“Ora di stelle”, una poesia di Federico Garcia Lorca

 

Il silenzio rotondo della notte
sul pentagramma
dell’infinito.

Me ne vado nudo per la strada
carico di versi
perduti.
Il nero, crivellato
dal canto del grillo,
ha questo fuoco fatuo,
morto,
del suono.
Questa luce musicale
che lo spirito
intuisce.

Scheletri di farfalle a mille
dormono nel mio recinto.

C’è una giovinezza di brezze pazze
sopra il fiume.

(da “Libro de Poemas”, 1921)

 

“E’ mite il ghirigoro (pensato in disparte)”, una poesia di Mario Luzi

 

È mite il ghirigoro
                                   d’aria e luce
che accompagna
                            al suolo
la resa delle foglie
sui viali lungo il fiume.
perché rompo, persona,
il muto canto?
                                         Sarebbe
senza me uniforme,
pieno, invasato della propria inopia,
festoso.
                        Così scende
la vita, scende incontrastato,
pare, il suo sfacelo
a rigenerarsi nella morte
per il dopo, per il principio.

(da “Sotto specie umana”, Garzanti, 1999)

 

La festa di San Patrizio e la birra, uno dei suoi simboli

 

Buon San Patrizio, happy St.Patrick’s day! Oggi è la festa del santo patrono d’Irlanda, e ormai anche in Italia la si celebra da tempo. MyVALIUM ha già approfondito la storia, le usanze e i simboli che contraddistinguono questa ricorrenza, il cui colore per antonomasia è il verde (rileggi qui l’articolo). Oggi ci focalizzeremo su un altro argomento: la birra, che il 17 Marzo scorre letteralmente a fiumi. Ma cosa associa San Patrizio alla celebre bevanda aromatizzata con il luppolo? Continuate a leggere e lo scoprirete.

 

 

Bisogna, intanto, considerare che cosa rappresenta la birra per gli irlandesi. La birra è innanzitutto la bevanda nazionale dell’Irlanda, uno dei suoi simboli supremi. Accanto ad essa troviamo i folletti (come il Leprecauno, che custodisce un pentolone ricolmo di monete d’oro), i trifogli, il verde, l’arpa, la croce celtica e George Bernard Shaw, per citarne solo alcuni. La birra può essere considerata uno dei più importanti emblemi socio-culturali del paese insieme al sidro, ottenuto dalla fermentazione alcolica delle mele cotogne. Le prime feste dedicate a San Patrizio sorsero nell’Irlanda del 1600. Secondo alcuni, tuttavia, il culto di Maewyin Succat (nome di nascita del Santo) risale addirittura all’anno 1000, quando San Patrizio cristianizzò l’isola. Proprio a quell’epoca, cominciarono a spuntare molteplici birrifici e sidrifici. L’Irlanda era dominata dai Vichinghi, arrivati sull’isola di smerlando nel 795 d.C. con l’intento di saccheggiarla. Furono proprio i Vichinghi, una volta insediatisi sul territorio, a creare delle importanti rotte commerciali con l’Europa: gli irlandesi iniziarono ad esportare i loro prodotti, in particolare il sidro, che era richiestissimo nel Regno Unito.

 

 

Il commercio marittimo tra l’Irlanda e gli altri paesi proseguì per molti anni ancora, favorito in particolar modo dalle comunità di immigrati irlandesi presenti in ogni parte del mondo. Anche la festa di San Patrizio cominciò a diffondersi a livello mondiale: nel 1800, il 17 Marzo era una data importantissima ovunque fossero presenti degli espatriati irlandesi. Ma non pensate che venisse festeggiata come lo facciamo oggi. Il culto di San Patrizio era prettamente cattolico, legato a messe e processioni dove il sacro rappresentava l’elemento dominante. I festeggiamenti cominciarono a prendere una nuova piega a partire dalla prima metà dell’Ottocento; intorno al 1845 e fino al 1849, in particolare, la grande carestia delle patate provocò una massiccia diaspora irlandese negli Stati Uniti, tra Boston, New York e Chicago, oppure in Canada.

