Il giardino d’estate: la tendenza dell'”outdoor dining”

 

Del giardino non si può smettere di parlare proprio in estate. Ma se negli articoli precedenti mi sono focalizzata sul green design, oggi approfondirò un’attività che, durante la stagione calda, è fortemente associata a questo spazio: le cene in giardino. Gli anglosassoni la chiamano “outdoor dining”, cenare all’aperto; è una piacevole abitudine diventata tendenza. Perchè piace così tanto? In primis perchè il giardino, così come viene concepito oggi (rileggi l’articolo cliccando su questo link), è un vero e proprio salotto al chiaro di luna. I fiori e le piante sono intervallati da fontane, lanterne, statue, elementi ornamentali… non manca mai un angolo dedicato al relax, con tanto di divani, tavolini, soffici cuscini e sedie in fibra naturale. Il giardino possiede tutto il fascino di uno spazio privato dove la convivialità viene vissuta al di fuori delle quattro mura. Il comfort, naturalmente, rimane un punto di forza: l’illuminazione giusta accentua la suggestività dell’atmosfera, che sia costituita da candele, catene luminose pensate per l’outdoor o lanterne orientaleggianti. Sono immancabili le piante che fungono da repellenti per ospiti “sgraditi” come le zanzare, tipo la citronella e il rosmarino. Ultimo, ma non per importanza, la frescura garantita dagli alberi è un dono da non trascurare: le folte fronde, che impediscono ai raggi solari di penetrare, e il processo di evapotraspirazione, tramite cui le foglie rilasciano umidità nell’aria, rappresentano un prezioso antidoto contro il calore.

 

 

Ma esistono altri motivi associati alla passione per le cene outdoor. Mangiare all’aperto è un’esperienza multisensoriale: il canto dei grilli o degli uccelli in sottofondo, la splendida scenografia naturale, il “tetto” di stelle, favoriscono un clima rilassato che accentua il gusto dei cibi. Tutto sembra avere un sapore più invitante, predisponendo gli ospiti al buonumore e a godere di momenti unici e irripetibili.  Se è presente anche un orto, poi, tanto di guadagnato: l’interesse per i prodotti a chilometro zero potrebbe rendere la cena all’aperto ancora più speciale.

 

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La Festa di Mezz’Autunno o Festa della Luna cinese: una ricorrenza intrisa di fascino e leggende

 

Quest’anno è caduta il 6 Ottobre, perciò ce la siamo già lasciata alle spalle. Ma voglio parlare ugualmente della zhōngqiūjié 中秋节 cinese, ovvero “Festa di Mezz’Autunno”. E’ anche detta “Festa della Luna” ed è una delle celebrazioni tradizionali di spicco del paese della Grande Muraglia. La sua data è fissata al quindicesimo giorno dell’ottavo mese lunare, quando la luna si trova più lontana dalla terra: quella notte, il plenilunio risplende come non mai. Il periodo in cui si colloca la festa, nel Calendario Gregoriano, supera di una manciata di giorni l’Equinozio d’Autunno. La Festa della Luna, infatti, viene celebrata a cavallo tra Settembre e Ottobre.

Il significato della festa

Un’altro appellativo della festa è “Festa della Riunione Familiare”, e questa definizione dice tutto: la contemplazione della luna, le offerte che a lei si dedicano, sono una parte preponderante delle celebrazioni. Ma sono attività che non si compiono da soli, bensì con la propria famiglia. Quella notte, riunirsi in famiglia è tassativo. Non importa quali sono le distanze che separano ciascun membro familiare, ciò che conta è ritornare a casa, ritrovarsi, trascorrere la sera al chiar di luna: ci si siede attorno a un tavolo sul terrazzo, tutti insieme, per ammirare la luna piena e lasciarsi lambire dal suo chiarore. Esiste un’usanza specifica anche riguardo ai pasti. La Festa di Mezz’Autunno prevede che si consumino le celebri tortine lunari, il dolce tradizionale legato a questa importante data. Le tortine lunari hanno una forma tonda o quadrata, ma più comunemente tonda, come la luna, e sulla loro superficie sono incisi sinogrammi beneaugurali. Può essere presente anche la simbologia legata alla festa, come il coniglio, Chang’e (la dea cinese della luna) , i fiori e dei rametti di vite. Al loro interno, le tortine contengono un soffice ripieno di pasta di semi di loto, oppure tuorli d’uovo che simboleggiano il plenilunio. Questo dolce si accompagna a frutta dalla forma rigorosamente rotonda; l’uva, le melagrane, le giuggiole (i datteri cinesi), i cachi, le mele e il pomelo, grazie all’aspetto tondeggiante sono in grado di rievocare la luna piena, ma non solo: il cerchio è anche il simbolo dell’unità familiare.

