Giallo, il colore di Luglio

 

Il giallo è il colore più prossimo alla luce.
(Johann Wolfgang von Goethe)

 

E’ il colore del mese di Luglio, e non stupisce: da sempre, il giallo è stato associato alla luce del Sole, a cereali come il grano, alla prosperità. Tant’è che veniva usato sin da tempi antichissimi. Nelle pitture rupestri del Paleolitico abbonda, realizzato con i pigmenti di ocra gialla. Con questa tonalità si decoravano l’interno delle caverne, gli utensili, gli accessori. Poi, nel Neolitico,  declinandolo in una nuance dorata, gli uomini cominciarono a utilizzare il giallo anche per adornare i sepolcri e onorare le divinità. Presso i popoli che adoravano il Sole, l’oro diventò ben presto un simbolo del potere dell’astro incandescente. Lo ritroviamo nell’antico Egitto, profuso sugli abiti dei notabili e nelle ultime dimore dei Faraoni: pensate solo ai sarcofagi, agli interni delle Piramidi e ai corredi funerari. Ma a questo punto bisogna tornare al giallo, e dedicarci solo ed esclusivamente a questo colore.

 

 

La valenza del giallo presso i Greci e i Romani

Non sarà stato oro, ma ha sempre avuto un’aria sacra e regale: vestivano di giallo, più precisamente giallo zafferano, le sacerdotesse dei templi di Artemide, dea greca della caccia, degli animali, della foresta e della Luna. Artemide, sorella gemella di Apollo, il dio del Sole, era anche la dea protettrice della verginità femminile. Nella Roma antica indossavano vesti gialle le donne patrizie e le regine, ma anche le “matres familias” e le popolane, sebbene il giallo che tingeva i loro abiti fosse ottenuto da materiali non particolarmente preziosi. Mentre le nobili, infatti, potevano disporre dei pigmenti dello zafferano, le donne dei ceti più umili ricorrevano a colorazioni derivanti dalla macerazione delle cipolle o della corteccia degli alberi. Ai tempi dell’antica Repubblica Romana, dopo la cacciata di re Tarquinio il Superbo, si impose l’usanza di sposarsi in giallo perchè considerato di buon auspicio per l’armonia coniugale e la fertilità.

 

 

Il giallo veniva reputato un colore vibrante e solare, foriero di un futuro radioso. La sua fama positiva proseguì anche nel Medioevo, soprattutto all’inizio. Intorno al 1200, infatti, la simbologia della tonalità tanto amata da persone di ogni età e classe sociale subì un cambiamento radicale. I medici cominciarono ad associare il giallo alla bile e ai suoi travasi, alle malattie del fegato, agli eccessi d’ira, uno dei sette vizi capitali. Il giallo, a quell’epoca, si tramutò quindi in uno dei colori più esibiti dai giullari, e persino gli artisti iniziarono a raffigurare la veste di Giuda, il sommo traditore,  sempre in quella tonalità. Nel XVI secolo, per identificare gli eretici, veniva tinta di giallo la porta della loro abitazione. Il giallo, insieme al rosso, venne bandito durante la Riforma Protestante: era considerato un colore che esprimeva vanità e immoralità.

 

 

Le cose cambiarono nuovamente intorno al XVIII secolo, quando fu fondata la Compagnia delle Indie. Grazie al traffico commerciale con le Indie Orientali, il giallo conobbe una rinnovata stagione di gloria: in Cina aveva un’accezione divina, simboleggiava il potere assoluto imperiale, la Terra e il centro del cosmo. Solo l’Imperatore e la sua famiglia,  non a caso, potevano vestirsi di giallo. In Italia questo colore abbandonò la sua fama negativa ai tempi dell’Illuminismo, e il secolo dopo con l’affermazione di movimenti artistici come l’Impressionismo e il Post-Impressionismo.

 

 

Il giallo oggi

Ma a quali significati è associato, il giallo, attualmente? Predomina la simbologia “solare”: la luce, l’energia, il buonumore. Il giallo, un colore luminoso, viene collegato all’apertura mentale e alla creatività. Per i Buddisti è umile e spirituale, mentre nella segnaletica stradale invita alla cautela o annuncia dei lavori in corso. Il legame con il mese di Luglio, senza dubbio, va attribuito alla luminosità, al dinamismo e al brio emanati da questo colore: un concentrato cromatico di estate in tutte le sue nuance.

 

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La Pasqua e i suoi proverbi


 

Per la civiltà agreste, Pasqua non è mai stata solo una festività religiosa: rappresentava un momento di svolta, il passaggio dall’inverno alla primavera. La bella stagione arrivava e la terra rinasceva, ritrovava la sua fecondità. Molti erano i rituali dedicati alla fertilità dei campi; il torpore invernale era ormai un ricordo e un nuovo ciclo agricolo poteva iniziare. Le comunità rurali conferivano un’estrema importanza al periodo pasquale. I frutti della terra costituivano il loro sostentamento e il risveglio della natura coincideva con un momento fondamentale: il ritorno della vita, della luce, del clima mite che favoriva la rigenerazione del suolo. Il terreno ricominciava a produrre e tutti i lavori agricoli puntavano a un obiettivo comune, ottenere un buon raccolto. Anche le uova consumate a Pasqua erano associate a una simbologia particolare: l’uovo rappresenta la vita che si rinnova, la trasformazione. Per questo donare uova era così importante; veniva considerato un gesto beneaugurante che propiziava la fertilità. I proverbi popolari riflettono in parte questo aspetto, in parte quello meteorologico, essenziale per generare un’effettiva rinascita primaverile.

