Halloween e il gatto nero: tra credenze, leggende e superstizioni

 

Da amante degli animali quale sono, quest’anno ho voluto approfondire un tema che pone da sempre molti interrogativi: perchè i gatti neri, adorabili come tutti i felini, vengono perennemente associati a Halloween? Ho fatto una ricerca e voglio riassumerne i punti salienti, lanciandovi un appello: per favore, fate del tutto perchè in questa notte stregata i mici dal manto color ebano restino, e si sentano, il più possibile al sicuro. Ma come e quando nasce la diceria secondo cui il gatto nero sia una creatura diabolica, un servitore delle streghe o talvolta una strega stessa, tramutatasi in gatto per salvarsi dalla cattura o dal rogo?

 

 

Tutto ha origine in antichissime leggende e superstizioni. Misterioso e indipendente, il gatto nero si muoveva silenzioso a notte fonda, mimetizzandosi nelle tenebre; di lui, rimanevano visibili solo gli occhi: non era raro che, se appariva nel buio all’improvviso,  spaventasse i cavalli dei cavalieri al galoppo. Questo suo aspetto, indubbiamente, ha contribuito a farlo percepire come un animale temibile e insidioso. Nel Medioevo, quando iniziò la caccia alle streghe, il sospetto e le insinuazioni erano all’ordine del giorno. Bastava poco per essere accusate di stregoneria: le donne sole venivano prese di mira più delle altre, perchè eludevano l‘ordine sociale; rompevano gli equilibri sui quali si fondava la società. Non era raro che vivessero come delle emarginate, o fossero guardate con estrema diffidenza. Non era raro neppure che queste donne possedessero degli animali da compagnia, gatti in particolare. Se poi conoscevano i poteri delle erbe e diventavano guaritrici, il gioco era fatto: erano sicuramente delle streghe, abili conoscitrici delle arti magiche, e i gatti neri rappresentavano i loro “famigli”, ossia i loro fedeli aiutanti. Spesso, sull’esistenza dei famigli si basavano decine di accuse di stregoneria. Il gatto nero, dunque, già considerato una creatura notturna e oscura, veniva definito un “servitore del demonio” o identificato con la strega stessa, poichè si riteneva che una strega potesse tramutarsi in gatto nero per ben otto volte.

 

 

Il periodo della caccia alle streghe fu perciò un’epoca in cui, nei confronti dei gatti neri, ebbe inizio una persecuzione cruenta arrivata fin quasi ai nostri giorni. Un episodio che probabilmente contribuì a divulgare l’immagine demoniaca del gatto nero fu l’emanazione, nel 1233, della bolla Vox in Rama da parte di Papa Gregorio IX. Nella bolla, Papa Gregorio IX si scagliava contro gli eretici tedeschi e le loro pratiche; menzionava anche riti satanici in cui il demonio aveva le sembianze di un grande gatto nero. La caccia alle streghe cominciò quasi due secoli dopo, ma l’associazione del gatto nero con il male e con Satana rafforzò l’avversione nei confronti dei felini dal pelo scuro.

 

 

La superstizione medievale, certamente, fece il resto: i racconti macabri, le dicerie sui gatti neri si moltiplicavano. Non è un caso che, tuttora, il gatto nero sia considerato un emblema di malasorte – conosciamo tutti, penso, la celebre credenza secondo cui un gatto nero che ci attraversa la strada porta sfortuna. A questo proposito, è utile scavare ancora più indietro nel tempo. Per gli antichi Celti, la festa pagana di Samhain sanciva il passaggio tra l’ultimo raccolto e l’inizio del semestre oscuro. Quella notte, il velo tra il mondo dei vivi e l’altromondo (che per i Celti era il regno dei morti e delle divinità) si assottigliava incredibilmente; ciò permetteva ai defunti di tornare nel mondo tangibile. Il gatto nero godeva sin da allora della fama di animale tenebroso, ammantato di mistero, tant’è che veniva inesorabilmente associato a quel varco tra i due mondi: era una sorta di “custode” che vigilava al loro confine. Per qualcuno, favoriva addirittura il ritorno degli spiriti.

