A mio padre

Io e mio padre negli anni ’70

Sono passati quasi due anni da quel tristissimo 18 Settembre del 2024. Due anni, eppure sembra solo ieri. Quel dolore straziante è ancora vivo. Prima di allora, non avevo mai avuto un incontro così ravvicinato con la morte. Ricordo di averti tenuto tra le braccia chiamandoti, accarezzandoti il viso, mentre tu eri inerme. Quasi non potevo, o non volevo credere che te ne fossi andato via per sempre. Che non mi avresti più risposto, che non avremmo più scherzato insieme…Che non sarei più scesa di sotto ogni notte, nel tuo appartamento, per misurarti la saturazione e controllare se andava tutto bene. Ma oggi, nel giorno della Festa del Papà, voglio pensare a te nei tuoi anni migliori. Quelli felici della giovinezza, della famiglia, dei sogni e delle passioni. Ho decine di video dove ti intervistavo e tu, già centenario, mi raccontavi della tua infanzia, dei lunghi mesi passati in Brasile, di una Fabriano che non esiste più. Posso sintetizzare la tua vita in frammenti di ricordi, in un pot-pourri di forti emozioni: la mamma, Emilia, che hai perso quando avevi solo 5 anni (lei ne aveva 27), un dolore che ti ha accompagnato per tutta la vita e ha tramutato tua madre in una figura mitica, una sorta di dea.

 

Papà da bambino circondato dalle donne, tutte riunite attorno a una macchina da cucire. Ci sono anche la zia Pina (la seconda da sinistra) e la mamma Emilia (la seconda da destra)

Poi la vita in famiglia, cresciuto da tuo padre, allora troppo indaffarato con gli affari, ma soprattutto da sua sorella Giuseppina, che era poco più di un’adolescente. E il viaggio in Brasile, raggiunto in nave dopo non so quanti giorni, in cerca di una vita diversa e più appagante: avevi pressappoco 20 anni e la testa piena di sogni e di speranze giovanili. Però, non molto tempo dopo, la nostalgia ti ha catturato e sei voluto ritornare in Italia: dalla terra dei carioca hai portato dei piccoli coccodrilli imbalsamati, una lingua (il portoghese) che sembra cantata e il ricordo di un amore che non ha potuto seguirti. Non hai mai dimenticato il suo nome.

 

 

Caro papà, figlio dei ruggenti anni ’20 che adorava la musica, il tip-tap e i film con Ginger Rogers e Fred AstaireDisciplinato e al tempo stesso un po’ viveur, eri giovanissimo quando è scoppiata la Seconda Guerra Mondiale e ti sei dato anima e corpo alla famiglia dopo aver sposato mia madre, che aveva dodici anni meno di te.

 

Papà nel giorno del suo matrimonio (è quello con gli occhiali scuri). In primo piano la sposa, mia madre, a braccetto con il padre Marino

Ma a quei tempi ti sei dedicato anche alla tua più grande passione, l’insegnamento: non è un caso che, in città, tutti ti conoscano ancora come “il maestro”. Era l’epoca in cui raggiungevi le scuole di campagna in Vespa, poi con la tua leggendaria 500 bianca;  l’epoca in cui hai iniziato a insegnare nel collegio del Monastero di San Silvestro, sul Monte Fano, un’esperienza che hai custodito nel cuore fino agli ultimi giorni di vita.

 

Papà diretto al Monastero di San Silvestro con la sua mitica 500 bianca (sullo sfondo).

Ti ricordo affettuoso e protettivo durante la mia infanzia, a volte un po’ collerico, ma incapace di portar rancore; sensibile, amante della cultura e della bellezza. Nei miei anni “teen” gli scontri tra noi erano frequenti: dopotutto, quella è l’età in cui per la psicanalisi vanno “uccisi” simbolicamente i propri genitori. Non accettavi le mie scelte, il mio percorso di studi, anche se oggi realizzo che avevi ragione. Un flashback: noi due insieme in campagna, ai “Monticelli”, con l’immancabile radio per ascoltare la musica che amavi tanto. Una passeggiata lungo un sentiero prima di arrivare a una radura che ai miei occhi, avrò avuto 4 anni, era il salone di un meraviglioso castello dove i principi e le principesse organizzavano un ballo spettacolare.

 

Io durante la passeggiata ai Monticelli. La foto è stata scattata da mio padre. 

Quella mattina siamo stati benissimo: scherzavi, mi hai scattato tante foto, eravamo sereni. C’era un’armonia tra noi che con il tempo, con il passar degli anni, non è mai svanita. La dimostrazione di un affetto che a volte non coglievo appieno a causa del tuo rigore. Ma ho capito ben presto che è proprio grazie ai tuoi insegnamenti, alla resilienza e al senso della disciplina che mi hai inculcato, che io sono qui, fiduciosa  e stoica nonostante tutte le battaglie della vita.  Caro papà, ti voglio tanto bene.

 

 

Cominciare bene la giornata: la routine del risveglio in 10 spunti

 

“Chi ben comincia, è a metà dell’opera”, recita un noto proverbio. E la saggezza popolare, come sapete, non sbaglia mai: iniziare con il piede giusto è fondamentale in qualsiasi settore della nostra vita. Anche appena svegli, per iniziare la giornata nel migliore dei modi possibile. Che cosa fare, dunque, a partire dal momento in cui la sveglia suona? L’ideale sarebbe creare una routine mattiniera altamente salutare e che apporti il massimo dell’energia. In questo articolo trovate una serie di spunti per “ben cominciare” ogni giorno, compresi due ammonimenti finali riguardanti, invece,  le abitudini da evitare.

 

1. Scegliere la suoneria perfetta

Il passaggio tra sonno e veglia è una fase essenziale per un buon risveglio. Uno studio del Royal Melbourne Institute of Technology, in Australia, ha dimostrato che esiste un rapporto diretto tra la suoneria della sveglia e la riattivazione del cervello successiva al riposo notturno. Un suono piacevole, ben ritmato, o comunque amato dal proprietario della sveglia, fa sì che il suo risveglio sia più piacevole sul piano del benessere e dell’energia. La ricerca ha anche evidenziato come questo stato d’animo permanga per molto tempo, rendendoci più attivi e produttivi sul lavoro. In poche parole, il gradimento della suoneria della sveglia è direttamente proporzionale a un “buon risveglio” dell’attività cerebrale.

