La Notte di San Silvestro: storia, tradizioni e il fascino antico del Capodanno

 

La notte del 31 dicembre è un confine sottile, un ponte sospeso tra ciò che lasciamo e ciò che speriamo. È una soglia che attraversiamo ogni anno, spesso con un misto di nostalgia e desiderio, senza forse ricordare che questa data porta con sé una storia lunga e stratificata, fatta di riti antichi, tradizioni popolari e memorie religiose. Il suo nome, “Notte di San Silvestro”, ci riporta a un tempo lontano, quando la figura di un Papa del IV secolo, Silvestro I, si intrecciò con il calendario civile, lasciando un’impronta che ancora oggi accompagna il nostro passaggio all’anno nuovo.

Chi era San Silvestro?

San Silvestro I fu Papa dal 314 al 335, un periodo cruciale per la storia del cristianesimo. Era l’epoca dell’imperatore Costantino, il sovrano che pose fine alle persecuzioni e concesse libertà di culto ai cristiani. Silvestro non fu un Papa guerriero né un politico aggressivo: viene tradizionalmente ricordato come un uomo mite, prudente, capace di guidare la Chiesa in un momento di grande trasformazione. A lui sono legate alcune delle prime grandi basiliche romane, come San Giovanni in Laterano e San Pietro, che sotto il suo pontificato iniziarono a prendere forma come luoghi di culto monumentali. Morì il 31 dicembre del 335, ed è per questo che la sua memoria liturgica si celebra proprio nell’ultimo giorno dell’anno.

 

 

Nel corso dei secoli, la sua figura è stata avvolta da leggende: una delle più note racconta la sua vittoria sul drago, simbolo del male, e la conversione dell’imperatore Costantino. Sono storie che appartengono più alla devozione popolare che alla storia documentata, ma che testimoniano quanto la sua figura fosse amata e percepita come protettrice e beneaugurante.

 

 

Le origini antiche del Capodanno

Molto prima del Cristianesimo, il passaggio da un anno all’altro era vissuto come un momento sacro da molti popoli. Gli antichi Romani, già dal 153 a.C., avevano fissato l’inizio dell’anno al 1° gennaio dedicandolo a Giano, il dio bifronte che guarda contemporaneamente al passato e al futuro. Era un periodo di riti di purificazione, scambi di doni, auspici di prosperità e banchetti che celebravano la luce che lentamente tornava a crescere dopo il Solstizio d’Inverno.

 

 

Nel mondo germanico e celtico, il periodo delle Dodici Notti — quelle sospese tra Natale ed Epifania — era considerato un tempo fuori dal tempo, in cui il velo tra i mondi si assottigliava. Si accendevano falò per proteggere le comunità, si praticavano riti per scacciare gli spiriti maligni e si invocava la luce per accompagnare il nuovo ciclo dell’anno.

 

 

Anche nel Mediterraneo antico il Capodanno era legato ai cicli agricoli e ai culti della fertilità: in Grecia, ad esempio, le feste dionisiache celebravano l’abbondanza, la rinascita e la vitalità che la natura avrebbe riportato con la primavera.

 

 

Tradizioni moderne: un’eredità che continua

Oggi la Notte di San Silvestro è una festa globale, ma conserva tracce evidenti di queste antiche radici. In Italia, lenticchie e cotechino sono simboli di prosperità; in Spagna si mangiano dodici chicchi d’uva allo scoccare della mezzanotte; in Giappone i templi risuonano di 108 rintocchi che segnano il distacco dalle impurità dell’anno passato; in Brasile si offrono fiori bianchi al mare come gesto di gratitudine e speranza. Ogni tradizione, pur diversa, racconta la stessa cosa: il desiderio umano di iniziare un nuovo ciclo con un gesto di luce. Per saperne di più sulle tradizioni italiane della Notte di San Silvestro, clicca qui.

 

 

Il significato profondo della notte del 31 dicembre

La Notte di San Silvestro non è soltanto un momento di festa: è un rito di passaggio. È il tempo in cui si ringrazia per ciò che è stato e si immagina ciò che verrà, in cui si chiude una porta e se ne apre un’altra. È una notte che invita alla memoria e al desiderio, alla gratitudine e alla speranza. Forse è proprio per questo che continua a emozionarci: perché ci ricorda che ogni fine contiene già un inizio, e che ogni anno nuovo porta con sé la possibilità di ricominciare.

 

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Brillare

 

Per la notte di Capodanno, una sola parola d’ordine: brillare. Senza remore, dubbiesitazione. Prepariamoci ad accogliere l’anno nuovo con un make up che risplende e scintilla, come se dovesse catturare ogni infinitesimo bagliore dei fuochi d’artificio che esplodono a raffica nel cielo buio. Siete pronti? Che il conto alla rovescia abbia inizio!