 

 

Fino a non molto tempo fa, tutti questi cibi di posizionavano anche su un tavolinetto che fungeva da piccolo altare, dove, mentre l’incenso bruciava e ardevano alcune candele, venivano offerti alla luna. Tale tradizione, sfortunatamente, si è molto affievolita con il passar del tempo.

 

 

La storia

Le origini della Festa della Luna sono antichissime. Alcune fonti la fanno risalire all’epoca dell’Imperatore Wu Di, appartenente alla dinastia Han e vissuto tra il 156 e l’87 a.C. L’Imperatore era solito celebrare il plenilunio d’Autunno dedicandogli tre giornate celebrative: “Guardando la luna sulla Terrazza del Rospo”, questo il nome della festa, era un omaggio alla luna comprendente svaghi e banchetti. Secondo altre teorie, la Festa della Luna sarebbe iniziata sotto il dominio della dinastia Shang (1600-1100 a.C.): gli Imperatori, come pure il popolo, in Autunno veneravano la luna piena per ringraziarla del raccolto e invocare i suoi auspici per quello a venire. In futuro, più precisamente all’epoca della dinastia Tang (618-907 d.C.), i festeggiamenti in onore della luna si diffusero anche presso le classi benestanti, desiderose di seguire l’esempio degli Imperatori. Nel corso di queste feste, si brindava alla luna mentre impazzavano i balli e le esibizioni musicali. A quei tempi, le celebrazioni iniziarono a coinvolgere il popolo in un crescendo inarrestabile: i giardini si riempivano di lanterne, il suono dei gong si alternava al ritmo sfrenato battuto dai tamburi. Le offerte alla luna erano associate a rituali di volta in volta più spettacolari. Molto comune, per esempio, era concludere il rito con la prostrazione delle donne della famiglia prima di appiccare il fuoco ai dipinti collocati sull’altare. Tra il 960 e il 1279 d.C., con la dinastia dei Song Settentrionali, la Festa della Luna diventò ufficialmente una festa tradizionale e venne fissata una data ben precisa per le celebrazioni: come vi ho già anticipato, il quindicesimo giorno dell’ottavo mese lunare. Bisogna considerare, infatti, che per il Calendario Cinese l’Autunno è compreso tra il settimo e il nono mese dell’anno.

 

 

Le leggende

Esistono due leggende, in particolare, legate alla Festa della Luna: quella del coniglio lunare e quella della dea Chang’e. Il coniglio è una figura mitologica ricorrente nell’Estremo Oriente; lo ritroviamo in Cina, Corea e Giappone. In Cina viene anche chiamato “coniglio d’oro” o “coniglio di Giada”; le sue origini affondano in una nota fiaba del Buddhismo Indiano. La fiaba narra che Buddha, un giorno, si fermò a meditare in una meravigliosa radura. Dopo aver recitato i sutra, l’Illuminato si tramutò in un bramino e rivolse un appello agli animali del bosco affinchè lo aiutassero, perchè aveva fame e sete. Gli animali accorsero, ognuno con un’offerta per il povero bramino: la lontra gli offrì sette pesci, lo sciacallo la sua preda. Poi arrivò il coniglio, che cibandosi di erbe disse al Buddha che avrebbe potuto offrirgli solo se stesso. Così, tolse dalla sua pelliccia alcuni insetti per non sacrificarli e si gettò tra le fiamme di un fuoco. Buddha rimase talmente colpito dal gesto del coniglio che, per ricompensarlo del suo sacrificio, incastonò le sue sembianze nella luna, dove si dice che fabbrichi l’elisir di lunga vita per la dea Chang’e. Chang’e, la dea cinese della luna, è la protagonista di un’altra leggenda che viene tramandata di padre in figlio durante la Festa di Mezz’Autunno. Chang’e era la moglie di Hou Yi, un valoroso arciere al servizio dell’Imperatore Yao. Un giorno, l’Imperatore gli ordinò di eliminare con le sue frecce 9 dei 10 soli che erano improvvisamente comparsi nel cielo causando un calore e una siccità insopportabili. Hou Yi riuscì nella sua impresa e la Regina Madre, per ricompensarlo, gli regalò la pillola dell’immortalità. Ma lo pregò di non ingerirla immediatamente: avrebbe dovuto prepararsi per dodici mesi pregando e non toccando cibo. Appena tornò a casa, Hou Yi nascose la pillola in un luogo sicuro. Quando venne chiamato per una nuova missione, però, sua moglie Chang’e si accorse della pillola e volle subito ingoiarla. Pochi secondi dopo, il suo corpo si sollevò magicamente da terra e prese il volo verso la luna. Non fece neanche in tempo a posare i piedi sulla sua superficie, che per l’affanno sputò la pillola e quest’ultima si trasformò in un coniglio lunare, mentre Chang’e prese le sembianze di un rospo a tre zampe. Hou Yi, nel frattempo, l’aveva inseguita sulla luna e cominciò a bersagliarla con mille frecce. Chang’e rimase a vivere sulla luna, mentre Hou Yi scelse il sole come sua dimora. Secondo la leggenda, Hou Yi e Chang’e si incontrano regolarmente ogni mese, esattamente il 15, e simboleggiano il sole e la luna: ecco che tornano i principi dello yin e yang dell’antica filosofia cinese, emblemi della dualità dell’universo. Hou Yi e Chang’e sono sole e luna, maschile e femminile, nero e bianco, oscurità e luminosità…due poli opposti, ma rigorosamente dipendenti l’uno dall’altro.