 

 

E in America, la festa di San Patrizio iniziò a poco a poco a diventare una celebrazione che coinvolgeva tutta la popolazione. Il 17 Marzo di ogni anno si omaggiavano non solo San Patrizio, ma  l’isola di smeraldo in toto, con i suoi abitanti e le sue tradizioni. Tra queste ultime, naturalmente, rientravano i simboli. La birra era uno di questi: nel XIX secolo predominava la stout, diffusissima nell’Irlanda settecentesca grazie al birraio Arthur Guinness. Ancora oggi, dopo l’avvento delle Lager (birre a bassa fermentazione), la stout scura rimane uno dei principali emblemi della verde Irlanda unitamente al sidro, meno conosciuto nei paesi mediterranei ma ricco anch’esso di una forte valenza simbolica.

 

 

E se a Chicago ogni anno, in occasione di San Patrizio, la comunità irlandese tinge il fiume Chicago di verde con 40 chili di colorante vegetale, anche la birra ha provato a cambiare colore: la birra verde, prodotta specificamente per il 17 Marzo, non ha però niente a che fare con l’Irlanda: fu ideata nel 1920 da un medico statunitense, Thomas Hayes Curtin, che pare usasse un misterioso preparato per ottenere il color smeraldo. Secondo alcuni, le radici della birra verde affondano invece agli inizi del Novecento. Risale al 1910, infatti, una pagina pubblicitaria di quel tipo di birra rintracciata in un giornale dello stato di Washington.

 

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La banshee, eterea e fantasmatica creatura del folklore irlandese

 

Ho spesso parlato delle radici irlandesi di Halloween, che per i Celti dell’ Isola di Smeraldo era Samhain. E irlandese è anche la banshee, un mitico spirito del folklore locale: il nome che porta, letteralmente “donna delle fate”, deriva da “bean” (“donna” in gaelico) e “sidhe” (proveniente da “sith”, che sempre in gaelico significa “fata”). Conosciutissima in Irlanda e in Scozia, la banshee viene raffigurata come una giovane donna dai lunghi capelli vestita di bianco, o di rosso, dalla testa ai piedi. Secondo altre rappresentazioni, indossa un abito verde a cui abbina una mantella grigiognola, oppure un velo che la ricopre completamente donandole un alone di mistero. La banshee a volte canta, più spesso ha il volto rigato dal pianto e presto vedremo il perchè. Può apparire sotto svariate forme, ma le sue urla lancinanti permettono di distinguerla senza possibilità d’errore.

Chi è e da dove proviene la banshee?

Questa creatura del mito irlandese fa parte del piccolo popolo (in gaelico “sidhe”), ovvero il popolo fatato degli gnomi, gli elfi, i folletti, le fate, i leprechaun e molti altri personaggi ancora: tutti spiriti che dimorano abitualmente nel regno della Natura. Le leggende più remote collocano la banshee nei paraggi dei fiumi, dei ruscelli e delle paludi; a volte, invece, gli scenari che la vedono protagonista sono le verdi colline irlandesi. E’ importante sapere che la banshee viene considerata lo spirito protettore di determinate famiglie d’Irlanda, in particolare tutte coloro che hanno un cognome iniziante per ‘O o per Mac. Il suo segno distintivo sono le grida strazianti che emette per annunciare la morte imminente di una persona vicina a chi le ode: la banshee urla e piange disperata, in particolare quando ad essere in fin di vita è un membro delle famiglie che lei protegge. I brividi che provocano le sue grida, il terrore che queste incutono, fanno sì che la banshee venga annoverata tra gli spiriti maligni. In realtà, le antiche leggende irlandesi non la dipingono come tale.

 

 

A proposito di leggende: si dice che, proprio per l’ambiguità che circonda la sua figura, non bisognerebbe mai posare lo sguardo su una banshee; potrebbe usare i propri poteri contro chi la osserva, oppure sparire misteriosamente. Bisogna aggiungere, però, che è rarissimo avvistare questa fantasmatica “donna delle fate”. Pare che si mostri solo a chi è prossimo a morire, quindi al destinatario delle sue urla. Il fatto che la si identificasse con un presagio di morte, a partire dall’VIII secolo, ha determinato la sua inclusione tra le entità malvagie: un’appartenenza a cui ha senza dubbio contribuito anche la superstizione popolare.

 

 

Tre leggende

Il fiume Daelach, nella contea di Clare, viene soprannominato “Banshee’s brook”, ovvero “il ruscello della banshee”. Questo appellativo deriva dal fatto che, nei periodi di piogge scarse, il corso d’acqua assume una sinistra colorazione rosso sangue. Scientificamente, ciò potrebbe essere causato dalla risalita di notevoli quantità di ferro dall’ alveo del fiume, ma la leggenda dà al fenomeno una spiegazione ben diversa: ogni volta il Daelach diventa color sangue, echeggiano le grida di una banshee. E le acque tornano della loro tonalità originaria, guarda caso, solo dopo la morte di un abitante del luogo.