 

 

Se piove per la Pasqua, la susina si imborzacchia.

 

 

Venga Pasqua quando si voglia, la vien con la frasca o con la foglia.

 

 

Chi fa il Ceppo al sole, fa la Pasqua al fuoco.

 

 

A Natale, mezzo pane; a Pasqua, mezzo vino.

 

 

Pasqua, voglia o non voglia non fu mai senza foglia.

 

 

Non è bella la Pasqua se non gocciola la frasca.

 

 

Per Pasqua e per Natale, nessun lasci il suo casale.

 

 

Pasqua in giove vendi la cappa e gettala a’ buoi.

 

 

L’agnello è buono anche dopo Pasqua.

 

 

Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi.

 

 

Pasqua tanto desiata, in un giorno è passata.

 

 

Quando San Giorgio viene in Pasqua, per il mondo c’è gran burrasca.

 

 

Non si può veder Pasqua, né dopo San Marco, né prima di San Benedetto.

 

 

Carnevale a casa d’altri, Pasqua a casa tua, Natale in corte.

 

 

Carnevale al sole, Pasqua molle.

 

 

Pasqua di Befana, la rapa perde l’anima.

 

 

Tra Pasqua e Pasqua non è vigilia fatta.

 

 

Chi vuole il malanno, abbia il mal’anno e la mala Pasqua.

 

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La Befana e la sua simbologia

 

“Così che la Vecchia, nella sua connotazione di Befana, riassume in sè la raffigurazione sia della Madre Terra nel tempo invernale sia dei defunti, anch’essi soggetti a una situazione in apparenza “statica” e all’attesa della rinascita, del rinnovamento vitale. (…) perchè sia i semi sia i trapassati sono sepolti nella terra per addivenire a nuova vita. (…)  Ai primi di gennaio, non appena superata la crisi solstiziale, la Befana chiede devozione e sostentamento agli uomini e ai loro riti (ad esempio con le queste della Pasquella), e qualcosa , come promessa del tempo che si rinnova, della vegetazione e dei raccolti che torneranno, della protezione degli Antenati sulla vita degli umani  (con i doni che porta nelle case, ecc.).”

(“La Vecchia, la Befana”, da “Tenebroso Natale. Il lato oscuro della Grande Festa”, di Eraldo Baldini e Giuseppe Bellosi, Società Editrice Il Ponte Vecchio, 2025)

 

 

La Befana, come tutti i personaggi del folklore natalizio, è una figura altamente simbolica. E cosa simboleggia ce lo spiega più che bene la citazione che ho riportato in apertura di questo articolo, tratta da un libro che ho cominciato a leggere proprio durante l’Avvento. Ma che rappresentano i molti altri elementi legati all’arrivo della Befana e ai doni che porta? Scopriamolo insieme.

 

 

Le scarpe rotte

La Befana arriva dopo un lungo e faticoso percorso durato 12 mesi: è la fine di Dicembre e l’anno, consumato, vecchio e logoro, sta per concludersi. E’ un anno che, dopo aver dispensato i suoi ultimi frutti, simboleggiati dai doni della Befana, sia avvia alla rinascita che porta con sè l’anno nuovo.

La scopa

Simboleggia la purificazione e il rinnovamento. La scopa spazza via la negatività e tutti i mali dell’anno appena trascorso, inoltre rimanda ad alcune antiche figure, o divinità, femminili (Perchta e le dee della mitologia romana Diana, Satia e Abundia, tra le altre), che usavano volare sui campi dopo la semina per propiziare l’abbondanza dei raccolti. La scopa, in questo caso, ha la facoltà di cacciare gli spiriti maligni dai terreni per dare a questi ultimi la possibilità di nascere a nuova vita.

 

 

La discesa dal camino

Per le culture arcaiche, il camino rappresentava un canale di comunicazione privilegiato tra il Cielo e la Terra. Questa linea verticale che connetteva i due mondi veniva detto “axis mundi”, ovvero “asse cosmico”. La discesa lungo il camino compiuta dalla Befana, dunque, simboleggia la volontà della “Vecchia” di dare il giusto verso all’asse cosmico ripristinandone il corretto posizionamento.

I doni 

Anticamente, nel suo sacco la Befana stipava arance e mandarini in quantità, noci e frutta secca, monete di cioccolato, carbone. Questi doni avevano un significato simbolico legato all’abbondanza, alla prosperità; propiziavano fecondità. Erano un augurio di lunga vita e opulenza per il futuro raccolto. Le monete di cioccolato, invece, rimandavano all’oro portato a Gesù Bambino dai Re Magi: un auspicio di benessere e ricchezza.