 

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Capodanno 2026: il tempo come spazio mitico

 

“Quando ci poniamo di fronte all’antichità e la contempliamo con serietà nell’intento di formarci su di essa, abbiamo il senso come di essere solo allora diventati veramente uomini.”
(Johann Wolfgang Goethe)

 

E se per salutare il nuovo anno scegliessimo un abito che parla di antichità? Un abito d’altri tempi, dal mood fiabesco, non privo di accenti di magia. In questo post ve ne propongo qualcuno, immortalato nella location incantata per eccellenza: un bosco d’inverno, quando la terra è brulla e il cielo grigio velato di foschia. L’idea è controcorrente; andare incontro al nuovo, al futuro, al 2026, esibendo un’eleganza riferita a secoli orsono. In realtà, il messaggio che tutto ciò veicola è di grande libertà:  allenta il vincolo con il concetto di tempo, rendendolo simultaneamente uno spazio mitico dove passato, presente e futuro si fondono in modo ciclico, in un’altra dimensione, e l’attestazione di un passato fattosi eterno.

 

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La Christmas cake: quando il Natale è delizioso

 

Il Natale è appena trascorso, ma la voglia di leccornie natalizie rimane intatta. Ed è proprio in omaggio al connubio tra il periodo delle feste e la golosità che i britannici e gli irlandesi hanno ideato la Christmas cake, un dolce tradizionale a base di frutta e liquore.  La Christmas cake, che ha ormai definitivamente preso il posto della King Cake vittoriana (oggi molto nota in Francia con il nome di Galette des Rois), nel corso dei secoli ha subito una continua evoluzione. L’unico punto in comune con la cake originaria è costituito dal fatto che sia a base di frutta; basti pensare che la sua forma iniziale coincideva addirittura con un porridge di prugne. Poi, è diventata un dolce dall’aroma a metà tra l’alcolico e fruttato: i suoi ingredienti includono il ribes di Zante, una varietà di uva dagli acini minuscoli e priva di semi proveniente dall’isola di Zakynthos, l’uvetta e l’uva sultanina. Questa frutta viene precedentemente inzuppata in liquori come il whisky, il rum, il brandy o lo Sherry.

 

 

La pasta di mandorle, stesa generalmente in più strati, accentua e intensifica la delizia della Christmas cake; non può mancare, poi,  la glassa bianca, il must che le conferisce “carattere” e riconoscibilità. Ma a renderla davvero inconfondibile sono le decorazioni che la adornano, un vero e proprio tripudio di emblemi natalizi: alberi di Natale, stelle, pupazzi di neve, rametti di agrifoglio, biscotti al pan di zenzero in tutte le forme possibili e immaginabili. L’importante è abbondare. Dopotutto, Natale arriva una volta all’anno!

 

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Buon Natale

 

“Bisogna vivere lo stupore e la meraviglia del Natale guardando a Gesù Bambino, sul cui volto sono impressi i tratti della bontà, della misericordia e dell’amore di Dio Padre.”

(Papa Francesco)

 

Le Dodici Notti: il tempo sospeso tra un anno e l’altro

 

Si racconta che, quando il sole cala sulla Vigilia di Natale, una porta invisibile si apra tra il mondo degli uomini e quello degli spiriti antichi. Da quella soglia entra un’aria diversa, più silenziosa, più profonda. È un’aria che sa di neve che non è ancora caduta, di legna che arde piano, di passi lontani nel buio. È l’inizio delle Dodici Notti, un tempo che non appartiene più all’anno vecchio e non ancora a quello nuovo. Un tempo in cui il cielo si riempie di presenze, i sogni parlano più forte, e il destino sembra farsi più morbido, come neve appena caduta. Chi conosce questo segreto sa che non sono notti qualunque: sono un cammino.

 

 

La prima notte arriva in silenzio, al tramonto del 24 dicembre. Non fa rumore: apre appena una fessura nel tempo, e da quella soglia il mondo entra in un ritmo diverso. Le case sembrano trattenere il respiro, come se riconoscessero un ospite che torna una volta l’anno. Da quel momento, fino alla notte del 5 gennaio, il tempo ordinario si ritira, lasciando spazio a un intervallo sospeso, fragile, prezioso. Le origini di questo intervallo affondano in un’antica discrepanza tra calendari: quello solare romano e quello lunare germanico non coincidevano, e tra i due rimanevano dodici notti “in eccesso”, un tempo che non apparteneva a nessuno. Fu proprio questo scarto a diventare, nel sentire popolare, un territorio liminale, un varco in cui tutto poteva accadere. Le comunità contadine osservavano il cielo, il vento, i sogni: ogni notte era un presagio, un indizio del mese corrispondente nell’anno che stava per nascere. Il tempo non era più una linea, ma un cerchio che si apriva e si lasciava leggere.

 

 

In questo spazio sospeso si muovevano figure potenti e misteriose. Nelle terre del Nord, il protagonista era Odino, il viandante dagli occhi profondi, che guidava la Caccia Selvaggia: un corteo di spiriti, cavalli furiosi, cani dalle fauci luminose. Si diceva che attraversasse i cieli nelle notti più ventose, e che chi lo avesse incontrato avrebbe portato con sé un segno, un dono o una ferita. Le famiglie lasciavano cibo fuori dalla porta, spegnevano le luci, chiudevano le finestre: non per paura, ma per rispetto. La Caccia Selvaggia non era un pericolo, era un passaggio cosmico, un rinnovarsi del mondo. Accanto a Odino, nelle tradizioni alpine e germaniche, agivano figure femminili altrettanto antiche: Perchta, la Splendente, che vegliava sul focolare e sul destino; Frau Holle, che scuoteva i cuscini del cielo per far cadere la neve; e, nelle nostre terre, la Befana, erede lontana di queste dee invernali che portavano doni, ammonimenti e purificazione. Erano spiriti del giudizio e della rinascita, custodi del ritmo naturale, della casa, del lavoro ben fatto. Durante le Dodici Notti, si diceva che passassero a controllare che tutto fosse in ordine, che il focolare fosse acceso, che la famiglia fosse unita.

