Halloween e le sue superstizioni

 

La superstizione mette il mondo intero in fiamme, la filosofia le spegne.
(Voltaire)

 

Quale ricorrenza, se non Halloween, potrebbe essere più intrisa di mistero e superstizione? Nella notte in cui il velo tra il mondo dei vivi e quello dei morti diventava labile, quasi inesistente, tutto poteva succedere. E il popolo, nel tentativo di affrontare come meglio poteva queste ore cariche di potenti vibrazioni esoteriche, cercava rassicurazione nelle pratiche superstiziose. I simboli stessi di Halloween sono coinvolti in quel bagaglio di credenze: il gatto nero, il pipistrello, il gufo, la Jack-O’-Lantern, le maschere degli antichi Celti, fanno tutti parte dell’immaginario scaramantico tipico della festa. Ma in che modo, e con quali significati? Lo scopriamo in questo articolo.

 

Il gufo

Secondo una credenza medievale, il gufo era una strega sotto mentite spoglie. Si riteneva che i gufi, insieme ai gatti neri, accompagnassero le streghe ai Sabba volando sulle loro scope: ciò avveniva in quanto il gufo veniva considerato un “famiglio”, ovvero un’entità soprannaturale che fungeva da assistente della strega. Di conseguenza imbattersi in un gufo, o anche solo ascoltare il suo canto, era di cattivo augurio. A questa fama del gufo ha senz’altro contribuito uno dei suoi nomi in latino, “stryx”, dal significato, appunto, di “strega”; ragion per cui persino nell’antica Roma era reputato un uccello che attraeva la malasorte. In molte zone d’Italia, il gufo viene guardato tuttora con diffidenza: basti pensare al verbo “gufare”, comunemente usato nel linguaggio colloquiale. Oggi come ieri, per molti, sentire un gufo che bubola nel profondo della notte è un presagio di morte e di sventura.

 

La scopa

La scopa, in epoca medievale, veniva ritenuta il mezzo di trasporto delle streghe per eccellenza. L’associazione con le “adoratrici del Demonio” non è venuta meno neppure nei secoli successivi: la scopa è considerata una sorta di amuleto che ripulisce la vita dalle energie negative e dalla sfortuna. Anticamente, tenere una scopa rovesciata dietro la porta d’ingresso eliminava il malocchio e impediva alle streghe di entrare. Questa usanza è sopravvissuta fino ai giorni nostri.

 

Il gatto nero

Anche al gatto nero, purtroppo, nel Medioevo è toccata la stessa nomea del gufo: quello di famiglio della strega, di suo fedele assistente. Per questo motivo, i gatti neri venivano considerati animali di cattivo augurio. Ma non solo: moltissimi felini, all’epoca della caccia alle streghe, furono bruciati sul rogo poiché reputati creature stregonesche o incarnazioni del Demonio.

 

Le zucche (Jack-O’-Lantern)

La superstizione conferisce alle zucche intagliate di Halloween dei poteri magici: durante la notte del 31 Ottobre, utilizzate a mò di lanterne, venivano lasciate davanti alla porta d’ingresso per illuminare la strada ai defunti che tornavano dall’aldilà e, al tempo stesso, scacciare gli spiriti maligni.

 

Il fuoco

La notte di Halloween, oltrepassare con un salto i falò sacri era un rito che simboleggiava la purificazione, fortificava lo spirito e garantiva la buona sorte. Chi non riusciva nell’impresa, esitava o si ritrovava con gli abiti bruciati, era condannato a un inverno all’insegna della sfortuna, delle malattie e dei problemi economici. Oppure, non sarebbe sopravvissuto all’Halloween dell’anno prossimo e lo avrebbero travolto delle orribili tragedie familiari.

