“A lume di luna”, una poesia di Konstantin Dmitrievič Bal’mont

 

Quando la luna sfavilla nella notturna foschia
con la sua falce tenera e lucente,
la mia anima aspira a un altro mondo,
ammaliata da lontananze infinite.
Ai boschi, ai monti, alle candide cime
io mi affretto nei sogni come uno spirito infermo,
io veglio sul mondo tranquillo
e dolcemente piango e respiro la luna.
Assorbo questo pallido splendore,
come un elfo vacillo in una rete di raggi,
ascolto il silenzio loquace.
Mi è lontano il tormento del prossimo,
mi è straniera la terra con la sua lotta,
sono una nube, un alito di brezza.

 

Arancione, il colore di Ottobre

 

Ottobre è il mese in cui la natura si trasforma in una tavolozza di colori caldi e avvolgenti. Tra tutti, l’arancione predomina: lo ritroviamo nelle foglie che cadono, nelle zucche che decorano le case, nei tramonti più intensi. Ma perché al mese di Ottobre viene associato proprio l’arancione?

Un colore nato dalla terra

L’arancione nasce dall’incontro tra il rosso e il giallo, due colori che simboleggiano rispettivamente la passione e la luce. In Autunno, questa fusione cromatica si manifesta ovunque: nei frutti maturi, nei campi dorati, nei boschi che si spogliano con grazia. È il colore del raccolto, della transizione, della preparazione all’Inverno.

 

 

Natura d’Autunno: foglie, zucche e tramonti

In Ottobre, la natura si veste d’arancione. Le foglie degli alberi si tingono di rame e oro prima di lasciarsi andare. Le zucche, simbolo di abbondanza e mistero, invadono orti e mercati. I tramonti si fanno più intensi, come se il sole volesse lasciare un ultimo bacio caldo prima del freddo. Questo colore ci accompagna nel passaggio tra luce e ombra, tra Estate e Inverno, come una lanterna che illumina il cammino.

 

 

Simbologia e psicologia

Secondo la psicologia del colore, l’arancione è associato alla creatività, alla gioia e alla comunicazione. È un colore che stimola l’energia vitale, favorisce la socialità e infonde buonumore. In molte culture è anche simbolo di trasformazione: in Cina, ad esempio, rappresenta il cambiamento e la salute emotiva.

Un colore spirituale

Nel mondo dello yoga e della meditazione, l’arancione è legato al secondo chakra (Svadhisthana), che governa le emozioni, la sensualità e la connessione con gli altri. Chi ha un’aura arancione è spesso considerato equilibrato, creativo e armonioso.

 

 

Cenni storici e culturali

Nell’Antico Egitto, l’arancione veniva ottenuto da minerali come il realgar, simbolo di vitalità solare. In India e Cina si usava la corniola, pietra semipreziosa legata alla salute e alla protezione. Nel Medioevo europeo, l’orpimento—seppur tossico—veniva impiegato nei manoscritti miniati per la sua tonalità ritenuta vicina all’oro. Solo nel XVII secolo Isaac Newton lo codificò ufficialmente nello spettro dei colori, conferendo all’arancione una dignità scientifica.

Tradizioni e folklore

Ottobre è anche il mese di Halloween, dove l’arancione delle zucche si unisce al nero per evocare mistero e magia. Questa combinazione ha radici antiche: le zucche intagliate derivano da leggende celtiche, e il loro colore richiama il fuoco, la luce che protegge e guida.

 

 

L’arancione è il colore che accende Ottobre come una lanterna nel crepuscolo. È il fuoco gentile che scalda, la luce che trasforma, il ponte tra la fine e l’inizio. In ogni foglia che cade, in ogni zucca che sorride, c’è un invito alla metamorfosi: a lasciar andare con grazia per prepararsi a rinascere.

