San Martino, le oche e l’oca arrosto: tra leggenda e realtà

San Martino con l’oca in una statua della Chiesa di San Martino a Jona, in Svizzera, vicino al lago di Zurigo

 

“Chi no magna oca a San Martin, no’l fa el beco de un quatrin”

(Proverbio Veneto)

 

Di San Martino e della sua festa, MyVALIUM ha già parlato diverse volte. Ma oggi, data in cui ricorre la solennità del Santo, voglio approfondire un’altra famosa leggenda che lo riguarda: quella delle oche. Si narra che Martino, un monaco estremamente umile, quando seppe di essere stato nominato vescovo corse a rifugiarsi in una stalla. Non ambiva a grandi incarichi; avrebbe preferito rimanere un monaco, così si nascose sperando che nessuno lo ritrovasse. Qualcosa, però, mandò a monte il suo piano: le oche che gironzolavano nella stalla iniziarono a starnazzare facendo un gran baccano, e i paesani accorsero scoprendo il suo nascondiglio. Martino, di conseguenza, dovette accettare la nomina suo malgrado, e divenne il vescovo di Tours. A questo punto la storia, il folklore e la leggenda si intrecciano in modo tale che non è più possibile capire dove finisce l’una e inizia l’altro. Va detto, innanzitutto, che l’11 Novembre era una data cruciale per la cultura agreste: si concludevano i contratti agricoli e i contadini, se non veniva rinnovato il loro rapporto di lavoro, dovevano cercare un altro proprietario terriero per cui svolgere le proprie mansioni. Inoltre, il digiuno avventizio iniziava esattamente il 12 Novembre, giorno successivo alla festa di San Martino; San Martino era quindi una ricorrenza importante: rappresentava l’ultima occasione per dedicarsi alle grandi abbuffate. Non è un caso che fosse considerata una sorta di Capodanno agreste, sulla cui tavola la carne d’oca abbondava. Mangiare oca, un animale che – insieme al maiale – forniva grassi e proteine in quantità, era reputato un lusso (da qui il proverbio veneto che apre l’articolo) per gli agricoltori, abituati a cibarsi più che altro di polenta e cereali. Ma rappresentava anche il nutrimento ideale per affrontare il clima rigido dell’Inverno.

 

 

Tra l’oca e la leggenda di San Martino si stabilì una connessione che, da secoli, interseca il mito con la realtà. La tradizione del pasto dell’11 Novembre a base di oca era particolarmente diffuso nelle regioni del Nord Italia, dove lo è tutt’oggi: soprattutto in Veneto, per essere più precisi nel Padovano e nel Trevigiano, così come in FriuliEmilia Romagna e Lombardia.

 

 

Ma come viene cucinata, l’oca di San Martino? La sua preparazione varia da regione a regione; principalmente, però, si gusta al forno, arrosto accompagnata da mele e castagne, oppure in umido abbinata alla verza e alla polenta. La versione più tradizionale si concentra comunque sull’oca arrosto, farcita con noci, mele e castagne. Il giorno di San Martino, viene consumata insieme al vino novello e a una buona dose di caldarroste, che di sicuro non mancano mai.

 

Illustrazioni via Pixabay, foto delle oche via Unsplash

Foto di San Martino: Roland zh, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0>, da Wikimedia Commons

 

“San Martino castagne e vino”: ma che non siano castagne matte. Ecco come distinguerle dalle castagne comuni

 