 

2. Leggere per permettere al cervello di svegliarsi con dolcezza

Che leggere faccia bene, lo sappiamo già. Ma nel momento delicato del risveglio, i suoi benefici aumentano: rimette in moto la mente e rilassa riducendo i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress, che di prima mattina raggiungono il picco massimo. Bastano pochi minuti, scientificamente sei, come dimostra una ricerca dell’Università del Sussex. La lettura ammortizza una transizione troppo “traumatica” tra sonno e veglia: è un potente antistress che stimola la memoria e la concentrazione. In più, leggendo per qualche minuto la nostra mente può distrarsi, esplorando una grande varietà di luoghi e situazioni. Questo cocktail di benessere è l’ideale per un risveglio in tutta dolcezza.

 

3. Ascoltare la musica, che regala energia ed azzera lo stress

Al risveglio mente e corpo si riattivano ed è importante che lo facciano nel modo più gradevole possibile. A livello cerebrale, anche la musica si rivela un toccasana: stimola le zone adibite al piacere e la produzione di dopamina, contrastando il rilascio di cortisolo. La musica regala un senso di benessere psicofisico immediato. Riducendo il cortisolo, migliora la pressione arteriosa (avete notato che i valori massimi si raggiungono quando ci si alza dal letto?) e la frequenza cardiaca. Un ritmo incalzante, inoltre, è un’ottima fonte di energia: non c’è niente di meglio per un inizio giornata all’insegna del buonumore.

 

4. Detergere il viso e poi sciacquarlo con l’acqua fresca

Arriva il momento della cura personale, che può essere una doccia o l’indispensabile pulizia del viso. Mi soffermo su quest’ultima, perchè ci offre l’occasione di approfondire qualcosa di molto interessante. Nello specifico, l’importanza dell’acqua durante la beauty routine. Anche se utilizzate il latte detergente, non dimenticate mai di sciacquarvi il viso con l’acqua fresca: lo shock termico lo “sferza” favorendo un risveglio completo; inoltre, elimina qualsiasi residuo di sebo e cellule morte depositatisi sulla pelle durante il sonno. L’acqua fresca stimola il sistema nervoso, ha un’azione tonificante, rimuove le impurità e combatte il gonfiore. Per un risveglio perfetto, non si può farne a meno.

 

5. Bere acqua per purificare l’organismo

Un bicchiere d’acqua a digiuno, appena svegli, per l’organismo ha un effetto portentoso: reidrata il corpo, elimina le tossine, attiva il metabolismo e favorisce la diuresi. L’acqua, dopo le ore di immobilità notturna, stimola anche la motilità intestinale. Non occorre soffrire di stitichezza, basta sapere che è in grado di “spronare” la peristalsi contribuendo a una buona digestione e alla regolarizzazione delle funzioni dell’apparato digerente.

 

6. Posticipare la tazzina di caffé

La prima cosa che fate appena svegli è prepararvi un buon caffé? Fareste meglio a modificare quest’abitudine, o quanto meno a posticiparla. Di prima mattina, a stomaco vuoto, bere caffè non è precisamente l’ideale. La caffeina, una sostanza eccitante che va a stimolare il sistema nervoso centrale, interferirebbe con il rilascio di cortisolo, che (come abbiamo già visto) in quelle ore raggiunge i suoi livelli più elevati. Il cortisolo, predispondendo il corpo al risveglio, provoca in noi una tensione continua, uno stato di costante allerta. L’abbinamento con la caffeina, dunque, darebbe luogo ad ansianervosismo in dosi massicce. Bere caffè a digiuno, inoltre, può irritare la mucosa gastrica a causa dell’eccessiva quantità di acido cloridrico stimolata dal consumo della bevanda. La soluzione? Bere caffè un’ora dopo il risveglio, allungandolo magari con un dito di latte.

 

7. Fare una colazione sana e consumarla con la dovuta calma

Il pasto del mattino è fondamentale, ci dà la giusta carica per affrontare la giornata. E’ proprio per questo che la colazione ideale dovrebbe includere un calibrato mix di nutrienti, proteine, vitamine e minerali: frutta secca, miele, frutta di stagione, latte, pane integrale, cereali come i fiocchi d’avena (ricchi di fibre, grassi buoni e carboidrati). Imprescindibili poi lo yogurt o lo yogurt greco, da alternare al kefir, per rafforzare il sistema immunitario e mantenere l’intestino in perfetta salute. A proposito di miele: usatelo anche come dolcificante, sostituendolo allo zucchero bianco.

 

8. Risvegliare il corpo con lo stretching

Dedicare qualche minuto all’attività fisica è super salutare: non solo fa bene al corpo, ma il rilascio di serotonine ed endorfine che stimola è in grado di attirare una ventata di sana euforia. Lo stretching è perfetto, risveglia il corpo attivando la circolazione e contrastando la tensione muscolare. Quando si parla di training del mattino, tuttavia, ognuno di noi conosce l’attività che più gli si confà: che sia una mini-sessione di yoga, una serie di esercizi a corpo libero o una passeggiata dalla propria casa al luogo di lavoro. Un consiglio? Provate il tai-chi, l’antica arte marziale cinese dai movimenti fluidi e studiatamente lenti. E’ come meditare in movimento, riduce lo stress e migliora la flessibilità delle articolazioni.

 

9. NON incollarsi allo smartphone appena ci si sveglia

I neurologi concordano nel dire che la dipendenza da smartphone produce effetti negativi soprattutto al risveglio: il controllo delle e-mail in arrivo, il conteggio dei like, il suono delle notifiche ci catapultano troppo aggressivamente nella fase di veglia, favorendo l’insorgere dell’ansia e influenzando in modo negativo il nostro umore.

 

10. NO al caffè al volo prima di uscire di casa

Un caffè veloce a stomaco vuoto, di corsa, non accompagnato dalla prima colazione, è un’abitudine da evitare: oltre alle interferenze con il cortisolo e i disturbi gastro-intestinali che può provocare (vedi al punto 6), va detto che il caffè, se consumato a digiuno, rallenta il metabolismo, favorisce i picchi glicemici ed è privo dei nutrienti indispensabili per iniziare la giornata.

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Gli angeli del Natale, le magiche creature celesti che animano la Notte Santa

 

“Avvertire la presenza di un Angelo è come sentire il vento tutto intorno a te. Non riesci effettivamente a vedere il vento, ma lo senti, e sai che è li.
Un’anima non è mai senza la scorta degli angeli, questi spiriti illuminati sanno benissimo che l’anima nostra ha più valore che non tutto il mondo.”

(Bernardo di Chiaravalle)

Quando si parla di iconografia del Natale, l’attenzione solitamente si concentra, Sacra Famiglia a parte, sulla stella di Betlemme, sui Re Magi e sui pastori che vanno a far visita al Bambinello. Gli angeli vengono menzionati più di rado, eppure ricoprono un ruolo fondamentale sia nella Natività che nell’Annunciazione. E dato che siamo in Avvento, un approfondimento sulla loro figura si fa essenziale.