 

Foto via Pexels e Unsplash

 

Il profumo della neve

 

La neve ha un suo profumo? E in caso affermativo, quale? Cominciamo subito col dire che la neve, essendo composta di acqua allo stato solido (ogni fiocco è costituito da molteplici cristalli di ghiaccio), è assolutamente inodore. Possiamo parlare, dunque, dei profumi che la neve evoca. Ad esempio il profumo dell’aria cristallina, tersa, pervasa da note di ghiaccio. Alcuni ricercatori, tuttavia, sostengono che la neve, a causa del riscaldamento globale, abbia sviluppato un proprio odore: quando cadono, i fiocchi di neve si impregnano delle impurità contenute nell’aria. Di conseguenza, gli studiosi affermano che in ogni luogo la neve abbia un odore diverso. Il manto nevoso presente in Svezia, ad esempio, risulterà olfattivamente distinto da quello del Wisconsin o di una qualsiasi metropoli del globo; ad avallare questa teoria è Johan Lundstrom, docente di neuroscienze cliniche al Monell Chemical Senses Center di Philadelphia. Tornando al cambiamento climatico, è stato dimostrato che ha un ruolo fondamentale nella veicolazione degli odori: l’aumento della temperatura globale facilita la diffusione delle molecole odorose, che vengono avvertite con maggiore intensità.

 

 

Forse è proprio per questo che molti sostengono che più ci si avvicina al Circolo Polare Artico, più la neve ha un odore che rimanda all’aria gelida e pulita. Differenze in base ai luoghi a parte, l’olfatto percepisce lo stimolo odoroso della neve associandolo a sentori di purezza, benessere e intensa freschezza. Potremmo paragonarlo all’aria pungente che respiriamo in montagna, quando attraversiamo con le ciaspole i boschi silenziosi, o a quello della brina che si forma sui prati, sui tetti e sul suolo nelle prime ore del giorno. Le marche di profumi più prestigiose, affascinate dall’ineffabile odore della neve, hanno cercato di riprodurlo svariate volte. A tale scopo, si sono servite di specifici ingredienti. Vediamo quali.

 

 

Il muschio bianco è certamente il più diffuso. La sua profumazione delicata, un po’ dolce e “minimale”, richiama il candore e la nettezza della neve fresca. Gli accenti metallici rinviano al tipico sentore che il gelo espande nell’aria. La famiglia olfattiva dei legni, rappresentata soprattutto dal sandalo, dal cedro e dal vetiver, è molto presente: le loro note boisé evocano l’odore delle foreste, la maestosità della natura ammantata dalla coltre nevosa. Gli accenti acquatici ci trascinano in un viaggio olfattivo dove i laghi ghiacciati, gli arabeschi di gelo e i ghiaccioli che pendono dai tetti e dai rami degli alberi catturano l’algido fascino dell’atmosfera invernale. Gli agrumi, infine, apportano un tocco di briosa luminosità: fanno pensare a un paesaggio innevato lambito dai raggi del sole. Che sia inodore o meno, insomma, la neve ha ispirato un gran numero di nasi grazie alla sua evocatività; prova ne è il fatto che possiamo contare su molteplici profumi che si sono fatti interpreti del suo odore  e hanno saputo catturare le glaciali atmosfere della stagione più magica dell’anno.

 

Foto via Pexels, Pixabay e Unsplash

 

Scenari lapponi

 

“Vieni con me?
Ho una mappa che porta in Lapponia, una bussola che indica tutte le meraviglie e una slitta pronta a partire in direzione dell’incanto.”
(Fabrizio Caramagna)

Questa photostory ci riporta in Lapponia, dandoci l’opportunità di esplorare, ma soprattutto di ammirare, le sue lande più incontaminate: boschi innevati a perdita d’occhio, panorami mozzafiato, i colori del crepuscolo polare e il mare che si scorge in lontananza. L’Inverno è una delle stagioni ideali per visitare quegli straordinari luoghi, per incantarsi davanti all’aurora boreale. Iniziamo l’avvincente viaggio nella terra dei Sami seguendo, passo passo, questo racconto per immagini. Gli onirici scenari lapponi ritratti nelle foto sono stati catturati dall’obiettivo della fotografa finlandese Henniina Salomäki.

 

Foto via Unsplash

 

“San Martino castagne e vino”: ma che non siano castagne matte. Ecco come distinguerle dalle castagne comuni

 

