Ottobre: la spooky season e i proverbi dedicati alla paura

 

Nella cultura agreste, la paura non era una semplice emozione da evitare, ma apparteneva a un retaggio culturale complesso. Rappresentava un codice educativo e, soprattutto, uno straordinario strumento di sopravvivenza. In un mondo dominato dalle forze imprevedibili della natura, privo di tutele scientifiche o tecnologiche, l’uomo della terra si muoveva in un perenne equilibrio tra il visibile e l’invisibile. La paura tracciava i confini di questo equilibrio: stabiliva fin dove ci si potesse spingere prima che la natura o l’ignoto prendessero il sopravvento. C’era la paura delle forze atmosferiche, come la grandine o la siccità, che non erano solo fenomeni meteorologici, ma minacce concrete di carestia e fame. C’era la paura della notte, che spegneva i punti di riferimento geografici e trasformava i campi e i boschi in territori oscuri popolati da lupi, spiriti o briganti. Questa paura profonda veniva persino usata come strumento pedagogico: per proteggere i bambini dai pericoli della vita rurale, gli anziani popolavano i pozzi, i fossi e i fienili di mostri e creature del folklore. Basti pensare alla Borda, la strega spettrale che le leggende collocano nelle paludi della Pianura Padana, o all’uomo nero, ombra onnipresente nell’infanzia di svariate generazioni. Terrorizzare un bambino era il modo più efficace per salvargli la vita, tenendolo lontano dai pericoli.
Il rito delle veglie
Tuttavia, questa costante tensione quotidiana non poteva essere sopportata in solitudine. Trovava il suo culmine, la sua valvola di sfogo e la sua sublimazione in un rito comunitario diffusissimo soprattutto nell’Italia del Centro-Nord: quello della veglia serale e notturna. Nelle lunghe e gelide sere autunnali e invernali, quando le case erano troppo fredde da riscaldare, l’intera comunità del casale si trasferiva nell’unico luogo confortevole: la stalla. Lì, riscaldati solo dal fiato del bestiame, le donne filavano la lana, gli uomini riparavano gli attrezzi e i bambini sedevano sulla paglia. Era in questa penombra densa di odori e calore che nasceva la magia del racconto. Le storie che dominavano le veglie erano quasi sempre macabre: spettri che tornavano dall’aldilà, lupi mannari, anime tormentate in cerca di pace, diavoli camuffati da viandanti o processioni di morti che attraversavano i campi. Il filo conduttore del terrore, in realtà, aveva una funzione terapeutica ben precisa. Raccontare l’orrore fantastico serviva a esorcizzare l’orrore reale. La fame, le malattie infantili e la morte improvvisa erano spettri quotidiani troppo grandi da affrontare da soli; spostarli sul piano della leggenda, nel contesto protetto della stalla e circondati dai propri simili, permetteva di addomesticarli. La paura, durante la veglia, smetteva di isolare l’individuo e diventava un collante sociale. Sentire i brividi lungo la schiena mentre ci si accalcava nella stalla, nel cuore della notte gelida, ricordava a tutti che il buio faceva meno paura, se affrontato insieme. Quelle storie macabre non erano una vuota superstizione, ma il modo in cui il popolo agreste si stringeva intorno al fuoco della parola per sopravvivere alle tenebre dei mesi freddi e della vita. Dato che siamo in piena spooky season, ho pensato di proporvi una serie di proverbi che le comunità rurali hanno dedicato alla paura. 
Chi ha paura del lupo, non entri nel bosco.

Chi ha paura d’ogni figura spesso inciampa nell’ombra.

 

La paura fa correre gli zoppi.

 

La paura fa novanta e centottanta chi ce l’ha.

 

La paura fa l’uomo avveduto.

 

 

A fame e a paura non c’è metro né misura.

 

 

La paura fa d’una mosca un elefante.

 

 

La paura fa sudar di gennaio.

 

 

Tutto si cura tranne la paura.

 

 

Le spade dei paurosi non tagliano.

 

 

Il pauroso si spaventa della propria ombra.

 

 

Chi ha paura del legno, sarà colpito dal ferro.

 

 

Chi non coltiva il suo campo per paura degli uccelli, muor di fame.

 

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Le ondate di sabbia del Sahara: cause e rischi

 

“Piove” di nuovo sabbia sulle nostre strade: un fitto pulviscolo proveniente dal deserto del Sahara ricopre le auto, l’asfalto, i mezzi a due ruote. A volte la polvere rossa è individuabile mentre aleggia nell’aria; altre volte è impercettibile, distinguibile solo quando si posa sulle superfici. Più spesso, però, è ben visibile nel cielo, che tinge di un colore giallo-arancio. In questi giorni, l’ondata di sabbia sahariana sta invadendo l’Italia, la Francia e diversi paesi dell’Europa centrale. Poi proseguirà in direzione Sud-Est e nell’area del Mediterraneo Orientale. Si tratta di un fenomeno direttamente associato all’anticiclone africano, che ha ormai definitivamente soppiantato l’anticiclone delle Azzorre, quello che contraddistingueva le estati miti (e non bollenti) degli anni scorsi. L’asse inclinato dell’area di alta pressione, combinato con gli sferzanti venti che giungono da Sud, determina lo spostamento del pulviscolo sahariano e la sua traiettoria; in Italia è arrivato mercoledì e fino a venerdì si è abbattuto sul Centro-Nord, mentre nel weekend si dirigerà verso Sud.

 

 

Ma quali rischi comporta, per la salute, un simile avvenimento? Come cambia la qualità dell’aria, quando si impregna di sabbia del Sahara? Secondo Alessandro Miani, presidente della Sima (Società Italiana di Medicina Ambientale), non si tratta di sabbia bensì di polveri sottili depositatesi sul più grande deserto del globo. Al contrario della sabbia, infatti, queste polveri possono volare con il vento e percorrere lunghissime distanze: pare che ogni anno se ne librino nell’aria 180 milioni di tonnellate. Il pericolo è rappresentato dai metalli pesanti presenti internamente alle polveri, e al mix che si origina quando vengono a contatto con gli inquinanti atmosferici: inalando questa miscela di sostanze, soggetti a rischio come chi è affetto da patologie respiratorie, anziani, bambini e cardiopatici, potrebbero risentirne. Sarebbe quindi opportuno esporsi il meno possibile alle polveri provenienti dal Sahara.

 

 

In base a uno studio dell’Università di Lancaster, la sabbia del deserto nordafricano si presenta di colore rosso in quanto è ricca di ossidi di ferro, la cui principale caratteristica è l’essere magnetici. In particolare l’ossido di ferro (III), che veniva utilizzato in tutti i supporti adibiti alla registrazione. A monte delle ondate di sabbia sahariana, comunque, è pressochè certo che ci siano il riscaldamento globale e i fenomeni atmosferici ad esso collegati. In parole povere, anche l’arrivo della sabbia del deserto sarebbe una delle nefaste conseguenze dei cambiamenti climatici. E’ questo il motivo per cui il CAMS (Copernicus Atmosphere Monitoring Service) sta monitorando costantemente l’atmosfera allo scopo di rilevare le variazioni nella qualità dell’aria rispetto a un fenomeno ormai sempre più frequente.

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