Vacanze su un’isola: perché piacciono tanto

Alicudi

 

Dev’esserci un’isola più a sud,
una corda più tesa e più vibrante,
un altro mare che nuota in altro blu.

(José Saramago)

 

Le mete più gettonate dell’estate 2026 sono state le isole. Ma non parliamo di atolli tropicali, di arcipelaghi esotici situati all’altro capo del mondo. Gli italiani hanno scelto isole molto più a portata di mano, raggiungibili con voli brevi e pochi minuti di traghetto. I mari che le ospitano? Principalmente, lo Ionio e il Mediterraneo. Il motivo è molto semplice: coniuga una distanza abbordabile con spiagge splendide, mare cristallino e una buona dose di praticità. Secondo i sondaggi, tra le isole più frequentate rientrano la greca Corfù (dove Madonna ha festeggiato da poco il suo compleanno) e le Cicladi, seguite da Ibiza e Formentera, Malta, le isole Canarie, soprattutto Lanzarote. In Italia, destinazioni come la Sardegna, Capri, l’isola d’Elba e la Sicilia hanno registrato il massimo afflusso di turisti. Ma al di là dei nomi più noti, il boom ha riguardato anche piccoli gioielli collocati nei mari del nostro Paese: basti pensare, ad esempio, a Pantelleria, o alle incantevoli isole Eolie, omaggiate da registi leggendari del cinema italiano e internazionale. Ma perché le isole piacciono tanto? Proviamo a scoprirlo insieme.

 

Capri

La sensazione di libertà

Il fatto che l’isola sia circondata dal mare dona la sensazione di staccare completamente con il tran tran quotidiano, con la vita di città. E’ come se quel mare fungesse da barriera tra la vacanza e lo stress della routine che ci intrappola giornalmente.

Il mare turchese

Non c’è bisogno di arrivare ai Caraibi per trovare un mare da sogno, trasparente e dove praticare molteplici sport acquatici: nuoto, sci nautico, snorkeling, surf, immersioni subacquee, barca a vela…

 

Creta

L’elogio della lentezza

Sulle isole i ritmi sono rallentati, rilassanti, a misura d’uomo. L’impressione è quella di trovarsi in un’oasi paradisiaca in cui il relax viene messo al primo posto.

La natura selvaggia

Le coste delle isole sono spesso frastagliate, ricche di baie, calette e spiagge nascoste, dove la vegetazione si alterna a scogli e rocce. Il paesaggio selvaggio e il clima ventilato, favorito dall’assenza di barriere naturali, esercitano un forte fascino su chiunque si trovi a visitare quelle zone.

 

Sardegna

Divertimento e relax, un’accoppiata vincente

Pensate a Ibiza, un’isola con una doppia anima: di notte, la regina dei club più esclusivi; di giorno, natura incontaminata, fincas (i tipici casali bianchi delle aree rurali) e piante di fichi, ulivi e carrubi nella campagna assolata.

 

Formentera

La forza delle tradizioni

Le comunità insulari sono un “mondo a parte”: le tradizioni sono molto sentite, così come la propria identità culturale. Non è raro assistere a eventi o manifestazioni di grande importanza e suggestività, gustare prodotti enogastronomici particolari, scoprire i capolavori dell’artigianato locale. Quest’atmosfera speciale, dai forti connotati distintivi, riesce a coinvolgere e ad entusiasmare.

 

Pantelleria

Un’isola per ogni esigenza

Esistono isole modaiole, pensate a Mykonos o Santorini; isole per il turismo di lusso, come la Sardegna o Capri; isole dai paesaggi spettacolari, ad esempio le Eolie, che sfoggiano panorami vulcanici e marini imperdibili e sono diventate Patrimonio dell’Umanità Unesco. In breve, c’è un’isola per tutti i gusti. Ognuno può scegliere l’isola che più gli si confà, che più lo aggrada. Anche un’isola incontaminata e meno battuta dal turismo, volendo: tipo Capraia o Giannutri. Ogni isola ha la sua peculiare identità.

 

Isola d’Elba

Sempre in movimento

Le isole offrono molteplici attività di svago: con le mani in mano non si sta. Vengono organizzate gite, percorsi di trekking, escursioni, degustazioni enogastronomiche, corsi di sport d’acqua…c’è solo l’imbarazzo della scelta.

 

Sicilia

Un viaggio di scoperta

Sulle isole, soprattutto quelle più grandi, c’è molto da scoprire. Si esplorano città, scenari naturali, culture, tipicità locali…e si assapora il fascino potente della storia. L’esempio più calzante è la Sicilia, crocevia di civiltà, con la sua natura prorompente, le città d’arte, il mare cristallino e le coste straordinarie, la potenza dell’Etna e l’unicità della sua identità culturale.

 

Santorini

 

E voi, amate le isole? Avete trascorso le vacanze su un’isola? Qual è la vostra isola preferita? Scrivetelo nei commenti.

 

Mykonos

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Neve marzolina

 

Chi l’avrebbe detto? Mancano solo quattro giorni all’Equinozio di Primavera ma, a sorpresa, è ritornata la neve. Pare che la responsabile sia  una perturbazione arrivata dalla Scozia, dapprima attiva sull’Italia nord-occidentale e poi, via via, diretta anche verso sud. In regioni come il Piemonte, la Valle d’Aosta, la Liguria e la Lombardia la neve è già caduta, ma dalle alte vette iniziali si è spostata a 500-600 metri di altezza. Il manto nevoso, in alcune zone, ha raggiunto persino il mezzo metro. Nella giornata di ieri, svariate regioni sono state interessate dallo stato di allerta della Protezione Civile: arancione per la Liguria, la Lombardia, la Calabria e la Sicilia, gialla per la Valle d’Aosta, il Piemonte, l’Emilia-Romagna, la Puglia e la Basilicata. Si prevedono precipitazioni abbondanti, rovesci e temporali accompagnati da un vento sferzante, e non di rado da grandinate. Questo inatteso colpo di coda dell’Inverno non andava trascurato: è per questo che ho voluto dedicargli la nuova photostory di MyVALIUM.