Buon San Martino a tutti (nessuna allusione alla festa dei cornuti, naturalmente!). Abbiamo approfondito insieme diverse volte questa ricorrenza così ricca di significati e tradizioni. Oggi ci soffermeremo su una delle usanze più tipiche dell’11 Novembre: le caldarroste accompagnate al vino novello, un abbinamento che ritroviamo in tutte le regioni italiane. Quando pensiamo alla festa di San Martino, è senza dubbio il primo binomio che ci viene in mente; un binomio, peraltro, caratteristico dell’intera stagione autunnale. Consumare castagne arrostite e vino novello, magari davanti al focolare, è uno dei piccoli piaceri che l’Autunno ci regala. Eppure, anche questa suggestiva consuetudine potrebbe risultare non scevra da insidie: chi vi dice, infatti, che tra quelle caldarroste non si nascondano castagne matte? Bisogna fare attenzione, perchè i frutti del Castanea Sativa (o castagno europeo), commestibili e salutari, non hanno nulla in comune con quelli dell’Aesculus Hippocastanum, nome scientifico dell’ippocastano. La castagna dell’ippocastano, a prima vista, è pressochè identica a quella del castagno; in realtà, si tratta di frutti diversissimi. La prima, comunemente detta castagna matta, innanzitutto è tossica per l’uomo. Consumarla comporta dei seri rischi. Alcune specie animali si cibano di castagne matte senza problemi, ma per gli esseri umani sono frutti off-limits che possono causare lesioni all’intestino o ai reni. Imparare a riconoscerle, dunque, è fondamentale. Ma come? Ecco la guida di VALIUM.

 

 

La castagna matta: i segni distintivi

  • E’ il frutto dell’ ippocastano, un albero che ha unicamente una funzione ornamentale. Di conseguenza, viene piantato in città: lo troverete nei parchi, nei giardini, ai lati dei viali, ma non nei boschi.
  • Le foglie dell’ippocastano sono dette palmato-sette: composte da più lamine,  convergono in un picciolo comune. Possono oltrepassare i 20 cm di lunghezza.
  • Il riccio è di colore verdognolo con aculei distanziati e non troppo lunghi. Contiene solo una castagna, tondeggiante e di grandi dimensioni.
  • Quando vengono bollite, le castagne matte effondono un odore non esattamente invitante. Il loro sapore, inoltre, è estremamente amaro.

 

 

La castagna comune

  • E’ il frutto del castagno europeo, un albero che cresce a non meno di 300-1200 metri d’altezza. Il Castanea Sativa abbonda nei boschi di montagna e in alta collina; anticamente, nel mondo rurale, la farina di castagne era un ingrediente-base dell’alimentazione.
  • Le foglie del castagno sono lanceolate, acuminate e seghettate, ma singole. Raggiungono una lunghezza che può arrivare a 22 cm, mentre la larghezza si attesta intorno ai 10 cm.
  • Il riccio, di color beige-marrone, vanta aculei lunghi e fittissimi. Contiene dai due ai tre frutti al massimo, di cui uno spesso è piuttosto grande e gli altri due più piccoli. La forma della castagna comune è semisferica, con un lato appiattito ed uno convesso.

 

 

La tossicità delle castagne matte

Le differenze tra le castagne comuni e le castagne matte, come avete potuto constatare, in realtà sono ben chiare. Ma cosa potrebbe succedere a chi ha confuso le due tipologie? Le castagne matte, non essendo commestibili, sono estremamente dannose per l’organismo: nel caso migliore si limitano a provocare nausea, vomito o violenti disturbi intestinali, ma molto spesso causano intossicazioni che richiedono un immediato intervento medico. I sintomi sono quelli dell’avvelenamento, determinato dalle saponine contenute in questo tipo di castagne: sono sostanze, altamente tossiche per l’uomo, che in realtà hanno la funzione di proteggere il frutto; tengono lontani i predatori e impediscono che i semi germoglino prematuramente.

 

Foto via Pixabay e Unsplash

 

Foglie morte

 

E’ mite il ghirigoro
d’aria e di luce
che accompagna
al suolo
la resa delle foglie
sui viali lungo il fiume.
(Mario Luzi)

 

Le foglie morte: un tratto distintivo dell’Autunno. Hanno molteplici colori, rappresentano una meraviglia stagionale sia prima che dopo essere cadute dai rami. Prima, perchè tingono i boschi e i parchi di tonalità mozzafiato, dopo, perchè danno vita ad autentici tappeti naturali fondamentali per la fertilità del suolo e per offrire riparo alla fauna selvatica. Ma le foglie morte ci ricordano anche l’inesorabile ciclo dell’esistenza: si muore per rinascere. Ecco perchè, a pochi giorni dall’Equinozio d’Autunno, ho deciso di regalarvi una photostory che inneggia alla bellezza e al tripudio cromatico delle falling leaves.