 

 

Il carbone

Era direttamente associato agli antichi riti dei falò solstiziali, che si accendevano per favorire e alimentare la potenza del Sole. Ma il carbone è anche il redisuo del “vecchio” che viene bruciato per fare spazio al “nuovo”, un significato che si ricollega ai falò di fine anno tipici di molte regioni italiane. Diversi anni orsono, il carbone e la cenere dei falò venivano sparsi sui campi per propiziare la fertilità del terreno. Il carbone aveva dunque una valenza beneaugurante, ma il Cristianesimo lo tramutò in un regalo punitivo per i cosiddetti “bambini cattivi”. Oggi, il carbon dolce ha ovviato a tale accezione conferendo un tocco di delizia anche a questo tipico dono della Befana.

La calza e le scarpe dei bimbi

Sono state date molteplici interpretazioni della calza, ma anche delle scarpe dei bambini, che venivano posizionate accanto al focolare affinchè la Befana le riempisse di doni. Per alcuni studiosi, sia la calza che le scarpe sono emblemi di fertilità, in quanto associate a una potente simbologia sessuale (basti pensare al piede che si insinua al loro interno). Rappresentano, dunque, un auspicio di fecondità, non a caso l’Epifania era considerata una ricorrenza ideale per il corteggiamento o annunciare una nuova unione. Altri studiosi associano la calza a dispensatori di abbondanza come la cornucopia, ma contemporaneamente risaltano il suo valore in qualità di oggetto della quotidianità. Altri ancora la riconnettono al lavoro della filatura, diretto da divinità apposite e ricco di profondi significati mitologici. Le scarpe dei bimbi sono anche viste come un simbolo del cammino che il nuovo anno, e il nuovo sole, si accingono a compiere: un anno e un sole “fanciulli”, appunto.

 

 

L’invisibilità

Quante volte, da bambini, abbiamo cercato di spiare l’arrivo della Befana alzandoci a notte fonda? Eppure, la Befana non si faceva mai vedere. Da un lato, perchè all’ora in cui arriva i bambini sono soliti dormire, dall’altro perchè, secondo antiche leggende, chi incontrava la Befana, o la vedeva soltanto, avrebbe subito delle spiacevoli conseguenze. Tutto ciò sembra rientrare nel quadro delle usanze del periodo natalizio, quando diventa implicito che – folkloristicamente parlando –  gli umani si rapportino ad ogni manifestazione del sacro o del soprannaturale mantenendo la giusta distanza.

 

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31 Dicembre: la notte di Capodanno e la tradizione dei botti

 

 

“Buon anno a tutte le cose: al mondo! al mare! alle foreste! Buon anno a tutte le rose che l’inverno prepara in segreto. Buon anno a tutti coloro che mi amano e stanno ad ascoltarmi… E buon anno, nonostante tutto, anche a tutti coloro che non mi amano.”
(Rosemonde Gérard)

 

Capodanno: botti e brindisi, oro e argento, balli sfrenati e fuochi d’artificio. Ma come nasce la tradizione dei botti, così dannosa per i nostri amici a quattro zampe? Per scoprirlo, dobbiamo ritornare indietro nel tempo. Precisamente al 191 a.C., quando, nell’antica Roma, il pontefice massimo spostò il Capodanno al 1 Gennaio; prima di allora, infatti, l’anno terminava a Marzo. Il “pontifex maximus”, attuando questo cambiamento, si ispirò a quanto aveva originariamente stabilito il secondo re di Roma Numa Pompilio. Non era un caso che i romani avessero dedicato il mese di Gennaio a Giano, il dio Bifronte, che guarda contemporaneamente al passato e al futuro. Tuttavia, quando l’anno volgeva al termine, i Saturnali celebravano Saturno con tutti gli onori: l’imperatore Domiziano decretò che si svolgessero dal 17 al 23 Dicembre. Questo periodo di festività era contraddistinto da banchetti, sacrifici e da un’immensa sfarzosità, ma soprattutto dall’inversione dei ruoli. Gli schiavi potevano assaporare il piacere della libertà e farsi servire dai padroni, ma non solo: l’elezione di un princeps, che indossava abiti di un rosso sgargiante (la tonalità caratteristica degli dei) e una maschera grottesca, mirava a mettere in ridicolo la nobiltà. Al princeps venivano conferiti pieni poteri, e poteva impersonare sia Saturno che altre divinità. I Saturnali erano stati istituiti con un duplice scopo. La trasgressione delle regole e il sovvertimento delle classi sociali venivano reputati fondamentali affinchè l’ordine fosse ripristinato dopo il caos più totale; inoltre, i romani identificavano l’Inverno con il periodo in cui gli dei, emersi dalle viscere del sottosuolo, girovagavano sulla terra: allo scopo di ingraziarseli, e di propiziare i raccolti futuri, la popolazione istituiva feste a loro dedicate e li omaggiava con dei doni.