Nel 1014, prima di affrontare la battaglia di Clontarf, il re irlandese Brian Boru aveva visto la banshee Aibhill sulla sponda di un fiume. Aibhill era intenta a lavare i vestiti dei soldati del re, ma dopo un po’ l’acqua si tingeva di un rosso insanguinato. Nonostante l’avvertimento, il sovrano decise di scendere in campo: inutile dire che perse la vita nel combattimento.

Il magnifico castello di Duckett’s Grove, fatto edificare nel XVII secolo da William Duckett nella contea di Carlow, è celebre per la sinistra leggenda che lo circonda. Oggi è ridotto a un rudere a causa di un incendio che lo devastò nel 1933, ma i suoi immensi giardini e i suoi campi verdeggianti rimangono intatti: tantevvero che la tenuta è visitabile. Alla sua sciagura, secondo la leggenda, contribuì una banshee. Pare che William Duckett fosse legato a una giovane donna che morì dopo essere caduta da cavallo nei dintorni di Duckett’s Grove. La madre della ragazza, disperata, maledisse la tenuta: da quel giorno, una banshee si installò nel castello e vaga nelle sue stanze. Alcuni assicurano di averla vista muoversi dietro alle finestre, eterea e spaventosamente inquietante.

 

Foto: Vitaliy Shevchenko via Unsplash

 

Benefici e rischi del bagno nel fiume

 

“Non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume”, disse Eraclito, perchè sia noi che il fiume cambiamo continuamente. Panta Rei: tutto scorre e nulla è immutabile. Anche noi, oggi, ci occuperemo del fiume, ma senza implicazioni filosofiche. Va detto che il fiume, quando arriva l’estate, viene spesso considerato un’alternativa al mare. Specialmente all’inizio e alla fine della stagione calda: due periodi non feriali in cui risulta più a portata di mano delle località balneari: gli abitanti dell’entroterra lo trovano facilmente raggiungibile e amano immergersi nelle sue acque rinfrescanti ogni volta che il sole picchia forte. Ma quali benefici e controindicazioni comporta fare il bagno in un fiume? Andiamo a scoprirlo.

 

 

Cominciamo con i BENEFICI

  • Il bagno in acqua fredda, a meno di 15 gradi, è altamente benefico proprio in virtù del cambiamento che provoca nella nostra temperatura corporea. Ma va rispettata una condizione: l’immersione non dovrebbe durare più di un quarto d’ora, diversamente potrebbe nuocere all’organismo.
  • Abbiamo già approfondito i vantaggi che apportano al corpo e alla mente i cosiddetti “spazi blu”. L’acqua vanta un notevole potere rilassante, favorisce la meditazione, la concentrazione e la consapevolezza di sè. Stimola a godere del qui e ora, elimina l’ansia grazie al contatto con la natura, incentiva la padronanza del proprio corpo e del proprio respiro.
  • L’acqua fredda dei fiumi, ma anche dei laghi, svolge un’azione antinfiammatoria ed è un toccasana per la circolazione sanguigna. Le immersioni, però, dovrebbero essere regolari e – come già detto – non superare il quarto d’ora per evitare uno shock termico.
  • Il bagno in acqua fredda fa colare a picco gli ormoni dello stress e aumenta i livelli di dopamina, responsabile della sensazione di benessere, della regolazione del sonno e del controllo dell’umore.
  • Nuotando in un fiume si accelera il metabolismo e il corpo è in grado di bruciare un maggior numero di calorie. L’effetto dimagrante dell’acqua fredda, tuttavia, è ancora in fase di studio.

 

 