 

Foto via Pexels, Pixabay e Unsplash

 

Cinque uccelli che cantano (anche) di notte e perchè lo fanno

 

Succede soprattutto in Primavera, e anche d’Estate. A notte fonda, quando non manca molto all’alba, gli uccelli iniziano a cantare dando vita a dei veri e propri gorgheggi corali. Molti di noi, da profani, attribuiscono il loro cinguettio alla gioia per l’arrivo della stagione calda: le cose, però, non stanno esattamente in questo modo. Innanzitutto c’è da dire che in città i volatili subiscono il disagio dell’inquinamento luminoso e acustico, per cui a tarda notte si sentono più liberi di vivere in armonia con l’ambiente che li circonda. E poi, i loro canti fanno parte del rituale di corteggiamento: non è un caso che le melodie provengano da esemplari di sesso maschile, che marcano il proprio territorio e cantano per attirare le femmine della specie. Prima si inizia a gorgheggiare, meglio è. Ogni specie di uccello, infatti, ha un suo orario caratteristico e anticiparlo significa surclassare un rivale; per fare un esempio, il codirosso spazzacamino comincia a cantare un’ora e mezzo prima che il sole sorga, mentre il merlo precede l’alba solo di un’ora. La cinciallegra e la capinera, invece, non iniziano che con la luce dell’aurora.

 

 

In questo periodo, in piena fase di riproduzione, gli uccelli emettono gorgheggi più che mai “sopra le righe”, elaborati e complessi. Naturalmente, si tratta di un modo per farsi notare dalle femmine. Oppure, le vocalizzazioni notturne permettono loro di comunicare con i compagni: per fargli sapere dove si trovano, ad esempio, o avvertirli della presenza di un predatore. Le specie che cantano anche di notte sono diverse: scopriamone cinque insieme.

 

L’usignolo (Luscinia megarhynchos)

 

Gli anglosassoni lo chiamano “nightingale”, un omaggio al suo canto notturno: l’usignolo, nelle ore buie, gorgheggia senza sosta soprattutto nel periodo della riproduzione. Il suo è un canto melodioso, raffinato, quasi ipnotico, che crea un’atmosfera incantata e mira ad attrarre le femmine della specie. Il canto dell’usignolo, infatti, è un potente strumento di seduzione; tant’è che di giorno i maschi gareggiano tra loro per affinare le proprie doti. Questo uccello della famiglia dei Muscicapidi vive essenzialmente nei boschi, dove è distinguibile anche grazie ai suoi inconfondibili gorgheggi.

 

Il pettirosso (Erithacus rubecula)

 

Il suo aspetto è inconfondibile, con quella chiazza arancione che esibisce frontalmente. Lo contraddistingue un gorgheggio che esordisce secco e ritmico diventando a poco a poco melodioso; ma il pettirosso è tanto dolce esteriormente quanto aggressivo a livello caratteriale: difende il suo territorio con tutta la tenacia possibile persino dalla compagna con cui si riproduce. Ed è proprio durante la stagione dell’amore che il suo canto si ascolta anche di notte. C’è da dire, inoltre, che questo uccello è particolarmente colpito dall’inquinamento acustico e preferisce gorgheggiare al buio per far sì che le femmine ascoltino meglio il suo richiamo.

 

Il merlo (Turdus merula)

 

E’ molto popolare, come d’altronde il pettirosso e l’usignolo. Famoso per la leggenda dei “giorni della merla” che lo vede protagonista in pieno Inverno, in Primavera e in Estate il merlo canta anche di notte. I  suoi gorgheggi sono vivaci, brevi e terminanti con un acuto; si esibisce in notturna durante la fase di riproduzione, e secondo alcuni esperti ciò è dovuto principalmente alla stimolazione dei lampioni: il merlo è un uccello altamente fotosensibile, e vivendo soprattutto nei parchi e nei giardini pare che la luce artificiale stimoli il suo desiderio di accoppiamento. L’inquinamento luminoso, quindi, avrebbe provocato squilibri nell’orologio biologico del Turdus merula spingendolo a scambiare la notte con il giorno.

