Le Frasi

 

” I pesci rossi sono come petali di rosa che volteggiano aprendo la bocca sfiorano il fondo e poi volano con un soffio raggiungendo le costellazioni brillanti.”

(Isabella Santacroce)

 

Le leggende sulla margherita, il fiore più amato di Marzo

 

Il mese di Marzo coincide con il picco della sua fioritura. Non è un caso che la margheritina (nome botanico “Bellis Perennis”), anche detta pratolina, venga considerata uno dei fiori più caratteristici della Primavera. In Italia è diffusissima. Nasce abitualmente tra l’erba; è comune vederla proliferare nei prati, nei parchi e nei giardini. Chi non la ricorda quando, sbocciata con il primo sole, cospargeva le aiuole che ospitavano i giochi della nostra infanzia? E’ un fiore talmente amato da essere circondato da innumerevoli leggende.

La leggenda di Margherita di Provenza

Pensiamo a un gioco, il famoso “m’ama, non m’ama”: alle sue origini c’è un mito che riguarda nientemeno che Margherita di Provenza, sposata al re Luigi IX di Francia. Si narra che, nel 1248, il re fu catturato dai Saraceni nel corso della settima crociata. Mentre era prigioniero in Egitto, il fratello della regina consorte donò a quest’ultima una margherita: le suggerì di strappare giorno dopo giorno i suoi petali accompagnando ad ognuno una preghiera; sarebbe stato un potente gesto di devozione e fedeltà nei confronti del re. Margherita seguì il suo consiglio e, al ritorno di Luigi IX dall’Egitto, mostrò al marito la cesta di petali raccontandogli delle sue orazioni. Il re accolse la notizia con estrema gioia, dopodichè ordinò di apporre sullo stemma della sua dinastia, quella dei Capetingi, tre margherite argentate in onore della moglie.

 

 

La leggenda della ninfa Belide

Questa leggenda è incentrata su Belide, una bellissima ninfa dei boschi. Un giorno Vertumno, il dio etrusco-romano delle stagioni, dei frutti e dei giardini, la vide e si invaghì perdutamente di lei. Decise che l’avrebbe sedotta grazie alle metamorfosi di cui si avvaleva spesso, in quanto dio del ciclo vegetativo, ma Belide lo detestava e aveva a cuore la sua virtù. Per sfuggire al corteggiamento inopportuno di Vertumno, quindi, chiese aiuto agli dei. Costoro accolsero la sua supplica e la tramutarono in una pratolina; è proprio da Belide che deriva il nome botanico di questo splendido fiore, Bellis Perennis, associato alla purezza e all’umiltà.

 

 

La leggenda dei fioretti

Secondo una leggenda di matrice cristiana, un angelo racchiuse in un sacco tutti i fioretti fatti dai bimbi buoni. Mentre era in volo per portarli a Gesù, all’improvviso il sacco si aprì lasciandoli volteggiare sul suolo. Da tutti quei fioretti nacque un tripudio di margheritine.

 

 

La leggenda del fiocco di neve

Un’altra leggenda racconta la storia di un fiocco di neve. Un  giorno la Primavera, seguita dal suo corteo di fiori, approdò sulla Terra. L’Inverno non ne voleva sapere di andarsene e il paesaggio era ancora tutto ammantato di neve; ma quando la lepre pasquale lo fece presente alla Primavera, quest’ultima chiese aiuto al Sole e il gelo si dileguò in un batter d’occhio. La luce era tornata, il clima era mite; gli animali e gli umani gioivano di contentezza. Però, a un tratto, si udì uno strano pianto. La lepre di Pasqua andò nella sua direzione e vide un fiocco di neve disperato: si struggeva perchè non voleva sciogliersi come era già avvenuto al ghiaccio. La lepre lo prese con sè e lo portò dalla Primavera per avere un consiglio. La Primavera, così, gli regalò un piccolo seme incantato e disse alla lepre di seguire alla lettera le sue istruzioni: avrebbe dovuto posare il fiocco sul suolo e ricoprirlo con una manciata di terra; non doveva aver paura, si trattava di un letargo dalla durata di una settimana. La lepre fece come la Primavera disse, e quando, dopo una settimana, andò a svegliare il fiocco di neve, notò che si era trasformato in una preziosa margherita.

