
Su TikTok, questo genere di video impazza: mamme che allattano i loro bambini con il biberon, li tengono teneramente in braccio in attesa del ruttino, li portano a spasso in carrozzina. Ma poi, quando i bimbi vengono inquadrati da vicino, ci accorgiamo che qualcosa non torna. Rimangono perfettamente immobili, non piangono nè emettono i tipici gesti vegetativi (singhiozzi, sbadigli, sospiri o gorgoglii) dei neonati. Neppure questo particolare, però, è sufficiente per fugare qualsiasi dubbio. Se non comparisse la scritta #reborn tra i tag del video, continueremmo a pensare che si tratti di poppanti in carne ed ossa. La realtà è ben diversa: si tratta delle Reborn, celebri bambole che replicano perfettamente le fattezze dei neonati. Vengono definite “bambole iperrealistiche” e sono autentiche opere d’arte amate, e molto spesso collezionate, da donne di ogni età. Per realizzare una Reborn, infatti, occorrono ore e ore di minuzioso lavoro artigianale. Le artiste che le creano, chiamate “reborner”, puntano a ottenere un risultato finale accuratissimo: carnagione che cambia colore con luci diverse, piccole venature cutanee, capelli inseriti uno ad uno con la tecnica del rooting, manine e piedini “coccolosi” come si conviene a un vero neonato. Possono essere necessari fino a 30 strati di colore per raggiungere un effetto corrispondente il più possibile alla realtà: la trasparenza delle unghie, il rossore della pelle…Perchè ogni bambola Reborn è curata nel minimo dettaglio.

Non è un caso che, nei siti specializzati, venga sempre specificato il suo peso e la sua età. I materiali con cui vengono realizzate le Reborn sono il vinile e il silicone; la classica Reborn, con testa, braccia e gambe in vinile, ha il busto di stoffa imbottita per risultare più soffice al tatto. Le Reborn di silicone, che oggi vanno per la maggiore, sono in silicone “full body” perchè rende fluido ogni loro movimento e permette di replicare fedelmente la pelle umana. Queste Reborn pare siano piuttosto costose, ma l’aspetto iperrealistico è assicurato. Esistono anche Reborn di vinile, busto compreso; però, a dire di alcuni, possono apparire leggermente più rigide. A prescindere dal materiale che le compone, tutte le Reborn possono tenere in bocca il ciuccio e “bere” dalla tettarella del biberon. Da questo insieme di particolari si deduce che non si tratta di bambole destinate ai bambini o con cui i bambini possano giocare. Ma a cosa servono, allora, le Reborn? Per capire meglio basta guardare un video di unboxing, dove le loro “mamme” scartano con gioia il pacco che contiene la Reborn appena arrivata.

La scatola non racchiude solo la bambola: trabocca di abitini per neonati, scarpette, calzini, biberon, fasce per capelli, berrettini…e non solo, c’è persino il certificato di nascita del bebè. L’emozione della neo mamma è palpabile. Ad uscire dal suo involucro per ultima, naturalmente, è la Reborn, il cui volto, protetto dalla carta o dal cellophane, viene svelato solo alla fine del video: gioia, stupore e giubilo! Si rimane sbalorditi, piacevolmente sorpresi da quanto la bambola sembri un neonato vero. E confesso che è bello apprezzare quest’arte, l’assoluta minuzia e la cura con cui le Reborn vengono create. Avete presente le foto di Anne Geddes? Quando ho visto queste bambole ho subito pensato ai fiabeschi neonati che ritrae la fotografa australiana. E per molte donne, la fiaba inizia proprio con una Reborn: le danno un nome, la vestono, le cambiano il pannolino, la nutrono, la trattano come se l’avessero appena partorita. Non tutti approvano: per molti, anzichè di una fiaba, si tratterebbe di un incubo.

Attorno alle Reborn sono sorte community, fiere specializzate, sessioni di doll therapy…ma ne parleremo tra poco. Come vi accennavo, diverse persone deplorano questo fenomeno considerando ridicola, o addirittura “malata”, l’umanizzazione delle bambole. Ma chi è la mamma tipo di una Reborn? Non esiste un unico identikit. Nei video di cui vi parlo appaiono le più disparate tipologie di donna: la giovanissima, la donna di mezza età, la ragazza incinta che convive con il boyfriend, l’appassionata che acquista una Reborn dietro l’altra (pare che siano bambole a rischio assuefazione), la single, la sposata, la collezionista…Qualche indizio in più ce lo forniscono i dati relativi alla doll therapy. A dire di molti studiosi, infatti, le Reborn possiedono delle spiccate virtù terapeutiche. In primis, contrastano l’ansia e la depressione: accudire un “neonato” è un toccasana per evitare di focalizzarsi troppo su se stessi e sui propri problemi, e poi è un’attività rilassante e appagante al tempo stesso. Ma queste bambole apportano benefici anche in chi soffre di patologie come la demenza, primaria o secondaria; non sono poche le RSA in cui le Reborn vengono utilizzate come supporto ai pazienti. Al mondo Reborn, inoltre, si rivolgono donne che affrontano il dolore per la perdita di un figlio e donne impossibilitate ad avere figli; tutte loro gioverebbero del conforto emotivo offerto dalle bambole artigianali.

A questo punto, però, vale la pena di fermarsi e di porsi qualche domanda, magari di aprire un piccolo dibattito. In questi ultimi casi, mi chiedo, la Reborn diventerebbe una sorta di surrogato di un bambino vero? Molte le trattano come tali pur non soffrendo per la mancanza o la perdita di un figlio, è vero, ma si tratta di questioni diverse. Prendersi cura di una bambola, darle tutto il proprio amore, non potrebbe risultare frustrante, o nel peggiore dei casi alienante, se in quel momento una donna sta sperimentando una grande sofferenza? Fatemi sapere che cosa ne pensate nei commenti.

Foto 1 e 2 (dall’alto) di Aurocarlotto, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, da Wikimedia Commons
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