 

Il focolare spento

Gli antichi Celti, al tramonto del 31 Ottobre, erano soliti spegnere il focolare nella loro dimora. Questa usanza aveva uno scopo ben preciso: nella notte in cui il mondo dei morti e quello dei vivi non avevano più barriere, una casa buia e fredda sarebbe stata ignorata dalle entità malvagie e dagli spiriti che tornavano dall’Oltretomba in cerca di un corpo in cui insediarsi. Il fuoco si riaccendeva solo con i tizzoni ardenti che i capifamiglia, quella notte stessa, avrebbero prelevato dal grande Fuoco Sacro acceso dai Druidi: un gesto simbolico che garantiva la protezione delle divinità durante i mesi invernali e cementava il legame sussistente tra i membri della comunità.

 

Le Dame Bianche

Quando calava l’oscurità, ad Halloween si aggiravano anche leggiadre figure fantasmatiche: erano le Dame Bianche, fate spettrali che erravano alla ricerca di uomini da imprigionare nei loro tumuli (monumenti funerari composti da cumuli di pietre, sabbia o terra innalzati su un gruppo di sepolcri). Per impedire che ciò avvenisse, le donne solevano mettere dolci o gustose pietanze davanti alla porta di casa: le leccornie avrebbero distratto le Dame Bianche e la famiglia avrebbe conquistato la loro benevolenza.

 

Il ragno

Il ragno, essendo leggendariamente associato alle streghe e alle loro pozioni, veniva considerato di malaugurio e addirittura pericoloso: la sua sola vicinanza generava energia negativa e nuoceva a tutti coloro che gli erano accanto, che fossero uomini o animali.

 

Le maschere degli antichi Celti

Molte superstizioni di Halloween, come abbiamo già visto, riguardavano l’accesso al mondo dei vivi di cui quella notte godevano gli spiriti maligni e le anime dei defunti. Per confondere e spaventare le entità malvagie, gli antichi Celti avevano l’abitudine di indossare maschere e costumi terrificanti. Si riteneva che ciò le avrebbe allontanate, o comunque destabilizzate.

 

I fuochi fatui

L’immagine della zucca intagliata e illuminata, la cosiddetta Jack-O’-Lantern, si ricollega alla simbologia del fuoco fatuo: vengono così chiamate le fiammelle che si accendono all’improvviso, prossime al suolo, dove il terreno è molto umido; ad esempio nei cimiteri, nelle paludi o nei boschi. Queste luci misteriose e spettrali, nella tradizione anglosassone e di alcuni paesi europei, erano anime senza pace. Non essendo state accettate né in Inferno né in Paradiso, vagavano errabonde. Si pensava anche che fossero demoni o folletti (i britannici li chiamano “will-o’-the-wisp”) estremamente malvagi e dispettosi. Secondo antiche superstizioni, se ci si imbatteva nei fuochi fatui bisognava stare molto attenti: ingannavano gli uomini, attirandoli nelle paludi e poi inghiottendoli nelle loro profondità.

 

Il pipistrello

I pipistrelli, nel Medioevo, venivano associati alle streghe. Li si reputava dei famigli, o comunque delle incarnazioni del Demonio. Inoltre, si vociferava che le streghe utilizzassero il sangue di pipistrello molto spesso, nei loro calderoni: ne ricavavano pozioni magiche ma anche letali. Il fatto che i pipistrelli fossero creature notturne, avessero le grotte come habitat ed esibissero un aspetto tanto particolare, non giocava a loro favore. Sicuramente, questi elementi hanno contribuito a farli guardare con sospetto in svariate culture. Nell’immaginario scaramantico erano animali demoniaci, collegati alla morte e all’oscurità.

 

Il posto in più a tavola

La tradizione prevedeva che la notte di Halloween, in vista della visita che i defunti avrebbero fatto alla propria casa, si lasciasse un posto a tavola apparecchiato per loro. Era un modo di dare il benvenuto e di accogliere con tutti gli onori le anime di chi aveva lasciato il mondo terreno.