Buon San Martino a tutti (nessuna allusione alla festa dei cornuti, naturalmente!). Abbiamo approfondito insieme diverse volte questa ricorrenza così ricca di significati e tradizioni. Oggi ci soffermeremo su una delle usanze più tipiche dell’11 Novembre: le caldarroste accompagnate al vino novello, un abbinamento che ritroviamo in tutte le regioni italiane. Quando pensiamo alla festa di San Martino, è senza dubbio il primo binomio che ci viene in mente; un binomio, peraltro, caratteristico dell’intera stagione autunnale. Consumare castagne arrostite e vino novello, magari davanti al focolare, è uno dei piccoli piaceri che l’Autunno ci regala. Eppure, anche questa suggestiva consuetudine potrebbe risultare non scevra da insidie: chi vi dice, infatti, che tra quelle caldarroste non si nascondano castagne matte? Bisogna fare attenzione, perchè i frutti del Castanea Sativa (o castagno europeo), commestibili e salutari, non hanno nulla in comune con quelli dell’Aesculus Hippocastanum, nome scientifico dell’ippocastano. La castagna dell’ippocastano, a prima vista, è pressochè identica a quella del castagno; in realtà, si tratta di frutti diversissimi. La prima, comunemente detta castagna matta, innanzitutto è tossica per l’uomo. Consumarla comporta dei seri rischi. Alcune specie animali si cibano di castagne matte senza problemi, ma per gli esseri umani sono frutti off-limits che possono causare lesioni all’intestino o ai reni. Imparare a riconoscerle, dunque, è fondamentale. Ma come? Ecco la guida di VALIUM.

 

 

La castagna matta: i segni distintivi

  • E’ il frutto dell’ ippocastano, un albero che ha unicamente una funzione ornamentale. Di conseguenza, viene piantato in città: lo troverete nei parchi, nei giardini, ai lati dei viali, ma non nei boschi.
  • Le foglie dell’ippocastano sono dette palmato-sette: composte da più lamine,  convergono in un picciolo comune. Possono oltrepassare i 20 cm di lunghezza.
  • Il riccio è di colore verdognolo con aculei distanziati e non troppo lunghi. Contiene solo una castagna, tondeggiante e di grandi dimensioni.
  • Quando vengono bollite, le castagne matte effondono un odore non esattamente invitante. Il loro sapore, inoltre, è estremamente amaro.

 

 

La castagna comune

  • E’ il frutto del castagno europeo, un albero che cresce a non meno di 300-1200 metri d’altezza. Il Castanea Sativa abbonda nei boschi di montagna e in alta collina; anticamente, nel mondo rurale, la farina di castagne era un ingrediente-base dell’alimentazione.
  • Le foglie del castagno sono lanceolate, acuminate e seghettate, ma singole. Raggiungono una lunghezza che può arrivare a 22 cm, mentre la larghezza si attesta intorno ai 10 cm.
  • Il riccio, di color beige-marrone, vanta aculei lunghi e fittissimi. Contiene dai due ai tre frutti al massimo, di cui uno spesso è piuttosto grande e gli altri due più piccoli. La forma della castagna comune è semisferica, con un lato appiattito ed uno convesso.

 

 

La tossicità delle castagne matte

Le differenze tra le castagne comuni e le castagne matte, come avete potuto constatare, in realtà sono ben chiare. Ma cosa potrebbe succedere a chi ha confuso le due tipologie? Le castagne matte, non essendo commestibili, sono estremamente dannose per l’organismo: nel caso migliore si limitano a provocare nausea, vomito o violenti disturbi intestinali, ma molto spesso causano intossicazioni che richiedono un immediato intervento medico. I sintomi sono quelli dell’avvelenamento, determinato dalle saponine contenute in questo tipo di castagne: sono sostanze, altamente tossiche per l’uomo, che in realtà hanno la funzione di proteggere il frutto; tengono lontani i predatori e impediscono che i semi germoglino prematuramente.

 

Foto via Pixabay e Unsplash

 

11 Novembre: San Martino, ma anche “festa dei cornuti”

Cesare Breveglieri, “San Martino” (1932)

 