 

 

Quest’immagine sinistra veniva amplificata da una leggenda celtica, molto diffusa soprattutto in Scozia e Irlanda, ambientata durante la notte di Samhain. La leggenda ha come fulcro il mito del Cat Sìth, un gatto nero dalle dimensioni enormi: a prima vista poteva quasi sembrare una pantera. Il Cat Sìth, “gatto fatato”, esibiva una macchia bianca sul petto e possedeva spiccati poteri magici. Alcune versioni della leggenda raccontano che fosse in realtà una strega rimasta intrappolata nelle sue sembianze: dopo essersi trasformata in Cat Sìth per otto volte (il numero massimo che le era consentito), diventò un “gatto fatato” la nona. La figura del Cat Sìth è circondata da un’aura potentemente tetra e inquietante. Il gigantesco gatto nero aveva l’abitudine di appropriarsi delle anime dei defunti che non avevano ancora raggiunto l’aldilà; gli antichi Celti, pertanto, impedivano ai gatti neri di intrufolarsi nelle veglie funebri. Per placare il Cat Sìth, i Celti iniziarono a posizionare delle ciotole di latte davanti alle loro case: era un modo per benedirlo e tenerlo lontano dai cadaveri.

 

 

Ma le antiche civiltà non hanno sempre e solo affibbiato al gatto nero connotazioni demoniache; in alcune culture, ad esempio, questo animale è visto come un felino sinuoso, sontuoso e foriero di buona sorte. Nell’antico Egitto, il gatto nero era sacro e chi ne uccideva uno era punito con la morte. Il gatto nero veniva venerato: basti pensare che la dea Bastet, divinità che presiedeva alla casa, alla fecondità e alla vita familiare, esibiva una testa di gatto anzichè umana. I gatti neri sono ben visti e portano fortuna in molte nazioni. Qualche esempio? La Gran Bretagna, oppure il Giappone: lì sono considerati di buon augurio per le finanze e gli incontri sentimentali. Se un gatto nero attraversa la strada a qualcuno, potete star certi che costui lo ringrazierà! In Italia, poi,  è stata istituita la Giornata Nazionale del Gatto Nero (che cade il 17 Novembre) per abbattere le superstizioni e i pregiudizi che circondano ormai da troppo tempo i mici corvini, e mettono a repentaglio persino la loro adozione. E’ ora di sbarazzarsi di qualsiasi credenza o leggenda del passato: il colore è semplicemente un dettaglio, i gatti neri sono degni di tutto l’amore e il rispetto possibili.

 

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Le erbe magiche di Halloween

 

Alle erbe, nel mondo antico, venivano attribuiti innumerevoli poteri. Innanzitutto, poteri terapeutici: le piante erano utilizzate per curare la maggior parte delle malattie. Ma esistevano anche erbe magiche che le streghe adoperavano per compiere incantesimi o durante i loro rituali. Pensate ad esempio alla mandragora, onnipresente nelle pozioni destinate a sortilegi di ogni tipo. La particolarità della sua radice, dalla forma quasi antropomorfa, ha contribuito ad alimentare la leggenda delle straordinarie virtù esoteriche di questa pianta. Si diceva che, mentre la si estraeva dal terreno, lanciasse grida talmente agghiaccianti da uccidere tutti coloro che le udivano. Anche dello stramonio, la cosiddetta “erba del diavolo”, le streghe facevano largo uso: dotato di poteri allucinogeni, alterava le percezioni e favoriva i “viaggi” extracorporei donando l’illusione di saper volare. Tra le erbe magiche non mancavano, naturalmente, quelle destinate alla ricorrenza di Samhain, oggi meglio conosciuta come Halloween. Scopriamo insieme quali erano e che proprietà avevano.

 

Le ghiande

Attiravano la fortuna e garantivano l’abbondanza e la fecondità.

La belladonna

Un potente allucinogeno con funzione anche protettiva: favoriva l’oblio degli amori passati e teneva lontane le forze oscure.

Le mele

Allungavano la vita e conducevano all’immortalità.

 

 

Le nocciole

Il loro consumo precedeva la divinazione, poichè la facilitava. Avevano il potere di incrementare la sapienza e l’ispirazione.

La salvia

Assicurava l’immortalità del corpo e della mente. Era un’erba protettiva che conferiva potenza e attirava il benessere economico.

La mulleina (o verbasco)

Teneva a debita distanza gli spiriti maligni, i demoni e le fattucchiere. Veniva anche utilizzata per sostituire la polvere del cimitero durante oscuri rituali.

Le rape

Abbondavano di virtù curative: depuravano, combattevano i radicali liberi e favorivano la digestione. Erano un potente afrodisiaco e un efficace amuleto contro la perfidia umana.

 

 

L’artemisia

Da questa pianta, il cui nome botanico è artemisia absinthium, si ricava l’assenzio. Erba-ponte tra il visibile e l’invisibile, provocava uno stato ipnotico ideale per la divinazione, l’interpretazione dei sogni e i presagi.