 

La strega

Nel folklore anglosassone, per vedere una strega si doveva compiere un preciso rituale: la notte del 31 Ottobre, a mezzanotte in punto, bisognava indossare i propri abiti al contrario e mettersi a camminare all’indietro. Da lì a pochi secondi, la strega si sarebbe materializzata.

 

Il numero tredici

La superstizione vuole che il 17 sia un numero di cattivo auspicio in quanto, se scritto in cifre romane (XVII), anagrammandolo si ottiene la parola VIXI, “vissi”. Ma il 13 non è da meno. Per i popoli anglosassoni, in particolare, questo numero è portatore di grandi sciagure. Non è un caso che sia collegato ad Halloween: durante la questua del “Dolcetto o scherzetto”, infatti, i bambini dovevano bussare a tredici porte e provocare un enorme spavento in chi non dava loro le caramelle rituali.

Immagini via Pixabay e Unsplash (focolare spento)

 

Notte di Capodanno: 5 usanze tutte italiane

 

“Festeggiate i finali dell’ anno, perchè precedono i nuovi inizi.”

(Jonathan Lockwood Huie)

 

Buon 31 Dicembre! Oggi il 2022 finisce e il 2023 arriverà proprio stanotte, a mezzanotte in punto, tra fuochi d’artificio, brindisi, balli sfrenati e champagne a fiumi. Ci piace pensare che ogni 1 Gennaio sia foriero di novità, di cambiamenti, di una gioia e una serenità che si sostituiscano alle magagne dell’ anno vecchio. Ma anche se le situazioni difficilmente mutano solo perchè ci attendono 365 giorni nuovi di zecca, la speranza è una buona cosa: predispone al pensiero positivo, alla positività degli atteggiamenti. E pensare positivo, si sa, attira la fortuna. A proposito di fortuna: non è un caso che a Capodanno i riti propiziatori si moltiplichino, che le usanze beneaugurali spadroneggino in tutti i paesi del mondo. Ho scelto di approfondirne cinque, rigorosamente made in Italy, per capire meglio come nascono e in che modo si propongono di calamitare la buona sorte.

 

 

1. I botti

La notte di Capodanno è costellata dall’esplosione di una miriade di petardi, i cosiddetti “botti”, e di fuochi d’artificio. Questa tradizione si affermò a partire dal XVII secolo, quando venne introdotta a scopo celebrativo in occasione di particolari eventi o ricorrenze. Il rumore assordante e improvviso, il “botto” appunto, è alla base dell’ usanza: da un lato, favorisce l’espulsione dell’ anno vecchio e delle sue brutture, dall’ altro spaventa i demoni e gli spiriti maligni costringendoli a fuggire a gambe levate. Oggi, a prevalere è senz’altro l’aspetto scenografico; i fuochi d’artificio sono degli autentici capolavori pirotecnici, uno spettacolare tripudio di colori e luminosità.

 

 

2. Baciarsi sotto il vischio

Pianta sacra dei Druidi, il vischio aveva il potere di curare ogni malattia ed era un simbolo di fertilità e rigenerazione. I Celti lo utilizzavano come parafulmine e lo consideravano un elemento di interconnessione con il Cielo. Secondo la mitologia norrena, le bacche di vischio furono originate dalle lacrime che la dea Freya versò per la morte del figlio Balder, e proprio le stesse bacche lo riportarono in vita. La leggenda vuole che Freya protegga gli innamorati che si baciano sotto il vischio, pianta emblema di amore e di fecondità. La tradizione, per chi si ama, è di buon auspicio: rafforza il sentimento e lo preserva dalle insidie esterne.

 

 

3. Far ardere una candela

Questa bella tradizione mi ricorda vagamente quella del “Ceppo di Yule” (rileggi qui l’articolo): la candela viene accesa un po’ prima che scocchi la mezzanotte e, mentre si consuma, ci accompagna nel passaggio dall’ anno vecchio all’ anno nuovo. Il fuoco simbolizza la purificazione, la trasformazione, la rinascita, ma anche il colore della candela assume una valenza particolare. Sceglietela bianca oppure rossa se volete che sia di buon auspicio per l’ amore e per gli affetti in generale, verde se privilegiate il benessere economico.