Ma valutiamo anche i RISCHI

  • La corrente del fiume è impetuosa: può trascinarci velocemente dove non abbiamo previsto e impedirci di raggiungere la sponda. Di conseguenza, c’è il rischio che ci trasporti via con sè e la possibilità di schiantarci contro una roccia non è così remota.
  • Il meteo nelle zone di montagna cambia molto rapidamente, accelerando la corrente dei fiumi. Nel caso il “nostro” fiume si trovi lì, bisogna fare attenzione.
  • Lungo i fiumi non sono presenti nè bagniniservizi di salvataggio, pertanto è impossibile contare sull’aiuto di qualcuno in caso di difficoltà. Prima di immergersi nelle sue acque, è tassativo informarsi se per quel fiume è stato imposto (o meno) il divieto di balneazione. In prossimità della foce del fiume, poi, bagnarsi è generalmente vietato.
  • Non è raro che il fondo di un fiume abbondi di sassi, anche taglienti, di detriti o di rocce, le stesse che magari troviamo lungo le sue sponde. Bisognerebbe conoscere un fiume a menadito per evitare spiacevoli incidenti. Soprattutto, è altamente sconsigliato tuffarsi: in primo luogo, perchè non conosciamo la reale profondità delle sue acque, secondariamente per il rischio di andare a cozzare contro ostacoli imprevisti.
  • In conclusione, per un bagno nel fiume privo di pericoli è necessario scegliere un corso d’acqua che si conosce bene, dalle acque poco profonde e limpide, in modo che le eventuali insidie nascoste nel suo fondo siano perfettamente visibili.

 

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A piedi nudi

 

Poter liberare i piedi dalla costrizione delle scarpe è uno dei più grandi piaceri che offre l’estate. Dona un incredibile senso di freschezza e libertà, e con Caronte che in questi giorni ha raggiunto il suo picco è un valido antidoto contro il caldo eccessivo. Camminare a piedi nudi su una superficie naturale, inoltre, è straordinariamente salutare. Sia che si tratti di una spiaggia, di una distesa erbosa, della riva di un fiume o del mare. Il contatto dell’ intera pianta del piede con il suolo ottimizza la postura naturale del nostro corpo e ci permette di muoverci in modo ideale; anche la circolazione e la traspirazione ne risentono positivamente. Passeggiare scalzi sulla battigia, con i piedi immersi nell’acqua, riduce il gonfiore degli arti inferiori grazie al massaggio naturale della risacca. Il corpo ritrova il suo equilibrio, i muscoli si tonificano, i fastidi legati agli errori di postura scompaiono immediatamente. Ma i benefici non finiscono qui. Riscoprire il contatto dei piedi con il suolo svolge un’azione antinfiammatoria su tutto l’organismo, neutralizza i radicali liberi, regolarizza la pressione e si rivela particolarmente vantaggioso per chi è affetto da ipertensione arteriosa. L’aspetto più importante del camminare scalzi, comunque, riguarda il benessere interiore: è una sorta di riflessologia plantare “fai-da-te” ed elimina lo stress, stimolando determinati centri nervosi che amplificano la sensazione di sintonia con il creato offerta da scenari quali la spiaggia o la vegetazione rigogliosa. Risulta ottimo, dunque, per scaricare la tensione, ma va praticato con lungimiranza: scegliete superfici adatte per evitare di interrompere bruscamente quello stato di grazia.

 

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Caronte: perchè si chiama così e chi era il terribile traghettatore degli Inferi

 

Caronte: ma chi ha dato, e perchè, questo nome all’anticiclone africano più torrido di sempre? La tradizione di affibbiare determinati nomi ai fenomeni atmosferici, in Europa, ha avuto inizio negli anni Cinquanta all’Istituto di Metereologia dell’Università di Berlino. Nel 1954 fu compilata una lista di dieci nomi di persona da assegnare ai principali eventi meteo; curiosamente, le aree di alta pressione atmosferica (associate al bel tempo) vennero denominate con nomi maschili, mentre quelle di bassa pressione (associate al cattivo tempo) con nomi femminili. Ciò provocò malcontento, in particolare tra le femministe, pochè una simile prassi fu considerata discriminatoria in base al genere. Negli anni Novanta si stabilì quindi che, annualmente, si sarebbero alternati nomi maschili e femminili in ordine alfabetico a prescindere dal fenomeno atmosferico. In conclusione, a battezzare gli eventi metereologici nel Vecchio Continente è l’Istituto berlinese da 70 anni a questa parte. Vale ora la pena di ricordare chi fosse Caronte.