 

 

Le celebrazioni erano, anzi, dovevano essere, eccessive, smodate, “rumorose”, tant’è vero che i Saturnalia sono stati paragonati alle odierne feste di Carnevale. Arrivando ai nostri giorni, possiamo facilmente constatare che quel tipo di caos (pur con le dovute variazioni) è parte integrante dei festeggiamenti dell’ultima notte dell’anno: oggi i petardi, i fuochi pirotecnici e d’artificio la fanno da padrone. Persino al ristorante, oppure a casa o al veglione, stappare lo spumante con il botto trionfa su ogni regola di bon ton. Viene spontaneo chiedersi perchè i botti di Capodanno ci piacciano così tanto. La risposta è semplice: in tempi molto antichi, il frastuono o rimbombo prodotto da determinati strumenti musicali veniva utilizzato per allontanare gli spiriti maligni. Un rumore secco il più possibile, come può esserlo uno scoppio, metteva in fuga i demoni, i vampiri, le entità malvagie provenienti dall’aldilà; ciò era valido in tutte le culture. Un botto, insomma, poteva scacciare qualsiasi ombra si facesse largo nel buio dell’Inverno. Persino in Cina, tanto per fare un esempio, l’esplosione dei petardi e dei fuochi d’artificio è un must imprescindibile del Capodanno.

 

 

E poi c’è il ballo, che la notte del 31 Dicembre è sfrenatissimo. Le danze rituali, fin dalla notte dei tempi, sono state un denominatore comune di qualsiasi civiltà: danzando si inneggia al prossimo ciclo stagionale, al risveglio della terra, alla fertilità della natura (ma anche degli esseri umani). A Capodanno, l’euforia e l’ebbrezza regnano sovrane, e in quest’atmosfera lo spumante gioca un ruolo essenziale. Lo stesso cenone, interminabile, ricco di cibi e di bevande, ci riporta ai banchetti che gli antichi popoli organizzavano per propiziare l’abbondanza dei frutti della nuova stagione. Tornando ai balli e alla Roma antica, potremmo menzionare i Salii, un collegio sacerdotale istituito dal re Numa Pompilio: i Salii si esibivano in una danza che includeva dei salti al ritmo della musica. Se i salti dei Salii fossero risultati molto alti, avrebbero favorito un’elevata crescita del grano.

 

 

Anno nuovo vita nuova

 

 

Chi mangia lenticchie il primo dell’anno, tocca i soldi tutto l’anno

 

 

Anno bisesto, anno funesto

 

 

L’anno vecchio se ne va e mai più tornerà

 

 

Anno di neve, anno bene

 

 

Chiara notte di Capodanno, dà slancio a un buon anno

 

 

Chi lavora a Capodanno, lavora tutto l’anno

 

 

Capodanno senza luna, sette nevi sopra una

 

 

Per l’anno nuovo, tutte le galline fanno l’uovo

 

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Dicembre, il look del mese

 

A Dicembre, il look si tinge di rosso: non è un caso che sia il colore del Natale. Un total red fiammeggiante, vibrante e festivo esalta il lungo abito impalpabile e fluttuante. L’abito ha maniche a sbuffo trasparenti e uno scollo profondo sulla schiena; la gonna, ampia e drappeggiata in vita, danza con i movimenti e vanta un accenno di strascico. Questo outfit, straordinariamente scenografico, rievoca la suggestività delle fiabe di Natale. Ma lo fa in chiave moderna: al posto delle scarpette di cristallo, la rutilante principessa indossa un paio di sneakers bianche. Gli elementi che associano il rosso al 25 Dicembre sono molteplici. Nel Medioevo questo colore era considerato regale, un emblema di prosperità. Anche nell’ambito sacro: tant’è vero che la sontuosità del divino veniva cromaticamente tradotta in un connubio di rosso e oro. Il rosso simboleggia anche il sangue di Cristo, il suo supplizio, il sacrificio della sua morte per la redenzione universale. Sin dall’epoca pre-cristiana, inoltre, il rosso è stato legato alla vita e alla fertilità; non a caso rimandava ai riti celebrati a fine anno per propiziare il nuovo raccolto. Il fiore simbolo della Natività non poteva essere che rosso: la Stella di Natale, una pianta ornamentale diffusissima e molto regalata. Nonostante le apparenze, tuttavia, i suoi fiori sono piccoli e gialli; a sfoggiare un vivido scarlatto è la corona di brattee (foglie modificate) che li accompagna.

 

 

Il rosso, abbinato all’oro, è anche il protagonista del make up del mese. La bocca, di un rosso intenso, fa pendant con l’abito; l’oro illumina le palpebre avvalendosi di un finish shimmer e di una texture vellutata. Emblema sempiterno di luce, l’oro viene connesso al sacro sin dalla notte dei tempi. Essendo un metallo incorruttibile, rimane immutabile: non varia né in colore né in lucentezza. Di oro venivano ricoperte le statue, precedentemente costruite in pietra o legno, per garantire la loro inalterabilità. L’oro tra i capelli era un segno distintivo degli imperatori romani, giacché rimandava al divino. I luoghi di culto della Mesopotamia rifulgevano d’oro e di pietre preziose, e che dire dei mosaici bizantini? Le loro tessere dorate sono un tripudio di riflessi vibranti, quasi in movimento. Proporre un look di Dicembre all’insegna del rosso e dell’oro, dunque, può essere una scelta tutto fuorchè banale: i significati intrinseci di questi due colori li rendono perfetti per esprimere sia l’aspetto sacro che profano che contraddistingue l’ultimo mese dell’anno.

