendenze più in voga al momento finiscono per indossare dei panni non propri. In conclusione, bisogna a nostro avviso saperne prenderne il meglio senza snaturarsi.

 

Raffaello e Michele, raggianti, portano in trionfo Lorenzo Kruger, cantautore e frontman dei Nobraino

Il 14 Settembre scorso siete tornati a collaborare con lo strepitoso e poliedrico Principe Maurizio Agosti, alias Principe Maurice, che stavolta ha vestito i panni del commediografo Carlo Goldoni: parlateci di questa esperienza.

E’ stata una serata strepitosa ed il pubblico era davvero entusiasta, in quanto il Principe Maurice ha interpretato da par suo il grande Carlo Goldoni che ha vissuto realmente, per alcuni anni, in Romagna.La sua interpretazione è stata suggestiva, in quanto ha evocato con i costumi e le movenze il periodo settecentesco in cui visse il grande commediografo che nelle sue commedie ironizzò molto sulle debolezze umane con sorprendente modernità. L’idea di presentare il personaggio attraverso un’intervista, condotta mirabilmente dal noto giornalista Pietro Caruso, è stata particolarmente efficace poiché ha fatto emergere gli aspetti di contemporaneità dell’opera goldoniana ,collegando in un secondo momento l’estro e la figura istrionica del Principe Maurice ad alcuni stereotipi della commedia umana.

 

Il Duo insieme all’ istrionico Principe Maurizio Agosti, alias Principe Maurice

Tornando ai vostri progetti, so che vi accingete ad esibirvi nuovamente nei teatri, una location per voi ideale. In quali occasioni?

Per quanto riguarda i concerti in teatro, stiamo ancora lavorando al cartellone della stagione 2019\2020, ma ti possiamo già preannunciare alcune date significative tra cui il 16 Novembre al Teatro degli Animosi di Maradi,il 7 Dicembre nel prestigioso Istituto di Cultura Tedesca a Bologna e il 10 Marzo con un importante debutto al Teatro Alighieri di Ravenna all’interno della stagione promossa dall’ Associazione Angelo Mariani. Inoltre stiamo organizzando eventi in vari auditorium, sempre in forma di simposio, con artisti internazionali.

Avete un calendario di impegni che arriva al 2020, siete richiestissimi. Potreste darci qualche anticipazione sugli spettacoli che vi vedranno protagonisti l’anno prossimo?

 Il nostro Duo è nato circa due anni fa e di cose ne sono successe davvero molte: abbiamo fatto oltre 100 concerti in tutta Italia. I prossimi appuntamenti saranno, come sopraccitato, il vernissage del celebre pittore Enrico Versari, il 5 Ottobre in piazza a Faenza dove saremo sul palco assieme a grandi nomi come Morgan e i Negrita, il 16 Novembre saremo nel magnifico Teatro degli Animosi di Marradi. A Dicembre Raffaello Bellavista terrà un recital a Bologna, a fine Dicembre ci sarà il tanto atteso concerto di Natale a Casola Valsenio, mentre a Marzo il Duo sarà ospite della celebre associazione musicale Angelo Mariani e si esibirà in un cartellone con i nomi più importanti del concertismo internazionale. Inoltre Michele Soglia è alle prese con la registrazione di un disco metal con i Mourn in Silence e porta avanti la sua classe di percussioni con numerosi riconoscimenti.

 

Raffaello e Michele esultano dopo il successo del Festival “Suoni e Parole. Un Simposio informale tra le Pietre di Luna”

Voi e la contaminazione artistica, uno dei “marchi di fabbrica” del vostro esprimervi: dopo il Festival della Cava Marana, avete in programma nuove performance che vi permetteranno di esibirvi ”a più voci”?

Come hai perfettamente colto, la contaminazione artistica, l’eclettismo musicale con riferimenti alla base colta è il nostro DNA e marchio di fabbrica. A nostro avviso l’artista del nuovo millennio deve essere una figura non rinchiusa nella sua cupola di cristallo, ma essere conscio di quelle che sono le tendenze e gli sviluppi della cultura. Questa visione viene poi filtrata con quello che è il nostro background accademico e ne risulta una visione trasversale della musica. Partendo da questo concetto non possiamo ancora svelare molto, ma sia su Casola Valsenio che su Brisighella stiamo lavorando alla prossima edizione di quello che potremmo definire un “Duo Bellavista-Soglia and Friends” con ospiti internazionali con i quali abbiamo già parlato. Saranno degli eventi memorabili!

 

Da destra a sinistra: il Presidente del Parco della Vena del Gesso Romagnola Enrico Venturi, Michele, Raffaello, l’ Assessore al Turismo di Brisighella Gian Marco Monti e il sindaco di Brisighella Massimiliano Pederzoli (foto di Luca Concas)

Il foltissimo pubblico accorso al Festival

Per concludere, una domanda tra il serio e il faceto: vi vedremo mai a Sanremo?

L’Ariston sicuramente è un palco importante, ed esibirci in quel contesto ci piacerebbe molto. Sarebbe, inoltre, una grande opportunità per far conoscere il meraviglioso repertorio contemporaneo che proponiamo, senza dimenticare i nostri arrangiamenti Crossover classici. Siamo consapevoli che il nostro non è sicuramente un genere musicale sanremese, però noi siamo anche compositori ed abbiamo qualche “piccolo capolavoro” inedito nel cassetto: se non ci sbagliamo, a Sanremo bisogna presentarsi con un inedito. Vedremo se in futuro ci sarà qualche bella sorpresa….