 

 

Ma le Dodici Notti non erano soltanto un tempo sospeso: erano un cammino interiore. Ogni notte rappresentava un passaggio, un varco, un gesto simbolico che l’uomo compiva insieme al mondo naturale. Si credeva che in queste notti il destino fosse più malleabile, come se il filo degli eventi potesse essere toccato, annodato, sciolto. L’anno vecchio, con il suo peso di errori, fatiche e memorie, veniva lasciato andare notte dopo notte, mentre l’anno nuovo si avvicinava come un ospite timido che attende di essere accolto. Ogni notte era un invito a guardare indietro senza paura e avanti senza fretta, a riconoscere ciò che meritava di essere portato con sé e ciò che invece poteva restare nel buio. Chi desidera vivere davvero le Dodici Notti oggi può farlo senza cerimonie complesse, senza rituali rigidi. Basta un po’ di silenzio, un po’ di ascolto, un po’ di spazio lasciato al mistero. Ogni notte può diventare un piccolo approdo, un luogo in cui fermarsi e guardare ciò che accade dentro e fuori di sé. Si può cominciare accendendo una luce — una candela, una lanterna, un lume discreto — e lasciarla brillare per qualche minuto. Quella fiamma diventa un centro, un punto fermo attorno al quale il pensiero si raccoglie.

 

 

Molti trovano utile dedicare ogni notte a un tema: un ricordo, un desiderio, una paura, un ringraziamento. Non per analizzarli, ma per lasciarli emergere. Le Dodici Notti sono un tempo di rivelazione gentile: ciò che deve salire alla superficie lo farà, se gli si concede spazio. Si può anche tenere un piccolo diario, annotando un’immagine, un sogno, una frase ascoltata durante il giorno. Gli antichi credevano che i sogni di queste notti fossero messaggeri, e che ogni notte parlasse del mese corrispondente dell’anno nuovo. Non è necessario crederci alla lettera: basta ascoltare. Chi ama la natura può uscire per qualche minuto, anche solo sulla soglia di casa, e respirare l’aria fredda. L’inverno, in queste notti, ha un suono diverso: è più profondo, più lento, più antico. Guardare il cielo, ascoltare il vento, osservare il silenzio sono modi per ricordarsi che il mondo non è solo ciò che vediamo di giorno. E poi c’è il gesto più importante: lasciare andare. Ogni notte può diventare un’occasione per deporre un peso, sciogliere un nodo, chiudere una porta con gratitudine.

 

 

E così, quando la Dodicesima Notte si avvicina, qualcosa nel mondo sembra cambiare di nuovo. Non è un rumore, non è un segno evidente: è un movimento sottile, come quando il vento smette di soffiare e la neve resta sospesa nell’aria. È il momento in cui il tempo ricomincia a camminare, piano, come se avesse appena ricordato la strada. Molti, nelle campagne di un tempo, lasciavano una lanterna accesa fino all’alba dell’Epifania. Dicevano che quella luce fosse un ponte tra ciò che era stato e ciò che stava per nascere, un modo per accompagnare l’anno nuovo mentre entrava nella casa.

 

 

Forse è questo che le Dodici Notti ci insegnano ancora oggi: che la trasformazione non ha bisogno di clamore, che la rinascita non arriva con un tuono, ma con un bagliore discreto. Che basta una luce piccola, custodita con cura, per attraversare l’inverno senza perdersi. Che ogni inizio richiede un po’ di buio, un po’ di silenzio, un po’ di ascolto. Quando l’alba del 6 gennaio arriva, non porta via la magia: la lascia dentro di noi, come una brace che continuerà a scaldare i giorni futuri. Le Dodici Notti finiscono, ma il loro dono rimane. Rimane nel modo in cui guardiamo il mondo, nel modo in cui ascoltiamo i nostri sogni, nel modo in cui accendiamo una luce quando la notte sembra troppo lunga. Perché, in fondo, le Dodici Notti non sono un tempo da ricordare: sono un tempo da vivere. E ogni anno tornano, puntuali, per ricordarci che il mondo è più grande di ciò che vediamo, e che dentro ogni inverno c’è già il seme della primavera.