 

Caronte in un’incisione di Gustave Doré, che illustrò la “Divina Commedia” (1861-1868)

Caronte è una figura che ritroviamo sia nella mitologia greca che romana: si occupava di traghettare le anime dal mondo dei vivi all’Ade, il regno dei Morti, attraverso il fiume Stige (come riporta Virgilio nell’Eneide) o Acheronte (come riporta Dante nella Divina Commedia). Caronte, però, svolgeva le proprie mansioni solo a beneficio di chi era stato seppellito con una cerimonia funebre oppure era in grado di pagargli un obolo per il viaggio. Tutti coloro che erano privi di questi requisiti venivano condannati a errare nel Limbo, un bosco spettrale ammantato di nebbia, per l’eternità. Se le anime in questione, invece, potevano permettersi di salire sull’imbarcazione di Caronte, venivano traghettate da una sponda all’altra del fiume Acheronte. Il traghettatore infernale viene descritto da Dante come un uomo spaventoso: un vecchio con barba e capelli lunghi e candidi accompagnati da occhi cerchiati di fuoco. Non a caso Caronte è il figlio di Erebo, la personificazione dell’oscurità degli Inferi, e di Notte, la personificazione della notte della Terra. L’obolo, il pedaggio da pagare per la traghettatura, è un dettaglio molto importante. Sia nell’antica Grecia che nell’antica Roma, infatti, vigeva l’usanza di seppellire i cadaveri con una moneta sotto la lingua o due monete sugli occhi: per evitare che i defunti vagassero nell’Ade come anime in pena, i loro familiari li dotavano dell’obolo da versare a Caronte. In Grecia, questa tradizione è stata abolita solo in tempi recenti. Il demoniaco traghettatore dell’Ade, tuttavia, non ha trasportato sull’altra sponda del fiume soltanto morti; tra i vivi saliti sulla sua barca figurano personaggi mitologici del calibro di Enea, Persefone, Teseo, Ercole, Orfeo, Psyche. L’elenco si allunga, in seguito, con San Paolo e Dante Alighieri.

 

Caronte in un dipinto di Joachim Patinir (1520-1524 circa) conservato nel Museo del Prado

Caronte appare in due pietre miliari della letteratura quali l’Eneide di Virgilio e la Divina Commedia di Dante Alighieri, dove entra in scena nel Canto III dell’Inferno. Anche il commediografo greco Aristofane, intorno al V secolo a.C., lo incluse nella sua pièce Le Rane, facendogli fare una breve comparsa. Se Caronte è una figura mitologica, i Caronti sono realmente esistiti.  Ma chi erano, esattamente? Nell’antica Roma, veniva chiamato Caronte colui che dava il colpo di grazia al gladiatore in fin di vita che aveva perso il combattimento. Il Caronte aveva un aspetto inquietante: celava il volto con una maschera che raffigurava il suo omonimo mitologico, e per portare a termine il suo compito si serviva di una mazza. Dopo essersi accertato che il gladiatore avesse esalato l’ultimo respiro, il Caronte caricava il suo corpo su un carro e lo trasportava nel cosiddetto “spoliarum”. In questa macabra stanza dell’anfiteatro, il gladiatore veniva spogliato  e i Caronti procedevano a impossessarsi del suo sangue. Costoro, infatti, avevano una sorta di seconda attività: vendevano il sangue dei gladiatori, reputato un potente amuleto e un antidoto a mali come l’astenia e la mancanza di virilità. Nella vita quotidiana, per rendere ancora più lugubre la loro figura, i Caronti usavano tingersi la pelle di verdognolo per rievocare la caratteristica tonalità della decomposizione cadaverica. Ma non voglio concludere questo articolo con racconti così funerei. Passiamo allora al motivo per cui l’anticiclone africano è stato battezzato con il nome del terribile nocchiero degli Inferi. La ragione è molto semplice: al Caronte sub-tropicale spetta il compito di “traghettarci” nelle infuocate estati del cambiamento climatico.

Immagini di Caronte: Public Domain via Wikimedia Commons

 

Primavera

 