 

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Dolcetto o scherzetto?

 

Una pausa giocosa e golosa prima di tornare ad affrontare argomenti più “gotici”: Halloween è anche la festa dei dolci, leccornie che ruotano attorno al tema del macabro con profonda ironia. Torte, biscotti e dolcetti prendono la forma degli scheletri, dei fantasmi e dei mostri che emergono dalle tenebre del 31 Ottobre per renderli più appetibili (è il caso di dirlo) e convertire la paura in un ghiotto connubio di brio e spensieratezza. E’ così che i teschi, gli spettri, i vampiri e le dita mozzate perdono l’aura orrorifica tramutandosi in irresistibili delizie per il palato.

 

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Halloween night, Halloween make up

 

Uno sguardo alle ultime tendenze make up per la notte del 31 Ottobre. Quest’anno ho tralasciato volutamente il look “splatter” per lasciar spazio a uno stile più marcatamente dark e raffinato, oppure dall’impronta surreale. Il sangue (finto) non è assente del tutto, ma appare comunque depurato da qualsiasi accento trash. L’obiettivo è quello di esaltare il lato misterioso, oscuro e sinistro di Halloween puntando su due colori ben precisi: il nero e il rosso, declinati in un trucco il più possibile essenziale per evitare l’effetto “mascherata”. Quale make up vi piace di più? Fatemelo sapere nei commenti.

 

IL NERO

 

 

IL ROSSO

 

 

IL SURREALE

 

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I fantasmi: chi sono e come sono nati

 

I fantasmi.
Prendono forma al chiaro di luna,
si materializzano nei sogni.
Ombre. Sagome
di ciò che non è più.
(Ellen Hopkins)

 

Tutti sappiamo cosa sono i fantasmi. Ma com’è nata, in realtà, questa figura da sempre ancorata nell’immaginario collettivo? Cominciamo dal nome. Il termine “fantasma” deriva dal latino “phantasma”, che a sua volta affonda le radici nel greco “φάντασμα”, da “ϕαντάζω” e “ϕαντάζομαι”, rispettivamente “mostrare” e “apparire”: un significato che, più o meno, si riconduce a quello di “apparizione soprannaturale”. Il fantasma viene anche detto “spettro” e rappresenta l’anima di un defunto che torna di frequente nel mondo dei vivi. Lo si dipinge come un’entità eterea, impalpabile, ammantata di un lenzuolo bianco che la ricopre dalla testa ai piedi. Da secoli ormai remoti, le leggende sui fantasmi si moltiplicano e si tramandano di generazione in generazione: sono un cardine del folklore di tutto il globo. In questo post approfondiremo una delle figure che più ha abitato le paure della nostra infanzia. Benvenuti nello Speciale Halloween di MyVALIUM, che come ogni anno vi accompagnerà, passo dopo passo, nel viaggio verso il 31 Ottobre.

 

 

I fantasmi: dal mondo antico in poi

Nell’antica Grecia e nell’antica Roma, i fantasmi erano anime in pena che vagavano nel mondo dei vivi, tormentandoli, per rimediare a un torto subito: poteva essere una morte violenta, una tumulazione non alla loro altezza, una sofferenza inflitta e immeritata. Mentre nell’Ellade tutti i fantasmi rientravano in questa categoria, nell’antica Roma venivano suddivisi in diverse tipologie. Le Larve, condannati ad errare senza pace, erano gli spiriti dei malvagi, di coloro che in vita si erano macchiati di terribili crudeltà; a causa della loro condizione, si rivelavano i più pericolosi e inquieti. I Lemuri, come le Larve, erano stati estremamente spietati durante la vita terrena, ma erano morti violentemente: i loro spettri perseguitavano i vivi e li conducevano alla pazzia. Per tenerli a bada, gli antichi romani effettuavano rituali di purificazione nel corso dei Lemuria, una ricorrenza celebrata a Maggio. Poi esistevano fantasmi “buoni”, che vegliavano sulla famiglia, i viveri e la casa: i Lari e i Penati; costoro venivano venerati e ricevevano svariate offerte.  Il Cristianesimo associava la figura dei fantasmi alle anime in pena non riuscite ad entrare in Paradiso. Condannati a “stazionare” in Purgatorio o castigati da Dio, apparivano nel mondo dei vivi per far richiesta di preghiere e di indulgenze. Con il passar del tempo, tuttavia, queste credenze si modificarono totalmente: per il Cristianesimo non esistono anime erranti, si tende a considerare manifestazioni demoniache i fenomeni più inquietanti e inspiegabili.