 

Da destra a sinistra: il Principe Maurice, Michele, Raffaello, il giornalista Pietro Caruso e la pianista Maria Laura Berardo

Il Duo con Giordano Sangiorgi, patron del MEI (Meeting delle Etichette Indipendenti)

 

Photo courtesy of Duo Bellasoglia-Vista

 

 

Foliage

TOM FORD

Se Hanami significa “guardare i fiori”, Foliage si potrebbe tradurre con “guardare i boschi”: i boschi d’Autunno, quando il fogliame si tinge di incredibili colori. Rosso, arancio, giallo, beige, marrone, viola, ocra, fucsia sono  le nuance che, insieme a residue pennellate di verde, si affiancano in una tavolozza talmente spettacolare da mozzare il fiato. Non è un caso che il Foliage sia diventato un vero e proprio rito. Passeggiate, escursioni, persino viaggi a bordo di un treno apposito (che parte dal Piemonte per approdare in Svizzera, nel Canton Ticino) vengono organizzati allo scopo di ammirare gli incantevoli panorami autunnali: la nuova stagione rivela il suo fascino in tutto il suo splendore. Anche la moda ne rimane ammaliata, e tramuta la palette sfoggiata dalla natura in un leitmotiv delle collezioni dedicate ai mesi freddi. In queste immagini, un excursus iconografico di look ed accessori, si snodano cromie che rievocano quelle, vibranti, dei paesaggi tra Settembre e Novembre. E’ un Foliage altamente speciale: il Foliage dello stile. Per concludere, il cielo azzurro di Mansur Gavriel a ribadire che l’ Autunno, con le sue meraviglie, è tutt’altro che monotonia e grigiore.

 

 

VERSACE

EMPORIO ARMANI

BLUMARINE

CUSHNIE

 

N. 21

ELISABETTA FRANCHI

CAROLINA HERRERA

Spilla di CHRISTOPHER KANE

CHLOE’

GUCCI

VALENTINO

VICTORIA BECKHAM

EMILIA WICKSTEAD

 

DOLCE & GABBANA

MARNI

ANNAKIKI

RODARTE

FENDI

 

STELLA MCCARTNEY

MIU MIU

DELPOZO

EACH X OTHER

ZIMMERMANN

MANSUR GAVRIEL

SIMONE ROCHA

MAX MARA

CHIARA BONI

 

Orecchini di GUCCI

DIOR

 

SAINT LAURENT

PRABAL GURUNG

ALBERTA FERRETTI

MARC JACOBS

DIOR

MANSUR GAVRIEL

 

 

 

Una fiaba onirica in bilico sui trampoli: la campagna pubblicitaria AI 2019/20 di JW Anderson

 

Avventurandosi in aperta campagna, proprio poco prima del limitare del bosco, può capitare di imbattersi in una scena talmente insolita da sembrare irreale: quattro ragazze vestite di abiti dai colori vibranti avanzano sui trampoli, fiere e maestose, impregnando l’atmosfera di magia. Ci si chiede da dove siano spuntate, la loro è una sorta di apparizione. Provengono dalla foresta, forse da un circo accampato nelle vicinanze? A dire il vero, sembrano uscite direttamente da una fiaba. Una fiaba che il giovane fotografo Tyler Mitchell ha tramutato nel fulcro della campagna pubblicitaria Autunno Inverno 2019/20 di JW Anderson ed ha immortalato in scatti super applauditi;  il che non stupisce, considerando la perfetta sintonia che mantengono con l’universo del designer. L’ elaborazione di uno stile di matrice classica, ma rivisitato nelle proporzioni ed arricchito da dettagli, cromie e abbinamenti vagamente surreali è infatti un trademark di Jonathan Anderson, che, insieme a Mitchell, ha stabilito di selezionare le modelle di questa campagna tramite un “street casting” a cui hanno partecipato candidate di tutta Europa. Per la ricerca di volti nuovi, freschi, non familiari, il fotografo e il designer si sono avvalsi di un unico criterio: optare per ragazze energiche ma al tempo stesso estremamente femminili e, soprattutto, che fossero castane o black. La scelta di riunire modelle afro e dai colori mediterranei, oltre che dal desiderio di fomentare l’inclusività, è stata dettata dalla volontà di distanziarsi da qualsiasi standard estetico.

 

L’ originalità perseguita dalla campagna si esprime anche nell’ utilizzo dei trampoli, strumenti per eccellenza associati all’ inconsueto e all’acrobatico. Usciti da un circo immaginario, aggiungono spettacolarità all’ incedere delle protagoniste ed accentuano l’incanto della loro escursione campestre. Le scene catturate dagli scatti sembrano visioni, le modelle presenze fatate che si muovono tra la realtà e il sogno. Il risultato sono immagini meravigliose, ammalianti e sottilmente giocose: una fiaba circense che il mood bucolico ammanta di indescrivibile poesia.

 

 

 

CREDITS

Fotografo: Tyler Mitchell

Fashion Editor e Stylist: Benjamin Bruno

Hair Stylist: Cindia Harvey

Make Up Artist: Lauren Parsons

Art Director: Mathias Augustyniak e Michael Amzalag

Set Designer: Andy Hillman

Casting Director: Julia Lange