 

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Arriva la Befana: un excursus sui suoi dolci tipici in Italia

 

L’Epifania è alle porte: la fine del magico periodo natalizio si avvicina. Della Befana ho parlato molte volte, esplorando le sue origini e le sue tradizioni, e così dei Re Magi. E’ la prima volta, però, che mi addentro in un excursus sui dolci tipici del 6 Gennaio in alcune regioni italiane. Iniziamo, dunque, questo percorso all’insegna delle golosità tradizionali; tutto sommato, dopo l’ennesima scorpacciata, mettersi a dieta potrebbe rientrare tra i buoni propositi dell’anno nuovo.

Lombardia

I dolci più tipici di questa regione sono i cammelli di pasta sfoglia di Varese, dolcetti che riproducono i cammelli dei Re Magi: possono essere privi di farcitura oppure riempiti di crema, panna, marmellata, cioccolato o frutta.

Piemonte

Nell’area di Cuneo, molto celebre è la Fugassa (focaccia) d’la Befana: una torta soffice, dorata e rotondeggiante che pare sia nata molto prima del panettone. La tradizione voleva che all’interno della torta si nascondessero una fava bianca e una fava nera; chi si imbatteva nella fava bianca era tenuto a pagare la focaccia, chi in quella nera doveva pagare il vino.

 

 

Veneto

Nella regione della Serenissima predomina la “pinza”: la Pinza Venessiana della Befana si prepara con farina gialla e dosi massicce di frutta secca; la Pinza Marantega, tradizionale in tutto il Triveneto, è una sorta di pane dolce farcito con fichi secchi, canditi, uvetta, pinoli e un filo di Grappa.

 

 

Liguria

Come in molte altre regioni, troviamo diversi dolci tipici dell’Epifania: gli anicini, biscotti all’aroma di anice gustati con vin dolce,  si alternano alla Ciambella del Re Magi, tradizionale anche in Spagna, e alla torta di pistacchi, molto popolare a Genova.

 

 

Toscana

In terra toscana vincono i Befanini, biscotti in varie forme natalizie (stelle, renne, alberi di Natale) “spruzzati” di confettini colorati. Molto noti sono anche i Cavallucci di Siena, dolcetti estremamente morbidi riempiti di spezie, noci e canditi. I Cavallucci sono tipici non solo di Siena, bensì anche di Lucca e Viareggio.

 

 

Marche

Nelle Marche, molto diffuse sono le paste della Befana, simili ai Befanini, e le Pecorelle, caratteristiche di Genga: si presentano come dolcetti simili a cornetti ripieni di marmellata e frutta secca e ricoperti di zucchero a velo.

 

 

Abruzzo

Anche qui troviamo la Pinza della Befana, ma non solo: i Pepatelli sono forse il dolce più celebre, persino in Molise. Somigliano un po’ ai Cantucci e vengono preparati con farina, miele e mandorle aggiungendo il caratteristico pepe nero macinato che dà il nome al dolce.

 

 

Puglia

Nel Salento spicca un dolce, i Purcedduzzi, che somiglia molto alla Cicerchiata carnevalesca diffusa nelle Marche, in Umbria, Abruzzo e Molise e agli Struffoli del Sud Italia. La sua ricetta, però, non include le uova, mentre abbonda di olio extravergine d’oliva. I Purcidduzzi vengono tradizionalmente ricoperti di miele e innaffiati di Limoncello.

 

 

Campania

In Campania non può mancare la Pastiera, la prima dell’anno. Molto famosi sono anche gli Struffoli, un tripudio di palline di pasta dolce che vengono servite fritte e ricoperte di miele, canditi e zuccherini colorati.

 

 

Sicilia

Nell’ isola mediterranea i dolci della Befana abbondano: Buccellati, Mustazzoli, Cubbaita, Torrone di Mandorle, Cassatelle di Ricotta, Carbone Dolce, sono solo alcune delle tipicità consumate il 6 Gennaio. Tra i dessert più iconici troviamo i Cucciddati, dolcetti di pasta frolla farciti con un mix di fichi secchi, cioccolato, miele, spezie, frutta secca come mandorle e noci, e ricoperti di glassa bianca e confettini colorati. Dei Cucciddati, tuttavia, esistono innumerevoli varianti locali.

 

 

Foto via Pixabay, Pexels e Unsplash

Foto della Pinza (Veneto): Paolo Piscolla from Bologna, CC BY-SA 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0>, via Wikimedia Commons

Foto dei Purcedduzzi (Puglia): Matteo Amorino, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons

Foto dei Cucciddati (Sicilia): Gagz135, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, da Wikimedia Commons

 

Santa Lucia nella cultura agreste: la festa della luce che ritorna

 

La ricorrenza di Santa Lucia, celebrata il 13 dicembre, è una delle più antiche e suggestive del calendario invernale. Nella civiltà contadina, profondamente legata ai ritmi della natura e alla luce del giorno, questa festa assumeva un significato particolare: rappresentava il momento in cui, nel cuore dell’inverno, si intravedeva il primo segno del ritorno del sole.

Il giorno più corto dell’anno: una soglia simbolica

Per secoli, prima della riforma del calendario, il 13 dicembre cadeva in prossimità del Solstizio d’Inverno. Non sorprende, quindi, che la tradizione popolare abbia conservato il proverbio: “Santa Lucia, il giorno più corto che ci sia.” Nelle campagne, dove la luce naturale regolava ogni attività, questo giorno segnava il culmine del buio. Ma proprio per questo era vissuto come una soglia di speranza: da quel momento, si diceva, le giornate avrebbero ricominciato ad allungarsi, anche se impercettibilmente. Santa Lucia diventava così la messaggera del ritorno della luce, come ricordano molte tradizioni europee legate ai riti luminosi.

 

 

Riti domestici e simboli di luce

Nelle case rurali, la notte tra il 12 e il 13 dicembre era illuminata da piccoli fuochi, candele e lumini posti alle finestre. Non erano semplici decorazioni: erano gesti rituali, modi per proteggere la casa dal buio e per accogliere simbolicamente la luce che tornava. La luce di Santa Lucia era considerata una benedizione: proteggeva gli animali nelle stalle, custodiva i raccolti conservati per l’inverno, portava serenità nelle famiglie, e ricordava che nessuna notte è eterna.