 

 

4. Le lenticchie

Pensare a una cena di Capodanno senza lenticchie o melagrana è pressochè impossibile. Entrambe propiziano la prosperità: sono il cibo del 31 Dicembre per antonomasia, gustosissimo oltre che beneaugurale. Le lenticchie, così come i chicchi della melagrana, hanno una forma tondeggiante che rievoca quella delle monete, mentre la carne di maiale che accompagna i legumi di Capodanno, dalla consistenza piuttosto grassa, simboleggia l’ abbondanza. I semi rossi della melagrana, dal canto loro, attirano sì la ricchezza, ma anche la fertilità. E, last but not least, sono un emblema di lunga vita.

 

 

5. Disfarsi dei vecchi oggetti

Buttare via il vecchio per fare spazio al nuovo: è il significato, in sintesi, di questa tradizione. Soprattutto nell’ Italia meridionale, si usa lanciare i piatti dalla finestra a mezzanotte; i loro cocci in frantumi allontanerebbero la mala sorte. In genere, comunque, dalla finestra o dal balcone si getta qualsiasi tipo di oggetto datato, rotto o inutilizzato, che sia di grandi o di piccole dimensioni. L’usanza permane prevalentemente nei piccoli centri, per cui occhio: il lancio di certe suppellettili potrebbe rivelarsi persino più pericoloso dello scoppio dei petardi!

 

 

 

Solstizio d’Estate, il trionfo del Sole

 

Nullo sensibile in tutto lo mondo è più degno di farsi essemplo di Dio che ‘l sole.
(Dante Alighieri)

 

Mancano solo 13 minuti all’ arrivo dell’ Estate. Il Sole, oggi, sancisce il suo trionfo: è il giorno più lungo dell’ anno, le ore di luce prevalgono nettamente su quelle di buio. In Italia, considerando le differenze tra le varie latitudini, il Sole splenderà per circa 15 ore di fila. Ritorna la magia del Solstizio, da “Solstat”, in latino “il sole si ferma”. La potenza dell’ “astro infuocato” raggiunge l’apice, connettendo cielo e terra attraverso una straordinaria energia cosmica. Le piante acquisiscono virtù portentose, quelle aromatiche si bruciano nei tipici falò serali. I Druidi solevano raccogliere i ramoscelli di vischio (sempreverde sacro ai Celti) con una piccola falce dorata, simbolizzando l’unione tra la luna (la forma del falcetto) e il sole (lo splendore del metallo); la verbena era foriera di future ricchezze, la felce possedeva una valenza duplice: rivelava tesori occulti tramite i suoi semi e donava l’invisibilità a chiunque si impadronisse del suo fiore (un fiore che in realtà non è mai esistito). L’ artemisia proteggeva dalla negatività, mentre l’ iperico e la calendula racchiudevano l’ energia dei raggi solari. Poste sotto il cuscino, inoltre, le erbe del Solstizio permettevano di divinare il futuro per mezzo dei sogni. Il 21 Giugno, l’ anno arriva alla sua esatta metà. Il Cosmo inaugura un nuovo corso in cui predominano il Fuoco e l’ Acqua, il Sole e la Luna, il Maschile e il Femminile, elementi e principi opposti ma complementari. L’acqua, non a caso, rimane uno degli emblemi della notte di San Giovanni (il 24 Giugno), quando assume proprietà miracolose sotto forma di guazza: propizia la fertilità e conferisce benefici immensi alla pelle e ai capelli delle giovani donne. Il fuoco, la notte del Solstizio, ricorre nella tradizione dei falò: ognuno di essi simboleggia il vigore solare, lo celebra e sostiene a un tempo. Non dimentichiamo, infatti, che il progressivo declino dell’ astro inizia già a partire dal 22 Giugno. Gli antichi popoli europei erano soliti accendere i falò, ma non solo: nel buio risplendevano le fiaccole delle processioni, ruote di legno infuocate venivano fatte rotolare lungo le colline…Il fuoco possedeva anche una valenza purificatrice; teneva lontani i malanni così come gli spiriti maligni, che la notte del Solstizio accedevano liberamente al varco tra mondo visibile e invisibile. Le danze rituali attorno al fuoco e i salti sulle fiamme – se non ci si inceneriva gli abiti, la fortuna era garantita tutto l’ anno – proliferavano. Per sigillare il loro amore, gli amanti intrecciavano le mani su un falò. Il rimando all’ amore non era casuale: durante il Solstizio d’Estate, quando la natura è all’ apice della sua abbondanza, temi quali l’ accoppiamento e la fecondità diventavano pregnanti.