 

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Sulle tracce del Principe Maurice: un Natale all’insegna della libertà

Il Principe al Villaggio di Natale di Monte Carlo

Un incontro pre-natalizio dopo tanto tempo, quello tra me e il Principe Maurice. In occasione degli auguri che il Principe dedica ogni anno a voi lettori, un aggiornamento sulle ultime tappe della sua carriera era senz’altro d’obbligo. In questa intervista non mancano le riflessioni sul mondo della notte, sullo stato di salute dei club, ma anche sulle nuove vie dell’entertainment, come le sagre popolari: feste tutte da riscoprire, che invitano alla socialità e non operano distinzioni rispetto all’età dei partecipanti. Tra gli argomenti, poi, spiccano le celebrazioni di Halloween e del compleanno del Principe, quest’anno trascorso in terra straniera. E a proposito di paesi esteri, scommetto che sarete curiosi di scoprire la nuova meta del Grand Tour del nostro eroe, un luogo affascinante e maestoso che ha ospitato uno degli lussuosissimi eventi del Grand Ball de Monte Carlo, di cui Maurice è il Maestro di Cerimonie. Per concludere, il messaggio di auguri natalizi che il Principe rivolge ai lettori di MyVALIUM; ho già anticipato nel titolo di questo articolo quale sarà il soggetto, ma vi esorto a leggere l’intervista fino in fondo e ad assaporare le parole che il Principe Maurice ha in serbo per voi.

Raccontaci, in sintesi, quali sono stati gli eventi-cardine della tua estate.

Tra gli eventi in cui mi sono esibito nei club, posso citare il Memorabilia del Cocoricò del Luglio scorso: molto bello, con l’alba sorta sulla Piramide come da tradizione. E’ stato un Memorabilia sicuramente suggestivo e molto interessante. La mia estate, in realtà, è stata più open air: ci sono stati festival, soprattutto in collaborazione con l’Insomnia e il gruppo di Metempsicosi, poi lo straordinario evento outside al Rimini Beach Arena, sempre un Memorabilia, con un afflusso di pubblico pazzesco…è stata una grande festa techno sulla spiaggia. In più era gratis, qualcosa di necessario in questo momento. I giovani hanno voglia di uscire ma hanno pochi mezzi, quindi poter ogni tanto riuscire ad offrire loro questo servizio è molto importante. Ormai i festival outside sono spesso patrocinati anche dalle amministrazioni pubbliche, che hanno individuato in questo genere di divertimento il modo di concludere in bellezza svariate kermesse.

 

Natale a Monte Carlo

Il mondo della notte si sta allontanando progressivamente dai club sostituendoli con altre forme di intrattenimento: i festival, ma anche le sagre popolari: dimensioni meno “dispersive” che favoriscono maggiormente il contatto umano. Che pensi di questa svolta?

Rispetto alle sagre, devo dire che non ho mai storto il naso: per me è molto importante andare dove c’è gente che ha voglia di stare insieme, di ascoltare della buona musica…dove la buona musica c’è, garantita dai dj che conosco e che accompagno in questo viaggio estemporaneo all’aperto; un concetto essenziale, dato che dobbiamo tutti ancora superare vecchi traumi del passato (Ndr.: il Principe si riferisce al lockdown). Uno degli eventi a cui ho partecipato, per esempio, è stata la Fiera del Folpo, che in veneto significa polipo e si svolge in una cittadina chiamata Noventa Padovana. La Fiera, nell’arco di una settimana, porta a Noventa circa 120-130.000 persone. Mi sono esibito lì e devo dirti che ne è valsa la pena, perché ho trovato una qualità tecnica incredibile e una massiccia partecipazione di pubblico, tra l’altro sempre più composto da diverse generazioni. Io che sono ormai un highlander – ho più di 100 anni anche se non li dimostro – ho trovato i nonni, i padri, i figli e i figli dei figli! E’ molto divertente questa cosa.

 

La Fiera del Folpo di Noventa Padovana

Tra gli eventi open air a cui ho partecipato in Veneto,  vorrei citare  un Charity Music Festival molto bello. Sono stato chiamato da uno degli organizzatori, il produttore di fama internazionale Walterino dj. L’evento si chiama Anguana e mi sono trovato a lavorare fianco a fianco nientepopodimeno che a Iva Zanicchi! Simpatica e giovanissima di spirito. Gli organizzatori mi hanno ospitato in una tenuta nelle campagne  venete adibita a Resort…tutto mi sarei aspettato fuorchè di cenare a tu per tu con Iva che arrivata da Milano presentava un suo nuovo brano in stile afro-house, “Dolce far niente”, realizzato con un duo siciliano di producer e dj straordinari , A-Clark & Vinny, Un successone! La Zanicchi è una grande artista e una grande donna. Incontro indimenticabile. Cambiando discorso, devo dire che attualmente non esistono più produzioni musicali suggestive come quelle che avevamo negli anni ‘90, quindi quando i giovani le ascoltano rimangono sbalorditi…e vogliono ripetere l’esperienza. È una formula che funziona tuttora! Il Memorabilia quest’anno ha compiuto 30 anni, ma ancora piace e ancora funziona.

 

Maurice con Iva Zanicchi

A quali cause principali attribuisci quello che sembra essere una sorta di lento declino dei club?