 

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Foglie morte

 

E’ mite il ghirigoro
d’aria e di luce
che accompagna
al suolo
la resa delle foglie
sui viali lungo il fiume.
(Mario Luzi)

 

Le foglie morte: un tratto distintivo dell’Autunno. Hanno molteplici colori, rappresentano una meraviglia stagionale sia prima che dopo essere cadute dai rami. Prima, perchè tingono i boschi e i parchi di tonalità mozzafiato, dopo, perchè danno vita ad autentici tappeti naturali fondamentali per la fertilità del suolo e per offrire riparo alla fauna selvatica. Ma le foglie morte ci ricordano anche l’inesorabile ciclo dell’esistenza: si muore per rinascere. Ecco perchè, a pochi giorni dall’Equinozio d’Autunno, ho deciso di regalarvi una photostory che inneggia alla bellezza e al tripudio cromatico delle falling leaves.

 

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Midsommar, la festa svedese di Mezza Estate

 

In Svezia, come ho già accennato nell’articolo dedicato al Solstizio d’Estate, la Midsommar, o festa di Mezza Estate, è la più celebrata dopo il Natale. Si svolge nel weekend che segue il Solstizio ed è salutata da un’euforia generale: solitamente viene festeggiata in campagna, in mezzo alla natura, per sancire il ritrovato connubio tra l’uomo e il creato dopo i rigori invernali. Nelle città, le location sono invece rappresentate dai grandi parchi svedesi; a Stoccolma, per esempio, la Midsommar si celebra al parco Skansen, il museo all’aperto più antico al mondo. Imprescindibile è la presenza del midsommarstång, il nostro “albero del Maggio”, che viene ornato di fiori, foglie, piante rampicanti, ghirlande floreali e decorazioni simboliche. Attorno al palo si danza, si canta: sono riti ancestrali che propiziano la fertilità della terra e un copioso raccolto autunnale. Gli svedesi si riuniscono con le loro famiglie, i parenti e gli amici per organizzare gioiose tavolate all’aria aperta. Eh già, perchè la Midsommar è una festa conviviale; si mangia e si beve insieme in abbondanza, approfittando del ritorno della luce per assaporare le più tipiche delizie svedesi.

 

 

I cibi tradizionali includono le aringhe in salamoia cucinate in svariati modi (buonissime quelle con panna ed erba cipollina), il salmone marinato, le patate novelle e fragole svedesi in quantità, particolarmente dolci. Bere è un must, in quanto sottolinea l’atmosfera di giubilo per l’arrivo dell’estate: i brindisi di grappa speziata si susseguono accompagnati dagli snapsvisor, caratteristici ritornelli scandinavi che inneggiano alla bontà della bevanda. Potremmo definirli dei versi messi in musica, quasi degli stornelli, che precedono ogni shot di grappa.

 

 

I fiori di campo la fanno da padrone sia sul midsommarstång che come elementi ornamentali della festa. Uno su tutti? Le coroncine di fiori che le giovani donne sfoggiano, intrecciate rigorosamente a mano. Una tradizione prevede che le ragazze raccolgano fiori di campo e che ne posizionino, quella stessa notte, sette diverse specie sotto il cuscino: potranno vedere in sogno il loro futuro marito. La Mezza Estate, in Svezia, è una festa nazionale. Le città si svuotano, molte attività chiudono i battenti e chi può, come ho già detto, si riversa nelle località agresti. All’aperto si organizzano giochi, ci si bagna nei fiumi, si accendono gli immancabili falò in prossimità delle acque se non sull’acqua addirittura. Ma soprattutto ci si corteggia, si imbastiscono flirt, ci si innamora: pare che in Svezia, intorno a Marzo e Aprile, si verifichi un picco delle nascite. Non è un caso che questi neonati siano stati ribattezzati “Midsommar barn”, ovvero “bambini di Mezza Estate”.

 

 

Il dolce più noto della Midsommar è senza dubbio la Jordgubbstårta: si tratta di una golosissima torta di pan di spagna guarnita con deliziosa crema pasticcera, panna, meringhe, fragole e granella. La torta, molto soffice, può essere stratificata e farcita con le fragole a pezzetti affiancate dalla chantilly e dalla panna montata; le fragole intere, le meringhe e dosi massicce di panna montata abbonderanno, poi, sulla superficie della Jordgubbstårta. Inutile dire che un dolce del genere fa salire alle stelle l’entusiasmo che impregna la festa di Mezza Estate

 

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Solstizio d’Estate: rituali e tradizioni in giro per il mondo

 

Solstizio. Il tempo sembra fare una sosta e guardarsi intorno in una sospensione di luce.
(Fabrizio Caramagna)

 

