
Da amante degli animali quale sono, quest’anno ho voluto approfondire un tema che pone da sempre molti interrogativi: perchè i gatti neri, adorabili come tutti i felini, vengono perennemente associati a Halloween? Ho fatto una ricerca e voglio riassumerne i punti salienti, lanciandovi un appello: per favore, fate del tutto perchè in questa notte stregata i mici dal manto color ebano restino, e si sentano, il più possibile al sicuro. Ma come e quando nasce la diceria secondo cui il gatto nero sia una creatura diabolica, un servitore delle streghe o talvolta una strega stessa, tramutatasi in gatto per salvarsi dalla cattura o dal rogo?

Tutto ha origine in antichissime leggende e superstizioni. Misterioso e indipendente, il gatto nero si muoveva silenzioso a notte fonda, mimetizzandosi nelle tenebre; di lui, rimanevano visibili solo gli occhi: non era raro che, se appariva nel buio all’improvviso, spaventasse i cavalli dei cavalieri al galoppo. Questo suo aspetto, indubbiamente, ha contribuito a farlo percepire come un animale temibile e insidioso. Nel Medioevo, quando iniziò la caccia alle streghe, il sospetto e le insinuazioni erano all’ordine del giorno. Bastava poco per essere accusate di stregoneria: le donne sole venivano prese di mira più delle altre, perchè eludevano l‘ordine sociale; rompevano gli equilibri sui quali si fondava la società. Non era raro che vivessero come delle emarginate, o fossero guardate con estrema diffidenza. Non era raro neppure che queste donne possedessero degli animali da compagnia, gatti in particolare. Se poi conoscevano i poteri delle erbe e diventavano guaritrici, il gioco era fatto: erano sicuramente delle streghe, abili conoscitrici delle arti magiche, e i gatti neri rappresentavano i loro “famigli”, ossia i loro fedeli aiutanti. Spesso, sull’esistenza dei famigli si basavano decine di accuse di stregoneria. Il gatto nero, dunque, già considerato una creatura notturna e oscura, veniva definito un “servitore del demonio” o identificato con la strega stessa, poichè si riteneva che una strega potesse tramutarsi in gatto nero per ben otto volte.

Il periodo della caccia alle streghe fu perciò un’epoca in cui, nei confronti dei gatti neri, ebbe inizio una persecuzione cruenta arrivata fin quasi ai nostri giorni. Un episodio che probabilmente contribuì a divulgare l’immagine demoniaca del gatto nero fu l’emanazione, nel 1233, della bolla Vox in Rama da parte di Papa Gregorio IX. Nella bolla, Papa Gregorio IX si scagliava contro gli eretici tedeschi e le loro pratiche; menzionava anche riti satanici in cui il demonio aveva le sembianze di un grande gatto nero. La caccia alle streghe cominciò quasi due secoli dopo, ma l’associazione del gatto nero con il male e con Satana rafforzò l’avversione nei confronti dei felini dal pelo scuro.

La superstizione medievale, certamente, fece il resto: i racconti macabri, le dicerie sui gatti neri si moltiplicavano. Non è un caso che, tuttora, il gatto nero sia considerato un emblema di malasorte – conosciamo tutti, penso, la celebre credenza secondo cui un gatto nero che ci attraversa la strada porta sfortuna. A questo proposito, è utile scavare ancora più indietro nel tempo. Per gli antichi Celti, la festa pagana di Samhain sanciva il passaggio tra l’ultimo raccolto e l’inizio del semestre oscuro. Quella notte, il velo tra il mondo dei vivi e l’altromondo (che per i Celti era il regno dei morti e delle divinità) si assottigliava incredibilmente; ciò permetteva ai defunti di tornare nel mondo tangibile. Il gatto nero godeva sin da allora della fama di animale tenebroso, ammantato di mistero, tant’è che veniva inesorabilmente associato a quel varco tra i due mondi: era una sorta di “custode” che vigilava al loro confine. Per qualcuno, favoriva addirittura il ritorno degli spiriti.

Quest’immagine sinistra veniva amplificata da una leggenda celtica, molto diffusa soprattutto in Scozia e Irlanda, ambientata durante la notte di Samhain. La leggenda ha come fulcro il mito del Cat Sìth, un gatto nero dalle dimensioni enormi: a prima vista poteva quasi sembrare una pantera. Il Cat Sìth, “gatto fatato”, esibiva una macchia bianca sul petto e possedeva spiccati poteri magici. Alcune versioni della leggenda raccontano che fosse in realtà una strega rimasta intrappolata nelle sue sembianze: dopo essersi trasformata in Cat Sìth per otto volte (il numero massimo che le era consentito), diventò un “gatto fatato” la nona. La figura del Cat Sìth è circondata da un’aura potentemente tetra e inquietante. Il gigantesco gatto nero aveva l’abitudine di appropriarsi delle anime dei defunti che non avevano ancora raggiunto l’aldilà; gli antichi Celti, pertanto, impedivano ai gatti neri di intrufolarsi nelle veglie funebri. Per placare il Cat Sìth, i Celti iniziarono a posizionare delle ciotole di latte davanti alle loro case: era un modo per benedirlo e tenerlo lontano dai cadaveri.

Ma le antiche civiltà non hanno sempre e solo affibbiato al gatto nero connotazioni demoniache; in alcune culture, ad esempio, questo animale è visto come un felino sinuoso, sontuoso e foriero di buona sorte. Nell’antico Egitto, il gatto nero era sacro e chi ne uccideva uno era punito con la morte. Il gatto nero veniva venerato: basti pensare che la dea Bastet, divinità che presiedeva alla casa, alla fecondità e alla vita familiare, esibiva una testa di gatto anzichè umana. I gatti neri sono ben visti e portano fortuna in molte nazioni. Qualche esempio? La Gran Bretagna, oppure il Giappone: lì sono considerati di buon augurio per le finanze e gli incontri sentimentali. Se un gatto nero attraversa la strada a qualcuno, potete star certi che costui lo ringrazierà! In Italia, poi, è stata istituita la Giornata Nazionale del Gatto Nero (che cade il 17 Novembre) per abbattere le superstizioni e i pregiudizi che circondano ormai da troppo tempo i mici corvini, e mettono a repentaglio persino la loro adozione. E’ ora di sbarazzarsi di qualsiasi credenza o leggenda del passato: il colore è semplicemente un dettaglio, i gatti neri sono degni di tutto l’amore e il rispetto possibili.







Foto e illustrazioni via Pixabay e Unsplash
















































































































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