Le Frasi

 

“Accadono al mondo, a volte, certe piccole cose che non valgono più di una nuvola leggera e son cose di giovinezza, rapidissime, da scordar subito perché il vento è mutevole, in primavera, e la gioia non si sa neppure se sia giunta, che, già, a guardarla, trascolora.”

(Antonio Beltramelli, da “I tre tempi”. Milano, 1929, Arnoldo Mondadori Editore)

 

Fiocchi di neve: l’origine e la formazione di uno dei fenomeni più affascinanti dei mesi freddi

 

Alcuni fiocchi si sono smarriti, brancolano indietro verso il cielo:
Incontrando quelli che cadano in lente volute, si volgono e ridiscendono.
(Thomas Hardy)

La neve ha già fatto la sua comparsa, ammantando di candore buona parte dell’Italia. E a me è venuta voglia di conoscere meglio questo fenomeno atmosferico: ad esempio, che cos’è davvero un fiocco di neve? Da quali elementi è composto, perchè si dice che ognuno sia diverso dall’altro? Ecco che cosa ho scoperto.

Fiocchi di neve: da dove provengono

I fiocchi di neve prendono vita nelle nuvole, precisamente dal loro vapore acqueo. Affinchè questo accada, naturalmente, le temperature devono essere calate sottozero: quando ciò avviene, l’acqua si tramuta dapprima in gas, poi in ghiaccio, concentrandosi intorno a microscopici corpuscoli di polvere contenuti nell’aria. Da tale fenomeno si originano esagoni di ghiaccio di piccole dimensioni, altrimenti detti “cristalli di ghiaccio”, che costituiscono il nucleo dei fiocchi di neve. In quel momento i cristalli si trovano ancora nella nube, cioè al suo interno. E iniziano a ondeggiare, a eseguire movimenti in salita o in discesa: questo movimento fa sì che il vapore circondi i cristalli e brini attorno a loro, rendendoli più voluminosi. Generalmente il vapore, e poi la brina, si ammassano sugli spigoli. Le temperature e l’umidità, a quel punto, diventano essenziali nel determinare la forma dei fiocchi di neve. Possono, cioè, far sì che mantengano la struttura di piccoli prismi a base esagonale oppure ramificarli, variando totalmente la loro conformazione. Nel frattempo, i cristalli si moltiplicano e ingrandiscono al tempo stesso. Quando raggiungono dimensioni sufficientemente voluminose, la forza di gravità li spinge a cadere in massa dalla nuvola. Ma non finisce qui…

 

 

Nessun fiocco è uguale all’altro? Vero

Mentre i fiocchi di neve cadono, l’umidità e la temperatura continuano a fare il loro “gioco”: le variazioni che le coinvolgono sono decisive per definire l’aspetto dei cristalli di ghiaccio in discesa; a volte, cambiano talmente di continuo da dar vita a fiocchi di neve che esibiscono caratteristiche ben precise. Possono essere ramificati, piatti, appuntiti…La scienza li suddivide in queste forme principali: le piastrine sono fiocchi piatti dalla forma esagonale; gli aghi, o colonne, hanno una forma esagonale ma allungata; i dendriti stellari sono i classici fiocchi di neve, quelli che l’iconografia di riferimento rappresenta con sei ramificazioni “ornate”; i prismi sono esagonali, compatti e “minimal”; i cristalli triangolari si accompagnano a temperature e livelli di umidità del tutto singolari. Non esistono due fiocchi di neve uguali, quindi, perchè il percorso di ognuno verso il suolo viene influenzato da diverse condizioni. Le molecole d’acqua dell’umidità, concentrandosi attorno al cristallo di ghiaccio, accrescono e modificano continuamente la sua struttura. Pare che un’umidità estremamente elevata origini fiocchi di neve con un alto numero di ramificazioni.

 

 

Anche la temperatura è fondamentale: è stato rilevato che i dendriti stellari si formano esclusivamente con temperature di -15°, mentre la formazione degli aghi richiede una temperatura di – 5°e quella dei prismi di -20°. Anche in questo caso esiste una sorta di regola; i fiocchi di neve più elaborati saranno, infatti, quelli originati da bassissime temperature.