 

 

L’angelo dell’Annunciazione

E’ il 25 Marzo, e la luce del giorno sprigiona una luminosità abbagliante. Nel Vangelo di Luca si narra che un messaggero celeste sta svolgendo un incarico di primaria importanza: è l’Arcangelo Gabriele, un angelo, cioè, di rango superiore (arcangelo, dal greco arkhággelos, è composto da archon, capo, e ággelos, angelo/messaggero), destinato a missioni divine di particolare rilevanza. L’Arcangelo Gabriele appare a Maria e le annuncia che diventerà la madre del Figlio di Dio. Maria, all’epoca, è ancora una ragazzina: ha 14, 15 anni al massimo, eppure accetta subito la volontà del Signore.

L’angelo apparso a Giuseppe in sogno

Quando Maria, promessa sposa di Giuseppe, rimane incinta ad opera dello Spirito Santo, Giuseppe cade in preda al dubbio. Non pensa di ripudiarla, ma delibera di recidere segretamente qualsiasi patto che lo vincola a lei. Un angelo, però, gli appare in sogno. L’angelo esorta Giuseppe a unirsi in matrimonio con Maria e dissipa ogni sua esitazione. Gli comunica che la donna porta in grembo un figlio generato dallo Spirito Santo; Gesù, questo il nome che Giuseppe gli avrebbe dato, sarebbe venuto al mondo per liberare l’uomo dai suoi peccati. Quando Giuseppe si sveglia, obbedisce alle parole dell’angelo e chiede in sposa Maria. L’episodio viene narrato nel Vangelo secondo Matteo.

 

 

Gli angeli e l’annuncio ai pastori

E’ notte fonda; Gesù è appena nato in una grotta di Betlemme. Mentre alcuni pastori vegliano sui greggi nelle campagne dei dintorni, al loro cospetto appare un angelo che risplende di luce. All’inizio i pastori si spaventano, hanno uno sguardo smarrito. Ma l’angelo li rassicura e annuncia loro la nascita, a Betlemme, di Gesù. Lo definisce un Salvatore, Cristo, il Signore, aggiungendo che potranno riconoscerlo vedendo un bambino in fasce che riposa in una mangiatoia. Poco dopo, l’angelo viene raggiunto da una schiera di creature celesti e tutti insieme intonano un canto, “Gloria in Excelsis Deo”, per celebrare il gioioso evento: “Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama”.  Gli angeli guidano i pastori verso la grotta, dove costoro incontrano la Sacra Famiglia e si inginocchiano per adorare Gesù. Mentre gli angeli festeggiano la nascita del Bambinello in un tripudio di luce, i pastori, lodando Dio e rendendogli grazie, divulgano la notizia della sua venuta a mondo. Nel Vangelo secondo Luca, l’annuncio ai pastori rappresenta uno degli eventi più suggestivi e intrisi di magia

 

 

Gli angeli del Natale e l’importanza della musica

Il canto, un’ importante espressione della vicinanza a Dio, assume una valenza essenziale nella raffigurazione degli angeli del Natale. Ad esso si affianca la musica, sua partner naturale, uno strumento ideale per elevare l’anima e veicolare il messaggio del Signore. Il canto e la musica hanno un grande potere: fanno vibrare lo spirito, lo rendono più leggero. Permettono che si libri in direzione della luce divina, abbracciando la gioia e accantonando le preoccupazioni quotidiane. Non è un caso che gli angeli del Natale, una delle principali decorazioni natalizie, vengano spesso rappresentati mentre cantano o sono intenti a suonare uno strumento: prevalentemente il flauto, la cetra e la lira; oppure, reggono tra le mani un libro musicale. Il rimando è sempre a quel “Gloria in excelsis Deo” intonato in coro dagli angeli nella Notte Santa, quando il loro alone di luce gareggia con il fulgore delle stelle per celebrare la venuta di Gesù.

 

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Foto di copertina: autore sconosciuto, 1912, Public Domain via Wikimedia Commons

Il luogo: a Monaco di Baviera per l’Oktoberfest, la festa della birra più famosa al mondo

 

Un Equinozio d’Autunno all’insegna della birra e della festa più sfrenata: quale potrebbe essere il miglior luogo in cui fare questa esperienza? Senza dubbio la Germania, e più precisamente Monaco di Baviera, dove dal 20 Settembre al 5 Ottobre avrà luogo l’Oktoberfest. Comiciamo subito con alcuni dati. Considerata la più maestosa fiera del globo, l’Oktoberfest ospita annualmente oltre 7 milioni di avventori: un numero superato solo da quello dei boccali di birra utilizzati. La data di inizio, ogni anno, è sempre la stessa: il penultimo sabato di Settembre. La conclusione ingloba invece il primo weekend di Ottobre terminando la domenica alle 23.30. Nel 2025, l’Oktoberfest giunge alla sua 190esima edizione; era il 1810 quando il re Massimiliano I Giuseppe di Baviera lo fondò a Monaco. La grande “festa della birra” bavarese si tiene nell’ampio spazio (42 ettari) denominato Theresienwiese, “il prato di Teresa”, un nome non di certo scelto a caso: l’Oktoberfest, infatti, nacque con l’intento di rendere ancora più spettacolari i festeggiamenti in onore del matrimonio tra Ludovico di Baviera, figlio del re Massimiliano Giuseppe, e la principessa Teresa di Sassonia-Hildburghausen. Ma andiamo subito a scoprire le caratteristiche di questa celebrazione famosissima in tutto il mondo.

 

 

All’interno del Theresienwiese si trovano il gigantesco Luna Park, diventato ormai un’icona della manifestazione, e gli stand dove si beve birra e si pasteggia; la birra servita all’Oktoberfest viene rigorosamente prodotta da sei marchi prestigiosi del “made in Monaco”: Löwenbräu, Spaten, Paulaner, Hofbräu, Hacker-Pschorr e Augustiner. Gli stand sono in grado di accogliere fino a 10.000 persone. Ovviamente, all’Oktoberfest non si va solo per mangiare e bere: oltre al Luna Park, sono presenti attrazioni musicali in ogni singolo tendone. Mentre si è riuniti attorno alle tavolate, infatti, è possibile assistere all’esibizione dei gruppi più rappresentativi dello Schlager, un genere musicale (composto perlopiù da ballate) diffuso nella Mitteleuropa così come nei Paesi Bassi, in Scandinavia e nei paesi balcanici. Tutti gli stand, nessuno escluso, vantano un palco dove hanno luogo le performance dei cantanti e musicisti.