 

 

Una festa profondamente contadina

Nella cultura agreste, Santa Lucia era legata anche alla protezione del lavoro dei campi. In molte regioni del Sud la festa assumeva un carattere devozionale e comunitario, con riti gastronomici come la cuccìa, un piatto a base di grano bollito e crema dolce che ancora oggi viene preparato in Sicilia in segno di gratitudine e memoria. Nel Nord Italia, invece, la tradizione si intrecciava con il mondo infantile: Santa Lucia portava piccoli doni ai bambini, spesso accompagnata dal suo asinello, in una notte che univa sacro e popolare. Anche questo rito, in un certo senso, conservava un nucleo estremamente genuino: il dono della luce, della bontà, della speranza nel cuore dell’inverno.

 

 

La santa che “vede” oltre il buio

Santa Lucia è anche la protettrice della vista. Nella civiltà contadina, questo significato era interpretato in modo simbolico: la santa aiutava a “vedere” oltre il buio dell’inverno, la paura della scarsità, le difficoltà della stagione fredda. Era la santa che portava visione, non solo luce.

 

 

Il significato profondo per le comunità rurali

Per le comunità agricole, la festa di Santa Lucia era molto più di una ricorrenza religiosa: era un rito cosmico, un momento in cui la natura e la spiritualità si incontravano. Rappresentava: la resistenza al buio, la fiducia nel ritorno del sole; la certezza che la vita, anche quando sembra immobile, sta già ricominciando. Era la festa della speranza minima ma certa, quella che nasce quando tutto sembra fermo e invece, silenziosamente, qualcosa riprende a crescere. Non posso che concludere citando alcuni proverbi che la saggezza popolare ha dedicato alla Santa della Luce: li trovate qui di seguito.

 

 

Santa Lucia, il giorno più corto che ci sia.

 

 

Da Santa Lucia a Natale, il dì allunga un passo di cane.

 

 

Per Santa Lucia il giorno corre via.

 

 

Da Santa Lucia il freddo si mette in via.

 

 

 

Santa Lucia con il fango, Natale all’asciutto.

 

 

Per Santa Lucia e per Natale, il contadino ammazza il maiale.

 

Foto via Unsplash

 

Il luogo: alla scoperta di Scilla con Domenica Fontana

 

Benvenuti a una nuova puntata della rubrica “Il luogo”, lo spazio dedicato ai viaggi, ai borghi incantati e alle località che meritano di essere scoperti e vissuti. Oggi vi porto in Calabria, precisamente a Scilla: un comune di poco più di 4000 abitanti affacciato sul mar Tirreno, dove la bellezza si mescola con la leggenda e ogni angolo vibra di storia e di magia. Scilla è arroccata su un promontorio che guarda lo Stretto di Messina, e già il suo nome richiama l’antico mito della ninfa trasformata in creatura marina dalla gelosia della maga Circe. Il Castello Ruffo, che sovrasta il borgo, sembra ancora vegliare sulle acque e sui segreti che esse custodiscono. Scilla è una gemma incastonata sulla Costa Viola, un tratto di litorale dal nome poetico, nato da un incantesimo naturale: al tramonto, il mare si tinge di riflessi purpurei, grazie alla luce che danza fra i fondali e alghe sottili che donano alle acque tonalità fiabesche;  uno spettacolo che affascina ogni sera come fosse sempre la prima. Ma questa non sarà una puntata come le altre. A raccontarci Scilla sarà Domenica Fontana, un’amica speciale che è nata proprio qui, tra le onde e le pietre di questo luogo incantato. Domenica ne conosce ogni angolo, ogni profumo, ogni storia. E soprattutto, lo ama profondamente. Ho conosciuto Domenica grazie a un Master organizzato dall’Università degli Studi di Urbino, “Insegnare Italiano a Stranieri”, che entrambe stiamo terminando di frequentare. Con lei ho condiviso un percorso bellissimo fatto di lavori di gruppo (noi facciamo parte del mitico Gruppo 1), “studio matto e disperatissimo” (un omaggio a Leopardi, e le colleghe sanno il perchè!) e nuove sfide, tutte gravitanti nell’orbita dell’insegnamento dell’Italiano L2. Essendo da sempre innamorata di Scilla, ho chiesto a Domenica (che vedete nella foto qui sotto) se le sarebbe piaciuto accompagnarci a conoscerla: lei ne è stata entusiasta. Preparatevi a lasciarvi incantare da un racconto che profuma di salsedine, tradizione e meraviglia.

 

Domenica, come ti presenteresti ai lettori di MyVALIUM?

Ho cinquant’anni. Sono nata a Scilla e ci ho vissuto per circa vent’ anni. Poi mi sono trasferita nella vicina città di Reggio Calabria, dove ancora oggi vivo e lavoro. Sono mamma di due ragazzi meravigliosi, Erica ed Antonino. Sono pigra, ma faccio lunghe camminate terapeutiche chiacchierando insieme alle mie amiche, di cui apprezzo anche le eccellenti doti culinarie. Avrete dedotto che ho delle amiche speciali!

Stai per concludere un Master, “Insegnare Italiano a Stranieri” organizzato dalla prestigiosa Università di Urbino, che rivela la tua passione per il mondo e le sue molteplici culture. Cosa ti lega, invece, alle tue radici? Alla magnifica Scilla dalla storia secolare e leggendaria?

Prima di risponderti vorrei soffermarmi sul Master. È stata una sfida con me stessa che ho vinto. Ne serberò un ricordo speciale per le conoscenze che mi ha fornito e per le persone che mi ha fatto incontrare, come te Silvia. Essere nata in un luogo incantevole come Scilla lo reputo un privilegio. Sono innamorata del mio paese e credo lo siano tutti gli scillesi. Ora non ci abito più, ma tutte le volte che ci torno il mio cuore impazzisce di gioia e rimango sempre affascinata dalla bellezza del suo territorio. Non so spiegarlo meglio. È un continuo colpo di fulmine.

 

 

Scilla è stata descritta come un luogo a metà tra uno scoglio e un’isola: come commenteresti questa immagine così evocativa?