“…allora posai i vestiti sull’erba e prima di entrare nel fiume guardai il colore che ci lasciava il sole e il colore che ci lasciava il cielo e la luce tutta che era ormai diversa, perchè la primavera era iniziata dopo aver vissuto nascosta dietro la terra e dentro i rami. Entrai nell’acqua piano piano, senza il coraggio di respirare, e sempre con la paura che, appena entravo nel mondo dell’acqua, l’aria, svuotata dal fastidio che ero, si arrabbiasse e , diventata vento, soffiasse forte come d’inverno, quando quasi spazzava via le case e la gente. Avevo cercato la parte più ampia del fiume, la più bassa, la più lontana dal paese, dove non andava praticamente mai nessuno, perchè non volevo che mi vedessero. L’acqua scorreva sicura di sé, di quel peso che le veniva dalla neve delle montagne e da tutte le sorgenti che fuggivano dall’ombra attraverso un foro nella roccia. Fusa per la frenesia di fondersi, l’acqua formava il fiume. Poco dopo aver superato le stalle e il recinto dei cavalli mi ero accorto che un’ape mi seguiva insieme al fetore di sterco e all’odore dei glicini che stavano fiorendo. L’acqua era fredda, la fendevo con le braccia, la pestavo con i piedi, chiazzata dal sole che nasceva oltre le Pietre Alte con la smania di volare. Ci infilai la testa perchè l’ape perdesse le mie tracce; sapevo bene che certe api vecchie di sette anni erano più che astute. Dentro era torbido, una nube di vetro, e mi fece pensare alle sfere di vetro nei cortili, sotto i pergolati di glicine robusto, di quei glicini che scendevano lungo le case. Ogni primavera le dipingevamo del colore della rosa e per questo la luce del paese sembrava diversa, inebriata com’era dal rosa delle case. D’inverno, al chiuso delle sale da pranzo, rosse del fuoco che fuggiva su per il camino, facevamo i pennelli con le code dei cavalli, e i manici di legno che poi legavamo con il fildiferro. Quando erano pronti li mettevamo al sicuro e partivamo, uomini e ragazzi, a cercare la polvere rossa della Maraldina, la montagna coperta di eriche con in cima l’albero rinsecchito e il vento che fischiava tra i cespugli. (…) Appena tornati in paese lasciavamo i sacchi sotto la tettoia, aspettavamo il bel tempo per mescolare la polvere rossa con l’acqua e facevamo la pittura rosa che poi l’inverno cancellava.”

Mercé Rodoreda, da “La morte e la primavera” (Edizioni La Nuova Frontiera)

 

Verso Santiago

 

“Il giorno passa, musei, strade, negozi, giornali, cala una sera con la luna e nubi veloci, non sai chi è il fuggiasco e chi l’inseguitore. E di nuovo suonano le campane, prima tre brevi rintocchi, metallo contro metallo, rumore secco, senza melodia, poi dodici rintocchi sonori che scagliano le ore sulla strada e spezzano la notte a metà: l’ora dei fantasmi. La piazza è avvolta alternatamente di luce e di oscurità, tanto che sembra anch’essa in movimento, diventa un mare e la chiesa è un rimorchiatore diretto a Occidente, un’imbarcazione che si trascina dietro un paese, un paese come una nave che è grande come un paese. Una volta Antonio Machado chiese al Duero (il poeta chiede al fiume): la Castiglia non corre sempre verso il mare, proprio come lo stesso Duero, e cioè verso la morte e quello che viene dopo? Se è vero, è a quest’ora che lo si può vedere: a Puigcerdà, a Somport, a Irùn non soltanto la Castiglia, ma tutta la Spagna si stacca ancora una volta dall’ Europa, Santiago è il capitano sul rimorchiatore, la forma nera della cattedrale traina la nave di Aragona e di Castiglia e di tutte le regioni della Spagna fino all’oceano, e, appoggiato al parapetto, tra preghiere, brindisi e gran segni di commiato, il Grande Teatro della Spagna, Alfonso il Saggio e Filippo II, Teresa di Avila e san Giovanni della Croce, El Cid e Sancho Panza, Averroè e Seneca, l’Hadjib di Còrdoba e Abraham Benveniste, Gàrgoris e Habidis, Calderòn de la Barca, gli ebrei e i mori scacciati, i roghi dell’ Inquisizione e le suore esumate della guerra civile, Velàsquez e il duca di Alba, Francisco de Zurbaràn, Pizarro e Jovellanos, Gaudì e Baroja, i poeti del ’27, le marionette di Valle-Inclàn e il cagnolino di Goya, anarchici e vescovi mitrati, il piccolo dittatore e la regina ninfomane, il castello di Peñafiel sulla sua collina color zolfo, l’Alhambra rosata e la Valle dei Morti, amici e nemici, vivi e morti. La zona in cui un tempo si estendeva la meseta ora è un mare in tempesta, il frastuono è assordante, e poi, d’un tratto, come se il tempo stesso si fermasse, tutto è finito, il viaggiatore sente i propri passi sulle grandi lastre di pietra, vede il chiaro di luna sulle torri e sui palazzi severi e sa che dietro quelle fortificazioni del passato dev’esserci un’altra Spagna che forse non vuole più conoscere la sua, oppure non sa riconoscerla. Le sue deviazioni, le sue disgressioni sono giunte al termine. Il suo viaggio in Spagna è finito.”

Cees Nooteboom, da “Verso Santiago. Disgressioni sulle strade di Spagna”