 

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Nebbia, dal latino “nebula”

 

L’Autunno è la stagione delle prime nebbie. Un fenomeno affascinante per alcuni, fastidioso per altri. Ma vi siete mai chiesti cosa sia davvero quella nuvola immortalata tante volte nei film di Federico Fellini? Il termine nebbia ha origini latine: “nebula”, nell’antica Roma, poteva significare sia “nebbia” che “nuvola”. In effetti, la nebbia non è altro che una nuvola che si forma, anzichè nel cielo, direttamente sopra il suolo. In Autunno sorge soprattutto di sera, o di notte, quando le temperature si raffreddano considerevolmente e in modo repentino. Ma affinchè si formi la nebbia, è necessario che l’aria fredda raggiunga il cosiddetto “punto di rugiada”, che è quello in cui il vapore acqueo si condensa. Quando l’umidità arriva al 100%,  il vapore acqueo presente nella massa d’aria comincia a condensare originando fittissime e minuscole gocce d’acqua: una vera e propria nuvola a contatto con il suolo e sospesa nell’atmosfera.

 

 

Di giorno, il calore dei raggi del sole fa sì che le goccioline evaporino, tramutandosi in vapore acqueo. Ma quando scende la sera, e il freddo e l’umidità aumentano notevolmente, il vapore acqueo condensa, ovvero torna allo stato liquido, trasformandosi nelle goccioline d’acqua che compongono la nebbia. Quali sono i parametri per definire la nebbia, assicurarsi che si tratti di nebbia davvero e non di foschia? L’Organizzazione Meteorologica Mondiale ha deliberato l’utilizzo del termine “nebbia” nel caso la visibilità risulti inferiore a un chilometro. Quando la visibilità è inferiore ai 30 metri, si parla di “nebbia densa”; se è compresa tra i 50 e i 30 metri di “nebbia fitta”, tra i 50 e i 200 metri di “nebbia spessa”. Con “foschia”, invece, si indica una riduzione della visibilità che va dall’uno ai cinque chilometri.

 

 

Esistono tanti tipi di nebbia: da irraggiamento, da avvezione, da umidificazione, frontale, sopraffusa, alta…Senza entrare troppo nei dettagli, voglio soffermarmi su una nebbia intrisa di meraviglia. Nelle aree artiche e antartiche, dove la temperatura oltrepassa abbondantemente il punto di congelamento (e può arrivare, per intenderci, fino a – 30 o – 40 gradi), il vapore acqueo si tramuta in microscopici cristalli di ghiaccio. Si parla dunque di “nebbia gelata”. Sempre in queste zone esiste poi una nebbia chiamata “polvere di diamante”: è una sorta di pioggia di aghi di ghiaccio che non riduce la visibilità e si manifesta con un cielo completamente limpido e soleggiato.

 

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Quando la mimosa diventò il fiore simbolo dell’8 Marzo

 