Uno scoglio e un’isola dici? La rocca imponente a strapiombo sul mare, che in cima ospita il castello Ruffo di Calabria, effettivamente sembra una piccola isola, se vista dall’alto. A proposito del castello, che ovviamente non può mancare in un giro turistico, quando siete arrivati alla fine della salita che porta al suo ingresso, voltatevi e avrete uno sguardo d’insieme di Scilla con i suoi tre quartieri principali: Marina Grande, Chianalea e San Giorgio. E mentre fissate rapiti il paesaggio, immaginate di trovarvi sulla testa di un’aquila e di osservare il suo corpo adagiato sul mare (San Giorgio), con le ali ancora spiegate (Marina Grande e Chianalea). Se foste vicino a me, vi direi di chiudere gli occhi adesso e di ascoltare una delle leggende sulla nascita di Scilla: “Un giorno due aquilotti disturbano il sonno di Zeus con i loro volteggi e schiamazzi. Il Dio si sveglia furioso e scaglia contro i piccoli una saetta. Mamma aquila, che da lontano aveva visto la scena, prende il volo disperata e con il suo corpo fa da scudo agli aquilotti. Viene colpita e cade esanime in mare, ma all’improvviso risorge come uno scoglio adagiato sulle acque.” Ora aprite gli occhi e guardate l’aquila.

 

 

Potresti raccontarci qualcosa della famosa leggenda di Scilla e Cariddi?

Qualcosa? Mi inviti a nozze. Intanto sappiate che di versioni del mito di Scilla ce ne sono tante. La più famosa è ovviamente quella descritta da Omero nell’Odissea. Pensa che i bambini scillesi, fin dalla scuola materna studiano e recitano questa parte dell’Odissea e tutte le leggende mitologiche sul paese. La parte raccontata nell’Odissea non ve la dico, potete andare a leggerla. Vi racconto gli antefatti, ovvero come e perché una bellissima ninfa di nome Scilla è stata trasformata nel mostro famelico a sei teste che divorerà, tra i tanti marinai, anche l’intero equipaggio di Ulisse. È una storia vecchia come il mondo, i cui ingredienti principali sono la bellezza, l’amore, la gelosia, il potere e il sopruso, e i cui protagonisti sono sempre loro tre: Scilla, Glauco e la maga Circe. Scilla, la bellissima ninfa, in alcune versioni ricambia l’amore del bel marinaio Glauco, ma suscita la gelosia e l’invidia di Circe, in altre invece lo rifiuta perché Glauco è descritto come un essere marino, metà pesce e metà uomo, e sarà lui in questo caso a chiedere alla maga di essere vendicato. Scilla in ogni caso non potrà evitare il suo inesorabile destino di essere trasformata in mostro: «I piedi son dodici, tutti invisibili: / e sei colli ha, lunghissimi: e su ciascuno una testa / da fare spavento; in bocca su tre file i denti, / fitti e serrati, pieni di nera morte» (Odissea, XII canto).

 

 

Quali sono i monumenti che a Scilla è imprescindibile vedere?

Il Castello dei Ruffo di Calabria, come vi dicevo, simbolo di Scilla che la rende riconoscibile in tutto il mondo. Le chiese, una delle quali, quella dello Spirito Santo di fronte la spiaggia principale, risale al 1700 ed è sopravvissuta ai tanti terremoti e ai bombardamenti della seconda guerra mondiale. Poi le fontane e i Palazzi storici, come quello Scategna del 1500, che oggi è un albergo e ristorante (visitabile). E poi le bellezze che ci regala la natura, tra cui il belvedere sullo stretto di Messina, da dove si possono ammirare le incantevoli  isole Eolie che al tramonto si stagliano sullo sfondo rosso-violaceo dell’orizzonte.

 

 

La città è famosa per i suoi vicoli che si aprono sul mare…

È il quartiere di Chianalea, soprannominato per l’appunto “la piccola Venezia” con le sue case a picco sul mare. In molte di queste case, il piano terra è ancora utilizzato come rimesse per le piccole imbarcazioni che durante i mesi invernali vengono messe al sicuro dalla forza del mare in tempesta. Invece da molti dei balconi si può addirittura pescare. A Chianalea oggi ci abitano pochi scillesi. Le abitazioni sono state trasformate in ristoranti, pizzerie, bar, locali di ritrovo, negozietti di prodotti tipici e souvenir, alberghi e b&B. Ciononostante la vocazione di questo quartiere per la pesca non è scomparsa. Ancora ci sono barche e pescatori che anche se solo per hobby (pochi infatti vivono di pesca) portano avanti le tradizioni dei loro antenati, e insieme a queste, anche i riti e le superstizioni.

 

 

Si perché il vero pescatore non ti rivela i suoi segreti e le sue conoscenze conquistate a forza di fatica e sudore. E non ti dirà mai se e quanto ha pescato. Il pesce va nascosto ben bene all’interno della barca e tirato fuori solo quando tutti sono andati via. Questo succede anche con la pesca del pescespada che attira molti turisti al porto di Scilla al tramonto, quando le passarelle, imbarcazioni utilizzate oggi per pescare il pesce spada, rientrano dopo una lunga giornata in mare e mostrano solo un pesce spada alla gente, sul quale praticano il rito della “cardata della croce” ovvero incidono la pelle del pesce con un segno simbolico, misto di pagano e cristiano, che viene fatto con le unghie di quattro dita a mo’ di croce. In verità di pesci spada ne hanno pescati più di uno ma li hanno fatti scendere dalla passerella prima dell’arrivo in porto, utilizzando piccole barche che li portano via dagli occhi indiscreti che potrebbero influenzare negativamente il pescato futuro.

 

 

Che spiagge consiglieresti a chi vorrebbe passare l’estate in questo magico luogo?

La spiaggia principale, ovviamente, il lido delle sirene, le sirene che cercarono di ammaliare Ulisse. La cosa strana è che oggi Scilla inganna gli stranieri, come se ci fossero davvero le sirene che con il loro canto attirano a sé le persone, non per divorarle, ma per conquistarle per sempre. Ti dico questo perché molti turisti che viaggiano in auto diretti in Sicilia, spesso, sono tratti in inganno dall’uscita in autostrada per la città di Scilla. Le due parole infatti sono quasi simili e facilmente confondibili ad alta velocità. Quando si accorgono dell’errore è troppo tardi: sono già stati rapiti dalla sua bellezza e non possono non fermarsi almeno una notte.

 

 

Che suggerimenti ci dai sui negozi e sui locali (ristoranti, bar, pub e quant’altro) che bisogna assolutamente visitare?