L’estate arriva oggi, un giorno prima rispetto al 21 Giugno, esattamente alle 22.51. E pare che dal lontano 1796 il Solstizio non fosse mai caduto così in anticipo: stiamo parlando di ben 228 anni fa! Nell’emisfero boreale inizia l’estate astronomica, i raggi del sole sono posizionati perpendicolarmente al Tropico del Cancro e l’astro infuocato risplende alla massima altitudine. E’ il giorno più lungo dell’ anno: in Italia avremo dalle 14 e mezzo alle 16 ore di luce consecutive. Il Solstizio d’Estate rappresenta, fin da tempi remotissimi, una delle date più importanti e festeggiate dell’anno. Non è difficile immaginare il perchè: la potenza solare è al suo apice, emana un’energia che ha a che fare con la vita stessa. La natura esplode rigogliosa, è tempo di raccolto, che per gli antichi popoli costituiva il sostentamento quotidiano. Ho parlato con dovizia di particolari, negli anni scorsi, del Solstizio d’Estate e delle sue caratteristiche: per rileggere l’articolo del 2023, cliccate qui. Oggi, invece, andremo alla scoperta di come Litha (così i pagani chiamavano il sabbat che celebravano il 21 Giugno) viene celebrato in alcuni paesi del mondo.

 

 

In tutte le culture, il Solstizio d’Estate è una data fortemente connessa con il Sole, la vita e la natura (che sono infatti un tutt’uno). I festeggiamenti più comuni riguardano l’accensione dei falò, simboli solari che esaltano il vigore dell’astro e hanno una funzione beneaugurante e purificatoria. L’energia del Sole, per gli antichi popoli, si concentrava nelle “ley lines”, le linee temporanee che congiungono luoghi ed elementi dall’importante valenza mistica. Ciò valeva anche per i dolmen, i mehir e i cerchi di pietre, monumenti in cui rientrano i megaliti di Stonehenge: il giorno del Solstizio i cristalli di caricano di energia solare, e le pietre di Stonehenge, ricche di quarzo, sono direttamente coinvolte in questo fenomeno. Ecco perchè miriadi di moderni druidi e persone comuni si ritrovano ogni anno nel sito neolitico dello Weltshire, in Inghilterra, per ammirare l’alba del Solstizio.

 

 

Il Sole sorge sempre sulla Heel Stone, il megalito più massiccio che dista circa 75 metri dal complesso di pietre, e in inverno tramonta nello stesso punto. Nei paesi del Nord Europa si celebra la Mezza Estate (Midsommar), e i festeggiamenti vanno dal 21 al 25 Giugno: un periodo che include sia il Solstizio d’Estate che la ricorrenza di San Giovanni Battista. In Svezia, nelle zone rurali, le celebrazioni raggiungono l’apice tra tavolate all’aperto, bevande e cibo a volontà; tra le pietanze tradizionali troviamo le aringhe, le uova sode, le patate novelle bollite, il knäckebröd (un tipico pane croccante) spalmato di formaggio e fragole in abbondanza come dessert. Il clou della festa sono però i balli intorno al palo adornato di ghirlande floreali, il Midsommarstång , un rito antichissimo (pare che risalga al 1500) finalizzato a propiziare la fertilità della terra.

 

 

Un altro rituale immancabile nei paesi scandinavi è rappresentato dagli enormi falò che vengono accesi alla vigilia dei festeggiamenti. Come in molte altre località, i fuochi tengono a debita distanza le entità malvagie e sono di buon auspicio per il raccolto. La particolarità dei falò scandinavi è quella di ardere in prossimità dei laghi, dei fiumi o del mare, creando un effetto di immensa suggestività. In Finlandia, la Mezza Estate è la festa nazionale di maggior rilevanza. Viene considerata la “notte bianca” per eccellenza e si celebra in campagna: il sole di mezzanotte la dota di un scenario straordinario. Un tempo era comune sposarsi in queste date o compiere incantesimi inneggianti all’amore e alla fecondità. Molto importante era anche (e lo è tuttora) bere e gozzovigliare, poichè si pensava che il rumore spaventasse gli spiriti maligni e aprisse le porte alla fortuna. Oggi, all’ antico rito dei falò si alternano la sauna, le danze, le grigliate all’aria aperta e le gite in barca.

 

 

In Spagna le celebrazioni del Solstizio coincidono con la festa di San Giovanni Battista, e come in Italia le tradizioni della vigilia sono numerosissime: la principale riguarda l’accensione dei falò, che hanno una funzione purificatoria per l’esteriorità e l’interiorità di ognuno. Saltare sopra le fiamme è altamente beneaugurante. Più volte si salta, meglio è; farlo tre volte di seguito garantisce buona sorte fino alla fine dell’anno. Un altro rituale vede invece protagonista l’acqua, nello specifico quella dell’oceano: l’usanza del bagno di mezzanotte mira a scacciare le entità malvagie “annegandole” tra le onde.