 

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Imbolc, la festività celtica del 1 Febbraio

 

Il freddo è polare, la neve spadroneggia in diverse regioni. Ma lo spiraglio di luce che ha iniziato a manifestarsi dal 21 Dicembre, ormai è evidente: le giornate si sono allungate, il sole comincia a fare capolino e i bucaneve fioriscono, generando un’ illusione di Primavera in mezzo al gelo. A livello temporale ed astronomico ci troviamo nel punto intermedio tra il Solstizio d’Inverno e l’Equinozio di Primavera. Non è un caso che il 1 Febbraio gli antichi Celti festeggiassero Imbolc, una ricorrenza che sanciva il culmine dell’ Inverno o, in paesi come l’Irlanda, il principio della Primavera. Il nome della festa ha molteplici varianti e significati: “Imbolc”, letteralmente “grande pioggia”, sta ad indicare il periodo di transizione stagionale, ma in senso figurato designa la purificazione dalle “scorie” invernali. “Oimelc”, un’altra denominazione della festa, è sinonimo di “lattazione degli ovini”. “Imbolg”, che testualmente si traduce con “nel sacco”, ha l’accezione di “in grembo”. La Natura, infatti, si prepara a rinascere nel grembo di Madre Terra, e con essa gli agnelli che vedono la luce all’ inizio della bella stagione. Il latte di pecora rappresentava all’ epoca un’ importante fonte nutrizionale: era (ed è) la materia prima per la produzione del burro, del siero di latte e di svariati formaggi, ma conteneva anche una grande quantità di calcio, proteine e vitamine. Dei dettagli di rilievo, ai tempi in cui il sostentamento costituiva la linea di confine che separava la vita dalla morte.

 

 

Un’ altra caratteristica di Imbolc è la sua valenza di “festa della Luce”. Era d’uso accendere lanterne, falò e candele per simboleggiare l’ allungamento delle giornate e propiziare un rapido arrivo della bella stagione. I Celti onoravano Brigid, dea della fertilità, della Primavera ma anche del triplice Fuoco che risplende sui poeti, sui fabbri e sui guaritori, categorie di cui la dea è la protettrice: esiste un fil rouge costante che connette il sacro fuoco dell’ ispirazione, la fucina del fabbro e l’ energia che purifica e guarisce. Il motivo della purificazione è legato al fuoco a doppio filo; per Brigid, il primo dei quattro elementi si associa inoltre alla propulsione vitale, una forza che dalle più profonde viscere della Terra si irradia alle entità naturali e interrompe il loro lungo sonno invernale. Brigid è la giovane dea, nell’ Irlanda celtica veniva considerata anche la patrona dei pozzi e delle sorgenti. La leggenda vuole che sia nata all’ alba di Imbolc (l’alba, collocata a metà tra notte e giorno, era uno dei “luoghi di mezzo” venerati dai Celti); una fiamma arde sulla sua fronte, il cigno è il suo animale totem poichè simboleggia il candore, la regalità e il mutamento. Quando arrivava Imbolc, all’aurora, i Celti accendevano falò in onore di Brigid, ed è sempre la dea del triplice Fuoco che invocavano le partorienti. Le celebrazioni del 1 Febbraio iniziavano immancabilmente al tramonto del giorno prima, perchè per il calendario celtico ogni giornata cominciava al calar del sole.

 

 

Con l’ avvento del Cristianesimo, la festività pagana di Imbolc venne sostituita dalla Candelora, che celebra la presentazione di Gesù Bambino al Tempio di Gerusalemme; durante la messa, la tradizionale benedizione delle candele omaggia la luce di Cristo. La ricorrenza di Santa Brigida, invece, prese il posto dell’adorazione della dea Brigid: la santa, una badessa irlandese, insieme a San Patrizio fu attivissima nell’ evangelizzazione del suo paese.

 

Brigid in un dipinto di John Duncan, “The coming of bride”, del 1917