Di locali dove mangiare ce ne sono tanti e di tutti i gusti (bar, pub, pizzerie, ristoranti, gelaterie) ovunque a Scilla. In quanto scillese, non sarebbe corretto per me indicarvene alcuni rispetto ad altri. Pertanto vi dico che si mangia bene un po’ ovunque e se volete maggiori dettagli sui singoli locali sbirciate le valutazioni degli altri clienti sui siti online. Posso però consigliarvi di non perdere l’occasione di mangiare su una palafitta sul mare a Chianalea, a pranzo o a cena; non sarete delusi né dal cibo e né dalle emozioni instragrammabili che vi regaleranno il mare cristallino, gli scogli e i pesci che si radunano sotto la palafitta in attesa che qualcosa cada dall’alto.

 

 

E in quanto a vita notturna, a movida, Scilla com’è?

Cavoli, la movida. E chi se la ricorda più! Da ragazza c’era e come. Discoteche nei lidi in spiaggia, nelle piazze e nei locali. Si ballava ovunque. Oggi tutta la movida notturna si è spostata a Reggio Calabria, la vicina città metropolitana distante solo una ventina di chilometri. Se cercate quindi divertimento fino alle piccole ore del mattino è lì che dovete recarvi, agli incantevoli lidi sulla spiaggia di fronte al mare dello Stretto di Messina, la dimora della Fata Morgana. E magari se rimanete fino all’alba potreste essere così fortunati da vederla. Se invece cercate passeggiate tranquille, accompagnate dal dolce rumore delle onde del mare e dal suo profumo intenso, magari dopo una cena romantica su una pedana a palafitta sul mare, allora rimanete a Scilla. Di notte con i suoi locali e vicoli illuminati, rischiate davvero di innamorarvi, e non del paese intendo.

 

 

Qual è il periodo migliore per soggiornare sul Promontorio Scillèo?

Io adoro Scilla d’estate, ma vi suggerirei di venire a giugno e settembre per vivere il paese senza le calche di luglio e agosto. Per chi adora il mare d’inverno, invece, allora deve venire a Scilla nei mesi di gennaio e febbraio quando gli impetuosi venti di libeccio scatenano delle mareggiate così violente che sembrano voler inghiottire l’intero quartiere di Marina Grande e il Castello. Con i cambiamenti climatici in corso però è facile che l’estate inizi già dal mese di maggio e si prolunghi per tutto ottobre, e qualche giornata calda potreste addirittura beccarla a dicembre. Quindi, perché no?, Scilla è da visitare in qualunque momento dell’anno.

 

 

Crediti foto

Domenica Fontana, Pexels, Pixabay, Unsplash

Foto di copertina: JanaZbunka, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons

Castello Ruffo al tramonto (sesta foto dall’alto): Cesare Barillà, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons

Marina Grande (decima foto dall’alto): Cirimbillo, CC BY-SA 3.0 via Wikimedia Commons

Castello Ruffo di notte (22esima foto dall’alto): Cirimbillo, CC BY-SA 3.0 via Wikimedia Commons

 

Le streghe d’Italia, regione per regione: alla scoperta di una figura chiave del nostro folklore

 

C’è un’apertura tra i due mondi: il mondo degli stregoni e quello degli uomini viventi. C’è un luogo dove i due mondi si incontrano: l’apertura è lì. Si apre e si chiude come una porta al vento…

(Carlo Castellaneta)

Halloween, come ben saprete, viene anche detta “La notte delle streghe”. Ma chi era, realmente, la strega? Basta citare l’origine di questo nome per percepire l’alone sinistro che ha sempre circondato la sua figura: “strega” deriva dal latino “strix”, ovvero “strige”, un rapace notturno appartenente alla specie degli strigiformi; nella Roma antica si diceva che attirasse la sfortuna e che si nutrisse degli esseri umani e del loro sangue. Con il passar del tempo, su tali suggestioni si forgiò l’immagine della strega così come la conosciamo ora: una vecchia orripilante, perfida e dotata di poteri magici che la rendono in grado di compiere le più crudeli nefandezze. Rappresentata spesso a cavallo di una scopa, la strega poteva assumere innumerevoli sembianze; durante il Medioevo, quando il Cristianesimo si diffuse in tutta Europa, la si considerava un’adoratrice del demonio; da ciò prese vita il fenomeno di isteria di massa della “caccia alle streghe”, iniziata nel 1480. Per approfondire le caratteristiche di questo personaggio del folklore, rileggete qui l’articolo che le ho dedicato. Oggi, invece, parleremo di come viene vista la strega, regione per regione, nella cultura popolare e nella tradizione magica italiana.

 

 

La figura della strega nelle regioni italiane

Cominciamo dal PIEMONTE e dalla VALLE D’AOSTA, dove la strega e lo stregone sono conosciuti, rispettivamente, con il nome di Masca e Mascone. Si pensa che questi termini abbiano origine dal longobardo, che chiamava “maska” l’anima dei defunti, oppure da “mascar”, che in provenzale significava “borbottare”: la strega borbotta incantesimi o maledizioni indifferentemente. La condizione di Masca si eredita dai propri antenati. E insieme ai poteri soprannaturali si riceve in eredità il Grimorio, un libro magico che impazzò tra il tardo Medioevo e il Settecento: le sue pagine contengono calcoli astrologici, formule per gli incantesimi e le evocazioni, ricette per realizzare pozioni (non sempre curative), vademecum per la preparazione dei talismani. E’ stata rinvenuta una matrice celtica, nell’origine delle Masche. Le radici di queste streghe, non a caso, vengono collocate nelle aree colonizzate dai Celti in Italia.

Strie è il nome che viene assegnato alle streghe in LOMBARDIA; da qui il termine striaria per indicare la stregoneria. Alcuni studi, poi, hanno rinvenuto similitudini tra la figura di Arlecchino e quella del dio Pan, il cui culto, nel XIX secolo, venne equiparato dai cristiani a quello per il demonio. Pare infatti che i costumi e il tipico volto imbrattato dei sacerdoti pagani durante i rituali in onore di Pan fossero stati d’ispirazione nella creazione della celebre maschera bergamasca. Anche il Badalisc, personaggio mitologico della Val Camonica, viene storicamente accostato a Pan: le piccole corna issate sulla testa di legno, i capelli di pelo di capra, gli occhi di fuoco e la bocca smisurata evidenziano una certa somiglianza con la divinità greca della vita agreste. Badalisc, inoltre, dimora nei boschi proprio come Pan.