“Da San Martino l’inverno è in cammino”, “Per San Martino si buca la botte del miglior vino”, “A San Martino il grano va al mulino”, “Chi vuol far buon vino zappi e poti a San Martino”, “A San Martino si sposa la figlia del contadino”…I proverbi sulla festa di San Martino, solennità che ricorre l’11 Novembre (VALIUM ne ha parlato qui), sono innumerevoli. Questa data, in effetti, ha sempre assunto un’importante valenza simbolica nel folklore italiano ed europeo: a San Martino venivano rinnovati i contratti agricoli, se ciò non avveniva i mezzadri erano costretti a traslocare; l’11 Novembre era una sorta di “Capodanno contadino”, poichè sanciva un decisivo passaggio stagionale. Non bisogna dimenticare, poi, che gli antichi Celti si erano insediati in molti paesi europei (tra cui la Francia, dove a Tours venne seppellito il corpo di San Martino), e festeggiavano il Capodanno proprio a cavallo tra Ottobre e Novembre. Con l’avvento del Cristianesimo, la Chiesa conferì il massimo risalto alla festa in onore del Santo, e finì per soppiantare i riti e le tradizioni celtiche del periodo. Tuttavia, soprattutto nell’ ambito della cultura agreste, quella data rimase perennemente associata a una fase di transizione: al Capodanno Celtico si sostituivano le celebrazioni commemorative di San Martino, nel Medioevo popolarissimo in tutto l’Occidente, ma la valenza rimaneva pressochè invariata. Con il passar del tempo, tuttavia, dalle tradizioni popolari è scaturita una nuova definizione per l’11 Novembre: festa dei cornuti. Ma cos’ha a che vedere tutto questo con il Santo? Assolutamente nulla.

 

 

Il nesso tra la “festa dei cornuti” e quella di San Martino è tuttora avvolto nel più fitto mistero. Alcune teorie, però, rimandano alle antiche fiere del bestiame che si tenevano proprio intorno all’11 Novembre: buoi, caproni e montoni sono dotati di corna, non a caso dire “becco” è come dire “cornuto”. Durante quelle fiere, il tradimento diventava una possibilità reale; gli uomini si allontanavano da casa e – tra caldarroste e vino novello – non mancava l’occasione di fare bisboccia, magari in compagnia di qualche gentil donzella. Le donne, rimaste a casa sole, cedevano facilmente alla tentazione di una scappatella. Le fiere duravano diversi giorni e permettevano di concedersi al mezzadro o a qualsivoglia spasimante. Il vino dell’ ultima vendemmia  fungeva da potente euforizzante: l’ebbrezza alcolica favoriva la spregiudicatezza, rendeva tutti più audaci. E spuntavano le corna…Una metafora ispirata, appunto, dalle corna del bestiame. Altre ipotesi riguardano il Capodanno Celtico e la Cabala ebraica. Partiamo subito dalla prima. Le celebrazioni dei Celti si concludevano attorno all’ 11 Novembre, e alcuni ritengono che durante quei festeggiamenti abbondassero la promiscuità e i rituali licenziosi. A tutto ciò si aggiunge l’utilizzo del corno potorio, un corno di bovide dal quale si beveva vino a fiumi: riappare l’associazione tra ebbrezza alcolica e spudoratezza, un’equazione che dà come risultato il tradimento. Nella Cabala ebraica, invece, il numero 11 viene collegato alle corna. Ma l’11 è altresi connesso con due termini che potremmo definire evocativi: “Dibah”, ovvero “maldicenza”, e “Zad”, che significa più o meno “impertinente”. E’ una spiegazione piuttosto nebulosa, ma rientra tra le ipotesi relative alle origini della “festa dei cornuti”. La teoria riguardante le fiere del bestiame risulta, tutto sommato, la più plausibile. Eppure, non c’è nessuna certezza. Quel che è certo è che in cittadine italiane come Roccagorga (in provincia di Latina), Santarcangelo di Romagna (in provincia di Rimini), Grottammare (in provincia di Ascoli Piceno) e Ruviano (in provincia di Caserta), la “festa dei cornuti” viene a tutt’oggi celebrata in un tripudio di giocosità e goliardia: un modo per mantenere vivo il legame con il mondo agreste e le sue tradizioni ancestrali.

 

Immagine di copertina: Fondazione Cariplo, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0>, via Wikimedia Commons

Foto del bestiame via Unsplash