 

 

I fantasmi nel mondo

Un veloce giro di ricognizione intorno al mondo ci permette di scoprire come vengono considerati i fantasmi nei paesi più disparati. In Cina e in Giappone, ad esempio, agli antenati e ai loro spiriti si guarda con estremo rispetto. In Cina vengono chiamati éguǐ (饿鬼)  i fantasmi che non sono stati venerati adeguatamente dopo il trapasso. Tale condizione ha comportato conseguenze terribili: gli éguǐ vagano senza sosta in giro per il mondo. A queste anime, i cinesi hanno dedicato il Festival dei Fantasmi Affamati: si celebra il quindicesimo giorno del settimo mese del Calendario Lunare ed è ricco di usanze molto particolari, come la creazione di altarini con cibo e incenso per placare la fame degli éguǐ e il rito in cui si bruciano oggetti di carta raffiguranti beni materiali per offrirli agli spiriti.In Giappone i fantasmi sono un tema ricorrente nelle opere del teatro Kabuki; il loro nome è yūrei e appaiono prevalentemente per vendicarsi di torti subiti in vita.

 

 

In Nigeria e in Nuova Zelanda, invece, i fantasmi hanno essenzialmente la funzione di proteggere la comunità dei vivi, rappresentando un elemento di continuità tra il passato e il presente e un importante strumento di coesione sociale. In questi paesi, il culto degli antenati è molto sentito; i fantasmi nigeriani hanno la facoltà di orientare le deliberazioni e castigare chi non rispetta le regole, mentre gli spiriti dei Māori vegliano costantemente sui loro discendenti e ai luoghi del riposo eterno viene tributata una grande venerazione

 

 

Categorie di fantasmi

I più famosi sono i poltergeist, avvezzi a fare un gran baccano: sbattono le porte, muovono gli oggetti (ma talvolta li rompono), bisbigliano e causano rumori apparentemente inspiegabili. Altri fantasmi si presentano in modo puntuale, sempre nello stesso luogo e alla stessa ora, come il fantasma di Lucia che, con un candelabro in mano, percorre i corridoi di Palazzo Anchisi ne “Il segno del comando”. Altri ancora, appaiono in posti cruciali della loro vita passata: più di frequente, dove hanno trovato la morte o dove sono stati felici. Alcuni si manifestano ai moribondi; di solito sono genitori o parenti che già dimorano nell’aldilà, e sembrano voler guidare chi è in fin di vita nel momento del trapasso. Esistono, poi, fantasmi che infestano case o castelli, rendendoli la loro tipicità. Qualche esempio? Il fantasma di Anna Bolena nella Torre di Londra o quello di Azzurrina nel Castello di Montebello, in provincia di Rimini. Si definiscono “ectoplasmi” le figure spettrali che prendono forma durante la trance del medium, nelle sedute spiritiche. Approdando in Irlanda (ma anche in Scozia e nel Galles) possiamo incontrare la Banshee, un celebre spirito femminile appartenente al Piccolo Popolo (rileggi qui l’articolo che le ho dedicato), mentre in America Latina non è difficile imbattersi nella Llorona, anche detta “la donna che piange”: uno spettro condannato a vagare di notte lungo i fiumi. Potrete riconoscerla dal pianto accorato intervallato da urla terrificanti, dalla veste bianca che indossa e dai lunghi capelli sciolti sulle spalle. Secondo la leggenda, la Llorona è il fantasma di una donna che, dopo aver scoperto di essere stata tradita dal padre dei suoi figli, li ha uccisi annegandoli in un fiume e poi si è suicidata.

 

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Autumn fairy tale

 

L’ Autunno è una stagione da fiaba. O meglio, la stagione con cui comincia la fiaba…dall’incanto della natura che cambia veste e si prepara al riposo annuale, alla meraviglia dell’Inverno e dei suoi paesaggi ammantati di neve. Lasciamoci investire da una folata di vento in cui vorticano le foglie morte e iniziamo il nostro viaggio alla volta della magia autunnale.

 

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“E’ mite il ghirigoro (pensato in disparte)”, una poesia di Mario Luzi

 

È mite il ghirigoro
                                   d’aria e luce
che accompagna
                            al suolo
la resa delle foglie
sui viali lungo il fiume.
perché rompo, persona,
il muto canto?
                                         Sarebbe
senza me uniforme,
pieno, invasato della propria inopia,
festoso.
                        Così scende
la vita, scende incontrastato,
pare, il suo sfacelo
a rigenerarsi nella morte
per il dopo, per il principio.