 

 

L’inizio

La festa prende il via con 12 spari di mortaretti; al termine di questo esordio scoppiettante, il sindaco di Monaco di Baviera spilla la prima botte di birra. “O’zapft is!”, “è stappata”, è la frase rituale che il primo cittadino pronuncia dopo aver compiuto l’operazione; poi, offre un boccale di birra al Presidente della Baviera. La cerimonia viene preceduta da una processione a cui prendono parte il sindaco e i titolari dei birrifici: si tratta di una vera e propria parata, realizzata in abiti tradizionali bavaresi,  lungo le vie della città. Quando i festeggiamenti hanno inizio si beve un’unica birra, la märzen; i sei birrifici locali si premurano di fornirla in quantità industriali a tutti gli stand. Ma che cos’è la märzen, esattamente? Con questo nome si indica una birra bavarese a bassa fermentazione che i mastri birrai crearono nel XVII secolo. Il caratteristico sapore della bevanda, più alcolica di una birra comune, evidenzia un potente aroma di luppolo. E’ fondamentale sapere, inoltre, che all’Oktoberfest è concesso bere solo birra bavarese: l’ordinanza che lo sancisce è datata nientemeno che 1850.

 

 

I Bierzelte

E’ questo il nome tedesco degli stand. Bierzelt significa più o meno “tendone dove si beve e vende birra”, e all’Oktoberfest, naturalmente, i Berzelte abbondano: danno vita a una struttura mastodontica che comincia ad essere montata due mesi prima dell’inizio della festa.

La cucina

Nei Bierzelte non si beve solo birra: si mangia anche, e molto! Il focus è chiaramente incentrato sulla cucina tradizionale bavarese, che include piatti piuttosto noti a livello internazionale. Troviamo innanzitutto una grande quantità di insaccati e di carne cucinati nei modi più disparati: i classici Wurstel alla griglia si alternano al Weiss Wurst, il wurstel bianco, una salciccia a base di carne di vitello; il Leberkaese, invece, è un “fratello” più saporito del Wurstel, ma non è affumicato. I più celebri piatti di carne includono lo Schweinhaxe, stinco di maiale con patate, le costine di maiale e l‘Hendl, un pollo arrosto croccante all’esterno ma molto tenero internamente (questa caratteristica lo accomuna allo Schweinhaxe).

 

 

Alla voce “salato” troviamo molti piatti e alimenti prelibati: gli Spätzle sono enormi gnocchi generalmente conditi con speck e rucola o con panna e prosciutto; l’Obatzda è un gustoso formaggio spalmabile abbinato ai Bretzel e a una manciata di ravanelli; il Sauerkraut (crauti), ovvero il cavolo fermentato, è inconfondibile per il suo accento acido, mentre la senape, soprattutto quella dolce, abbonda sui Wurstel e in particolare sul Weiss Wurst. Poi abbiamo le patate, grandi protagoniste della cucina bavarese: sono onnipresenti e cucinate in diversi modi, anche fritte. Non possiamo tralasciare il Bretzel, pane salato bavarese dalla forma che ricorda un nodo, cosparso di sale grosso persino all’esterno; pare che l’abbondanza di sale sia stata pensata ad hoc per accentuare la sete (e quindi spronare al consumo della birra). Tra i dolci più gettonati troviamo l’Apfelkuchen, una deliziosa torta di mele, i Dampfnudel, dei morbidi gnocchi di pane serviti con salsa alla vaniglia, e i celebri Lebkuchen, biscotti al pan di zenzero a forma di cuore, spesso ricoperti di cioccolato o glassa e decorati con scritte che parlano d’amore.

 

 

I divertimenti

Il Luna Park rappresenta uno dei punti di forza dell’Oktoberfest. Molte di queste giostre, o attrazioni, hanno oltre un secolo di vita. Nel Theresienwiese troneggia una ruota panoramica che sfiora i 48 metri; simbolo iconico della festa della birra, comparve per la prima volta al festival nel 1880. La Ruota del Diavolo, presente sin dal 1910, è un disco che aumenta progressivamente la sua velocità di rotazione. Chi sale sul disco deve riuscire a mantenersi ben saldo sulla pedana per il maggior tempo possibile, nonostante il movimento rotatorio indiavolato (è il caso di dirlo) e i “dispetti” di alcuni personaggi assoldati come guastafeste. La Krinoline, che ha esordito all’Oktoberfest negli anni ’20, è la classica giostra della tradizione. Il Taboga, il cui primo esemplare venne costruito nel 1906, è uno scivolo che trascina i corpi dei visitatori a velocità supersonica. L’Altalena delle Streghe, un’attrazione storica, è apparsa all’Oktoberfest nel 1984: si compone di una gigantesca altalena corredata di due sedili per otto persone l’uno. Il dondolio sfrenato dell’altalena fa sì che i visitatori, terrorizzati, temano di ribaltarsi da un momento all’altro. Il Pitts Todeswand è un cilindro dall’altezza di otto metri e dal diametro di dodici. Dentro il cilindro vengono eseguite acrobazie mirabolanti: motociclisti che rombano sulle pareti con le loro moto, saltimbanchi che si esibiscono in virtuosismi funambolici…Il pubblico, posizionato all’estremità superiore dell’attrazione, osserva tutto dall’alto. Lo Schichtl è uno spazio dove si svolgono siparietti umoristici e giochi di prestigio. Il numero più celebre riguarda la “decapitazione” con ghigliottina: un componente del pubblico viene invitato a sottoporsi al ghigliottinamento; il presentatore indossa un costume tradizionale bavarese stravolto in chiave bizzarra. Lo Schichtl si trova all’Oktoberfest dal 1869. Un’altra attrazione divenuta emblematica della manifestazione è l’Olympia Looping: queste montagne russe, annoverate  tra le più grandi del mondo, sono dotate di ben cinque giri della morte.

 

 

L’edizione 2025

L’Oktoberfest 2025 di Monaco di Baviera si conferma come un appuntamento imperdibile, dove la tradizione bavarese incontra una rinnovata attenzione all’esperienza del visitatore. L’apertura ufficiale alle 12 del 20 settembre, con il celebre “O’zapft is!” pronunciato dal sindaco Dieter Reiter, darà il via a due settimane di festa, folklore e convivialità. Tra le novità di quest’anno spiccano i miglioramenti strutturali nei tendoni storici e un programma culturale sempre più ricco, con sfilate folcloristiche, concerti all’aperto e iniziative dedicate alle famiglie. Monaco si prepara ad accogliere milioni di visitatori da tutto il mondo, celebrando con orgoglio le sue radici e il suo spirito festoso, sotto il segno della birra e della condivisione.

 

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Speciale “Il Luogo”: 5 città fiabesche da visitare a Natale

 

“A Natale tutte le strade conducono a casa.”