Le Anguane, streghe del TRENTINO, sono spiriti dell’acqua molto avvenenti. Il loro nome deriverebbe da “Adganae”, un termine che designava le matrone celtiche, e la leggenda vuole che si celebrino molti matrimoni tra le Anguane e gli umani. Non si tratta di streghe temibili: ad esse vengono fatte offerte per ingraziarsi i loro favori, oppure si omaggiano tramite rituali in cui abbondano i falò e pietanze di ogni tipo.

 

 

Le streghe del VENETO, chiamate Bele Butèle, non di rado vengono presentate come fate o ninfe dell’acqua. Le loro dimore sono le cavità calcaree dei Colli Berici o altre insenature di montagna. Appaiono nottetempo, quando in cielo splende la luna piena, e si dileguano allo spuntar dell’alba. Sono estremamente astute, delle abili ingannatrici: si presentano come donne attraenti in modo da imbrogliare chi prendono di mira, ma in realtà hanno un aspetto orribile. Esibiscono orecchie lunghissime, zampe di capra al posto delle gambe, braccia come quelle di una scimmia. Incontrarle è certamente un pericolo per chiunque. A Belluno, poi, esiste la “stria della diassa”, la “strega del ghiaccio”. Si dice che abbia il potere di far esplodere bufere e tempeste, ma nessuno sa come sia fatta.

Le Bagiue, o Bazure, sono le streghe della LIGURIA. Secondo le credenze popolari, si danno appuntamento nelle notti tra il mercoledì e il giovedì e tra il venerdì e il sabato per organizzare i loro convegni esoterici, che raggiungono munite di scope a cui agganciano delle candele.

Scendendo verso il centro-sud, giungiamo in ABRUZZO. La festa di San Domenico di Sora Abate, celebrata a Cocullo i primi di Maggio, contiene molti indizi che si rifanno ad antichissime divinità locali. Una ventina di serpenti viene avvolta attorno alla statua di San Domenico, portata in processione mentre la accompagna il suono della banda del paese. La devozione a San Domenico di Sora Abate, sancita dalla cosiddetta “festa dei serpari”, sarebbe una versione cristianizzata del culto di Angizia (il cui nome deriva da “angius”, “serpente” in latino), dea dei Marsi: questo antico popolo si era stanziato nei pressi del lago Fucino nel I millennio a.C. Angizia, divinità associata al culto dei serpenti, veniva considerata una maga, una sorta di strega che utilizzava sapientemente le piante medicinali ed era in grado di curare i morsi di serpente. Essendo dotata di poteri soprannaturali, governava le leggi della natura e si serviva dei veleni per scopi terapeutici; inoltre, riusciva a uccidere i serpenti con un semplice tocco.

 

 

La Janara è una nota strega della CAMPANIA. Originaria di Benevento, la figura della Janara è molto diffusa anche a Napoli e in diverse zone della regione. Secondo le leggende è nata la notte di Natale, sotto il chiarore della luna piena, oppure si è consacrata alla magia in quella stessa notte. La Janara è una strega ambivalente: da un lato viene rappresentata come una solerte guaritrice, dall’altro provoca dolore, inquietudine e malasorte. In particolare, la Janara ha il potere di minare irrimediabilmente la fertilità. Il popolo la considera un’adoratrice del demonio, e per tenerla a debita distanza si serve di stratagemmi ben precisi: davanti al proprio portone versa un pugno di sale, in alternativa mette una scopa capovolta. La strega, impegnata a contare i granelli del sale o le setole della scopa, rimarrà sulla soglia per la notte intera e all’alba, con l’arrivo della luce del sole, dovrà fuggire suo malgrado. Se la Janara è riuscita a entrare in casa, invece, la si deve cacciare prendendola per i capelli. Il nome Janara potrebbe derivare da “Dianara”, un termine che designava le seguaci della dea Diana (molto numerose localmente) ai tempi della Roma antica.

Le Magàre CALABRESI sono esperte conoscitrici delle arti magiche. Guariscono attraverso le erbe e i rimedi naturali, tolgono il malocchio, realizzano filtri d’amore. Ma con la stessa facilità con cui liberano il prossimo dalle iettature, sono in grado di eseguire sortilegi potentissimi. A San Fili, in provincia di Cosenza, è stata istituita una “Notte delle Magàre” che le fa rivivere ogni estate: ci si maschera da streghe in un tripudio di spettacoli e degustazioni.

 

 

Le streghe della PUGLIA si suddividono in due versioni, che occasionalmente si sovrappongono l’una all’altra: ci sono le Stiare, malvagie e dannosissime, capaci di provocare persino la morte. Di notte diventano gatti e si riuniscono  sotto un noce per divertirsi e stare in compagnia. Le Masciare hanno gli stessi poteri, ma sono più benefiche: guariscono servendosi delle erbe, aiutano il prossimo, tolgono il malocchio e le fatture. Però non è una regola, quindi bisogna stare attenti. La facoltà di trasformarsi in gatti  è valso loro il soprannome di Gatte Masciare. In Puglia, anche al ballo della pizzica sono sempre stati attribuiti accenti quasi soprannaturali. Chi veniva morso dalla tarantola, se voleva guarire doveva danzare; pare che tutto ciò derivi da antichi riti dionisiaci, che con l’avvento del Cristianesimo furono opportunamente modificati: San Paolo sostituì Dioniso e divenne il Santo protettore dei tarantati.

Arrivando in SICILIA, troviamo le Animulari: sono streghe che hanno come unico fine il male. Si ritrovano di notte con un intento comune, danneggiare il prossimo. Amano nascondersi in buchi e cavità come quelli dei camini e delle serrature, ed è possibile scorgerle mentre vagano per la casa quando cala il buio; le riconoscerete, perchè portano un arcolaio sempre con sè. Leggenda vuole che siano state loro a generare il diavolo, vendendogli l’anima per ottenere i poteri soprannaturali.

 

 

Concludiamo con le streghe vampire della SARDEGNA, chiamate Cogas. Affamate di sangue umano, sono anche note con il nome di Surtoras o Surbiles; provengono da Villacidro, un comune della Sardegna del Sud. E’ difficile accorgersi di loro, poichè hanno la facoltà di tramutarsi in animali o di diventare del tutto invisibili, ma possono essere smascherate grazie alla minuscola coda che sfoggiano o alla croce pelosa che decora la loro schiena. Per una Cogas, la condizione di strega è impressa nel DNA: si diventa Cogas, infatti, se quando si nasce si è la settima di sei sorelle nate precedentemente.