(da “Sotto specie umana”, Garzanti, 1999)

 

Paura del buio

 

“Se guardi nel buio a lungo, c’è sempre qualcosa.”
(William Butler Yeats)

Perchè alcuni di noi hanno paura del buio, di rimanere soli nell’oscurità? La frase di William Butler Yeats che leggete qui sopra potrebbe essere una sintesi perfetta della risposta. Nel linguaggio scientifico, la paura del buio è nota come nictofobia (da nyctos, “notte” in greco) o acluofobia (dal greco achlýs, “oscurità”, e phobos , “paura”). Non è raro che sia diffusa negli adulti: si teme non tanto il buio fine a se stesso, ma ciò che potrebbe celarsi nelle tenebre. Il buio nasconde, cancella, disorienta; elimina qualsiasi punto di riferimento. Quando diventa una fobia, la paura del buio provoca in chi ne è affetto dei sintomi simili a quelli di un attacco di panico: ansia incontrollata, tachicardia, respiro affannoso, sudorazione, capogiri. Alla radice di tutto ciò, generalmente, ci sono motivazioni che si ricollegano al vissuto del soggetto fobico, conflitti irrisolti e paure inconsce spesso insorte nell’infanzia. Qualche esempio? Il timore di perdere il controllo, dell’ignoto, di trovarsi a tu per tu con se stessi,  l’ansia da separazione (Sigmund Freud docet). Con il buio emerge tutto ciò che la luce spazza via: il nostro inconscio, la nostra interiorità, il nostro lato più oscuro. La paura del buio può essere causata da traumi del passato o recenti (basti pensare a chi, magari, di notte è stato visitato dai ladri) o scaturire da periodi di forte stress. Naturalmente, con Halloween dietro l’angolo, non va tralasciata la paura “momentanea” del buio, quella che sperimentiamo dopo aver visto un film horror o aver letto dei racconti dell’orrore. Chi teme il buio tende a soffrire d’insonnia e ad adottare strategie di evitamento, ritardando ad esempio il momento di andare a dormire. Per sconfiggere l’acluofobia non è sufficiente addormentarsi con la luce dell’abat-jour accesa: sarebbe opportuno iniziare un percorso di psicoterapia cognitivo-comportamentale o psicoanalitica. A tutti coloro che, invece, sono affetti dalla paura del buio solo dopo essersi immersi in tenebrose atmosfere, consiglio di organizzarsi in vista delle maratone a tema horror halloweeniane.

 

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La vellutata di zucca, il piatto tipico più gustoso di Ottobre

 

Con i primi freddi, è un piacere ritrovarsi a cena davanti al focolare. E i piatti tipici di stagione rendono quei momenti ancora più preziosi, oltre che gustosi. Pensate, ad esempio, alla vellutata di zucca: è cremosa, calda, saporita, una delizia per il palato. E ha lo stesso colore dell’ortaggio più osannato del mese di Ottobre, la zucca appunto, protagonista assoluta dei festeggiamenti halloweeniani. Va detto subito che questo piatto apporta anche molti benefici per la salute: la zucca, ricca di vitamina C, betacarotene e svariati antiossidanti, rafforza il sistema immunitario e contrasta il colesterolo poichè contiene una discreta quantità di fibre, che garantiscono – tra l’altro – un buon funzionamento intestinale. In più, scongiura la ritenzione dei liquidi e mantiene la pelle in salute.

 

 

Veniamo ora alla vellutata in quanto pietanza. Secondo alcuni, la zucca su cui puntare per la preparazione di zuppe e minestroni è la varietà butternut. Una volta scelta la vostra zucca, eliminate accuratamente la buccia esterna e suddividete la polpa in tanti piccoli cubetti. Poi, versate i cubetti in un tegame dove avrete messo a soffriggere una cipolla tritata; potete aggiungere anche delle patate, circa 200 gr, sempre tagliate a cubetti. Il tegame dovrebbe avere bordi abbastanza alti da contenere 1 litro di brodo vegetale, che va lasciato cuocere a fuoco lento per 15-20 minuti insieme a tutti gli ingredienti. Mescolate di tanto in tanto, e per insaporire il tutto aggiungete un pizzico di sale, pepe e noce moscata; accompagnateli a due o tre cucchiai di panna fresca per donare una consistenza cremosa alla vellutata. Dopo la cottura, frullate il contenuto del tegame. Se preferite una vellutata liquida, versate dell’altro brodo vegetale. Il piatto può essere servito con pezzi di pane integrale abbrustolito, un filo d’olio d’oliva e un po’ di rosmarino. Questa è la ricetta della vellutata classica, ma nulla ci vieta di realizzare varianti persino più golose.