 

Il succiacapre (Caprimulgus europaeus)

 

Si chiama così perchè secondo una leggenda secolare, che Plinio Il Vecchio riportò nella sua Historia Naturalis, il Caprimulgus Europaeus si cibava del latte delle capre, che poi rendeva cieche. Altre credenze lo associavano a particolari più lugubri, descrivendolo come un uccello che traeva il proprio nutrimento dal sangue del bestiame ed era legato a determinati riti di sepoltura. Ciò probabilmente dipendeva dal suo misterioso aspetto: il succiacapre si mimetizza alla perfezione con l’ambiente circostante e sembra dotato della virtù dell’invisibilità. E’ un uccello notturno e il suo canto, una sorta di ronzio che nelle fasi acute somiglia quasi ad un martello pneumatico, comincia al crepuscolo e si intensifica a notte fonda. Tra gli autori che lo hanno incluso nelle proprie opere letterarie troviamo Howard Phillips Lovecraft, che lo ha menzionato ne “L’orrore di Dunwich”, ma anche Stephen King e Cormac McCarthy: il succiacapre appare nei loro rispettivi romanzi “Jerusalem’s Lot” e “Figlio di Dio”.

 

L’assiolo (Otus scops)

 

E’ un rapace notturno appartenente alla famiglia degli Strigidi, come la civetta e il gufo. In Primavera e in Estate, nelle campagne il suo canto è una costante delle ore buie. Peraltro, non si fa fatica a riconoscerlo: può essere descritto come una nota acuta, monosillabica, ripetuta ad intervalli equidistanti. Al pari di molti altri uccelli, l’assiolo canta per difendere il territorio ed attrarre le femmine della sua specie. I gorghecci ipnotici che lo contraddistinguono rimandano alla notte e alla sua atmosfera sospesa; Giovanni Pascoli ne rimase affascinato al punto tale da dedicargli una poesia, “L’assiuolo”. L’assiolo comincia il suo canto al tramonto e prosegue fino all’alba. Curiosamente, dopo la mezzanotte le vocalizzazioni si interrompono per circa due ore. Un’altra curiosità? L’assiolo spesso duetta con la propria partner, che si distingue per l’intonazione più acuta e la cadenza meno regolare dei gorgheggi.

Foto via Pexels e Unsplash. Foto del succiacapre di Fabio Usvardi – www.italianwildlife.it, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons

 

“Vi è un incanto nei boschi”, una poesia di Lord Byron

 

Vi è un incanto nei boschi senza sentiero.
Vi è un estasi sulla spiaggia solitaria.
Vi è un asilo dove nessun importuno penetra
in riva alle acque del mare profondo,
e vi è un armonia nel frangersi delle onde.
Non amo meno gli uomini, ma più la natura
e in questi miei colloqui con lei io mi libero
da tutto quello che sono e da quello che ero prima,
per confondermi con l’universo
e sento ciò che non so esprimere
e che pure non so del tutto nascondere.

Lord Byron

 

 

Ode alla Natura e ai Quattro Elementi

 

Ristabilire un contatto con la natura, il nostro habitat primigenio. Riscoprire la sua meraviglia, la sua infinita perfezione. Ripristinare un contatto fisico con il suolo, camminando a piedi nudi: che si tratti di sabbia, terra, erba o un campo di papaveri non importa, ciò che conta è sentirsi un tutt’uno con la Madre Terra. Rimanere senza fiato davanti alla rigogliosità dei boschi, l’immensa distesa del mare, la suggestività di un lago. Estasiarsi di fronte a un’alba, un tramonto, il crepuscolo e le sue luci soffuse. Riconnettersi con la natura è riconnettersi con i quattro elementi, trait d’union per eccellenza tra il microcosmo dell’uomo e il macrocosmo naturale: in tutte le cosmogonie, il loro equilibrio garantiva la sopravvivenza umana e cosmica. Riconnettersi con la natura è avvalersi dei cinque i sensi per riallacciare un legame con il nostro pianeta e le sue bellezze. Ho voluto dedicare la nuova photostory di VALIUM proprio a questo concetto.

 

Foto via Pexels e Unsplash

 

Le lucciole e i loro magici bagliori: come possiamo salvarle dall’estinzione

 