 

 

A proposito di oceano, un’interessante cerimonia tradizionale si tiene al di là dell’Atlantico, precisamente in Bolivia: sulla Isla del Sol, collocata nel lago Titicaca, il popolo Quechua organizza festeggiamenti a base di danze e musiche tradizionali. Risuonano i tamburi, si espande l’ipnotica melodia del siku (un tipico strumento a fiato andino simile al “flauto di Pan”), si eseguono riti che omaggiano la Pachamama – in quecha “Madre Terra”,  venerata da tutti gli indigeni delle Ande – e inneggiano alla sua fertilità.

 

 

Ritorniamo dall’altra parte dell’oceano, dove in paesi dell’Est come la Polonia, la Bielorussia, la Russia, la Lituania e l’Ucraina il Solstizio si celebra la notte di Ivan Kupala, San Giovanni Battista, ovvero tra il 23 e il 24 Giugno per chi segue il calendario gregoriano. E’una festa molto sentita che include diversi rituali: tutte le donne indossano una corona di fiori, si accendono falò e ci si approvvigiona di erbe magiche, proprio come da noi. Anche in questo caso, il fuoco e l’acqua rivestono dei ruoli fondamentali. Il primo ha soprattutto una funzione divinatoria: secondo la tradizione, le coppie di fidanzati devono saltare sulle fiamme tenendosi per mano; se dopo il salto le loro mani rimangono unite, sono fatti l’uno per l’altra. Nell’acqua, invece, si gettano le corone di fiori delle donne, che a conclusione della festa vengono lasciate galleggiare lungo il fiume. Ma la notte di Ivan Kupala l’acqua la fa davvero da padrone: molti giovani la utilizzano per fare scherzi o bagnare le persone che passano per strada.

 

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Il ritorno delle rondini e la loro importanza per l’ecosistema

 

Bisogna essere leggeri come una rondine, non come una piuma.
(Paul Valery)

 

Che fine hanno fatto le rondini? Se le osserviamo mentre sfrecciano nel cielo, finalmente di ritorno dopo giorni e giorni di maltempo, notiamo che sono sempre meno numerose rispetto agli anni scorsi. Quando ero bambina il loro arrivo, i loro garriti, il loro volo che sembrava sfiorare le nuvole annunciava l’inizio della Primavera. Oggi è raro vederle a Marzo, e persino ad Aprile. Generalmente ricompaiono a Maggio, quando il clima è mite a sufficienza e il sole splende. Ma perchè così tardi, e perchè il loro numero si è così ridotto? Pare che ciò sia dovuto al massiccio utilizzo delle sostanze chimiche nell’agricoltura intensiva, che ha determinato una netta diminuzione degli insetti: nutrendosi essenzialmente di zanzare, mosche, libellule e scarafaggi, le rondini non hanno più a disposizione “pasti” appetibili. Anche i cambiamenti climatici, responsabili di drastiche variazioni nelle temperature, hanno influito su quel fenomeno pesantemente. E pensare che le rondini, in quanto uccelli migratori, affrontano un lungo e travagliato viaggio per tornare in Europa dall’ Africa, dove si rifugiano durante la stagione fredda. Spostandosi in immensi stormi, a Primavera risalgono il deserto del Sahara o la valle del Nilo dirette verso il nostro continente. Non volano ad alta quota come quando le ammiriamo, preferiscono sfrecciare a basse altitudini, e riescono a percorrere distanze di 320 km al giorno viaggiando a 50 km orari. Dall’ Africa all’ Europa, le rondini compiono annualmente circa 11.000 km. Quelle che vediamo in Italia, di solito, in Inverno si rifugiano nell’ Africa centrale. Sto parlando della rondine comune, contraddistinta dalla coda biforcuta e dal bicolore blu scuro-grigio che le tinge, rispettivamente, il dorso e il ventre. Pesa solo 20 grammi e non raggiunge i 20 cm di lunghezza, ma è veloce come un razzo!

 

 

Se la rondine comune ha questo tipo di caratteristiche, quali sono gli uccelli che le somigliano? Innanzitutto i rondoni, poi i balestrucci. Preferisco però soffermarmi sui primi, elencandovi le differenze principali tra le due specie: della rondine, appartenente all’ ordine dei Passeriformi e alla famiglia delle Hirundinidae, in Europa è diffusa la sottospecie chiamata Hirundo rustica; il ventre chiaro è il suo segno distintivo. Il rondone, il cui nome scientifico è Apus apus, appartiene all’ ordine degli Apodiformi e alla famiglia delle Apodidae. Il suo ventre è scuro, come il dorso. Inoltre, il rondone è in grado di raggiungere velocità incredibili e riesce persino ad assopirsi durante il volo. Un altro particolare che contribuisce a distinguere le rondini dai rondoni è il loro nido, che realizzano in maniera diversa: le rondini sono solite “fabbricarlo” con il fango delle pozzanghere, mescolandolo con erba e piume e collocandolo preferibilmente sotto le grondaie, mentre i rondoni optano per le cavità degli edifici e le fessure che si aprono lungo i muri. Anche le zone che li vedono più presenti differenziano rondini e rondoni. Le rondini prediligono la campagna, i rondoni la città.