(Marjorie Holmes)

Eh, già, a Natale tutte le strade conducono a casa; il calore familiare è un elemento imprescindibile della festa più amata dell’anno. Eppure, non è raro che si desideri conoscere, esplorare altri modi di vivere la Natività, immergersi in atmosfere natalizie mai assaporate prima d’ora. Quale idea migliore, dunque, di un viaggio nei luoghi dove le festività assumono un aspetto fiabesco e sommamente magico? In diverse città europee, Natale è una ricorrenza incantata: palazzi che sembrano usciti da un racconto dei fratelli Grimm, mercatini affollatissimi, fiocchi di neve vorticosi e viuzze impregnate di storia si fondono con un caleidoscopio di luci e di colori. Vi propongo cinque capitali del Vecchio Continente dove potrete godervi appieno lo spirito del Natale: Amburgo, Praga, Salisburgo, Stoccolma e Strasburgo (in ordine rigorosamente alfabetico). Avete già fatto le valigie? Oggi le visiteremo insieme.

 

Amburgo

 

In Germania esistono delle vere e proprie “città del Natale”: Amburgo è una di queste. Basti pensare alla tradizione dei mercatini, che ha radici antichissime; il mercatino natalizio dello Striezelmarkt, a Dresda, è stato il primo al mondo ad essere definito tale. Nella cosiddetta “città sull’acqua”, il fiume Elba costituisce uno scenario di primaria importanza. Gli alberi di Natale galleggianti sono la norma, scintillanti luminarie lampeggiano sui moli  e sulle banchine del porto, l’Elbphilarmonie (Filarmonica dell’Elba), simile a una gigantesca onda in vetro, sprigiona bagliori cristallini. Anche il Rickmer Rickmers, uno splendido veliero del 1896 adibito a museo, si veste a festa, creando un suggestivo gioco di luci nel quartiere St.Pauli. In questo rione potete visitare uno degli incantevoli mercatini natalizi di Amburgo, ricco di eccellenze alimentari. La città, di mercatini, ne ospita più d’una trentina: è d’obbligo raggiungere quello di Piazza del Municipio, dai connotati di un’antica fiaba, per scoprire le meraviglie dell’artigianato locale e le prelibatezze gastronomiche stagionali. L’albero di Natale sul lago di Alster, che riflette le sue luci abbaglianti sullo specchio d’acqua, è un altro imperdibile must-see insieme al quartiere di Neuer Wall, incorniciato dai canali della zona nord di Amburgo; qui è possibile dedicarsi allo shopping di lusso tra miriadi di ghirlande, luminarie e addobbi.

 

 

Praga

 

Con le sue guglie gotiche e i suoi splendidi edifici, costruiti nei più disparati stili architettonici, Praga a Natale raggiunge il picco della suggestività. Anche perchè il freddo è intenso, e nevica spessissimo: il centro storico, di conseguenza, appare ancora più magico quando è ammantato di neve. Le viuzze acciottolate sono costeggiate di caffè e di lampioni a gas che generano un’atmosfera d’altri tempi. I mercatini rappresentano un punto di forza della Praga natalizia; quello della Città Vecchia, su cui incombe l’Orologio Astronomico Medievale, è il più celebre. Le bancarelle sono disseminate in tutta la piazza, dove regna un imponente albero di Natale, e propongono sia specialità dolciarie tradizionali (tra le altre, i biscotti e i cannoli alla cannella) che eccellenze artigianali locali come i cristalli di Boemia e le famosissime marionette ceche. Altri mercatini da non perdere sono il mercatino delle pulci del Castello di Praga, il mercatino di Piazza Venceslao e il mercato Havel, in puro stile medievale. Nel quartiere del Castello è tassativo visitare il Vicolo dell’Oro: fiabesco e ammantato di neve, era abitato dagli alchimisti della città; lo impreziosiscono antichi lampioni in ferro battuto e un tripudio di decorazioni in vischio sui portoni delle case.

 

 

Salisburgo

 

La Salisburgo natalizia, immancabilmente innevata, è uno splendore naturale e architettonico. La città di Wolfgang Amadeus Mozart concentra in sè tutto lo spirito del Natale. Si comincia a inizio Dicembre con la tradizionale parata dei Krampus, dove sfila un nutrito gruppo di demoni del folklore subalpino: abbiamo già conosciuto Krampus nelle vesti di aiutante di San Nicola; è lui lo spaventoso essere che accompagna il Santo e punisce i bambini cattivi. Il centro storico della città, ricco di palazzi storici, mercatini e antiche chiese, è meravigliosamente decorato e pullula di cantori. Risalta un albero di Natale dalle dimensioni enormi, imponente come il Duomo barocco del XVIII secolo; la spettacolare Residenzplatz, che alterna lo stile barocco a quello medievale, è stata incoronata Patrimonio Mondiale Unesco. La musica è il fiore all’occhiello di Salisburgo e dei suoi dintorni. E’ qui che, la notte di Natale del 1818, fu intonato per la prima volta il canto “Silent Night”: venne eseguito nella suggestiva Cappella di Obendorf, a pochi chilometri da Salisburgo. Visitandola durante la vigilia di Natale, vivrete la magia di una messa a lume di candela che si conclude con il famoso canto. Non mancate, poi, di visitare la casa dove nacque Mozart in Getreidegasse, e la fortezza di Hohensalzburg, un autentico simbolo della città.

 

 

Stoccolma

 

Gli addobbi ornano la città sin dal 13 Novembre: miriadi di luci a LED forgiano angeli, renne e piante tradizionali del Natale. Il nostro tour comincia dal Gamla Stan, la Città Vecchia, un intreccio di viuzze medievali che si aprono su piazzette mozzafiato. Qui si trovano i mercatini più caratteristici, pieni zeppi di delizie dolciarie e gastronomiche tradizionali, decorazioni natalizie e prodotti artigianali come giocattoli, maglioni e oggetti in vetro soffiato. Il glögg, versione scandinava del nostro vin brulé, non manca mai; una regola valida anche per i lussebullar o lussekatter, i tipici dolcetti allo zafferano di Santa Lucia. A Stoccolma, i mercatini natalizi abbondano: vale la pena di scoprirli tutti. Kungsträdgården è molto famoso per la sua pista di pattinaggio sul ghiaccio, mentre il mercatino di Skansen, situato sull’ isola di Djurgården, è quello di dimensioni maggiori nell’intera Svezia. Si trova, appunto, a Skansen, un museo a cielo aperto incentrato sulla storia e la cultura svedese dal 1700 ad oggi. Il mercatino vanta ben 150 bancarelle, o casette, dove è possibile acquistare tipicità gastronomiche e artigianato tradizionale assistendo a coinvolgenti performance folkloristiche.