 

L’estate cala sulla Sicilia

 

” L’estate cala sulla Sicilia come un falco giallo sulla gialla distesa del feudo coperta di stoppe. La luce si moltiplica in una continua esplosione e pare riveli e apra le forme bizzarre dei monti e renda compatti e durissimi il cielo, la terra e il mare, un solo muro ininterrotto di metallo colorato. Sotto il peso infinito di quella luce gli uomini e gli animali si muovono in silenzio, attori forse di un dramma remoto, di cui non giungono alle orecchie le parole: ma i gesti stanno nell’aria luminosa come voci mutevoli e pietrificate, come tronchi di fichi d’India, fronde contorte di ulivo, rocce mostruose, nere grotte senza fondo. “

Carlo Levi, da “Le parole sono pietre” (Giulio Einaudi Editore)

 

 

La Vucciria

 

” Mi infilo in un vicolo in discesa, sotto via Maqueda, attirato dalla meraviglia rilucente di banchi di frutta e di pesce; mucchi preziosi di gemme sotto i balconi dei poveri; e continuo a scendere in un labirinto di strade, di stradette, di vicoli, in un mercato senza fine, dove ogni frutto della terra e del mare pare animato di una bellezza impossibile, dove il pescespada drizza la sua arma e la sua pinna nera verso il cielo, e i meloni rosseggiano di fiamma, chiusi sotto il tetto di lampade colorate come un segreto di Mille e una notte. E’ la Vucceria. Venga il suo nome da boucherie come vogliono alcuni filologi, o più semplicemente da voce, voceria, come sostengono altri, questo luogo esaltato e brulicante è uno zaffiro d’Oriente che splende di teatrale vitalità. Scendo tra i banchi, ciascuno dei quali è una imprevedibile architettura di fiamme vegetali e animali, colorate, eccessive, gigantesche, di una misura e di una intensità quasi intollerabile, coi cartelli dei prezzi dipinti in rosso e in giallo, coi numeri dai bordi dentellati nello stile dei carri, per vicoli sempre più stretti, verso il mare.”

Carlo Levi, da “Le parole sono pietre” (Einaudi)

 

La colazione di oggi: il mandarino, la star dell’Inverno

 

Quando arriva l’Inverno, il mandarino è il frutto onnipresente sulla nostra tavola. Il suo nome si ispira a quello dei notabili della Cina imperiale, che erano soliti indossare un mantello color arancio; la pianta del mandarino, infatti, proviene dalla Cina del Sud. In Europa, nel XV secolo, la sua coltivazione si è estesa a partire da paesi dal clima mite quali la Spagna e il Portogallo. Oggi, i frutteti di mandarini sono diffusissimi anche in Italia: in regioni come la Sicilia, la Campania, la Calabria e la Liguria abbondano. Questo frutto della famiglia delle Rutacee, contraddistinto da una forma sferica leggermente appiattita, si declina in varietà molteplici; la Citrus Reticulata,  la Citrus Nobilis e la Citrus Clementina rappresentano le più note. In Sicilia spicca il mandarino tardivo di Ciaculli, un Presidio Slow Food, utilizzatissimo per la preparazione di gelatine, marmellate, liquori, gelati e granite. Il mandarino è un frutto tipico dei mesi freddi, si degusta da Dicembre a Marzo. Il suo colore è identico a quello del mantello sfoggiato dai notabili dell’ Impero Cinese; la buccia, porosa, racchiude un tripudio di spicchi succosi e ricchi di semi. Il gusto è dolcissimo: il mandarino è l’agrume che contiene la maggiore quantità di zuccheri. Non risulta eccessivamente calorico, ma la presenza di fruttosio in dosi massicce richiede che venga consumato con moderazione. C’è da dire, però, che il mandarino è estremamente ricco di proprietà e benefici. Scopriamoli insieme.

 

 

Il mandarino abbonda di vitamine, acqua, sali minerali, acqua e zuccheri solubili. Predomina la vitamina C (o acido ascorbico), di cui è una vera e propria miniera, affiancata dalle vitamine del gruppo B, A e P e dall’acido folico; tra i minerali presenti in grandi quantità figurano il potassio (benefico per i muscoli),  il magnesio, il ferro e il calcio. Il bromo, particolarmente copioso nel mandarino, svolge un’azione rilassante nei confronti del sistema nervoso centrale e concilia il sonno. La vitamina C, un potente antiossidante e micronutriente, neutralizza i radicali liberi mantenendo in salute i tessuti e le cellule; inoltre, rafforza il sistema immunitario e previene i malanni da raffreddamento. Il fruttosio garantisce un notevole apporto energetico, mentre le fibre, di cui il mandarino è ricco, dotano il frutto di un’alta digeribilità e regolarizzano l’intestino. Anche la buccia del mandarino contiene un antiossidante dalle molte proprietà, il suo nome è limonene: oltre ad essere un valido disintossicante per il fegato, favorisce la produzione di serotonina e dopamina svolgendo un’azione ansiolitica e antidepressiva. Dalla buccia del mandarino viene estratto l’olio essenziale di mandarino, molto utilizzato in aromaterapia ma anche per favorire il rilassamento e la digestione.

 

 

A colazione, i mandarini possono essere consumati sotto forma di frutta, anche candita, e deliziose marmellate. Ma a base di mandarino è possibile preparare un numero illimitato di torte, dolci e biscotti ad alto tasso di golosità: cercate le ricette in rete, non avrete che l’imbarazzo della scelta.