 

 

Per le popolazioni celtiche, il Solstizio era Litha: questo nome, ispirato alla dea sassone del grano, designa anche il sabbat della Ruota dell’ Anno celebrato tra il 19 e il 23 Giugno. Litha era l’equivalente di Demetra, la dea greca del raccolto e delle messi, e della divinità romana Cerere, che presiedeva alla fertilità. Con Litha, l’accento veniva posto sul ciclo perenne di morte e rinascita dei cereali. Una ballata quattrocentesca diffusa in Scozia e in Inghilterra, “John Barleycorn” (“Giovanni Chicco d’Orzo”), racconta proprio la storia dello “spirito dell’ orzo” che muore e poi rinasce come il dio Sole. Tornando ai Celti, un altro nome che diedero al Solstizio è Alban Heruin (“luce della spiaggia” o “della riva”). Collocato a metà dell’ anno, l’arrivo dell’ Estate era equiparato alla “terra di mezzo” generata dall’ incontro tra mare e terraferma: la spiaggia, appunto. E in ambito italiano, quali sono le figure più rappresentative del 21 Giugno? A San Giovanni Battista, la cui festa fu sovrapposta dalla Chiesa Cattolica alle celebrazioni pagane per il Solstizio, potremmo affiancare Giano, il dio Bifronte della tradizione romana. Giano è il simbolo per eccellenza delle Porte Solstiziali; significa “passaggio” il suo nome stesso e regna sui periodi di transizione, sui nuovi inizi esistenziali. I due volti del dio Bifronte sono rivolti uno al passato e uno al futuro. Nell’ antica Roma era veneratissimo, ma si suppone che il suo culto risalga a un’ età arcaica dove veniva inglobato a quello dei cicli naturali. Con il passar del tempo, Giano assunse una valenza sempre più importante: basti pensare che per i romani non aveva nè padre nè madre, era l’origine del tutto.

 

 

In questi tempi incerti, festeggiare il Solstizio d’Estate può rappresentare un punto fermo: un’ occasione per riconnettersi con la natura, per omaggiare il culmine della sua rigogliosità. Potremmo accendere un falò in giardino, o laddove ci è concesso (pare che i falò sulla spiaggia siano vietati in molte zone d’Italia), e arricchirlo di erbe aromatiche, rigorosamente nove, come la lavanda, l’artemisia, il timo, la ruta, il vischio, il finocchio, la verbena, la piantaggine e l’ iperico, la pianta che – secondo la leggenda – concentra in sè l’energia del sole. A proposito di iperico, le sue virtù fitoterapiche non vanno trascurate: rinforza il sistema immunitario, possiede spiccate proprietà antinfiammatorie e antidepressive. Ma se volete rimanere in ambito magico, raccoglietene in abbondanza per attirare la fortuna e per proteggervi dalle entità malvagie. Il giorno del Solstizio d’Estate, anticamente, veniva appeso sui portoni proprio per mantenerle a distanza.

 

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