 

 

Strasburgo

 

Il capoluogo dell’Alsazia, regione francese confinante con la Svizzera e la Germania, vanta tradizioni natalizie risalenti nientemeno che al 1500. Le celebrazioni iniziano già a fine Novembre e proseguono di evento in evento, con la magia che fa da filo conduttore. Le decorazioni, ricche e scintillanti, mozzano il fiato; per quanto riguarda i mercatini, Strasburgo vanta uno dei più antichi al mondo che è anche il più antico della Francia: nato nel XVI secolo, è stato battezzato Christkindelsmärik e si tiene in Place Broglie. Qui potete trovare una vasta gamma di articoli che spazia dall’artigianato tipico alle prelibatezze alimentari; il Christkindelsmärik è anche il mercatino ideale per la scelta dei regali natalizi. L’evento di punta della Natività strasburghese si identifica senz’altro con l’accensione dell’albero di Natale installato in Place Kléber: con i suoi trenta metri, è uno degli alberi di Natale più alti del pianeta. L’albero proviene dai boschi dell’Alsazia e viene addobbato sontuosamente. Secondo una tradizione pluriennale, i benestanti strasburghesi solevano depositare doni per i più poveri ai piedi dell’albero. Attualmente, invece, Place Kléber pullula di bancarelle associate a svariati enti di beneficenza. L’arte gotica che predomina nella piazza, tra lo splendore delle luminarie e degli addobbi, contribuisce a donare al mercatino un’atmosfera di fiaba. A Strasburgo, inoltre, è d’obbligo visitare il quartiere Patrimonio Unesco della Petite France, con il tripudio di case a graticcio e di canali della Grande Île, ma se viaggiate nei dintorni non mancate di raggiungere Colmar, una magica città medievale contraddistinta, anch’essa, dalle tipiche costruzioni a graticcio dell’Alsazia.

 

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William Shakespeare, Sonetto 130

 

Gli occhi della mia donna nulla hanno del sole,
il corallo è ben più rosso del rosso delle sue labbra;
se la neve è bianca, il suo seno è certo bruno,
se son setole i capelli, nere setole avrebbe in capo.
Ho visto rose screziate, rosse e bianche,
ma non vedo tali rose sulle sue gote;
e in certi olezzi vi è maggior delizia
che non nell’alito che la mia donna emana.
Io amo la sua voce eppure ben conosco
che la musica ha un suono molto più gradito;
ammetto che mai vidi l’inceder d’una dea:
la mia donna nel camminar calpesta il suolo.
Eppure, per il cielo, per me è talmente bella
quanto ogni altra donna falsamente decantata.

(da “Shakespeare. I sonetti”. Introduzione di Nemi D’Agostino, prefazione di Romana Rutelli, traduzione di Maria Antonietta Marelli. Garzanti editore)

 

La vendemmia: un rito antichissimo e le sue tradizioni

 

Sono i giorni più belli dell’anno. Vendemmiare, sfogliare, torchiare non sono neanche lavori; caldo non fa più, freddo non ancora; c’è qualche nuvola chiara, si mangia il coniglio con la polenta e si va per funghi.
(Cesare Pavese)

 