 

Foto di Daiga Ellaby via Unsplash +

 

L’incantevole fascino del plumbago, il gelsomino azzurro

 

E’ talmente incantevole che Dolce & Gabbana gli hanno dedicato il nuovo profumo della collezione Dolce, Blue Jasmine: un ammaliante connubio a base  di gelsomino Sambac, legno di cedro e fico blu di Sicilia. Eppure, questo meraviglioso fiore dal colore a metà tra l’azzurro e l’indaco con il gelsomino non ha nulla a che vedere. Il suo nome è plumbago, ma viene comunemente chiamato piombaggine oppure gelsomino azzurro (ed ecco il legame con Blue Jasmine). Ho pensato di conoscerlo meglio dopo l’articolo sulla florigrafia che ho pubblicato ieri, perchè lo merita. A proposito, qual è il significato simbolico del plumbago nel linguaggio dei fiori? Viene considerato un emblema di intesa, di complicità. Forse perchè le sue infiorescenze sono riunite in grappoli e il colore dei suoi cinque petali, che rievoca il cielo al momento dell’ alba o del crepuscolo, rimanda a una serena consapevolezza.

 

 

Tuttavia, curiosamente, pare che il nome del plumbago derivi dalla tonalità plumbea dei suoi fiori. Tale teoria risulta probabile in quanto a volte assumono sfumature che tendono al lilla e, in condizioni di scarsa luminosità, vagamente al grigio. L’ ipotesi più attendibile è quella che fa risalire la denominazione del fiore al latino “plumbum”, piombo, poichè anticamente si riteneva che il plumbago fosse efficace contro l’avvelenamento da piombo. Questa pianta perenne, appartenente alla famiglia delle Plumbaginaceae, sboccia tipicamente nei mesi estivi. E’ originaria dell’Africa meridionale ed è molto diffusa nell’ Europa del Sud. Secoli orsono, veniva ampiamente utilizzata per le sue virtù curative: le popolazioni se ne servivano per guarire dalle patologie della vista, dal mal di denti, dalle fratture, dalle ferite e persino dal morso dei serpenti velenosi. Va aggiunto che, essendo una pianta velenosa il plumbago stesso, è pericolosissimo ingerirlo.

 

 

Grazie alla sua bellezza scenografica, non è raro che il plumbago orni e impreziosisca i terrazzi e i giardini. Chi ama le farfalle, poi, deve sapere che può attrarne in quantità: adorano il suo nettare e gli svolazzano intorno in grandi sciami con le loro ali variopinte. Ma il plumbago sfoggia unicamente quella splendida nuance che spazia tra l’azzurro e l’indaco? La risposta è no: la specie di cui sopra, detta Plumbago auriculata, viene affiancata dal Plumbago indica, i cui fiori ostentano un rosso intenso, e dal Plumbago zeylanica, con infiorescenze bianche. Il plumbago cresce sia sotto forma di rampicante che di arbusto, e ciò lo rende sommamente eclettico; resiste alla siccità e non ha specifiche esigenze climatiche. Inoltre, richiede una manutenzione poco elaborata e vanta fiori profumatissimi: un dettaglio che non stupisce, dato l’omaggio olfattivo che Dolce & Gabbana hanno intitolato al “gelsomino azzurro”.

 

Foto via Pexels

 

La violetta, un preludio di Primavera

 