Sarebbe senz’altro necessario un rinascimento organizzativo dei locali, che stanno continuando a chiudere. A Milano ha chiuso anche il Plastic, dandomi un grande dolore: per me era il club per eccellenza. Quello che sta succedendo ai club dà l’idea della crisi che stanno avendo, vuoi per ragioni economiche, vuoi per ragioni sociali…Bisogna che si capisca che i locali notturni non sono luoghi di vizio o trasgressione, ma anche luoghi di cultura e aggregazione. In questi luoghi si possono trasmettere degli importanti messaggi di costume e società, messaggi positivi sul contenimento di problemi sociali vari. Al mondo della notte andrebbe riconosciuta questa funzione, perché se poi la gente non esce o fa festa in casa, o per strada, potrebbe essere ancora più pericoloso se vogliamo. La formula vincente del Cocoricò, ad esempio, includeva la residenza di dj che potevi trovare solo in quel locale, l’esibizione di personaggi (me compreso) o gruppi che potevi vedere solo lì: tutto questo attirava, c’erano pellegrinaggi che partivano dalla Sicilia o dal Piemonte per arrivare a Riccione. Il declino è dovuto al fatto che, pensando di risparmiare, sono stati adottati dei format triti e ritriti, pronti all’uso, dove ti portano – chiavi in mano – dj, scenografie e animazione. Però questi “pacchetti” sono quasi tutti uguali e la settimana dopo li ritrovi in un altro locale a pochi chilometri di distanza. In generale si è venuto a perdere quell’afflato. Secondo me manca un direttore artistico che abbia potere propulsivo e decisionale, manca la figura del resident che fidelizza il pubblico. I locali, magari, sono belli e aggiornati tecnologicamente, ma ciò che manca è l’anima. Nel mondo dell’entertainment, più investi e più hai. Altrimenti non riesci più ad attirare le persone…Il clubbing dovrebbe recuperare la sua essenza vera, dandosi un carattere con originalità e continuità.

Passiamo ad Halloween. So che per te è stato un 31 Ottobre diverso, circondato non tanto dalle consuete atmosfere oscure, quanto da una luce rigenerante e radiosa. Potresti parlarcene?

Della festa di Halloween si è sempre data un’immagine associata alla paura, all’orrore, quasi come ad esaltarne un aspetto diabolico. Per me, invece, questa festa dalle antichissime radici celtiche simboleggia il contatto con la spiritualità del dopo vita. Penso all’aldilà come a una luce e ho voluto interpretarlo in questo senso: per me è tutta luce, tutta energia. Perciò ho indossato un outfit composto da frammenti di specchi (come sempre realizzato da Flavia) che era un’esplosione di luce, molto vitale. L’esplosione può essere mortale o vitale: io l’ho voluta vitale. Credo che la morte sia semplicemente una prova per l’evoluzione dell’anima. L’immagine che ho dato è piaciuta e ha emozionato. Ad Halloween mi sono esibito al Memorabilia del Cocoricò, e stavolta ho voluto festeggiarlo così. Questo momento storico ha più bisogno di luce che di oscurità. Non se ne può più delle guerre, della cronaca nera, della violenza, dell’indifferenza. della povertà…Bisogna dare dei messaggi positivi. Pubblicizzando la negatività, le tristezze, le miserie – che ci sono sempre state e sempre ci saranno – creiamo un clima di depressione e di sfiducia nei confronti della vita. Quindi, rievocando la morte in maniera luminosa ho voluto dare speranza; anche la vita dev’essere altrettanto luminosa. A livello generale la situazione è quella che è, ma accadono anche cose belle, sebbene non facciano notizia. A livello filosofico e di comunicazione bisogna ricominciare a dare speranzaluce, appunto.

 

Halloween Memorabilia style per i 30 anni dell’amatissimo format del Cocoricò

L’evento a Il Cairo, in Egitto, in cui ti sei esibito con il Gran Ball des Princes et des Princesses di Monte Carlo, si è trasformato in una nuova tappa del tuo Grand Tour: spiegaci come e perché.

Da bambino, quando studiavo la storia degli antichi egizi, mi sono innamorato della cultura faraonica e di questi monumenti incredibili e magici che sono le piramidi. In seguito, la piramide è tornata nella mia vita attraverso il Cocoricò, e poi con il Louvre. Quindi ero già destinato a visitare le piramidi. Avevo già viaggiato in Egitto, ma non mi ero spinto fino a Il Cairo. Quando ho saputo che la produzione del Grand Ball de Monte Carlo avrebbe organizzato un ballo dei Principi e delle Principesse lì,  sono stato entusiasta! Ne ho approfittato e mi sono preso un paio di giorni off per visitare la necropoli di Giza. Ti giuro: ho avuto la pelle d’oca dall’inizio alla fine, la consapevolezza di trovarmi di fronte a una cultura superiore. Si dice addirittura che la necropoli sia opera degli alieni, perché sembra impossibile che gli esseri umani abbiano potuto inventare ed edificare quelle piramidi straordinarie e perfette…sono stupende! Nel mio Grand Tour, quindi, c’è l’antica Grecia, c’è l’Italia e c’è senz’altro l’Egitto, una tappa che sono riuscito a fare nel meraviglioso contesto del Abdeen Palace: un palazzo reale risalente alla metà dell’‘800, quando, dopo la distruzione dell’impero ottomano, è salita al trono la dinastia da cui discendeva re Faruq. Per ospitare la Famiglia Reale con sfarzo fu costruito questo palazzo pazzesco, meraviglioso, una sorta di Versailles nordafricana che oggi è la residenza presidenziale. Pazzesco il Palazzo, quindi, ma pazzesche soprattutto le piramidi, che ho trovato enormi e impressionanti così come la Sfinge. Sono riuscito a toccare le loro pietre, ad abbracciarle, soprattutto quelle della piramide di Cheope che è la più energetica e la più importante. Sarei potuto entrare al suo interno, ma non ho voluto. L’istinto mi ha detto di non farlo perché temevo che non ne sarei più uscito! È stata una forma di rispetto, anche perché le piramidi non sono state fatte per entrarci. In realtà mi sono sentito circondato da tanta energia, forse troppa, e temevo di andare in overdose! Un unico fastidio: gli operatori turistici, a volte un po’ invadenti. Le piramidi sono senz’altro una delle più grandi meraviglie del mondo. A Giza ho percepito una concentrazione di energia attirata dalla forma della piramide stessa. D’altronde, l’avevo già constatato sotto la piramide del Cocoricò e quella del Louvre.