Settembre, da sempre, è tempo di vendemmia. Un termine che indica la raccolta dell’uva da vino: l’ultima tappa di un impegno nei vigneti che dura un anno intero, a cominciare dalla potatura invernale di Gennaio. L’uva che si raccoglie durante la vendemmia, in sintesi, è quella che troviamo sulle nostre tavole tramutata in delizioso nettare degli dei. Ma la vendemmia, oltre ad essere una pratica agricola, è un vero e proprio rituale: sopravvive da secoli, portando con sè un bagaglio di tradizioni, usanze scaramantiche e tecniche entrate far parte degli annali della cultura agreste. La vendemmia nasce nell’antica Roma, e lo dice il termine stesso; “vendemmia” proviene dal latino “vindimia”, che unisce “vinum” (vino) e “demere” (raccogliere). Sin da allora, dunque, designava la raccolta dell’uva destinata alla vinificazione. I romani adoravano questo periodo, tant’è che gli dedicarono una festività, i “vinalia rustica”, che cadeva ogni 19 Agosto. Ma non solo: chiamarono il mese di Settembre “mensis vindemialis” e lo consacrarono interamente alla vendemmia. In quei giorni, il lavoro nei vigneti veniva coniugato con feste e rituali in onore degli dei; i romani esprimevano così la loro gratitudine alle divinità per l’abbondanza del raccolto.
E qui torniamo al discorso iniziale: la vendemmia, al di là dell’importantissima funzione che ricopre a livello agricolo, è sempre stata un’attività ricca di significati. In primis rappresenta un momento di aggregazione fondamentale per la comunità agreste, un evento all’insegna della convivialità e della voglia di festeggiare. Ci si ritrova tutti insieme in vigna e la raccolta dell’uva viene celebrata con canti, stornelli, chiacchiere e risate. Il duro lavoro si alleggerisce lasciando il posto alla magia che impregna questa fase dell’anno agrario. Usanze e rituali abbondano, così come la superstizione. E una volta terminata la raccolta, ci si diverte tramite balli, degustazioni e musica rigorosamente suonata dal vivo. La vendemmia è una festa da condividere in compagnia.
In più, c’è un dato non trascurabile da prendere in considerazione: il vino produce ricchezza. E non solo in qualità di bevanda. L’enoturismo, ovvero il turismo del vino, ultimamente ha conosciuto un incremento eccezionale. Un  numero sempre maggiore di persone è attratto da mete che hanno fatto del vino la loro eccellenza. Si moltiplicano le visite alle cantine, ai grandi vigneti, alle aziende vinicole, per vivere esperienze che spaziano dal semplice giro di perlustrazione ai workshop, le attività all’aria aperta, le degustazioni, gli approfondimenti culturali sui “territori del vino”. Il valore del vino, di conseguenza, è inestimabile sia dal punto di vista economico ma anche socio-culturale: definisce l’identità di un luogo, ne sancisce le tradizioni, favorisce la socialità e la coesione sociale.
Continuando a parlare della vendemmia e delle sue usanze, notiamo che sono innumerevoli e variano da regione a regione. Si tratta di consuetudini secolari, ma per la maggior parte tuttora in uso: un modo per mantenere ben saldo il legame tra l’uomo e le proprie radici. Ma quali sono le tradizioni più diffuse nei vigneti d’Italia? Tanto per cominciare, prima ancora che la vendemmia inizi, la vigna dovrebbe essere benedetta da un sacerdote: questo gesto, oltre che a scacciare la malasorte e a porre il vigneto sotto la protezione divina, serve a garantire un raccolto vinicolo abbondante.
La data di inizio della vendemmia, solitamente, viene stabilita dopo un attento studio delle fasi lunari, che si pensa possano influire sull’uva e sulla sua pregiatezza. Si tratta più che altro di superstizioni, ma sono in pochi a non tenerle in conto. Per una buona vendemmia, dunque, ne andrebbe ponderato l’avvio con il calendario alla mano.
Il primo grappolo d’uva raccolto ha un’importanza decisiva. Lo si mostra a tutti i partecipanti, a volte lo si benedice, lo si passa di mano in mano, lo si condivide mangiandone qualche chicco a testa. Ciò assicurerebbe una buona riuscita della vendemmia e una copiosa raccolta di grappoli.
L’inizio della vendemmia è un momento cruciale: le tradizioni proliferano e sono tutte volte a propiziare il successo della pratica agricola. In molte regioni italiane, ad esempio, la prima persona che entra nel vigneto è determinante. Una classica figura di buon auspicio è la donna, che alcuni vogliono bionda e altri bruna. Costei sarebbe portatrice di fecondità.
E’ comune accompagnare la vendemmia con canti, stornelli e botta e risposta pepati tra i due sessi. Nelle Marche, per esempio, i più giovani erano soliti scambiarsi frasi di corteggiamento attraverso gli stornelli. Si faceva a gara a chi formulava la proposta più arguta, o a chi replicava con un’altrettanto arguta risposta. Gli adulti chiacchieravano tra loro del più e del meno. Si rideva molto, questo sì, e la fatica risultava dimezzata. In alcuni vigneti d’Italia, invece, si ritiene che la vendemmia vada svolta in silenzio: servirebbe a non risvegliare le entità naturali, che potrebbero vendicarsi rendendo l’uva di pessima qualità.
Vendemmiando, va fatta molta attenzione al numero di grappoli che contiene ogni cesta. Anche in questo caso, trionfa la superstizione: tuttavia, le credenze differiscono in ogni regione. Ad attirare la buona sorte potrebbe essere, a seconda del territorio, un numero pari o un numero dispari. Il numero pari sarebbe emblema di armonia, il numero dispari di straordinarietà.
Frequenti sono anche le usanze che riguardano il primo mosto, il succo dei grappoli schiacciati poco tempo prima: a scopo propiziatorio viene versato sul suolo oppure lo si usa per produrre il vino “apripista” dell’annata.
Lo spirito della vigna è una credenza popolare molto diffusa. Questo spirito veglierebbe sul vigneto proteggendolo costantemente; non è un caso che un gran numero di viticoltori gli dedichi preghiere o doni per attirarsi i suoi favori.
Esistono poi delle curiosità che voglio citare ispirandomi ancora una volta alla mia regione, le Marche. Torniamo per un momento alla raccolta dell’uva. I grappoli venivano inizialmente sistemati nelle ceste e, a filare ultimato, versati nelle cassette che con un biroccio (un carretto a due ruote) si trasportavano fino alla cantina. Lì le uve si scaricavano nelle “canà”, grandi vasche adibite alla pigiatura. Quindi iniziava il lavoro che uomini e donne compivano con i propri piedi, pigiando i chicchi per lasciar fuoriuscire il mosto. Il movimento era una sorta di saliscendi che coinvolgeva  in alternanza la punta e il tallone del piede. Questa operazione, a seconda della quantità d’uva raccolta, non era raro che durasse tre giorni di fila. L’elemento interessante è la leggenda che è stata imbastita attorno alla pigiatura: si narra che un conte, avendo notato che i pigiatori procedevano stancamente, mandò a chiamare un suonatore ambulante di organetto. Quando questi arrivò nella cantina, il conte gli chiese di suonare una ballata dal ritmo serrato e molto allegra. I pigiatori si rinvigorirono non appena la ascoltarono, si lasciarono trascinare dalla musica e diedero involontariamente vita a un ballo che fu chiamato “saltarello”: è tipico delle Marche e di molte regioni dell’Italia centrale, come il Lazio, l’Umbria e l’Abruzzo. Viene considerata una delle danze più antiche d’Italia; con la vendemmia ha dunque in comune, oltre che l’origine, le radici ancestrali.
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Pool Party: 10 spunti per organizzare una festa in piscina mozzafiato

 

Un pool party: che cosa c’è di meglio, quando l’estate è ormai agli sgoccioli ma il caldo continua a imperversare? Il divertimento è assicurato e senza limiti di orario, le attrattive sono molteplici: spaziano dal relax a bordo piscina, magari sorseggiando un buon cocktail, ai giochi, i balli, i tuffi, il buffet ricco di cibi e di bevande, le battaglie acquatiche sui gonfiabili, i dj set…Non c’è che l’imbarazzo della scelta. Per organizzare un pool party, naturalmente, vanno seguiti vari step. Vediamo quali.

 

 

1. La scelta della data e della location sono fondamentali. Date un’occhiata alle previsioni meteo per puntare su una giornata assolata e calda al punto tale da incrementare la voglia di tuffarsi in piscina. Lo spazio che circonda la piscina, inoltre, dovrebbe essere sufficientemente ampio da ospitare un buffet, divanetti e tavolini più diversi lettini prendisole e sedie a sdraio. Meglio ancora se quello spazio comprende alberi o zone ombreggiate per chi cerca riparo dal sole.

 

 

2. Un pool party può essere organizzato a tutte le ore. Di giorno, sotto il sole, risulterà brioso e travolgente; di sera si ammanterà di tutto il fascino del tramonto e del chiar di luna. Naturalmente, il mood sarà diverso: un party serale o notturno, di solito, emana un’atmosfera più suggestiva ed elegante, ma dipende anche dal tema scelto per la festa.

 

 

3. Ecco, appunto: il tema. Dare un titolo al party è l’ideale per far sì che abbia una linea ben definita. L’organizzazione della festa ruoterà attorno al tema, dress code (o sarebbe meglio dire bikini code!) compreso. Optate per un nome evocativo, originale, divertente, e realizzate uno scenario che lo rappresenti. Gli allestimenti, le luci, il buffet, le decorazioni…tutto dovrà essere in armonia con il titolo e il tema prescelti. Ovviamente, sarà necessario che comunichiate entrambi ai vostri ospiti nell’invito al pool party. Al momento di allestire la location, la parola d’ordine è solo una: fantasia. Lasciate la creatività a briglia sciolta e osate, stupite, meravigliate chi partecipa alla festa! Magari, pensate a qualche gadget da donare agli invitati come souvenir dell’evento.