 

 

Tornando alla rondine, dobbiamo sapere che entra in cova al principio di Maggio. E qui mi riallaccio al discorso iniziale, ossia alle rondini che sono sempre di meno: in virtù di ciò, la legge ha tassativamente vietato di eliminare o danneggiare i loro nidi, dove due volte all’anno depongono quattro o cinque uova che sia il maschio che la femmina della specie covano per circa un paio di settimane. I cuccioli di rondine diventano “adulti” a 20 giorni, e non è raro vederli prendere il volo in un lasso di tempo così breve. Negli ultimi anni, i nidi dell’ Hirundo rustica si sono concentrati nei sottotetti delle case: come ho già accennato e ora ribadisco, evitate assolutamente di rimuoverli, perchè le rondini e i loro nidi sono protetti dalla legge. Ma non solo per questo. Le rondini, infatti, sono uccelli importantissimi per il mantenimento dell’ecosistema.

 

 

Essendo un insettivoro, la rondine si ciba di molti insetti dannosi per le coltivazioni agricole. Per esempio la Piralide, un noto parassita del mais. In più, nutrendosi delle mosche e dei tafani che ronzano intorno ai bovini, li lascia più liberi di produrre concime sotto forma di letame, essenziale per incrementare la fertilità dei campi. Le rondini sono utilissime ai fini di proteggere la biodiversità: la loro funzione è essenziale proprio per questo. Rispettiamole, e garantiamo la loro sopravvivenza.

 

 

Abbiamo parlato del ritorno delle rondini; ma quando se ne vanno? Naturalmente con l’approssimarsi dell’ Autunno, prima che arrivino i primi freddi. A Settembre sono già pronte per la migrazione: è curioso notare come si radunino sui fili del telefono o della luce in grandi stormi. Da lì si dirigono verso l’Africa, dove potranno godere del clima caldo per tutta la durata del nostro Inverno. Sono le rondini nate nei mesi estivi, le più piccole, ad iniziare il lungo viaggio. Qualcuna, tuttavia, decide di posticipare la partenza a Ottobre: in ogni caso, si tratta di casi isolati e di rondini in età matura.

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Cantare il Maggio: i maggerini e i loro canti rituali

 

Con il 1 Maggio ritorna la tradizione agreste dei “canti del Maggio”, diffusi prevalentemente in regioni come le Marche, l’Umbria, la Toscana, l’Emilia Romagna, la Liguria, il Piemonte e alcune aree della Lombardia. I cantori, detti “maggerini” o “maggianti”, danno il via ai loro canti di questua nella notte del 30 Aprile e li concludono la sera successiva. Sono canti gioiosi, stornelli accompagnati dal suono dei violini, delle fisarmoniche, dei cembali e degli organetti; i termini e le espressioni dialettali la fanno da padrone, rendendo ancor più genuino il saluto alla Primavera che i maggerini intonano di porta in porta, inoltrandosi nei villaggi e percorrendo i sentieri campestri. Nelle Marche, la mia regione, i canti di questua si chiudono immancabilmente con un “saltarello” vivacissimo che sottolinea le richieste che i cantori rivolgono al “vergaro” e alla “vergara” (i proprietari della casa colonica). La tradizione, infatti, vuole che i maggerini ricevano una lauta ricompensa: di solito si tratta di salumi, uova, formaggi e pollame vario affiancati al classico bicchiere di vino. E’ molto raro, d’altronde, che le famiglie non soddisfino la questua; si dice che i doni elargiti ai cantori attirino la buona sorte, favoriscano il benessere fisico e garantiscano un abbondante raccolto.

 

 

Il numero dei maggerini può variare dai tre ai dieci, anche se gruppi così nutriti sono comuni più che altro nel fabrianese. Il Cantamaggio, come vi ho già accennato, inneggia alla Primavera e alla lietezza (ma anche all’ebbrezza) che si associa alla rinascita. L’allegria predomina, mescolata ad accenti dionisiaci e a una malizia scanzonata. Non mancano le odi alla fertilità di buon auspicio per il nuovo ciclo agricolo: è questo, sostanzialmente, l’augurio che i maggianti portano di casa in casa. Il Cantamaggio, non a caso, trae le sue origini dai riti di fecondità che i pagani eseguivano in epoche molto antiche.

 

 

I profondi mutamenti della società hanno fatto sì che, fino a qualche anno fa, la tradizione di “cantare il Maggio” si smarrisse nei meandri del tempo. L’omologazione ha a poco a poco distrutto la cultura agreste; le campagne si spopolano e solo un esiguo numero di famiglie potrebbe offrire ai maggianti salumi, formaggi e uova fresche. Negli anni ’80, eppure, come per miracolo qualcosa è cambiato. Mi riferisco sempre alle Marche: il Cantamaggio di Morro d’Alba festeggia questo mese la sua 42esima edizione, e anche in paesi come Montecarotto e Monsano è stata ripristinata l’antica usanza dei canti di questua. Nel fabrianese, poi, il rito del Cantamaggio ha ripreso gradualmente vigore. L’appuntamento con i maggerini è ormai immancabile sia nelle frazioni che per le strade di Fabriano, dove non è raro avvistarli mentre intonano i loro canti rituali.

 

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