 

 

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La colazione di oggi: tornano le arance, un must autunnale

 

A Novembre, puntuali, tornano a ravvivare il grigiore con il loro colore vibrante. Un colore che ha preso spunto dal loro nome, perchè è proprio alle arance che si ispira l’arancione. Proveniente dalla Cina e dall’Asia del sud-est, il Citrus Sinensis (questo il nome botanico dell’arancio, una pianta appartenente alla famiglia delle Rutacee) venne importato in Europa dai marinai portoghesi. Secondo alcuni studiosi il suo ingresso nel Vecchio Continente risalirebbe al XV secolo, mentre altri affermano che l’albero approdò in Italia, più precisamente in Sicilia, molto tempo prima grazie ai romani e passando per la Via della Seta. Nel IX secolo furono gli Arabi a reintrodurre l’arancio nell’isola, quando ebbe inizio la conquista islamica della Sicilia. Non è un caso che un frutto siciliano chiamato “melarancia” venga citato in più d’un libro della Roma antica: i tomi sono datati al I secolo d.C. E sempre nella città eterna, un arancio che San Domenico piantò intorno al 1200 fa bella mostra di sè nel chiostro del convento di Santa Sabina; tuttavia, non se ne conosce la provenienza. E’ certo, invece, che il termine “portogallo” equivalga a dire “arancia” in diverse lingue, tra cui il rumeno, il greco, l’arabo, l’albanese e l’italiano del 1800. Peraltro, il frutto del Citrus Sinensis prende il nome di “portogallo” in molti dialetti della nostra penisola: ciò sembra confermare, almeno apparentemente, la diffusione ad opera dei portoghesi della pianta.

 

 

Ma veniamo alle caratteristiche di questo frutto, tondeggiante e tinto di un vivace color arancio. Ha una forma sferica, una buccia spessa e increspata; la dolcezza dei suoi spicchi, succosissimi, contrasta con accenti aspri che ne rendono ancora più intrigante il sapore. Le arance cominciano a maturare a Novembre, mese in cui vengono raccolte le prime varietà. Un periodo ideale, considerando la loro efficacia nel prevenire i malanni della stagione fredda. Iniziare la giornata con delle arance, anche in versione spremuta, è un’ottima idea: regalano energia e sono ricche di vitamina C, un noto rafforzante del sistema immunitario. In più, contengono pochissime calorie e un indice glicemico talmente esiguo da permettere anche ai diabetici di consumarle. Le loro virtù sono innumerevoli: oltre a racchiudere acqua in dosi massicce, le arance sono un’autentica miniera di fibre come la pectina, la lignina e la cellulosa, che accentuano il senso di sazietà e fanno sì che gli zuccheri e i grassi vengano assorbiti in quantità moderate. Il licopene, contenuto soprattutto nelle arance rosse, è un carotenoide dalle spiccate doti antiossidanti e antinfiammatorie; contrasta le patologie cardiovascolari, oculari e ossee (come l’osteoporosi). La vitamina C è un po’ il “marchio di fabbrica” di questo frutto: favorisce un adeguato assorbimento del ferro e del calcio, è un potente antiossidante e un toccasana per le difese dell’organismo. La vitamina A (o retinolo) mantiene in salute la pelle e gli occhi e assicura un buon funzionamento sia del sistema immunitario che del metabolismo. Le vitamine del gruppo B, essenziali per la produzione dei globuli rossi, tengono sotto controllo i livelli di omocisteina e si rivelano portentose per il sistema nervoso. Tra i sali minerali contenuti nell’arancia risaltano il ferro (imprescindibile per il benessere del’organismo), il rame (antiossidante efficacissimo contro le patologie cardiovascolari), il potassio (ottimo per la salute dei muscoli) e il calcio (benefico in particolare per le ossa, i denti e la coagulazione sanguigna). Le antocianine e i polifenoli, di cui l’arancia abbonda, sono degli importanti antiossidanti.

 

 

I benefici che apporta il consumo di arance, quindi, sono molteplici. La vitamina C contrasta le infezioni potenziando le difese immunitarie, le fibre regolarizzano i livelli di colesterolo, gli antiossidanti combattono i radicali liberi e mantengono sotto controllo la pressione poichè fluidificano il flusso sanguigno. I citroflavonoidi contenuti nell’arancia, inoltre, svolgono una valida azione nei confronti della fragilità capillare. E non è finita qui: incrementando la formazione dei succhi gastrici, il frutto del Citrus Sinensis facilita la digestione, mentre la funzione antiossidante degli antociani incentiva il metabolismo. Le fibre, infine, hanno virtù diuretiche e impediscono ai grassi e agli zuccheri di essere assorbiti troppo velocemente (con buoni risultati anche per la linea).

 

 

Dell’ arancia esistono molte varietà, ammontano a oltre 100. Le differenze principali possono essere ricondotte a due tipologie: arance dolci e arance amare (le prime le compriamo dal fruttivendolo, le seconde si utilizzano in ambito cosmetico e per la produzione di marmellate dal gusto particolare), arance bionde e arance rosse (la distinzione riguarda essenzialmente il colore della loro buccia). Qualche nome delle numerose varianti? Ci sono le Navel, le Tarocco, le Moro, le Sanguinello, le Belladonna, le arance alla vaniglia…Ma quel che ci interessa ora è come includere questo succoso frutto nella prima colazione.

 

 

La classica spremuta d’arancia è un toccasana, però prima di prepararla bisognerebbe osservare qualche accorgimento. Innanzitutto, non va mai bevuta a digiuno: l’acido citrico contenuto nel frutto potrebbe risultare difficilmente digeribile o provocare acidità di stomaco. Sempre per questo motivo, chi soffre di patologie gastriche dovrebbe evitare l’aranciata o perlomeno consumarla dopo qualche pasto, foss’anche solo un toast o un dolcetto. Le arance possono essere mangiate a spicchi o tagliate a fette, lo spunto ideale per una prima colazione coi fiocchi: arricchiscono il porridge e i pancake, diventano deliziosi biscotti (se volete strafare, immergetele nel cioccolato fuso). Con il succo, la polpa e la scorza di arancia si preparano dolci sfiziosissimi, dalle torte al pan d’arancio siciliano, dai ciambelloni alla crema di arancia passando per i muffin, il rotolo e le crostate. Cercate qualche ricetta? Cliccate qui. E dato che a Natale manca poco più di un mese, vi suggerisco di provare le scorze di arance candite: sono una ghiottoneria unica (qui la ricetta), anche in questo caso – volendo – da intingere nel cioccolato fuso per esaltarne al massimo il sapore. Se invece optate per una colazione essenziale e super salutare, puntate sulla marmellata di arancio spalmata sulle fette biscottate o  su una fetta di pane; è una prelibatezza “minimal”, ma dalla bontà garantita.

 

 

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