 

 

4.Per quanto riguarda l’allestimento, via libera ai gonfiabili in tutti i colori e le forme possibili, decorazioni a bordo piscina, ventagli dalle suggestioni esotiche e vassoi galleggianti per chi volesse sorseggiare l’aperitivo direttamente in acqua. Se un angolo adibito ai selfie è ormai un must in qualsiasi tipo di festa, gli asciugamani da distribuire ai vostri ospiti sono altrettanto obbligatori.

 

 

5. La musica, in un un pool party, è fondamentale. Poter contare su un dj set sarebbe perfetto, soprattutto se la playlist è in linea con il tema della festa.

 

 

6. Quali bevande scegliere per un pool party? Considerando che fa ancora molto caldo, andrebbero completamente eliminati i superalcolici. Sì invece alla birra, alla sangria, all’Aperol Spritz, alla Pina Colada, al Mojito, e in generale a tutti i cocktail fruttati, super rinfrescanti. Se il party è serale e dall’impronta glamour, non dimenticate un buon vino bianco, meglio se frizzante.

 

 

7. Il rinfresco, come d’altronde qualsiasi dettaglio della festa, dovrà ruotare attorno al tema e all’orario di inizio. Per un pool party, comunque, solitamente si predilige il finger food: sbizzarritevi con ricette e spunti non convenzionali. Un’idea passepartout è il guacamole, la tipica salsa messicana a base di avocado che potrete arricchire di ingredienti come le olive, il pomodoro o la cipolla rossa. Si prepara velocemente e può essere accompagnata da crostini che la rendono ancora più appetitosa.

 

 

8. Il pool party serale è imperniato su un mood differente anche rispetto al cibo e alle bevande: l’apericena è di rigore, e può includere sia alimenti dolci che salati. Il pesce risulta gettonatissimo anche in versione finger food, mentre gli stuzzichini ispirati alla cucina etnica rappresentano un input sempre vincente. Una speciale area adibita ai cocktail trasformerà il pool party in una raffinata festa a bordo piscina.

 

 

9. Uno dei punti di forza del pool party dal tramonto all’alba è l’illuminazione. Il momento in cui il sole cala e le luci si accendono possiede un’incredibile magia: potrete utilizzare catene di luci led, lanterne che galleggiano sulla superficie della piscina oppure di carta, in stile cinese, lampade al neon colorato (impazzano quelle che riproducono la sagoma di una palma o di un fenicottero), candele finte al led per una romantica atmosfera “a lume di candela”, barattoli e bottiglie ripieni di minuscole luci led effetto lucciole…La location risulterà intrisa d’incanto.

 

 

10. Concludo ritornando su un accessorio imprescindibile del pool party: i gonfiabili. Le estati scorse hanno sancito il trionfo dei fenicotteri e degli unicorni, ma quali sono le tendenze attuali? Amache, poltrone, materassi e grandi cuscini la fanno da padrone, ma i modelli più spettacolari riguardano ancora una volta i fenicotteri: per l’estate 2024 sono diventati luminosi, racchiudendo una luce interna che si alimenta ad energia solare, si accende al crepuscolo e dona al gonfiabile una magnifica tonalità cangiante. L’effetto è sbalorditivo, i colori sembrano fosforescenti…e i fenicotteri luminosi, circondati da ciambelle e cigni dalle stesse caratteristiche, sono in buona compagnia.

 

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Notte d’estate

 

L’estate non è solo sole, caldo cocente e cielo azzurro. L’estate è anche magia notturna: cielo invaso da un tripudio di stelle, pleniluni che riflettono i loro bagliori sul mare, bagni di mezzanotte in bilico tra euforia e mistero, flirt vissuti sulla spiaggia sotto l’irresistibile luccichio astrale. Da oggi in poi, e per una settimana, con VALIUM esploreremo questo lato della stagione calda. L’incanto delle ore buie, dove il silenzio viene soppiantato dalla musica, dal vocio e dalle risate di chi “fa serata”, l’andirivieni sul lungomare o nelle strade e nelle piazze dove nascono gli amori e si intrecciano le relazioni. Ma la notte d’estate è fatata ovunque la si viva: pensate alla suggestività di un campo appena mosso dal vento, al canto ritmico dei grilli, allo sfavillio delle lucciole…a un assiolo che rompe la quiete con il suo canto ipnotico e inconfondibile. Da Giugno a Agosto, la notte si impregna di fascino in ogni luogo. Persino nel firmamento, dove a breve potremo ammirare diversi sciami meteorici in tutto il loro splendore e la luminosità ammaliante della Luna del Cervo. La notte, d’estate, non è fatta per dormire, ma per essere vissuta…Stay tuned su VALIUM!

 

Paolo e la Principessa

 

“Allorchè Paolo era arrivato a Milano colla sua musica sotto il braccio — in quel tempo in cui il sole splendeva per lui tutti i giorni, e tutte le donne erano belle — avea incontrato la Principessa: le ragazze del magazzino le davano quel titolo perchè aveva un visetto gentile e le mani delicate; ma soprattutto perch’era superbiosetta, e la sera, quando le sue compagne irrompevano in Galleria come uno stormo di passere, ella preferiva andarsene tutta sola, impettita sotto la sua sciarpetta bianca, sino a Porta Garibaldi. Così s’erano incontrati con Paolo, mentre egli girandolava, masticando pensieri musicali, e sogni di giovinezza e di gloria, — una di quelle sere beate in cui si sentiva tanto più leggiero per salire verso le nuvole e le stelle, quanto meno gli pesavano lo stomaco e il borsellino. — Gli piacque di seguire le larve gioconde che aveva in mente in quella graziosa personcina, la quale andava svelta dinanzi a lui, tirando in su il vestitino grigio quand’era costretta a scendere dal marciapiedi sulla punta dei suoi stivalini un po’ infangati. In quel modo istesso la rivide due o tre volte, e finirono per trovarsi accanto. Ella scoppiò a ridere alle prime parole di lui; rideva sempre tutte le volte che lo incontrava, e tirava di lungo. Se gli avesse dato retta alla prima, ei non l’avrebbe cercata mai più. Finalmente, una sera che pioveva — in quel tempo Paolo aveva ancora un ombrello — si trovarono a braccetto, per la via che cominciava a farsi deserta. Gli disse che si chiamava la Principessa, poichè, come spesso avviene, il suo pudore rannicchiavasi ancora nel suo vero nome, ed ei l’accompagnò sino a casa, cinquanta passi lontano dalla porta. Ella non voleva che nessuno, e lui meno d’ogni altro, potesse vedere in qual castello da trenta lire al mese vivessero i genitori della Principessa. “

Giovanni Verga, da “Primavera” (edizione critica a cura di Giorgio Forni e Carla Riccardi. Fondazione Verga, Interlinea.)

 

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