E’ il fiore di Febbraio per eccellenza: la violetta, o viola mammola, o mammola semplicemente, appartiene alla famiglia delle Violaceae e il suo nome botanico è Viola Odorata. Fiorisce quando l’Inverno è prossimo alla fine, annunciando i primi indizi di Primavera nei prati, lungo i fiumi e nelle radure dei boschi. Essendo una viola selvatica, predilige le zone ombreggiate e umide poichè resiste al freddo intenso. Ciò non toglie che ami anche il sole, i cui raggi rendono ancora più vivida la sua tonalità di viola. Ha un profumo inconfondibile, la corolla composta da cinque petali: due puntano verso il cielo, i rimanenti tre verso terra. Le foglie, a forma di cuore, sono di un verde luminoso. La viola selvatica, inoltre, ha una marcia in più rispetto a molti altri fiori: è edibile e vanta proprietà curative. Ricche di vitamina A e C, le sue foglie favoriscono l’eliminazione delle tossine e vengono utilizzate come verdure o insieme alle insalate e alle minestre. Con i suoi fiori, invece, si preparano dolcissimi sciroppi aromatizzanti e coloranti alimentari. Le virtù antinfiammatorie rendono l’infuso di Viola Odorata perfetto per i malanni da raffreddamento. Non dimentichiamo, poi, che l’inebriante profumo della violetta è contenuto in una delle più celebri fragranze italiane: tutto ebbe inizio quando Maria Luigia D’Asburgo, seconda moglie di Napoleone, divenne Duchessa di Parma, Piacenza e Guastalla nel 1816. A Parma, il profumo delle mammole affascinò la Duchessa al punto tale da spingerla a chiedere ai frati del Convento della Santissima Annunziata di prepararle un’essenza che lo contenesse. I frati furono ben lieti di esaudire il desiderio di Maria Luigia, e realizzarono un profumo, la “Violetta di Parma”, ad esclusivo uso della Duchessa. La formula della fragranza, custodita gelosamente dai frati, rimase segreta fino al 1870, quando venne comunicata a Luigi Borsari dai religiosi stessi. L’imprenditore, allora, pensò di commercializzare la “Violetta di Parma” destinandola al grande pubblico: la racchiuse in flaconi raffinatissimi, preziosamente decorati, che tuttora la rendono uno dei profumi più richiesti e iconici del Made in Italy.

 

 

Per omaggiare la viola selvatica, un preludio del risveglio della natura, voglio concludere questo post con una nota poesia di Ada Negri (1870-1945): “Le violette”, questo il suo titolo, è inclusa nella raccolta “Vespertina” pubblicata nel 1936.

Le violette

Anche quest’ anno andrai per violette
lungo le prode, nel febbraio acerbo.
Quelle pallide, sai: che han tanto freddo,
ma spuntano lo stesso, appena sciolte
l’ultime nevi; e fra uno scroscio e un raggio
ti dicono: «Domani è primavera.»
Ogni anno ti confidi al tuo tremante
cuore: «È finita», e pensi: «Non andrò
per violette – ché passò il mio tempo –
lungo le prode, nel febbraio acerbo.»
Invece (e donde ignori, e da qual bocca)
una voce ti chiama alla campagna:
e vai; e i piedi ti diventan ali,
sì alta è la promessa ch’è nell’aria.
E per amor dell’esili corolle
quasi senza fragranza, ma beate
d’esser le prime, avidamente schiacci
con gli steli la zolla entro le dita.
O sempre nuova, o non guarita mai
dell’inquieto mal di giovinezza,
a chi dunque darai le tue viole?
A nessuno: a te stessa: o, forse, ad una
fanciulla che ti passi, agile, accanto,
e ti domandi dove tu l’hai colte:
sola n’è degna, ella che fresca ride
come il febbraio; e non si sa qual sia
più felice, se ella, o primavera.

 

Foto: AnRo0002, CC0, da Wikimedia Commons

 

L’incantesimo di San Giovanni

 

Eteree creature volteggiano sui prati come fate, grandi ali impalpabili e piedi che affondano nell’ erba alta. Tutto intorno, i fiori di iperico si moltiplicano in una sconfinata distesa gialla. E’ il giorno di San Giovanni, un magico preludio d’ estate. Il sole, già alto, con i suoi raggi ha spazzato via le ultime tracce di una notte stregata. Ma l’incantesimo persiste: l’aria è calda, avvolgente, impalpabile come un tulle tinto di tenui colori candy….e la mattina è iniziata con il delizioso tocco dei petali e della rugiada sulla pelle. L’ acqua di San Giovanni rimane la tradizione più amata di questa ricorrenza, l’ incontro tra il cocente sole estivo e la portentosa guazza lunare. Si dice che propizi la fortuna, calamiti l’amore e preservi la salute, poichè le gocce che di notte si posano sui fiori li caricano di un potere immenso. Non stupisce affatto che, ormai da secoli, la festa di San Giovanni esordisca con un rito purificatore dall’ incanto irresistibile e sempiterno.