Della loro sparizione, nel 1975, scrisse anche Pier Paolo Pasolini sul Corriere della Sera. Eppure, in quegli anni erano molto più numerose rispetto ad oggi: le lucciole rimangono un incantevole ricordo d’estate per molti, compresa la sottoscritta. Quel lampeggiare magico nelle notti afose è indimenticabile. Bastava scendere in giardino e osservare il tripudio di lucine intermittenti che scintillava nel buio. Oggi, purtroppo, le lucciole sono pressochè scomparse. Almeno in città. E così pare che avvenga in tutto il mondo. Un esempio? Negli USA, ben 18 specie sono a rischio di estinzione. Questi coleotteri, detti Lampiridi e appartenenti alla famiglia Lampyridae, sono diffusi in ogni angolo del globo e vantano circa 2000 specie. In Europa sono presenti prevalentemente la Luciola Italica, la Luciola Lusitanica e la Luciola Novaki; non è difficile rintracciare le prime due anche in Italia. L’habitat dei Lampiridi è molto vario. Predominano i boschi, i giardini e in generale tutte le aree umide, come gli stagni, i fiumi, gli acquitrini e le paludi. Tutto ciò è strettamente associato al loro ciclo di vita, dato che le lucciole trascorrono la maggior parte dell’esistenza nel sottosuolo o a contatto con l’umidità del terreno. La metamorfosi passa attraverso quattro stadi: uovo, larva, pupa e adulto; già nella fase larvale, le lucciole si cibano ampiamente di lumache e lombrichi. Nelle zone umide, quindi, godono delle condizioni esistenziali ideali.

 

 

Quando diventano adulti, tuttavia, i Lampiridi si focalizzano totalmente sulla riproduzione e il nutrimento passa in secondo piano. Il loro accoppiamento si svolge grazie a un rituale particolarissimo basato sull’ emissione di luce: questo fenomeno, chiamato bioluminescenza, si verifica al calar del buio e prosegue con l’oscurità notturna. Il rito viene avviato dal maschio, che si libra nel cielo del crepuscolo emanando bagliori intermittenti. Il suo è un segnale di via libera al corteggiamento, l’indicazione della propria disponibilità. Bisogna aggiungere che solo il maschio è in grado di volare, la femmina si muove sul terreno o sugli steli delle piante; quando il maschio attiva la bioluminescenza, la femmina la attiva a sua volta se è interessata all’accoppiamento. Il maschio la raggiunge e ha inizio il rituale. Ma che cos’ha a che fare, tutto questo, con la scomparsa delle lucciole? Ha a che fare eccome: a causa dell’inquinamento luminoso, i segnali lampeggianti che i Lampiridi si inviano prima della riproduzione vengono quasi totalmente vanificati. Le città e le periferie, con la loro sovrabbondanza di luci, insegne e lampioni, rendono la bioluminescenza delle lucciole pressochè impercettibile.

 

 

Un altro ostacolo alla sopravvivenza dei Lampiridi è rappresentato dal massiccio utilizzo dei pesticidi chimici, che si rivelano fatali per le lucciole e per le larve. Anche il fenomeno dell’urbanizzazione, comportando una notevole riduzione dell’habitat di questi coleotteri, contribuisce a contrastare la loro presenza: fossi, stagni e piccoli corsi d’acqua diminuiscono, così come le zone paludose. In molte aree del mondo sono stati creati speciali punti di osservazione delle lucciole, soprattutto laddove i Lampidiri accentuano il fascino di determinati luoghi turistici. Le Great Smoky Mountains degli Stati Uniti, ad esempio, il Daan Forest Park di Taiwan e Nanacamilpa, in Messico, che proprio le lucciole hanno reso celebre. In queste zone, delle traiettorie sopraelevate apposite favoriscono la protezione dei coleotteri, che durante l’accoppiamento (oltre che, come abbiamo visto, in molti altri casi) rimangono ancorati al suolo. Gli esperti consigliano di seguire accuratamente quei percorsi per evitare di calpestare le lucciole, e di evitare l’utilizzo di una torcia per arginare l’inquinamento luminoso.

 

 

In molti, inoltre, organizzano le cosiddette “lucciolate”, promosse da svariati enti ambientalisti, che risultano sempre affollatissime. Cosa fare, in conclusione, per arrestare la progressiva estinzione delle lucciole? Innanzitutto, impariamo a rispettarle e a rispettare il loro habitat. Magari, adottando gli accorgimenti necessari per ricreare le condizioni di umidità ideale nel nostro giardino, oppure per eliminare l’inquinamento luminoso di cui siamo direttamente responsabili: regoliamo l’intensità delle luci che circondano la nostra casa con strumenti appositi, chiudiamo tende o persiane affinchè la luminosità dei lampadari non si propaghi negli spazi esterni. Possiamo fare attenzione a non calpestarle, se vediamo delle lucciole in giardino, e infine, last but least, dobbiamo assolutamente interrompere quel gioco crudele che aveva come scopo il catturarle per rinchiuderle in un vaso di vetro. Se poi volete saperne di più su questi magici coleotteri, vi invito a visitare il sito lampyridae.it