 

La storia di vita del Principe Maurice è costellata di piramidi: qui si trova davanti a quelle, maestose, della Necropoli di Giza

La magnificenza delle Grandi Piramidi di Giza…

…e quella dell’Abdeen Palace, una sorta di Versailles egiziana.

Il 15 Novembre è stato il tuo compleanno. Il ricordo dei festeggiamenti mirabolanti degli anni precedenti è ancora vivo in tutti i lettori di MyVALIUM: ti chiedo quindi di raccontarci dove e in che modo l’hai celebrato.

 L’ho celebrato in modo molto intimo in una cittadina, Saragozza, che da tempo avevo voglia di visitare, perché a Bologna ho abitato in una via che si chiama via Saragozza. Siccome il mio carissimo amico Sascha si è trasferito lì per lavoro durante i mesi invernali, ho pensato di andarlo a trovare. Eravamo solo io, sua moglie e lui, siamo andati a cena in un ristorante stupendo all’interno di un grande centro commerciale e il giorno dopo me lo sono preso tutto per visitare questa bellissima cittadina. Anzi, due giorni dopo, perché l’indomani siamo andati a vedere un luogo pazzesco,il deserto di Tabernas, dove sono stati girati moltissimi film western; poi abbiamo fatto una gita sul lago, circondato da pueblos (paesini), castelli e conventi stupendi. La città di Saragozza mi ha conquistato: è bella, dinamica, vivace, con l’incredibile Basilica di Nostra Signora del Pilar, che è meta di pellegrinaggi internazionali, e monumenti tipo il Castello dell’Aljaferìa, di impianto musulmano, con i suoi giardini, le sue fontane, i suoi archi orientaleggianti…Vi racconto un aneddoto che in pochi conoscono: il fiume che attraversa la città e segna il confine con la Francia si chiama Ebro, in latino Iberus. Pare che Giulio Cesare, dopo aver conquistato la Francia, iniziò ad occupare la penisola iberica, che prese questo nome proprio perché il grande condottiero attraversò quel fiume, l’Iberus. Riguardo a Saragozza, voglio segnalare anche la presenza artistica di uno dei pittori da me più amati in assoluto, Francisco Goya. Non c’è bisogno di dire che aggiungerò questa tappa al mio Grand Tour.

 

Il compleanno di Maurice, che ha festeggiato in quel di Saragozza

Arriviamo al 7 Dicembre, una data cruciale per il grandioso evento di chiusura  del trentennale del Memorabilia del Cocoricò.  Cosa avete escogitato  per questa importante celebrazione?

 Beh, è stato davvero grandioso, oltre ogni aspettativa! I festeggiamenti sono andati avanti tutto l’anno e non poteva esserci finale più straordinario. C’era molta aspettativa intorno a questo evento. Io, suggestionato ancora dalle piramidi, mi sono esibito in una performance che definirei “faraonica”! Hanno partecipato dj storici del genere techno; uno in particolare, Jeff Mills, da moltissimo tempo non si esibiva in Italia. A partire da Cirillo (ideatore del format), coadiuvato dai fedeli Saccoman e Ricci jr, non sono mancati i testimoni della parte House: Claudio di Rocco, Federica BabyDoll e i PastaBoys e quali ospiti internazionali: Marc Acerdipane PCP e Westbam oltre al già citato Mills, tutti iconici artisti che ci siamo regalati per festeggiare alla grande. Abbiamo voluto estendere gli orari, perciò il Memorabilia, cominciato alle 18.30, è andato avanti fino alle 3 di notte. Abbiamo segnato una pietra miliare del genere techno.

 

La performance faraonica del Principe all’Unipol Arena di Bologna, che ha concluso le celebrazioni per i 30 anni del Memorabilia

Il Natale si avvicina a grandi passi.. ti chiedo di anticiparci qualcosa sulle tue feste natalizie… e ti porgere, come sempre, i tuoi auguri ai nostri lettori.