Andavo a San Jeronimo
verso il porto
quasi addormentato
quando
dall’inverno
una montagna
di luce gialla,
una torre fiorita
spuntò sulla strada e tutto
si riempì di profumo.
Era una mimosa.
(Pablo Neruda, “Mimosa”)
La Giornata Internazionale della Donna e l’ Acacia Dealbata, in Italia, sono un tutt’uno. Questa pianta, meglio conosciuta con il nome di mimosa, appartiene alla famiglia delle Fabaceae e sfoggia una nuvola di fiori gialli, a grappoli e profumatissimi. Ma come è diventata il fiore simbolo dell’8 Marzo? Tutto ebbe origine nel secondo dopoguerra. La Festa della Donna, nel nostro paese, divenne una ricorrenza a partire dal 1946 e si cominciò a cercare un fiore che potesse rappresentarla. Inizialmente fu proposta la violetta, un’icona della sinistra europea. L’idea non incontrò però il favore di diversi dirigenti del Partito Comunista: la violetta, a loro avviso, era un fiore troppo dispendioso e neppure così presente sul territorio italiano. La soluzione arrivò per caso, del tutto all’improvviso. Due donne appartenenti all’UDI, Unione Donne Italiane, un giorno si imbatterono in un albero, l’Acacia Dealbata, che ostentava una chioma di magnifici fiori gialli. Teresa Mattei e Rita Montagnana, questi i nomi delle donne in questione, erano entrambe antifasciste. La prima era stata attivamente coinvolta nella lotta partigiana; la seconda, oltre ad aver fondato l’UDI, militava nel PCI. Insieme a Teresa Noce, annoverata tra i fondatori del partito, Mattei e Montagnana furono le più convinte sostenitrici della scelta della mimosa come simbolo dell’ 8 Marzo. E proprio Teresa Mattei appoggiò fortemente quest’opzione: la mimosa era un fiore modesto ma bellissimo, luminoso, molto diffuso nelle campagne, e i partigiani, durante la guerra, usavano regalarlo alle staffette.
Da allora, in Italia, la Festa della Donna è stata associata indissolubilmente a questo fiore di un giallo brillante. Molti altri elementi contribuirono a motivare la sua scelta: secondo la florigrafia, ovvero il linguaggio dei fiori, la mimosa è un emblema di forza, autonomia e sensibilità femminile; incarna un’idea di libertà ed emancipazione. In più, fiorisce poche settimane prima dell’8 Marzo e cresce spontanea un po’ ovunque, laddove il clima lo permette. E’ estremamente facile, quindi, reperire un mazzo di mimose da regalare a un’amica, una compagna, una madre o una collega (per fare solo qualche esempio) senza spendere troppo. E poi, non va dimenticato che è un fiore solare, particolarissimo, vibrante…molto scenografico.

Le Frasi

 

” Se vuoi vedere le valli, sali in vetta ad una montagna; se vuoi vedere la vetta di una montagna, sali su una nuvola; se invece aspiri a comprendere la nuvola, chiudi gli occhi e pensa. “

(Khalil Gibran)

 

Nebbia

 

“È l’incertezza che affascina. La nebbia rende le cose meravigliose.”

 (Oscar Wilde)

 

Le sere in cui cala, equivalgono a una certezza: il Solstizio d’ Inverno si avvicina a grandi passi. Dicono che oggi sia piuttosto rara, eppure a me non risulta. E quando avvolge la visuale nella sua nuvola, il mondo circostante si riempie di magia. Sarà che la nebbia, da sempre, evoca un universo onirico dove i rumori sono attutiti e le cose acquisiscono contorni indistinti, ma nessun altro fenomeno è in grado di creare una simile atmosfera sospesa. Arriva in pieno Autunno, si insinua lungo le vie e i viali ricoperti da tappeti di foglie. Fa la sua comparsa all’ imbrunire e nella notte si infittisce. Al sorgere dell’ alba, di solito, raggiunge il culmine del suo spessore: il paesaggio appare sfocato, confuso nello strascico dei nostri sogni; le coordinate di spazio e di tempo svaniscono. Camminando, procediamo navigando a vista. E’ come se esplorassimo un luogo sconosciuto, dove la realtà viene sostituita con dosi massicce di fantasia. Non è un caso che i panorami brumosi siano stati celebrati da molti registi, Federico Fellini su tutti. La nebbia lascia spazio all’ immaginazione. Nella sua coltre potrebbe celarsi qualsiasi cosa: nuovi scenari, creature fantastiche, una flora e una fauna mai viste. Lungo il tragitto, potresti imbatterti nelle sorprese più incredibili. Un po’ come quando Oliva (il fratello di Titta), in “Amarcord”, si dirige a scuola con passo spedito attraversando il bosco: tra gli alberi, resi spettrali da una fitta nebbia, all’ improvviso gli si para davanti un imponente toro bianco. E’ una visione inattesa, quasi un’ allucinazione, che lo fa fuggire via terrorizzato. Eppure, apparizioni spaventose a parte, il bello della nebbia è proprio questo. Il fatto, cioè, che riesca a far convivere realtà e sogno. Tutto diventa possibile, l’onirico si fa tangibile. E la vita, seppure per un breve lasso di tempo, assume i connotati di una fiaba la cui trama è tutta da scrivere.