 

 

Potremmo, per esempio, sostituire i crostini di pane con delle spezie dall’intenso aroma: peperoncino, zenzero, paprika, cannella. Oppure, aggiungere una manciata di cipollotti e pomodori secchi; oppure ancora, arricchirla con le castagne arrosto, i funghi,  le mandorle. Molti optano per i semi di zucca tostati, croccanti al punto giusto, che donano un tocco di squisitezza extra alla vellutata. Se poi amate i crostacei, non esitate a insaporire la vellutata con dei gamberi.

 

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I colori di terra e il loro fascino naturale

 

L’Autunno è, per definizione, la stagione dei colori di terra. Questa tavolozza comprende un gran numero di cromie: spaziano dal marrone al rosso, dal giallo al verde, sfoggiando gradazioni intense e sommamente affascinanti. Ma come si ottengono, simili colori? La risposta è molto semplice: dai pigmenti. Che sono colore puro, colore nella sua quintessenza, colore in polvere estratto da una specifica materia prima. Parlando dei pigmenti in questione, i pigmenti naturali, va detto che si suddividono in diverse categorie; esistono i pigmenti di terra, vegetali, animali, minerali, e ogni gruppo include una serie di colori che lo contraddistingue. Nel nostro caso, quello dei colori di terra, appunto, ci si riferisce ai colori estratti da pigmenti minerali naturali quali gli ossidi di ferro, le argille, i silicati e gli ossidi di manganese, estratti dal suolo per cavatura e successivamente macinati e lavati: questo procedimento permette di ottenere pigmenti finissimi e ad alto grado di purezza. Il tipo di pigmenti, tanto per intenderci, che ritroviamo nei colori utilizzati dai pittori.

 

 

A dispetto di quanto si possa pensare, i colori di terra non sono costituiti da una gamma illimitata di marroni: ogni territorio vanta una tonalità che contraddistingue il suo suolo. Basti pensare alla Terra di Siena, dalle avvolgenti sfumature giallo-ocra, o alla terra dell’altopiano Brentonico, in Veneto, di un verde che vira al verde acqua. Oppure alla Terra di Vicenza, tendente al grigio; al Rosso Veneziano, dalle ammalianti sfumature scarlatte; al Nero di Roma, che spazia dall’antracite al nero intenso. Queste cromie sono determinate dagli elementi chimici predominanti nel sottosuolo: il giallo è associato a una netta prevalenza di idrossido di ferro, il marrone alla presenza massiccia di combustibili fossili come la lignite e la torba; il verde scaturisce dalla combinazione di alte dosi di silicati di potassio, silicati idrati di ferro, alcali e magnesio, mentre il rosso indica una preponderanza di ossido di ferro rosso, silicati amorfi, argille e sesquiossido di ferro, il componente base della ruggine. Il nero, infine, è originato dal predominio di scisti carboniosi fortemente argillosi.

 

 

Riassumendo, i colori di terra inglobano:

  • le gradazioni del giallo e dell’arancio, di cui fanno parte la Terra di Siena naturale, il giallo ocra, che troviamo nella Terra Gialla di Roma, il giallo in un range di sfumature della Terra Gialla di Verona e il Terra Arancio di Ercolano, un arancione vivace e vibrante.
  • le gradazioni del rosso, che includono la Terra di Siena bruciata, il Rosso Veneziano e il Rosso di Sardegna, un mix tra rosso e arancio.
  • le gradazioni del marrone, come la Terra d’Ombra naturale e bruciata, la Terra Bruna di Firenze, molto utilizzata da Michelangelo, e la Terra di Cassel, un marrone talmente scuro da tendere al nero.
  • le gradazioni del verde, tra i quali figurano il Verde Brentonico, un verde acqua sognante, la Terra Verde di Verona, che abbraccia varie gradazioni, e la Terra Verde Antica di Verona, le cui tonalità spaziano dal verde smeraldo al verde Giada.
  • le gradazioni dei bianchi, dei grigi e il nero, ad esempio la Terra di Vicenza, la Terra Bianca di Carrara, che è un bianco perlato e luminoso, e il Nero di Roma.

 

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