Credo che trascorrerò la vigilia e il pranzo di Natale in famiglia; la sera di Natale mi esibirò in un elegantissimo locale del vicentino, la Ca’ dei Gelsi, dove verranno organizzati un apericena show e poi una parte più danzata con des del calibro di Joe T. Vannelli, Walterino e Max Morgani. Mi hanno chiamato, mi hanno voluto, e mi sono detto “Perché no”? Penso che passerò il Capodanno sempre in Veneto tra Venezia e Treviso, ma mi sento abbastanza libero di prendere magari un aereo all’ultimo momento e raggiungere amici a Parigi… chissà? Oppure a casa a Palma di Maiorca… La mia sarà una “New Year’s Eve” all’insegna della libertà. Ecco, il mio augurio per queste festività è di viverle all’insegna della Libertà! Libertà dai luoghi comuni, dal consumismo sfrenato, dalle convenzioni. Libertà di viverle in maniera spontanea e intima senza dover stare a regole se non quelle imposte dalla nostra voglia di star bene in compagnia con gli affetti più veri e sinceri. Aggiungerei anche con uno spirito un po’ più avventuroso e curioso di nuovi luoghi ed emozioni.

 

 Buon Natale a tutti dal Principe Maurice e da MyVALIUM!

 

Photo courtesy of Maurizio Agosti

 

Buon Solstizio d’Inverno

 

“Il solstizio d’inverno, divenuto per diversi popoli e culture (e poi più o meno universalmente)il punto di “passaggio” per eccellenza, quindi il Capodanno, nel ciclico dipanarsi annuale del tempo, era ritenuto momento critico, determinante, quello in cui la dinamica insita nel ciclo vita-morte-rinascita si manifesta concretamente e simbolicamente con grande forza. Nel cammino del calendario verso quella scadenza, i giorni si accorciano sempre più e l’ombra trionfa, fino ad arrivare alla notte più lunga e alla data invernale in cui ogni risorsa del sole e del creato pare esaurita. Ma quella data, allo stesso tempo, vede anche il sospirato passaggio, l’inversione di tendenza, il punto di fine e ricominciamento: superato il momento cruciale, i giorni riprendono, seppure impercettibilmente, ad allungarsi, e la luce e il calore iniziano il cammino che li porterà a vincere le tenebre e il freddo, consentendo poi la rinascita della vegetazione e dei raccolti.”

(“Il solstizio d’inverno: la luce che rinasce dal buio.” Da “Tenebroso Natale. Il lato oscuro della Grande Festa”, di Eraldo Baldini e Giuseppe Bellosi, Società Editrice Il Ponte Vecchio, 2025)

Una brutta influenza mi impedisce di scrivere un articolo più approfondito sul Solstizio d’Inverno. Vi consiglio di andare a rileggere i post che ho pubblicato negli anni scorsi: questo, per esempio. Intanto, godetevi la photostory che dedico all’arrivo dell’Inverno.

 

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6 look per Natale

 

Sei look diversissimi per mood, raffinatezza e stile. Luccichii sfavillanti si alternano al rosso in versione bon ton e più audace, sciccosissimi  bagliori metal si contrappongono al comfort dei volumi oversize. Per affrontare il freddo trionfa la pelliccia ecologica, ma ravvivata dal colore del Natale per antonomasia.

 

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La capra di Yule, una delle più antiche tradizioni natalizie scandinave

 

Se siete stati in Scandinavia nel periodo natalizio, avrete sicuramente notato una singolare decorazione: la capra di paglia. Ne trovate molte, in varie dimensioni; le capre più piccole vengono appese all’albero di Natale, le più grandi sono monumentali, vere e proprie attrazioni turistiche. La capra di paglia, tradizionalmente, viene chiamata “capra di Yule” o “capra di Natale” (il nome Yule, di derivazione germanica, indica l’antica festa pagana del Solstizio d’Inverno); nelle lingue della penisola scandinava è stata battezzata julebukk in Norvegia, joulupukki in Finlandia e julbock in Svezia. Vi chiederete: ma cosa c’entra la capra con il Natale? A questa domanda va data una risposta approfondita.

 

 

Gli inizi, l’evoluzione e la simbologia

Per esplorare le origini della capra di Natale dobbiamo riferirci, innanzitutto, alla mitologia norrena. Cominciamo subito col dire che il carro di Thor, dio del fulmine figlio di Odino e della gigantessa Jord, era trainato da due capre magiche, Tanngnjóstr e Tanngrisnir . Pare che Thor se ne cibasse a cena e le ricomponesse con il suo martello, il Mjöllnir, la mattina dopo. Nel mito nordico, inoltre, esistevano diverse divinità che esibivano sembianze caprine. La capra rappresentava anche ciò che in Italia rappresenta il maiale: in Scandinavia, a Natale, una scorpacciata di carne caprina era tassativa. La figura della capra divenne ben presto simbolica del periodo della Natività. Dal XVII secolo si impose l’usanza dello Julebukking, un rito molto simile al Wassailing inglese. Durante le 12 notti che intercorrono tra Natale e l’Epifania, considerate incantate, i giovani erano soliti travestirsi e vagare, tra canti e scherzi, lungo le vie dei centri abitati. Il travestimento da capra di Yule non mancava mai. Queste scorribande erano associate a uno specifico rituale: i giovani in maschera, gli Julebukkers,  bussavano di casa in casa e sfidavano gli abitanti a scoprire la loro identità, oppure effettuavano una questua di dolci intonando cori natalizi; la tradizione prevedeva anche che un membro della famiglia ospitante si fosse unito al corteo degli Julebukkers.

 

 

Nel XIX secolo, come attesta una testimonianza del 1870, erano più che altro i bambini a dedicarsi allo Julebukking; un membro del gruppo, rigorosamente travestito da capra di paglia, conferiva un’aria a metà tra il giocoso e l’inquietante alla questua. Questa usanza si propagò al punto tale da diffondersi persino negli Stati Uniti d’America: a divulgarla furono gli immigrati norvegesi nel Midwest. Con la capra si facevano scherzi. Ad esempio, ci si divertiva a nascondere una capra di paglia nel giardino dei vicini di casa. Ma perchè questa valenza scherzosa, che diventava orrorifica non di rado?

 

 

Le antiche leggende scandinave descrivevano la capra in modo controverso. In alcune era una figura demoniaca, celata nei boschi montani durante la stagione calda e presente nel periodo dell’Avvento, quando scendeva a valle e cominciava ad addentrarsi nei villaggi. La sera della vigilia di Natale, la capra era solita entrare nelle case dei paesani. Ma le sue finalità non erano malvagie: lo faceva come portatrice di doni, un ruolo che poi toccò, più di recente, a Babbo Natale. Tuttavia, alcuni attribuivano alla capra caratteristiche sinistre e spaventose. Cominciarono a circolare voci secondo cui la capra di paglia di una ragazza si tramutò nel diavolo in persona. L’alone di negatività che circondava questa icona del Natale divenne sempre più marcato: nel 1731, il governo svedese si vide costretto a emanare un decreto dove proibiva ogni rappresentazione della capra durante le feste natalizie.

 

 

E’ più che giusto chiedersi che ruolo rivesta la paglia nella figura della capra di Yule. Le sue origini pagane la associano sia al dio Thor, come abbiamo visto, che allo spirito del grano. Perciò, se da un lato la capra si ricollega al culto di Thor, in quanto il carro del dio del fulmine era trainato dalle due capre magiche di cui sopra, dall’altro viene identificata con lo spirito del grano. Gli svedesi, infatti, erano convinti che l’ultimo covone di grano del raccolto possedesse delle virtù portentose: racchiudeva lo spirito del raccolto e lo si custodiva gelosamente prima di ripristinarlo per i festeggiamenti di Yule. Tale spirito prendeva sembianze animali che variavano a seconda della posizione geografica. Se era una capra, veniva chiamato Julbocken. Lo spirito, invisibile a tutti, si manifestava nel periodo natalizio per verificare che le famiglie si preparassero a celebrare il Natale in modo adeguato. Ed è proprio in questo stesso periodo che imperversava la burla della capra di Yule: l’introduzione, di soppiatto, di una capra di paglia nei giardini o nelle case del vicinato. Le vittime avrebbero potuto sbarazzarsi del fantoccio soltanto ripetendo a loro volta le modalità dello scherzo: nascondendo, cioè, la capra di paglia in un’altra dimora o giardino del quartiere.

 

 

Gli omaggi artistici e letterari

L’artista e illustratrice svedese Jenny Nyström ha spesso ritratto la capra di Yule, insieme agli onnipresenti jultomte (gnomi e folletti natalizi scandinavi), nelle sue iconiche cartoline di Natale. Lo scrittore finlandese Zacharias Topelius, noto per le sue celebri fiabe, ha dedicato alla capra un racconto fantastico dal titolo Julebocken. Anche la compositrice svedese Alice Tegnér subì il fascino dalla leggenda della capra di Yule: in suo onore scrisse una poesia, En jul när mor var liten, che nel 1913 divenne un canto natalizio intitolato Julbocken.

 

 

La gigantesca Capra di Gävle

 

L’imponente capra di Yule realizzata a Gävle, nella Svezia centrale, riappare ogni Dicembre. Composta interamente di paglia, è alta 13 metri e pesa 3,5 tonnellate. Ormai è diventata un vero e proprio emblema natalizio svedese. Purtroppo, però, la Capra di Gävle è anche celebre per i numerosi atti di vandalismo di cui è vittima: la città deve costantemente difenderla da chi tenta di incendiarla.

 

Thor e le sue due capre, Tanngnjóstr e Tanngrisnir

 

Immagini

Foto di copertina: illustrazione di John Bauer

Cartoline natalizie di Jenny Nÿstrom

Illustrazione in bianco e nero raffigurante il “Vecchio Natale” che cavalca una capra di Yule di Robert Seymour, 1836, Public Domain via Wikimedia Commons

Foto della capra di paglia davanti a una vetrina di Stoccolma di Lachy from Paris, France, CC BY 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/2.0>, da Wikimedia Commons

Foto della Capra di Gävle di Baltica at English Wikipedia, Public domain, via Wikimedia Commons

Illustrazione di Thor e le sue capre di Carl Emil Doepler, 1882, Public domain, da Wikimedia Commons